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martedì 4 ottobre 2011

Superbollo: come farsi del male per evitarlo


BEPPE SCIENZA

L’odio degli italiani per le tasse viene prima di tutto, anche del proprio interesse. Lo si vede in ambito previdenziale: milioni di persone perdono soldi a bocca di barile per aver aderito alla previdenza integrativa, accecati dallo specchietto per le allodole della deducibilità fiscale. Così la frottola della forte convenienza fiscale è uno dei cavalli di battaglia dei sindacati confederali, per intrappolare i lavoratori nei propri fondi pensione.

La storia si ripete ora col cosiddetto superbollo sui depositi titoli, in vigore dai primi di luglio 2011 (Dl 6-7-2011 n.98). L’imposta è bislacca, un po’ progressiva e un po’ regressiva. Ma per quest’anno e il 2012 la sua incidenza oscilla fra lo 0,05% e lo 0,15% del patrimonio posseduto, salvo situazioni molto particolari. Si veda la mia pagina web all’Università di Torino per analisi più approfondite e per un foglio di lavoro con valutazioni numeriche più precise.

Una patrimoniale leggera. Dare soldi al fisco può infastidire, viste anche le ruberie che continuano a venire alla luce. Ma per chi ha meno di 150 mila euro fra titoli di stato, obbligazioni e azioni l’aumento è di 3 euro al mese: una patrimoniale così bassa non s’è mai vista. Non è quindi il caso di stracciarsi le vesti. D’accordo su alcune scelte logiche, come raggruppare più depositi identicamente intestati. Passino anche alcune furbizie, come spostare qualcosa presso un’altra banca o sim, quando si è appena sopra le soglie dei 150 o dei 500 mila euro.

Consigli dannosi. Proliferano però una serie di proposte, in genere interessate, a volte solo insensate. Il più comune fra i consigli in malafede è vendere i titoli posseduti, per passare a fondi e gestioni. Così, per non pagare magari lo 0,10% annuo, uno ci rimette allegramente dieci volte tanto. Le sole commissioni di gestione sui fondi comuni ammontano infatti all’1,1-2,5% l’anno (vedi laricerca dell’ufficio studi di Mediobanca), cui s’aggiungono i danni causati dalla cattiva gestione. Scelta ancora peggiore è sottoscrivere polizze vita, fondi pensione o piani individuali previdenziali. L’esenzione dal superbollo per i buoni fruttiferi postali è invece un vantaggio aggiuntivo per prodotti di per sé buoni o almeno decenti.

Conviene essere guardinghi anche a fronte di proposte come quella di Webank, che rimborsa i bolli a chi gli presta i titoli posseduti. È molto antipatico in particolare il punto 9.9.2 del regolamento del prestito (edizione 07/2011) che, nel caso che “la restituzione dei titolo sia divenuta difficile”, permette alla banca di corrispondere al cliente “il valore di presumibile realizzo”.

Darsi la zappa sui piedi. Controproducente è infine l’invito del Sole 24 Ore, dove per ridurre i bolli complessivamente dovuti, Gianfranco Ursino arriva a consigliare di “chiedere alla banca di fare emettere l’estratto conto con cadenza annuale” (Plus 24, 24-9-2011, p. 4). Bravi merli! Così uno pagherebbe il superbollo per tutto il 2011, anziché solo per due trimestri.

È proprio vero per un risparmiatore un’ottima strategia è fare regolarmente il contrario dei consigli dei giornalisti confindustriali.

lunedì 9 maggio 2011

Pessimi consigli previdenziali da Radio 24


BEPPE SCIENZA

Nessuna speranza per chi dà retta a Debora Rosciani, conduttrice del Salvadanaio su Radio 24. Passando dalle polizze vita ai fondi pensione, la musica non cambia, con una stonatura dopo l’altra, come vedremo subito. Con l’occasione fornirò alcuni chiarimenti richiestimi, rinviando però per maggiori approfondimenti alle mie pagine web dell’Università di Torino, dove insegno.

Iniziamo col bilancio dei fondi pensione del 31 marzo 2011. È un bilancio striminzito. La conduttrice enuncia per il 2010 un 3,1% fondi chiusi rispetto al 2,6% del Tfr, ripetendo compiaciuta per ben due volte: “Questi sono i dati”. In realtà solo un paio di numeri in croce, poco significativi. Spiega infatti Fulvio Coltorti (ufficio studi di Mediobanca) in un caso analogo, come “la differenza in termini di tasso annuo non sembra ancora tale da giustificare il maggiore rischio” dei fondi pensione.

È inoltre falso che “anche chi fino a poco tempo fa non considerava l’idea di stipulare un fondo pensione, ora ci pensa su”: i più fanno i salti di gioia per averla scampata bella. È pure falso che esista “un buco comunicativo che ha tenuto lontano dai fondi pensione oltre un quarto dei lavoratori privati italiani”: il battage promozionale è stato massiccio. Fortunatamente poco efficace. Gongola però Rosciani, annunciando un percorso “molto incisivo, molto serio della Covip per avvicinare i lavoratori alla previdenza integrativa” che “nei prossimi mesì sarà il cavallo di battaglia di questa istituzione”.

Al che mette le mani avanti il suo stesso presidente Antonio Finocchiaro, riconoscendo che “non è proprio naturale che la Covip partecipi” a iniziative promozionali, trattandosi di un organo di vigilanza. Pronta la conduttrice lo parafrasa, storpiandolo. Secondo lei voleva dire che non avrebbe consigliato singoli prodotti. In realtà Finocchiaro aveva detto tutt’altro! L’attività promozionale della Covip sconcerta anche perché si sovrappone alla funzione istituzionale della Mefop, società costituita dallo Stato proprio a tal fine. Pure su questo la Rosciani tace. Ma perché è così basso il livello del giornalismo confindustriale?

Se possibile, è addirittura peggiore la puntata del Salvadanaio del 29 aprile 2011 dal titolo terroristico Evitare una pensione da fame. Per cominciare Rosciani insulta i risparmiatori accusandoli di “carenza di cultura e di consapevolezza”, per il solo fatto che non si lasciano incastrare nella previdenza integrativa, e continua con la solita filastrocca sulla “necessità di costruirsi una pensione di scorta”. I venditori di ciarpame previdenziale ringraziano.

Presenta poi un libro di Andrea Telara, che non viene certo voglia di comprare, avendo letto il suo articolo Il risparmio non fa pensione (?!) sul settimanale Panorama Economy (22 dicembre 2010, pp. 72-74). Da cosa risulterebbe infatti la convenienza dei fondi pensione bilanciati? Da un confronto sbilenco del loro rendimento negli ultimi 7 anni (3,8%) con quello dei fondi comuni obbligazionari invece negli ultimi 5 anni (3%) e per le polizze vita addirittura col minimo contrattuale per il futuro (2,5%). Insomma, un’accozzaglia di dati disomogenei.

Interviene quindi nella trasmissione Sergio Corbello, presidente di un’associazione (Assoprevidenza) finanziata da fondi pensione e simili e dunque non proprio un soggetto neutro. Inizia col dire cose ragionevoli, salvo insultare pure lui gli italiani chiamando “carenza culturale del Paese su questa materia” l’accortezza di stare alla larga dalla previdenza integrativa. Riguardo a essa ripete la solita lagnanza che “i giovani sono la parte latitante”, tacendo che per loro i vantaggi fiscali sono irrisori. Ma soprattutto fa propaganda sconfinata, e scontata visto il suo ruolo, per la previdenza integrativa.

Comunque, sia Telara, sia Corbello, sia Rosciani si guardano bene dall’informare gli ascoltatori di alcuni fatti incontrovertibili:

1. L’investimento migliore per la propria vecchiaia è il tanto vilipeso Tfr, grazie all’ottimo aggancio al costo della vita;
2. Risparmiare per la vecchiaia è opportuno, ma le soluzioni più sicure in termini reali sono titoli di stato (Btp-i) e buoni fruttiferi postali indicizzati all’inflazione.

Sono invece da evitare tutti i prodotti cosiddetti previdenziali (fondi pensione, polizze vita e Pip), sia per l’assenza di valide difese dall’inflazione, sia per salvarsi dagli sfasciacarrozze del risparmio gestito.

venerdì 8 gennaio 2010

La roulette dei fondi pensione


di Beppe Scienza*


La verità dà fastidio a chi prospera sull’inganno. Non stupiscono quindi le reazioni a un recente servizio sulla previdenza integrativa, realizzato in maniera magistrale da Piero Riccardi e trasmesso da RaiTre nella puntata di “Report” del 15 novembre 2009. Venivano fuori infatti le perdite anche per soluzioni gabellate per sicure, la generale assenza di trasparenza e gli endemici conflitti d’interessi, tipici del settore. Non avendo però elementi per confutare pubblicamente quasi nessuna delle affermazioni dell’autore o degli intervistati (fra cui il sottoscritto), molti fondi pensione tentano di smontarle con volantini, circolari ed e-mail inviate ai loro aderenti e ai lavoratori. In loro aiuto sono poi accorsi quei sindacati, quasi tutti, che traggono vantaggi dalla previdenza complementare. Non sarà quindi inutile smontare le principali falsità che diffondono. Sono soprattutto due i tasti su cui costoro battono: i vantaggi fiscali e il contributo del datore di lavoro. È ciò che fa per esempio un volantino del sindacato dei metalmeccanici Fim-Cisl. Peccato che siano due tasti stonati, perché i conteggi che diffondono sono fuorvianti quando non taroccati di sana pianta.
VANTAGGI FISCALI? Viene sempre sbandierato il confronto fra la tassazione del tfr che parte dal 23 per cento e quella prevista per la previdenza integrativa compresa invece fra il 15 per cento e il 9 per cento. Quindi apparentemente il divario è forte. Peccato che si restringa paurosamente facendo i conti giusti. Invece molti fanno i furbi. Il fondo Solidarietà Veneto a gennaio 2009 voleva addirittura convincere i lavoratori che era convenuta l’adesione persino per un comparto con perdite sul 9 per cento. Il fondo Eurofer gioca poi sull’esempio di una permanenza nel fondo di un solo anno o poco più. Certo che così sarebbe determinante il vantaggio fiscale. Ma chi mai può uscire dalla previdenza integrativa dopo dodici mesi? La legge tiene ingabbiati quasi tutti per parecchi anni se non lustri. Bisogna quindi determinare l’incidenza concreta dello “sconto” generosamente concesso dal fisco su base annua. Si scopre così che per un lavoratore giovane essa si riduce a uno 0,60 per cento. Quindi è totalmente divorato già dai soli costi espliciti. Per non parlare di quelli occulti. Per giunta già in passato il trattamento fiscale della previdenza integrativa venne peggiorato in maniera retroattiva. Conclusione: lo sconto fiscale è solo uno specchietto per allodole, salvo tutt’al più per chi è vicinissimo alla pensione e ha redditi molto alti.
RICATTO SALARIALE. L’altro atout delle reti di vendita sindacali è il contributo del datore di lavoro. Vari contratti di lavoro prevedono meno soldi per chi non aderisce a un fondo pensione negoziale. Il datore di lavoro trattiene infatti per sé un 1-2 per cento dello stipendio che corrisponde invece agli aderenti al fondo. Sorvoliamo sullo scandalo di avere buttato alle ortiche una conquista ottenuta dai lavoratori con decenni di lotte. Ovvero il principio “stesso lavoro, stessa paga”. Tutto ciò non significa che un fondo pensione renda più del tfr, ma solo che il trattamento retributivo complessivo è più alto per chi obbedisce al diktat della previdenza integrativa. Però il contributo del datore di lavoro non è soltanto un piccolo ricatto dei sindacati: “Non aderisci al nostro fondo? Allora otterrai meno soldi”. Può anche trasformarsi in una polpetta avvelenata. Alla fine ci si potrà infatti trovare in perdita malgrado il contributo datoriale. Basta incappare in un periodo di rendimenti inferiori alle rivalutazioni del tfr o anche in un unico anno particolarmente disastroso.
Potremmo aggiungere molto altro, perché i documenti propagandistici della previdenza integrativa ne riportano di cotte e di crude. Vedi il Fondo Gommaplastica che il 10-10-2008, a fronte delle quote pesantemente in perdita, scriveva che così “vi è la possibilità di comperare, a parità di versamento, un maggiore numero di quote del Fondo”. Il che è ridicolo. Allora tanto vale dividere la quota per mille e così un lavoratore anziché sottoscriverne 30 ne sottoscrive trentamila. Una goduria!
L’IMBROGLIO. Ma l’argomentazione apparentemente più forte a favore della previdenza integrativa è un’altra, ripetuta all’unisono da più parti. Afferma per esempio Gianfranco Vezzaro, presidente del Fondo pensione del personale Bnl, in una lettera a Milena Gabanelli del 18-11-2009 che “senza la previdenza complementare il futuro trattamento pensionistico sarà assolutamente inadeguato”. Insomma, aderire ai fondi pensione e trasferirvi il tfr sarebbe indispensabile per sopperire al minor reddito futuro. Niente di più falso e nessuna migliore conferma di ciò che ripeteva il dottor Joseph Goebbels, ovvero che “basta ripetere abbastanza spesso una menzogna, perché venga ritenuta una verità”. Infatti la propria pensione si potrà integrare anche tenendosi il tfr, senza aderire a nessun fondo pensione, piano individuale previdenziale (pip) o roba simile. Basterà convertirlo in una rendita vitalizia. Anzi, tenersi il tfr è la soluzione più sicura grazie al suo aggancio all’inflazione. Infatti la scienza economica insegna proprio il contrario di quello che raccontano in Italia gestori, sindacalisti o docenti universitari e ripetono come pappagalli schiere di giornalisti economici. Si veda per esempio il libro di Zvi Bodie e Ian Sykes “Worry-Free Investing” (Prentice Hall, 2008) che indica fra investimenti consigliabili a fini previdenziali proprio i titoli legati all’inflazione. Non le azioni, tanto esaltate dall’industria della previdenza integrativa italiana. Infatti al casinò si può anche vincere, ma è meglio non puntarvi tutti i propri risparmi. Analogamente è imprudente giocarsi la pensione, e anche quella integrativa, alla roulette dei mercati finanziari. Ed è irresponsabile consigliarlo ai lavoratori, come fanno quasi tutti i sindacati italiani.

*Università di Torino - Dipartimento di Matematica

lunedì 23 novembre 2009

“I figli e i figliastri dei corporate bond”



di Beppe Scienza
La Repubblica, 23-11-2009, Affari & Finanza, p. 23


Uno dei luoghi comuni della finanza è che bisogna essere ricchi per avere accesso agli investimenti migliori. Lo ripetono quanti corteggiano la gente più danarosa con dovizia di espressioni inglesi (family office, high net worth individual ecc.), mentre poi spesso piazzano gli stessi fondi, gestioni e polizze di qualunque venditore porta a porta.
In realtà può capitare addirittura il contrario. Infatti la crisi finanziaria del 2008 ha provocato le perdite maggiori proprio ad alcuni detentori di grossi patrimoni, mentre ha solo sfiorato i piccolissimi investitori. Costoro avevano i loro pochi risparmi sul conto in banca, in Bot o buoni postali e non ci ha rimesso un euro. Viceversa hanno perso anche l’80% i possessori di alcuni fondi hedge, che poveracci proprio non sono, essendo previsti per essi versamenti minimi di 500 mila euro o dollari a testa.
Bocconi grossi. C’è però una fattispecie, forse l’unica, dove effettivamente un piccolo risparmiatore è svantaggiato. Si sta infatti diffondendo la moda di emettere obbligazioni acquistabili solo a partire da 50 mila euro o dollari e magari anche più.
Esempio eclatante è quello della Fiat. Ha due obbligazioni che scadono nel 2011, ma quella accessibile anche con qualche migliaia di euro rende solo il 3,6% lordo, mentre chi ne può investire cinquantamila ottiene il 4,8%.
Analogo discorso vale per le Mediobanca o le Monte dei Paschi di Siena con scadenza 2015-2016, come mostra la tabella http://www.dm.unito.it/personalpages/scienza/documenti/la-Repubblica-2009-11-23-tabella_obb_50mila.xls
A scanso di equivoci ricordiamo che per il reddito fisso ci si esprime sempre in termini di valore nominale, per cui la somma effettivamente investita è più o meno maggiore con quotazioni sopra a 100 e inferiore nel caso contrario.
Di alcune società poi esistono solo titoli con pezzature grosse. È il caso di Terna, la proprietaria della rete elettrica italiana, e ciò vale pure per il suo prestito reale, uno dei pochissimi indicizzati a lungo termine all’inflazione nostrana e non europea.
Addirittura sconcertante è il caso della società autostradale Atlantia, che lo stesso giorno che emetteva un titolo da 100 mila euro (e ne ha emessi solo così) usciva con un’obbligazione in sterline con taglio da mille. Come dire? Porte aperte per i piccoli risparmiatori britannici e un limite elevato invece per quelli nostrani.
Il senso di tali comportamenti, per fortuna per ora solo di una minoranza di emittenti, è poco chiaro. La cosa potrebbe aver senso tutt’al più all’emissione per ragioni di praticità, ma allora basterebbe imitare la compagnia di viaggi tedesca Tui, che nel 2004 offrì un’obbligazione settennale a partire da 50 mila euro, prevedendone però la successiva libera trattazione a tagli da mille.
Sono perplessità condivise anche da un accorto gestore obbligazionario, qual è Marco Vinciguerra, che appunto osserva che “normalmente un investitore istituzionale fa acquisti nell’ordine dei milioni di euro o dollari e quindi non gli importa nulla di quale sia il lotto minimo di un titolo”.
Ma la cosa che più sconcerta è per molte di queste obbligazioni vale un regola davvero strana: il quantitativo trattato è infatti 50 mila ma sono possibili incrementi di mille (euro o dollari). Così addirittura, per esempio con le Italease 23-11-2010 a tasso variabile, uno potrebbe comprarne 56 mila, rivenderne poi 50 mila e trovarsi così ad averne seimila, per altro invendibili. Sembra quasi un giochetto.

Titoli di stato. Abbiamo visto i comportamenti di alcune società per azioni. Cosa fanno invece gli stati? Di regola emettono titoli con tagli accessibili praticamente a qualsiasi risparmiatore. Così per le Oat francesi, comprese quelle agganciate all’inflazione, il taglio minimo è addirittura un euro. È solo la Borsa Italiana che l’ha portato a 5 mila euro.
I titoli medio-lunghi dello Stato italiano (Btp, Cct ecc.) si possono comprare a multipli di mille euro e i buoni fruttiferi postali sono emessi addirittura a partire da 50 euro.
Diverso invece il caso dell’Iraq. Chi vuole puntare sulla ripresa o almeno la sopravvivenza del martoriato paese del Vicino Oriente ha a disposizione solo un titolo da 250 mila dollari, che per la cronaca valeva 66 $ nel 2007 e ne vale ora 75, con una redditività a scadenza (2028) dell’8,5% lordo.