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sabato 26 novembre 2011

Wall Street torna a investire Ma solo su se stessa


Licenzio ma mi ricompro le mie azioni: è lo scandalo dei "buyback", che finisce in prima pagina sul New York Times. Cioè la pratica sempre più diffusa delle grandi imprese quotate che spendono miliardi di cash per acquistare azioni proprie, invece di usare i capitali per investire in attività produttive e assumere.

Tra gli esempi figura uno dei grandi nomi dell’industria farmaceutica mondiale, il gruppo Pfizer. Di recente ha licenziato 1.100 dipendenti. Ha perfino tagliato gli investimenti in ricerca e sviluppo, un’attività strategica per il futuro di un’azienda farmaceutica. Decisioni così drastiche sono forse il risultato di una crisi drammatica? Macché. La Pfizer sta “seduta” su una tale montagna di liquidità, che ha appena deciso di dedicare 5 miliardi di dollari al riacquisto di azioni proprie, dopo averne già spesi 4 miliardi in questo genere di operazione nel corso del 2011.

Gli esperti giudicano questo comportamento come un grave errore, un atto distruttivo non solo per le sue conseguenze sociali – in una fase di disoccupazione record – ma anche per il futuro delle stesse aziende. “E’ il sintomo di un problema più profondo – osserva William George della Harvard Business School – e cioè la mancanza di investimenti a lungo termine. Se non investiamo in ricerca, innovazione, imprenditorialità, saremo un paese a bassa crescita per un decennio”.

Sta di fatto che buyback, acquisti di azioni proprie, sono in forte ripresa, anche se non hanno ancora ritrovato i livelli pre-crisi. Il massimo storico fu raggiunto nel 2007 con un totale di 914 miliardi di dollari dedicati all’acquisto di azioni proprie, poi c’era stato un crollo, ma quest’anno il totale è risalito a 445 miliardi cioè il livello massimo dal 2008. Il paradosso è che la politica dei buyback non sta neppure raggiungendo l’obiettivo che si prefigge, cioè la creazione di valore per gli azionisti: visti gli andamenti dei listini di Wall Street, gli azionisti hanno poco da celebrare.

Da sinistra, è un coro di proteste. Se ne fa il portavoce l’economista Robert Reich dell’università di Berkeley, ex ministro del Lavoro nell’Amministrazione Clinton: “Questo è un modo incredibilmente poco creativo di usare il capitale”. Il sospetto è che sia qualcosa di molto peggiore: un flagrante conflitto d’interessi. I top manager, cioè quelli che decidono i buyback, hanno le loro remunerazioni legate all’andamento di Borsa. L’acquisto di azioni proprie è un modo per sostenere (o evitare cadute peggiori) quelle quotazioni da cui dipendono i loro superstipendi.

(23 novembre 2011)

sabato 6 agosto 2011

Il Tesoro Usa scende in campo e la Bce commissaria il Cavaliere


FEDERICO RAMPINI

"La Bce ha commissariato l'Italia, Trichet governa a Roma su mandato di Germania e Francia". Sono le 13 a Wall Street, manca un'ora e mezza alla conferenza stampa di Silvio Berlusconi in Italia, e i mercati sanno già tutto. Un "gabinetto di crisi" sovranazionale ha dato mandato alla Bce per scrivere l'agenda del governo italiano. "Anticipo dei tagli al deficit; pareggio di bilancio nella Costituzione; liberalizzazioni dei mercati": in tre diktat, è l'anticipazione che la Borsa americana apprende molto prima dei cittadini italiani.

La fonte che firma lo scoop è l'agenzia Dow Jones, le gole profonde stanno al Tesoro di Washington e alla Federal Reserve, e subito gli indici di Borsa recuperano.

Barack Obama a tarda sera di venerdì si mette al telefono con Angela Merkel e Nicolas Sarkozy che "ringrazia per la loro leadership". A mezzanotte ora italiana non c'erano invece conferme di telefonate con Berlusconi. Il segretario al Tesoro Tim Geithner è al lavoro dietro le quinte fin da giovedì sera. È costretto a un intervento eccezionale sui governi europei dopo il tracollo di 513 punti del New York Stock Exchange.

I suoi interlocutori privilegiati sono il leader francese che è anche presidente di turno del G7 e G20; la cancelliera tedesca; il presidente della Bce. L'obiettivo è far passare uno schema familiare a Geithner, che si fece le ossa al Fmi e nella diplomazia Usa quando i focolai di crisi erano Thailandia, Argentina, Brasile.

Per spegnerli, arrivavano gli esperti del Fmi con i diktat del "Washington consensus" nelle loro valigette.
Commissariamento dei governi inaffidabili, in cambio di aiuti. È la ricetta che ieri Geithner ha caldeggiato nel corso della giornata, nelle sue ripetute triangolazioni con Berlino, Parigi, Francoforte. A Berlusconi le condizioni sono state anticipate a metà pomeriggio dal presidente Ue Herman Van Rompuy e dal commissario all'Economia Olli Rehn: "l'Italia deve accelerare il suo risanamento", prendere o lasciare.

Sarkozy e Geithner hanno confermato, costringendo il premier italiano alla conferenza stampa. Ben più difficile era convincere la Merkel. Sull'altro piatto della bilancia, infatti, al commissariamento dell'Italia da parte di un gabinetto di crisi corrisponde l'intervento della Bce per acquisti di titoli pubblici italiani. Uno strappo alle regole del rigore monetario. Un'operazione contrastata dalla squadra tedesca in seno alla Bce: il capo della Bundesbank Jens Weidmann, il chief economist Juergen Stark, più gli alleati olandesi e lussemburghesi.

Ma Sarkozy ieri mattina ha capito di dover fare un pressing estremo su Berlino, quando ha visto allargarsi di nuovo lo spread dei tassi francesi su quelli tedeschi. A dargli man forte sono intervenuti gli americani. "Attenzione a non ripetere l'effetto Lehman - hanno detto gli uomini di Geithner agli europei - quando quella banca fu lasciata fallire nel 2008, nessuno capì che ne avrebbe trascinate molte altre a picco, e di più grosse". Chiara l'antifona: "
l'Italia ha il terzo debito pubblico mondiale in valore assoluto, se avanza verso il default non vi basterà triplicare il fondo di salvataggio europeo".

È intervenuto Ben Bernanke, il presidente della Federal Reserve, con dati inquietanti sull'esposizione delle stesse banche americane al debito pubblico italiano; figurarsi quelle francesi e tedesche. A rafforzare le pressioni americane sulla Merkel, si sono aggiunte due voci autorevoli dall'Estremo Oriente: Cina e Giappone, due mercati strategici per il made in Germany. I governi di Pechino e Tokyo hanno chiesto un'"azione coordinata" per arginare il panico creato nel giovedì nero dallo spettro del default italiano.

Per smuovere la Merkel il contributo finale lo ha dato Trichet. "Il presidente della Bce sta facendo un lavoro straordinario, dobbiamo dargli atto del ruolo prezioso durante questa crisi", confida Geithner ai collaboratori.
La mossa chiave di Trichet, è proprio quella che i mercati non hanno capito giovedì, e che ha provocato il panico. Nelle ore terribili in cui Milano perdeva il 5% e poi andava in tilt, a contenere le perdite iniziali delle altre Borse si era la diffusa la voce che la Bce avrebbe acquistato Btp italiani e bond spagnoli. Invece niente.

A sorpresa gli acquisti si erano limitati ai titoli portoghesi e irlandesi. La delusione per il mancato sostegno all'Italia aveva contribuito al tracollo del Dow Jones, la capitolazione finale. Geithner e Bernanke erano stati fra i primi a chiedere spiegazioni. Ieri la vicenda si è sciolta: il giovedì nero "è servito",
la Bce ha mostrato i muscoli alla Merkel e a Roma. Una prova di forza giocata sul filo del terrore: per costringere Berlusconi a ingoiare qualsiasi imposizione esterna; per mostrare alla Merkel fin dove poteva degenerare il panico dei mercati.

"Non possiamo correre il rischio che un altro focolaio di crisi nell'eurozona uccida le speranze di una ripresa", è l'imperativo che Obama ha sottolineato ai suoi ieri pomeriggio, prima di chiamare i leader europei. Il presidente ha incassato ieri mattina un dato di 117.000 assunzioni, meno negativo di quanto temeva, ha annunciato una nuova manovra per l'occupazione, ma ricorda che un anno fa il crac greco diffuse la sfiducia sui mercati, soffocò i germogli della crescita americana.

Oggi è ancora peggio:
l'America è già sull'orlo della ricaduta in recessione, il default di Roma va evitato ad ogni costo. Il pacchetto delle direttive confezionato tra Parigi e Francoforte, Berlino e Washington, a Berlusconi è stato consegnato a scatola chiusa. Il gabinetto sovranazionale di crisi ha avuto il suo battesimo di fuoco. Ora i mercati lo attendono al varco, e già ieri cominciavano a serpeggiare i primi dubbi: per esempio sul valore che ha, in Italia, un obbligo di pareggio del bilancio scritto nella Costituzione.

(06 agosto 2011)

domenica 5 dicembre 2010

Wikileaks, la verità americana "Silvio, un leader inaffidabile"


FEDERICO RAMPINI

NEW YORK - Due Amministrazioni Usa, George Bush e Barack Obama, due ambasciatori in Italia, un repubblicano e un democratico. Cinque anni di comunicazioni dall'Ambasciata americana di Roma al Dipartimento di Stato. Mai avevamo saputo così tanto e così presto, su quello che l'America pensa di noi. A una settimana dall'avvio del ciclone WikiLeaks, i rapporti Italia-Usa e soprattutto la posizione di Washington su Silvio Berlusconi sono messi a nudo da 3.012 dispacci confidenziali. Un pezzo di storia contemporanea disvelato senza censure, senza il velo delle cortesie diplomatiche.

Il linguaggio è così crudo che questa settimana Hillary Clinton ha già fatto opera di ricucitura, elogiando l'alleanza tra i due paesi al vertice nel Kazakistan. È la stessa attenzione per un'amicizia strategica dimostrata dal precedente ambasciatore, Ronald Spogli ("la relazione tra Stati Uniti e Italia è eccellente, una cooperazione formidabile su molti fronti") prima di aggiungere: "Sfortunatamente gli sforzi di Berlusconi per aggiustare in proprio le relazioni tra Occidente e Russia minano la sua credibilità e sono un vero disturbo per i nostri rapporti".

Spogli è l'uomo di Bush a Roma per ben quattro anni. Viene dall'alta finanza (è co-fondatore di una società di private equity), solido conservatore, al suo insediamento nel 2005 parte con un opinione favorevole su Berlusconi. Al punto da appoggiare presso la Casa Bianca l'insistente richiesta del premier italiano che vuole un supporto da Washington in vista delle elezioni del 2006 (poi vinte da Romano Prodi). In un dispaccio "secret" del 26 ottobre 2005 dal titolo lusinghiero ("Il più forte alleato dell'Europa continentale") l'ambasciatore Usa riferisce che Berlusconi vuole essere ricevuto da Bush e poi fare un discorso al Congresso americano "per aumentare le sue chance di essere rieletto". A Washington, spiega Spogli, Berlusconi vuole andare ad accreditarsi come più filo-americano di Prodi "in una fase in cui il premier è sotto di otto punti nei sondaggi e con il suo governo l'economia ristagna".

Il tono è irriconoscibile nel dispaccio che lo stesso Spogli invia due anni e dieci mesi dopo. È il 12 agosto 2008, l'ambasciatore prepara la visita in Italia del vicepresidente Dick Cheney. Un altro superconservatore, pregiudizialmente favorevole a un leader di destra come Berlusconi (nel frattempo tornato al governo). Spogli ora sente di dover mettere in guardia Cheney. Anzitutto sull'Iran dove "l'aderenza dell'Italia alle sanzioni Onu è complicata dagli interessi commerciali". Ma soprattutto c'è nel dialogo tra Washington e Roma il macigno-Putin. "Se in passato l'esistenza di un forte partito comunista in Italia ha dato alla Russia un livello d'influenza mai visto in altri paesi dell'Europa occidentale - scrive l'ambasciatore al vicepresidente - di recente il motore della relazione è il rapporto personale tra Berlusconi e Putin, basato su rispettivi interessi commerciali e la preferenza che Berlusconi ha per i leader dal polso duro". Sul dossier del gas: "Le azioni dell'Eni - avverte Spogli - stanno rafforzando la presa della Russia sugli approvvigionamenti energetici di tutta l'Europa occidentale".

La situazione si distende nei dispacci successivi, grazie all'invio di carabinieri italiani in Afghanistan, e alle uscite filo-israeliane del ministro degli Esteri Franco Frattini, registrate dall'ambasciata Usa con toni compiaciuti.
Poi la diffidenza riesplode, in maniera ancora più acuta. La ragione è sempre Putin. Stavolta i sospetti diventano gravi. E fanno la comparsa le "gole profonde" nell'entourage di Berlusconi. E' il 15 novembre 2008, quando dall'ambasciata di Via Veneto parte un rapporto allarmato. Tre giorni prima il premier italiano ha dato spettacolo a una conferenza stampa in Turchia. "Ha accusato gli Stati Uniti di avere provocato la Russia con il riconoscimento del Kosovo, lo scudo anti-missili, l'invito a Ucraina e Georgia ad avvicinarsi alla Nato".

Il rapporto al Dipartimento di Stato indica che siamo "al culmine di un'escalation di commenti incendiari e dannosi a favore della Russia da quando Berlusconi è tornato al governo". L'ambasciata descrive Gianni Letta e Frattini "sgomenti davanti all'ultima raffica di berlusconismi (sic)". I fedelissimi del premier confidano alla diplomazia americana: "Non ci ascolta, sulla Russia fa da solo". Il dispaccio segreto raccoglie per la prima volta questo elemento nuovo: "Molti suoi collaboratori sospettano che Berlusconi e i suoi accoliti abbiano rapporti di guadagno personale con l'interlocutore russo".

Le ragioni della profonda sfiducia americana vengono ricapitolate in una lunga relazione a firma Spogli. E' il rapporto più approfondito di tutti, un bilancio finale prima che l'ambasciatore repubblicano lasci la sede di Roma. Data: 26 gennaio 2009. Le imprevedibili uscite di Berlusconi vengono spiegate col fatto che il premier italiano "desidera essere visto come un attore importante nella politica estera europea". L'ambasciatore torna a insistere sul tema della "torbida connection Berlusconi-Putin" e le fonti su "profitti personali". Appare Valentino Valentini come agente nell'ombra, che a Mosca cura gli interessi personali del premier. Spogli avverte il nuovo presidente degli Stati Uniti, Obama, che Berlusconi vorrebbe addirittura "educare il giovane ed inesperto leader americano" sui rapporti con la Russia. Che Obama stia in guardia, scrive l'ambasciatore: "Berlusconi cercherà di promuovere gli interessi della Russia". Qui spunta quella definizione feroce: "E' il portavoce di Putin. Il suo desiderio dominante è rimanere nelle grazie del russo".

Nell'interregno tra i due ambasciatori americani, la sede di Via Veneto è guidata da Elizabeth Dibble, la più alta diplomatica di carriera (oggi promossa a Washington come capo di tutta la sezione europea al Dipartimento di Stato). È quella che Berlusconi definirà "funzionaria di terzo grado" dopo il ciclone-WikiLeaks. La Dibble viene sollecitata direttamente da Hillary Clinton, che il 9 giugno 2009 sull'asse preferenziale con Putin le manda a chiedere: "Cambierebbero le cose se Berlusconi non fosse più il premier?".

E' la Dibble a preparare l'arrivo di Obama in Italia per il G8 dell'Aquila. L'ambasciatrice vicaria mette in guardia il suo presidente: Berlusconi è "inetto, vanitoso, incapace come leader europeo moderno". Avere a che fare con lui, ammonisce l'alta diplomatica, "richiede molta prudenza". Nessuno a Via Veneto né tantomeno a Washington ha dato importanza alla celebre gaffe di Berlusconi su Obama "abbronzato". I problemi sono più seri. Gli americani sospettano che dietro la sistematica azione filo-russa del presidente del Consiglio ci siano motivazioni extra-politiche. Di un alleato storico come l'Italia, preoccupa questa gigantesca zona d'ombra su ciò che guida la nostra politica estera.

E' datato il 27 ottobre 2009 il primo rapporto importante a firma del nuovo ambasciatore, il democratico David Thorne. Bostoniano, legato alla tradizione liberal kennedyana, cognato di John Kerry che presiede la commissione Esteri del Senato. Thorne dipinge una fase che ha tutti i sintomi del disfacimento. Il titolo del suo rapporto segreto al Dipartimento di Stato è esplicito: "Gli scandali pesano sulla salute fisica e sulla forza politica di Berlusconi". E' ancora Gianni Letta, stavolta insieme a Giampiero Cantoni, a descrivere a Thorne un premier "fiaccato dai party notturni, senza energie, con esami medici disastrosi". (L'ambasciatore lo vedrà poi assopirsi durante un loro incontro). E' preoccupato di dover restituire 750 milioni per la sentenza sul Lodo Mondadori. E' assillato dal costo del divorzio da Veronica Lario. Lo preoccupa la sentenza del processo per mafia a Dell'Utri.

Thorne descrive "la paranoia dei complotti, l'idea che contro di lui stiano congiurando Confindustria, servizi segreti, Vaticano, Stati Uniti". Racconta l'offesa del vertice cancellato col re di Giordania perché Berlusconi "è andato a un party privato nella dacia di Putin, a festeggiare il suo compleanno, forse per sfuggire alla curiosità dei paparazzi attorno ai suoi party italiani". E' un quadro da Basso Impero, che Thorne completa però con un'avvertenza a Washington: non bisogna mai sottovalutare la capacità di sopravvivenza politica di Berlusconi. All'inizio di quest'anno (28 gennaio 2010) è la Clinton a tornare alla carica, stavolta premendo sulle due ambasciate Usa di Roma e Mosca: su Berlusconi e Putin chiede più indagini, vuole sapere "quali investimenti personali hanno, che possono guidare le loro scelte politiche".

Nel dopo-WikiLeaks è la diplomazia americana sulla difensiva. La Clinton è impegnata nel defatigante "apology tour", la tournée mondiale per chiedere scusa a tutti. Ma per nessun altro capo di governo di una democrazia occidentale, partner della Nato, i messaggi segreti della diplomazia americana hanno un carattere così esplosivo. Per Nicolas Sarkozy o Angela Merkel, sia pure oggetti di ritratti personali graffianti, non c'è ombra di quel sospetto gigantesco che incombe su tutta la politica estera italiana: di essere stata catturata nel rapporto ambiguo e inquietante fra una coppia di leader molto speciali.

(05 dicembre 2010)

sabato 27 novembre 2010

"Gole profonde nei governi alleati WikiLeaks svelerà le nostre fonti"

Julian Assange, fondatore di WikiLeaks

FEDERICO RAMPINI

NEW YORK - "I messaggi riservati dalle nostre ambasciate potrebbero rivelare che alti esponenti di governi alleati sono la fonte di informazioni imbarazzanti su quel che accade nei loro governi, dietro le quinte". A Washington una fonte del dipartimento di Stato indica così quale può essere una delle tante ricadute disastrose delle nuove rivelazioni di WikiLeaks.

C'è una gola profonda nel governo italiano, che dà notizie riservate agli americani sul presidente del Consiglio? È una delle ipotesi che hanno alimentato la "teoria del complotto" ieri a Roma.

Dalla Russia all'Italia, diversi Paesi potrebbero riconoscersi in quelle comunicazioni top secret spesso ancora affidate ai "cable" (telegrammi), tra le ambasciate Usa e Washington, che contengono "descrizioni poco lusinghiere dei loro leader". Il portavoce del Dipartimento di Stato, P. J. Crowley, ha riassunto così quei rapporti dalle ambasciate che presto saranno di dominio pubblico: "Descrivono il contenuto di incontri, l'analisi di eventi in altre nazioni, le conversazioni confidenziali con esponenti dei governi locali e con esponenti della società civile. Sono coperti dal segreto per ragioni fondate. Contengono informazioni sensibili, e rivelano le fonti di quelle informazioni". La funzione di quei messaggi, prosegue Crowley, "è aiutarci a capire quel che accade negli altri Paesi, per guidare le nostre politiche". Secondo James Collins, diplomatico Usa che oggi lavora al Carnegie Endowment for International Peace, "
quei telegrammi sono scritti con la massima sincerità, senza autocensure, possono contenere giudizi espliciti sulla situazione politica locale, resoconti di incontri tra l'ambasciatore e politici di governo o di opposizione".
L'ambasciatore americano a Roma, David Thorne, ha dovuto interrompere il "ponte" festivo di Thanksgiving per avvertire il governo italiano che gli Stati Uniti si aspettano "tensioni" per la fuga di notizie. L'arco temporale di quei documenti riservati va dal 2006 al 2009.

Quindi include due governi italiani, quello guidato a Romano Prodi e l'attuale; e due ambasciatori: il repubblicano Ronald Spogli e il democratico Thorne, nominato da Obama. A spiegare il nervosismo di
Franco Frattini e il suo allarme su "strategie dirette a colpire l'immagine dell'Italia", a Washington si rincorrono varie ipotesi. Si ricorda che Silvio Berlusconi non è mai riuscito ad avere con Barack Obama un rapporto personale paragonabile a quello che ebbe con George Bush. Un solo vertice bilaterale, obbligatorio: quello al G8 dell'Aquila. Poi basta. La richiesta di un bilaterale avanzata da Palazzo Chigi e Farnesina in occasione del vertice Nato e Usa-Ue di Lisbona il weekend scorso è stata lasciata cadere dagli americani, anche se poi Obama ha ringraziato pubblicamente l'Italia per l'invio di altri 200 soldati in Afghanistan.

La mancanza di uno stretto rapporto personale e di canali informali tra Berlusconi e la Casa Bianca, a Washington viene considerata come l'origine delle tante "teorie della cospirazione": per esempio quella su un appoggio americano alla rottura di
Gianfranco Fini. Anche le visite recenti di esponenti del Partito democratico in America, da Pierluigi Bersani a Nichi Vendola, sono state accolte con nervosismo dall'entourage di Berlusconi mentre a Washington vengono descritte come "rapporti istituzionali del tutto normali con le opposizioni". Ai frequentatori dell'ambasciata di Via Veneto, Thorne (democratico bostoniano e cognato di John Kerry, l'attuale presidente della commissione Esteri del Senato e uno dei più ascoltati consiglieri di Obama in politica estera) ha sempre spiegato che è suo compito spiegare a Washington l'importanza dell'Italia "anche a prescindere da chi la governa".

Il ruolo italiano nelle missioni Nato, in Iraq e ancor più in Afghanistan, è prezioso. Uno dei timori è che le rivelazioni di WikiLeaks possano colpire anche lì. O in altri settori dove le attività italiane possono entrare in rotta di collisione con gli interessi degli Stati Uniti. Nelle valutazioni confidenziali che i diplomatici americani inviano a Washington dalle sedi estere, sempre da fonti del dipartimento di Stato trapela la possibilità che"governi alleati intraprendano azioni in contrasto con le loro politiche ufficiali e dichiarate". Per l'Italia in passato i terreni di attrito sono stati i legami particolari con Putin, Gheddafi, o tra l'Eni e l'Iran.

A Washington tuttavia le preoccupazioni principali riguardano l'impatto-WikiLeaks nei rapporti con altri governi. Tra i primi ad essere stati avvisati sul "contenuto probabile" di quelle rivelazioni c'è stato il premier David Cameron a Londra, poi Canada, Norvegia, Svezia, Turchia, Israele, Australia.

(27 novembre 2010)

giovedì 10 giugno 2010

Intercettazioni, la "lezione" americana +26% di intercettazioni per i reati dell'alta finanza


La polizia giudiziaria e la magistratura americana aumentano il ricorso alle intercettazioni telefoniche nella lotta ai reati dei "colletti bianchi". Sempre più spesso l'Fbi sta usando contro la criminalità economica strumenti e tecnologie sperimentate nell'antiterrorismo e nella battaglia contro il narcotraffico. Lo rivela James Trainor, dirigente dell'Fbi di New York, a capo dell'unità investigativa che si occupa di banche e mercati finanziari. Evasione fiscale, frodi, insider trading: "Stiamo applicando ai reati economici e finanziari gli stessi principi in vigore per la sicurezza nazionale", spiega Trainor in un'intervista a The Wall Street Journal. "E' con questi mezzi - dice Trainor - che si può fare una prevenzione più efficace, intervenire prima che il danno raggiunga i miliardi di dollari". Agli ordini di Trainor oggi lavorano centinaia di "intelligence analyst", agenti dell'Fbi che possiedono una formazione specifica sui reati fiscali e di bilancio, sulle normative bancarie e i regolamenti di Borsa. Secondo Trainor i metodi usati dai servizi segreti per sventare complotti terroristici sono preziosi anche per "rompere la cultura dell'omertà" ai vertici delle banche e delle grandi aziende, per "rompere il silenzio tradizionale di Wall Street". "Mai più un altro affare Madoff", è il motto adottato dai reparti dell'Fbi specializzati nelle investigazioni finanziarie: il finanziere Bernard Madoff era riuscito a trafugare 15 miliardi di dollari ai suoi clienti, prima di essere scoperto.

L'uso di intercettazioni telefoniche nelle indagini è in pieno boom. In dodici mesi sono aumentate del 26%. Escludendo tutte le intercettazioni relative all'antiterrorismo e ad ogni altra inchiesta rilevante per la sicurezza nazionale (che hanno una "corsìa segreta" nella National Security Agency), i magistrati americani l'anno scorso hanno autorizzato per 2.376 inchieste il ricorso a operazioni di sorveglianza telefonica. Ma se il numero delle autorizzazioni giudizarie può sembrare basso, è perché una singola pratica riguarda un largo numero di sospetti, in media 113 persone. In totale nell'arco dell'ultimo anno le persone soggette a intercettazioni hanno raggiunto quota 268.488, sempre escludendo tutte le piste relative al terrorismo e alla sicurezza nazionale. Le intercettazioni possono essere autorizzate da tribunali federali oppure dalle corti dei singoli Stati: in quest'ultimo caso sono frequenti le autorizzazioni multiple, che riguardano oltre ai telefoni fissi e cellulari anche le email e ogni altro strumento di comunicazione elettronica.

"C'è una disponibilità sempre maggiore - dice il giurista Daniel Richtman, ex giudice federale e oggi docente alla Columbia Law School - ad estendere ai reati economici le modalità di investigazione usate contro la mafia, i narcos, le grandi organizzazioni criminali, usando gli stessi metodi verso i colletti bianchi". La ragione è evidente, secondo The Wall Street Journal: "L'opinione pubblica è diventata molto più sospettosa verso Wall Street e il mondo della finanza". L'uso dei metodi dell'antiterrorismo e dell'antimafia si giustifica per il danno economico-sociale provocato dai reati dei colletti bianchi nell'ultima grande recessione.

L'esempio più importante di un ricorso massiccio alle intercettazioni è l'inchiesta dell'autunno scorso sullo hedge fund Galleon. Contro il suo fondatore Raj Rajaratnam, il procuratore Jonathan Streeter ha autorizzato "il tipo di intercettazioni che erano più frequenti contro i grandi narcotrafficanti". Il solo Rajaratnam è stato oggetto di 18.150 registrazioni di telefonate. Grazie alle prove raccolte attraverso le intercettazioni, 21 imputati sono stati incriminati, 11 si sono dichiarati colpevoli per patteggiare le pene. Fra i condannati figura Robert Moffat, vicepresidente della Ibm e candidato a diventarne il numero uno. Le trascrizioni delle intercettazioni vennero messe a disposizione della Sec, l'organo di vigilanza sulla Borsa. Vennero rese pubbliche sui mass media dal 17 ottobre 2009 (prima diffusione attraverso l'agenzia stampa Bloomberg). Per la velocità delle indagini nel caso Galleon, il procuratore di Manhattan Preet Bharara ha confermato che "è intenzione del Justice Department estendere al mondo della finanza lo stesso tipo di sorveglianza elettronica che era tradizionalmente riservata alla mafia, al cartello della droga, e al terrorismo".

(10 giugno 2010)

venerdì 22 gennaio 2010

Operazione contrattacco


FEDERICO RAMPINI


Un duro colpo alle banche con dei limiti severi alla speculazione finanziaria. Una bordata di accuse alla Corte suprema per la sentenza permissiva sul ruolo delle lobby nella politica americana. A 24 ore dalla batosta elettorale nel Massachusetts, Barack Obama passa al contrattacco. La Casa Bianca delle ultime settimane sembrava un fortino in stato d'assedio. Ora è lui che riprende l'offensiva.

Troppo a lungo aveva lasciato l'iniziativa alla destra populista, che ha scaricato sulle sue spalle tutte le responsabilità della crisi economica. Non aveva reagito mentre a sinistra cresceva la disillusione, quasi un senso di tradimento per le riforme mancate, quel dubbio terribile espresso nelle parole del Premio Nobel Paul Krugman che sul sito del New York Times sfoga la sua amarezza: "Obama non era quello che aspettavamo".
La débacle elettorale di Boston non ha solo sottratto al partito del presidente la maggioranza qualificata al Senato, indispensabile per evitare l'ostruzionismo repubblicano contro le riforme. Quel divorzio tra gli elettori e il partito del presidente nella culla del kennedysmo, è il segnale che si sfalda a una velocità impressionante il blocco sociale che stava dietro Obama. Il miracolo del novembre 2008 era stata la capacità di cementare una coalizione eterogenea di lavoratori ed élites pacifiste, di nuove generazioni e di minoranze etniche, insieme con una quota decisiva di ceto medio moderato e indipendente. Lo slogan obamiano del "cambiamento" fu capito in modi molto diversi da ciascuna di quelle categorie, ognuna delle quali ora è delusa. Dopo un anno al governo il carisma del leader non basta a prolungare l'equivoco. Più ancora che dalla sua notevole personalità, il miracolo elettorale del 2008 era stato consentito dalla maggiore recessione da 70 anni. La crisi non è più così acuta ma i disagi sociali restano gravi. Nella vorticosa accelerazione del ciclo politico e dell'informazione, una parte della società americana ha già scordato le responsabilità di otto anni di Amministrazione Bush, e di tutto chiede i conti al presidente attuale. Perciò la prima mossa di Obama ieri è stata il blitz contro Wall Street: per tornare dalla parte dell'economia reale, dei cittadini, e rimettere nel mirino i veri colpevoli del disastro. Raramente lo avevamo sentito così aggressivo. "La mia determinazione a riformare il sistema bancario - ha detto - è rafforzata dalla loro irresponsabilità. Vedo tornare i profitti-record, nelle stesse banche che pretendono di non poter fare credito alle piccole imprese, che non rimborsano gli aiuti di Stato ai contribuenti, che non abbassano i tassi d'interesse sulle carte di credito". Con scarso senso del tempismo, proprio ieri la Goldman Sachs annunciava 13 miliardi di profitti e 16 miliardi di gratifiche ai suoi dipendenti. La reazione di Obama: le banche che raccolgono risparmio con i depositi non potranno più investire fondi propri in Borsa, né detenere hedge fund.
L'altra cosa "di sinistra" Obama l'ha detta attaccando la sentenza della Corte suprema, con una virulenza inusuale per qualsiasi presidente degli Stati Uniti
. L'alto organo costituzionale è dominato da giudici conservatori o addirittura reazionari, una stratificazione dovuta alle nomine di quattro presidenti di destra (Gerald Ford, Ronald Reagan, i Bush padre e figlio). Ieri, stracciando decenni di giurisprudenza in senso contrario, la Corte ha regalato una libertà assoluta nei finanziamenti alla politica. "È un semaforo verde per un'invasione dei poteri forti del denaro - ha denunciato Obama - è il trionfo dei petrolieri, di Wall Street, delle assicurazioni sanitarie private, che soffocheranno la voce dei cittadini americani". È un bel cambiamento di tono rispetto all'Obama ottimista e conciliante, quasi angelico, che per dodici mesi ha cercato di smussare i conflitti, di sottolineare sempre il positivo, di praticare l'ottimismo della volontà. Ecco un presidente che ora sembra dire ai suoi: da qui alle legislative di novembre è tutta campagna elettorale, serrate i ranghi e non sbagliate un solo colpo.

Al tempo stesso Obama è veloce nel mollare la zavorra che lo stava affondando. Ha capito di essersi intestardito anche troppo sulla riforma sanitaria. Non è tutto perfetto in quel progetto. Oltre a penalizzare le assicurazioni private, impone dei costi anche al ceto medio. In un paese profondamente liberista è arduo fare accettare l'obbligo universale di assicurarsi. Ora il presidente è disponibile a ripiegare su una mini-riforma, da portare a casa il più presto possibile, per spostare l'attenzione sulle vere priorità degli americani: il lavoro, la casa. Da qui alle legislative, dove Obama potrebbe addirittura perdere la maggioranza al Congresso, dieci mesi sono perfino pochi per divincolarsi dallo stato d'assedio. La destra che sembrava agonizzante un anno fa, è ripartita con un potente movimento dal basso, la rivolta anti-tasse del Tea Party che ricorda la rivoluzione conservatrice reaganiana. Hanno accerchiato la Casa Bianca con una manovra a tenaglia. Lo aggrediscono da destra sul terrorismo, sull'aborto, da "sinistra" accusando questa Amministrazione di avere aiutato nella crisi economica soprattutto Wall Street. Nessun errore è più consentito a Obama. Non quello di fidarsi troppo della propria intelligenza, del proprio talento, e della buona fede dell'opposizione. Con l'attacco frontale a Wall Street, e denunciando il denaro sporco che inquina la politica con il placet dei giudici di destra, il profeta idealista della riconciliazione nazionale ha riscoperto che in politica esiste anche questo: il nemico.

(22 gennaio 2010)

sabato 24 ottobre 2009

"Risposte del premier, un diritto dei cittadini". A Cambridge premiato Ezio Mauro


FEDERICO RAMPINI


CAMBRIDGE - "Questa è una serata in cui onoriamo la libertà di stampa, e riflettiamo sulle sfide che deve affrontare. Esiste una minaccia alla libertà di stampa dall'altra parte dell'Atlantico: in Italia, nella settima potenza industriale". Alex Jones, direttore del Center on the Press, Politics and Public Policy alla Harvard Kennedy School, ha aperto così giovedì sera la conferenza sulla libertà d'informazione nel più importante centro universitario degli Stati Uniti. La Kennedy School - prestigioso centro di formazione del personale di governo - e la Nieman Foundation for Journalism at Harvard si sono unite per assegnare un encomio a Ezio Mauro, in riconoscimento del ruolo svolto da Repubblica "in un momento di grave pericolo per la libertà di stampa in Italia".

Nel ringraziare le autorità accademiche di Harvard Ezio Mauro ha definito l'encomio "il riconoscimento di un lavoro collettivo". Il direttore di Repubblica ha aggiunto: "Il rapporto tra Stato e informazione è alquanto complesso. Tutto questo dimostra che ci sono sufficienti elementi per fare un lungo lavoro d'inchiesta giornalistica. È quello che noi stiamo facendo in Italia".

La motivazione dell'encomio cita "il coraggio con cui ha insistito nelle sue pagine perché il governo debba rendere conto ai cittadini, e perché il ruolo della stampa sia quello di esigere questa accountability". Il testo ricorda "le minacce, la pressione economica, le cause giudiziarie con la richiesta di milioni di danni" contro La Repubblica. Afferma che la battaglia di questo giornale "ha ispirato centinaia di migliaia di italiani a mobilitarsi". Conclude con "la speranza e la fiducia che la lotta per la libertà d'informazione in Italia prevarrà".

Nell'assegnare il riconoscimento a Mauro, davanti a un pubblico di docenti e di studenti nel campus universitario di Cambridge, Alex Jones ha indicato nel caso italiano un pericoloso precedente. "Ogni giorno - ha detto - La Repubblica rivolge al primo ministro dieci domande sul suo comportamento e la sua etica. Il presidente del Consiglio ignora quelle domande, reagisce con le minacce, e le televisioni nazionali non informano sui suoi scandali. Questo accade se chi ha il potere politico ha anche il potere dell'informazione". Nel cuore del New England, dove si è formata la cultura repubblicana degli Stati Uniti, dove hanno radici profonde il dettato costituzionale e il Primo Emendamento, il decano della Kennedy School ha voluto marcare una preoccupazione che supera i confini di un solo paese: "Molti di voi avranno letto notizie sugli scandali italiani. Non c'è nulla di divertente. Fa paura pensare che quel modello possa essere replicato altrove".

(24 ottobre 2009)

giovedì 10 settembre 2009

Ultimatum di Obama al Congresso


FEDERICO RAMPINI


"Non sono il primo presidente a provarci - dice - ma voglio essere l'ultimo". Barack Obama lancia il suo ultimatum al Congresso: la "sua" riforma sanitaria va fatta, e va chiusa entro quest'anno. Il presidente ritrova i toni ispirati della campagna elettorale, denuncia lo scandalo di un sistema di assistenza medica che "esclude perfino molti appartenenti al ceto medio". Fustiga il suo Paese con rara violenza: "L'America è l'unica democrazia avanzata, è l'unica nazione ricca, che si trova in condizioni così penose. Dove le assicurazioni ti possono revocare ogni assistenza col pretesto di una malattia pre-esistente; o perché hai perso il lavoro". Racconta storie tragiche, come quella di una donna abbandonata dall'assicurazione nel bel mezzo della chemioterapia per il tumore al seno.

"Dobbiamo offrire un'assistenza sanitaria alla portata dei 46 milioni di americani che non ce l'hanno. Nessuno dovrebbe finire in bancarotta solo perché si è ammalato. Siamo a un punto di rottura, il tempo dei giochi politici è finito". Obama annuncia la sua controffensiva sulla riforma sanitaria, un test decisivo. Lo fa in un attesissimo discorso davanti alle Camere riunite e alla nazione, in diretta alle otto di sera locali su tutti i network tv. E' la sfida su cui si gioca la sua presidenza.

Dopo un'estate in affanno, messo in difficoltà dagli attacchi dell'opposizione e con indici di popolarità in declino (il 52% dei cittadini lo boccia sulla sanità), il presidente scende in campo e si gioca la sua autorevolezza. Capisce di aver sbagliato a lasciare la briglia sciolta al Congresso. "Non perderò più il mio tempo", minaccia: è un ultimatum contro chi vuole solo sabotare la riforma. Annuncia per la prima volta dei principi non negoziabili, i contenuti che devono essere nella nuova legge, senza i quali opporrà il veto.

Il primo rassicura i moderati: "Non un centesimo di deficit pubblico in più". Questa riforma da 900 miliardi di dollari "deve autofinanziarsi", attraverso risparmi, tasse sulle assicurazioni private e i contribuenti ricchi. Ma ricorda che il costo di questa riforma è molto inferiore a quello delle guerre in Iraq e in Afghanistan, o agli sgravi fiscali per i ricchi varati da George Bush.

Il secondo principio: "Migliorare l'assistenza per chi l'ha già; offrirla a quelli che finora non possono permettersela". E' un dosaggio di giustizia sociale per affrontare una delle piaghe più gravi dell'America e di stabilità. Guai a spaventare gli americani che lavorano nelle grandi aziende, hanno polizze assicurative soddisfacenti, e perciò temono "la mutua di Stato". Su questo punto controverso - il varo di un'assicurazione pubblica - Obama resta prudente e non pone pregiudiziali. Non è vera riforma, dice, senza "un'autentica possibilità di scegliere, una concorrenza che offra agli americani diverse opzioni". Oggi la sanità lasciata alle forze di mercato non funziona, ricorda il presidente. Le compagnie assicurative si riservano di negare le polizze ai soggetti a rischio, e perfino di cancellarle per chi viene colpito da malattie gravi. Questo "sarà vietato per legge".

Il costo delle polizze oggi è alle stelle, è proibitivo per piccole aziende, autonomi, disoccupati. La folle "inflazione medica" costringe gli Usa a spendere il 16% del Pil per la sanità, molto più degli altri Paesi sviluppati e con risultati inferiori. Offrire un'assicurazione pubblica in concorrenza con le private, secondo Obama "aiuterebbe a migliorare la qualità delle cure e a ridurre i costi".

Il presidente fa un gesto gradito alla sinistra del suo partito, che vuole l'opzione pubblica come garanzia di equità. Sul fronte opposto c'è la furiosa resistenza dei repubblicani e delle lobby del capitalismo sanitario. Obama non si spinge fino alle estreme conseguenze. Non minaccia il veto presidenziale se la riforma non conterrà l'opzione pubblica. Può accettare una fase transitoria in cui si sperimenta la creazione di cooperative per far concorrenza alle assicurazioni private.

Preannuncia una "Borsa delle polizze" in cui cittadini e datori di lavoro possano selezionare le offerte più competitive. "Sono aperto a idee nuove, non ho rigidità ideologiche", insiste il presidente. Condanna la campagna di calunnie organizzata dalla destra repubblicana durante l'estate, con l'appoggio della lobby assicurativa: la riforma sanitaria è stata accusata perfino di imporre l'eutanasìa obbligatoria, negando le cure agli anziani per ridurre le spese. Smentisce anche l'accusa di voler estendere gratis l'assistenza agli immigrati clandestini. "La Casa Bianca ha cercato di mantenere un tono civile. Gli avversari hanno usato tattiche del terrore. Spero che il partito repubblicano riscopra la voce della ragione. Troveranno un partner disponibile". Riserva strali acuminati alle compagnie assicurative, che "guardano solo ai profitti da esibire a Wall Street, e strapagano i loro top manager".

"Sull'80% delle misure c'è ormai un accordo", dice, ma nonostante l'ottimismo Obama non ha fatto breccia nell'opposizione. Il partito repubblicano è convinto che sulla sanità potrà affondare questo presidente, come fece con Bill Clinton nel 1993. Questa legge è uno snodo decisivo: se Obama non la porta a casa entro l'anno, tutta l'agenda delle riforme è a rischio. Ma se sui repubblicani non ci sono più illusioni, le aperture al dialogo di Obama in realtà hanno altri obiettivi. Vuole ricompattare il suo partito democratico, divaricato tra l'ala progressista che vuole una riforma audace, e i moderati che temono un'ulteriore esplosione di spesa pubblica. Soprattutto Obama si rivolge alla nazione, per spazzare via miti e leggende sul "socialismo sanitario" che hanno seminato l'ansia. Quattro dei cinque disegni di legge in esame al Congresso soddisfano i suoi "principi essenziali": assicurazione obbligatoria per tutti, sussidi pubblici per chi non può permettersela, controlli sulle tariffe assicurative, e divieto di escludere i pazienti.

Il presidente tira fuori, nel finale a sorpresa, una lettera che Ted Kennedy gli scrisse prima di morire. E' il momento più alto del suo discorso. "Siamo di fronte a una sfida morale, che riguarda i principi fondamentali di giustizia sociale. E' in gioco il carattere stesso della nostra nazione. Non possiamo accettare rinvii, non possiamo fallire questo appuntamento con la storia".

(10 settembre 2009)

domenica 30 agosto 2009

Affondo del Wall Street Journal "La Santa Sede umilia Berlusconi"


FEDERICO RAMPINI


NEW YORK - "Il Vaticano umilia Berlusconi dopo l'attacco del suo giornale". Il titolo è a sei colonne sul Wall Street Journal, un'evidenza insolita per il principale quotidiano finanziario degli Stati Uniti. L'articolo esordisce così: "Il primo ministro italiano Silvio Berlusconi ha ricevuto uno sgarbo pubblico inusuale da parte del Vaticano, dopo che un quotidiano controllato da suo fratello aveva attaccato il direttore di un influente giornale cattolico per le critiche alla vita privata del premier".

Considerato "la Bibbia" dell'establishment capitalistico americano, primo quotidiano economico al mondo per diffusione, The Wall Street Journal è solidamente conservatore. Non aveva ancora dato un tale rilievo alle vicende di Berlusconi. L'articolo osserva che "l'incidente con il Vaticano accade in un momento delicato per il primo ministro". Ricorda che le rivelazioni sulla sua vita privata negli ultimi mesi "hanno fatto sì che le sue relazioni con la Chiesa cattolica sono diventate sempre più tese". Il lungo servizio da Roma conclude: "L'intenzione di Berlusconi di partecipare alla Perdonanza era vista come un gesto nel senso del pentimento. La Santa Sede non ha voluto che fosse strumentalizzata come una benedizione alle sue posizioni politiche e alla sua vita personale".

Lo spazio dedicato a questa vicenda dal Wall Street Journal, che fa parte del gruppo Dow Jones di proprietà di Rupert Murdoch, segnala un salto di visibilità nei mass media americani, finora meno attenti rispetto a quelli inglesi, tedeschi, francesi e spagnoli. Sulla causa per diffamazione contro i giornali, il Wall Street Journal riprende la tesi dell'editoriale di Repubblica sul tentativo del premier di dirottare l'attenzione dalle sue difficoltà personali.

(30 agosto 2009)

sabato 25 luglio 2009

Shanghai si ribella al figlio unico. "Aumentano i vecchi, fate più bimbi"


FEDERICO RAMPINI


PECHINO - Contrordine compagni: crescete e moltiplicatevi. Dopo trent'anni di rigido controllo delle nascite, spesso applicato con terribili abusi contro i diritti umani, ora Shanghai dà il segnale di una svolta storica. Afflitta da un rapido invecchiamento demografico, angosciata da scenari di penuria della manodopera e crac previdenziale, la città simbolo del capitalismo cinese osa attaccare il tabù del figlio unico.

Spesso all'avanguardia nelle svolte politiche, la capitale finanziaria lancia un nuovo slogan - "due genitori, due figli" - che anticipa un ripensamento generale delle regole sulla natalità nella nazione più popolosa del pianeta.

Il cambiamento è annunciato dal principale quotidiano cittadino, che dà ampio spazio alla "campagna d'informazione" delle autorità municipali. Ufficialmente infatti il Comune di Shanghai non compie uno strappo rispetto alla politica demografica nazionale, ma vuole sensibilizzare la popolazione alle numerose eccezioni consentite rispetto alla regola del figlio unico. La più importante: quando due sposi sono entrambi figli unici, scatta il permesso automatico per avere due figli, in modo da pareggiare il bilancio demografico ed evitare un brusco calo della popolazione. L'eccezione, almeno secondo i dirigenti di Shanghai, non sarebbe abbastanza nota, e non tutte le coppie che vi hanno diritto la stanno utilizzando.

La "campagna per i due figli" può preludere però a una revisione più generale delle regole, auspicata da tempo da autorevoli economisti e demografi cinesi, per gli effetti perversi che la denatalità sta producendo. La città di Shanghai ne è una dimostrazione estrema. Su 15 milioni di residenti ufficiali nella metropoli industriale e finanziaria, gli ultrasessantenni sono già oggi più di tre milioni, il 21,6%. Entro dieci anni saranno oltre un terzo. Shanghai vive in anticipo quello che diventerà l'incubo di tutta la Cina: entro il 2050 nell'intera Repubblica Popolare ci saranno solo 1,6 adulti in età lavorativa per mantenere ogni pensionato. Il rapporto era di 7,7 a 1 nel 1978, quando venne imposta la politica del figlio unico.

Il colosso asiatico conoscerà presto i problemi tipici delle società mature: l'eccesso di anziani rispetto ai giovani crea tensioni sul mercato del lavoro, nei sistemi pensionistici e sanitari. Squilibri tanto più sconvolgenti in una nazione con 1,3 miliardi di abitanti, e finora pressoché priva di Welfare State. Anche la famiglia ne risente: da tempi ancestrali nelle società d'impronta confuciana gli anziani sono accuditi da figli e nipoti, ma questo diventa impossibile se il rapporto è di quattro nonni per un nipote come succede in alcune zone della Cina.

L'allarme-denatalità è già discusso ai massimi livelli nel governo e nel Partito comunista. Finora però i cambiamenti drastici sono stati rinviati. I leader cinesi ricordano che, senza la regola del figlio unico, oggi il paese avrebbe 400 milioni di abitanti in più da sfamare. Perciò si è proceduto con piccoli aggiustamenti e un proliferare di eccezioni, come i "privilegi" concessi ai contadini poveri e alle minoranze etniche.

(25 luglio 2009)

venerdì 28 novembre 2008

La ricchezza nel mirino

LA REPUBBLICA
di FEDERICO RAMPINI

L'India ancestrale delle faide religiose ha colpito selvaggiamente la sua figlia più splendida: Mumbai, la città-simbolo di una modernizzazione ammirata nel mondo. Un odio secolare si avvinghia alla più grande democrazia della storia e strangola la sua capitale economico-finanziaria. Il terrore aveva già insanguinato Mumbai due anni fa - 180 morti - ma fu una "strage povera", di pendolari, non colpì i pilastri del miracolo economico. Stavolta li hanno centrati tutti.

A cominciare dai due hotel Taj Mahal e Oberoi perennemente affollati da delegazioni confindustriali e bancarie, tappe obbligate per il Gotha del capitalismo planetario e per i turisti occidentali. Lì vicino: il Bombay Stock Exchange (una delle Borse più sfavillanti dei paesi emergenti prima del crollo di Wall Street), la Reserve Bank of India che gestisce il nuovo status internazionale della rupia, i quartieri generali di colossi multinazionali come Tata, Reliance, Infosys, Mittal. È l'India che s'impadronisce di Jaguar e Land Rover; quella che si lancia nella conquista dello spazio. È Bollywood, il nuovo centro dell'industria cinematografica mondiale. L'orrore assedia 13 milioni di abitanti in una megalopoli dai più alti tassi di sviluppo urbano del mondo, un porto sulle rive del Mare Arabico snodo dei nuovi traffici con Europa e Stati Uniti ma anche Golfo Persico, Corno d'Africa, sudest asiatico. Grande centro culturale, patria di artisti di avanguardia; Maximum City vibrante, caotica e seducente; covo di potentati mafiosi; lussuose ville delle star e baraccopoli immonde affiancate nella promiscuità. Mumbai è il concentrato della "Incredible India!", la nazione protagonista di un formidabile sviluppo materiale che ha liberato centinaia di milioni di persone dalla miseria ma ha visto aumentare le diseguaglianze sociali; ha raccolto con successo la sfida della globalizzazione ma ha subìto dei contraccolpi traumatici nel suo tessuto civile. Attaccando Mumbai si è voluto colpire il ponte fra Oriente e Occidente, un melting pot di influenze culturali e di relazioni d'affari, la patria di una nuova generazione sofisticata e cosmopolita che parla inglese come prima lingua: e che in queste ore è risucchiata in una barbarie arcaica, annichilita dai fantasmi del passato.


Da più di un millennio l'India è la terra di frontiera fra l'ultima grande religione politeista - l'induismo - e l'avanzata dei grandi monoteismi, il cristianesimo e soprattutto l'islam. Già sotto gli imperatori musulmani Moghul nel XVII secolo il subcontinente dimostrò fra quali poli estremi poteva oscillare: dall'armoniosa convivenza delle comunità di credenti sotto Akbar, al fanatismo di Aurangzeb che alimentò risentimenti inestinguibili fra gli induisti. Gli inglesi ereditarono l'odio fra indù e musulmani, lo sfruttarono per dividere i sudditi e controllare meglio l'impero coloniale; nell'epoca del puritanesimo vittoriano vi aggiunsero un proselitismo che diede anche al cristianesimo un piglio aggressivo. Il carisma spirituale di Gandhi realizzò l'unione fra gli indiani di ogni credo nella battaglia pacifica per l'indipendenza. Ma la fragile intesa si spezzò con la secessione delle regioni a più forte densità islamica, per creare uno Stato confessionale. La Partizione del 1947 fu accompagnata da atroci pogrom e carneficine: un milione di morti, 11 milioni di profughi, la più grande migrazione forzata della storia.

Sessant'anni dopo quelle ferite non sono mai state completamente sanate. La democrazia laica, tollerante e federalista, lo Stato di diritto, lo sviluppo economico, hanno fatto meraviglie nell'accomodare tutte le componenti religiose dentro la Repubblica indiana. Ma i 150 milioni di musulmani restano mediamente più poveri e meno istruiti. Anche se a maggioranza si riconoscono nella democrazia indiana, i bassifondi islamici di Mumbai trasudano di legittime recriminazioni. Con l'emergere del nuovo integralismo le madrasse che predicano l'odio - finanziate dai petrodollari sauditi - si moltiplicano anche a Mumbai. Di converso è tornato alla ribalta un prepotente nazionalismo indù con frange di stampo fascista, ben radicato nella casta braminica, capace di feroci violenze di massa contro i musulmani (o i cristiani).

Nella carne viva di Mumbai i conflitti antichi s'incrociano con le dinamiche del XXI secolo. I boss della mafia islamica di Mumbai gestiscono il narcotraffico via satellite dai loro superyacht al largo di Dubai, allacciano alleanze con i Taliban afgani, offrono coperture logistiche al terrorismo. Il Pakistan nucleare, coccolato dall'America come un alleato strategico nella lotta contro Al Qaeda, ha servizi segreti che dirottano gli aiuti di Washington per foraggiare la jihad in India. Lo stesso fanno i servizi segreti del Bangladesh. Per tutte quelle classi dirigenti islamiche che hanno fallito l'appuntamento con la modernizzazione, il successo dell'India è una insopportabile anomalia che va soppressa. Ma il fascino del fondamentalismo penetra anche in una gioventù colta, figlia dell'India hi-tech. È un fenomeno globale: in mezzo a giovani élites completamente occidentalizzate nei costumi, s'infilano schegge di un fanatismo antico, viscerale e irriducibile. A Mumbai prendono di mira la parte più innovativa dell'India, ponte tra civiltà, snodo centrale di un nuovo ordine mondiale. La ripugnante caccia all'occidentale negli hotel Taj e Oberoi è un modo per cancellare tutto ciò che Mumbai rappresenta: dinamismo e cambiamento, società aperta, crogiuolo di una nuova identità multietnica. Dopo l'escalation di stragi nei mesi scorsi a Bangalore e Hyderabad, le due Silicon Valley dell'informatica, l'attacco più terribile ha bussato alle porte di Bollywood: vicino alla fabbrica dei sogni, vuole uccidere anche simbolicamente quella speranza indiana che tiene uniti un miliardo di esseri umani.


(28 novembre 2008)