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sabato 18 dicembre 2010

Fini può essere un problema nel terzo polo


LUCA RICOLFI

Ora che il fumo e la polvere si sono un po’ diradati dai molti campi di battaglia - Parlamento, piazze, mass media - forse si può cominciare a trarre qualche lezione da quello che è successo martedì, quando è fallito l’ultimo tentativo di disarcionare il Cavaliere.

La lezione più importante mi sembra questa: forse non vedremo mai la sconfitta politico-elettorale di Berlusconi. Dopo l’ultima, infruttuosa, sfida di Veltroni (elezioni del 2008), i tentativi di porre fine alla stagione del berlusconismo sono stati solo di quattro tipi, non propriamente politici: giudiziario, mediante i processi; mediatico, mediante le campagne di stampa; fisico, mediante il lancio di oggetti contundenti; parlamentare, mediante il passaggio all’opposizione di deputati e senatori di maggioranza. Né le dichiarazioni delle opposizioni dopo la sconfitta suggeriscono che, per il futuro, le vie privilegiate si discosteranno dalle solite: spasmodica attesa per il verdetto della Corte Costituzionale sul legittimo impedimento, manovre di palazzo, imboscate parlamentari quotidiane. Il «vasto programma» dei principali leader di opposizione, infatti, si sostanzia essenzialmente in una sequela di annunci di guerra: ora ci divertiamo, aspettatevi un «Vietnam parlamentare», non potete fare niente se non trattate con noi.

Tutto ciò, a mio parere, allontana di molto l’eventualità che alle prossime elezioni vi sia un’alternativa credibile all’attuale centro-destra. E nondimeno il modo in cui il problema si pone nelle due opposizioni, quella di sinistra e quella del Terzo polo, è alquanto diverso. A sinistra il problema di fondo è la conclamata incapacità di un gruppo dirigente, ormai consunto dai propri riti e prigioniero della sua storia, di abbandonare rivalità interne, settarismi, riflessi condizionati, abitudini mentali, prima fra tutte quella di ragionare per alleanze e per formule astratte. Più che mai resta vero, quasi dieci anni dopo, quel che profeticamente ebbe a dire Nanni Moretti: «Con questi dirigenti non vinceremo mai!».

Nel caso del Terzo polo, invece, il problema non è quello di costruire un’alternativa al centro-destra, bensì quello di correggerne l’evoluzione o, se preferite, di pilotare la nascita della sua variante post-berlusconiana. Il problema di Fini e Casini, non da oggi, non è solo (e forse nemmeno prevalentemente) il legittimo desiderio di succedere a Berlusconi, ma è il tipo di centro-destra che Bossi e Berlusconi hanno costruito intorno a sé stessi. Un centro-destra cui, non senza motivo, vengono rimproverati il populismo, lo scarso rispetto per le istituzioni, l’ostilità verso gli immigrati, la disattenzione per il Mezzogiorno, e infine di aver tradito la promessa di una «rivoluzione liberale». Anche se quest’ultimo rimprovero non può certo essere riservato a Bossi e Berlusconi (in passato i partiti di Fini e Casini sono stati ancora più statalisti e spendaccioni), è vero che la maggior parte dei rimproveri non sono infondati. Si possono condividere oppure no le ragioni di Fini e Casini, ma resta il fatto che la loro visione della politica, la loro idea di centro-destra, i valori che essi difendono, sono perfettamente ragionevoli. Meritano una discussione seria. Hanno tutto il diritto di aprire una riflessione.

È qui, però, che interviene una complicazione non da poco. La credibilità di Casini e quella di Fini sono del tutto diverse. Casini ha iniziato la sua battaglia da molti anni, fin da quando era Presidente della Camera (legislatura 2001-2006). Il suo comportamento, sia come terza carica dello Stato, sia come leader dell’Udc, è stato sempre corretto, e fondamentalmente leale verso gli alleati. Quando non è stato più in sintonia con Berlusconi, ha scelto di correre da solo, ed è stato all’opposizione sia contro il centro-sinistra sia contro il centro-destra. La sua opposizione è stata quasi sempre costruttiva. Le cose che dice ora le ripete da molti anni.

Non così Fini. Il suo punzecchiamento nei confronti di Berlusconi è iniziato poco dopo lo scioglimento di An nel Pdl. I motivi del suo passaggio all’opposizione sono stati troppo evidentemente strumentali, tardivi, e difficili da conciliare con le sue scelte passate, sempre largamente in sintonia con quelle di Berlusconi. Una certa mancanza di pudore, o di buon gusto, gli ha impedito di arrossire al momento di denunciare cose da lui stesso ampiamente approvate (l’orribile legge elettorale) o giustificate (le leggi ad personam). Soprattutto, nessuno ha capito perché il suo nuovo partito, dopo avere dato la fiducia a Berlusconi sui famosi cinque punti (29 settembre), anziché spiegare in che cosa il governo li stesse tradendo, ed eventualmente aprire una battaglia sui contenuti, abbia preferito ingaggiare un confronto di principio, tutto interno al codice della politica, e come tale intraducibile nel linguaggio della gente comune: ci vuole una «discontinuità», non ci fidiamo di Berlusconi ma siamo «disponibili a un Berlusconi-bis», si deve «aprire una nuova fase», ci vuole «un governo che governi» (paradossale detto da chi lo paralizza da mesi).

Di qui un problema grande per il Terzo Polo. Molte cose che i suoi esponenti dicono sono più che sensate. Diverse critiche a Berlusconi e al berlusconismo sono preziose per uscire dalle secche in cui siamo incagliati. La loro visione della politica e del futuro dell’Italia merita rispetto e considerazione. Però il modo in cui i temi cari al Terzo Polo sono stati portati nel dibattito politico da Fini e dal suo partito rischiano di bruciarli. La spregiudicatezza dell’operazione condotta da Futuro e Libertà rischia di gettare discredito su una visione della politica e del mondo che tanti altri, con più pazienza e più rispetto per gli avversari, difendono da anni e anni.

Non resta che augurarsi che l’opinione pubblica non getti il bambino con l’acqua sporca. E che il bambino - l’idea di una destra diversa da quella che abbiamo conosciuto - riesca a fare qualche passo nella politica italiana.

lunedì 13 dicembre 2010

Il palazzo degli incredibili


LUCA RICOLFI

C’è qualcosa di surreale nel dibattito di questi mesi in Italia. Se provate a fare una statistica delle parole più ripetute da giornali e televisioni troverete che sono parole come Berlusconi, Fini, Bocchino, Fli, fiducia, sfiducia, maggioranza, voto. Da mesi l’Italia è appesa a un malsano sentimento di sospensione, di incertezza, di attesa. Prima l’attesa per il discorso di Fini a Mirabello (5 settembre), poi quella per il discorso di Berlusconi in parlamento (voto di fiducia del 29 settembre), poi quella per il discorso di Fini a Bastia Umbra (7 novembre), infine quella per il discorso che Berlusconi terrà domani, seguito dal doppio voto di fiducia (al Senato) e di sfiducia (alla Camera). In mezzo le esternazioni di Bersani, di Casini, di Bocchino, le decine e decine di interviste dei leader minori, per non parlare delle penose conferenze stampa dei parlamentari in procinto di cambiare bandiera.

E tutto questo per che cosa? Per un voto che, comunque vada, servirà solo a decidere una manche della partita a tennis che Berlusconi e Fini da due anni stanno giocando sulla pelle di tutti noi. Vista dall’esterno, ad esempio da un qualsiasi Paese europeo, è una situazione ridicola, per non dire tragica.

Mentre il mondo vive una delle più drammatiche crisi dei rapporti internazionali dai tempi della caduta del Muro di Berlino, mentre le economie avanzate si trovano di fronte a rischi immensi (da una stagnazione di anni, fino al crollo dell’euro e del dollaro), mentre gli esperti si dividono sulle migliori terapie da adottare, noi - e dicendo noi parlo innanzitutto dell’informazione - perdiamo ancora del tempo e dell’attenzione a interpretare una frase di Bocchino, a decodificare una battuta di Bossi, a indovinare le intenzioni di un parlamentare «corteggiato» (per non dire altro). Un doppio provincialismo attanaglia il discorso pubblico: siamo provinciali perché parliamo sempre e solo dell’Italia, ma siamo provinciali anche perché, con gli immensi problemi economico-sociali che l’Italia ha di fronte, con le enormi difficoltà che ci attendono, permettiamo al nostro ceto politico di baloccarsi nei suoi giochi di palazzo, nelle sue vanità, nelle sue miserevoli rivalità personali, senza mai metterlo di fronte alle sue responsabilità vere. Che non sono di salvare un governo, o di costituirne uno nuovo, ma di offrire soluzioni credibili. Possibilmente più credibili di quelle che l’attuale governo ha fornito fin qui. A me non pare che i protagonisti dell’attuale tempesta in un bicchier d’acqua parlamentare lo stiano facendo. Non mi pare che siano minimamente credibili.

Non è credibile Berlusconi, che si è permesso il lusso di governare mediocremente in una situazione che avrebbe richiesto ben altre priorità (quanto tempo è stato dissipato sui problemi giudiziari del premier?) e ben altro coraggio (come si può pensare di combattere gli sprechi con i tagli lineari?).

Non è credibile Fini, la cui giusta battaglia per una destra moderna (e normale) è compromessa dai modi in cui viene combattuta e dai soggetti che la conducono. Agli osservatori non accecati dalla passione politica è fin troppo evidente che la scoperta dei limiti del berlusconismo è tardiva, strumentale e insincera. E ancor più evidente è la scorrettezza di combattere una rancorosa guerra politico-personale dalla posizione di presidente della Camera, una scorrettezza istituzionale che le opposizioni non stigmatizzano solo perché, in questa fase, fa loro gioco.

Ma non è credibile, purtroppo, neppure Bersani. Il quale ha perfettamente ragione quando dice che, con i mercati finanziari in agguato, con gli enormi problemi del nostro debito pubblico, non possiamo permetterci di andare alle urne ora. Ma dimentica di aggiungere che, altrettanto se non più pericolosa per la stabilità dell’economia, è la prospettiva su cui l’opposizione di sinistra mostra di giocare le sue carte: quella dell’apertura di una «fase nuova», una stagione di negoziati e manovre politiche il cui sbocco sembra essere un governo degli sconfitti alle ultime elezioni, pudicamente battezzato «governo di responsabilità istituzionale».

Non sono fra quanti assumono che siamo ormai fuori dal regime parlamentare, e che quindi la caduta di un governo implichi automaticamente il ritorno alle urne. Su questo la penso come Giovanni Sartori: la flessibilità dei regimi parlamentari, in virtù della quale, caduta una maggioranza, si può tentare di costituirne un’altra, non è un difetto ma semmai un pregio di tali regimi. Però est modus in rebus. Un conto è ritoccare una maggioranza, un conto è capovolgerla. E, anche ammesso che si voglia e si possa varare un governo degli sconfitti, il punto essenziale è uno solo: un governo per fare cosa?

E’ qui che l’opposizione rivela tutta la sua inconsistenza. Non solo perché è divisa persino sulla legge elettorale (l’unico suo vero cavallo di battaglia), ma perché nessuno ha finora prodotto risposte convincenti alle domande fondamentali. Ad esempio: sulla politica economico-sociale seguireste le idee di Ichino o quelle di Vendola? Quelle dell’ala riformista del Pd o quelle della Cgil? Ancora più sacrifici per ridurre le tasse sui produttori, o più spesa per salvare l’università, la ricerca, la cultura? Un federalismo più responsabile o più solidale? E soprattutto, visto che la torta non cresce più, dove trovare i quattrini di cui c’è bisogno?

Né basta rispondere con le solite formule: riduzione dei costi della politica, contrasto all’evasione fiscale, lotta alle rendite. Su quei versanti le risorse ulteriori che si possono reperire in tempi brevi sono molto scarse (costi della politica), o sono già contabilizzate fin troppo ottimisticamente nella manovra finanziaria (evasione fiscale), o sono armi a doppio taglio (che ne sarebbe delle aste sui titoli di Stato se, in questo frangente, l’Italia decidesse di tassarli di più?). Sono convinto anch’io che ci voglia una nuova agenda economica, e che il prudente attendismo di Tremonti non basti più. Ma il punto è che chiunque aspiri a guidare una nuova politica economica e sociale non può cavarsela con formule propagandistiche. Perché il primo problema di qualsiasi governo europeo in questa fase non è di convincere i propri cittadini, ma di convincere anche i mercati. La mia impressione è che molti critici di Tremonti semplicemente non si rendano conto degli ordini di grandezza in gioco: mentre si discute di alcune centinaia di milioni in più o in meno a qualche ente locale o ministero o istituzione, non ci si rende conto che un aumento anche di un solo punto del costo del nostro debito pubblico ci può presentare, di colpo, un conto da 18 miliardi di euro all’anno, una somma pari ad una Finanziaria e 50-100 volte superiore alle cifre di cui con tanto accanimento si parla e si negozia in questa stagione di tagli.

Per questo la vacuità dell’opposizione è un problema per l’Italia. Se cacciare Berlusconi, o «aprire una nuova fase», bastasse per avviarci a una soluzione dei nostri problemi, non troveremmo nulla di preoccupante nella deriva identitaria del Pd, nel tentativo di Bersani di «scaldare i cuori» più e meglio di Nichi Vendola. Ma purtroppo non è così. Il rischio non è che Berlusconi resti in sella, visto che al suo disarcionamento stanno già lavorando il tempo, la (non infinita) pazienza degli italiani, nonché la sua attitudine ad «autoribaltarsi», come causticamente ha fatto notare Bersani. Il rischio vero è che, nel momento in cui Berlusconi sarà costretto a farsi da parte, non ci sia nessuno abbastanza credibile, e abbastanza ferrato, da saper portare la nave dell’Italia al riparo dalla tempesta che l’attende.

domenica 28 novembre 2010

Pdl e Pd, tramonti paralleli


Non so se andremo a nuove elezioni presto, ad esempio il 27 marzo 2011, come ipotizzano in molti.

Però mi pare improbabile, molto improbabile, che la legislatura duri fino al suo termine naturale, nella primavera del 2013.

E questo a prescindere da come andrà a finire il B-day (14 dicembre), ovvero il giorno in cui, su Silvio Berlusconi e il suo governo, si pronunceranno sia la Corte costituzionale (sul «legittimo impedimento», l’attuale scudo giudiziario del premier), sia il Parlamento, con un doppio voto di fiducia (al Senato) e sfiducia (alla Camera).

L’attuale impossibilità di governare, infatti, sembra destinata a perpetuarsi quale che sia l’esito di quel voto: se Berlusconi dovesse essere sfiduciato potrebbe sopravvivere solo imbarcando Fini e/o Casini, con conseguente abbandono del punto più importante del programma di governo (il federalismo); se viceversa dovesse ottenere la fiducia, la situazione sarebbe ancora più precaria.

Perché il margine di voti in Parlamento sarebbe così piccolo e incerto da precipitarci in una nuova era Prodi, fatta di piccole manovre politiche e sostanziale paralisi.

Meglio nuove elezioni, dunque?

Non è detto, purtroppo. Il mero fatto di interrompere anticipatamente la legislatura potrebbe esserci fatale, perché nei molti mesi che intercorrerebbero fra la caduta di Berlusconi e l’insediamento del suo successore i mercati finanziari potrebbero disfare in poche settimane l’opera di tamponamento pazientemente compiuta da Tremonti in questi due anni. Un’opera su cui si possono avere opinioni diverse, ma che comunque ha finora permesso all’Italia di stare al riparo dalla speculazione internazionale, evitando una lievitazione del costo del debito pubblico.

Ma supponiamo per un attimo che un simile pericolo non esista e che, miracolosamente, l’Italia si possa permettere il lusso di affrontare i prossimi sei mesi in uno stato di apnea, in attesa che il ritorno alle urne ci restituisca un governo nuovo di zecca. Che cosa ci garantisce che, una volta tornati a galla dopo il voto, avremmo un tale governo?

Gli esperti di cose elettorali concordano almeno su una cosa: né il centro-destra né il centro-sinistra potrebbero ottenere la maggioranza dei seggi sia alla Camera sia al Senato. E questo, è importante sottolinearlo, non perché la legge elettorale è «una porcata» (come molti amano ripetere) ma, paradossalmente, perché non lo è abbastanza. La presenza del premio di maggioranza nazionale alla Camera rende la legge iniqua (si può avere il 55% dei seggi con il 35% dei voti), ma la sua assenza al Senato tende a produrre ingovernabilità, perché nessun meccanismo assicura che chi ottiene la maggioranza dei seggi alla Camera possa averla anche al Senato.

Se ne potrebbe concludere che il problema è la legge elettorale, e che dunque la soluzione è vararne una nuova. Ma non è così. La legge elettorale è un problema, se non altro perché allontana (comprensibilmente) i cittadini dalla vita politica. Ma non è il problema, perché nessuna legge elettorale può darci, nella stagione di tramonto del berlusconismo, quello di cui avremmo davvero bisogno. E cioè un’alternativa politica e culturale al berlusconismo stesso. Potrà sembrare strano dire quel che sto per dire, ma le vicende di questi mesi ci mostrano invariabilmente due tendenze apparentemente inconciliabili: la mesta fine del berlusconismo e l’appannamento di qualsiasi credibile alternativa ad esso. E, quel che è ancora più strano, ci mostrano inquietanti somiglianze fra i due modi dell’antiberlusconismo, quello di destra (guidato da Fini) e quello di sinistra (guidato da Bersani).

Entrambi oscillano fra il piccolissimo cabotaggio delle imboscate parlamentari, delle formule astratte, dei segnali in codice, e il demagogico sostegno alle proteste di piazza. Basta leggere le cronache di questi mesi per misurare in tutta la sua drammaticità l’assenza di una vera classe dirigente. Mentre tutta l’Europa si chiede come salvare l’euro, come evitare una nuova tempesta finanziaria, come tornare a crescere in una situazione in cui le risorse stanno diminuendo per tutti, i politici che aspirano a prendere il posto di Berlusconi si rivelano ancora più berlusconiani di lui. Anziché trovare il coraggio di dire agli italiani quanto è drammatica la situazione in cui versa l’Europa, e quanto sia stato irresponsabile da parte di Berlusconi minimizzare la gravità dei nostri mali, preferiscono cavalcare l’onda della protesta, sui tetti delle facoltà occupate, nelle piazze, sui giornali, nelle trasmissioni televisive. Come se oggi, in Italia, ci fossero le risorse per soddisfare le più che comprensibili richieste di tutti. Come se oggi, in Italia, non vi fosse innanzitutto un drammatico problema di dissipazione delle risorse pubbliche, dagli ospedali alle università, dalla giustizia alle (false) pensioni di invalidità.

Una deriva demagogica che, probabilmente, è inevitabile per gli uomini di Fini, il cui primo problema è esistere, non sparire dalla scena della politica. Ma che non è affatto obbligata per la sinistra, che esiste da sempre, e semmai ha un altro problema, quello di offrire al Paese un’alternativa per il dopo-Berlusconi. Qui davvero non capisco. Come è possibile che, in presenza della più grave crisi del berlusconismo, i dirigenti del Partito democratico passino il loro tempo a baloccarsi con riti identitari e ad almanaccare sulla politica delle alleanze, quando la domanda che gli elettori si fanno è una sola: ma voi, se andaste al governo, che cosa sareste in grado di fare di diverso e di meglio di quel che offre l’attuale governo?

Una domanda che ha sotto di sé tante altre domande, tanti altri dubbi. Qual è la vostra idea del futuro dell’Italia? Come pensate di far ripartire la crescita? Avete qualcosa di concreto da dire anche ai cittadini del Nord? Smonterete o manterrete quel poco di federalismo che ha messo in piedi la Lega? Dove li prenderete i soldi per fare le mille cose che rimproverate a Tremonti di non aver fatto? A quali gruppi sociali chiederete di pagare il conto? Ma soprattutto, domanda delle domande: visto che (per ora) non siete d’accordo su quasi nulla, che cosa ci garantisce che, una volta vinte le elezioni, non sarete paralizzati dalle vostre divisioni interne, come ai tempi del governo Prodi?

Finché Bersani non proverà a rispondere a queste domande, e per rispondere intendo rispondere sul serio, senza battute e formule vuote, non potremo che continuare ad osservare ciò che da un anno a questa parte osserviamo: che il partito di Berlusconi perde inesorabilmente consensi, ma nessuno di essi si dirige verso il partito di Bersani.

sabato 23 ottobre 2010

La differenza tra immunità e impunità


LUCA RICOLFI

In tutta Europa si parla di cose serie, di come gestire la crisi economica e possibilmente uscirne. Anche in Italia se ne parla molto, e con grande preoccupazione, sulla grande stampa non meno che fra la gente. Non così nei palazzi della politica, dove quotidianamente va in scena il conflitto fra Pdl e Fli, ovvero la disfida fra Berlusconi e Fini. Mi sono sempre occupato poco di queste beghe, convinto che i problemi più gravi dell’Italia, quelli da cui dipende la nostra vita di tutti i giorni, siano quelli economico-sociali, e che un governo vada giudicato innanzitutto per come affronta quel tipo di problemi. E proprio in questo spirito, nelle ultime due settimane La Stampa ha messo molte delle sue energie su un duplice obiettivo: un bilancio di metà legislatura delle cose fatte fin qui, e un inventario delle cose ancora da fare. Ora però è diverso. Le beghe fra Pdl e Fli sono arrivate a un punto tale da mettere a repentaglio qualsiasi speranza di veder affrontati i nostri veri problemi. E il patto che si va profilando fra Berlusconi e Fini va, a mio parere, oltre qualsiasi ragionevole soglia di decenza.

Provo a dire perché. Berlusconi, lo sappiamo tutti, ha avuto ed ha una serie di problemi giudiziari. La maggior parte li ha scansati come un'anguilla, per lo più attraverso varie leggi ad personam, ma altri restano in piedi, ed altri ancora si profilano all'orizzonte. Alcuni ritengono che dovrebbe affrontare i processi, ora e subito, anche se questo dovesse rendergli estremamente difficoltoso esercitare le sue funzioni di presidente del Consiglio. Altri pensano che una parte della magistratura perseguiti Berlusconi, e che questo lo autorizzi a sottrarsi ai processi vita natural durante. Fra queste due posizioni estreme, tuttavia, da tempo si è fatta strada una posizione intermedia, che chiamerei la «soluzione Sartori», perché fu appunto Giovanni Sartori ad enunciarla con la massima chiarezza in un editoriale del Corriere della Sera di qualche anno fa. Secondo questa posizione un politico eletto, che sta governando, di fronte a un rinvio a giudizio che lo costringerebbe ad affrontare un processo dovrebbe avere la facoltà di scegliere fra due alternative: affrontare il processo subito, oppure ottenerne la sospensione fino al termine del proprio mandato. La ratio di questa soluzione è duplice: da un lato tutela il potere politico rispetto al potere giudiziario, dall’altro tutela le scelte dell’elettorato, impedendo che un governo liberamente eletto possa divenire ostaggio delle iniziative di singoli magistrati.

Nello stesso tempo, prevedendo comunque l’obbligo per il politico di affrontare il processo al più tardi alla fine del proprio mandato, tutela il principio costituzionale dell’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Fino a qualche giorno fa sembrava questa la filosofia prevalente non solo in una parte dell’opposizione, segnatamente nel partito di Casini, ma anche fra i politici della maggioranza, non solo quelli di Futuro e libertà ma anche quelli del Pdl. Che infatti non si sono mai stancati di ripetere, in innumerevoli occasioni, che la richiesta di immunità per il premier non era una pretesa di impunità. Ora però non è più così. Nella commissione Affari costituzionali del Senato la maggioranza ha approvato, con il concorso degli uomini di Fini, una versione del cosiddetto lodo Alfano costituzionale che non solo prevede uno scudo per Berlusconi fino al termine del suo attuale mandato (2013), ma anche la reiterabilità dello scudo, ossia la possibilità di sospendere i processi più volte. In concreto significa che Berlusconi potrebbe sottrarsi ai suoi processi semplicemente facendosi rieleggere presidente del Consiglio o Presidente della Repubblica, carica da cui decadrebbe nel 2020, alla veneranda età di 84 anni.

Non solo, ma una volta approvato il lodo nell’attuale forma, sarebbe la Costituzione stessa a prevedere la possibilità di usare l’accesso alle più alte cariche dello Stato come strumento per sfuggire ai processi. Una norma pensata per salvare un singolo uomo politico determinerebbe un cambiamento permanente del Dna della nostra Carta fondamentale. A me pare troppo. Pur non votando mai per lui, non sono mai stato fra i demonizzatori di Berlusconi. Spesso mi è capitato di scrivere, sulla base dei miei studi e delle mie ricerche empiriche, che i suoi governi avevano fatto molto meno di quanto aveva promesso, ma anche molto di più di quanto i suoi avversari fossero disposti a riconoscergli. Inoltre non amo il «conservatorismo costituzionale» di tanti miei amici e colleghi, perché la Costituzione del 1948 mi pare superata e, come dicevano i comunisti italiani a proposito dell'Unione Sovietica, non priva di «tratti illiberali». Però quel che è troppo è troppo.

Capisco che per i finiani di Futuro e libertà l'opportunità politica e le ambizioni di partito facciano aggio su qualsiasi considerazione di correttezza istituzionale, di giustizia, di ragionevolezza. Capisco che i politici di Fli preferiscano glissare sulla distinzione fra uno scudo a tempo (che Fini stesso aveva promesso a Berlusconi) e uno scudo eterno, che nessuno si era sognato di promettere a chicchessia. E capisco pure il ragionamento politico - svolto ieri dal Secolo d'Italia, quotidiano vicino a Fini - per cui pur di avere le mani libere domani si è disposti a pagare il «dazio» dello scudo per Berlusconi oggi. Ma per noi cittadini è diverso. Per noi, o almeno per quanti di noi vogliono continuare a credere nell’uguaglianza di tutti, politici e comuni mortali, di fronte alla legge, la distinzione fra immunità e impunità è chiarissima. Sull’immunità si può discutere, se non altro perché è un istituto presente anche in altre democrazie. Sull’impunità diventa difficile, molto difficile, anche con la migliore buona volontà. Almeno finché vogliamo vivere in uno Stato di diritto.

lunedì 18 ottobre 2010

La stretta via


LUCA RICOLFI

La nostra inchiesta sulla prima metà della legislatura è terminata, speriamo che i dati e le analisi che per una settimana abbiamo pubblicato sulla Stampa abbiano aiutato il lettore a formarsi un’opinione fondata, non puramente impressionistica, su come le cose sono andate fin qui, sui meriti e sui demeriti del governo in carica.

A questo punto, però, il problema diventa il resto della legislatura: che cosa ci attende, che cosa ragionevolmente si può ancora fare, quali sono le priorità.

Che cosa ci attende, dunque? In parte non lo sappiamo e non possiamo saperlo. Non sappiamo se l’economia del pianeta si riprenderà in un tempo ragionevole.

Non sappiamo come finirà la guerra strisciante in atto fra le principali valute del mondo, e in particolare non sappiamo se l’euro si indebolirà, dando ossigeno all’export, o invece si rafforzerà ulteriormente, aggravando la crisi delle nostre imprese esportatrici.

Alcune cose invece le sappiamo. Sappiamo ad esempio che l’Europa, non paga della stretta sui conti pubblici imposta a primavera, ci chiederà ulteriori sacrifici, sotto forma di un piano pluriennale di riduzione del debito pubblico. Si parla di 40 miliardi l’anno, ma anche fossero «solo» 10 già sarebbe un problema non banale, se solo si pensa che dalla vendita delle frequenze del digitale terrestre (una misura miracolistica di cui molto si parla in questi giorni) non ci si aspetta di incassare più di 3 miliardi. Sappiamo anche che le amministrazioni pubbliche a tutti i livelli (Stato, Regioni, Province, Comuni) sono sommerse dai debiti e quindi ritardano sistematicamente i pagamenti, così mettendo in crisi i fornitori. Sappiamo anche che il ritardo nei pagamenti si propaga da impresa a impresa e che, combinato con la prudenza delle banche nel concedere credito, è una delle cause di molte crisi aziendali, con il loro triste seguito di cassa integrazione e licenziamenti. E sappiamo infine che il problema di fondo di molte aziende non è il costo del lavoro, ma è la debolezza degli ordinativi, che costringe a un sottoutilizzo della capacità produttiva, non di rado anticamera della chiusura definitiva. Insomma è il debito pubblico la nostra più grande palla al piede, ma è solo il ritorno alla crescita che può aiutarci a uscire dai nostri guai.

Che cosa può fare un governo in una situazione del genere?

Assai poco, a mio parere, e considero un segno di grave immaturità delle opposizioni aver fatto credere alla gente che esistessero alternative serie ai tagli di Tremonti: si può discutere a lungo della ripartizione dei tagli, ma quanto alla loro entità ci sarebbe semmai da chiedersi se possano bastare, e se alla prossima bufera finanziaria non si rischi di doverne fare di ancora maggiori.

Però, fortunatamente, ci sono anche alcune cose che si possono fare. Non solo le liberalizzazioni e semplificazioni normative, di cui molto si parla ma che, nonostante siano a costo zero, procedono a passo di lumaca chiunque sia al governo, e finora non hanno mai prodotto una riduzione significativa degli adempimenti delle imprese. Ma anche interventi più radicali, capaci di incidere rapidamente sulla crescita. Il primo è un drastico e generalizzato abbassamento delle imposte sui produttori, a partire da Irap e Ires, finanziato con un disboscamento della selva degli incentivi alle imprese, ivi compresi gli innumerevoli regimi fiscali agevolativi (una strategia spesso invocata da imprenditori e politici, e di recente ventilata dallo stesso ministro dell’Economia e che potrebbe evitare fughe di imprese all’estero come racconta l’inchiesta di Marco Alfieri che pubblichiamo alle pagine 4 e 5). È una cosa che si può fare subito, senza aspettare l’estenuante balletto di incontri, tavoli tecnici e negoziali, che inevitabilmente accompagnerà il sogno di Tremonti di ridisegnare il nostro fisco.

Il secondo intervento è un abbassamento, finanziato con parte dei proventi della lotta all’evasione fiscale, delle imposte che gravano sull’energia, che rendono proibitivo il prezzo del kilowattora italiano e pesano come un macigno sui conti delle piccole imprese, come più volte denunciato e documentato da Confartigianato (un’idea potrebbe essere quella di destinare a questo scopo una quota delle somme recuperate grazie alle nuove norme sulle compensazioni Iva).

Ma c’è anche un terzo intervento che potrebbe avere effetti benefici sulla crescita. Il governo potrebbe decidere, senza aspettare le tirate d’orecchi dell’Europa, di mandare un segnale di «virtuosità finanziaria» ai mercati internazionali, varando un piano ventennale di dismissioni del patrimonio pubblico (la quota collocabile sul mercato è di diverse centinaia di miliardi di euro). Privatizzazioni e dismissioni sono sostanzialmente ferme dal 2006, e questo a dispetto dell’impegno a farle ripartire sottoscritto nel programma elettorale del centro-destra. Rispettare quell’impegno renderebbe i conti pubblici dell’Italia meno vulnerabili alla speculazione internazionale, limitando i rischi di un innalzamento dei tassi di interesse sui nostri titoli pubblici. Ma avrebbe anche un potente effetto di rassicurazione all’interno, verso famiglie e imprese, ove fosse accompagnato dall’impegno solenne a interrompere la deriva attuale, in cui la tenuta dei conti pubblici è assicurata da tagli e dilazioni dei pagamenti, in buona sostanza dal soffocamento dell’economia.

È realistica questa via? È davvero possibile, contemporaneamente, dare ossigeno alle imprese e aggredire il debito pubblico?

Difficile dirlo, ma due riflessioni mi fanno pensare che possa esserlo. La prima è che il patrimonio pubblico è dello stesso ordine di grandezza del debito (1800 miliardi) e la parte di esso che è effettivamente collocabile sul mercato non è affatto trascurabile (almeno 400 miliardi di euro secondo le valutazioni degli specialisti). Venderne una parte non basterebbe a portarci al 60% del Pil, come vorrebbero le regole europee, ma scendere sotto il 100% sarebbe già un grande risultato. Senza considerare che un contributo non irrisorio alla riduzione del debito pubblico potrebbero darlo anche sequestri e confische dei patrimoni della criminalità organizzata, il cui ammontare è sconosciuto ma presumibilmente non inferiore a parecchie centinaia di miliardi.

Ma la riflessione più importante è un’altra. Le strade alternative per tornare a crescere, ossia investimenti in capitale umano e federalismo fiscale, sono entrambe fondamentali, ma potranno dare i loro frutti solo fra una decina d’anni. Noi tutto questo tempo non l’abbiamo, o meglio non l’abbiamo più. Il nostro declino, relativo e assoluto, è iniziato intorno al 2001, circa dieci anni fa: non possiamo aspettarne altrettanti per invertire la rotta.

mercoledì 8 settembre 2010

Non ci sono abbastanza liberali


LUCA RICOLFI

Mai dire mai. Chi lo sa, potrebbe anche succedere. E se succedesse sarei il primo a rallegrarmene. Parlo della nascita, in Italia, di un «partito liberale di massa». Un partito anti-assistenziale, fiducioso nel libero mercato, determinato a modernizzare il Paese. E che, nonostante la sua vocazione a cambiare l’Italia, avesse un seguito elettorale largo. Un partito, per intenderci, che non fosse la riedizione dei suoi progenitori liberali, repubblicani, radicali, i quali - anche considerati tutti assieme - non arrivarono mai al 10% dei consensi.

E tuttavia, ora che quel sogno viene disseppellito da più parti, ora che tutte le novità politiche si autodipingono come liberali, mi si permetta di esternare un po’ di scetticismo. Si autoproclamano liberali i centristi di Casini e di Rutelli, impegnati (con Montezemolo?) a costruire il «Partito della nazione». Si autoproclamano liberali gli uomini di Fini, che si accingono a costituire il nuovo partito Futuro e libertà. Ed è sostanzialmente un progetto liberale quello con cui Chiamparino ha lanciato la sua Opa, la sua «Offerta pubblica di acquisto» sul Partito democratico, accuratamente argomentata nel suo libro-intervista appena uscito (La sfida, Einaudi).

Ma sono credibili queste sfide? Siamo sicuri che gli osservatori e gli studiosi che danno tanto credito a questi progetti non confondano i propri sogni con la realtà? Siano sicuri che quello del «partito liberale di massa» non sia essenzialmente un mito degli intellettuali, una proiezione dei loro desideri più che una possibilità concreta?

Insomma io sono perplesso, pur facendo parte della schiera di quanti pensano che l’Italia avrebbe solo da guadagnare dalla nascita di una simile creatura politica. Sono perplesso, innanzitutto, dal lato dell’offerta politica. Non ho mai creduto, ad esempio, che da due partiti illiberali, come il Pci e la Dc, potesse nascere un partito che avesse il liberalismo nel suo Dna; o, se preferite, che da due chiese potesse nascere una non-chiesa. Per questo penso che l’Opa di Chiamparino non potrà funzionare: il corpaccione del Partito democratico è troppo intossicato dal passato ideologico dei suoi fondatori, post-comunisti e post-democristiani, per reggere l’urto laico del sindaco di Torino (dove per me laicità non significa anticlericalismo, bensì libertà mentale). Allo stesso modo non penso che un partito di ispirazione genuinamente liberale possa nascere dagli eredi centristi della Dc, o dagli eredi post-fascisti dell’Msi. Non perché gli esponenti di questi partiti non lo vogliano, ma perché a frapporsi al progetto sono la loro storia, il loro insediamento prevalente nelle regioni assistite, la rete delle loro clientele nel Centro-Sud.

Non per nulla tutte le componenti del nascente Terzo polo (Udc, Api, Fli, Mpa) sono risolutamente antifederaliste, una circostanza che dovrebbe suscitare qualche interrogativo visto che, al momento, il federalismo è l’unico progetto politico organico di razionalizzazione della spesa pubblica e di contenimento della pressione fiscale, i due capisaldi di qualsiasi politica economica liberale.

La mia impressione è che, in questi giorni, si stia consumando un grande equivoco: chi sogna una destra europea, rispettosa delle istituzioni, aperta al dissenso, conservatrice ma non populista, tende a vedere il nuovo partito di Fini come la possibile incarnazione di una tale destra, ma al tempo stesso vuol credere che una tale destra - che io definirei semplicemente normale - sia destinata a evolvere in partito liberale di massa, come se l’essenza del liberalismo fosse solo lo «Stato di diritto» e non anche la difesa della concorrenza e la lotta senza quartiere al parassitismo economico. Detto altrimenti: è possibile che Fini dia vita (finalmente) a una destra classica, diversissima da quella di Berlusconi, ma questo non implica né che tale destra sia destinata ad assumere tratti liberali, né che sia capace di diventare di massa.

E qui veniamo alla seconda perplessità, questa volta dal lato della domanda politica. Su questo terreno, chiunque ci voglia provare - Fini, Chiamparino, Rutelli, Casini, Montezemolo - dovrà fare i conti con i numeri. E i numeri, basati su un’infinità di sondaggi e analisi delle preferenze elettorali, dicono una cosa piuttosto chiara: finché esistono un polo di destra e un polo di sinistra, lo spazio di un eventuale Terzo polo non può andare molto al di là del 20%, di cui solo la metà (circa il 10%) occupato da una eventuale formazione liberal-democratica. Lo dicono i sondaggi di questi mesi, lo rivelava già tre anni fa un esperimento condotto dalla rivista «Polena» per misurare il potenziale elettorale del centro cattolico e di un eventuale «partito di Montezemolo», di ispirazione liberaldemocratica.

Piaccia o no, in Italia i partiti di massa tendono a essere illiberali, e i partiti di ispirazione liberale tendono a non essere di massa. Ma soprattutto il problema è che i diversi ingredienti del liberalismo si trovano per così dire sparpagliati nel sistema politico, anziché riuniti in un unico partito. Se parliamo di immigrazione, di carceri, di diritti individuali, i più liberali sono i radicali, i seguaci di Vendola e i comunisti. Se parliamo di Stato di diritto, di separazione dei poteri, di senso delle istituzioni, i più liberali sono il Pd e il nascente partito di Fini. Se parliamo di politica economica, i più liberali (o i meno illiberali) sono i leghisti e i riformisti «coraggiosi» del Pd e del Pdl, da Ichino a Brunetta.

Insomma, la mia impressione è che lo spazio per un partito liberale di massa non ci sia. Ci provò Berlusconi nel 1994, e in quasi vent’anni non c’è riuscito nemmeno lontanamente, come ormai riconoscono anche i suoi. Ci provarono a modo loro, da sinistra, le menti più aperte del Partito democratico: Arturo Parisi, Michele Salvati, Walter Veltroni. Anche lì, niente da fare. L’idea piace, seduce, ma non passa. Forse è giunto il tempo di prenderne atto e darsi obiettivi più limitati. Quel che non è riuscito al Pd e al Pdl, difficilmente potrà nascere dalle schegge partitiche che, per le ragioni più diverse, non hanno voluto lasciarsi inglobare nei due partiti maggiori.

La domanda politica per un partito liberaldemocratico in Italia non manca, specie nel Centro-Nord. E sono convinto che esso farebbe bene al sistema politico italiano, che di iniezioni di liberalismo ha un disperato bisogno. Dunque qualcuno lo faccia, questo benedetto partito. Quello di cui non sono convinto è che a riuscire nell’impresa possano essere le forze politiche che attualmente si proclamano liberali, e tanto meno che il suo seguito possa essere di massa. Realisticamente, oggi in Italia lo spazio elettorale di una formazione compiutamente liberaldemocratica è quello di un partito medio, del 10-15%. E il suo ruolo possibile è il medesimo che esso svolge nella maggior parte dei sistemi politici in cui un tale partito esiste: quello di una forza che, alleata con la destra o con la sinistra, prova ad accelerare la modernizzazione economica e civile del Paese.

domenica 22 agosto 2010

Il partito che non c'è


LUCA RICOLFI

Al momento è difficile capire se, alla fine, il dissidio tra Fini e Berlusconi ci porterà ad elezioni anticipate oppure no. Se a questo esito si dovesse arrivare con l’offerta politica attuale, per molti cittadini non sarebbe semplice scegliere da che parte stare. Alla fine molti andrebbero comunque a votare, ma solo per minimizzare i danni, visto che - nonostante tutto - sono ancora parecchie le persone che credono di sapere quale sarebbe il peggior male possibile, quella che in teoria dei giochi si chiama l’alternativa da evitare: Berlusconi, la Lega, i post-comunisti, i post-fascisti, i neo-democristiani, il clericalismo, il laicismo, eccetera eccetera.

Rispetto alle contese elettorali passate, però, c’è secondo me un elemento nuovo. Oggi, forse anche perché ci stiamo avvicinando al centocinquantenario dell’Unità d’Italia, la posta in gioco fondamentale è l’idea di unità nazionale. E, rispetto a questa posta, la confusione e l’ambiguità dell’offerta politica stanno toccando il loro massimo. La ragione è semplice: continuiamo a parlare come se lo scontro fosse fra destra e sinistra, mentre ormai le linee di divisione fondamentali sono altre.

Una linea di divisione va in scena tutti i giorni sui media, e riguarda il modo di concepire la legalità, le istituzioni, la democrazia. Su questa barricata, che appassiona le élite politico-intellettuali ma secondo tutti i sondaggi lascia sostanzialmente indifferenti gli elettori, si scontrano la visione plebiscitaria e populista di Bossi-Berlusconi e il conservatorismo costituzionale di quasi tutti gli altri.

Una seconda linea di divisione, meno visibile ma politicamente importantissima, riguarda il federalismo e il ruolo della Lega. Su questa barricata ci sono due sole posizioni chiare, e in un certo senso estreme: quella della Lega, che vede il federalismo innanzitutto come difesa degli interessi del Nord, e quella del nascente polo di centro, i cui esponenti hanno invece sempre diffidato del federalismo, visto come un castigo del Mezzogiorno e quindi come una minaccia all’unità nazionale. Una linea di pensiero cui più volte (anche nei giorni scorsi) ha dato manforte la Chiesa, con esternazioni tanto accorate quanto prive di concretezza. In mezzo, fra il nordismo della Lega e il sudismo dei moderati, si collocano i due partiti nazionali, il Pdl e il Pd, che su questo asse della politica italiana sono il vero centro, il vero elemento equilibratore, i soli che hanno tentato - ciascuno a modo suo, e forse entrambi senza riuscirvi - di tenere conto sia degli interessi del Nord sia di quelli del Sud. Il Pdl frenando la Lega ma riconoscendone le buone ragioni, il Pd oscillando fra condivisione e diffidenza nei confronti del progetto federalista. Ora però questa loro funzione nazionale è posta di fronte a sfide difficili, che nascono sia dal lato dell’offerta politica che dal lato della domanda.

Sul versante dell’offerta, è probabile che alle prossime elezioni troveremo sulla scheda anche una terza coalizione, o Terzo polo, per la quale il nemico da battere sarà la Lega e la stella polare saranno gli interessi del Mezzogiorno. Una coalizione che si presenterà come «garante dell’unità nazionale», ma di fatto interpreterà la sua missione innanzitutto come difesa del Sud dai guasti del federalismo. È chiaro che una coalizione del genere avrebbe la Lega come nemico numero uno, e chiunque volesse averne i voti in Parlamento dovrebbe rompere con il partito di Bossi. Dunque un rischio per il Pdl, che difficilmente potrebbe rinunciare all’alleanza con la Lega, una tentazione per il Pd, in cui l’anima antifederalista potrebbe prendere il sopravvento, attratta dall’idea di mandare a casa Berlusconi grazie alla santa alleanza di tutti i suoi nemici.

Sul versante della domanda, invece, le novità e le sfide vengono tutte dal Nord. Mentre al Sud la nascita di un Terzo polo fortemente caratterizzato in senso meridionalista determinerà un eccesso di offerta politica, con Pd, Pdl e Terzo polo ferocemente impegnati a contendersi i voti, al Nord avremo il problema opposto, ossia un deficit di offerta politica, con conseguente quasi-monopolio dei consensi da parte della Lega (il che spiega l’impazienza di Bossi di andare ad elezioni). Con uno scontro politico polarizzato sull’asse Nord-Sud, è possibile che il cittadino di destra si senta più garantito dalla Lega che dal Pdl, mentre quello di sinistra rischia di non sentirsi garantito da nessuno. È sorprendente che i dirigenti romani del Pd non se ne rendano conto, ma la realtà è che al Nord anche la base del Pd è convintamente federalista, e persino sull’immigrazione e sulla sicurezza spesso si ritrova più nella linea dura della Lega che nel buonismo ideologico della cultura di sinistra. L’elettore di sinistra non ama le guasconate della Lega, detesta la volgarità di alcuni suoi esponenti, è rimasto scandalizzato dalla vicenda delle quote latte, vorrebbe piena eguaglianza fra italiani e immigrati regolari, trova indegno lo stato delle nostre carceri e dei nostri centri di raccolta dei clandestini. Però, specie in Lombardia e nel Nord-Est, sui due punti fondamentali della Lega, sul nucleo duro della sua visione del mondo, è sostanzialmente d’accordo: l’immigrazione irregolare va contrastata con fermezza, il Nord non può continuare a mantenere il Sud tollerando sprechi ed evasione fiscale.

Così l’analisi della domanda e dell’offerta politica ci restituisce un problema. Questo tipo di cittadini del Nord, ma ve ne sono molti anche al Centro e al Sud, non hanno un partito che li rappresenti. Alcuni, forse la maggioranza, non andranno a votare. Altri voteranno Pd per disperazione antiberlusconiana. Altri salteranno il fosso e voteranno Lega, obtorto collo e fra mille riserve e distinguo (turandosi il naso, avrebbe detto Montanelli). Eppure, essi come tanti altri, voterebbero ben volentieri un partito che, come la gloriosa rivista liberal-democratica di politica e cultura fondata da Francesco Compagna a Napoli nel 1954, si chiamasse «Nord e Sud», e avesse il federalismo - un federalismo fatto bene - come sua prima missione. Un partito critico con la Lega, ma non ostile al federalismo. Un partito di uomini del Nord e uomini del Sud, che riconoscesse che la vera frattura, oggi, non è fra Nord e Sud, e nemmeno fra destra e sinistra, ma fra i tanti produttori, che lavorano duro e rispettano la legge, e i troppi parassiti, che dissipano le risorse comuni e disprezzano le regole del gioco.

mercoledì 18 agosto 2010

Internet e il prezzo della libertà


LUCA RICOLFI

Da circa una settimana il mondo di Internet è in allarme. Un articolo uscito sul Washington Post, firmato dagli amministratori delegati di Google e Verizon, due colossi delle comunicazioni che insieme fatturano più di 100 miliardi di dollari, ha cautamente lanciato l’idea di mantenere il «principio di neutralità» solo sulla rete fissa (che collega fra di loro i computer via cavo telefonico) e di abbandonarlo sulla rete mobile (che collega cellulari e computer via etere, o «senza fili»). Ma che cosa significa che una rete è «neutrale»? L’interpretazione prevalente del concetto di neutralità è che tutti i pacchetti di dati vengono trasmessi al loro destinatario senza discriminazioni.

Ossia senza assegnare priorità ad alcuni di essi a scapito di altri. Né il contenuto di un pacchetto di dati né il prezzo eventualmente pagato per l’accesso alla rete sono in grado di accelerare o rallentare la trasmissione. Ora tutto ciò pare destinato a tramontare, almeno sulla rete mobile. La proposta di Google e Verizon, infatti, è di conservare intatta la neutralità sulla rete fissa, ma di sospenderla sulla rete mobile. Se la proposta dovesse essere accolta dalle autorità che sovrintendono al funzionamento della rete, domani potremmo avere due Internet: Internet 1, che funzionerebbe come oggi (sulla rete fissa), e Internet 2, in cui i gestori della rete mobile potrebbero governare il traffico, ad esempio in funzione della natura dei servizi offerti e delle tariffe pagate dagli utenti. Di qui l’idea che l’era di Internet come l’abbiamo conosciuta fin qui - ossia libera, democratica e gratuita - stia inesorabilmente finendo, con grave danno per molti.

Questa ricostruzione dei termini del problema, pur non essendo del tutto sbagliata, a mio parere è altamente fuorviante. Essa si basa su una mitizzazione di Internet come è oggi, per lo più visto come un mondo aperto, magico e buono. Eppure non è così. Già oggi, prima di ogni eventuale futuro sconvolgimento delle regole della rete, Internet non è né gratuita, né democratica, e tantomeno libera.

Internet non è gratuita per almeno due motivi fondamentali. Primo, la connessione si paga, e si paga tanto più cara quanto più si desidera velocità e affidabilità. Quindi anche ammesso che i governatori del traffico, i cosiddetti provider, non discriminino fra pacchetti (come secondo alcuni già fanno, violando la neutralità), la velocità di trasmissione/ricezione dipende già oggi dalla qualità del collegamento, quindi anche da quanto si paga. Secondo, una volta pagata la connessione, molti servizi si pagano a parte, specie se sono pregiati (provate ad accedere all’archivio di un quotidiano).

Internet non è nemmeno democratica. Di democratico c’è solo il fatto che, una volta pagato (o scroccato) il collegamento, chiunque può navigare e dire la propria senza censure. Attenzione, però, perché anche qui - senza accorgercene - paghiamo, sia pure in natura anziché in denaro. In che modo la rete ci fa pagare? Innanzitutto imponendoci la pubblicità, spesso fastidiosa e ineliminabile. Poi chiedendoci di registrarci quando cerchiamo di visitare determinati siti, il che equivale a regalare i nostri dati personali a soggetti che per lo più li venderanno o ne faranno un uso commerciale. E infine mediante la cosiddetta attivtà di profiling da parte dei motori di ricerca come Google, una sorta di schedatura di massa con cui vengono registrate tutte le nostre abitudini di navigatori: quali siti visitiamo, quali servizi acquistiamo, con quali utenti ci colleghiamo, che musica ascoltiamo, che film scarichiamo. Tutte queste informazioni, spesso raccolte a nostra insaputa e in violazione della privacy, possono essere vendute o trasmesse ai grandi apparati - multinazionali, governi, servizi segreti - senza alcun controllo da parte degli utenti che le forniscono (su questo si veda l’eccellente inchiesta di Fabio Tonacci e Marco Mensurati, uscita venerdì scorso su Repubblica).

Ma almeno possiamo dire che Internet è libera?

Nemmeno questo si può dire, secondo me. Libertà, certo, significa poter andare dove si vuole, collegarsi con chiunque, far circolare le proprie idee senza censure, accedere alla immensa massa di informazioni gratuite disseminate nella rete. Ma la «libertà di», o libertà positiva, come ci ha insegnato Isaiah Berlin, non è l’unica libertà, e forse non è neppure la più importante. Esiste anche la «libertà da», la libertà negativa. Libertà dalle molestie e dalle imposture, ad esempio. Libertà di sceglierci gli interlocutori. Libertà di non essere sistematicamente interrotti. Libertà, in una parola, di disporre del nostro tempo senza essere invasi.

Questo secondo tipo di libertà, la «libertà da», la stiamo inesorabilmente perdendo. La vita e il lavoro sono sempre più infestati, quotidianamente, ora per ora, da una selva di contatti indesiderati ma inevitabili, di notizie false ma incontrollabili, di informazioni inaccurate ma indistinguibili da quelle esatte. Perché quella che va in scena ogni giorno su Internet, come ha brillantemente spiegato Marco Niada, è una guerra permanente di tutti contro tutti per la conquista dell’attenzione (Il tempo breve, Garzanti 2010). Una guerra in cui un tempo sproporzionato viene allocato per interagire, spesso con soggetti che mai avremmo cercato autonomamente, e pochissimo tempo resta per fare, creare, pensare, riposare, stare in disparte.

Dobbiamo concluderne che Internet è un male?

Assolutamente no. I benefici restano ancora largamente superiori agli inconvenienti, specialmente agli estremi della scala sociale, ossia per la classe dirigente, per cui la connessione è arma irrinunciabile del comando, e per i soggetti più marginali, per cui la connessione è strumento di socialità e di informazione (e non solo «sfogatoio» delle frustrazioni, come amano pensare i nemici di Internet). Quello su cui forse dovremmo riflettere, semmai, è il nesso nascosto che collega «libertà di» e «libertà da». Se la nostra «libertà da» sta riducendosi pericolosamente, è anche perché la nostra «libertà di» è andata troppo avanti. Sia l’intasamento della Rete, sia l’estrema difficoltà di isolare le informazioni affidabili, sono una conseguenza, ben nota agli studiosi di signalling theory, dell’assenza di barriere all’entrata e di filtri alla circolazione: la probabilità di incorrere in contatti irrilevanti o informazioni inaccurate esplode quando i costi di produzione e contraffazione dei segnali si abbassano troppo, facendo così cadere un potentissimo meccanismo che inibisce l’emissione di segnali irrilevanti o falsi.

Vista da questa angolatura, la proposta di Google e Verizon, per quanto certamente dettata da interessi commerciali, andrebbe guardata con grande attenzione. Oggi noi tendiamo, istintivamente, a vederla solo come un attentato alla libertà di Internet, o come una cospirazione delle multinazionali contro gli inermi cittadini, ma forse sarebbe più accurato vederla anche come un primo, cauto, tentativo di mantenere intatti i benefici di Internet senza subirne gli effetti collaterali più dannosi. Insomma una riscossa della «liberta da», dopo due decenni di espansione della «libertà di».

venerdì 6 agosto 2010

Il tassello che manca al federalismo fiscale


LUCA RICOLFI

Apparentemente, il cammino del federalismo fiscale procede spedito. Sono già quattro i decreti delegati varati dal governo, ultimo quello sul «fedealismo municipale», in via di definizione in questi giorni. Altri decreti seguiranno a breve, a completamento di una riforma che è la ragion d'essere della Lega.

C'è un problema, però. Per quanto quasi tutti i politici si esercitino in giudizi (positivi per la maggioranza, negativi per l'opposizione), la realtà è che il cammino del federalismo fiscale è semplicemente N.C. (non classificabile), come certi allievi a fine quadrimestre, quando hanno un numero di interrogazioni e compiti in classe troppo esiguo per consentire all'insegnante di calcolare una media.

Perché è difficile formulare un giudizio?

Perché il federalismo va avanti per scatole vuote di numeri. La legge delega (5 maggio 2009) era naturalmente e giustamente una scatola vuota, perché conteneva solo principi generali, come si addice a una legge delega. Ma anche la Relazione sul Federalismo Fiscale presentata dal Governo il 30 giugno scorso, assolutamente meritoria per lo sforzo di dipanare in qualche modo la giungla della finanza pubblica, era tuttavia di nuovo una scatola sostanzialmente vuota, perché - pur piena zeppa di utilissime tabelle - non conteneva né costi standard né obiettivi di bilancio precisi per Regioni, Province e Comuni, bensì solo vaghe indicazioni di metodo, nonché la specificazione di quali Enti dovranno in futuro fare i calcoli.

In questo caso la mancanza di indicazioni quantitative precise era assai meno giustificata. Il grave, però, è venuto con i primi decreti delegati, anch'essi vuoti di numeri e pieni di rimandi a passaggi successivi. Qui l'assenza di cifre precise e di regole stringenti non era prevista e non è giustificata, anche se non è difficile comprenderne le ragioni: quasi nessuno, fra i politici, sembra aver capito in tempo che per decollare sul serio il federalismo fiscale avrebbe dovuto essere studiato nei minimi dettagli per almeno 2-3 anni.

Stante questa assenza di indicazioni quantitative non me la sento di dare alcuna valutazione sull'ultimo decreto delegato, quello relativo al fisco municipale, che dovrebbe dettare le regole di finanziamento delle spese dei comuni, ma in realtà ancora una volta rinuncia a mettere dei numeri precisi nelle caselle chiave. Eppure è quello che avrebbe dovuto fare. Se non fossimo terribilmente indietro, leggendo il decreto delegato sul fisco municipale il cittadino di ogni singolo comune dovrebbe venire a conoscenza di almeno due cifre: quanto il comune è autorizzato a spendere (y), quante imposte dovrebbero versare i suoi cittadini (x). Queste due cifre non si sanno, e chissà quanti mesi o anni dovranno passare prima che si conoscano.

Ma non è tutto. Se il federalismo fosse oggi qualcosa di più che una manifestazione di intenti, i decreti delegati avrebbero già sciolto i due nodi fondamentali della sua applicazione, che chiamerò nodo della perequazione e nodo della chiusura.

Nodo della perequazione. E' ragionevole che i territori più poveri, avendo un gettito potenziale minore, ricevano una sorta di contributo di solidarietà da un fondo perequativo, alimentato dal gettito dei territori più ricchi. Ma non è mai stato chiarito in modo esplicito se la perequazione dovrà colmare la capacità fiscale mancante, dovuta al fatto che il territorio debole ha redditi più bassi, o dovrà colmare invece il gettito mancante, che spesso dipende anche, in misura tutt'altro che trascurabile, dalla maggiore evasione fiscale.

Esempio: il comune X ha un fabbisogno standard di 100, una capacità fiscale di 70, un gettito di 40 (perché l'evasione fiscale è molto alta). Il fondo perequativo gli assegna solo 30 (100-70=30) o gli assegna 60 (100-40=60) ? Nel primo caso si crea un incentivo a combattere l'evasione fiscale, nel secondo caso l'evasione fiscale è premiata. Il primo meccanismo è virtuoso, ma difficile da mettere a punto perché presuppone la conoscenza della capacità fiscale di un territorio relativamente a uno specifico gruppo di imposte (quelle immobiliari, nel caso dei comuni). Il secondo meccanismo è vizioso, ma facile da applicare perché il gettito, a differenza della capacità fiscale, è perfettamente noto. Il rischio è che si vada verso una soluzione ibrida, in cui il meccanismo vizioso (basato sul solo gettito) viene corretto con un meccanismo premiale, che dà qualche contentino ai comuni che riescono a dimostrare di aver contribuito alla lotta all’evasione fiscale. Sarebbe una vera sciagura, se non altro perché la determinazione delle cifre spettanti a ogni comune - anziché essere automatica - avrebbe una componente negoziale molto rilevante, con conseguente aumento dell'arbitrarietà e dell'incertezza legate ai capricci della politica.

Nodo della chiusura. Contrariamente al governo, non penso che il difetto principale della "finanza derivata", ossia del sistema che è stato in vigore in Italia negli ultimi 40 anni, sia il peso eccessivo dei trasferimenti statali rispetto alle entrate proprie delle amministrazioni locali. E conseguentemente non penso che, riducendo i trasferimenti dal centro e aumentando i tributi locali, Regioni, Province e Comuni si metteranno in quadro. Il vero difetto del vecchio sistema, che potrebbe benissimo riprodursi nel nuovo, è la mancanza di un meccanismo automatico - fissato da una norma perentoria e inaggirabile - che specifichi come si chiudono i conti. Un meccanismo che escluda l'intervento salvifico dello stato centrale e obblighi l'amministratore locale responsabile del deficit a far pagare ai suoi cittadini un'imposta specifica, esplicitamente collegata al deficit stesso. Una sorta di "imposta di ripiano" (IdR), che scatta immediatamente e inesorabilmente dopo la pubblicazione del bilancio consuntivo di ogni anno. Un'imposta che potrebbe anche, in caso di avanzo di bilancio, capovolgersi in un'imposta negativa, ossia in un assegno (beneficio) staccato a ogni cittadino a certificazione del buon governo.

Conclusione ?

Nessuna, per ora. Solo la convinzione che senza numeri precisi, senza meccanismi automatici - primo fra tutti l'imposta di ripiano - la nostra fiducia nei benefici del federalismo fiscale resta un puro atto di fede.

lunedì 2 agosto 2010

Il federalismo è la vera posta in gioco


LUCA RICOLFI

E’ il federalismo la vera posta in gioco.

E adesso? Nessuno oggi è in grado di prevedere quali conseguenze avrà la rottura del rapporto fra Berlusconi e Fini. Alcuni pensano che alla fine Berlusconi riuscirà a racimolare i voti necessari per governare, un po’ attingendo al centro, fra i parlamentari legati a Casini e Rutelli, un po’ recuperando qualche finiano indeciso. Altri pensano che Berlusconi non ce la farà, e torneremo alle urne abbastanza presto, forse già in autunno o al più tardi in primavera (durante i festeggiamenti dell’Unità d’Italia?!). Altri ancora pensano che Berlusconi abbia rotto con Fini proprio per tornare alle urne, e che i voti di deputati e senatori fingerà di cercarli, ma in realtà sarà ben contento - alla prima occasione - di cadere per colpa del «traditore» Fini.

Personalmente trovo che quest’ultima lettura sia più plausibile delle altre, per almeno tre motivi. Il primo è che se si votasse nel 2013 Berlusconi affronterebbe la campagna elettorale in condizioni peggiori di quelle attuali. In assenza di risultati tangibili, il consenso per il governo è destinato a declinare da qui al 2012, secondo una parabola ben nota agli studiosi del ciclo elettorale. E poiché è molto difficile che tali risultati possano essere ottenuti in appena due anni, con una maggioranza parlamentare risicata, e con l’economia che non consente né la riduzione delle tasse né un avvio dolce del federalismo, è ragionevole pensare che il tempo giochi contro Berlusconi, e che Berlusconi voglia perciò «fermare il tempo» della legislatura tornando al voto.

Si potrebbe obiettare che votando a metà legislatura Berlusconi sancirebbe il fallimento della sua esperienza di governo, come abbiamo sentito ripetere più volte nell’ultimo anno. Qui però entra in campo un secondo motivo di accelerazione: Fini fino a ieri era una spina nel fianco ma, se il governo dovesse cadere per il «tradimento» dei finiani, potrebbe trasformarsi in un utilissimo capro espiatorio. Berlusconi direbbe di avere fatto molto, e che tutto quel che non è riuscito a fare è per colpa dell’alleato infedele, che non ha perso occasione per metterlo in difficoltà. Insomma, Berlusconi potrebbe rivolgersi al corpo elettorale chiedendo di restituirgli i voti che i finiani traditori gli hanno proditoriamente sottratto.

Una strategia comunicativa del genere può sembrare rozza e infantile, ma lo è solo fino a un certo punto. La posizione di Fini, e questo è il terzo motivo che spinge alle urne, è ragionevole di fronte agli elettori moderati e a quelli progressisti, ma non lo è affatto fra i sostenitori del governo. Le ragioni di Fini, infatti, o riguardano cose che avrebbe dovuto sapere al momento di cofondare il Pdl insieme a Berlusconi, o riguardano questioni su cui Fini e i finiani avevano già vinto e stravinto. Fra le prime - le cose risapute - rientrano la concezione berlusconiana della democrazia, l’ostilità nei confronti della magistratura, la leggerezza nell’imbarcare inquisiti, rinviati a giudizio e condannati: possibile che Fini e i suoi le abbiano scoperte solo ora?

Fra le seconde - le questioni politiche - rientrano innanzitutto la legge sulle intercettazioni e il federalismo. Ebbene Fini e i suoi avevano vinto su entrambe, almeno stando al programma di governo sottoscritto all’inizio del 2008, in vista delle elezioni politiche. Basta rileggerselo, quel programma articolato in sette missioni, per scoprire che su entrambi i terreni - intercettazioni e federalismo - il programma è stato effettivamente tradito, ma andando nella direzione auspicata da Fini, non certo in quella auspicata da Berlusconi. La legge sulle intercettazioni delineata nel programma del centro-destra (missione 3) era molto più berlusconiana di quella poi uscita dalla commissione Giustizia, massacrata dagli emendamenti dei finiani e dell’opposizione (e infatti uno sconfortato Berlusconi aveva confessato la tentazione di ritirare il disegno di legge). Quanto al federalismo (missione 6), il programma del Popolo della libertà prevedeva di recepire la severa proposta di legge della Lombardia, mentre la legge poi effettivamente varata dal governo era molto più morbida proprio in quanto recepiva, di nuovo, le osservazioni dei finiani e dell’opposizione. In breve a me pare che, nel merito delle questioni che solleva, Fini possa avere tutte le ragioni di questo mondo, ma nel metodo seguito - fare il presidente della Camera e nello stesso tempo prendere sistematicamente le distanze dal governo - sia facilmente attaccabile di fronte al «popolo» di centrodestra.

Che a Berlusconi possa convenire andare al più presto al voto, naturalmente, non implica che le cose andranno effettivamente così. La partita vera, infatti, non si gioca certo sulla questione morale, sulla legge elettorale, sulle regole della democrazia, sulla riforma della giustizia, sulle intercettazioni. La partita vera si gioca sulla posta fondamentale della legislatura, ossia sul destino del federalismo. E sul federalismo gli attori in campo non sono solo Fini e Berlusconi, ma anche Bossi e Bersani.

Per Bossi andare al voto senza aver incassato i decreti delegati sul federalismo (il cui termine di emanazione ultimo è il 5 maggio 2011) sarebbe un rischio molto grave: potrebbe suonare come l’ennesimo insuccesso, o se preferite come l’ennesima vittoria di Pirro. Nel 2005 la Lega aveva ottenuto la devolution, poi cancellata dalla vittoria del centro-sinistra e dal referendum del 2006. Oggi la storia potrebbe ripetersi con la «legge Calderoli», approvata nel maggio del 2008 ma tuttora priva dei principali decreti attuativi. Se si tornasse a votare subito, il partito di Bossi sarebbe costretto a presentarsi senza il trofeo del federalismo fiscale, ma se si votasse fra un anno o due il rischio potrebbe essere persino maggiore: il federalismo non può dare grandi benefici subito, e più si avvicina la fine della legislatura più gli elettori pretendono di vedere fatti concreti.

Per Bersani e il Pd le scelte sono ancora più difficili. La tentazione di far cadere il governo è molto forte, ma - soprattutto nelle regioni settentrionali - altrettanto forte è il timore di affossare il federalismo, una riforma su cui molti nel Pd hanno puntato. Se il Pd vuole la caduta del governo non può che cercare un asse con i finiani e i centristi di Casini e Rutelli, forze politiche notoriamente ostili o critiche verso il federalismo. Ma se da tale asse dovesse nascere un’alleanza politica, il baricentro di questo vasto schieramento «moderato» non potrebbe che essere il Mezzogiorno, un’arena in cui da tempo si esercitano movimenti e forze politiche che, sia pure con accenti diversi, vagheggiano la nascita di un «partito del Sud». Se il Pd si ponesse alla testa di un tale schieramento, potrebbe (forse) vincere le elezioni, ma il prezzo sarebbe la morte del federalismo e la propria cancellazione dal Nord.

Così, al di là dell’euforia per la possibile caduta di Berlusconi, il futuro del Pd appare quanto mai incerto. Se non vuole sparire dal Nord deve tornare a guardare verso la Lega ma, se la Lega continua a puntare su Berlusconi, per il partito di Bersani sarà difficile evitare l’abbraccio con il nascente (e antifederalista) partito del Sud.