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martedì 19 luglio 2011

La mia generazione ha perso (Borsellino)

ANDREA SCANZI

I giorni che intercorsero tra il 23 maggio e il 19 luglio 1992 videro un uomo morto che ne aspettava la certificazione. Lo sapevano tutti, lui per primo. Antonio Ingroia, a Tuttinpiedi!, ha dato una volta di più testimonianza di quanto Paolo Borsellino stesse come ultimo passero sul ramo: come foglia che cade.

Per quelli della mia generazione, quei quasi due mesi di diciannove anni fa furono pervasi da una sensazione vaga. Se da un lato si avvertiva di essere al centro di una storia sbagliata, dall’altro c’era la percezione indefinita di poter cambiare qualcosa. Ricordo scioperi, incontri, dibattiti. Ricordo Antonino Caponnetto nella mia scuola, a dirci che non dovevamo lasciarli soli.

La mattanza di Via D’Amelio ci accolse in spiaggia. Fummo pugili. Pugili che aspettavano quell’uppercut. Che conoscevano da vicino il tappeto, ma che al contempo ritenevano plausibile uno scatto tale da farci rialzare. Prima che l’arbitro contasse “dieci”. Non ci siamo rialzati. No, non parlo di casi isolati. Dei singoli che si sono fatti piccola moltitudine, delle eccezioni, delle indignazioni viola, delle agende rosse. Non parlo dei non pochi che si ritrovano (anche) in questo giornale. Non parlo di chi ci ha provato, ci prova, ci proverà.

Giorgio Gaber, di lì ad andarsene, disse che la sua generazione aveva perso. Però ci aveva provato. La mia, quella degli attuali 35-40enni, onestamente non lo so. Se ci guardiamo indietro, quel 1992 – e quelle bombe che continuarono a colpire Accademie e giornalisti - pare così lontano. Quasi dimenticato. Chi ancora si commuove, è fuoriluogo e certo ritenibile patetico. Non so come stia la generazione dei ventenni. Non so neanche se sia giusto parlare di generazioni. Si rischia la generalizzazione e per quelle ci sono i paolocrepet o le canzoni di Ligabue. So che potevano quantomeno essere gabbiani ipotetici e che invece – mai come adesso – non siamo che due miserie in un corpo solo.

Quando Paolo Borsellino è andato incontro alla fine con eroismo fermo, sperava di provocare uno scatto. Immagino sia ciò che ha pensato anche Peppino Impastato. Scatti che andassero oltre il cordoglio del momento, i funerali gremiti, i buoni propositi. Invece non è successo (quasi) niente. In questi 19 anni abbiamo visto lo svilimento della sinistra, l’esplosione purulenta del berlusconismo. La morale a livelli minimi. Il giornalismo sputtanato. La dimenticanza eletta a vanto civile. Le macerie di Via D’Amelio sono diventate quelle di un paese intero.

Forse la morte di Paolo Borsellino è stata vana. Forse le nostre generazioni hanno perso. E neanche possono dirlo con quel retrogusto dolciastro che lascia l’orgoglio.

Palermo, il ricordo di Borsellino e la verità che manca

A 19 ANNI DALLA STRAGE DI VIA D’AMELIO NON SI CONOSCONO I RESPONSABILI.
IL PM INGROIA: “UNA PARTE DEL PAESE NON VUOLE SAPERE”

di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

Dopo la scoperta del clamoroso depistaggio che ha consegnato all’opinione pubblica un falso pentito e una ricostruzione fasulla della strage di via D’Amelio, c’è un pezzo del Paese che ancora oggi non vuole la verità sui misteri italiani, compreso quello che da 19 anni avvolge l’uccisione di Paolo Borsellino e dei suoi cinque agenti di scorta. Lo ha denunciato, ieri mattina, il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia davanti a centinaia di giovani del movimento delle Agende Rosse, accorsi nel capoluogo siciliano a commemorare il giudice assassinato. Chi rema contro la verità sullo stragismo mafioso? Ingroia si mantiene sul generico e risponde ai cronisti: “I corrotti e i collusi”. Ma Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera, deve sentirsi indirettamente chiamato in causa, perché pochi minuti dopo, tramite agenzia, replica pronto: “Non sappiamo a chi si riferisce Ingroia quando dice che c'è una parte del paese che non vuole sapere chi sono i responsabili di via D'Amelio. Per quello che ci riguarda, come Pdl, riteniamo Falcone e Borsellino – non in modo retorico – non solo due personalità fondamentali della lotta alla criminalità organizzata, ma anche portatori di qualcosa di più, come espressione alta di impegno di moralità e vivere civile''.

Così, la seconda delle tre giornate palermitane dedicate alla memoria di Borsellino, tra dibattiti e sit-in, si trasforma presto nell’ennesima puntata dell’eterno scontro tra pm antimafia e pezzi della maggioranza, quegli stessi esponenti delle istituzioni che nei mesi scorsi si sono opposti all’ingresso del pentito Gaspare Spatuzza nel Programma di Protezione e che anche quest’anno, dopo aver disertato le manifestazioni, si sono limitati a diffondere impeccabili comunicati stampa con dichiarazioni di facciata sulla domanda di verità che accompagna i misteri legati allo stragismo.

Salvatore Borsellino, fondatore del Movimento delle Agende Rosse, e promotore delle iniziative a Palermo, però non ci sta. Inaugurando in mattinata il presidio davanti al Palazzo di Giustizia, il fratello del giudice ucciso denuncia il tentativo di imbavagliare e delegittimare i magistrati: “Oggi nel Paese – ha detto Borsellino – si respira un clima simile a quello del '92, quando i magistrati venivano attaccati e denunciati al Csm''. E sull’aspetto ‘politico’ della ricerca di verità sulle stragi, è tornato Ingroia nel pomeriggio: “C’è il rischio – ha detto – che i patti illeciti tra organizzazione criminale e pezzi della classe dirigente, passata e recente, vengano allo scoperto. Ecco perché la battaglia per la verità sui patti tragici fondanti la nostra storia, ai quali si ispira la strage di via D’Amelio, è una conquista difficile e faticosa, ed ecco perché chi è impegnato a trovare questa verità si muove tra ostacoli e resistenze”. Eppure ci sono almeno cento persone, secondo il Pg di Caltanissetta Roberto Scarpinato, che oggi in Italia conoscono la verità – o frammenti di verità – sulle stragi degli anni Novanta. Scarpinato è il magistrato che in settembre dovrà decidere sulla richiesta presentata dalla procura nissena di Sergio Lari che sollecita la revisione per 8 imputati condannati all’ergastolo, in base alle accuse del falso pentito Vincenzo Scarantino. E almeno cinque (“due deceduti, io, Riina e Andreotti”) sarebbero i detentori della verità sulle stragi secondo le ultime rivelazioni del pentito Stefano Lo Verso, assistente personale di Bernardo Provenzano, che ai pm ha raccontato le confidenze ricevute dal boss catturato a Montagna dei cavalli, sulle quali sono in corso gli accertamenti della Dia. Chi si oppone, oggi, alla verità sulle stragi? “Si tratta di ostacoli non disinteressati – risponde Ingroia – ma legati a una parte dell’Italia che questa verità non la vuole, perché è una parte che cerca di difendere la propria impunità”. Sull’esito di questo scontro tuttora aperto, Ingroia non ha certezze. “Dipende da ciascuno di noi, lo scontro in corso tra l’Italia che vuole la verità e quella che la vuole cancellare, dipende dai cittadini, dall’impegno che ciascuno saprà spendere in questa battaglia di giustizia”. Le manifestazioni di Palermo saranno trasmesse in diretta sul nostro sito Ilfattoquotidiano.it

Borsellino parla di Berlusconi prima di morire

Paolo Borsellino: discorso in memoria di Falcone

Paolo Borsellino : anche lui una toga rossa?

Mafia e politica, Fini rompe il tabù del terzo grado di giudizio

MARIO PORTANOVA

Nell'anniversario della morte di Paolo Borsellino e degli uomini della scorta, il presidente della Camera richiama i partiti: "Scelgano i candidati con criteri etici e politici, senza aspettare le sentenze". E si riattizzano le polemiche sulla trattativa tra boss e uomini dello Stato

Memoria sì, ma con polemiche. Oggi l’Italia ricorda Paolo Borsellino e gli uomini della scorta, massacrati il 19 luglio di 19 anni fa in via D’Amelio. Le commemorazioni, però, infiammano il dibattito politico.

Nel suo intervento al Palazzo di giustizia di Palermo, il presidente della Camera Gianfranco Fini ha esortato i partiti “a fare pulizia al proprio interno, eliminando ogni ambigua zona di contiguità con la criminalità e il malaffare”. Per prima cosa, ha continuato, i partiti devono “evitare di candidare persone sospette di vicinanza con la mafia e a maggior ragione non elevarli a posti di responsabilità”. Poi ha rotto il tabù che da sempre protegge i politici e gli amministratori coinvolti in inchieste per mafia: “Non è necessario aspettare sentenze definitive per prendere le decisioni che servono. Basta applicare principi di responsabilità politica e di etica pubblica”.

Fu proprio Borsellino, parlando agli studenti di una scuola di Bassano del Grappa nel 1989, a porre il problema con estrema chiarezza: “Ci si è nascosti dietro lo schema della sentenza, cioè quest’uomo non è mai stato condannato, quindi non è un mafioso, quindi è un uomo onesto”. Invece in tribunale può essere assolto anche un politico colluso, perché magari le prove non sono sufficienti, argomentava il magistrato. “Però i consigli comunali, regionali e provinciali avrebbero dovuto trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze sospette tra politici e mafiosi, considerando il politico tal dei tali inaffidabile nella gestione della cosa pubblica”.

Fu proprio Borsellino, parlando agli studenti di una scuola di Bassano del Grappa nel 1989, a porre il problema con estrema chiarezza: “Ci si è nascosti dietro lo schema della sentenza, cioè quest’uomo non è mai stato condannato, quindi non è un mafioso, quindi è un uomo onesto”. Invece in tribunale può essere assolto anche un politico colluso, perché magari le prove non sono sufficienti, argomentava il magistrato. “Però i consigli comunali, regionali e provinciali avrebbero dovuto trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze sospette tra politici e mafiosi, considerando il politico tal dei tali inaffidabile nella gestione della cosa pubblica”.

Di “collusione e indifferenza rispetto al fenomeno mafioso” ha parlato anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel suo messaggio ad Agnese Borsellino, la vedova del giudice.

Niente candidature né incarichi a persone anche solo “sospette”, dice Fini, e la mente corre al caso di Saverio Romano, da poco nominato ministro dell’Agricoltura, sui cui pende una richiesta di rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa. Forse per questo c’è da registrare un’immediata – e piccata – reazione di Daniele Capezzone, portavoce del Pdl, partito fondato da Marcello Dell’Utri, che per concorso esterno è condannato addirittura in appello, a sette anni di reclusione.“Proprio il luminoso esempio di Falcone e Borsellino insegna che la lotta alla mafia si può fare anche (e soprattutto) essendo favorevoli a una profonda riforma della giustizia”, afferma Capezzone, “senza mai cadere in una logica di accettazione generalizzata e passiva di tutto ciò che i pentiti dicono (ma discernendo bene), e senza mai prestare il fianco a logiche di giustizialismo o, peggio ancora, di cultura del sospetto”. Alle parole di Fini, Capezzone contrappone “i fatti” prodotti dal governo Berlusconi in tema di lotta alla criminalità organizzata.

L’anniversario di via D’Amelio riaccende anche lo scontro sulle stragi del 92-93, sui depistaggi di Stato e sulla trattativa con la mafia che sarebbe corsa in parallelo con gli ultmi giorni di vita del magistrato siciliano. “Il depistaggio delle indagini sulla strage di Via D’Amelio non si è realizzato soltanto facendo sparire documenti, ma anche grazie anche a falsi pentiti costruiti in laboratorio”, ha detto a un dibattito il procuratore generale di Caltanissetta Roberto Scarpinato. Falsi pentiti che “non si sono presentati da soli, ma sono stati introdotti grazie a esponenti di forze di polizia sui quali ci sono ancora indagini in corso”. E ora “assistiamo alla sagra degli smemorati”, ha aggiunto riferendosi ai vertici politici che solo oggi offrono qualche spiraglio di verità “sulla trattativa tra Stato e mafia che, non potendo passare sulla testa di Borsellino, è passata sul suo cadavere”.

Durissimo, l’intervento del procuratore generale di Caltanissetta, ma non isolato.“C’è il sospetto che qualcuno voglia cancellare tutta l’indagine sulla trattativa”, ha affermato a un convegno il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, che fece parte del pool di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il riferimento è alle polemiche sorte dopo l’arresto di Massimo Ciancimino, uno dei principali testimoni sui contatti tra boss e uomini dello Stato ai tempi delle stragi e non solo.

Ingroia ha ricordato i manifesti comparsi sui muri di Palermo, con la foto di Massimo e la scritta: “Tale padre, tale figlio. Meglio un giorno da Borsellino che cento giorni da Ciancimino”. Una campagna firmata dalla Giovane Italia del Pdl. “Non lo condivido”, ha spiegato Ingroia, “Ciancimino Vito era un mafioso, Ciancimino Massimo no. Ciancimino Vito aveva sposato la cultura dell’omertà: l’ho conosciuto, l’ho interrogato a lungo a Rebibbia, non ammise mai nulla, tanto che nel ’93, dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio continuava a dire che Giovanni Falcone aveva ordito un complotto contro di lui per incastrarlo”. La conclusione è sempre la stessa: “Non vorrei che qualcuno si illuda di seppellire tutto ciò che è emerso”.

Neppure la cerimonia ufficiale è rimasta al riparo dallo scontro politico-giudiziario: “Se oggi Paolo Borsellino fosse vivo, combatterebbe per l’indipendenza della magistratura”, ha detto il presidente dell’Associazione nazionale magistrati di Palermo Antonino Di Matteo. Che ha evocato una parola sinistra: isolamento. “Dobbiamo vigilare affinché quelle condizioni di isolamento di alcuni magistrati del periodo delle stragi del ’92 non si ripetano”.

Il presidente del Senato Renato Schifani ha diffuso un lungo comunicato in cui tra l’altro afferma che “onorare la memoria di Borsellino e di quanti appartenenti allo Stato sono stati uccisi per mano mafiosa significa innanzitutto sapere seguire il loro esempio, fare tesoro del loro insegnamento per contribuire nei fatti, con determinazione e tenacia a rendere migliore la nostra terra di Sicilia”.

Lo Schifani in veste istituzionale usa toni ben diversi da quelli utilizzati otto anni fa contro Maria Falcone e Rita Borsellino, sorelle dei magistrati uccisi, che avevano osato risentirsi contro il premier Silvio Berlusconi per la famosa intervista sui “giudici matti” e “antropologicamente diversi dalla razza umana”. Da presidente del gruppo di Forza Italia a palazzo Madama, il 5 settembre 2003 Schifani dettò alle agenzie la seguente dichiarazione: “Sono disgustato e amareggiato. Le signore Maria Falcone e Rita Borsellino con le loro dichiarazioni hanno offeso la memoria dei loro eroici fratelli. Le due signore, entrambe militanti a sinistra, non solo hanno fatto finta di di non aver capito che il presidente Berlusconi si è chiaramente riferito a una strettissima cerchia di magistrati ma, con una disinvoltura che preferisco non commentare, hanno strumentalizzato due eroi civili, che, per fortuna di tutti, sono patrimonio della collettività”.

Oggi sono 19 anni. Ciao Paolo.

OMAGGIO DI LUIGI SIBILIO (IDV LODI) A PAOLO BORSELLINO

"Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola." (Paolo Borsellino)

“Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell'amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare.” (Paolo Borsellino)

“A fine mese, quando ricevo lo stipendio, mi faccio l’esame di coscienza e mi dico se me lo sono meritato” (Paolo Borsellino)

“Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene.” (Paolo Borsellino)

"La lotta alla mafia dev'essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità." (Paolo Borsellino)

“E’ normale che esista la paura, in ogni uomo. L’importante è che sia accompagnata dal coraggio.” (Paolo Borsellino)

“Siamo uomini morti che camminano.” (Paolo Borsellino)

“Devo fare in fretta, perché adesso tocca a me.” (Paolo Borsellino)

“Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia, la mafia non si vendica. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri.” (Paolo Borsellino)

"Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio, o si fanno la guerra o si mettono d'accordo." (Paolo Borsellino)

"L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. E no! Questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire: beh! Ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest'uomo è mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c'è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reati.” (Paolo Borsellino)