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martedì 27 dicembre 2011

Silenzio indecente




PAOLO FLORES D’ARCAIS

“Non lo permetteremo”. “Non si può”. “Questo mai più”. Sono solo tre parole. Potrebbero ridursi a due: “Basta profittatori”. Per scandirle con la solennità dovuta non si impiegano più di cinque secondi. Com’è possibile, senatore Monti, che lo spazio per questi cinque secondi Ella non li abbia ancora trovati? Ha forse deciso di lasciare in esclusiva l’onore di questo doveroso e improcrastinabile monito al capo dello Stato, che siamo certi aprirà con questi accenti il suo messaggio di Capodanno?

Perché davvero l’arroganza della Casta ha ormai travolto ogni argine non diciamo della decenza (quell’argine è stato picconato da anni) ma della soglia emetica: le recenti grassazioni legali della Regione Lazio, pronuba la signora Polverini, sono farmacopea da vomito continuo per ogni cittadino ancora degno del nome. E le porcherie analoghe – al centro e alla periferia e in ogni ganglio del potere – hanno nome “legione”. Davvero non si rende conto, signor Presidente del Consiglio, che se di fronte alla Casta che continua a dilapidare il danaro pubblico per prebende e pensioni ai propri amici e amici degli amici, Ella finge di non vedere e di non sentire, si fa complice?

Perché si pecca per atti ma anche per omissioni, ce lo insegnano al catechismo fin da bambini, Ella che va a messa ogni domenica lo sa meglio di noi. Perciò quelle due o tre parole, quei cinque secondi di senso dello Stato, ce li aspettiamo. Sono un atto dovuto. Non certo per equità, di cui non c’è traccia nelle sue misure legislative benché ce ne sia overdose nelle sue porta-a-porta, ma per un più irrinunciabile senso del pudore, che anche in un governo dalla parte dei privilegiati non dovrebbe mancare, sia pure in dosi omeopatiche.

Gli uomini e le donne della Casta hanno il potere di imporre sacrifici, tagliare pensioni già di sopravvivenza, tassare tenori di vita non lontani dalla povertà. Lo stanno facendo senza risparmio e con qualche penosa lacrima di coccodrillo. Non possono, nello stesso fiat, con quelle tasse arricchirsi e arricchire sodali devoti, omertosi complici e altri “compagni di merende”. Perché non sarebbero più tasse, sarebbe bottino, sarebbe rapina, sarebbe infamia. Vorrebbe dire giustificare ogni montare della collera nel “terzo Stato”, fino all’odio.

Sarebbe istigazione a delinquere, perversa volontà di sciogliere ogni “contratto sociale”, che giustificherebbe ogni eccesso di rivolta. Quei cinque secondi di verità e di decenza sono il debito minimo che Ella deve onorare con gli italiani onesti.

Il Fatto Quotidiano, 27 Dicembre 2011

mercoledì 21 dicembre 2011

Il Pd e l’asino di Buridano




di Paolo Flores d’Arcais

Riuscirà Corrado Passera a sedurre la nomenklatura del Partito democratico, o dovrà accontentarsi di fare il leader della destra presentabile? Mentre la Cgil dichiarava la sua opposizione frontale al governo Monti (indigente di equità al punto che si sono alleati con la Camusso perfino sindacati per anni corrivi col berlusconismo), l’uomo forte del governo tecnico utilizzava le domande di Fabio Fazio, questa volta incalzante (ma neppure una sull’indegna operazione Alitalia!), per intonare un canto delle sirene che sui dirigenti Pd vorrebbe fare l’effetto del flauto magico o di una irresistibile danza del ventre: lotta “senza pace” all’evasione, revoca del regalo delle frequenze televisive al putiniano di Arcore, nessuna rinuncia al programma delle liberalizzazioni. Queste ultime, come si sa, sono la stella cometa di Bersani, benché accanto a lodabili misure anticorporative (taxi, farmacie) l’etichetta preveda alle volte scempio di realtà produttive da difendere (librerie, negozi tradizionali, ecc).
   Quanto al resto, era stato il segretario della Uil Angeletti, se non sbaglio, non un “eversivo” dirigente Fiom, a ricordare a Ballarò che le misure contro l’evasione questo governo le doveva inserire nel pacchetto: i benefici materiali si sarebbero visti tra due o tre anni, ma tutti e subito quelli morali, la famosa “credibilità”, cioè la certezza di non essere di fronte all’ennesima grida manzoniana. E quanto alle frequenze, non uno tra i dirigenti del Pd che abbia evidenziato come le parole di Passera sull’argomento siano state, tra dire e non dire, uno slalom che neppure il Tomba dei tempi d’oro.
   Il fatto è che nel Pd le divisioni sono ormai prossime al punto di rottura, e se il governo Monti conclude la legislatura l’implosione sarà inevitabile. I Fioroni e i Veltroni vogliono l’accordo con Casini, e vagheggiano smaccatamente Passera come leader di questo grande centro (che battezzeranno centrosinistra). Ma gli elettori, una parte cospicua dei militanti (per quel che ne resta), e la forza organizzata della Cgil, non li seguiranno mai.
In Italia c’è bisogno di una destra pulita, ma anche – più che mai – di una sinistra, di un partito dell’eguaglianza “giustizia e libertà”.
In realtà Bersani e Camusso sono paralizzati, come l’asino di Buridano: l’alternativa al neocentrismo, per essere credibile, dovrebbe aprirsi alla società civile, assumere la lucidità delle posizioni Fiom, rinnovare radicalmente i dirigenti. Un blocco sociale anti-privilegi nel paese già c’è, manca ancora un leader.

giovedì 13 ottobre 2011

Primarie subito


PAOLO FLORES D’ARCAIS

Due zombie tengono sequestrato il Paese. Berlusconi e Bossi stanno costringendo l’Italia allo sfacelo, pur di non cedere il potere nemmeno ai propri complici di ogni omertà (il famoso “passo indietro”). Che si tratti di due zombie è ormai certo al di là dell’idiomatico “ragionevole dubbio”. Nessun voto di fiducia cambierà questa realtà, se un governo può finire in minoranza ogni giorno perché uno Scilipoti si ritiene non sufficientemente ripagato e un Tremonti adulato. Ma i due zombie, proprio perché ormai politicamente dei “morti viventi”, possono procurare al paese ulteriori sciagure, visto che istituzionalmente sembra impossibile fermarli.

Tra un paio di settimane il Parlamento assisterà all’ennesimo scempio: una maggioranza di lacchè che manda al macero migliaia di processi (denegando giustizia a migliaia di vittime e familiari) pur di salvare lo zombie di Arcore dalla condanna che lo aspetta nel processo Mills. Non possiamo immaginare che il presidente della Repubblica firmerà una legge che della legge fa strame, ci sentiremmo offensivi solo a pensarlo, ma proprio questa è invece la “road map” di Berlusconi: impunità nei processi in corso, crisi “amica” a gennaio e voto a marzo con la legge elettorale “porcata”. Sembra inaudito che a dettare l’agenda politica possano essere ancora l’amico di Putin e il suo compare “dito medio”, ma i frondisti democristiani e leghisti, e le loro sussurrate minacce, hanno credibilità e consistenza ameboidi.

Sarà bene prepararsi, perciò, perché marzo è vicinissimo. Berlusconi ha già “in pectore” “Forza Silvio”, dove troveranno posto solo troiette e prosseneti, ma soprattutto criminali e piduisti. Bossi farà piazza pulita di chi non abbia i requisiti dell’uomo vichiano “tutto stupore e ferocia”. La società padronale ha già i suoi Montezemoli e Marcegaglie e Della Valle in pole position. E l’opposizione democratica? Il Pd nel giro di un paio di settimane dispiega la sua opulenza con i raduni concorrenziali dei veltroniani, degli ex-rottamatori soft (Civati e Serracchiani), dei diversamente berluschini (Matteo Renzi), dei succubi di Bagnasco (in ritiro bipartisan a Todi). Un orizzonte di masochismo che lascia sgomenti.

Bersani, Di Pietro e Vendola devono perciò convocare – ora, subito – le primarie per gennaio, altrimenti a gennaio, quando il caimano aprirà la sua crisi, D’Alema ci dirà che è troppo tardi. Primarie vere, cioè primarie aperte – senza condizioni – ai candidati della società civile. Che questa volta non starà a guardare, si spera.

Il Fatto Quotidiano, 13 ottobre 2011

venerdì 30 settembre 2011

Prima che sia troppo tardi


PAOLO FLORES D’ARCAIS

Il regime delle cricche e dei prosseneti, delle macerie e delle menzogne, ha deciso l’assalto finale contro le libertà repubblicane e l’abc di ogni convivenza democratica: l’autonomia del giornalismo e della magistratura. Il compagno di merende di Gheddafi ha dettato anche i tempi per il golpe che vuole imporre guinzaglio alle procure e mordacchia all’informazione: non più di quaranta giorni. In un mese o giù di lì – se quanto resta di civile in Italia non saprà reagire con immediata e vincente vitalità – diventerà legge dello Stato la picconata anticostituzionale che renderà l’Italia sempre più assuefatta alla tossina totalitaria. Berlusconi ha dalla sua un Parlamento ormai omertoso (è l’unico aggettivo adeguato, dopo il voto che ha salvato un ministro in odore di mafia), e l’assuefazione, appunto. Dell’opinione pubblica e delle cariche istituzionali che dovrebbero, in una liberaldemocrazia, “fare equilibrio”.

Infatti, solo l’impegno eccezionale e tuttavia inesausto, e soprattutto congiunto e intransigente, dei cittadini nelle piazze e sul web, delle testate giornalistiche refrattarie o alla corriva “equidistanza” che manda il regime in brodo di giuggiole, delle più alte istituzioni di garanzia – Presidenza della Repubblica e Presidenza della Camera – può fermare uno sfregio che ci piomberebbe nella melma del fascismo soft.

E invece, la gravità del rischio non sembra essere percepita. Al punto che il ministro Nitto Palma, che Berlusconi ha voluto come suo complice alla Giustizia, può spiegare sul Messaggero che la legge contro magistrati e giornalisti dovrebbe essere ancora più dura. E può permettersi ammiccanti riferimenti a immaginarie preoccupazioni del Quirinale per le intercettazioni (non per la cloaca che rivelano: un premier che propizia nomine e appalti miliardari, fino a regalare motovedette armate a Stati esteri, secondo i desiderata di Lavitola e Tarantini, in cambio del procacciamento di prostitute e relativo silenzio o spergiuro) e a un’opposizione che giudicherebbe il suo operato “serio ed equilibrato”.

Opposizione che farebbe bene a riconoscere come imperdonabile errore la proposta di legge sulle intercettazioni avanzata dal governo Prodi tramite il ministro Mastella. Altrimenti la contrarietà alla legge berlusconiana sarà svilita dal tanfo dell’opportunismo.

Il regime putiniano di Arcore punta sulla stanchezza della “guardia” repubblicana: cittadini, giornalismo, cariche istituzionali. Prima che sia troppo tardi, ognuno faccia la sua parte per dimostrare che ha sbagliato i conti.

Il Fatto Quotidiano, 30 settembre 2011

mercoledì 14 settembre 2011

Sepolcri imbiancati


di Paolo Flores d’Arcais

Ci sarà pure un giudice a Berlino” è la frase con cui il mugnaio Arnold (o sua moglie Rosina) si rivolse all’imperatore Federico di Prussia per avere giustizia. Da allora, paradossalmente, è diventata l’espressione idiomatica per indicare l’autonomia dei magistrati di fronte alla prevaricazione del potere politico. I magistrati della Procura di Napoli hanno onorato quel detto, non si sono fatti intimidire dalla nuova raffica di menzogne e contumelie di Berlusconi, gli hanno proposto quattro date (da giovedì a domenica) per non sottrarsi ai suoi doveri di testimone (la legge è uguale per tutti!), dopo di che c’è la richiesta di accompagnamento coatto. Vedremo se il compagno di merende di Gheddafi fuggirà ancora (versione soft della latitanza di Craxi?).

A non aver onorato i propri doveri istituzionali sono invece Barroso e Van Rompuy, che si sono prestati a fare da “spalle” alla pantomima con cui il plurinquisito amico di Putin cerca una volta di più di sfuggire alla “legge eguale per tutti”. Berlusconi ha preteso l’invenzione a tambur battente di un “impegno” europeo fino ad allora mai ventilato, proprio per le stesse ore in cui avrebbe dovuto rispondere alle domande di Henry John Woodcock, procuratore aggiunto di Napoli. Barroso e Von Rompuy, entrambi del Partito popolare europeo come il plurinquisito di Arcore, hanno obbedito (Manzoni avrebbe detto: “La sciagurata rispose”).

Era davvero improcrastinabile vedere Berlusconi il 13? Non il 14, non il 12, ma proprio quando avrebbe dovuto rispondere ai magistrati (senza la possibilità di amnesie selettive o di mentire per la gola, perché in tal caso si procaccia l’incriminazione per testimonianza falsa e reticente)? Senza quel faccia a faccia i mercati non avrebbero creduto al “miracolo” che la manovra finanziaria italiana rappresenta (Berlusconi dixit)? Il risultato è che a chiusura dello spot pubblicitario di Strasburgo e Bruxelles lo spread con i bond tedeschi è schizzato a 407.

Barroso e Van Rompuy non possono pretendere miracoli dalla nostra ingenuità. Perché hanno permesso che le istituzioni europee diventassero teatro dell’ennesima sceneggiata berlusconiana? Oltretutto hanno rischiato grosso: se B. avesse esternato anche sulla signora Merkel? È perciò sperabile che i parlamentari di Strasburgo che prendono sul serio Montesquieu (e magari anche la democrazia) presentino contro Barroso e Van Rompuy una mozione di censura e trovino una maggioranza che, votandola, salvi l’onore dell’Europa.

sabato 23 luglio 2011

Onorevole discredito

di Paolo Flores d’Arcais

Se nel nostro paese quattro milioni di persone su cinquanta di cittadini adulti avessero pesanti contenziosi con la giustizia (tra condannati, prescritti, rinviati e indagati), potremmo legittimamente offenderci qualora qualcuno all’estero parlasse dell’Italia come di una nazione di malfattori? Evidentemente no. Resterebbe una schiacciante maggioranza di italiani onesti, beninteso, ma il tasso di illegalità sarebbe talmente ciclopico da far apparire la Chicago degli anni trenta un’oasi di perfetta legalità, e gli aggettivi anche più duri nei confronti del nostro paese diventerebbero perciò inoppugnabili.

Le assurde proporzioni che ho appena immaginato (e che farebbero collassare qualsiasi convivenza nel caos autodistruttivo di “homo homini lupus” ) non sono però frutto di fantasia: sono, alla virgola, quelle esistenti nel parlamento italiano, dove tra i mille onorevoli e senatori ben ottantaquattro non sono in rapporti proprio idilliaci con la legge. Si dirà che in qualche caso si tratta di imputazioni “veniali”, e che qualcuno finirà assolto. D’accordo. E’ anche vero, in compenso, che il loro numero cresce con accelerazione da formula uno: ad avere guai con la giustizia nel Pdl erano un anno fa in ventiquattro, ora sono già quarantanove. E se un parlamentare non godesse di immunità rispetto a perquisizioni e altre forme di indagini, il tasso accertato di “mariuoli” sarebbe ancora più alto.

Non è vero, perciò, che il parlamento è lo specchio del paese. Il nostro attuale parlamento, quanto a disprezzo delle leggi (che ha votato!), è peggiore dei peggiori quartieri malfamati, e di gran lunga. Mentre la maggioranza di parlamentari incensurati finisce per reggere il sacco, visto che contro questo insopportabile insulto alla decenza non ha preso misure per farlo cessare (neppure l’opposizione – ahimé - appare intenzionata a proporre il bisturi necessario).

E’ apprezzabile che il Colle più alto abbia ieri stigmatizzato come “inammissibili” gli attacchi correnti contro le toghe, a pronta correzione degli strali invero incomprensibili lanciati ieri l’altro contro i magistrati che si sentirebbero “investiti di ‘improprie ed esorbitanti missioni’”. Tuttavia dal custode della Costituzione ci saremmo aspettati qualcosa di più, proprio in nome della verità storica: a salvare l’onore del Paese, di fronte a un Parlamento che sempre più ne rappresenta i bassifondi, sono stati e sono proprio i magistrati (non tutti, purtroppo), che trattano il potente come qualsiasi altro cittadino.

venerdì 15 luglio 2011

La lotta oltre il girotondo

di Paolo Flores d’Arcais

Tra i movimenti di impegno civile degli ultimi dieci anni, “Se non ora quando” (ormai familiarmente Snoq) è l’unico ad aver imboccato la strada dell’organizzazione. Lo ha fatto con il mega-incontro di Siena, alcune migliaia di donne e 120 club locali (in rapida moltiplicazione). Una novità e una lezione. Tutte le altre esperienze di lotta della società civile, dai girotondi ai popoli viola alle varie “onde” studentesche, non ci sono riusciti o non ci hanno neppure provato. Colpevolmente. La forza di ogni protesta di massa rischia infatti di passare dall’andamento “carsico” alla dissipazione e infine all’esaurimento, se non riesce a sperimentare una struttura minima, a “geometria variabile”, capace di garantire continuità (e accumulazione delle energie) tra una “esplosione” di piazza e l’altra.

I GIROTONDI conobbero un intero anno (il 2002) di iniziative di massa, e l’onda lunga della “festa di protesta” si prolungò fino al 2004, quando in gennaio tutti i leader dei partiti del centro-sinistra si sentirono obbligati a un confronto al Teatro Vittoria con Nanni Moretti e gli altri leader (e Romano Prodi inviò un messaggio che era un “endorsement”). Ma da quella straordinaria e prolungata mobilitazione non venne nulla, nessun rinnovamento dei partiti e nessun indebolimento di Berlusconi, proprio perché non si volle tentare la strada dell’auto-organizzazione (di questo errore resto uno dei principali corresponsabili). Eppure, quel movimento sapeva che “con questi dirigenti non vinceremo mai”. Abbiamo perso dieci anni.

Ora le donne di Snoq affrontano il problema, e indicano con ciò la strada a tutto il magma di mobilitazioni e lotte latenti nella società civile. Anche loro, però, rimuovono la vera pietra d’inciampo, l’ineludibile “hic Rhodus, hic salta”: la scelta di fronte alle scadenze istituzionali e in particolare alle prossime elezioni politiche. Che saranno cruciali: se Berlusconi vince realizza il suo progetto di fascismo postmoderno.

Non basta perciò affermare che ogni movimento elaborerà le sue proposte programmatiche ma eviterà di impegnarsi ulteriormente nella vicenda elettorale (indicando partiti e candidati, impegnandosi direttamente, scegliendo una formula mista) proprio per mantenere la sua autonomia. Così non si garantisce l’autonomia ma la consunzione fino all’estinzione . Che senso ha contestare Rosy Bindi e Flavia Perina e poi rifiutarsi di affrontare la responsabilità che più che mai incombe su ogni movimento, quello di prendere posizione senza infingimenti, diplomazie curiali e altre perifrasi, rispetto al momento decisivo di una democrazia rappresentativa, le elezioni per il Parlamento?

Più che mai, lo ripeto. Se vivessimo in una liberaldemocrazia mediamente funzionante, avrebbe senso considerare sufficiente per un movimento elaborare rivendicazioni e influire con le proprie lotte sui partiti politici. Ma in Italia è ormai almeno da una generazione, e in modo crescente (e con l’ultimo governo Berlusconi, crescente in maniera esponenziale) che il problema strutturale è costituito dall’incapacità dei partiti di rappresentare gli elettori. I partiti sono ormai macchine per espropriare la sovranità popolare anziché rappresentarla. Berlinguer lo aveva capito nell’intervista a Scalfari sulla questione morale, che è di trent’anni fa, e contava sulla “diversità” del Pci come alternativa. I piccoli dissipatori dell’eredità berlingueriana hanno invece omologato il post-Pci agli altri, ma nel frattempo il centro-destra è passato dalle sconcezze del Caf (per i più giovani: Craxi-Andreotti-Forlani) alla dismisura fognaria del regime cleptocratico delle cricche e della onnipervasiva caimanocrazia.

CHE SENSO ha, in questa tragedia di macerie morali, istituzionali, culturali, economiche, e infine sociali (dove ogni giorno si toglie qualche euro a chi non arriva a fine mese, per coprire d’oro diadochi e lacchè del narcisocrate di Arcore), fingere che il disimpegno dal momento elettorale ci renda vestali dell’autonomia dei movimenti? È vero esattamente il contrario.

La società civile (Snoq ci è servito come positivo punto di partenza, il discorso riguarda tutti i movimenti, in atto e potenziali) non può più influire sulla politica se non partecipando direttamente. Senza di che, la propria rivendicata autonomia sarebbe solo vestibolo d’impotenza.

Il variegato mondo della cittadinanza attiva (bollata come “antipolitica” benché in realtà voglia più politica, ma radicalmente diversa da quella degli attuali partiti, anche di opposizione) deve perciò decidere COME partecipare, non SE. Ma con l’attuale legge elettorale, partecipare significa essere componente di una delle due coalizioni principali.

ECCO perché considero necessario che alle prossime elezioni vi siano una o più liste di società civile accanto ai partiti del centro-sinistra e con pari dignità. Più d’una, probabilmente, perché diverse sono le sensibilità (e radicalità) circolate nelle lotte, e tutte devono avere rappresentanza. La “porcata” (solo) da questo punto di vista è un vantaggio: dentro una coalizione, anche un risultato con percentuale minima non risulta sprecato.

Liste di cittadini senza partito, che giurino di fare i parlamentari per una sola legislatura. Liste che in più punti saranno in dissonanza tra loro e soprattutto con il Pd e gli altri partiti, di modo che il programma di governo nascerà dai risultati concorrenziali che usciranno dalle urne (ma anche a destra è così).

Non cominciare a discuterne TUTTI INSIEME e SUBITO sarebbe, mi sembra, irresponsabile e suicida.

sabato 2 luglio 2011

Non ci provate col bavaglio

PAOLO FLORES D'ARCAIS

Non ci provate. Se pensate di far passare in agosto il processo breve nascosto nella manovra, la responsabilità civile dei magistrati infilata nella legge comunitaria e il solito bavaglio grazie alla disattenzione del “tutti al mare”, avete sbagliato i calcoli. Nove anni fa furono due manifestazioni in piena calura, il 29 e il 31 luglio, autoconvocate col passaparola dai “girotondi”, a impedire l’approvazione a tambur battente della legge Cirami. E proprio il 31 luglio fu indetta la manifestazione per il 14 settembre, in piazza San Giovanni a Roma, che sarebbe risultata gigantesca e si auto-organizzò dunque sotto il solleone di agosto. Perciò, non ci provate. La mobilitazione popolare democratica, che si è espressa anche nelle recenti amministrative e nei referendum, saprebbe trovare slancio e rinnovato impegno per impedire lo sconcio anticostituzionale.

Ma questo lo sapete benissimo. Tanto è vero che state già giocando su due tavoli, quello del bastone e quello della carota, fascisticamente. Poiché sapete di non poter affogare nell’accidia estiva l’opposizione della cittadinanza attiva, fedele all’intransigenza repubblicana, cercate di sedurre la più disponibile “opposizione” parlamentare, che tante prove di essere corriva ha già dato. Per il bavaglio lo specchietto per allodole è la “privacy”, l’ingiustizia intrinseca nel rendere pubbliche conversazioni penalmente irrilevanti. Quali intercettazioni siano rilevanti per il processo lo decidono però i magistrati, e nei reati associativi lo sfondo ambientale, gossip compreso, è spesso cruciale. In democrazia, inoltre, la trasparenza è un valore irrinunciabile, sapere se si diventa ministre per competenze professionali o in virtù di un lodo Lewinsky, è cosa rilevantissima. L’on. Alessandra Mussolini, alla domanda “che differenza vede tra Mussolini e Berlusconi”, rispose: “Mio nonno non ha mai nominato la Petacci ministro”.

La verità è che il regime vuole nascondere agli occhi dei cittadini la “cloaca” in cui si è ormai trasformato: di qui norme ammazza processi e anti-giudici, mordacchie e galera per i giornalisti-giornalisti. E conta sulla sponda del Pd, soprattutto di quei settori che hanno scheletri e “furbetti” da nascondere all’opinione pubblica. La sacrosanta privacy non c’entra, i giornali democratici già la rispettano (nulla – giustamente – hanno pubblicato su micidiali illazioni riguardanti Bertolaso, ad esempio). In gioco, semplicemente, è la libertà di stampa. Prepariamoci a un’estate di scontro di civiltà.

Il Fatto Quotidiano, 30 giugno 2011

mercoledì 2 marzo 2011

Vademecum dell’oppositore


PAOLO FLORES D'ARCAIS

“E allora voi cosa proponete di fare?”. È questo il commento più frequente, talvolta con sottinteso polemico ma spesso solo per disarmato accoramento, con cui i lettori del Fatto intervengono sul sito discutendo gli editoriali di analisi politica. In realtà di proposte concrete su questo giornale ne vengono avanzate molte, direttamente o indirettamente. Provo a riassumerle in forma sistematica, di piccolo “vademecum dell’oppositore democratico”.

Infatti i sondaggi indicano per la prima volta che Berlusconi sarà (non “sarebbe”: sarà) sconfitto, ed è per questo che oggi non vuole che si vada al voto. Ma sarà bene non dimenticare come nel 2006 nel giro di poche settimane i partiti del centrosinistra riuscirono a dissipare ben 20 punti di vantaggio (e da quel quasi-pareggio sono nate le sciagure che ora stiamo vivendo). Insomma, fare bene opposizione è più che mai necessario, perché i sondaggi per la prima volta fausti e favorevoli sono la conseguenza non solo degli scandali strutturalmente consustanziali al regime delle cricche, ma delle lotte che si sono intensificate in questi ultimi due anni. “Non mollare” con l’impegno d’opposizione è dunque la conditio sine qua non perché la buona novella di Berlusconi in minoranza non finisca una volta di più cancellata dagli “assist” dell’inciucio, dell’insipienza e delle sirene del “non demonizzare”.

Ecco il sintetico vademecum per un’opposizione democratica e vincente. In Parlamento, in primo luogo. Volendo, lo si può paralizzare, rendendo improcrastinabili le elezioni anticipate. L’ostruzionismo è impotente, infatti, se occasionale, limitato a questa o quella legge. Insormontabile, invece, dall’attuale debolissima maggioranza, se sistematico in entrambe le assemblee. Cioè se realizzato contro ogni provvedimento, in ogni commissione, in ogni occasione di dibattito in aula, senza nessuna tregua o eccezione. Chiedendo di continuo la verifica del numero legale, la discussione sull’esattezza del verbale, aprendo di continuo discussioni procedurali sul rispetto del regolamento, intervenendo sull’ordine dei lavori, chiedendo la parola per fatto personale ad ogni insulto ricevuto… e naturalmente con il mare degli emendamenti e degli interventi sugli stessi (i cui tempi, in molte commissioni non sono contingentati). Se TUTTI i parlamentari di opposizione facessero sistematicamente TUTTO questo, la maggioranza soccomberebbe esasperata in poche settimane, anzi in pochi giorni. Molti dirigenti del Pd dicono che non è vero. Se sono in buona fede, perché non accettano due settimane di prova?

Sul territorio, poi. Mi limito a due esempi. Ci voleva davvero molto per concepire un manifesto con la raccapricciante immagine di Berlusconi che bacia l’anello a Gheddafi, e la scritta “Baciamo le mani!”, oppure “Compagni di merenda”, e un testo che, a seconda dei luoghi, si rivolgesse direttamente ai vari segmenti elettorali (all’elettore leghista, all’elettore moderato, ecc.) per chiedergli se è questo che intendeva con “tolleranza zero”, guerra a “Roma ladrona”, lotta ai regimi totalitari, e le altre infinite lepidezze delle campagne elettorali leghiste e del caimano? Manifesti del genere, se avessero coperto l’Italia, e fossero stati ripresi e martellati nei giorni scorsi in tv in qualsiasi intervento di parlamentari di opposizione, non avrebbero allargato e radicato lo scollamento tra i partiti di regime e la loro sempre meno convinta base elettorale? Sono cose ovvie (ai vituperati “agitprop” della sinistra di un tempo ne veniva in mente uno a settimana), ma non si sono viste.

Secondo esempio (lo avevo fatto su questo giornale mesi fa, torna di nuovo attualissimo). Contro la legge sul cosiddetto “processo breve”, o quella sulle intercettazioni, scegliere alcuni dei casi più clamorosi di cronaca nera, che più hanno toccato la sensibilità anche dell’elettorato conservatore e reazionario, che sulle mazzette fa spallucce (le torture agli anziani del “Santa Rita” di Milano, alcuni episodi di stupro, di maltrattamenti di bambini negli asili: purtroppo i casi sono tantissimi, c’è solo il doloroso imbarazzo della scelta), e per ognuno di essi fare un manifesto che si rivolga direttamente all’elettore chiedendo: “Vuoi anche tu che il colpevole resti impunito?” e la spiegazione che la legge proposta, con nomi accattivanti e ingannevoli, e che Berlusconi e Bossi insieme sostengono, proprio quell’impunità garantirebbe.

Ma anche il singolo cittadino può fare opposizione vera. Concretamente e ogni giorno. Perfino chi è iscritto al Pd, ma riconosce quanto debole (eufemismo) sia l’atteggiamento dei suoi dirigenti, potrebbe intanto collegarsi con i tanti altri militanti scontenti, anziché mugugnare in solitudine. Basta aprire pagine Facebook o collegarsi attraverso siti disponibili. Infine (ma primi in ordine di importanza) tutti i cittadini che sono scesi e continueranno a scendere in piazza: perché non danno continuità al loro impegno con una “opposizione fai da te”? Perché non realizzano un loro bricolage politico, fondando un club con gli amici, realizzando controinformazione, discussioni di approfondimento, iniziative locali di lotta (oltre ai manifesti di cui sopra)? Un tempo l’ostacolo era la sensazione di isolamento e di conseguente impotenza. Ma ora Internet consente di collegare tutto questo bricolage. Centinaia di club autonomi, con tutte le loro gelose diversità, ma in permanente dialogo e in solidale informazione/promozione delle reciproche attività, potrebbero essere la vera “spallata” al regime. Non chiedere più “che fare?”. Comincia a farlo.

Il sito www.micromega.net si impegna nei prossimi giorni a mettere a disposizione tale strumento aperto a tutti e collegato con tutti i siti che vorranno aderire (oltre a uno strumento per i dissidenti Pd e a uno per i cattolici della “Chiesa dei fedeli” in rivolta contro la Chiesa simoniaca di Bertone e Bagnasco).

Il Fatto Quotidiano, 2 marzo 2011

lunedì 21 febbraio 2011

Paralizzare il Parlamento per cacciare Berlusconi


Questa è la modesta proposta che Camilleri, Hack, Fo, Rame, Spinelli, Tabucchi e io abbiamo avanzato tramite il sito di MicroMega per costringere Berlusconi alle dimissioni.

Il governo Berlusconi, e la sua maggioranza parlamentare obbediente perinde ac cadaver, è entrato in un crescendo di eversione che mira apertamente a distruggere i fondamenti della Costituzione repubblicana e perfino un principio onorato da tre secoli: la divisione dei poteri. Di fronte a questo conclamato progetto di dispotismo proprietario chiediamo alle opposizione (all’Idv che si riunisce domani, al Pd che dell’opposizione è il partito maggiore, ma anche all’Udc e a Fl, che ormai riconoscono l’emergenza democratica che il permanere di Berlusconi al governo configura) di reagire secondo una irrinunciabile e improcrastinabile legittima difesa repubblicana, proclamando solennemente e subito il blocco sistematico e permanente del Parlamento su qualsiasi provvedimento e con tutti i mezzi che la legge e i regolamenti mettono a disposizione, fino alle dimissioni di Berlusconi e conseguenti elezioni anticipate. Se non ora, quando?

Andrea Camilleri
Paolo Flores d’Arcais
Dario Fo
Margherita Hack
Franca Rame
Barbara Spinelli
Antonio Tabucchi

mercoledì 16 febbraio 2011

Il regalo di Bersani a Bossi sul federalismo


PAOLO FLORES D'ARCAIS

Il dialogo che Bersani ha proposto alla Lega di Bossi è una mossa pessima. In politica sono cruciali i tempi. Una mossa azzeccata il giorno x diventa esiziale il giorno y. Qui parliamo di tattica, sia chiaro: proporre alla Lega l’approvazione di “questo” federalismo da parte di un governo del Quirinale (ribaltone!), dunque dopo che Bossi avesse sfiduciato Berlusconi, poteva essere intelligente (avrebbe dovuto pensarci anche Fini), fino alla (s)fiducia del 14 dicembre. Ora, mentre Berlusconi traballa di suo, è puro masochismo.

Al limite, avrebbe ancora senso questo “cinico” baratto (un po’ di Machiavelli non guasterebbe: a brigante, brigante e mezzo, diceva il grande Pertini): la Lega (che è razzista, eccome) sfiducia Berlusconi e va alle elezioni da sola, Berlusconi è finito, e in cambio il governo post-elezioni si impegna a varare come primo provvedimento “questo” federalismo. Ma regali a Bossi in cambio di chiacchiere, è da mentecatti anche solo ipotizzarli. E meno che mai alleanze future. “Questo” federalismo fa un po’ schifo, ma è robetta più ancora che robaccia, e come prezzo per finirla col regime si potrebbe trangugiare. Comunque, meglio affidarsi alle lotte.

sabato 12 febbraio 2011

Gioie del sesso e devoti di regime


di Paolo Flores d’Arcais, il Fatto quotidiano, 12 febbraio 2011

“In mutande ma vivi” è l’esibizionistico titolo che Giuliano Ferrara ha voluto dare alla manifestazione indetta “contro il moralismo puritano e ipocrita” di chi si ostina a pensare che il comportamento di Berlusconi sia incompatibile con i requisiti minimi di un politico (“statista” sarebbe parola grossa) delle liberaldemocrazie occidentali. L’iniziativa si svolgerà questo pomeriggio a Milano al Teatro Dal Verme, nome perfettamente propiziatorio e provvidenzialmente adeguato (dappoiché nomina sunt consequentia rerum).

Lo scopo dell’adunata di cotanta goliardia tristemente appassita nel servo encomio di “Lui Culomoscio” (definizione di una fan e pupilla del medesimo – la classe non è acqua – non di esecrabili “azionisti”) è fornire ai minzolini di tutte le testate di regime l’occasione per svillaneggiare in anticipo la manifestazione promossa da alcune donne, non certo in nome del moralismo e nemmeno della moralità, ma della necessità di una seppur minima decenza nel comportamento sulla scena pubblica (che del resto è richiesta dall’articolo 54 della Costituzione – anche per questo invisa alle cheerleader di Forza Arcore? – che recita: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore”). Manifestazione che domenica dilagherà in decine e decine di piazze con centinaia di migliaia di partecipanti, nel minimalismo dei pennivendoli di regime.

Del resto, la manifestazione “Dal Verme” è solo il diapason di una campagna che la setta dei libertini devoti, falsamente libertini ma effettivamente devotissimi al già menzionato “Lui C.”, va sviluppando da mesi sul superdeficitario Foglio (malgrado i milioni elargiti ogni anno dal governo e pescati nelle tasche degli irrisi non-evasori), e che ha segnato una trafelata accelerazione da quando Ilda Boccassini, Pietro Forno e Antonio Sangermano, hanno doverosamente aperto un’inchiesta per una concussione platealmente rivelata dal medesimo “Lui” – altresì “utilizzatore finale” (l’espressione è del suo avvocato onorevole Ghedini) di una prostituta, questa volta minorenne – con una telefonata alla Questura di Milano (su una linea ufficiale che registra): per ottenere, grazie al peso della sua carica, una “altra utilità”, cioè l’indebito rilascio della minorenne che avrebbe potuto inguaiarlo. Il manipolo dei finti libertini di Giuliano Ferrara vuole infatti da mesi far credere che gli avversari (soprattutto le avversarie) del regime liberticida di Berlusconi, in gioventù sessantottina teorizzanti e talvolta anche praticanti “porci con le ali” delle gioie della liberazione sessuale, si siano trasformate/i in occhiuti bacchettoni e laide beghine e vogliano imputare a “Lui”, in sinergia con i “guardoni” delle procure, quanto vorrebbero ancora ma non possono. Invidia e risentimento, insomma, altro che legalità e moralità.

Ferrara e la sua coorte di devotissimi di “Lui” sanno benissimo di mentire per la gola. Ma con la cassa di risonanza di un controllo televisivo quasi totalitario è molto facile far diventare bianco il nero. Contano su questo, sull’incubo orwelliano della neolingua sontuosamente realizzato da “Lui-con-quel-che-segue”.

E invece. Libertari e garantisti siamo rimasti (e libertini talvolta, ma questa è irrinunciabile privacy). Libertari: pensiamo che in fatto di sesso, tra adulti consenzienti, di tutto e di più. Adulterio, masturbazione, orge, sadomasochismo, uso di pornografia e “gadget” sessuali, scambio di coppie, prostituzione, financo sesso con animali (se non si dà luogo a maltrattamento), e chi più ne ha più ne metta, il tutto sia in chiave etero che omo che transessuale. Nessuno, magistrato o giornalista che sia, in questa sfera privata deve poter mettere becco.

Le righe che precedono le ho scritte oltre un mese fa, sul sito del Fatto (quasi duecentomila visitatori al giorno), e gli unici dissensi sono stati di qualche lettore animalista. Bacchettoni e beghine, si tranquillizzi il devotissimo Ferrara, non albergano da queste parti. Quanto alla tutela della privacy, noi giustizialisti-giacobini-girotondini-azionisti (sempre e comunque trinariciuti nel nostro affetto per la Costituzione nata dalla Resistenza), siamo più rigidi della Comunità europea, per non parlare degli Usa (“che hanno sempre ragione” secondo il lapidario servilismo di “Lui”, prono-americano solo se si tratta di guerre) dove la tutela della privacy della persona pubblica è per legge infinitamente minore di quella del privato cittadino. Noi no. Noi pensiamo che debba essere la stessa, catafratta, e che solo il politico possa stabilire le eccezioni che lo riguardano. Se fa della difesa della famiglia un tema per ottenere consensi, legittima qualsiasi domanda o inchiesta sulle proprie infedeltà. Se si dedica a campagne contro i gay non può invocare la privacy qualora si scopra un suo penchant omosessuale, se propone leggi draconiane contro la prostituzione (clienti compresi) ogni sua utilizzazione di prostituta diventa fatto pubblico, se dichiara che certe cose non le ha mai fatte, anziché limitarsi al secco “fatti miei”, rende legittima la curiosità giornalistica sull’eventuale menzogna. Altrimenti no. Chiaro il criterio, devotissimo Ferrara?

Quanto alla gioiosa libertà sessuale: cosa c’entra il sesso libero, che è condiviso e reciproco piacere per il piacere (o per amore, o per curiosità, gioco, sperimentazione...) con l’acquisto a ore di un corpo, o di un’infornata di corpi, mossi non già da gioiose voglie ma da “danaro o altra utilità”, auri sacra fames capace di compensare lo schifo, confessato pre e post alle amiche, per le carni in smottamento alla cui virilità chimico-meccanicamente artefatta devono dedicarsi? Se non capisci la differenza lascia perdere, devotissimo Ferrara: non parlare di cose che non conosci.

(12 febbraio 2011)

mercoledì 2 febbraio 2011

Così rivince lui


di Paolo Flores d’Arcais

Anche un orologio fermo può segnare l’ora esatta (accade due volte al giorno). Anche a D’Alema, perciò, può accadere di dire una cosa sensata. Non necessariamente di sinistra, sia chiaro, ma sensata. In questo caso, sensata perché ineccepibile sotto il profilo matematico, che quando si parla di elezioni è un profilo cruciale. Si andrà a votare con l’attuale sistema, definito dai suoi stessi inventori “la Porcata” visto che assicura il 55% dei seggi alla coalizione che arriva prima anche con un davvero minoritario 35%. I sondaggi accreditano al momento la coalizione anticostituzionale (Berlusconi più Lega) di una cifra appena superiore, intorno al 40%.

Eppure il regime minoritario del bunga-bunga e del latrocinio vincerà le prossime elezioni, e instaurerà il suo fascismo post-moderno, se le varie forze antiberlusconiane si presenteranno divise. Basta ricordare le tabelline per capirlo. Ma questa prospettiva non sembra allarmare i capi dei vari partiti di presunta opposizione, e neppure – ahimè – una parte considerevole della società civile democratica, che pure l’opposizione l’ha sempre fatta sul serio. L’alleanza generale per liberare il paese dalle cricche berlusconiane (avanzata da D’Alema) viene infatti rifiutata sdegnosamente come “ammucchiata”, “pateracchio”, inammissibile contaminazione tra posizioni progressiste e reazionarie, filo-padronali e filo-operaie, di rinnovamento radicale e gattopardesche. Come dice Giuliano Ferrara, a cui si ispirano senza saperlo, sarebbe “l’alleanza del TTB” (Tutti Tranne Berlusconi).

È vero che alla proposta di D’Alema manca un elemento chiave. Berlusconi vincerà egualmente se potrà presentarsi come l’antipolitica contro i politici di mestiere. Per questo sono essenziali e decisive, nel TTB, liste di società civile, interamente composte di cittadini senza partito, e un candidato premier che venga da lì (come Prodi). Senza questi apporti, il disprezzo di cui godono i partiti è tale (nei sondaggi quasi il 50% dice che non voterà, o deciderà all’ultimo istante, tappandosi il naso) che si rischierebbe di finire nel baratro di Berlusconi presidente della Repubblica, e di un Parlamento di lenoni riunito ad Arcore.

Presenza massiccia e autonoma della società civile, dunque, ma dentro un’alleanza generale contro il regime: questa è l’unica proposta ragionevole, le altre fanno a pugni con la matematica. Perché, Vendola, Di Pietro, amici delle “5 stelle”, non è più tempo di inzuccherarsi l’anima, ma di fermare un fascismo: accattivante di lusso e festini, è pur sempre fascismo.

sabato 15 gennaio 2011

Dal personale al politico


PAOLO FLORES D’ARCAIS

Sia chiaro, noi siamo garantisti e anche libertari: fra adulti consenzienti, in fatto di sesso è consentito di tutto e di più. Adulterio, masturbazione, orge, sadomasochismo, uso di pornografia e “gadget” sessuali (dal vibratore al viagra alle iniezioni nei corpi cavernosi), scambio di coppie, prostituzione, financo sesso con animali (se non si dà luogo a maltrattamento), e chi più ne ha più ne metta, il tutto sia in chiave etero che omo che transessuale. Nessuno, magistrato o giornalista che sia, in questa sfera privata deve poter mettere becco. Tranne, per il magistrato, i rarissimi casi sanzionati dal codice. E, per il giornalista, quanto il politico, con le sue scelte, ha deciso di sottrarre alla sfera privata e rendere tema pubblico (se prepari una legge contro la prostituzione, non puoi poi essere l’utilizzatore finale della medesima. Se lanci un family day, hanno diritto a mettere in piazza il tuo adulterio. Se lanci anatemi contro i gay, non puoi invocare la privacy se scoprono la tua relazione omosessuale).

Dunque, nei confronti di Berlusconi la questione non è l’immoralità della sua vita privata: fatti suoi (e di sua moglie), e magari dei monsignori che l’omaggiano e lo forniscono di comunione malgrado l’ostentazione della sua condotta poco cattolica. Se non fosse che Berlusconi si era fatto Gran Protettore del family day e altre manifestazioni clericali, stabilendo con ciò che il suo comportamento extra coniugale diventava politicamente rilevante. E se non fosse che pagare una prostituta è legale, ma solo se la signorina è maggiorenne. E che un pubblico ufficiale non può fare “interventi di favore” a qualcuno, in cambio (anche solo della promessa!) di “denaro o altra utilità”, poiché il codice condanna tale comportamento come reato di concussione (art 317 c.p.), e il sesso è certamente la più antica di tali “altre utilità”.

Perciò, nei confronti di Berlusconi non vi è alcuna violazione della sacrosanta privacy, come ha subito strepitato l’ineffabile e impagabile avvocato on. Ghedini, ma solo una doverosa inchiesta per appurare se e chi abbia eventualmente commesso concussione o abuso, per minore età, di prostituta.

Questo post è naturalmente dedicato a monsignor Rino Fisichella, che doveva diventare cardinale all’ultimo Concistoro (ma la porpora è solo rimandata al prossimo), e che certamente terrà una solenne omelia per spiegare al gregge come il sesso fuori del matrimonio resti bensì un peccato mortale (la cui pena è il fuoco eterno) ma se il reo è un vecchione di potere, da cui dipendono lauti finanziamenti alle scuole cattoliche, il peccato deve essere misericordiosamente “contestualizzato”.

giovedì 30 dicembre 2010

“Dalemonne” al Lingotto


di Paolo Flores d’Arcais

D’Alema ha fatto la sua scelta: con Marchionne e contro la Fiom. Con qualche se e qualche ma, come è nello stile slalomistico della casta Pd, ma la sostanza non cambia. Si tratta di un vero e proprio cambiamento di fronte, che rischia di “fare epoca” certificando la definitiva morte del Pd, perché l’inciucio con Marchionne nel quale D’Alema trascina il partito (Bersani seguirà?) ha un sapore strategico, molto più grave perfino dei tanti inciuci “tattici” (comunque devastanti) con Berlusconi.

Anche il diktat di Marchionne, servilmente e prontamente firmato da Uil e Fim, certamente farà epoca, come hanno prontamente e servilmente gorgheggiato gli aedi di regime. Si tratta di capire di quale “epoca” si tratti. A giudicare senza pregiudizi, si tratta in campo sociale dell’analogo rappresentato dalle leggi berlusconiane di bavaglio ai giornalisti e camicia di forza ai magistrati, fin qui fermate dalla sollevazione popolare della società civile. Quei disegni di legge, che il governo non ha rinunciato a far approvare, segnano un salto di qualità verso approdi specificamente fascisti dell’attuale regime. Un equivalente funzionale e soft (soft?) di fascismo risulta anche il diktat di Marchionne. Se qualcuno ritiene il rilievo eccessivo, si accomodi a considerare le seguenti e modeste verità di fatto.

IL DIKTAT marchionnesco prevede che

1) non vi saranno più rappresentanze elette dei (dai) lavoratori, ma solo nominate dai sindacati che firmano l’accordo, e che

2) i lavoratori che scioperino anche contro un solo aspetto dell’accordo possano essere licenziati.

Queste misure costituiscono nel loro insieme un quadro di (non) diritti che negli oltre sessant’anni di vita della Repubblica non era stato mai ventilato, neppure in via ipotetica, neppure dalle forze più retrive della politica e dell’imprenditoria. Per trovare un precedente bisogna risalire agli anni del fascismo.

Riassumiamo i fatti storici.

Nell’immediato dopoguerra, dopo la rottura dell’unità sindacale, i lavoratori eleggono in fabbrica i loro rappresentanti nelle “Commissioni Interne”, su liste sindacali in concorrenza. Lungo gli anni settanta e fino a quasi la metà degli anni ottanta, invece, in un clima di unità sindacale dal basso, imposta dalle lotte del ’68 e del ’69, i rappresentanti operai vengono eletti su scheda bianca, senza sigle sindacali, votando per gruppi o reparti “omogenei” direttamente i nomi dei compagni di lavoro che riscuotono la maggiore fiducia. Con la nuova rottura dell’unità sindacale si torna a rappresentanze elette su liste di sigle sindacali concorrenti, che abbiano firmato accordi contrattuali o vi si siano opposti (anche i Cobas insomma).

Lo “Statuto dei lavoratori” del 1970 parla di rappresentanze sindacali in termini volutamente generici, proprio perché non intende predeterminare per legge quale delle due forme di elezione vada privilegiata, ma intende come ovvio l’eguale diritto di tutti i lavoratori ad essere rappresentati. Quanto al diritto di sciopero, esso è tutelato costituzionalmente (art. 40) “nell’ambito delle leggi che lo regolano”, e dunque non può essere in alcun modo limitato da accordi privati. E la legge oggi lo limita solo in specifici casi, esigendo preavvisi e/o esenzioni per i servizi pubblici irrinunciabili.

Dunque, neppure ai tempi delle più dure repressioni antioperaie, che in campo padronale avevano il volto di Valletta e dei reparti-confino per gli attivisti Fiom, e in campo politico il volto di Mario Scelba e della violenza della “Celere”, era stato mai messo in discussione l’ovvio principio che tutti i sindacati (anzi tutti gli operai) hanno diritto a dar vita alle rappresentanze dei lavoratori, perché altrimenti sarebbero “rappresentanze” non rappresentative.

Per ritrovare un analogo al diktat marchionnesco bisogna infatti risalire al 2 ottobre 1925, al diktat di Palazzo Vidoni con cui Mussolini, il padronato e i sindacati fascisti firmavano la cancellazione delle “Commissioni Interne”, sostituite dai “fiduciari” di regime (equivalente “sindacale” dei capocaseggiato). Non c’è dunque nessuna esagerazione retorica nell’allarme che i dirigenti Fiom hanno lanciato, ricordando questi precedenti, e invocando lo sciopero generale contro misure che non solo calpestano la Costituzione, ma che di questo “strame della Costituzione” intendono fare il modello delle future relazioni industriali.

Quello che colpisce e lascia anzi allibiti, semmai, è la mancanza di una risposta anche minimamente adeguata, da parte di forze che si dicono democratiche, e che verbalmente presentano rituali omaggi alla Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza. Parliamo del Pd, dove numerose sono le voci di servo encomio alla “voluntas Fiat”, e comunque maggioritarie quelle né carne né pesce, nella migliore tradizione di Ponzio Pilato, e non vi è un solo leader di spicco che abbia preso posizione netta a fianco della Fiom. Ma parliamo anche, e in questo caso soprattutto, della Cgil: non si capisce davvero cosa debba ancora accadere, in questo sciagurato paese, perché si ritenga necessario uno sciopero generale, se non bastano neppure misure antioperaie che hanno antecedenti solo nel fascismo.

E PARLIAMO anche, purtroppo, di una società civile che è stata ben altrimenti energica e pronta nel rispondere alla volontà di fascistizzazione in tema di giustizia e di informazione, e che invece sembra neghittosa di fronte a questa seconda ganascia della tenaglia di fascistizzazione del paese. Dimenticando che sulla distruzione delle libertà e dei diritti dei lavoratori è già passata una volta la distruzione delle libertà e dei diritti di tutti i cittadini. Ecco perché la sollevazione morale della società civile a fianco dei metalmeccanici Fiom è oggi il dovere più urgente, e la cartina di tornasole della capacità di resistere alle lusinghe e alle violenze del fascismo postmoderno.

sabato 25 dicembre 2010

L’opposizione quella vera


di Paolo Flores d’Arcais

Il regime progetta il fascismo per via legale. Questo annunciano la repressione preventiva di Gasparri e le minacce “stile mafia” di Berlusconi a magistrati e Corte costituzionale. Per impedirlo, le cosiddette opposizioni progettano una definitiva sconfitta: questo annunciano il capo chino del Terzo polo, le dispute da capponi della nomenklatura Pd, le reazioni dei vertici Idv all’esplodere della questione morale. Con queste “opposizioni”, il percorso verso il fascismo legale del Putin di Arcore è in carrozza.

Per fortuna che un’altra opposizione c’è. Vera. Sempre più forte, per radicamento e ampiezza. L’altroieri è scesa in piazza con un’intelligenza che ha stupito anche i più inossidabili corifei di regime. Manifestando nelle periferie popolari, dove vivono i cittadini veri – non i simulacri di plastica e paillettes dei minzolini e altri bruno-vespa – gli studenti hanno realizzato la mossa del cavallo, quella che negli scacchi spiazza l’avversario e rovescia una partita. Sono sfilati tra gli applausi degli automobilisti, imbottigliati per la manifestazione ma solidali anziché “imbufaliti”. Aprivano il corteo con uno striscione che chiedeva lo sciopero generale, la stessa richiesta avanzata dalla Fiom di Landini nella gigantesca manifestazione del 16 ottobre.

Non a caso. È con quella manifestazione che comincia a realizzarsi la nuova opposizione civile. La novità è questa: lotte sociali, perché radicate in una condizione ben identificabile (gli operai contro il tentativo di Marchionne di far regredire verticalmente le condizioni di lavoro, gli studenti contro una “riforma” dell’università che azzera il diritto allo studio), ma capaci di farsi catalizzatori per rivendicazioni più ampie, di diritti per tutti. Dunque, movimenti civili che nella radicalità della lotta costruiscono alleanze programmatiche sempre più larghe. Quello che dovrebbero fare i partiti di opposizione, autoridottisi invece a larve.

Solo la lotta di questi movimenti può liberarci dal regime. Purché capaci di sinergia, e di non sfuggire il problema che ha fin qui regalato alla casta di “opposizione” la rendita monopolistica sul terreno elettorale. Ovvio il pericolo che una partecipazione elettorale omologhi i movimenti e li trasformi in trampolino per nuove nomenklature. Ma senza una proiezione politica che renda la società civile protagonista anche nelle urne, la cosa pubblica continuerà a restare per i partiti “cosa loro”, e le lotte una grande esperienza esistenziale, ma in un’Italia di macerie.

venerdì 17 dicembre 2010

Se Bagnasco fa politica


di Paolo Flores d’Arcais

Moralmente parlando, siamo al governo Berlusconi - Scilipoti. Politicamente, siamo al governo dei tre B: Berlusconi, Bossi e Bagnasco. Sua Eminenza, infatti, qualche istante dopo il voto-mercimonio con cui a Montecitorio Berlusconi aveva evitato la sfiducia, già avvertiva l’impellente stimolo di incensarlo così: “Ripetutamente gli italiani si sono espressi con un desiderio di governabilità. Questa volontà, questo desiderio espresso in modo chiaro e democratico, deve essere da tutti rispettato e da tutti perseguito con buona volontà ed onestà”. Il più lurido mercato delle vacche cui sia stato dato assistere nel Parlamento italiano viene così santificato dal presidente della Conferenza episcopale, che parla evidentemente a nome di tutti i vescovi italiani.

Cosa c’entrino “buona volontà e onestà” con lo sfacciato acquisto “un tanto al chilo”, prolungato urbi et orbi lungo tutto un mese, di uomini e donne che dovrebbero rappresentare la nazione, lo sa solo Iddio. Con questo ultimo “endorsement” al caro amico di Putin e Gheddafi, la Chiesa gerarchica ha toccato lo zenit nel suo pellegrinaggio di ritorno al costantinismo, calpestando tutte le aperture di laicità del Concilio Vaticano II e del “Papa buono” Giovanni XXIII.

In uno dei passi più noti del Vangelo (Luca, 16,13), Gesù di Galilea condanna l’avidità di ricchezze con il definitivo “voi non potete servire Dio e Mammona”, e in Italia non c’è nessuno che – con decenni di tetragona coerenza nei comportamenti pubblici e privati – abbia dimostrato di rappresentare e incarnare i (dis)valori di Mammona meglio del signor Berlusconi da Arcore. Ma al capo dei vescovi italiani, la smisurata ed esibita corruzione del potere e del danaro, imposta dal malgoverno di regime come supremo criterio di valutazione morale, sembra invece rappresentare un giulebbe di onestà e buona volontà. Non è possibile credere che tutta la Chiesa italiana condivida tanto oltranzismo filo-berlusconiano. Certo, ci sono i “preti in prima linea”, che hanno il coraggio di condannare il “pranzo dell’ignominia con Berlusconi” e lo “scandalo della gerarchia cattolica che si è inginocchiata alla mensa della corruzione,ha offerto corruttele e in cambio ha ricevuto soldi di peccato, leggi arraffa” per concludere con un “Bagnasco, Bertone, Ruini. Liberaci, o Signore!” (don Paolo Farinella). Ma anche nella Chiesa gerarchica, tra i vescovi, possibile che i tanti che in privato sussurrano gli stessi giudizi, abbiano deciso di ridursi a una volontaria “Chiesa del silenzio”?

giovedì 2 dicembre 2010

In Movimento


di Paolo Flores d’Arcais

Gli studenti e i ricercatori che hanno occupato tetti e monumenti per impedire la controriforma Gelmini, hanno deciso di indire per martedì 14 dicembre una giornata di lotta dal titolo: “Sfiduciare Berlusconi per non essere sfiduciati”. Chiedono alla società civile di mobilitarsi insieme a loro, vogliono – giustamente – portare la lotta per il futuro del sapere e delle giovani generazioni fuori delle aule, perché il sapere e le nuove generazioni costituiscono oggi un problema drammatico per tutta la società italiana, mentre in presenza di un governo appena decente dovrebbero costituire una preziosissima e irrinunciabile risorsa. La scelta del giorno 14 dicembre ha un perché esplicito e polemico: nei due rami del Parlamento si vota la fiducia (sfiducia, speriamo), ma il movimento degli studenti vuole che sia una giornata di lotta anche e innanzitutto fuori del Parlamento. Considera infatti del tutto insufficiente l’opposizione che al regime di Berlusconi è venuta e viene nelle sedi istituzionali. Quella passata del Pd e quella presente, che vede la “new entry” del partito di Fini.

Gli studenti sono giustamente convinti che il governo sia ormai finito, anche qualora dovesse racimolare col mercato delle vacche qualche voto in più per tirare a campare. Ma sono ancor più consapevoli che l’alternativa a Berlusconi e al berlusconismo sia ancora tutta da costruire, ed esiga che di tale costruzione protagonisti siano in primo luogo la società civile coi suoi movimenti di lotte sociali. Hanno ragione. Senza lotte continue e intransigenti dei cittadini, Berlusconi troverà il modo di restare in sella. Cacciarlo dal governo non basta per porre fine al suo potere. Che è fatto di proprietà bulgara sul sistema televisivo,dileggi ad personam che garantiscono ai suoi crimini impunità, della neutralizzazione bipartisan della legge del 1957 sul conflitto di interessi, e di un sistema elettorale che fa rimpiangere la legge-truffa di democristiana memoria. Senza il venir meno di queste architravi del suo potere reale, Berlusconi potrebbe tornare a vincere, in elezioni che non sarebbero affatto democratiche. E puntare ad instaurare per via legale una vera e propria dittatura. Ecco perché la mobilitazione di piazza che gli studenti propongono è quanto di più civile e responsabile – anzi di improcrastinabile – se vogliamo che l’Italia si liberi davvero dalle macerie in cui il regime l’ha umiliata e prostrata. “Sfiduciare Berlusconi per non essere sfiduciati”.

giovedì 4 novembre 2010

Se l’opposizione non c’è scenda in campo la società civile


di Paolo Flores d’Arcais

Se l’opposizione fosse esistita, il maleodorante regime che vuole fare a pezzi la Costituzione nata dalla Resistenza sarebbe franato da un pezzo. In un editoriale di inizio luglio questo giornale già sosteneva la necessità improrogabile di un governo di “lealtà costituzionale”, senza Berlusconi e contro Berlusconi. A questa prospettiva ha portato domenica il suo riconoscimento anche Repubblica con lo scritto del suo fondatore, la personalità più ascoltata dal Pd e dal centrosinistra. Con una sola differenza: tra le poche e urgenti cose di un governo di “Mister X”, Eugenio Scalfari ne trascura una che a noi sembra essenziale: restituire l’etere al pluralismo, liberarlo dall’appropriazione bulgara di Berlusconi. Ripristinate le condizioni minime della democrazia – se le opposizioni parlamentari almeno di questo saranno capaci – bisognerà però andare al voto. Ma un Berlusconi che vincesse non farebbe prigionieri, saremmo al fascismo per via legale. Purtroppo, il futuro della democrazia italiana è un’equazione facile da descrivere e difficile da risolvere. Dal 1994, vince le elezioni chi conquista la casamatta strategica dell’antipolitica. Oggi è più vero che mai. Un italiano su tre è fermamente deciso a non votare (“sono tutti uguali, tutti ladri”), e uno su quattro dei rimanenti resterà incerto fino all’ultimo. Oltre metà del paese si riconosce insomma nel partito della “anti-politica”. Etichetta comoda quanto fuorviante: spesso sono cittadini che detestano la partitocrazia, non l’impegno civile e la partecipazione pubblica (anzi!).

Perciò, primo dovere di realismo: per porre fine al regime bisogna conquistare una parte consistente di questa “antipolitica”. Al Pd, negli ultimi anni, è riuscito esattamente il contrario, spingere all’astensionismo alcuni milioni di elettori tradizionalmente di sinistra. E allora, primo corollario di realismo: o nel fronte delle opposizioni ci saranno una o più liste della società civile (di cittadini “senza partito”), oppure la sconfitta è assicurata.

SECONDO dovere di realismo: si vince solo con l’alleanza più vasta delle forze disponibili. Questo, ovviamente, nell’ipotesi che si consideri la liberazione da Berlusconi una priorità irrinunciabile. Se si pensa invece che, lui o le opposizioni, è zuppa o pan bagnato, è evidente che si può praticare l’orgoglioso isolamento di un voto a cinque stelle, o anche di più. Ma Berlusconi, se vince, rende Costituzione il governo delle cricche, realizza il suo totalitarismo proprietario. Fascismo post-moderno. Chi non lo capisce è irresponsabile, si chiami pure Grillo con i suoi meriti. Si badi, però: è necessaria l’alleanza più ampia, a patto che nessun nuovo apporto faccia perdere più voti di quanti promette di aggiungerne. L’alleanza con l’Udc porterebbe a un tracollo sulla sinistra di dimensioni ciclopiche, ad esempio.

Insomma, realismo e responsabilità da una parte impongono che movimenti e società civile pretendano che le loro liste siano presenti nell’alleanza delle opposizioni, e dall’altra che queste, dal Pd all’Idv alla Sel, non frappongano rifiuti. Quanto alla giaculatoria che in questo modo non si conquistano i voti moderati, basterà qualche rilievo empirico. Già dopo la manifestazione dei girotondi del 2002 a piazza San Giovanni, un sondaggio di Mannheimer evidenziava come una giornata denunciata da Berlusconi eversiva e platealmente boicottata da D’Alema avesse trovato accoglienza favorevole presso un quarto degli elettori di destra. Dati confermati dopo un’altra manifestazione “eversiva”, quella di Piazza Navona del 2008. Risultati incomprensibili (e perciò rimossi) solo per le nomenklature di centrosinistra, che confondono moderati con Casini e altri Montezemoli. I moderati, in realtà, si conquistano proprio con la coerenza in difesa della Costituzione, accompagnata da candidati estranei a quella che per milioni di moderati realmente esistenti (non la loro controfigura ideologica immaginata dai cacicchi del Pd) è un’autentica bestia nera: i politicanti di mestiere, senza arte né parte.

In effetti, cosa c’è di più moderato che la realizzazione della Costituzione? Per la maggioranza antiberlusconiana del paese il programma dunque già c’è. L’ostacolo è dato solo dagli egoismi di bottega dei vertici dei partiti, che considerano una “irruzione” della società civile nell’agone elettorale minaccia di lesa maestà. Si tratta di costringerli. Come? I tempi per una “operazione Lula” non sono maturi. Ma neppure la soluzione Vendola convince. Se la scelta si ridurrà a Vendola, Bersani e Chiamparino voterò Vendola, ovviamente. Nichi resta pur sempre il migliore, ma dentro il mondo dei “politici a vita” (e la nomenklatura ex Rifondazione che lo accompagna è una cartina di tornasole).

ABBOZZO un altro percorso: primo passo, tutte le esperienze DI BASE di democrazia militante di cui l’Italia è ricchissima – movimenti su obiettivi, club di ogni genere, volontariato, liste locali, gruppi “viola”, “meet up” grillini, sezioni e militanti di base di Sel, Pd e Idv – senza mettere da parte le divergenze e le peculiarità, a cui sembrano tenere con gelosissimo orgoglio, si collegano in un Forum permanente. Secondo: pubblicizzano reciprocamente tutte le iniziative, rendendole patrimonio comune e, parallelamente, discutono un “decalogo” delle misure programmatiche prioritarie per “realizzare la Costituzione”. Terzo: si impegnano a una “etichetta” di discussione fondata sull’argomentazione razionale, disprezzando la logica dell’insulto. Quarto: danno vita sul territorio a quanti più incontri “fisici” e iniziative “materiali” comuni possibili. Quinto, fanno così maturare la possibilità di una candidatura comune della società civile per le primarie di coalizione.