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lunedì 26 dicembre 2011

L'oscenità in politica




Ripubblichiamo uno degli ultimi articoli pubblicati del giornalista, scomparso oggi a Milano. E' uscito su Repubblica il 23 settembre 2011

LA POLITICA, il parlar di politica come un interminabile, ossessivo fiume di oscenità, come accadeva nella fanciullezza quando ci scambiavamo parole “sporche” persuasi che quello fosse il segno della raggiunta maturità, che eravamo diventati uomini  capaci di creare uomini. Giornali e televisioni sembrano dominati dalla foia delle immagini lubriche, dell’umorismo da caserma.

Un uomo, un industriale brianzolo di nome Silvio Berlusconi è il portavoce di questa volgarità plebea che ha ritrovato il coraggio di esporsi in pubblico, anzi vantandosi in pubblico di esistere. Nelle intercettazioni telefoniche di Silvio, dei suoi cortigiani, delle sue prostitute ritrovi lo sfogo carnevalesco della sessualità repressa. La Rai ha trasmesso un' intervista a una delle escort: sembrava la parodia di un inno satanico.

Proterva, sfrenata la signorina recitava la parte del demonio vincente su tutte le ipocrisie, su tutte le viltà. Parlava del ruffiano Tarantini come di un campione della verità e dell' audacia: sia lodato lui che in questo mondo di pecore ha avuto il coraggio di essere ciò che un uomo vincente deve essere, uno che ruba, approfitta, che usa la benevolenza dei potenti viziosi per fare strada. Non solo dei piccoli ricatti, delle modeste tangenti, ma i grandi affari con i monopoli privati di Stato, con la chimica e le meccaniche e il petrolio.

Coraggioso e ingegnoso: qualche bella ragazza mandava nel salotto giusto ed ecco che il furbo Tarantini era diventato un personaggio chiave della corruzione. La bella escort proseguendo l' intervista non si conteneva più, faceva l'elogio della lascivia che aiuta la furbizia, dell' avidità che è il giusto sentimento di rivalsa dei nati poveri. Irridente, sprezzante di ogni prudenza, di ogni rispetto. Credete a me che queste cose le conosco: hai un fratello disoccupato da sistemare, una madre ammalata da curare, devi pensare al tuo avvenire, a uscire dalla miseria degli stipendi statali.

E allora smettila di fare l' elogio delle virtù che ti lasciano povera, dei doveri con i quali non ti compri una T-shirt elegante, credi a me che conosco la catena del successo e della ricchezza, se devi venderti per
avere dei bei vestiti venditi, perché solo l'eleganza ti aprirà le prime porte, se vuoi diventare un' attrice, un' indossatrice alle feste di Silvio e dei suoi simili non andartene proprio al momento giusto, quello in cui si fermano le candidate al suo letto, ai suoi amori penosi ma redditizi. Quando le prostitute rivendicano il loro diritto a esserlo, il loro merito a essere uscite dal gregge dei paurosi e dei deboli è troppo tardi per ogni considerazione sociale: siamo alla disperazione senza rimedio di chi sceglie la via delittuosa pur di uscire dalle pene della vita.

A questo punto sei fuori da una vita non diciamo virtuosa, ma onesta, fuori da una socialità corretta o sopportabile, dentro un groviglio di ricatti e di menzogne. Durante l'inchiesta di Mani pulite il procuratore Di Pietro ebbe parole di pietà per i poveracci che erano caduti nella rete infernale, anche loro, disse, hanno dei sentimenti, dei parenti, dei desideri di redenzione. Ma è altrettanto vero che uscire dalle grinfie del demonio non è facile, che non tutti possono resistere alle sue tentazioni.

Si chiede a Berlusconi di fare un passo indietro. Non lo farà. Uomini come lui non sono in grado di farlo, non esistono per loro rifugi in paesi lontani. Se sono al punto in cui sono è perché lo hanno voluto con volontà di distruggersi, prevalente su quella di salvarsi. 
 
(25 dicembre2011)

sabato 1 ottobre 2011

Liberiamoci di Berluskonia


di Giorgio Bocca

Un mondo tutto finto. Dove ai poveri viene fatto credere di essere ricchi e agli infelici di essere privilegiati. Dove il sogno è un consumo è senza limiti e le donne si comprano al chilo. Ora basta, no?

(18 febbraio 2011)

L'ultima di Silvio: "Io non ho mai pagato le donne". Mai pagato le donne? Forse voleva dire l'esatto contrario: che è l'uomo che ha pagato le donne più di ogni altro arrivato al potere. Con lui si è vista in Italia la prima corte di donne al governo, ha preso delle donne di scarsa o nessuna formazione intellettuale e di governo e gli ha affidato mezzi e poteri per il funzionamento dello Stato, riforme come quella della scuola o il turismo o le pari opportunità. E per la prima volta la presenza femminile al governo del paese è stata manifesta nei mezzi d'informazione: donne in tutte le cerimonie pubbliche, presentate e segnalate anche per la loro avvenenza, a cominciare dalla crocerossina ammirata dal nostro in una sfilata per una festa della Repubblica. Donne a corona attorno al capo, il petto proteso in suo onore.

Dice il nostro: "Non ho mai curato e favorito i miei interessi ma sempre quelli del paese". Che faccia di bronzo, si diceva una volta. Con Berlusconi, sotto la sua guida, esempio e incitamento, è avvenuto il mercimonio totale del bene pubblico, una folla di affaristi, commercianti, speculatori lo hanno applaudito quando diceva "sono uno di voi, sono uno del partito del fare non del parlare o del sognare". Del fare che? Lo ha detto esplicito esplicito quando ha parlato della funzione della televisione e dei suoi meriti: "Aprire gli immensi pascoli della pubblicità", sin lì limitata dalla radio e dalla televisione pubblica, offrire agli uomini del fare i mezzi per moltiplicare le loro offerte, i loro inganni, le loro contraddizioni.

Fin dalle prime trasmissioni televisive si capì dove stava il genio mercuriale del nostro: non solo fingere che l'Italia fosse improvvisamente diventata il paese dell'abbondanza, ma di un'abbondanza hollywoodiana, in technicolor, da Miami Beach, da Quinta strada. Uscivano allora le istruzioni che il nostro dava ai registi e agli autori delle sue televisioni: credersi ricchi, apparire ricchi ancora prima di diventarlo.

La fabbrica di Berluskonia, il regno del consumo senza limiti e della felicità assoluta sotto la guida del buon sultano, avvenne con la costruzione di Canale 5, Italia 1 e Retequattro. Passando negli studios televisivi alla periferia di Milano si capiva che Silvio non solo era capace di moltiplicare i bisogni e desideri, ma anche di far credere ai poveri di essere ricchi e agli infelici di essere privilegiati. I poveri cristi noleggiati o assunti per far funzionare la produzione appena entrati nel recinto magico si trasformavano, si sentivano eleganti, spigliati, erano entrati nel prato dei miracoli, del benessere e della bontà. Qui la bonarietà naturale del nostro è diventata un'arma irresistibile di dominio.

Il capo dei capi, l'uomo dei miracoli e della provvidenza era anche buono, correva al letto degli ammalati, soccorreva gli afflitti. Esagerava un po', come nel recente messaggio alla nazione, vantando anche carità pelose o ambigue quando non malsane, come il prestito generoso a Lele Mora dipinto come uomo buono e generoso, lui che in vita sua ha sempre gestito una scuderia di attricette e attorucoli pronti a tutto pur di arrivare in tv, pronti anche a seguire il capo nei giorni delle sue demenze senili, del suo delirio d'eterna giovinezza a cui l'uomo generoso, il migliore dei buoni padri di famiglia ha sacrificato moglie e figli, in una serie televisiva simile a quelle hollywoodiane di J. R.

Silvio a parole ama le donne, le fa ricche, le corteggia, e le consiglia per la vita: "Sposatevi un miliardario". Ma non è così facile come dice lui.

martedì 16 agosto 2011

"Come combatto contro la mafia "


PALERMO - La Mafia non fa vacanza, macina ogni giorno i suoi delitti; tre morti ammazzati giovedì 5 fra Bagheria, Casteldaccia e Altavilla Milicia, altri tre venerdì, un morto e un sequestrato sabato, ancora un omicidio domenica notte, sempre lì, alle porte di Palermo, mondo arcaico e feroce che ignora la Sicilia degli svaghi, del turismo internazionale, del "wind surf" nel mare azzurro di Mondello. Ma è soprattutto il modo che offende, il "segno" che esso dà al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e allo Stato: i killer girano su potenti motociclette, sparano nel centro degli abitati, uccidono come gli pare, a distanza di dieci minuti da un delitto all'altro.

Dalla Chiesa è nero: "Da oggi la zona sarà presidiata, manu militari. Non spero certo di catturare gli assassini ad un posto di blocco, ma la presenza dello Stato deve essere visibile, l'arroganza mafiosa deve cessare".

Che arroganza generale?

"A un giornalista devo dirlo? uccidono in pieno giorno, trasportano i cadaveri, li mutilano, ce li posano fra questura e Regione, li bruciano alle tre del pomeriggio in una strada centrale di Palermo".

Questo Dalla Chiesa in doppio petto blu prefettizio vive con un certo disagio la sua trasformazione: dai bunker catafratti di Via Moscova, in Milano, guardati da carabinieri in armi, a questa villa Wittaker, un po' lasciata andare, un po' leziosa, fra alberi profumati, poliziotti assonnati, un vecchio segretario che arriva con le tazzine del caffè e sorride come a dire: ne ho visti io di prefetti che dovevano sconfiggere la Mafia.

Generale, vorrei farle una domanda pesante. Lei è qui per amore o per forza? Questa quasi impossibile scommessa contro la Mafia è sua o di qualcuno altro che vorrebbe bruciarla? Lei cosa è veramente, un proconsole o un prefetto nei guai?

"Beh, sono di certo nella storia italiana il primo generale dei carabinieri che ha detto chiaro e netto al governo: una prefettura come prefettura, anche se di prima classe, non mi interessa. Mi interessa la lotta contro la Mafia, mi possono interessare i mezzi e i poteri per vincerla nell'interesse dello Stato".

Credevo che il governo si fosse impegnato, se ricordo bene il Consiglio dei Ministri del 2 aprile scorso ha deciso che lei deve "coordinare sia sul piano nazionale che su quello locale" la lotta alla Mafia.

"Non mi risulta che questi impegni siano stati ancora codificati".

Vediamo un po' generale, lei forse vuol dirmi che stando alla legge il potere di un prefetto è identico a quello di un altro prefetto ed è la stessa cosa di quello di un questore. Ma è implicito che lei sia il sovrintendente, il coordinatore.

"Preferirei l'esplicito".

Se non ottiene l'investitura formale che farà? Rinuncerà alla missione?

"Vedremo a settembre. Sono venuto qui per dirigere la lotta alla Mafia, non per discutere di competenze e di precedenze. Ma non mi faccia dire di più".

No, parliamone, queste faccende all'italiana vanno chiarite. Lei cosa chiede? Una sorta di dittatura antimafia? I poteri speciali del prefetto Mori?

"Non chiedo leggi speciali, chiedo chiarezza. Mio padre al tempo di Mori

comandava i carabinieri di Agrigento. Mori poteva servirsi di lui ad Agrigento e di altri a Trapani a Enna o anche Messina, dove occorresse. Chiunque pensasse di combattere la Mafia nel "pascolo" palermitano e non nel resto d'Italia non farebbe che perdere tempo".

Lei cosa chiede? L'autonomia e l'ubiquità di cui ha potuto disporre nella lotta al terrorismo?

"Ho idee chiare, ma capirà che non è il caso di parlarne in pubblico. Le dico solo che le ho già, e da tempo, convenientemente illustrate nella sede

competente. Spero che si concretizzino al più presto. Altrimenti non si potranno attendere sviluppi positivi".

Ritorna con la Mafia il modulo antiterrorista? Nuclei fidati, coordinati in tutte le città calde?

Il generale fa un gesto con la mano, come a dire, non insista, disciplina giovinetto: questo singolare personaggio scaltro e ingenuo, maestro di diplomazie italiane ma con squarci di candori risorgimentali. Difficile da capire.

Generale, noi ci siamo conosciuti qui negli anni di Corleone e di Liggio, lei è stato qui fra il '66 e il '73 in funzione antimafia, il giovane ufficiale nordista de "Il giorno della civetta". Che cosa ha capito allora della Mafia e che cosa capisce oggi, 1982?

"Allora ho capito una cosa, soprattutto: che l'istituto del soggiorno obbligatorio era un boomerang, qualcosa superato dalla rivoluzione tecnologica, dalle informazioni, dai trasporti. Ricordo che i miei corleonesi, i Liggio, i Collura, i Criscione si sono tutti ritrovati stranamente a Venaria Reale, alle porte di Torino, a brevissima distanza da Liggio con il quale erano stati da me denunziati a Corleone per più omicidi nel 1949. Chiedevo notizie sul loro conto e mi veniva risposto: " Brave persone". Non disturbano. Firmano regolarmente. Nessuno si era accorto che in giornata magari erano venuti qui a Palermo o che tenevano ufficio a Milano o, chi sa, erano stati a Londra o a Parigi".

E oggi ?

"Oggi mi colpisce il policentrismo della Mafia, anche in Sicilia, e questa è davvero una svolta storica. E' finita la Mafia geograficamente definita della

Sicilia occidentale. Oggi la Mafia è forte anche a Catania, anzi da Catania viene alla conquista di Palermo. Con il consenso della Mafia palermitana, le quattro maggiori imprese edili catanesi oggi lavorano a Palermo. Lei crede che potrebbero farlo se dietro non ci fosse una nuova mappa del potere mafioso?"

Scusi la curiosità, generale. Ma quel Ferlito mafioso, ucciso nell'agguato sull'autostrada, si quando ammazzarono anche i carabinieri di scorta, non era il cugino dell'assessore ai lavori pubblici di Catania?

"Si ".

E come andiamo generale, con i piani regolatori delle grandi città? E' vero che sono sempre nel cassetto dell'assessore al territorio e all'ambiente?

"Così mi viene denunziato dai sindaci costretti da anni a tollerare l'abusivismo".

I

IL CASO MATTARELLA

Senta generale, lei ed io abbiamo la stessa età e abbiamo visto, sia pure da ottiche diverse, le stesse vicende italiane, alcune prevedibili, altre assolutamente no. Per esempio che il figlio di Bernardo Mattarella venisse ucciso dalla Mafia. Mattarella junior è stato riempito di piombo mafioso. Cosa è successo, generale?

"E' accaduto questo: che il figlio, certamente consapevole di qualche ombra avanzata nei confronti del padre, tutto ha fatto perché la sua attività politica e l'impegno del suo lavoro come pubblico amministratore fossero esenti da qualsiasi riserva. E quando lui ha dato chiara dimostrazione di questo suo intento, ha trovato il piombo della Mafia. Ho fatto ricerche su questo fatto nuovo: la Mafia che uccide i potenti, che alza il mirino ai signori del "palazzo".

Credo di aver capito la nuova regola del gioco: si uccide il potente quando avviene questa combinazione fatale, è diventato troppo pericoloso ma si può uccidere perché è isolato".

Mi spieghi meglio.

"Il caso di Mattarella è ancora oscuro, si procede per ipotesi. Forse aveva

intuito che qualche potere locale tendeva a prevaricare la linearità dell'amministrazione. Anche nella DC aveva più di un nemico. Ma l'esempio più chiaro è quello del procuratore Costa, che potrebbe essere la copia conforme del caso Coco".

Lei dice che fra filosofia mafiosa e filosofia brigatista esistono affinità elettive?

"Direi di si. Costa diventa troppo pericoloso quando decide, contro la maggioranza della procura, di rinviare a giudizio gli Inzerillo e gli Spatola. Ma è isolato, dunque può essere ucciso, cancellato come un corpo estraneo. Così è stato per Coco: magistratura, opinione pubblica e anche voi garantisti eravate favorevoli al cambio fra Sossi e quelli della XXII ottobre. Coco disse no. E fu ammazzato".

Generale, mi sbaglio o lei ha una idea piuttosto estesa dei mandanti morali e dei complici indiretti? No, non si arrabbi, mi dica piuttosto perché fu ucciso il comunista Pio La Torre.

"Per tutta la sua vita. Ma, decisiva, per la sua ultima proposta di legge, di

mettere accanto alla "associazione a delinquere" la associazione mafiosa".

Non sono la stessa cosa? Come si può perseguire una associazione mafiosa se non si hanno le prove che sia anche a delinquere?

"E' materia da definire. Magistrati, sociologi, poliziotti, giuristi sanno benissimo che cosa è l'associazione mafiosa. La definiscono per il codice e sottraggono i giudizi alle opinioni personali".

Come si vede lei generale Dalla Chiesa di fronte al padrino del "Giorno della civetta"?

"Stiamo studiandoci, muovendo le prime pedine. La Mafia è cauta, lenta, ti

misura, ti ascolta, ti verifica alla lontana. Un altro non se ne accorgerebbe, ma io questo mondo lo conosco".

"ERA MEGLIO L'ANTITERRORISMO"

Mi faccia un esempio.

"Certi inviti. Un amico con cui hai avuto un rapporto di affari, di ufficio, ti dice, come per combinazione: perché non andiamo a prendere il caffè dai tali. Il nome è illustre. Se io non so che in quella casa l'eroina corre a fiumi ci vado e servo da copertura. Ma se io ci vado sapendo, è il segno che potrei avallare con la sola presenza quanto accade".

Che mondo complicato. Forse era meglio l'antiterrorismo.

"In un certo senso si, allora avevo dietro di me l'opinione pubblica, l'attenzione dell' Italia che conta. I gambizzati erano tanti e quasi tutti negli uffici alti, giornalisti, magistrati, uomini politici. Con la Mafia è diverso, salvo rare eccezioni la Mafia uccide i malavitosi, l'Italia per bene può disinteressarsene. E sbaglia".

Perché sbaglia, generale?

"La Mafia ormai sta nelle maggiori città italiane dove ha fatto grossi investimenti edilizi, o commerciali e magari industriali. Vede, a me interessa conoscere questa "accumulazione primitiva" del capitale mafioso, questa fase di riciclaggio del denaro sporco, queste lire rubate, estorte che architetti o grafici di chiara fama hanno trasformato in case moderne o alberghi e ristoranti a la page. Ma mi interessa ancora di più la rete mafiosa di controllo, che grazie a quelle case, a quelle imprese, a quei commerci magari passati a mani insospettabili, corrette, sta nei punti chiave, assicura i rifugi, procura le vie di riciclaggio, controlla il potere".

E deposita nelle banche coperte dal segreto bancario, no, generale?

"Il segreto bancario. La questione vera non è lì. Se ne parla da due anni e

ormai i mafiosi hanno preso le loro precauzioni. E poi che segreto di Pulcinella è? Le banche sanno benissimo da anni chi sono i loro clienti mafiosi. La lotta alla Mafia non si fa nelle banche o a Bagheria o volta per volta, ma in modo globale".

Generale Dalla Chiesa, da dove nascono le sue grandissime ambizioni?

Mi guarda incuriosito.

Voglio dire, generale: questa lotta alla Mafia l'hanno persa tutti, da secoli, i Borboni come i Savoia, la dittatura fascista come le democrazie pre e post fasciste, Garibaldi e Petrosino, il prefetto Mori e il bandito Giuliano, l'ala socialista dell'Evis indipendente e la sinistra sindacale dei Rizzotto e dei Carnevale, la Commissione parlamentare di inchiesta e Danilo Dolci. Ma lei Carlo Alberto Dalla Chiesa si mette il doppio petto blu prefettizio e ci vuole riprovare.

"Ma si, e con un certo ottimismo, sempre che venga al più presto definito il carattere della specifica investitura con la quale mi hanno fatto partire. Io, badi, non dico di vincere, di debellare, ma di contenere. Mi fido della mia professionalità, sono convinto che con un abile, paziente lavoro psicologico si può sottrarre alla Mafia il suo potere. Ho capito una cosa, molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi certamente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla Mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati".

Si va a pranzo in un ristorante della Marina con la signora Dalla Chiesa, oggetto misterioso della Palermo del potere. Milanese, giovane, bella.

Mah! In apparenza non ci sono guardie, precauzioni. Il generale assicura che non c'erano neppure negli anni dell'antiterrorismo. Dice che è stata la fortuna a salvarlo le tre o quattro volte che cercarono di trasferirlo a un mondo migliore.

"Doveva uccidermi Piancone la sera che andai al convegno dei Lyons.

Ma ci andai in borghese e mi vide troppo tardi. Peci, quando lo arrestai, aveva in tasca l'elenco completo di quelli che avevano firmato il necrologio per la mia prima moglie. Di tutti sapevano indirizzo, abitudini, orari. Nel caso mi fossi rifugiato da uno di loro, per precauzione. Ma io precauzioni non ne prendo. Non le ho prese neppure nei giorni in cui su "Rosso" appariva la mia faccia al centro del bersaglio da tirassegno, con il punteggio dieci, il massimo. Se non è istigazione ad uccidere questa?"

Generale, sinceramente, ma a lei i garantisti piacciono?

Dagli altri tavoli ci osservano in tralice. Quando usciamo qualcuno accenna un inchino e mormora: "Eccellenza".

10 agosto 1982

sabato 12 febbraio 2011

Il sultanato e i suoi danni


di GIORGIO BOCCA

Che cosa è stato per l'Italia il periodo che va sotto il nome di berlusconismo? Certamente un periodo di perdita della pubblica educazione, della correttezza dei rapporti civili. Di una delle sue allieve predilette, la signora Minetti, Berlusconi ha detto: "Una donna intelligente, laureata, che è diventata per suoi meriti consigliere regionale".

Ma nelle intercettazioni di questa signora viene fuori un altro personaggio, una donna di una volgarità è di un'avidità notevoli, che di Berlusconi dice: "Quel vecchio dal sedere floscio che ci faceva eleggere a cariche pubbliche per farci pagare dai contribuenti". Nessuna vivandiera di lanzichenecchi sarebbe stata più feroce.
Il berlusconismo è anche una riduzione della lotta politica a livello infimo, in questa politica il ministro degli Esteri della Repubblica italiana, invece di occuparsi delle bufere sociali in corso in Egitto o in Tunisia, legge alla Camera una comunicazione di un ministro di Santa Lucia, repubblica delle banane caraibica, la rivelazione storica che Gianfranco Fini, co-fondatore del partito di governo, ha un cognato di nome Tulliani che è proprietario di una casa Montecarlo. In altre parole il ministro degli Esteri di una grande nazione europea si presta a diffamare il presidente della Camera diventato nemico politico del sultano.

Il berlusconismo è un periodo nero della storia politica e civile italiana anche per altri aspetti, a cominciare dai rapporti fra il presidente del Consiglio e l'informazione, fra il signore di Arcore e la libertà di stampa. Criticato da giornalisti e da politologi il premier si comporta come un sultano vendicativo e minaccioso, viola tutte le regole della pubblica informazione, irrompe nelle trasmissioni televisive e radiofoniche per insultare i suoi critici usando parole da trivio come "la sua trasmissione è un postribolo" e "infami menzogne". Offrendosi alla giusta reazione degli accusati di cui dice: "di lei mi vergogno", "la sua trasmissione è infame". Un'impressionante riedizione del Nerone di Petrolini, del despota feroce e ridicolo che abusa del suo potere e si fa applaudire dalle sue vittime.

Con il Cavaliere di Arcore ecco il danno maggiore: la giovane e fragile democrazia italiana si riduce a un pettegolezzo volgare, a un gossip che tutto occupa e soffoca, che rischia di mascherare tutti i problemi del governo, tutti i doveri di educazione e di stile, il paese intero, sotto una nube ronzante di menzogne e abuso di potere. Perché comunque si consideri l'uomo di Arcore, egli è la gente che frequenta, che ama, che protegge, che innalza o abbassa a suo piacere, questa corte maleducata e supponente che grazie a lui vive di bassi servizi. Tutti, anche i migliori, che ritengono normale avere dalla res publica non solo un lauto stipendio ma anche le amanti.

Il berlusconismo come un tempo di corruzione e di servitù, esentato dalla ferocia solo dal controllo internazionale e dall'indole del sultano che vuole non solo l'obbedienza ma anche la gratitudine del popolo. E il disagio, la stanchezza di vivere in un paese senza morale, senza regole del gioco rispettate da tutti, senza disciplina, ci fa rimpiangere quelle società che ti mettono alla prova di educazione e di ragione, non quelle dove tutto è permesso a patto che tutto decada verso il peggio. Purtroppo per molti italiani il laisser faire è preferibile ai doveri.

(12 febbraio 2011)

giovedì 3 febbraio 2011

Il vizietto del Caimano parte da molto lontano


UN ARTICOLO DI BOCCA DEL 1985 SVELA LE ABITUDINI DA “BUNGA-BUNGA” DELL’IMPRENDITORE DI ARCORE

Era giugno del 1985, più di 25 anni fa, quando su “Frizzer”, (una rivista di Pazienza, Tamburini e Sparagna, figlia di “Frigidaire”) compare questo pezzo di Giorgio Bocca, con la descrizione di certe “seratine” a casa Berlusconi. Ieri il sito del Barbiere della Sera lo ha riportato alla luce.

Non sono mai stato uno di quei moralisti che piangono per l'esistenza dei network, della libera concorrenza e del denaro, anzi mi sono sempre adeguato al mutare dei tempi, cercando di vivere decorosamente e in agiatezza senza troppo sottilizzare su chi mi dava pane e companatico.

Ma – nonostante ciò – sento oggi la necessità di parlare di una storia che ho saputo grazie alle intime confidenze di un'amica, ricca e facoltosa signora della borghesia lombarda.

A quanto mi ha raccontato la mia amica, persona in tutto degna di fede, il dottor Silvio Berlusconi, il famoso proprietario delle Tv private più importanti e di numerosi giornali a grande tiratura, come il famigerato TV Sorrisi e Canzoni, organizza periodicamente a casa sua delle "seratine televisive".

Il titolo curiosamente familiare nasconde in realtà un gioco di società assai divertente e appetitoso che il geniale imprenditore piduista ha inventato per sé e per i suoi più fidati amici (qualche socialista cocainomane, qualche industriale, qualche mafioso). Il gruppo, riunito come in un racconto del marchese De Sade davanti alla Tv, sceglie ogni sera, tra presentatrici, ballerine e showgirls dei programmi di Retequattro, Italia1 e Canale 5, quelle che dovranno essere chiamate a soddisfare le voglie dei presenti in un crescendo di situazioni viziose.

Basta poi una telefonata del boss e ai direttori di rete mandano a casa Berlusconi, impacchettate e pronte a tutto, le schiave della serata. Programmi specificamente allestiti, come Viva le donne, M'ama non m'ama, Drive In, ecc. assicurano il giusto flusso di carne fresca per il "divino Silvio".

Ora io non voglio fare un discorso moralista, né spezzare una lancia a favore della castità. Riconosco al dottor Berlusconi un grande senso pratico in queste faccende e non discuto neppure sul fatto che lui si diverta così. Ma non posso non sentirmi infastidito se penso che, tra i tanti "amici" che sono stati invitati a godersi le ballerine e le presentatrici, il mio nome non figura mai.

L'Italia è proprio un paese in cui il merito viene spesso calpestato e dove trionfa l'ipocrisia, il partitismo, il denaro. Sono andati a passare qualche ora da Berlusconi, ora presidenti del Consiglio, ora presidenti di banche, ora camorristi, ora rapitori e riciclatori di denaro sporco, ora trafficanti di cocaina, ora assassini prezzolati, ma non è mai stato invitato nessun uomo di cultura, nessun intellettuale e – senza voler essere demagoghi – nessun proletario.

Come mai? Eppure – faccio notare – io, come tanti altri intellettuali, lavoriamo per Berlusconi, partecipiamo ai suoi programmi, rendiamo culturalmente accettabili anche le puttanate più forti del network. E credo che ci meriteremmo almeno una piccola ballerina.

Parlo per me, ma penso di interpretare anche il pensiero dei colleghi Arrigo Levi e Guglielmo Zucconi, nonché Maurizio Costanzo dell'Occhio Nero – pur essendo il più brutto di tutti noi –, che comunque fa storia a sé, essendo nato in passato e forse ancor ora, membro della stessa loggia dei boss.

Mi si potrebbe obiettare: perché non telefoni tu stesso ai direttori dei programmi per farti mandare a casa presentatrici e gnoccolone varie? Inutile, ho provato, per scrupolo di cronista, a fare dei tentativi. Ogni volta mi sono sentito sghignazzare in faccia. Insomma senza un invito di Berlusconi non riuscirò mai a partecipare a una vera serata di piacere.

E questo, come ex partigiano e come uomo, mi secca abbastanza. Devo pensare che la colpa vada attribuita al mio maledetto riportino, che certe volte il vento agita fino a mostrare il bianco della pelata?

Riportino sì o no, dispiace che un imprenditore così accorto come Berlusconi sottovaluti gli intellettuali, proprio quando si tratta di spartirsi "la gnocca".

giovedì 16 dicembre 2010

La mafia che fa paura alla grande Milano


di GIORGIO BOCCA

NEL PAESE della mistificazione e degli illusionisti, nulla ci sorprende più della realtà quando la sua durezza ci viene sbattuta in faccia. La stampa governativa è ottimista, narra di un Paese in gara con il mondo avanzato per benessere e riformismo, ma gli uomini di legge e di giustizia sono di parere opposto. Questa è la notizia di ieri: il procuratore aggiunto di Milano, Ilda Boccassini, durante un incontro con la stampa, a cui erano presenti magistrati e esponenti della direzione nazionale antimafia, ha tracciato un ritratto della nostra società molto diverso e molto preoccupante.

Regna nel Paese, persino nella grande Milano nordista e padana affacciata sull'Europa, il silenzio delle vittime, di quanti subiscono le prepotenze e i furti delle mafie. Il fenomeno estorsivo e usuraio, hanno detto i magistrati e i titolari dell'ordine, continua e si infittisce. I cittadini sono restii a denunciare i delitti di cui sono vittime. "Non ci arrivano denunce" ha detto la Boccassini. "È un dato sintomatico di cui dobbiamo prendere atto, la società si piega alla delinquenza, ne subisce le violenze e le minacce". "Ritengo che il fenomeno dell'usura e dell'estorsione nel Milanese e in Lombardia sia in netto aumento" ha aggiunto il procuratore della Repubblica Bruti Liberati. "Si parla molto di questi tempi della penetrazione mafiosa, ma l'omertà degli imprenditori non è mutata. Si preferisce sopportare piuttosto che denunciare".

È ancora la Boccassini a rincarare la dose: "Cambiano le città ma l'omertà verso fenomeni come quello dell'usura non muta. A Milano non ci sono state denunce da parte di imprenditori, anche se le estorsioni non si sono fermate. Ne dobbiamo prendere atto. Dietro la porta del mio ufficio non c'è la fila di chi è vittima dell'usura". Sono stati arrestati centottanta mafiosi notoriamente pericolosi, uomini della 'ndrangheta per i quali si chiede il processo, ma le estorsioni sono aumentate. È stato chiesto al procuratore a che punto è l'inchiesta del governo sulle infiltrazioni della 'ndrangheta nei partiti e nelle istituzioni lombarde. Ha risposto: "Se ne parla molto ma nei fatti l'omertà nei riguardi delle mafie non muta".

Questa è la situazione. Ogni giorno un proclama del capo del governo o del ministro dell'Interno sui clamorosi successi dello Stato al crimine mafioso e ogni giorno migliaia di estorsioni, di minacce e di silenzi. Capita così che molte nostre domande trovino una risposta cruda, se non crudele. Il governo Berlusconi conduce seriamente la lotta contro la mafia o favorisce la crescita di un'economia mafiosa? Siamo in una democrazia dove la legge è uguale per tutti o in un regime autoritario dove le associazioni e la mentalità mafiosa costituiscono la norma e dettano le regole? Da un lato abbiamo la vulgata governativa, gestita dal ministro dell'Interno, per cui ogni giorno si celebrano le vittorie del legale sull'illegale, si pubblicano gli elenchi delle centinaia di criminali arrestati e incarcerati fra il tripudio di poliziotti e un altro, quello dei magistrati, dei giuristi, dei sociologi che ogni giorno prendono atto della progressiva uscita del Paese dalla legalità, dal rispetto delle leggi, delle regole del vivere civile, dalla democrazia con rispetto dei diritti e dei doveri e non come campo di battaglia in cui prevalgono i più forti e i più furbi.

(16 dicembre 2010)

sabato 20 novembre 2010

Il nord inquinato


di GIORGIO BOCCA

Ha fatto scandalo l'intervento di Saviano sulla Padania mafiosa e sulla Lega come terreno di caccia delle mafie calabresi e siciliane. Ma che la politica basata sulle tessere e sulle clientele, come viene praticata in Italia, sia un terreno adatto alle infiltrazioni mafiose non è una novità. Già nell'Italia rossa e in Toscana le clientele dei mezzadri erano un'istituzione rispettata e ritenuta il nuovo ordine: "Il capitalismo democratico è quello diretto dei comunisti".

E similmente per i cattolici integralisti di Comunione e Liberazione "il capitalismo buono è quello diretto dai seguaci di Don Giussani". La Lega continua la democrazia delle clientele. Se andate a vedere chi sono i leghisti nel Comasco o nel Varesotto trovate delle clientele che si spartiscono il mercato del lavoro, l'accesso alle tenute di caccia, ai sussidi, ai crediti agevolati.

Che le mafie, salite dal meridione, ambiscano ad entrare in queste clientele è normale, che la Lega e la sua organizzazione siano l'oggetto dei desideri dei mafiosi è un rischio concreto. Su questo Roberto Saviano ha detto cose vere, credibili: il leghismo è infiltrato dalle mafie del Sud. Mi convince un po' meno la tesi che tutto il federalismo possa essere un'occasione per un'epidemia mafiosa.
Certo, il federalismo all'italiana favorisce le clientele, basti pensare alle centinaia di finti ciechi mantenuti dalle amministrazioni della Campania, alle migliaia di assunti dalla burocrazia siciliana e della Lucania, più numerosi

percentualmente di quelli di Roma.

Gli sdegni e le proteste dei leghisti contro le accuse di Roberto Saviano sono poco convincenti, piuttosto si rafforza l'idea che nella società di tipo mafioso, dove la libertà di concorrenza è sostituita dai monopoli clientelari, dove la libertà di opposizione e di critica tace di fronte alla rete dei privilegi, la consorteria sia un portato storico, la difesa dalla legge del più forte, anche nel peggio, una forma di protezione per i non protetti e per i non riconosciuti. Qualcosa di simile ai Nap, Nuclei armati proletari, che negli anni di piombo assunsero la protezione dei derelitti e dei delinquenti.

Come ha osato dire Saviano che il virtuoso Nord celtico è mafioso? Eppure per esser d'accordo con lui basta girare per Milano e nell'hinterland. I mafiosi non solo sono visibili, ma padroni. Andate dal famoso ristorante di pesce di Città Studi, a capo del salone principale c'è una tavolata di mafiosi, non solo riconoscibili ma dichiarati, ostentati: una tavola lunga cinquanta metri. Alla destra le donne, fimmine cun fimmine, alla sinistra gli uomini, masculi cun masculi.

Al centro il capo, un vecchio con occhi fissi in un al di là mafioso, pallido, gracile, ma circondato da picciotti pronti a morire per lui. A un suo cenno i camerieri rinnovano le gioie della cornucopia, portano pesci preziosi, verdure raffinate. Noi stiamo a tavoli trascurati dai camerieri, tutti attenti a servire i mafiosi, arrivati in questa terra di marcite e di risaie dalle montagne calabresi o siciliane per rinviare, forse di secoli, la mitica unità d'Italia, per riaffermare la sua disunità reale.

È curioso come nell'era del mercato globale, senza confini, delle industrie senza patria, delle nazioni senza eserciti siano la mafia e la malavita a ricreare dei corpi sociali distinti, delle discipline e delle regole.

A Milano, città del capitalismo cosmopolita, dove una banca può comprare o vendere beni in ogni parte del mondo, dove i grandi ricchi sono al di sopra delle leggi, paradossalmente le mafie rappresentano ancora la diversità, la differenza fra il legale e l'illegale. Quella sera al ristorante di pesce vicino a Città Studi di Milano io e la mia famiglia di borghesi, cresciuti al suono degli inni nazionali, abbiamo potuto guardare i nuovi concittadini, se non i nuovi padroni: i mafiosi della 'ndrangheta o della mafia saliti al Nord e diventati in pochi anni non solo i padroni del denaro e dell'abbondanza, ma della tavola d'onore. Al loro servizio i camerieri zelanti, noi nei tavoli periferici, in attesa di essere serviti. Cose che accadono al centro di Milano, cose più che normali nelle periferie. Ci sono alberghi e ristoranti sulle strade per Lodi o per Vigevano dove alle due di notte, in notti di piogge e di neve, trovi tavoli imbanditi per i mafiosi, che discutono sui loro affari. A Corsico, a Mortara, a Mede, nei ristoranti trovi, se ti va bene, un tavolo d'angolo, lontano da quelli degli uomini d'onore.

E i giornali della borghesia, diventata socia d'affari della mafia, si lamentano e accusano Saviano di essere un comunista che offende l'onore del Nord operoso. A Milano i giovani continuano a fare la movida notturna, a girare per la città come in casa loro. Noi anziani ci muoviamo con cautela, in terra che ci sembra nemica. Forse abbiamo ragione entrambi. La vita continua.

(20 novembre 2010)

lunedì 26 luglio 2010

Questo Marchionne pare Silvio


di Giorgio Bocca

Come Berlusconi, il capo del Lingotto è convinto che il potere debba avere mano libera. Ed entrambi sembrano stupiti quando scoprono che i sottoposti non gradiscano

(22 luglio 2010)

L'idea che il potere, in un'impresa come in uno Stato, debba avere mano libera sui dipendenti e sui cittadini è di quelle dure a morire. Il manager della Fiat Marchionne in questo è simile al capo del governo Berlusconi, entrambi stupiti e quasi delusi che i lavoratori sottoposti non capiscano, non gradiscano il ricatto del capitalismo globale: o mangiate questa minestra o saltate dalla finestra.
Appartiene alla filosofia del potere la convinzione che la legge del più forte, nel caso del mercato globale, sia anche la più giusta. Ma è un'idea di comodo, cara a chi sta al potere, smentita dalla storia, cioè dalla lotta di classe e dal progresso produttivo e sociale: se l'automazione è arrivata nelle fabbriche rivoluzionando e migliorando il modo di produrre lo si deve anche alla lotta di classe, alle rivendicazioni operaie. Marchionne è certamente un manager intelligente come lo fu prima di lui Cesare Romiti, e magari i toni ricattatori e autoritari possono servire nel tempo breve, ma non alla creazione di una durevole crescita civile.

Non sembra il caso di ricorrere di continuo nei rapporti di lavoro alle superiori, indiscutibili esigenze del mercato globale, cioè della facoltà che il capitale scambia per un suo inalienabile diritto: trasferire la produzione dove più gli comoda. È una pretesa inaccettabile da un paese civile: non si può compiere la prima accumulazione del capitale, la prima crescita produttiva e tecnica usando le risorse umane locali e poi trasferirsi dove al capitale conviene. Soprattutto in paesi come il nostro dove la formazione di una società industriale è avvenuta anche grazie ai privilegi e alle discipline autoritarie, anche grazie ai riarmi e ai bagni di sangue delle guerre mondiali.
Come Cesare Romiti, come altri manager e imprenditori, Marchionne è convinto che la crescita economica di un paese sia la stessa cosa della sua crescita civile e che essa sia possibile solo se si rispettano le regole fondamentali che legano il lavoro al salario e che rifiutano come utopie suicide quelle sessantottesche del più salario e meno lavoro. Ma questo rispetto delle regole non può essere una prerogativa dell'imprenditore razionale da imporre ai dipendenti immaturi che preferiscono la partita della Nazionale di calcio al lavoro, non può essere la richiesta di rinunciare nel nome della produzione ai diritti conquistati con duri sacrifici.

Anche il capitale, anche il potere capitalistico inseguono utopie come quella che sia possibile e augurabile abolire la lotta di classe. Non è così, sia che i padroni siano liberali, sia che siano comunisti come la Cina, dove i grandi balzi produttivi maoisti stanno finendo secondo logica nella ripresa degli scioperi e nelle lotte per i diritti umani.
Ha detto Marchionne: "Stiamo facendo discussioni su principi e ideologie che ormai non hanno più corrispondenza nella realtà. Parliamo di storie vecchie di trenta o quarant'anni, stiamo a parlare del padrone contro il lavoratore. Sono cose che non esistono più".
Davvero? Forse il Capo della Fiat si sbaglia o si illude. I padroni esistono ancora, come i lavoratori che dai padroni dipendono. E per governarli occorre anche modestia, pazienza e sapersi mettere, come usa dire, nei loro panni.

domenica 11 luglio 2010

Perché il premier in difficoltà cita Mussolini


Giorgio Bocca
(07 luglio 2010)

L'onnipotente Berlusconi, come il Duce, dice di non avere potere. Perché scopre di doverlo spartire con i suoi collaboratori

Silvio Berlusconi, l'uomo più ricco e più potente d'Italia, dice e ripete di essere privo di potere. Esattamente come lo diceva Mussolini quand'era il dittatore che faceva scrivere sui muri d'Italia "il Duce ha sempre ragione". Che significano queste dichiarazioni di impotenza di uomini nel pieno della loro onnipotenza? Direi la constatazione che non sono Dio, non sono il padreterno e la santissima trinità, non sono il motore unico dell'universo ma devono spartire il loro potere con i loro ministri i quali a loro volta devono spartirlo con i loro collaboratori, fra i quali certamente non mancano gli infidi e gli infedeli.

Insomma, scoprono che l'uomo è un animale sociale che esiste, domina ed è famoso solo se per lui lavorano altri uomini, cioè la società. E il fatto che gli uomini "fatali", i "pastori di popoli", i signori della storia prima o poi facciano la sensazionale scoperta che il loro potere esiste ed è possibile solo se condiviso e condizionato da tutti gli altri esseri umani che "strisciano fra cielo e terra", sembra miracoloso.

La vita di questi potenti è segnata dalla loro dominante megalomania che gli fa credere di non avere pari al mondo, ma anche da una serie di scoperte dell'acqua calda, del tipo che i loro sudditi sono gelosi, pigri, infidi, ladri e come non bastasse che ci sono anche la natura, il destino, la dea fortuna, la jella e ovviamente la morte a limitare il potere a cui hanno dedicato la loro vita.

Con l'inevitabile e spiacevole conseguenza che c'è un prezzo da pagare alla ricchezza e al potere, una forte dose del ridicolo di ritrovarsi tutti come il Nerone di Petrolini, alias Mussolini, di cui gli italiani risero.

Il paragone con Mussolini, privo di potere ma con il potere di trascinare l'intero Paese in una guerra disastrosa, appartiene alla megalomania dei sultani, alla loro illusione di poter sostituire la mancanza di reali poteri economici e militari con il rimbombo delle parole, con il castello di sabbia delle parole.

Il Mussolini messo sotto accusa dal Gran Consiglio del Fascismo il 25 luglio del '43 si difende ricorrendo per l'ultima volta alle parole di cui è maestro, che gli hanno permesso di durare per un ventennio. Il suo imperialismo era anacronistico, la sua marina militare non aveva i mezzi per dotarsi di portaerei? Rimediava, credeva di rimediare, con il sistema delle parole: "L'Italia - diceva - è tutta una portaerei". I suoi seguaci applaudivano ma da lì a poco gli inglesi, che le portaerei ce le avevano, sarebbero arrivati nel mare di Taranto per affondare con i siluri il grosso della nostra flotta. A parole la sua Italia fascista faceva tremare il mondo.

In realtà arrivammo alla guerra con un esercito male armato. Nel maggio del 1940 il duce aveva approvato un piano per la fabbricazione di 8.543 bocche da fuoco di grande e di medio calibro. I prototipi erano buoni ma l'acciaio e i soldi per fabbricarli mancavano. Così alla vigilia della guerra Mussolini chiede all'alleato tedesco i mezzi per farle con la famosa "lista molibdeno", la lunghissima lista di quanto ci mancava per farla, la guerra.

Il Cavaliere di Arcore in fatto di guerre si accontenta di modesti interventi al seguito dell'alleato americano, ma è il ricorso al potere delle parole vale per tutto il resto, per la politica estera come per la crisi economica. A parole siamo i migliori del mondo, nelle statistiche dei valori reali sempre sotto il ventesimo o il trentesimo posto, magari dietro il Camerun o la Colombia.

Particolare interessante: il Mussolini che si lamenta di non aver potere è ricavato da un falso memoriale.

giovedì 20 maggio 2010

La stampa nemica


di GIORGIO BOCCA

A DIFFERENZA di altri sultani che nascondono la spada con cui feriscono i nemici, l'estroverso Cavaliere vuole che lo si sappia che è stato lui a usare i suoi soldi e i suoi poteri per sbarazzare il campo dai critici e da quelli di diverso parere. È stata la sua voce isterica e cattiva a lanciare gli anatemi contro giornalisti e opinionisti che osavano contraddirlo.

A chiedere apertis verbis ai dirigenti della Rai di toglierglieli dai piedi, a non sopportare la presenza dei Montanelli, dei Biagi e di chiunque mettesse in discussione il suo sovrano potere sultanesco. Non stupisce quindi che ora voglia addirittura imbavagliare la libertà di stampa tout-court, chiudere la bocca ai giornali e alla verità. Si è detto spesso che Berlusconi, a differenza di altri padroni, è un buono, uno che corre al capezzale dei dipendenti ammalati, che li manda in crociera per le vacanze e gli telefona: "Siete belli, siete abbronzati, al vostro ritorno troverete una gratifica, la prossima volta ci sarò anch'io, ho già pronto lo smoking". Certo, è un imprenditore non un gangster, uno che usa le parole più che la violenza, ma non è uno che perdona chi si mette sulla sua strada, prima o poi cerca di eliminarlo. Non lo nasconde, vuole che tutti sappiano che l'incauto ha avuto la sua giusta punizione.

Un intercalare solito del Cavaliere è il "se lei mi consente", come a dire: io sono straricco, strapotente ma profondamente democratico fin dalla nascita: chiedo il permesso anche di sbadigliare, anche di respirare, sorrido sempre anche quando metto alla porta un mio dipendente, anche quando licenzio un allenatore del Milan. Il cavaliere di Arcore è buono, generoso, magnanimo ma i direttori di giornali che non gli piacciono escono dalla comune, si chiamino Montanelli o Biagi. Ci pensano i maestri di cerimonia a congedarli. I maestri delle cerimonie, uomini di mondo educati a corte, in questi giorni compaiono sui teleschermi o sui giornali per smentire affabilmente i catastrofisti, i profeti di sventure autoritarie che denunciano l'attacco alla libertà di stampa, come di fatto è il "nuovo ordine" sulle intercettazioni telefoniche.

Ma che dite, di che vi lamentate? Vieteremo solo quelle che fanno danno agli innocenti, che ledono la privacy dei cittadini, che servono solo alle diffamazioni ingiuste, alla maldicenza, al pettegolezzo. Davvero? Le cose stanno diversamente. Senza le intercettazioni telefoniche fatte dalla magistratura e pubblicate dai giornali nessuno avrebbe saputo che un ministro era stato aiutato "a sua insaputa" ad acquistare "un mezzanino" da duecento metri quadrati con vista sul Colosseo da un generoso costruttore edile. Berlusconi è fisicamente e mentalmente il contrario dei dittatori del secolo scorso. Paragonarlo nei modi di parlare, di fare, di atteggiarsi ai Mussolini, Hitler, Stalin non reggerebbe neppure alla bassezza dell'avanspettacolo. Anche il suo impero televisivo è stato costruito legalmente, con i privilegi e le prepotenze legali in cui i grandi costruttori sono maestri. Ma chi si è opposto a questo sistema, chi si è messo di traverso con le buone o con le cattive è stato cacciato. Si tratta di quella che noi chiamiamo la democrazia autoritaria o la dittatura della maggioranza o l'assolutismo elettorale per cui chi ha più voti, chi ha il maggior consenso popolare può far tutto ciò che gli comoda, anche violare le leggi della Costituzione.

Ma perché questa democrazia autoritaria non è stata denunciata e contrastata in passato, quando i grandi partiti storici, il democristiano e il comunista, si spartivano i poteri uno della politica l'altro del mercato del lavoro? Credo perché quei partiti erano nati dalla guerra di liberazione, erano fondati sui valori della Resistenza, davano garanzie di non arrivare mai alla limitazione se non alla soppressione dei diritti democratici. I dubbi, i timori sul cavaliere di Arcore, su cui i suoi portavoce teatralmente ironizzano, sono autorizzati dal suo sistema di continuo attacco ai baluardi della democrazia, ora alla libertà di stampa come prima alla magistratura e all'opposizione in genere, genericamente definita come comunista, di un comunismo morto e sepolto ma sempre intento a ostacolarlo e danneggiarlo.

Forse, anzi certamente Berlusconi non se ne rende conto, forse come tutti gli "uomini fatali" è convinto di aver sempre ragione, che tutti congiurino ai suoi danni, ma da quando è entrato in politica, da quando ha detto al suo amico Dell'Utri "fare un partito? Lo fanno tutti, lo facciamo anche noi" non ha fatto altro che attaccare, deridere, osteggiare la democrazia, il "teatrino della politica" come la chiama lui. La magistratura, con l'ipocrita distinzione fra quella buona che lo lascia in pace e quella "politicizzata" che lo perseguita, la stampa che concepisce solo, a quanto pare, come mezzo di intimidazione degli avversari. L'ultimo dei suoi allenatori del Milan è stato licenziato come Santoro: "Consensualmente". Ha detto che c'era "incompatibilità di carattere". Chiamiamola così: fra Berlusconi e la democrazia parlamentare nata dalla guerra di liberazione c'è incompatibilità di carattere.

(20 maggio 2010)

sabato 10 aprile 2010

C'era una volta l'informazione


di Giorgio Bocca

Ermetismo, oscurità, idiomi segreti della ricchezza e del potere non sono un capriccio: sono il prodotto di rapporti sociali inconfessabili

L'ermetismo dell'informazione va di pari passo con il falso elogio del popolo sovrano; più si dice che solo il popolo può scegliere chi ci governa e più l'arte del governo è incomprensibile, non dico al cittadino comune, ma alla stragrande maggioranza degli italiani che capisce una sola cosa, così evidente che è impossibile non capirla: lo Stato, come avverte il craxiano Rino Formica che di queste cose se ne intende, sta andando al collasso, il vuoto d'informazione chiara e comprensibile è diventato norma non trasgredibile.

Qualunque sia il tema di un'informazione di stampa o radio-televisiva lo scopo dichiarato, il risultato perseguito è di non informare, di essere oscuri e noiosi quanto basta perché la platea degli italiani cambi canale e si rifugi in qualche 'Verissimo' mignottificio e finalmente la gente capisca quel che si dice e si scrive: per far carriera bisogna andare a letto con i padroni. La logorrea ermetica copre gli spazi d'informazione come il petrolio degli spurghi industriali il fiume Lambro affluente del Po.

Quando entrai nel giornalismo una settantina di anni fa, che c'era ancora un re sul trono e non al Festival di Sanremo, i giornalisti migliori per sintesi e chiarezza erano i 'pastonisti', i corrispondenti da Roma dei grandi giornali, i Mattei, i Gorresio, i Negro che avendo a disposizione una colonnina su giornali allora a due fogli vi riassumevano i fatti politici ed economici della giornata in modo chiarissimo. Ed erano fatti spesso drammatici, decisivi per il Paese.

Oggi a leggere o ad ascoltare i resoconti di giornata, in un italiano bastardo zeppo di parole straniere, idiomatiche, gergali viene voglia di gridare basta, torniamo tutti a scuola, torniamo a parlare come si mangia. E mettiamo una cosa in chiaro: l'ermetismo, l'oscurità, gli idiomi segreti della ricchezza e del potere non sono un capriccio, sono un portato inevitabile di rapporti sociali inconfessabili.

Avete letto o ascoltato le registrazioni telefoniche dei nostri politici e affaristi? Si compongono di gerghi segreti, mafiosi, intercalati da scurrilità plebee, di affari sporchi e di 'vaffan', un linguaggio misto di banda del buco e di postribolo. Non è un caso che la scuola anglosassone d'informazione, i fatti distinti dalle opinioni, gli incipit essenziali i quando-come-dove, i dati anagrafici precisi, il tempo che faceva e anche il due più due fa quattro, siano sostituiti da tiritere senza fine, da confronti specialistici: tu giornalista che capisci i miei doppi sensi, le mie allusioni, quanto siamo bravi, quanto siamo nel giro che conta, alla faccia del popolo sovrano che per tenerlo buono basta dirgli che è il più intelligente e il più bravo del mondo.

Nella rete della comunicazione sovrabbondante, istantanea, poliglotta c'è una regola taciuta ma dominante: alla fine quelli che hanno la ricchezza e la conoscenza fanno i loro porci comodi, magari invidiati e votati dai poveracci.

Che informazione c'è stata sulle grandi truffe mentre si svolgevano? Che cosa ne abbiamo saputo in tempo debito delle truffe sulla banda larga, sui paradisi fiscali, sulle partite Iva evase, sulle grandi opere e sui grandi eventi, sulle opere del regime e del sultano? Nulla a tempo debito. Ora, a ladrocinio fatto, veniamo a sapere con larghezza di particolari osceni da chi è composta la nostra classe, non diciamo dirigente, ma affaristica. Da anarcoidi avidi, parenti dei 'pescicani' della prima guerra mondiale, di fronte ai quali il Mackie Messer brechtiano era un gentiluomo oxoniense.

Si parla della libertà di stampa quando stanno per soffocarla, quando televisioni e giornali rimbombano di voci incomprensibili, idiomatiche, specialistiche.

(08 aprile 2010)

venerdì 22 gennaio 2010

Il mondo che piace ai liberisti


di Giorgio Bocca


La corsa a consumare di più e a lavorare di meno, l'aumento demografico e il matricidio della terra che stiamo compiendo, imporranno, non per saggezza ma per necessità, il liberalsocialismo
Chi vincerà fra liberalismo e comunismo? Vincerà, si spera, il liberalsocialismo della sopravvivenza. Per l'avvento del buon senso e della saggezza? No, per necessità, per l'istinto fondamentale della sopravvivenza, perché andando avanti come andiamo arriveremo alla fine della specie umana.

Un socialismo obbligato e obbligatorio meglio comunque che l'estinzione? A lume di logica sì. E anche di matematica, perché due più due faranno quattro anche nel nostro prossimo avvenire, nonostante le menzogne della pubblicità e le megalomanie dei demagoghi. Niente profezie, ma previsioni elementari per evidenti, visibilissime ragioni.

Primo: il cosiddetto progresso, la corsa umana a consumare di più e a lavorare di meno ha assunto una velocità e un ritmo sempre più divoranti. Ci abbiamo messo decine, centinaia di millenni ma adesso ci siamo: l'informatica, il computer in tutte le case e in tutti gli uffici ci ha fatto passare dai mutamenti lenti della produzione, dai salassi delle epidemie e delle guerre a una corsa continua senza misura e senza meta.

Il saluto normale degli uomini, il buon giorno, buona salute, è mutato in quello di buon lavoro. Lo usiamo compiaciuti senza accorgerci che è un mutamento radicale del modo di essere umano: il lavoro punizione divina per il peccato originale, il lavoro imposto dal creatore all'uomo con il sudore della sua fronte che da condanna si trasforma in modello. Per giunta in un lavoro quasi sempre umiliante e alienante, il lavoro della catena fordista, il cui fondatore così diceva: "Operai, non vi si chiede di pensare, ci sono persone pagate per questo". Per la stragrande maggioranza un lavoro meno faticoso che in passato, ma così alienante che lo si compensa con il consumismo universale o con lo scoppio delle carceri, la crescita continua di quanti magari delinquendo, al lavoro stupido non ci stanno.

Secondo: l'assurdo aumento demografico, il fallimento del comandamento divino crescete e moltiplicatevi che le chiese continuano a predicare, dicendo che ci sarà cibo e tetto per tutti. Non è vero già oggi: nel mondo milioni di persone muoiono di fame e di freddo. Per rispondere al crescente numero di bocche affamate il progresso senza limite e ragione sta compiendo un matricidio, sta uccidendo la madre terra. Non sappiamo se l'effetto serra sia veramente prodotto dall'aumento di anidride carbonica che produciamo con le fabbriche e l'allevamento, ma sappiamo di certo, basta guardarci intorno, che stiamo divorando il territorio, cementificandolo, asfaltandolo al punto che il bel paese in cui siamo nati è diventato irriconoscibile nel giro di pochi decenni, basta percorrerlo dal Brennero a Capo Passero per constatare che campi e città sono ormai invisibili dietro le pareti antirumore, i cartelloni pubblicitari e la selva dei tralicci elettrici o televisivi. Che cosa è la delocalizzazione tanto lodata dai liberisti? È la progressiva occupazione e distruzione dei territori ancora intatti.

Nella corsa dissennata al progresso autodistruttivo le ideologie che si sono affrontate e combattute nel Novecento si sono dissolte: Berlusconi vale Putin, Sarkozy vale Lukashenko, tutti fanno a gara a chi divora di più e più in fretta i beni della terra. Un socialismo obbligato e obbligatorio è nel nostro prossimo futuro? Quanto prossimo non lo sappiamo, ma inevitabile di certo. Speriamo con un minimo di libertà e di diritti umani. È per questo che i 'piccoli Cesari' che ci ritroviamo sono ridicoli prima che nocivi.

(21 gennaio 2010)

sabato 28 novembre 2009

Onorevoli garçonnière


di Giorgio Bocca


È un mondo ignobile di corrotti, spie e sgherri contro cui gli onesti non hanno scampo e possono solo sperare che nessuno si accorga di loro


Il capo del governo italiano, fra i massimi custodi della Costituzione democratica, a prova della sua umana bontà di fondo confessa di aver avvisato il quasi comunista Piero Marrazzo, presidente della Regione Lazio, di stare attento che c'era in giro un filmino hard su suoi rapporti con le brasiliane transessuali. Lo aveva saputo da sua figlia dirigente della Fininvest e della Mondadori a cui il filmino era stato offerto dai ricattatori. Tradotto in italiano normale: il capo del governo democratico fra i massimi custodi della Costituzione avvisa un presidente di regione corrotto e corruttore di stare in guardia per coprire la sua condotta, se non penalmente punibile certo scorretta secondo l'etica politica. E subito in suo soccorso intervengono illustri parlamentari e giornalisti di cui sono notorie le avventure erotiche poco commendevoli scoperte in passato dalla polizia. Quanto a dire: le violazioni al comune senso della morale, le escursioni nel campo del proibito, del vizioso, dell'illegale sono ormai la normalità per il ceto dirigente della Repubblica democratica italiana e dell'Occidente ricco ed egemone.

Come viene confermato dal principe di Monaco che assolda uno spione della Cia per sorvegliare i suoi cortigiani infedeli, e dalla proliferazione di agenti segreti e spioni che per conto di Stati o di aziende penetrano i segreti dei cittadini invisi al governo o quelli dei concorrenti.

Insomma un mondo ignobile di corrotti e di spie, di sgherri e di lenoni contro cui gli onesti superstiti non hanno scampo e possono fidare unicamente nella speranza che nessuno si accorga di loro.

Che succede? La specie degli onesti si è estinta e quella dei furbi e malvagi ha invaso la terra intera come la gramigna? Forse è il momento di riflettere sulla cosiddetta modernità, sui suoi pregi ma anche sulle sue insidie e condizionamenti.

Cominciamo dai mezzi d'informazione e di spionaggio. È innegabile che oggi spie e pescatori nel torbido hanno a loro disposizione un arsenale tecnico irresistibile: telefoni che girano filmini, teleobbiettivi che fotografano a chilometri di distanza, microspie a cui non sfugge un sospiro, ragion per cui ogni avanzo di galera, ogni balordo - e il mondo ne è pieno - può trasformarsi in un agente segreto che fa passare un giornale per spia, ogni fotoreporter fallito può diventare un ricattatore, ogni transessuale brasiliano può entrare nella vita segreta di un potente, nella garçonnière di Marrazzo come di un erede Agnelli.

Nella modernità lo spionaggio da una necessità dello Stato si trasforma in una normalità delle relazioni economiche, tutte le grandi aziende arruolano noti spioni per avere informazioni sui loro concorrenti, aziende come la Telecom o la Pirelli e persino squadre di calcio come l'Inter hanno alle loro dipendenze qualche servizio d'informazione. I quali ricorrono alle armi e ai trucchi tradizionali degli spioni, le belle cortigiane come i prestanti transessuali, fra il denaro facile, la polizia corrotta e l'inevitabile polverina bianca della cocaina.

Ma non basta. A fornire una giustificazione sociale e ideologica al marciume generale vengono mobilitati gli analisti e gli psicologi i quali su tutti i mezzi d'informazione spiegano dottamente che gli uomini arrivati al potere spesso senza merito sono consci del loro ingiusto privilegio e prima o poi non resistono alla voglia di autodistruggersi, come a una superiore e invincibile vendetta della morale sul libertinaggio senza limiti. E altre eleganti spiegazioni che il potere non ha limiti tranne la sua incontinenza.

(26 novembre 2009)