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giovedì 22 dicembre 2011

La Banca centrale non è la soluzione




Oggi la Banca centrale europea (Bce) offrirà agli istituti di credito dell'eurozona liquidità in misura illimitata. Le banche cioè potranno ottenere dall'istituto di Francoforte tutta la liquidità che desiderano e per di più ad un tasso molto favorevole: 1 per cento per tre anni.
Alcuni ritengono che questa operazione (ripetuta il primo marzo) consentirà alle banche di ricominciare a far credito alle imprese, attenuando così la recessione che è alle porte. Altri invece prevedono che gli istituti di credito, attratti dalla differenza fra il costo del denaro cui possono attingere a Francoforte e il rendimento dei Btp (oggi prossimo al 7%), useranno la liquidità per acquistare titoli pubblici. Il governo e la Banca d'Italia potrebbero esercitare la loro moral suasion sulle banche, ma non è chiaro che cosa preferiscano: che usino la liquidità per aiutarli nelle aste dei Btp, o per ripristinare linee di credito alle imprese?
La realtà è diversa. L'operazione della Bce non sarà una panacea, né per le imprese, né per il Tesoro, almeno non in Italia, e non per le nostre banche maggiori. Per far credito ai suoi clienti o per acquistare Btp, una banca non solo deve avere la liquidità necessaria: deve anche disporre di sufficiente capitale, oltre quello già impiegato in precedenti prestiti. Ogni prestito infatti comporta dei rischi: il cliente potrebbe non rimborsarlo e i Btp potrebbero perdere valore, come è accaduto nei mesi recenti. Per far fronte ai nuovi rischi che si assume, la banca deve avere abbastanza capitale «libero». Se non ne dispone, la liquidità serve a poco, anzi quasi a nulla.
Il guaio è che le banche italiane oggi hanno poco capitale libero, soprattutto quelle che in passato hanno acquistato molti titoli pubblici, perché la caduta dei prezzi dei Btp ha consumato capitale. L'Autorità bancaria europea (Eba) stima che nel loro insieme i primi cinque gruppi bancari italiani (che erogano il 62% di tutto il credito) abbiano bisogno di 15,4 miliardi di nuovo capitale solo per far fronte ai rischi assunti in passato. Nel sistema quindi c'è poco spazio sia per nuovi prestiti sia per acquisti di titoli pubblici.
La situazione non è però la stessa in tutte le banche. Quelle che hanno meno capitale libero sono le maggiori: ma queste sono le stesse che hanno più difficoltà a varare aumenti di capitale. I loro padroni, le Fondazioni bancarie, non hanno più risorse, ma si oppongono all'ingresso di azionisti esterni che ne diluirebbero il controllo. Forse anche ai loro azionisti si riferisce il presidente della Bce quando ripete che «molte banche devono rafforzare il loro capitale».
Diverso è il caso delle aziende di credito minori. In passato, anziché acquistare Btp, hanno finanziato i loro clienti, e ora hanno sufficiente capitale libero, ma non la liquidità necessaria per fare nuovi prestiti. Oggi la Bce, rivedendo le regole sulle garanzie che chiede per fornire liquidità, risolve questo problema. Veneto Banca, ad esempio, l'istituto di Montebelluna, potrà aumentare i prestiti ai propri clienti, ma altrettanto non potrà fare Unicredit, i cui clienti purtroppo sono molti di più. Per attenuare la recessione che è alle porte, la Bce può contribuire, ma pensare che passi per Francoforte la soluzione dei nostri problemi è un'illusione. Non esistono scorciatoie finanziarie. Servono quei provvedimenti per la crescita per troppo tempo rimandati. E servono subito.
Francesco Giavazzi
21 dicembre 2011 

domenica 8 marzo 2009

Quante crepe a casa Tremonti


di Francesco Bonazzi

Il ministro chiude le vendite degli immobili pubblici con un passivo da un miliardo e 700 milioni. Che sarà pagato dagli enti previdenziali

Meglio una fine rovinosa che una rovina senza fine. È con questa filosofia che Giulio Tremonti ha calato il sipario sulle cartolarizzazioni immobiliari, la manovra simbolo di una lunga stagione della finanza creativa iniziata nel 2001. Il ministro dell'Economia ha preferito certificare un 'buco' da 1,7 miliardi di euro dell'operazione, e ha mandato in liquidazione la società-veicolo Scip, rimborsando le obbligazioni in circolazione, piuttosto che svenarsi per pagare una montagna d'interessi e correre il rischio di un default internazionale.

Una scelta ragionevole, messa in atto però con un autentico colpo di mano. Come se questa commedia fantastica, finita con un bagno di sangue, non avesse arricchito i soliti noti: banche, immobiliaristi e una serie di inquilini eccellenti. E ora, per quei 28 mila appartamenti rimasti invenduti, inizia una nuova storia che potrebbe riservare qualche ulteriore colpo di scena.

Il meccanismo inventato alla fine del 2001 aveva una sua genialità. Prima si accusa per mesi i vari Inps, Inpdai, Inpdap e Inail di non essere capaci di vendere le case acquistate con i risparmi dei lavoratori. Poi, a fine novembre, Tremonti trasferisce d'imperio una prima tranche di 27.500 immobili in un società-veicolo, incaricata poi di emettere sui mercati internazionali obbligazioni garantite dal patrimonio acquisito e dai flussi di cassa previsti dalle vendite.

La società viene chiamata Scip (Società cartolarizzazione immobili pubblici) e nasce in Lussemburgo con un capitale di 10 mila euro, due fondazioni olandesi come azioniste e un cittadino scozzese di nome Gordon Burrows alla presidenza. "Ragioni di semplicità operativa", spiegherà il Tesoro alla Corte dei Conti che nel 2005 storceva il naso e già parlava di "scarsa trasparenza".

L'operazione 'Scip1' funziona. Vengono emessi bond per 2,3 miliardi, tutti rimborsati nel giro di due anni, e viene offerto al mercato per 3,8 miliardi un patrimonio immobiliare valutato 5,1 miliardi. Il 30 giugno del 2008, al netto delle spese sostenute, il saldo di cassa di Scip1 è in attivo di 1,3 miliardi.

A dicembre 2002, Tremonti lancia "la più grande cartolarizzazione mai fatta da uno Stato europeo". 'Scip2' parte con 62.800 immobili in vendita, per un valore di mercato pari a 10 miliardi e un prezzo che sfiora i 7,8 miliardi. I bond portano nelle esauste casse statali la bellezza di 6,7 miliardi di euro, ma le vendite non vanno bene. Complici un mercato in frenata, interessi in aumento e migliaia di contenziosi sulla definizione della categoria 'immobili di pregio', alla fine l'operazione si chiude in passivo: il saldo negativo arriva a quota 1,7 miliardi necessari a rimborsare i bond in circolazione e restituire il prestito ricevuto dalle banche per pagare gli interessi.

Così, la sera dell'11 febbraio, nel decreto Milleproroghe spunta un piccolo emendamento che mette in liquidazione Scip2. Ma è il meccanismo usato a sorprendere: gli stessi enti previdenziali che nel 2001 erano stati ritenuti incapaci vengono ora costretti a riprendersi i 28 mila appartamenti invenduti, e a coprire il buco attingendo alle loro casse. A questo punto è chiaro che qualcosa non ha funzionato.

Sarà colpa della solita crisi internazionale, ma intanto c'è chi sulle Scip ha guadagnato parecchio. A parte gli inquilini eccellenti che sono riusciti a mettere le mani su appartamenti di gran pregio a prezzi talvolta scontatissimi (vedi riquadro), i veri miracolati vanno cercati tra le banche. Per Scip1, il governo si affidò ad Abn Amro, Bnl, Jp Morgan, Sssb (Citigroup). Mentre a gestire la seconda emissione di bond collegata a Scip2 sono stati chiamati Banca Imi, Deutsche Bank, Intesa e Lehman Brothers.

A questi otto gruppi sono stati versati decine di milioni di commissioni. Mentre i tedeschi di Depfa Bank (gruppo Hypo Real Estate) e gli italiani di Banca Intesa hanno incamerato anche commissioni e interessi sul prestito-ponte da 925 milioni, erogato nel 2005 per tenere a galla Scip2.

Grazie ai maxi-sconti, una vasta platea di immobiliaristi 'furbetti' ha comprato a pezzi di saldo interi palazzi. E molto spesso, chi aveva in gestione il patrimonio degli enti 'espropriato' da Tremonti nel 2001, ha avuto anche il mandato a vendere. I nomi sono i soliti, con Alfredo Romeo e Pirelli Re in prima fila. Mentre sul fronte degli acquirenti si segnalano la stessa Lehman, il fondo americano Carlyle e l'immancabile Gruppo Caltagirone.

Per tutti, banche, gestori e consulenti vari, i guadagni sono 'top secret'. Perché nessuno conosce i contratti stipulati dalla lussemburghese Scip con i suoi fornitori. Si sa solo che il costo di Scip1 e Scip2 oscillerebbe tra gli 850 milioni stimati dalla Corte dei Conti nel 2006 e il miliardo e trecento milioni calcolato oggi dal combattivo 'Coordinamento nazionale inquilini immobili di pregio'.

Proprio sull'ammontare dei costi chiedono chiarezza Antonio Misiani, deputato Pd nella commissione Bilancio, e Antonio Borghesi (Idv). Spiega Misiani: "Giusto mettere la parola fine, perché la spesa per interessi ci stava dissanguando, ma Tremonti deve spiegare alla Camera chi si è arricchito su questo buco da quasi due miliardi".

Resta da capire anche come si coprirà la voragine Scip2, perché usare il ricavato di Scip1 non basta. Non solo, sarebbe interessante capire se gli enti previdenziali, costretti a nascondere sotto il tappeto la polvere delle cartolarizzazioni andate male, siano solo una fermata di passaggio verso la Cassa depositi e prestiti, gestita dal tremontiano doc Massimo Varazzani. La Cdp è una spa, ha meno vincoli ed è soggetta a meno controlli di un ente previdenziale. Potrebbe essere lei a far ripartire la giostra del mattone di Stato. Commissioni e consulenze comprese.
(02 marzo 2009)