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lunedì 11 aprile 2011

Contro la demenza senile basta un orto


Non occorre essere una Montalcini per scongiurare il deterioramento della mente legato all’età: la demenza senile e la malattia di Alzheimer in particolare, che nel 2050 colpirà quasi 2 milioni di italiani, si possono tenere lontane continuando a dedicarsi a una qualsiasi attività che non dev’essere necessariamente intellettuale, come invece finora molti studi avevano indicato, ma può essere di ogni tipo, anche soltanto coltivare il proprio orticello di casa. Fra le attività non intellettuali sono comunque favorite quelle in cui viene mantenuta una certa relazione sociale, come per esempio gestire un negozio, una piccola impresa con continue relazioni con gli altri.

STIMOLI - L’ha scoperto uno studio del Karolinska Institutet pubblicato sugli Annals of Internal Medicine da alcuni ricercatori diretti dalla ricercatrice svedese di origine italiana Laura Fratiglioni che hanno dimostrato come, qualunque fosse l’attività svolta dai soggetti dello studio, la malattia veniva ritardata contrastando sia un’eventuale predisposizione genetica, sia i cosiddetti fattori modificabili (malattie cardiovascolari, ipertensione, diabete, abitudine fin dalla giovane età al fumo o ad altre sostanze d’abuso) finora ritenuti importanti cofattori nello sviluppo della malattia e sui quali, alla luce di questi risultati, non si potrà più trarre una ferma conclusione. «Il cervello, come gli altri organi - dice la Fratiglioni - ha bisogno di stimoli e di esercizio per continuare a funzionare: gli anziani con una vita attiva, non solo dal punto di vista intellettuale, ma anche fisico e sociale, hanno un minor rischio di demenza, a prescindere dall’attività che continuano a svolgere e questo è il principale messaggio di questo studio».

Cesare Peccarisi
09 aprile 2011

La più bella sorpresa di Pasqua sei tu


Esci dal guscio e valorizza la bellezza che c’è in te con i semplici consigli del Makeup Designer di fama internazionale Paolo Guatelli

Il trucco al servizio dell’autostima, per valorizzare la bellezza – spesso nascosta - che c’è in ogni donna sfruttando il Personal Makeup Coaching, la tecnica ideata dal noto Makeup Desiger Paolo Guatelli per valorizzarsi con il trucco e che insegna a tutte come migliorare il proprio aspetto, ritrovare la stima di sé diventando consapevoli della forza della propria unicità.

«Il segreto è esaltare l’individualità - dice Paolo - non mascherare i punti deboli, ma esprimere la propria personalità, e i giorni di Pasqua sono l’occasione per mettere in pratica i primi tre passi che voglio offrirvi:

- Il primo passo è conoscersi, entrare in contatto con la vostra vera essenza per esprimere sincerità e sintonia tra l’interiorità e il modo di comunicarla all’esterno. Ogni volto ha la propria verità e il make-up può aiutarla a venire fuori. Date luminosità alla pelle applicando tutti i giorni un buon fondotinta poco coprente; scegliete la tonalità adatta provandolo direttamente sul volto e optando in questo periodo per un tono leggermente ambrato.

- Il secondo passo è non uniformarsi a un modello che non ci appartiene solo perché le mode ce lo propongono. Se quest’anno tornano di moda i rossetti semi opachi non sentitevi obbligate a utilizzarli sempre, alternate lucido e opaco in base al vostro umore e al desiderio di cambiare.

- Il terzo passo è giocare, sperimentare, usando il make-up come strumento per sembrare diverse, pur restando sé stesse. Il consiglio è mettersi al centro del proprio senso estetico, senza condizionamenti, naturalmente. Non truccatevi solo per piacere agli altri; se vostro marito vi dice che vi ama senza trucco, vi amerà ancora di più se abbinerete a un rossetto rosso un trucco light sugli occhi e mascara nero ad alta definizione!»

Non c’è niente di più bello che vedersi come rinata e guardarsi con occhi pieni di ammirazione. Ora, invita Guatelli, non resta che uscire dal guscio perché la più bella sorpresa di Pasqua sei tu!

Truccatore e Makeup Designer di fama internazionale, cresciuto nel pensiero antroposofico, Paolo Guatelli ha elaborato uno stile personale fatto di sensibilità verso la bellezza per una nuova interpretazione umanistica dell’estetica, sempre più aperta all’ascolto dell’Io profondo e incentrata su una filosofia di autenticità, rispetto, e integrità della persona.
Sarà ospite a Sette Sera su 7Gold digitale terrestre giovedì 14 aprile dalle 18,30 alle 19 per parlare di Personal Makeup Coaching .
Per informazioni e sessioni di Personal Makeup Coaching: info(at)paologuatelli.it

www.paologuatelli.it

La dieta dei 17 giorni il nuovo “worm” che promette di perdere peso per sempre


La mania si è diffusa come un virus e tutti vogliono provare la nuova dieta ideata dal dottor Moreno che si prefigge di far perdere peso per tutta la vita

La notizia pare si sia diffusa a macchia d’olio dopo che è comparsa sui siti di social network come Facebook e Twitter. E fa seguito all’uscita di un libro del dottor Michael Moreno che avrebbe ideato una dieta che promette di far perdere peso per tutta la vita.

Il libro del dottor Moreno s’intitola The 17 Day Diet - ora uscito anche in Dvd – presenta la rivoluzionaria dieta di 17 giorni che permetterebbe alle persone che la seguono di ottenere risultati duraturi. Se pensiamo che il problema delle diete è proprio quello di riuscire a mantenere il peso raggiunto, ecco che una simile promessa non poteva che fare presa su tutti coloro che sono alla ricerca del peso ideale. Se infine consideriamo che ci stiamo avviando verso la bella stagione e l’appuntamento annuale con la fatidica prova bikini, il successo non poteva essere altrimenti.

Ma in cosa consisterebbe questa tanto chiacchierata dieta? Il piano prevede quattro cicli, ognuno composto da 17 giorni in cui variare la dieta a base di carboidrati, proteine, frutta e altri tipi di alimenti tutti finalizzati a stimolare il metabolismo e favorire la perdita di peso.

La scelta dei 17 giorni per ogni ciclo, spiega Moreno, è stata fatta perché è proprio da quel momento in poi che l’organismo inizia a riconoscere la dieta e ad abituarsi. Di conseguenza, il metabolismo si adegua.
Se iniziamo a essere preoccupati di non poter più mangiare certi cibi, l’autore ci rassicura informandoci che non elimineremo del tutto alcuni cibi, ma ci sono tuttavia alcune cose che si possono fare e alcune no. Vediamo quali.

Un ingrediente chiave della dieta di Moreno è lo yogurt greco che dovrebbe essere sempre presente.
In più, a colazione, si dovrà arrivare a mangiare un solo biscotto. Tra le abitudini da modificare, prima di tutto, c’è quella di salare le pietanze: usare meno sale e, al posto suo, utilizzare le spezie. Per dolcificare usare la frutta al posto dello zucchero. Usare l'aglio e la cannella. Al posto della maionese è meglio utilizzare la senape. Infine, dopo le ore: 14.00 sono vietati tutti i tipi di frutta o e alcuni tipi di carboidrati.

«Penso che questa dieta è probabilmente l'unica dieta per tutti - ha dichiarato Moreno in un’intervista su ABC News – E questo significa che se si vogliono perdere 2,5 chili per la riunione del liceo che si avvicina, se desiderate perdere 68 chili, o se siete invece a vostro agio così come siete o come guardate alla vostra salute e il vostro peso, così è. Questo è solo un modo per non concentrarsi solo sulla scala mobile, ma focalizzarsi sulla buona, giusta, salute dell’apparato digerente», conclude Moreno.

Per trovare informazioni al riguardo basta digitare il titolo del libro su Google e il gioco è fatto: ci sono solo 12.900.000 risultati, e ora che li avremo passati tutti saremo dimagriti per benino, senza più dover seguire un’altra, l’ennesima, rivoluzionaria dieta.

martedì 16 novembre 2010

In una casa che può respirare respiri meglio anche tu


Siamo nella camera di un bambino. Mobili, materiali plastici, pitture, prodotti usati per pulire pavimenti e superfici: tutto può rilasciare composti organici volatili, i cosiddetti VOC. Una ricerca pubblicata sulla rivista Plos One ha dimostrato che i bambini più esposti ai VOC fra le mura di casa hanno un rischio da 50 a 180 volte più alto della norma di soffrire di allergie - a polvere, pelo di animale, pollini - e di asma. «La colpa è risultata soprattutto dei VOC che si liberano da pitture a base d'acqua, usate su pareti e mobili o dai prodotti per la pulizia» spiega l'autore dello studio, Carl-Gustaf Bornehag, dell'Università svedese di Karlstad. Che sia proprio l'aria domestica malsana una delle cause principali di quella che i medici della Società italiana di medicina respiratoria (SIMeR) hanno definito "emergenza giovani"? Secondo i dati degli pneumologi, infatti, oggi un bambino su dieci è asmatico, con un incremento di circa il 30% del numero di casi negli ultimi 15 anni. «L'inquinamento domestico ha senza dubbio un ruolo: risanare gli ambienti di casa da muffe e sostanze chimiche, oltre che evitare il fumo, è fondamentale per la salute respiratoria - conferma Stefano Centanni, presidente della SIMeR.

Secondo un recente documento dei Centers for Disease Control and Prevention statunitensi, una casa "sana" deve essere costruita, o ristrutturata, seguendo precise regole: fondamenta, pareti, tetto, nulla dovrebbe essere lasciato al caso. «I criteri di salubrità possono essere riassunti in una raccomandazione: far "traspirare" la casa, facendole circolare aria attorno ed evitando che si accumuli umidità» sintetizza Adriana Baglioni, docente di progettazione ambientale al Politecnico di Milano. Ma come? «Fra l'abitazione e l'esterno dovrebbe essere creata una sorta di "camera d'aria", a partire dal solaio di base, attraverso il vespaio (spazio riempito di ghiaia fra terreno e pavimento dell'abitazione, ndr) per impedire la risalita dell'umidità; - descrive l'architetto - se ci sono pareti addossate alla terra, è opportuno prevedere uno scannafosso isolante (un "tunnel" tra la parete esterna della casa e un'altra parete che appoggia al terreno, ndr); il tetto deve essere in pendenza e ventilato». «Nell'appartamento - prosegue l'esperta - è utile realizzare contropareti in cartongesso: un'intercapedine fra la parete esterna e quella interna migliora l'isolamento termico e la circolazione dell'aria». Tutto questo fa sì che nella casa non ristagnino umidità, particolato, polveri. È anche opportuno che l'aria in arrivo dall'esterno sia il più possibile pulita: bisogna posizionare le bocche di aerazione dell'edificio o le aperture per gli impianti dell'aria condizionata lontano dal traffico della strada, almeno sopravento.

«Anche i materiali da costruzione sono importanti per ottenere una casa con un buon isolamento termico, ma allo stesso tempo traspirante: per la tinteggiatura delle facciate possono creare problemi i rivestimenti plastici che occludono i pori delle pareti e non lasciano uscire l'umidità; per il risanamento dei muri andrebbero impiegati prodotti traspiranti e antimuffa - aggiunge Adriana Baglioni -. Una soluzione sicura per i muri sono i mattoni alveolati, ma sono altrettanto valide le pareti stratificate a secco con diversi pannelli sovrapposti». Durante una ristrutturazione, poi, bisogna liberarsi di materiali pericolosi per la salute, primo fra tutti l'amianto (si trova ad esempio all'interno di vecchie canne fumarie), che va eliminato secondo precise regole. Lo stesso vale per altri materiali fibrosi, in passato usati come isolanti e coibentanti. «Ora per l'isolamento termico si preferiscono le lane di roccia» spiega l'architetto. Oggi c'è più attenzione ai criteri di un'edilizia salutare: materiali che potrebbero compromettere la qualità dell'aria interna vengono accantonati a favore di collanti, sigillanti, materiali per impermeabilizzare e isolanti duraturi, stabili, che emettono pochi VOC. «E non va dimenticata la manutenzione: componenti dell'edificio deteriorate possono rilasciare sostanze nocive: una periodica revisione dell'abitazione è sempre consigliabile» conclude l'architetto.

Elena Meli
15 novembre 2010

martedì 7 settembre 2010

Uomini obesi, amanti duraturi Mentre i playboy hanno la vita corta


La promiscuità ha un costo molto alto, che in natura si paga anche con la vita (che si accorcia) e con la crescita e lo sviluppo (che si arresta). È il risultato di uno studio australiano che ha indagato nel regno animale sul legame tra longevità e numero di partner, una novità in questo campo almeno per quel che riguarda gli esseri vertebrati.

PESCI TROPICALI - Lo studio è stato svolto in Australia, dall’Evolution and Ecology Research Centre dell’università del Nuovo Galles del Sud, ed è stato pubblicato sul Journal of Evolutionary Biology. Partendo dall’osservazione della riproduzione e dell’evoluzione dei pesci tropicali, i ricercatori sostengono che esista una sorta di "alt" evolutivo a quei maschi che cercano di avere troppe partner. «La nostra ricerca dimostra che i maschi pagano un alto prezzo per la loro promiscuità con un limite imposto al numero di partner sessuali che possono avere nel corso della loro vita» commenta il ricercatore Alex Jordan, che aggiunge: «Forse è il modo in cui la natura consiglia ai maschi di restare fedeli alle proprie partner». I pesci osservati dagli studiosi mostravano le stesse caratteristiche a seconda della loro attività sessuale: se accoppiati sempre alla stessa partner, mangiavano regolarmente e vivevano a lungo; se inseriti in un ambiente in cui comparivano nuovi pesci da "corteggiare", tendevano a vivere con il solo scopo della ricerca dell’accoppiamento, a scordarsi il cibo, a crescere meno rapidamente e a morire prima.

OBESITÀ E SESSO - Una seconda ricerca, svolta questa volta su 100 esseri umani, rassicura tutti gli uomini con problemi di peso: per loro infatti la durata dei rapporti sessuali sarebbe anche maggiore (in media) rispetto a chi è normopeso. Lo studio è turco, svolto dai ricercatori dell’università di Erciyes a Kayseri, e pubblicato dall'International Journal of Impotence Research. Parla di minuti medi di durata del rapporto sessuale, che nel caso di un uomo che soffre di obesità sarebbe anche di 7,3 minuti, contro gli 1,8 medi dell’uomo di normale corporatura. Questo perché - secondo i sessuologi turchi che hanno osservato i rapporti sessuali delle 100 cavie per un anno intero - il grasso in eccesso aumenterebbe nel maschio i livelli di estrogeni (un ormone femminile) andando ad agire sui neurotrasmettitori che nel cervello controllano l’eiaculazione. Per lo stesso motivo gli uomini che soffrono di eiaculazione precoce presentano mediamente bassi livelli di questo ormone sessuale.

Eva Perasso
06 settembre 2010

lunedì 26 aprile 2010

L’ictus colpisce sempre prima


In poco più di un decennio l’età media delle persone colpite da ictus si è abbassata di tre anni, passando dai 71,3 anni del 1993 ai 68,4 del 2005. Non solo, l’ictus sia diventato notevolmente più frequente nella classe di età tra i 20 e i 45 anni. La segnalazione viene da uno studio presentato nel corso dell’International Stroke Conference 2010, organizzata dall’American Stroke Association.

ANTICIPAZIONE - La ricerca è stata effettuata su pazienti dell'Ohio e del Kentucky, dei quali sono stati presi in esame i ricoveri tra il 1993 e il '95, quelli del '99 e quelli del 2005. Nel primo caso l'età media di insorgenza dell'ictus era di 71,3 anni, nel secondo era scesa a 70,9, mentre nel 2005 era 68,4. Nello stesso periodo di tempo la percentuale di persone tra i 20 e i 45 anni andata incontro a un ictus è passata dal 4,5% del 1993 al 7,3% del 2005. «Ciò che è veramente preoccupante - ha commentato Brett M. Kissela dell'Università di Cincinnati e primo firmatario della ricerca - è la proporzione di pazienti con un’età inferiore ai 45 anni. Cresce sia il loro numero in termini assoluti che in termini relativi».

MOTIVAZIONI - Benché l’indagine sia stata realizzata su un campione geografico piuttosto ristretto, il team è convinto che il trend sia analogo in tutta la nazione, vista l’alta prevalenza di fattori di rischio come obesità e diabete nel resto degli Stati Uniti. Del resto sarebbero proprio i fattori di rischio a giocare un ruolo importante nell’anticipazione del fenomeno. «Come medici abbiamo il dovere di tenere sotto controllo questi potenti fattori di rischio già nelle persone giovani - ha commentato Kissela -. L’ictus è un evento devastante, in grado di cambiare la vita. E può colpire le persone giovani. Speriamo vivamente che questi dati siano utili ad alzare la guardia».

IN ITALIA – «Il trend verso un abbassamento dell’età di insorgenza dell’ictus è rilevabile anche nel nostro Paese, anche se non sono disponibili dati specifici – riferisce Giuseppe Miceli, direttore del Dipartimento di neurologia d’urgenza dell’Istituto C. Mondino-Irccs di Pavia -. Indubbiamente abbiamo a che fare più spesso con pazienti sotto i 45 anni, ma sono tanti anche i pazienti geriatrici come conseguenza dell’allungamento dell’aspettativa di vita. L’anticipazione del fenomeno ictus può avere diverse spiegazioni. Da una parte oggi siamo più attenti sul fronte della diagnosi per cui individuiamo più casi, e prima, che in passato. Dall’altro è evidente un’anticipazione dei fattori di rischio: si diventa ipertesi prima, aumentano l’obesità giovanile e i casi di diabete. In particolare l’ambiente più competitivo e stressante non giova per nulla alla pressione, spesso il primo imputato negli ictus che si verificano in giovane età. In questi casi, infatti, l’ictus è spesso lacunare, cioè dovuto a piccole ischemie, di piccole dimensioni conseguenza dell’ipertensione arteriosa». Il messaggio è chiaro: se si è giovani non bisogna sentirsi immuni dall’ictus, ma piuttosto adoperarsi per evitarlo. Come? Innanzitutto tenendo sotto controllo la pressione e con uno stile di vita salutare.

Antonella Sparvoli

24 aprile 2010

domenica 11 aprile 2010

La Corte Ue: “L’eterologa è un diritto” Pronti in Italia i ricorsi contro la Legge 40


di Adele Sarno

Una valanga di ricorsi giudiziari sono pronti a partire entro una settimana. Il primo sarà presentato a Bologna il 15 aprile, seguiranno Firenze, Roma, Catania e Milano. E una seconda tornata partirà a maggio. È l'effetto in Italia della sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo che stabilisce che la fecondazione eterologa non si può impedire. Perché proibire il ricorso alla donazione di ovuli e sperma per la fertilizzazione in vitro è una violazione dell'articolo 8 della convenzione europea per i diritti dell'uomo.

È un colpo duro quello che il pronunciamento della Corte di Strasburgo infligge alla Legge 40 sulla "Procreazione medicalmente assistita" perché la sentenza entra in contrasto con le disposizioni contenute nell’articolo 4 della norma che stabilisce: “È vietato il ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo”. Oggi nel nostro Paese non si può diventare genitori con l' ausilio del seme di un donatore o dell'ovocita di una donatrice.

“Siamo di fronte a una sentenza rivoluzionaria per tutte le coppie italiane”, annuncia Antonino Guglielmino, direttore dell'Unità di Medicina della riproduzione del centro Hera di Catania. "I giudici di Strasburgo infatti, lo scorso primo aprile, hanno condannato le autorità austriache perché la legge nazionale che regola la procreazione assistita non consente di ricorrere all'eterologa". E hanno stabilito che gli Stati non sono obbligati a legiferare in materia di Pma ma, se lo fanno, tale legge deve essere coerente e prendere in considerazione gli interessi di tutti, anche di quelli che per concepire hanno bisogno della donazione.

“Per questo - aggiunge Guglielmino - siamo pronti ad avviare una campagna di ricorsi giudiziari. La stessa strada che abbiamo percorso per cambiare la legge 40 sulla fecondazione assistita nelle parti che vietavano la diagnosi genetica di preimpianto e obbligavano all'impianto contemporaneo di tre embrioni a prescindere dalle condizioni cliniche del singolo caso". Ma se anche in questo caso, così come è avvenuto nell'aprile del 2009, i giudici ritenessero incostituzionale la norma, la legge sulla procreazione medicalmente assistita sarebbe, di fatto, cancellata.

Questo potrebbe anche incidere sul fine del ‘turismo della provetta’. E potrebbe riportare in Italia la possibilità di curare anche le coppie infertili. Basti pensare che in cinque anni di divieti, continua Guglielmino, la legge 40 ha costretto quasi 50mila coppie ad emigrare per un figlio e a pagare 8mila euro per andare in Spagna, 5-6 mila per andare a provare in Grecia, fino a 20 per andare in Russia e 5 per andare in Ucraina.

"Ci rivolgeremo ai Tribunali civili di ogni città, nella sezione famiglia” annuncia l’avvocato Maria Paola Costantini del collegio di difesa dei pazienti dell'associazione Hera di Catania. “E chiederemo ai giudici di concedere alle coppie con problemi di salute la possibilità di donare ovuli e sperma per la fertilizzazione in vitro. E lo faremo appellandoci alla sentenza della Corte di Strasburgo”.

La pronuncia del primo aprile infatti parla chiaro: per le due coppie austriache, che si sono rivolte alla Corte nel 2000, la fecondazione in vitro con donazione di sperma o ovuli era l'unica soluzione per poter procreare. E le autorità austriache hanno violato il loro diritto al rispetto della vita familiare e quello a non essere discriminati. E i giudici della Corte europea dei diritti dell'uomo hanno dato loro ragione stabilendo tra l'altro che gli Stati non sono obbligati a legiferare in materia di procreazione assistita ma se lo fanno tale legge deve essere coerente e prendere in considerazione i differenti interessi legittimi.

(Aprile 7, 2010)

Cancro al cervello, al Besta si produrrà un vaccino anti-tumorale


L'istituto neurologico "Carlo Besta" di Milano produrrà vaccini antitumorali per combattere il glioblastoma, il più diffuso tumore al cervello. Il via libera è arrivato dall'Aifa. Si tratta di farmaci per uso autologo, ovvero utilizzabili solo dallo specifico donatore delle cellule con cui il vaccino è stato realizzato

Sì ai farmaci cellulari dall’Agenzia italiana del farmaco. L'istituto neurologico "Carlo Besta" di Milano produrrà vaccini antitumorali per combattere il glioblastoma, il più diffuso tumore al cervello. L'unità produttiva per terapie cellulari (Uptc) della Fondazione 'Besta', infatti, ha ottenuto l'autorizzazione dell'Aifa per la produzione di 'farmaci cellulari' per uso clinico sperimentale divenendo la prima officina farmaceutica in una struttura monospecialistica in ambito neurologico. Si tratta della produzione di vaccini anti-tumorali per uso autologo, ovvero utilizzabili solo dallo specifico donatore delle cellule con cui il vaccino è stato realizzato.

Tali vaccini verranno usati per il trattamento del tumore cerebrale maligno più frequente, il glioblastoma multiforme, nell'ambito di due sperimentazioni cliniche approvate da Aifa e coordinate dal dottor Gaetano Finocchiaro, Direttore del Dipartimento di neuro-oncologia e della Unità operativa neurologia 8-neuro-oncologia molecolare. "Dopo l'intervento chirurgico - spiega Finocchiaro -il trattamento con radioterapia e chemioterapia, il glioblastoma tende a riformarsi, a recidivare. In queste condizioni non esiste al momento un trattamento la cui efficacia sia condivisa da tutti gli specialisti che agiscono in ambito neuro-oncologico.

La vaccinazione anti-glioblastoma a cui lavorerà la UPTC, è basata sull'uso di cellule dendritiche (DC), cellule molto potenti del nostro sistema immunitario che sono presenti nel sangue periferico". La procedura di vaccinazione è stata inizialmente verificata in sperimentazioni su modelli animali, coordinate dalla dottoressa Serena Pellegatta, e poi utilizzata in esperienze cliniche preliminari al Besta, con risultati incoraggianti. "Al momento - conclude il dott. Eugenio Parati - è in corso una sperimentazione negli USA, coordinata dalla dott.ssa Linda Liau della University of California Los Angeles. La sperimentazione che inizia al Besta si affiancherà a questa".

(Aprile 8, 2010)

I timidi pensano più a fondo. Nietzsche e Marx sono la prova


di Sara Ficocelli

Il cervello delle persone timide percepisce il mondo esterno in modo diverso rispetto a quanto accade per i soggetti estroversi. E si attiva per una lavorazione più profonda degli input. Lo sostiene una ricerca americana

Guance che si arrossano, atteggiamento impacciato, difficoltà a fare amicizia: la timidezza non è solo una patina che ricopre di mistero e delicatezza le nostre azioni ma una caratteristica capace di condizionare la vita sociale in maniera invalidante. I ricercatori della Stony Brook University di New York, dell'Università del Sud Est e dell'Accademia Cinese delle Scienze hanno analizzato i meccanismi che regolano l'introversione, scoprendo che il cervello delle persone timide percepisce il mondo esterno in modo diverso rispetto a quanto accade per i soggetti estroversi.

"Sensibilità per la Percezione Sensoriale - SPS": è questo il tratto della personalità che porta il 5-6 per cento della popolazione mondiale a comportarsi in modo inibito o addirittura nevrotico, e questo perché chi nasce con questa predisposizione è più sensibile della media agli input del mondo esterno, e ha bisogno di più tempo per prendere decisioni e riflettere. I soggetti "altamente sensibili" sono più coscienziosi, si annoiano facilmente con le chiacchiere inutili e manifestano queste caratteristiche fin da piccoli. I bambini timidi sono infatti "lenti a scaldarsi" nelle situazioni sociali, piangono al primo rimprovero, fanno domande insolite e hanno pensieri fin troppo profondi per la loro età. Da adulti, prestano maggiore attenzione ai dettagli e, quando elaborano le informazioni visive, mostrano un'attività cerebrale più intensa rispetto a coloro che non hanno la "SPS". Chi è timido, spiegano i ricercatori, vive insomma ogni esperienza con maggiore intensità e paga il prezzo di questa doppia sensibilità con una intolleranza genetica a rumore, dolore e caffeina, ovvero a tutto ciò che potenzialmente può minare l'equilibrio del sistema nervoso.

Per giungere a queste conclusioni gli studiosi si sono serviti di un gruppo di volontari, sottoponendo loro un questionario per distinguere i soggetti più da quelli meno sensibili. Successivamente, a 16 dei partecipanti è stato chiesto di mettere a confronto due vignette simili e di osservarne tutti i particolari, e contemporaneamente il cervello di ciascuno è stato esaminato con la Risonanza Magnetica Funzionale (fMRI). Le persone timide hanno osservato le varie differenze per un tempo più lungo di quelle estroverse e hanno mostrato un'attività elevata nelle aree cerebrali che si occupano di associare percezioni visive e sensoriali. Il loro cervello insomma non ha semplicemente elaborato la percezione visiva, ma si è attivato per una lavorazione più profonda degli input.

Questa caratteristica della personalità si trova in oltre 100 specie animali diverse, dai moscerini della frutta ai primati, il che, secondo gli scienziati, sarebbe la spia di un vantaggio evolutivo. Questo è uno dei motivi per cui i biologi hanno iniziato a prendere in considerazione l'ipotesi che, all'interno della stessa specie, ci siano non una ma due personalità vincenti: il tipo sensibile, che rappresenta una minoranza e sceglie di riflettere più a lungo prima di agire, e quello capace di spingersi oltre ogni limite. La strategia della persona timida non è vantaggiosa quando le risorse sono abbondanti o c'è bisogno di azioni veloci e aggressive, ma è utile nelle situazioni di pericolo, quando è più difficile scegliere fra due opportunità ed è necessario un approccio particolarmente cauto e intelligente.

"La timidezza è sicuramente un problema nella società moderna - spiega lo psicologo Walter La Gatta, Presidente dell'AIRT, Associazione Italiana Ricerca sulla Timidezza - perché chi è timido percepisce molti più dettagli e ha bisogno di tempo per elaborarli. Tempo che spesso i ritmi moderni non offrono. Ma non dimentichiamo che le persone molto timide sono anche altrettanto intelligenti e sensibili, quindi questa caratteristica è senz'altro una risorsa".

Non sono in molti però a pensarla così. Secondo un sondaggio online condotto dallo stesso psicologo e dalla sua collaboratrice Giuliana Proietti (autrice del libro "La timidezza. Conoscerla e superarla", ed. Xenia), nel 68 per cento dei casi la timidezza è vissuta come una limitazione a tutto tondo, sia dal punto di vista della carriera che dello sviluppo della vita sociale, mentre il 14 per cento degli italiani la considera addirittura una malattia. Solo il 2 per cento del totale dichiara di vivere questa condizione come un privilegio, mentre veramente "malate di timidezza" sono il 13 per cento delle persone.

"Considerare l'introversione come un limite è un errore madornale", spiega lo psichiatra psicanalista Luigi Anepeta, presidente della Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi (LIDI). L'autore del libro "Timido, docile, ardente. Manuale per capire ed accettare valori e limiti dell'introversione (propria o altrui)", ricorda che il 60 per cento dei personaggi più geniali di tutti i tempi, da Nietzsche a Marx, erano degli introversi e che questa condizione è un modo di essere come un altro, "anzi - conclude - è una condizione che arricchisce moltissimo. Ma purtroppo il mondo moderno ha deciso di esaltare l'estroversione ed emarginare il diverso. E' questo l'unico problema".

(Aprile 8, 2010)

sabato 24 ottobre 2009

Influenza A, il presidente Obama dichiara l'emergenza nazionale


WASHINGTON - Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha dichiarato l'influenza "A" "emergenza nazionale" negli Usa. La Casa Bianca precisa che Obama ha firmato la dichiarazione di emergenza venerdì sera. Una firma che permette, tra l'altro, di accelerare la distribuzione dei vaccini e di avviare operazioni su vasta scala, se necessario, per arginare la diffusione del virus.

La dichiarazione di emergenza nazionale da parte del presidente permette anche, alle autorità sanitarie, di bypassare alcuni adempimenti previsti dalle norme federali. La settimana scorsa era stata ventilata la possibilità di ritardi nella consegna dei vaccini anti-influenzali.

Anne Schuchat, dei CDC (centri di controllo e prevenzione) di Atlanta, aveva annunciato che per la fine del mese di ottobre saranno disponibili solo 28-30 milioni di dosi, invece dei previsti 40 milioni.

Negli usa, 46 Stati su 50 sono stati colpiti dall'epidemia: milioni i casi segnalati, oltre 20 mila i ricoveri e mille morti, di cui 100 bambini.

(24 ottobre 2009)

Sintomi, vaccinazioni, pronto soccorso


Il vademecum dei pediatri sull'influenza A
di DAVIDE BANFO


Come riconoscere l'influenza A/H1N1 in un bimbo, come gestire la malattia, qual è la migliore terapia, quando è necessaria la vaccinazione. A queste domande, e a molte altre, provano a rispondere gli specialisti della Società italiana di pediatria e di alcune associazioni scientifiche collegate come gli infettivologi e gli esperti in Urgenza pediatrica. Il documento, una sorta di vademecum con le lineee guida su come comportarsi, è stato presentato nei giorni scorsi al Ministero alla Salute e ai diversi assessorati regionali.

Il documento si apre con la premessa che saranno i bambini i più esposti al rischio di contrarre l'influenza. "Un massiccio afflusso di minori al pronto soccorso in seguito ad una pandemia - spiega il professor Angelo Tovo, presidente degli infettivologi pediatrici - è prevedibile tenendo conto che durante la stagione invernale un bambino di 2-3 anni di solito manifesta sei episodi con sintomi del tutto sovrapponibili alla diagnosi di influenza A".

In questo scenario, il presidente dei pediatri italiani Pasquale Di Pietro ricorda la funzione di filtro che potranno fare gli specialisti, mettendo in guardia i genitori dal correre subito in ospedale: "In una fase epidemica, il Pronto soccorso di un ospedale pediatrico costituisce il luogo di maggiore potenziale pericolo per il contagio". Un altro consiglio che arriva dai pediatri è quello di non avere fretta. "I virus influenzali - continua Tovo - tendono a replicarsi più a lungo nel bambino e non ci sono dati certi sulla durata dell'eliminazione del nuovo A/H1N1. Un minore che ha avuto l'influenza non dovrebbe tornare all'asilo o a scuola prima che siano trascorsi sette giorni dall'inizio dei sintomi".

Nel documento della Società si analizza la terapia antivirale: il nuovo virus risulta sensibile agli inibitori della neuroaminidasi. I due farmaci individuati, l'Oseltamivir (Tamiflu) e lo Zanamivir (Relenza), risultano efficaci il primo per i bambini da un anno in su, il secondo per quelli sopra i sei anni. I pediatri ricordano che la terapia va somministrata entro 48 ore dalla comparsa dai sintomi per garantirne l'efficacia. La durata della terapia, secondo quanto accertato dagli ultimi studi internazionali, deve essere di almeno 5 giorni anche se alcuni specialisti consigliano di sospendere il trattamento 48 ore dopo la scomparsa dei sintomi. Nei casi gravi appare ragionevole, sempre secondo quanto accertato dagli studi, continuare la somministrazione del farmaco fino al miglioramento del quadro clinico. L'eliminazione del virus sembra certa a quattro giorni dall'inizio della terapia ma non ci sono ancora dati certi. Il documento presenta anche una serie di tabelle con le dosi consigliate per fasce di età.

Per quanto riguarda le vaccinazioni, i pediatri confermano che la priorità va data ai bambini con età compresa tra i 6 mesi e i 4 anni inclusi, ai minori nella fascia tra i 5 e i 18 anni, a tutti i soggetti sotto i 18 anni a rischio e alle persone che hanno contatti streti (caregivers) con neonati sotto i sei mesi. Un ultimo consiglio riguarda i dubbi sulla doppia vaccinazione. Sempre secondo il professor Pier Angelo Tovo, "le due vaccinazioni, cioè quella per l'influenza A e quella stagionale, sono indipendenti e vanno fatte entrambe. Unica avvertenza praticarle non sullo stesso braccio".

(2 ottobre 2009)

domenica 6 settembre 2009

Il succo di mirtilli contro i chili di troppo


3/9/2009


Il succo dolce dei mirtilli potrebbe essere un rimedio molto piacevole per combattere sovrappeso e diabete secondo quanto riportato da uno studio condotto da un team di ricercatori canadesi dell'Università di Montreal, l'Istituto (INRS) Armand-Frappier e l'Università di Moncton.

Gli scienziati hanno scoperto che il succo di mirtilli nord-americani Lowbush biotraformato per mezzo di batteri presenti sulla buccia è un potente componente antiobesità e antidiabete potenziale.
«Dai nostri test, eseguiti sui topi» - ha dichiarato il dr. Pierre S. Haddad, farmacologo e coordinatore dello studio - si è scoperto che il «succo di mirtilli biotrasformato può rappresentare un nuovo agente terapeutico, in quanto riduce l'iperglicemia nei topi diabetici ed è in grado di proteggere i giovani topi pre-diabetici nello sviluppare obesità e diabete».
I topi oggetto della ricerca erano topi soggetti a obesità, diabete, insulino-resistenza e ipertensione. A questi è stato somministrato il succo di mirtilli diluito in acqua e si è evidenziato come questo abbia ridotto l'assunzione di cibo e il peso corporeo.
Il consumo di questo succo ha poi progressivamente e sensibilmente ridotto i livelli di glucosio nel sangue dei topi diabetici e abbassato il livello della glicemia del 35% dopo soli 3 giorni.

Il succo di mirtilli biostraformato è prodotto per mezzo di un nuovo ceppo di batteri isolati dalla flora dei mirtilli, chiamato Serratia vaccinii, il quale aumenta gli effetti antiossidanti del frutto.
«L'identificazione dei componenti attivi nel succo di mirtilli biotrasformato può portare alla scoperta di nuove e promettenti molecole antiobesità e antidiabetiche» ha concluso il dr. Haddad.
Lo studio è pubblicato sulla rivista "International Journal of Obesity".
(lm&sdp)

sabato 5 settembre 2009

Pronto il vaccino contro il virus A


di MICHELE BOCCI


La Cina ha vinto la corsa al vaccino contro la Nuova influenza. La casa farmaceutica del paese asiatico Sinovac ha avuto per prima al mondo l'autorizzazione ad immettere sul mercato, solo quello interno, il suo antidoto, che oltretutto è monodose e cioè richiede una sola somministrazione per assicurare copertura contro l'H1N1. La notizia viene accolta molto positivamente dall'Oms, che apprezza la decisione cinese di condividere i suoi risultati, e arriva contemporaneamente a quella diffusa da Novartis riguardo all'efficacia del suo vaccino. Era previsto in due dosi ma nell'80% delle persone su cui viene sperimentato funziona già dopo la prima iniezione.

Marie-Paule Keiny, direttore dell'Iniziativa Oms per la ricerca sui vaccini parla di "notizie incoraggianti. Se confermate semplificheranno le campagne di vaccinazioni, in termini di costi e logistica. Aumenterà molto il numero delle popolazioni che potranno avere accesso allo strumento per prevenire la malattia". La vede nello stesso modo Rino Rappuoli, capo della ricerca Novartis, l'azienda svizzera con un centro di produzione vicino a Siena. "Se potremo utilizzare una sola dose in buona parte dei casi - spiega - avremo a disposizione le seconde dosi per altre persone. Bisogna però fare altri passaggi prima di essere certi di questa possibilità. Probabilmente la doppia iniezione assicurerà solo una copertura un po' più lunga ma non è detto. Inoltre l'efficacia dell'antidoto sembra arrivare prima della ventina di giorni che avevamo stimato".

Il vaccino della Sinovac si chiamerà Panflu, potrà essere somministrato a persone tra i 3 e i 60 anni e ne verranno prodotte 5 milioni di dosi entro il primo ottobre. Poi si andrà al ritmo di 20-30 milioni all'anno. Nel nostro paese si reagisce con cautela alle notizie arrivate dalla Cina. Sergio Dompé, presidente di Farmindustria, spiega che "bisogna ottenere tutte le garanzie ed essere prudenti perché c'è modo e modo di fare i controlli e la fretta può essere cattiva consigliera". Al momento, rileva anche Silvio Garattini, farmacologo dell'Istituto Mario Negri di Milano, "non ci sono dettagli per capire l'efficacia e la sicurezza del vaccino cinese. In ogni caso si dovrebbe stare attenti perché le politiche di sperimentazione non sono come le nostre".

Novartis è una delle due case farmaceutiche che rifornirà il nostro Paese e Rappuoli dice che da metà ottobre il vaccino sarà a disposizione. Secondo Dompè il Governo spenderà circa 400 milioni di euro (10-15 a dose) per comprare i vaccini "ma risparmierà 3,6 miliardi perché eviterà spese derivanti dai costi sociali della malattia". Questione economica a parte, il nodo centrale da sciogliere è oggi quello che riguarda le donne incinte e i minorenni. Verranno vaccinati? In un primo momento erano stati inseriti nelle classi oggetto della campagna, l'altro ieri il viceministro alla salute Ferruccio Fazio ha frenato, chiedendo il parere del Consiglio superiore di sanità. "In effetti non abbiamo terminato i test sui minorenni - spiega Rappuoli - Per ora abbiamo sperimentato il vaccino su 100 persone tra 18 e i 50 anni a Leicester, in Inghilterra. Ma stiamo provando il nostro prodotto anche su altre 5.900 persone. Tra queste non ci sono donne incinte. Era praticamente impossibile trovarne in numero sufficiente per organizzare una sperimentazione su di loro". E allora? "Allora ci basiamo sul fatto che il vaccino stagionale non dà problemi a chi aspetta un figlio. Non dobbiamo scordarci che l'antidoto contro la Nuova influenza è uguale a quelli degli anni passati. Cambia solo il virus, che comunque non è vivo". Probabilmente Novartis indicherà il vaccino dai 2 anni in su. "Ma specificheremo la situazione delle donne incinte e probabilmente anche il fatto che sui bambini e sugli adolescenti fino a 18 anni ci sono meno dati rispetto agli adulti, perché le sperimentazioni cliniche sono state di numero inferiore".

(4 settembre 2009)

domenica 16 agosto 2009

Un nuovo rivoluzionario test per diagnosticare l'Alzheimer


14/8/2009 P>

Ricercatori dell'Università di Tel Aviv in Israele hanno trovato un nuovo modo per diagnosticare la malattia di Alzheimer monitorando la struttura del cervello.
Il tutto avviene mediante una metodologia denominata "Diffusion Imaging MRI". Secondo il dr. Yaniv Assaf, che ha coordinato la ricerca, in questo modo è possibile analizzare la microstruttura del tessuto del cervello senza tecniche invasive o tagli. Tutto ciò permette di monitorare il cambiamento microstrutturale del cervello e quanto accade alla memoria e dove.

Secondo quanto creduto sino ad oggi, il cervello si pensava cambiasse la sua microstruttura mettendoci giorni o addirittura settimane. Oggi, invece, si è scoperto che ciò avviene anche in poche ore, fanno notate gli scienziati israeliani. Per affermare questo, i ricercatori, hanno sottoposto a una serie di test di abilità mentale un gruppo di volontari. A questi è stata fatta una scansione del cervello per mezzo della Diffusion Imaging MRI, poi sono stati invitati a partecipare a una gara per mezzo di un videogioco. Questo processo misura la memoria spaziale e, dopo due ore di gioco, i ricercatori hanno nuovamente scansionato il cervello dei partecipanti per misurare le eventuali differenze.

Dai dati è emerso che la microstruttura si modificata notevolmente durante le due ore di gioco. La partecipazione alla gara ha colpito le aree motorie e visive del cervello e anche l'ippocampo. Il dr. Assaf fa notare che tutto ciò è avvento nel poco tempo di due ore e quindi dimostra come la memoria e la plasticità del cervello possano modificarsi rapidamente e come tutto questo possa portare effetti duraturi sul cervello stesso. In questo modo, questa nuova tecnica può essere utilizzata per una diagnosi precoce della malattia.
Lo studio è stato presentato all'annuale Meeting of the Human Brain Mapping Organization a San Francisco.

domenica 26 luglio 2009

Colpiti giovani e sani perché viaggiano di più



1 Perché l’Oms ha ribadito oggi la fase 6 di pandemia che aveva già proclamato?
La fase 6 viene dichiarata quando c’è evidenza del nuovo virus in minimo tre Regioni dell’Oms: colpiti 163 Paesi su 193. Era stata dichiarata in anticipo, rispetto ai numeri della diffusione, forse sperando che l’allerta rallentasse i viaggi verso le zone dei focolai. Così non è stato e ora la fase d’allarme rosso è reale.

2 Come mai la nuova influenza colpisce di più i giovani sani (in Gran Bretagna un terzo dei morti era giovane e sano) e non i classici soggetti a rischio: gli anziani e i «fragili» per la concomitanza di altre patologie croniche?
In primo luogo, perché i giovani d’oggi si muovono di più, viaggiano di più, sia all’estero sia in Patria, e frequentano luoghi a rischio di «larga diffusione». Che peraltro sono da giovani: college per lo studio della lingua, discoteche, pub. Quindi hanno possibilità di contagio più frequenti. In secondo luogo, perché un virus A-H1N1 di origine suina si è già diffuso nel 1977: questo ha permesso ai ventenni di allora di averlo contattato e di avere oggi una traccia di memoria immunitaria. Dovrebbero, in altri termini, avere una protezione seppur parziale.

3 Ora che cosa si può fare, oltre a sbrigarsi nel predisporre un vaccino?
Adesso fermare i viaggi nelle zone dei focolai è praticamente inutile. Per non diffondere il virus occorrerebbe evitare che gli infettati salissero sugli aerei o nei mezzi dove si viaggia a contatto di gomito per lungo tempo. Ma i controlli andrebbero fatti più rigidamente rispetto a quelli adottati dalle linee aeree inglesi. Sarebbe importante, tra l’altro, evitare negli scali file ai check-in e ai passaggi di sicurezza.

4 E i controlli sul virus A-H1N1 quali devono essere?
I laboratori di riferimento internazionale sono in allerta rosso per verificare in tempo qualsiasi mutazione del nuovo virus A. Il suo comportamento al momento non è cambiato, ma occorre vigilare nel caso mutasse o diventasse più aggressivo. Per ora si diffonde rapidamente, ma è blandamente aggressivo. Anche la sua diffusione quantitativa deve essere costantemente monitorata.

5 Visto che ormai la nuova influenza sta circolando ovunque, quale ulteriore rischio si corre qualora aumentasse la sua diffusione?
L’aspetto più pesante dell’attuale situazione è il coinvolgimento dei Paesi in via di sviluppo, dove per ora non risulta molto diffuso il nuovo A-H1N1. Qualora aumentasse, diventerebbe più difficile controllare la diffusione, l’eventuale mutazione data la presenza in quei Paesi di molteplici patologie virali, le conseguenze socio-economiche. E si porranno sicuramente problemi etici in termini di disponibilità di vaccini. Per quantità e per costi. In Paesi dove è già un problema assicurare le cure per l’Aids e per la tubercolosi multiresistente.

6 Ci si devono attendere milioni di morti, come avvenne per la Spagnola?
Attualmente la mortalità da nuovo virus A, in proporzione ai colpiti, è molto più bassa di quella dell’influenza stagionale. Non si sa ancora che cosa accadrà se muta. Sicuramente si sa che cosa accadrebbe già oggi se si diffondesse nelle favelas brasiliane o nelle bidonville di Città del Capo. Scarsa o cattiva alimentazione, povertà che non assicura i farmaci, condizioni igieniche al limite dell’umano, convivenza di più persone in spazi ristretti, sono un cocktail dirompente. In un ambiente del genere il virus sarebbe una bomba.

7 Allora, al rientro dalle vacanze, sarebbe logico ritardare l’apertura delle scuole o chiuderle momentaneamente in caso di ampia diffusione?
La chiusura può essere pianificata ad hoc per ridurre l’effetto diffusione in una fase dove guadagnare tempo potrebbe essere utile alla luce della disponibilità del vaccino. Questa modalità avrebbe risultati evidenti in termini di riduzione della diffusione. Questo strumento, insieme ad altri, è da considerarsi una delle tante carte a disposizione da giocare nella partita contro il virus, seguendo l’andamento complessivo della sua diffusione.

8 Ma qual è la reale velocità di diffusione?
In quattro mesi il virus dell’influenza A-H1N1 ha fatto il giro del mondo, dimostrando una capacità di diffusione molto rapida. Microbiologi, infettivologi e immunologi di tutto il mondo non lo perdono d’occhio perché le probabilità che possa improvvisamente trasformarsi, diventando più aggressivo, non vanno sottovalutate. Sorvegliare il responsabile della nuova pandemia è necessario, inoltre, perché molte domande sul comportamento di questo virus sono ancora senza risposta.

9 Ma da dove deriva questo virus?
E’ un collage di otto geni che provengono da tre specie virali diverse (suina, aviaria e umana). Combinandosi, hanno dato vita al quarto virus pandemico finora osservato, dopo quello della Spagnola del 1918, quello dell’Asiatica del 1957 e quello della Hong Kong del 1968.

10 Quando dovrebbe essere pronto il vaccino?
Secondo quanto dichiara l’Oms dovrebbe essere disponibile intorno a settembre. La produzione è cominciata e sono attesi a breve i test clinici per verificarne la sicurezza e l’efficacia. Non si deve rischiare di mettere in circolazione un vaccino più pericoloso del virus stesso.

11 Che cosa accadrà in caso di sovrapposizione delle due vaccinazioni: per l’influenza normale e per la nuova. Ne basterà una?
No. Andranno fatte entrambe. I virus sono diversi. Peraltro, secondo il Cdc (Centers for Disease Control), l’ente federale americano per il controllo delle malattie, andrebbero vaccinati tutti gli anni per l’influenza stagionale i bambini sopra i sei mesi e gli adolescenti sotto i 18 anni. E questo, al contrario di quanto fatto fino ad oggi.

Mario Pappagallo
25 luglio 2009

domenica 19 luglio 2009

Guerra di cifre sulla pandemia. "Si è perso il conto dei malati"


di ELENA DUSI


"Non mandateci più dati. Il virus H1N1 ormai circola troppo rapidamente per poter essere contato". Anche l'Organizzazione mondiale della sanità ha finito con l'allargare le braccia, invitando i paesi del mondo a segnalare a Ginevra solo i casi gravi e i decessi causati dalla nuova influenza. La comunicazione diffusa gioved' dall'Oms ai paesi membri è la conferma che di fronte a H1N1 il balletto delle cifre non ha mai smesso di oscillare, e il quadro dell'infezione nel mondo continua a restare troppo sfocato per consentire scelte politiche affidabili.

A prendersi la briga di calcolare tutte le incongruenze nelle statistiche è stato un articolo apparso sul British Medical Journal. I ricercatori dell'Imperial College di Londra fanno notare che un enorme numero di persone contagiate dal virus non è stato conteggiato perché aveva sintomi a malapena percettibili. Anche alcuni decessi causati apparentemente da infarti o arresti cardiaci dovrebbero in realtà essere attribuite alla nuova influenza.

Il virus potrebbe infatti esser stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso in persone dalla salute già compromessa. Né ci si può aspettare che gli ospedali dei paesi più poveri siano capaci di isolare il virus responsabile di ciascun decesso. E non si comprende nemmeno, prosegue lo studio, perché il tasso di mortalità di H1N1 in Messico (119 decessi su 10.292 contagi) sia triplo rispetto a quello riscontrato negli Stati Uniti (dove il nuovo virus non ha fatto più vittime di una normale influenza stagionale) mentre in Europa si calcola un numero di vittime ancora più basso rispetto alle persone contagiate.

Da questa incertezza delle cifre nascono le dichiarazioni contraddittorie delle ultime settimane: dapprima l'Oms ha annunciato l'arrivo del vaccino per agosto, poi si è accorto del ritardo e ha rimandato l'appuntamento all'autunno. La Gran Bretagna prevede per il mese di agosto (in base a modelli piuttosto allarmistici) un numero di contagi pari a 100mila al giorno.

Mentre l'Oms stima in meno di 100mila i casi nel mondo, i Centers for disease control americani calcolano che i malati siano già più di un milione. In Italia la settimana scorsa le autorità sanitarie hanno diffuso stime sulle possibili vittime che da un giorno all'altro sono oscillate tra 2.500 e 25mila. Ieri infine il viceministro della Salute Ferruccio Fazio ha fatto sapere che i contagi a settembre potrebbero raggiungere il picco di 13 milioni. Ma in una simile babele di statistiche, è difficile capire che attendibilità possano avere queste previsioni.

La mancanza di dati certi è tanto più pericolosa in quanto H1N1 potrebbe mutare improvvisamente e acquisire quella patogenicità che finora non ha avuto. E di fronte a un salto di qualità della pandemia, l'unica arma di difesa è la capacità di rendersene conto subito per prendere le necessarie contromisure. È la stessa nota di giovedì dell'Oms a segnalare che ci troviamo in una situazione non particolarmente grave, ma comunque senza precedenti e meritevole di ogni attenzione: "La nuova influenza si è diffusa nel mondo intero a una velocità mai vista prima. Nelle pandemie del passato i virus impiegavano almeno sei mesi per diffondersi nel mondo, mentre a H1N1 sono bastate meno di sei settimane".

"La rapidità con cui H1N1 si sta diffondendo non deve comunque spaventarci" fa notare Guido Antonelli, che insegna virologia all'università di Roma La Sapienza. "Spesso infatti esiste un rapporto inverso fra la capacità di trasmissione di un virus e la sua pericolosità. Prendiamo il caso della nuova influenza, che provoca solo sintomi leggeri, ha un andamento assolutamente benigno negli individui sani e raramente impone di stare chiusi in casa a curarsi. Il ministero nelle sue linee guida prevede dei controlli sul virus solo se la febbre supera i 38 o 38,5 gradi. Tutti gli altri contagiati continuano ad andare al mare, al cinema o al ristorante, perché a malapena si accorgono di essere malati".

La mitezza dei sintomi di H1N1 è un'altra ragione dell'inaffidabilità delle statistiche. Attualmente la mortalità calcolata per il virus è di 5 decessi ogni mille contagiati (paragonabile a quello dell'influenza stagionale, almeno nei paesi occidentali dove vaccinazione e cure sono disponibili per tutti). Ma il fatto che molti malati sfuggano al conteggio suggerisce una diffusione del virus maggiore rispetto a quella misurata, e quindi una mortalità relativa ancora più bassa. Come accorgersi però di un eventuale aumento dei decessi, in mancanza dei dati mondiali dell'Oms, è una domanda destinata a restare aperta.

(19 luglio 2009)

sabato 18 luglio 2009

H1N1, altri 9 studenti contagiati in Inghilterra



Mentre i 50 studenti italiani contagiati dal virus della nuova influenza a Londra, rientreranno domani a Milano guariti, altri nove alunni di una scuola media di Pistoia, ritornati a casa dopo una vacanza studio in Inghilterra, sono stati trattenuti in ospedale perché affetti dal virus dell'H1N1. "Per ora i contagi sono fermi a 258 ma è probabile che si diffonda anche da noi una vera e propria epidemia". Il vice ministro alla Salute Ferruccio Fazio è preoccupato: "Una probabile epidemia colpirà tra un mese l'Italia".

Da lunedì numero verde 1500. I numeri sono allarmanti: secondo le proiezioni del ministero, entro marzo si potrebbero ammalare circa 4 milioni di persone solo in Italia. Che sarebbero comunque meno di quelli provocati ogni anno dalla normale influenza, ma resta comunque un numero ragguardevole. Per questo il ministero sta pensando di vaccinare 8 milioni di italiani entro la fine dell'anno. Per fornire tutte le informazioni utili alla popolazione, da lunedì sarà attivo il numero verde gratuito 1500.

Il virologo: "Nessuna preoccupazione in Italia". "La situazione è sotto controllo - ripete il ministro del Walfare Maurizio Sacconi - non alimentiamo gli allarmismi". Anche il professor Fabrizio Pregliasco, virologo dell'Università di Milano, smorza l'allarme per le ricadute della nuova influenza nel nostro Paese. "La malattia - afferma Pregliasco - non è grave sul singolo soggetto. La preoccupazione del viceministro occorre inquadrarla più su un piano istituzionale. Le parole di Fazio erano prevedibili, dopo che l'Oms ha annunciato l'inizio della pandemia. In Italia, però, la situazione è stata affrontata in tempo. Siamo riusciti a frenare la diffusione grazie a un'azione coordinata delle Asl. E' normale che con le vacanze e con i viaggi, il virus possa diffondersi", continua Pregliasco. "E' importante però sottolineare che questa volta, rispetto al passato abbiamo dei piani pandemici. Ogni Regione sa cosa deve fare".

Altre vittime in Cile e Singapore. Le notizie dal mondo confermano la diffusione pandemica del virus. In Cile ieri 7 nuovi decessi portano il drammatico bilancio a 40 nel Paese. Singapore ha annunciato la sua prima vittima: un 49enne già affetto da altre patologie mentre in Cina, più di 100 studenti americani e britannici, insieme ai loro insegnanti, sono in quarantena in un hotel dopo che otto di loro sono risultati positivi alla nuova influenza A.

"Vaccino a settembre". L'unico argine alla diffusione della malattia è il vaccino. Si prevede che nei Paesi dell'Unione europea saranno 60 milioni le persone che dovranno sottoporsi alla vaccinazione. Quattro società in Europa stanno lavorando su alcuni ceppi influenzali selezionati. Il direttore generale aggiunto per la sanità alla Commissione europea Paola Testori Coggi è convinta che, "anche se non si può sapere esattamente quando, entro settembre sono convinta che si potrà arrivare ad un vaccino".

(18 luglio 2009)

giovedì 2 luglio 2009

Alzheimer: nuovo test per la diagnosi



MILANO - Fra i 65 e i 69 anni 13 perso­ne ogni mille sono colpite da demenza. Dopo gli 80 anni di­ventano 122. Solo nella metà dei casi, però, la malattia vie­ne diagnosticata in tempo uti­le per attivare le possibilità d'intervento e di accesso ai ser­vizi che una diagnosi precoce potrebbe offrire. Ma diagnosti­care in tempo questa malattia non è facile: le forme di de­menza sono tante, ognuna con le sue peculiarità e quella di Alzheimer è solo la più nota e una delle più diffuse. In mancanza di un esame strumentale o di laboratorio decisivo per la diagnosi, si so­no sviluppate molte scale neu­ropsicologiche di valutazione, ma nessuna è risultata definiti­va, soprattutto nelle prime fa­si di malattia.

Sull'ultimo nu­mero del British Medical Jour­nal, i ricercatori dell’Adden­brooke's Hospital di Cambrid­ge, diretti dal neurologo Jeremy Brown, propongono un nuovo test, chiamato TYM (acronimo di Test Your Me­mory, cioè 'testa la tua memo­ria'): studiato per ridurre il tempo di esecuzione (5 minu­ti), secondo i neurologi ingle­si, potrebbe essere usato an­che da medici non specialisti o, addirittura, dal paziente stesso. Il 'questionario' propone prove semplici, ma in grado di scandagliare dieci differenti dominii cognitivi — orienta­mento, conoscenza semanti­ca, calcolo, fluenza verbale, si­milarità, denominazione, abili­tà visuospaziali, richiamo mnemonico e capacità di por­tare a termine il test —, con­sentendo di totalizzare un mas­simo di 50 punti. Proprio la semplicità di queste prove ci dice quanto la malattia possa deteriorare le funzioni cogniti­ve. Da 34 anni uno degli stru­menti più usati nella valutazio­ne dell'Alzheimer era la scala MMSE (Mini Mental State Exa­mination), soprattutto per la sua brevità (10 minuti), prati­cità e affidabilità. Il confronto con il TYM era più che sconta­to e il nuovo test si è dimostra­to più sensibile, identificando il 93% dei pazienti rispetto al 53% dell'MMSE. Lo studio di validazione inglese, condotto su 139 pazienti con demenza o con compromissione mnemo­nica lieve e su 540 soggetti di controllo, ha evidenziato in questi ultimi un punteggio me­dio di 47 su 50, mentre i pa­zienti arrivavano a 33 su 50.

Con un punteggio di 42/50 la sensibilità diagnostica del TYM sarebbe del 93%: riesce cioè a 'percepire' il rischio di malattia in 93 casi su 100 e inoltre il particolare tipo di de­menza in 86 casi su 100. Quan­do esclude la malattia (la cosid­detta predittività negativa), il test sbaglia in 1 caso su 100. Lo studio sta però suscitan­do polemiche fra gli addetti ai lavori, per il rischio di falsi po­sitivi se usato da mani inesper­te. «La diagnosi di questa ma­lattia è un processo che richie­de una valutazione multifatto­riale e un lungo periodo di tempo — sottolinea il profes­sor Carlo Caltagirone, diretto­re scientifico dell'IRCCS Santa Lucia di Roma —. Le alterazio­ni cognitive sono diverse da quelle del normale invecchia­mento, ma l'esordio della de­menza è graduale e occorre considerare sempre anche l'educazione di una persona, la sua cultura, l'ambiente in cui vive... Per valutare questi pazienti con un test serve la su­pervisione di un esperto che aiuti a interpretare i risultati. La Società italiana di neurolo­gia per la diagnosi delle de­menze raccomanda da tempo un'ampia verifica, usando le molte scale neuropsicologiche oggi disponibili, da impiegare insieme alle altre risorse — funzionali, strumentali, di la­boratorio, ecc. — indicate nel­le Linee guida».

Il nuovo test promette co­munque di allargare la base dell'allerta diagnostico, arruo­lando anche il medico di base fra quelli che possono fare una diagnosi precoce: secon­do gli autori dello studio, il TYM potrebbe essere sommini­strato dall'infermiera ai pazien­ti già nella sala d'aspetto. «Se avrà un'ampia diffusio­ne potrà essere validato in con­testi clinici diversi e in popola­zioni e culture differenti, co­me è successo per l'MMSE, di cui oggi esiste anche la versio­ne cinese — dice Orso Bugia­ni, primario emerito di neuro­patologia dell’Istituto Besta di Milano —. Fino ad allora è im­portante che ogni medico indi­vidui la scala neuropsicologi­ca che meglio si adatta alla sua professione e la usi per miglio­rare la sua capacità di identifi­care i pazienti nelle fasi iniziali di malattia. Così, avrà acquisi­to un’esperienza che gli per­metterà di usare al meglio il TYM, quando sarà validato an­che nel nostro Paese».

Cesare Peccarisi
28 giugno 2009

domenica 21 giugno 2009

Allattare al seno per avere figli magri




Che il latte di mamma faccia bene non è una novità. Oggi però si scopre che è addirittura «dimagrante»: i bimbi allattati al seno più a lungo, infatti, hanno una minor massa grassa. In pratica, si guadagnano senza sforzo un lasciapassare per una vita da normopeso, con tutto ciò che ne consegue in termini di benessere.

MASSA GRASSA – La novità arriva da una ricerca inglese pubblicata sul Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism , per la quale un gruppo di epidemiologi dell'università di Southampton ha analizzato l'allattamento e la dieta durante lo svezzamento di 536 bimbi, valutati a 6 e 12 mesi di vita. Le mamme hanno risposto a un questionario che indagava il numero di poppate e la durata dell'allattamento, ma anche l'età al momento dell'inizio dello svezzamento e la frequenza con cui i piccoli mangiavano svariati cibi. Quando i bimbi hanno raggiunto i 4 anni d'età si è valutata la quantità di massa grassa presente nel loro organismo. Netto il risultato: «I bimbi allattati al seno più a lungo avevano una quantità di grasso inferiore, non spiegabile con differenze dovute all'altezza o all'ereditarietà familiare – spiega Sian Robinson, il responsabile della ricerca –. C'è di più: secondo i dati che abbiamo raccolto, conta molto anche ciò che si sceglie di dare ai bimbi durante lo svezzamento. Indipendentemente dalla durata dell'allattamento, infatti, i piccoli nutriti in questa fase con molta frutta e verdura e con cibi di qualità, preparati in casa, hanno una minor massa grassa». Tanto latte della mamma e no agli alimenti industriali: parrebbe questa la ricetta per trovare il giusto peso fin da piccolissimi.

PROTEINE – «È proprio così: le basi della prevenzione dell'obesità e del sovrappeso si pongono davvero nel primo anno di vita del bambino – conferma Giuseppe di Mauro, presidente della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale –. Con l'allattamento al seno a richiesta e dando al piccolo tutto il tempo che gli occorre per la suzione del latte, innanzitutto, si sviluppa un sistema di feedback che insegna al bimbo la sazietà e i suoi segnali: in altre parole, un bambino allattato al seno in maniera corretta impara a non mangiare mai più del necessario». Inoltre, il latte della madre è davvero l'alimento più giusto e completo per i cuccioli d'uomo: «Se si introduce il latte vaccino prima dell'anno di età si fa un errore clamoroso: è un latte adatto per l'appunto a un vitellino, con una quantità di proteine 4 volte superiore a quella necessaria a un bambino – avverte di Mauro –. Se a questo si aggiunge la tendenza di molte mamme a esagerare con il parmigiano e la pastina nelle prime pappe, ecco che la dieta viene ad avere una quantità eccessiva di proteine. E l'eccesso proteico sul momento non è dannoso, ma stimola lo sviluppo di un maggior numero di adipociti, le cellule di grasso: un bimbo che ha in dote molte più cellule in grado di immagazzinare il grasso tenderà perciò inevitabilmente a metter su più peso, negli anni a venire. Il carico di proteine, quindi, che lì per lì pare innocuo, in realtà è pericoloso nel lungo termine».

CONSIGLI – Come devono comportarsi le neomamme per mettere un'ipoteca sulla buona forma fisica dei loro piccoli? «Innanzitutto, allattare al seno più a lungo possibile: l'ideale sarebbe arrivare all'anno di vita, ma va comunque bene arrivare ai sei mesi con l'allattamento esclusivo – consiglia il pediatra –. No al latte vaccino fin dopo l'anno di età e, durante lo svezzamento, ridurre la quantità di proteine nella dieta del bimbo. Un tempo si pensava che il bimbo cicciottello fosse sano: oggi dobbiamo far capire alle mamme che se vogliono bene ai loro figli devo farli mangiare poco. Un bimbo sovrappeso nei primi anni di vita, infatti, ha il 60 per cento in più di probabilità di diventare un adulto sovrappeso o obeso». E stando alle ultime ricerche sono addirittura i primissimi mesi di vita a essere cruciali: sul Journal of the American Medical Association è appena stato pubblicato uno studio, condotto in Olanda su circa 200 giovani adulti seguiti fin dalla prima infanzia, secondo cui un aumento di peso molto rapido nei primi tre mesi si assocerebbe a un profilo di rischio maggiore per malattie cardiovascolari e diabete già attorno ai 20 anni. «I ragazzi che da piccoli erano cresciuti molto di peso nelle prime settimane di vita avevano una percentuale più elevata di grasso corporeo, maggior adiposità centrale, una ridotta sensibilità all'insulina», specificano gli autori. Insomma, non c'è che rassegnarsi a tenere d'occhio la bilancia fin da quando si nasce. Ne va della salute.

Elena Meli
18 giugno 2009