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mercoledì 23 novembre 2011

Favori a pochi, danni per tutti


La prima imprevedibile emergenza di Mario Monti si chiama Finmeccanica. I fatti che stanno emergendo in queste ore ci offrono un quadro sconcertante nel quale le aziende pubbliche sono state utilizzate alla stregua di un bancomat da politici, faccendieri e affaristi senza scrupoli, grazie alla complicità di amministratori che definire spregiudicati sarebbe assai riduttivo. Prova ulteriore che l'epoca di Tangentopoli non si è mai chiusa e che il cancro della corruzione continua a corrodere le fondamenta morali del Paese, i conti pubblici e la nostra credibilità internazionale.

Le grandi imprese italiane con un ruolo e un peso sullo scenario mondiale si contano sulle dita di una mano. Finmeccanica è una di queste. Azionisti del gruppo ancora controllato al 30% dal Tesoro sono alcune fra le principali istituzioni finanziarie planetarie, i fondi d'investimento inglesi e americani, alcuni governi. Il suo capo storico Fabiano Fabiani ne rivendicava già quindici anni fa il primato fra le imprese manifatturiere nazionali. Ma oggi la Finmeccanica è anche qualcosa di più: per l'industria italiana rappresenta un patrimonio tecnologico unico. Guai a perderla. Purtroppo la sua situazione, ben al di là dei presunti fondi neri e delle vicende che dovranno chiarire i magistrati, oggi non è facile. La Finmeccanica ha un indebitamento elevatissimo, causato da alcuni investimenti pagati carissimi. È il caso dell'acquisizione della Drs tech, gruppo statunitense dell'elettronica. Il suo costo, quasi 4 miliardi di euro: cifra che comprende anche una provvigione stratosferica per il «mediatore» Lorenzo Cola. L'ex consulente della Finmeccanica, che sta ora vuotando il sacco sui fondi neri e le tangenti ai politici, intascò per quell'affare concluso nel 2008 qualcosa come 11 milioni di euro. Un affare, si capì subito, che presentava molti problemi, al di là del prezzo astronomico pagato, con un premio del 32% sulle quotazioni di borsa.

Dettaglio non trascurabile, alcune divisioni della Drs lavorano per l'intelligence americana. E il contratto d'acquisto prevede che quelle parti dell'azienda restino «secretate» perfino all'azionista italiano. Che ci deve mettere i soldi ma non può metterci la bocca. Ragion per cui il nuovo amministratore delegato Giuseppe Orsi è volato negli Stati Uniti nel tentativo di convincere gli americani ad accettare un divorzio parziale.

Le condizioni finanziarie della Finmeccanica sono rese ancora più pesanti dallo stato di cose in cui versano altre parti del gruppo. Da anni le perdite dell'Ansaldo Breda viaggiano al ritmo di un centinaio di milioni l'anno: nonostante questo la presidenza del Consiglio avrebbe voluto far acquistare alla Finmeccanica la Firema, azienda privata produttrice di componenti ferroviarie. Un tentativo comunque fallito. Orsi vorrebbe cedere l'Ansaldo Breda: impresa però difficile, a patto di non mettere sul piatto anche qualche pezzo buono, come l'Ansaldo Sts.

Poi c'è il caso dell'Alenia aeronautica. Basta dire che è stato necessario accantonare nei bilanci 783 milioni di euro in seguito a una «conciliazione» con la Boeing, che aveva contestato la qualità di alcune forniture provenienti dagli stabilimenti italiani e destinate a equipaggiare gli aerei civili della casa americana.

A questo si aggiungano i problemi di liquidità della Grecia, impossibilitata a far fronte ai pagamenti degli aerei C27J già ordinati all'Alenia, nonché alcune questioni sorte con la Turchia a proposito di alcuni pattugliatori marini, e il quadro è completo. A quanto ammonta il buco? Difficile dire, ma c'è chi ipotizza una cifra non inferiore al miliardo 200 milioni. Pure per ragioni politiche e «sociali», la struttura produttiva dell'Alenia è troppo frammentata e disordinata, il che ha reso necessario un piano di riorganizzazione destinato a lasciare molti segni. Piano nel quale, tuttavia, ha trovato spazio anche l'incomprensibile trasferimento della sede legale (dovuto a ragioni politiche), da Napoli a Venegono Superiore in provincia di Varese: quartier generale della Lega Nord, partito che ha fortemente sostenuto la nomina di Orsi.

Altrettanto disordinato è il comparto dell'elettronica. E veniamo alle vicende che più direttamente riguardano la famiglia Guarguaglini. Il gruppo Selex è composto da tre diverse aziende, con produzioni in qualche caso simili e che talvolta si fanno perfino concorrenza fra loro sui mercati internazionali. Da tempo circola l'idea di fonderle, operazione che avrebbe forse il vantaggio di razionalizzare il tutto ma contemporaneamente lo svantaggio di far sparire la Selex Sistemi integrati, azienda ora al centro delle indagini giudiziarie, e della quale è amministratore delegato Marina Grossi, la moglie di Guarguaglini. Il quale si è sempre opposto all'accorpamento.

Non è quindi un caso che la fusione delle tre Selex sia la ragione dei contrasti fra lo stesso Guarguaglini e Orsi. All'ultimo consiglio, con all'ordine del giorno quella integrazione proposta dall'ostinato Orsi, Guarguaglini non si è nemmeno presentato. E il progetto è passato all'unanimità. Decretando, forse, la fine di un'epoca.

La Finmeccanica è troppo importante perché interessi personali possano bloccare una svolta radicale. Si deve fare pulizia e subito, illuminando fino in fondo gli angoli ancora bui ed eliminando tutte le scorie della politica. Questo è compito del governo, che deve agire senza indugi: nell'interesse della società e del Paese. A Guarguaglini va dato atto che se la Finmeccanica è diventata, con tutti i suoi difetti, un gruppo di eccellenza tecnologica, questo è anche merito suo. Ma ciò non può cancellare responsabilità oggettive e pesanti. E il braccio di ferro privato che ha ingaggiato con il governo, annunciando di voler resistere, a questo punto non può che danneggiare l'azienda.

Dai partiti, invece, ci aspettiamo un sussulto di dignità. Adesso tirino fuori il disegno di legge anticorruzione dai cassetti nei quali giace. Il governo di Silvio Berlusconi l'aveva annunciato in pompa magna il primo marzo del 2010 subito dopo lo scoppio di uno dei vari scandali, quello degli appalti dei Grandi eventi della Protezione civile. Dopo la prima lettura si è incagliato in Parlamento, mentre le Camere sfornavano leggi per regolamentare la commercializzazione dell'insalata in busta o per cambiare il nome al parco del Cilento. Va approvato in fretta, introducendo norme severissime per gli amministratori infedeli e i politici corrotti, prevedendo, oltre a sanzioni penali durissime senza il beneficio della condizionale, anche la loro radiazione dalla vita pubblica.

Insieme al taglio dei costi insensati della politica è la cosa più urgente da fare se si vuole restituire un minimo di credibilità a un sistema che la sta perdendo del tutto.

Sergio Rizzo
23 novembre 2011

domenica 4 settembre 2011

Un tombino sul condono


Giulio Tremonti ha precisato che nella manovra non ci saranno condoni «poiché si tratterebbe di un intervento una tantum che genera introiti di cassa, ma che non modifica l'assetto della finanza pubblica». Evviva. Niente di più condivisibile per chi, come noi, ha sempre criticato duramente la disastrosa politica delle sanatorie. Ma qui, inutile nasconderlo, il problema della credibilità che sempre accompagna simili impegnative dichiarazioni è ancora più grande. Da settimane si rincorrono le voci di un nuovo condono che potrebbe spuntare accanto al tremendissimo (forse) giro di vite sull'evasione fiscale con tintinnio di schiavettoni. Non servono soldi, tanti e subito? E poi, non fu così che andò anche all'inizio degli anni Ottanta, quando alla sanatoria tombale fu accoppiata la legge (pressoché inutile) sulle «manette agli evasori»?

La dichiarazione di Tremonti, semmai, desta anche una legittima preoccupazione: che il partito del condono, agguerritissimo in Parlamento, sia già al lavoro. Convinto, magari, di non incontrare troppa resistenza.

I precedenti la dicono lunga. Ricordiamo che cosa è successo otto anni fa, quando il governo Berlusconi, contrario a parole, si arrese immediatamente all'offensiva parlamentare sfociata non in una, ma in un diluvio di sanatorie. E non possiamo non rammentare come lo stesso ministro dell'Economia, che in quella occasione aveva confessato di essersi dovuto piegare suo malgrado alla ferrea legge dei numeri e dei denari necessari a tenere a galla i conti pubblici, tornando nel 2008 al governo avesse garantito che l'epoca dei condoni era definitivamente sepolta. Salvo poi varare un nuovo scudo fiscale consentendo a evasori che avevano illecitamente esportato capitali di regolarizzarli pagando un ventesimo di quanto versano i cittadini onesti.

Tante volte si è detto di come i condoni abbiano profondamente compromesso la tenuta morale di un Paese dove già le tasse non sono mai state troppo popolari. L'hanno corrotta al punto che c'è chi li utilizza perfino per gabbarli, dimostrando che non sono credibili nemmeno le sanatorie. Quanti hanno chiesto di aderire al condono fiscale per poi dichiararsi falliti e non pagare? E quanti dopo aver pagato la prima rata, poi smettono di pagare, confidando magari in un'altra sanatoria, e poi in un'altra, e un'altra ancora? Non è un caso che al gettito previsto per il benevolo perdono del 2002 manchino almeno 4 miliardi di euro.

Oggi, poi, c'è un dettaglio in più che chiama in causa la credibilità. Ed è il modo con cui sta procedendo la manovra d'agosto, presentata in pompa magna in una conferenza stampa ufficiale a Palazzo Chigi, e smontata nel giro di due settimane (il contributo di solidarietà per i redditi più elevati? Abbiamo scherzato... Il taglio delle Province? Abbiamo scherzato... L'accorpamento dei Comuni più piccoli? Abbiamo scherzato...). Quindi rismontata nuovamente il giorno dopo un vertice politico «decisivo» dal quale il governo, che aveva promesso di non toccare le pensioni, ne era uscito con l'idea bislacca di colpire i riscatti previdenziali per la laurea e il servizio militare. Perché mai dovremmo credere proprio questa volta che non ci metteranno sotto il naso l'ennesimo maleodorante condono?

Sergio Rizzo
03 settembre 2011

venerdì 1 luglio 2011

La direzione del coraggio

Non si è ancora visto in Italia un ministro tanto disponibile a proporre tagli al proprio ministero quanto solerte a indicare i presunti sprechi dei suoi colleghi. Giulio Tremonti lo ha sottolineato pubblicamente appena qualche giorno prima di sentirsi dare del matto da un collega di governo, sottosegretario alla Difesa (uno dei dicasteri più colpiti dall'austerità negli ultimi anni) nonché esponente del suo stesso partito. Circostanza che avrebbe avuto una sola conseguenza immediata, ovvero le dimissioni del sottosegretario, in qualunque altro Paese del mondo. Ma non in Italia. E questo la dice lunga sulla situazione paradossale in cui si sta dipanando la matassa della manovra.
Non serve certo la palla di vetro per farsi un'idea di che cosa sia passato nella mente dei nostri ministri investiti dai tanto deprecati «tagli lineari» nelle 48 ore intercorse fra la presentazione della manovra e la sua discussione a Palazzo Chigi.

In questi giorni sembra di rivedere le scene di un vecchio film proiettato esattamente sette anni fa sullo stesso schermo. Erano i primi giorni di luglio del 2004, Tremonti si trovava sotto assedio e con la scusa di quella parolina magica, «collegialità», fu costretto alle dimissioni. Certo, qualche differenza c'è. Allora chi pretese il suo scalpo era Gianfranco Fini. Oggi, nella maggioranza, sono molti di più. Il che rende l'aria intorno al ministro dell'Economia irrespirabile, come testimonia il trattamento che gli riservano i giornali vicini al centrodestra.

I nostalgici di quel luglio 2004 dovrebbero però ricordare anche ciò che avvenne quattro giorni dopo le dimissioni di Tremonti: Standard & Poor's declassò il debito pubblico italiano. Quella decisione dell'agenzia di rating venne allora rabbiosamente liquidata dal governo con un'alzata di spalle. Reazione adesso improponibile. Perché si dà il caso che ora l'Italia, a differenza di sette anni fa, stia attraversando un momento che richiama un'altra sconcertante analogia estiva. L'anno era il 1992 e il nostro Paese si trovava sull'orlo della crisi finanziaria con la speculazione internazionale scatenata contro la liretta. Un dettaglio che potrebbe trasformare quel copione del 2004, recitato oggi, nella tempesta perfetta.

Nella manovra ci sarebbero probabilmente molti ritocchi da fare. Anche se nella direzione del coraggio, dunque opposta a quella auspicata da molti ministri. Innanzitutto non ha torto chi nota come il peso più gravoso sia concentrato sul biennio 2013-2014. Perciò, scaricato su chi verrà dopo le prossime elezioni politiche. Tagli consistenti alla spesa pubblica corrente, poi, ancora non se ne vedono.

Ma non è nemmeno lontanamente immaginabile ciò che potrebbe accadere sui mercati nel caso in cui Tremonti, l'uomo che in questo governo ha la maggiore credibilità internazionale, venisse messo alla porta e la sua Finanziaria fatta a pezzi per banali questioni di orticello. Peggio ancora, per salvare qualche misero privilegio. Altrettanto chiaramente va detto che la manovra non può nemmeno diventare terreno di regolamenti di conti politici (e personali) senza nessun legame con l'interesse collettivo. Chi tiene sotto controllo con apprensione i mercati in questi giorni sa che 100 punti di divario nel cosiddetto spread fra i rendimenti dei bund tedeschi e dei nostri titoli di Stato ci costano 16 miliardi l'anno. E che gli speculatori sono in agguato. Allora sì, che saranno dolori: per noi ma anche per l'euro. Perché l'Italia, con tutto il rispetto, non è la Grecia.

Sergio Rizzo
30 giugno 2011

lunedì 14 marzo 2011

il Nucleare e Noi


Sarebbe sbagliato sottovalutare quello che sta accadendo alle centrali atomiche in Giappone, Paese che 65 anni fa ha già visto in faccia lo spettro dell'olocausto nucleare. Quello di Fukushima è uno dei più gravi incidenti che si ricordino. E non ne attenua la gravità il fatto che non sia stato causato dall'imprudenza umana, come a Chernobyl, né da un'avaria, come a Three Mile Island, ma da un terremoto devastante. Una prova ancora più tremenda di quante questa orgogliosa nazione ha dovuto affrontare nella sua storia, rialzandosi sempre.

C'è stato chi, magari confortato dai 10 mila chilometri di distanza, ha detto che alle nostre future sicurissime centrali non potrà succedere. L'impianto di Fukushima è vecchio. E poi in Italia ci sono siti sicuri al riparo dai terremoti. Tutto vero. Resta il fatto che l'opinione pubblica ha il diritto di sapere che cosa si sta davvero rischiando. Senza reticenze.

Al tempo stesso siamo convinti che non possa essere la comprensibile emotività suscitata da quella tragedia a determinare scelte fondamentali di politica energetica. L'abbiamo già fatto e ne siamo rimasti scottati. Il referendum antinucleare del 1987 passò con una maggioranza schiacciante per l'impressione suscitata da Chernobyl. Nessun partito, eccetto il repubblicano, osò sfidare l'impopolarità.

Promisero che mettendo al bando l'atomo avremmo imboccato la via dell'energia pulita: siamo invece diventati il Paese europeo più inquinante, più dipendente dagli sceicchi e con le bollette più care. Finché, dopo aver riempito le tasche dei petrolieri, ci si è accorti che la Germania produceva 70 volte più energia solare dell'Italia, rimasta penosamente al palo nel campo delle rinnovabili. E per recuperare terreno abbiamo concesso incentivi fin troppo generosi a chi le produceva. Salvo poi chiudere i rubinetti dalla sera alla mattina.

Così la stessa maggioranza che per cinque anni al governo si era ben guardata dall'avviare la pratica (ricordate il ministro Marzano? «Da noi non ci sono le condizioni per riaprire il discorso del nucleare», disse nel maggio 2001) l'ha scoperta priorità nel 2008. Giusto in tempo per le elezioni. Eppure oggi l'Agenzia per la sicurezza non ha ancora una sede e i suoi componenti, ha confessato il presidente Umberto Veronesi, s'incontrano al bar.

Come stupirsi se da vent'anni aspettiamo inutilmente un piano energetico nazionale che dica come alimenteremo fabbriche, treni e frigoriferi nel futuro? Siamo il Paese dei controsensi, del tutto e del niente. Dove ogni decisione importante non viene presa in base a disegni strategici. Bensì sull'onda di un'emozione, di polemiche o interessi particolari. Anche se si tratta di scelte destinate a cambiare la vita dei nostri figli e nipoti.

Sergio Rizzo
14 marzo 2011

sabato 26 giugno 2010

Il valzer un po’ stonato


L’invenzione di un ministero per Aldo Brancher al solo scopo di consentirgli di svicolare da un processo ricorrendo al «legittimo impedimento», operazione stigmatizzata ieri anche dal Quirinale, ha fatto sorgere il dubbio se il governo e la maggioranza abbiano davvero a cuore la gestione corretta ed efficiente della cosa di tutti. Dubbio che adesso rischia di rafforzarsi alla luce di quanto si preannuncia per la puntata successiva delle nomine pubbliche, dove sembrano prevalere logiche puramente personalistiche. Le cronache riferiscono di un probabile valzer di poltrone innescato dalla scadenza di alcune importanti cariche, prima fra tutte quella del presidente della Consob. Per Lamberto Cardia, che è nella commissione addirittura dal 1997, si profila all’età di 76 anni un singolare trasferimento al vertice delle Ferrovie dello Stato.

Candidato a sostituirlo è l’attuale esperto presidente dell’Antitrust Antonio Catricalà, che però lascerebbe libera una poltrona delicatissima. Destinata a chi? Fra i nomi che si fanno, quelli del segretario della Farnesina Giampiero Massolo e di Mauro Masi, direttore generale di una Rai in una situazione economica e di ascolti non certo scintillante, sommerso dalle critiche di chi gli imputa una gestione non esattamente imparziale della tivù di Stato. La quale, per giunta, è stata nell’ultimo anno multata ben due volte dalla stessa autorità Antitrust per pubblicità ingannevole (Ansa, 6 luglio 2009) e pratica commerciale scorretta (Ansa, 5 ottobre 2009). Insomma, proprio il viatico necessario per fare il Garante della concorrenza.

Ma non è finita qui. Inopportunamente catapultato nel 2005 dal posto di sottosegretario alle Comunicazioni a quello di componente dell’Agcom, l’ex deputato di Forza Italia ed ex dirigente delle tivù di Silvio Berlusconi, Giancarlo Innocenzi si è dimesso dopo essere stato coinvolto nell’inchiesta avviata dalla Procura di Trani sulle presunte pressioni per far chiudere il programma di Michele Santoro «Annozero ». Non rimarrà disoccupato a lungo, se sono vere le voci che prevedono per lui una sistemazione sul ponte di comando di Invitalia, ovvero ciò che resta del carrozzone Sviluppo Italia. Il senso di questa nomina? Nessuno.

È semplicemente la prima poltrona che si renderà disponibile, il 30 giugno. Lo stesso giorno scadono anche le convenzioni per le gestioni degli spazi commerciali nei musei, che vanno quindi rinnovate. Competente per questa partita è un direttore generale dei Beni culturali stimatissimo da Berlusconi: il bocconiano Mario Resca, già capo della McDonald’s in Italia e oggi protagonista di un caso di conflitto d’interessi a testata multipla. Nell’aprile 2009, tre mesi prima che la sua assunzione al ministero venisse ufficializzata, è stato rinominato consigliere di amministrazione della Mondadori, casa editrice di proprietà della famiglia del premier che attraverso la Electa è attiva nel campo dei servizi museali. Al pari di tante aziende aderenti alla Confimprese, associazione della quale, per inciso, Resca è anche presidente. Senza il minimo imbarazzo. Che in certi casi, è sicuro, sarebbe invece doveroso. Almeno quello.

Sergio Rizzo

26 giugno 2010

martedì 15 giugno 2010

Villette, piscine e terrazze I furbi del condono a Roma








«Il condono edilizio? Sarà leggero» minimizzava il 18 settembre 2003 Gianni Alemanno, allora responsabile dell’Agricoltura in un governo che si apprestava ad approvare la terza sanatoria delle costruzioni abusive. Una battuta infelice e azzardata, come l’ex ministro ha avuto modo di sperimentare personalmente una volta diventato sindaco di Roma. Eccoli gli effetti del condono light: un assaggio è nelle fotografie aeree pubblicate qui sopra. Sono la dimostrazione che la sanatoria voluta dal governo di Silvio Berlusconi nel 2003 potrebbe essere stata utilizzata in molti casi anche a regolarizzare preventivamente immobili che non esistevano.

CASI DA MANUALE - Osservatele bene, e fate attenzione alle date. Perché quelle potrebbero incastrare proprietari che hanno fatto domanda di condono prima ancora di tirare su i muri, mettere le tegole sul tetto, scavare il buco per la piscina. Parliamo di tre casi da manuale. Il primo, una costruzione in cima a uno stabile di via di San Vincenzo, a Roma, accanto alla Fontana di Trevi: dove nel 2004, come dimostrano gli scatti dall’alto, non c’era nulla. Valore economico di quegli 80 metri quadrati terrazzatissimi nel cuore della Capitale? Come almeno dieci appartamenti in periferia. Il secondo è stato scovato dall’obiettivo indiscreto fuori del Raccordo anulare, al Nord della città. Quattro costruzioni, come testimoniano le foto, apparse dal nulla nel 2005. Dal valore, pure qui, niente affatto trascurabile. Il terzo è anch’esso fuori del Raccordo, ma a Sud, in un’altra zona sulla quale sussistono vincoli di un piano territoriale paesistico: lì, su un’area che nel 2004 era libera da costruzioni, adesso c’è quella che sembra una villa con piscina. Inutile dire che in tutte le tre circostanze è stata presentata domanda di sanatoria come se l’abuso fosse stato commesso entro il termine previsto dalla legge per ottenere il beneficio: 31 marzo 2003.

CASI NON ISOLATI - Ma chi pensa si tratti di episodi isolati, si sbaglia di grosso. Sapete quante situazioni simili hanno scoperto i tecnici di Gemma, la società privata che gestisce dietro corrispettivo le pratiche del condono edilizio del Comune di Roma? Ben 3.713. Tremilasettecentotredici su 28.072, ovvero il numero di domande di condono edilizio esaminate nei primi quattro mesi di quest’anno. È il 13,2% del totale. E non è tutto. Perché alle 3.713 costruzioni tirate su dopo che la sanatoria era stata già approvato, bisognerebbe aggiungere le 6.503 realizzate, sì, entro il 31 marzo 2003, ma in aree soggette a vincoli di qualche genere. Oltre alle 2.099 spuntate come funghi addirittura nei parchi. Per un totale di 12.315 abusi, secondo Gemma, non sanabili. Vi chiederete: e lo scoprono adesso, dopo tutto questo tempo? Domanda più che legittima. Dall’inizio la situazione dei condoni edilizi a Roma è stata caratterizzata da storture e disfunzioni. C’è chi per esempio ha sempre criticato la scelta (fatta dalle giunte di centrosinistra) di affidare a un privato un compito così delicato: tanto più che in altre grandi città, come Milano, ci pensano gli uffici comunali. C’è chi invece l’ha sempre difesa, sottolineando l’abnorme numero di domande. Fino a un epilogo sconcertante. Alla fine di maggio il presidente e azionista di Gemma, Renzo Rubeo, ha deciso infatti di risolvere il contratto con il Campidoglio per inadempienza della controparte, rivendicando arretrati per svariati milioni di euro. Una iniziativa giunta al culmine di un rapporto che va avanti da dieci anni, fra molti attriti che l’hanno logorato. E in un contesto nel quale non sono mancati i risvolti giudiziari. Senza entrare nel merito di una vicenda con molti aspetti da chiarire (a cominciare dalla gestione del sistema informativo assegnato da anni sempre alla stessa ditta, un’altra, con proroghe continue senza gare) meglio far parlare i numeri. Decisamente allucinanti.

ILLEGALITÀ - Le domande di condono edilizio presentate nel solo Comune di Roma sono circa 597 mila. Per avere un’idea del tasso di illegalità, è come se un cittadino romano su 4,2 residenti avesse chiesto di sanare un abuso. Ben 417 mila domande riguardano la prima sanatoria, quella del 1985, 94.688 la seconda (del 1994) e oltre 85 mila la terza (del 2003). Ebbene, di tutte queste pratiche ne restano ancora da smaltire 210 mila. Ben 130 mila sono arretrati del condono 1985, circa 25 mila di quello 1994 e il resto riguarda l’ultimo: forse il più devastante dei tre. Perché se il primo «perdono» edilizio voluto dal governo di Bettino Craxi è arrivato in una situazione nella quale molti Comuni erano ancora senza piano regolatore e ha sanato in larga misura piccoli interventi, e se il secondo (governo Berlusconi) ha salvato prevalentemente villette e seconde case, il terzo (ancora Berlusconi) potrebbe aver consentito di regolarizzare abusi ancora prima che venissero commessi, magari in zone protette. Insomma, una specie di licenza di costruire in deroga a tutte le norme urbanistiche.

DALL'ALTO - Peccato soltanto che nel 2003 esistessero già i sistemi di rilevazione aerea che avrebbero consentito agevolmente di scoprire le carognate. Bastava volerlo. Qualche mese dopo l’approvazione della legge il ministro dell’Ambiente Altero Matteoli ammonì: «Al ministero abbiamo delle cartografie dove è fotografata tutta l’Italia e possiamo vedere anche la più piccola costruzione che c’era prima del 31 marzo 2003. Se uno richiede un condono e c’è un’amministrazione attenta può non concederlo». Come e se siano state usate quelle foto, però non si sa. Di certo non è successo a Roma. Gemma ha utilizzato le rilevazioni di uno «scatto» aereo del 2003 comprato sul mercato e ha successivamente integrato la sua attività con una società specializzata comprata dal gruppo Iri, la Italeco. Ma anche il Comune di Fano, prima che il governo approvasse la sanatoria, fece fotografare da un aereo tutto il proprio territorio, alla scopo di prevenire eventuali furbetti. Non si sarebbe potuta fare ovunque la stessa cosa? Per evitare almeno che il condono edilizio, già indecente, diventasse ripugnante.

Sergio Rizzo

15 giugno 2010

domenica 9 maggio 2010

Alle radici della corruzione


Un tumore maligno annidato in un organismo senza anticorpi. Ecco come i vertici della Corte dei conti definivano la corruzione che infesta il nostro Paese non più tardi di qualche settimana fa, quando già infuriava lo scandalo per gli appalti del G8 della Maddalena. Si fa fatica a pensare che cosa potrebbero affermare ora, dopo le ultime clamorose scoperte. Va detto subito che sui fatti spetterà alla magistratura fare chiarezza. Ma lo scenario che lasciano intravedere gli squarci aperti in questi giorni, al di là delle responsabilità individuali, è agghiacciante: se si trattava di un sistema generalizzato, dove si potrà arrivare? Anzi, dove si è già arrivati? La stessa Corte dei conti ha stimato in 60 miliardi di euro la «tassa occulta» che gli italiani pagano ogni anno a causa della corruzione: una somma che basterebbe quasi a ripagare gli interessi del nostro enorme debito pubblico. Una stima magari esagerata, come qualcuno sostiene.

Resta il fatto che nel solo 2009 la Guardia di finanza ha accertato un aumento del 229% per i reati di corruzione e del 153% per quelli di concussione. E che nella classifica stilata da Transparency International sulla corruzione nel mondo l’Italia è scivolata in un solo anno dal cinquantacinquesimo al sessantatreesimo posto. A fianco dell’Arabia Saudita, e in fondo alle nazioni europee. Si dirà che queste classifiche lasciano il tempo che trovano, e forse è vero. Comunque, la dicono lunga sulla nostra reputazione internazionale in questa materia. Come non bastasse, le notizie che tristemente hanno affollato le cronache nell’ultimo anno ci informano che a diciott’anni dalla esplosione di Tangentopoli la corruzione italiana avrebbe raggiunto la maturità attraverso una inquietante «mutazione genetica». Se una volta era soprattutto lo strumento per finanziare illecitamente i partiti, adesso serve esclusivamente all’arricchimento personale. Non che rubare per il partito anziché per il proprio portafoglio sia meno grave. Il reato è identico. Ma questa «mutazione genetica», soprattutto se saranno confermati i sospetti sulla dimensione dilagante del fenomeno, denuncia un crollo ulteriore della tensione morale e del profilo etico di parte della nostra classe politica. Che dovrebbe essere seriamente preoccupata, anche per le conseguenze a cascata che un simile andazzo può avere per un Paese già disorientato dalla crisi economica.

E invece reagisce facendo spallucce. Illuminante la dichiarazione di Denis Verdini, coordinatore del Pdl tirato in ballo per alcuni appalti in Sardegna, il quale a chi gli chiedeva se avesse intenzione di dimettersi imitando Claudio Scajola ha risposto: «Non ho questa mentalità». Come se l’etica pubblica fosse una questione di mentalità… Appena insediato, il governo ha abolito l’Autorità anticorruzione, che con le poche risorse e i magri poteri di cui disponeva non poteva fare molto. Ma il «Servizio anticorruzione e trasparenza» istituito al suo posto, alle dipendenza del ministro Brunetta, può finora rivendicare un bilancio migliore? Il primo marzo il consiglio dei ministri, sull’onda degli scandali del G8, ha approvato un disegno di legge per combattere la piaga. Poi gli scandali sono spariti dalle prime pagine e anche quella promessa sembrava finita nel dimenticatoio. Due mesi dopo sta finalmente per iniziare l’iter parlamentare: un’occasione imperdibile per mandare un segnale chiaro agli italiani. Invece si è rivelato subito un nuovo pretesto per litigare all’interno del Pdl. Se ne sentiva proprio il bisogno.

di SERGIO RIZZO

06 maggio 2010

martedì 2 marzo 2010

Una promessa da mantenere


Ieri ci hanno promesso che la corruzione verrà colpita senza esitazione e che i parlamentari condannati non potranno essere candidati. Una promessa è una promessa e anche se i nostri politici non sono famosi per mantenerle, stavolta vogliamo crederci. Nel comunicato stampa di palazzo Chigi c’è una frase chiara: le iniziative contenute nel disegno di legge contro la corruzione «rispondono alla domanda di trasparenza e controllo proveniente dai cittadini».

Pare di capire che senza gli scandali a ripetizione di queste settimane che hanno indignato l’opinione pubblica e riesumato il fantasma di Tangentopoli non si sarebbe fatto nulla. La credibilità del sistema politico non è mai stata così bassa dalla fine della cosiddetta prima repubblica. E l’unica cosa che può forse evitarle di precipitare definitivamente sotto i piedi è una legge che mostri in modo inequivocabile la volontà di rialzare il livello morale.

Per questo la promessa merita attenzione. Ma l’istinto di sopravvivenza dei politici riuscirà a fare il miracolo? Purtroppo la strada è ancora molto lunga. Come è lunga quella dei disegni di legge che al pari di questo devono superare nell’identico testo l’esame della Camera e del Senato. Dove i parlamentari nei guai con la giustizia non mancano, e questo non è un presupposto ideale per immaginare un percorso in discesa. Ma soprattutto dove è passato il concetto che si possano pacificamente aggirare tutte le regole di ineleggibilità e incompatibilità semplicemente interpretando le leggi. E questo è un problema forse ancora più difficile da risolvere.

Roberto Calderoli avrà dunque il suo da fare per convincere molti colleghi a votare l’emendamento che equipara le regole per le candidature a Camera e Senato a quelle previste per gli amministratori locali. Qualcuno, è vero, avrebbe voluto misure ancora più drastiche. Come l’ineleggibilità perpetua per i corrotti. «Era troppo», ha ammesso il ministro della Semplificazione.

Si tratta comunque di paletti molto più rigidi rispetto a quelli (praticamente inesistenti) che finora devono superare gli onorevoli, visto che vietano l’elezione ai condannati in via definitiva per una serie di gravi reati, quali sono quelli contro la pubblica amministrazione. Ma che nemmeno ora, proprio mentre la politica italiana è alle prese con uno dei passaggi più difficili dalle inchieste di Mani pulite, hanno potuto evitare il solito brutto spettacolo.

Basta dare un’occhiata alle liste per le elezioni regionali chiuse poche ore prima che il Consiglio dei ministri approvasse il disegno di legge.

Dalla Campania, dove la capolista del Pdl Mara Carfagna, ministro delle Pari opportunità, si è battuta con impegno («applicheremo il codice etico in maniera diffusa»), arriva purtroppo una lezione assai istruttiva. Lì si è presentato, questa volta con il centrodestra, un consigliere regionale ex centrosinistra condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa già sospeso dall’incarico a maggio per decreto della presidenza del Consiglio. La sua candidatura è stata addirittura sconfessata dal possibile futuro governatore del suo schieramento, Stefano Caldoro, che ha pubblicamente dichiarato: «Non voglio i suoi voti».

Ma Roberto Conte ha avuto ugualmente il posto in lista. E il vicepresidente del Consiglio regionale Salvatore Ronghi, dell’Mpa, per protesta non si è candidato.

Sempre in Campania sono stati poi riproposti in lista due esponenti del centrodestra e uno del centrosinistra «avvisati» con l’ipotesi che abbiano riscosso indebiti rimborsi chilometrici dal Consiglio regionale.

Per non parlare della polemica innescata dalla presidente del Consiglio, Sandra Lonardo, moglie di Clemente Mastella. Destinataria di un «divieto di dimora» nell’ambito di un’inchiesta per cui è indagata, si è comunque ripresentata capolista dell’Udeur a Napoli e Benevento. Farà la campagna elettorale da Roma, e siccome non gli va giù se l’è presa con il candidato governatore della sinistra Vincenzo De Luca: «Lui può fare la sua campagna elettorale come se nulla fosse, nonostante abbia due procedimenti giudiziari in corso e io invece sono costretta all’esilio dalla mia terra». Che spettacolo! D’accordo che in base alle regole attuali l’ineleggibilità alla Regione scatta solo in caso di condanna definitiva. Ma la domanda finale resta: tutti segnali coerenti con le promesse?

Sergio Rizzo

02 marzo 2010

lunedì 15 febbraio 2010

Nel testo super poteri e 150 assunzioni


Ci avevano già provato, in Senato, a smontare il giocattolo. Del decreto non piaceva, soprattutto, Protezione civile Spa, nuova società pubblica alle dipendenze dirette del già potentissimo sottosegretario alla presidenza Guido Bertolaso. L’opposizione gridava allo scandalo della «privatizzazione». Ma soprattutto nella maggioranza c’era chi bofonchiava. Due mesi prima il Parlamento aveva già dato via libera, non senza mal di pancia, a Difesa servizi, una società per azioni controllata dal ministero di Ignazio La Russa, e ora gli mettevano sotto il naso una seconda nebbiosa operazione. Nebbiosi soprattutto i suoi confini. Una nuova Italstat in grado di rinverdire i fasti dell’epoca di Ettore Bernabei, come temevano i costruttori, o piuttosto un innocuo contenitore di attività proprie del Dipartimento? Nebbioso anche l’obiettivo: forse quello di aggiungere altro potere a quello già enorme del capo supremo della Protezione civile, che con la scusa dell’emergenza si estende dal terremoto dell’Aquila al G8, agli eventi sportivi, fino alle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia? A scanso di equivoci la Protezione Spa è stata bersagliata ben bene di emendamenti, a rendere concreta la diffidenza palesata anche dal ministero dell’Economia di Giulio Tremonti. In attesa del nuovo prevedibile bombardamento alla Camera: c’è chi spera definitivo.

Il clima di sospetto che l’inchiesta di Firenze sta addensando intorno agli appalti delle emergenze non aiuta. Ma se è vero che anche sondaggi riservati consiglierebbero prudenza, smantellare il provvedimento equivarrebbe a una clamorosa sconfessione di Bertolaso, intorno al quale la maggioranza avrebbe fatto muro seguendo il premier Silvio Berlusconi.

La gragnuola di emendamenti approvati al Senato ha trasformato il decreto originario nel solito guazzabuglio di articoli e commi che occupano qualcosa come 97 pagine di bollettino parlamentare. Con formulazioni spesso astruse e incomprensibili, che costringono chi ci vuole capire qualcosa a risalire la corrente impetuosa di leggi e decreti e «successive modificazioni »: alla faccia delle norme approvate (e sbandierate) da questo stesso governo, che imporrebbero la trasparenza e la leggibilità dei provvedimenti.

Dentro c’è posto per tutto. Perfino per una forma di «scudo» per mettere al ripario delle rogne il personale della Protezione civile. Fino al 31 gennaio 2011 «non possono essere intraprese azioni giudiziarie e arbitrali» nei confronti dei commissari e delle loro strutture, e anche «quelle pendenti sono sospese». Non basta, perché «i debiti insoluti non producono interessi, né sono soggetti a rivalutazione monetaria». E assunzioni: altre 150. E promozioni: anche al ministero dei Beni culturali, che potrà nominare dirigenti di prima fascia chi svolge da almeno cinque anni incarichi dirigenziali. E l’aumento dei componenti del governo: da 63 a 65. E nuovi poteri. Un esempio? La vigilanza sulla Croce Rossa italiana. Il cui commissario straordinario Francesco Rocca, ex stretto collaboratore del sindaco di Roma Gianni Alemanno che gli aveva affidato un importante incarico al Campidoglio, si è visto anche prorogare di due anni l’incarico proprio con questo decreto. Un altro esempio? Competenze speciali per la costruzione delle nuove carceri. Così speciali che il commissario straordinario per l’emergenza della sovrappopolazione carceraria può fare praticamente tutto: localizzare, espropriare, occupare. Così speciali che contro le sue decisioni si può ricorrere soltanto al giudice ordinario oppure, in casi davvero estremi, al presidente della repubblica. Niente Tar, meno che mai il Consiglio di Stato. Così speciali che la progettazione, la scelta delle ditte, la direzione dei lavori e la vigilanza saranno affidate a Protezione civile Spa. Guarda caso.

In un Paese dove ogni cosa è ormai commissariata (le grandi opere, le carceri, gli eventi sportivi, perfino la Croce Rossa) non potevano mancare commissari per la realizzazione delle reti di distribuzioni dell’energia e delle centrali elettriche: non escluse quelle nucleari. Sono previsti da un decreto legge della scorsa estate. Siccome però le procedure di nomina sono evidentemente un po’ complesse, ecco che qui gli si fa un bel regalino. Passando sopra a un comico controsenso: a quei commissari straordinari, una figura prevista dalla legge di riforma della presidenza del Consiglio datata 1988, quella legge non si applica. A questo punto manca la ciliegina sulla torta. Da dove si prendono i 355 milioni di euro necessari per tutto questo? Ma dal famoso Fas, il fondo per le aree sottoutilizzate, quello dei soldi per il Sud: che domande...

Sergio Rizzo

15 febbraio 2010

domenica 10 gennaio 2010

Calderoli, ministro della complicazione


Dopo il decreto taglia-leggi si è dovuto fare il decreto salva-leggi
di Sergio Rizzo


Dal Carroccio aveva giurato battaglia, Alberto Da Giussano-Calderoli, alla burocrazia del Barbarossa romano. Mulinando sopra la testa lo spadone da ministro della Semplificazione Normativa: «Taglierò 50 mila poltrone! 34 mila enti impropri! 39 mila leggi inutili!». Ma di poltrone, finora, manco una. Degli enti impropri, poi, non ne parliamo.

Sulle prime Roberto Calderoli li aveva definiti minacciosamente nel suo Codice delle Autonomie addirittura «enti dannosi»: consorzi di bonifica, bacini imbriferi, comunità montane, difensori civici, tribunali delle acque, enti parco… Poi, dopo aver cancellato con un tratto di penna quel termine «dannosi» (troppo crudo?) la lista degli enti da abolire è stata alleggerita fino a svanire completamente. Come neve al sole. Qualche taglietto era rimasto nella manovra del 2010? Via anche quello. Secondo Italia Oggi l’abolizione dei difensori civici (ma solo quelli comunali) e delle circoscrizioni nei Comuni slitterà di un anno grazie a un emendamento al decreto milleproroghe, varato dal governo tre giorni dopo la Finanziaria. E slitterà anche la prevista riduzione delle poltrone delle giunte e dei consigli degli enti locali. Mentre anche gli enti pubblici non economici che dovevano finire sotto la mannaia del cosiddetto taglia-enti hanno ottenuto una scappatoia per la sopravvivenza: gli è stato sufficiente presentare un piano riordino prima del 31 ottobre 2009. E la semplificazione delle leggi? Almeno quella è andata in porto, come ha orgogliosamente rivendicato il Nostro («Calderoli, missione compiuta, via 39 mila leggi», titolava l’Ansa il 19 ottobre 2009)? Dipende che cosa si intende per semplificazione. Eliminare migliaia di leggi inutili perché «esauste», che cioè hanno esaurito la propria funzione e quindi non sono più concretamente vigenti, anche se formalmente continuano a essere in vigore, è un’operazione di per sé inutile. Anche la legge che le elimina può quindi essere considerata una legge inutile.

La prova? Siccome lo spadone del ministro era calato all’inizio anche su provvedimenti magari un po’ vecchiotti ma forse non proprio inutili, come la legge che ha abolito la pena di morte o quella che ha istituito la Corte dei conti, dopo il decreto taglia-leggi si è dovuto fare il decreto salva-leggi. Ben altro è semplificare. Significa scrivere norme chiare e comprensibili a tutti i cittadini. Come evidentemente sa bene anche Calderoli. Lui stesso ha voluto che in una legge approvata il 18 giugno dello scorso anno ci fosse un articolo intitolato: «Chiarezza dei testi normativi». Una norma draconiana, con la quale si stabilisce che quando si cambia o si sostituisce una legge, esercizio da noi piuttosto frequente, sia obbligatorio indicare «espressamente» che cosa viene cambiato o sostituito. E che quando in una legge c’è un «rinvio ad altre norme contenute in disposizioni legislative», si debba anche indicare «in forma integrale, o in forma sintetica e di chiara comprensione» il testo oppure «la materia alla quale le disposizioni fanno riferimento». Ma si afferma pure il principio che le disposizioni sulla chiarezza dei provvedimenti «non possono essere derogate, modificate o abrogate se non in modo esplicito». Ebbene, da quando queste norme sono state approvate, il governo del Semplificatore ha scritto leggi se possibile ancora più indecifrabili e complicate. L’ultima perla scintillante è il cosiddetto decreto milleproroghe.

Un comma a caso.
Il numero 14 dell’articolo 1: «Al comma 14 dell’articolo 19 del decreto legislativo 17 settembre 2007, n. 164, le parole: "Fino all’entrata in vigore dei provvedimenti di cui all’articolo 18 bis del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, e comunque non oltre il 31 dicembre 2009, la riserva di attività di cui all’articolo 18 del medesimo decreto" sono sostituite dalle seguenti: "Fino al 31 dicembre 2010, la riserva di attività di cui all’articolo 18 del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58..."». Che cosa vuol dire? Che fino a quando non sarà operativo l’Albo dei consulenti finanziari gestito dalla Consob, potrà fare il consulente finanziario soltanto chi già lo faceva alla data del 31 ottobre 2007. Un’altra norma a caso. Sempre articolo 1, comma 19: «All’articolo 3, comma 112, della legge 24 dicembre 2007, n. 244 e successive modificazioni, le parole: "Per l’anno 2008" sono sostituite dalle seguenti: "Per l’anno 2010" e le parole "31 dicembre 2009" sono sostituite dalle seguenti: "31 dicembre 2010"». La traduzione? Il distacco di 21 dipendenti delle Poste presso la pubblica amministrazione viene prorogato di un altro anno. Se questo è il risultato, ministro Calderoli, non sarebbe stato meglio chiamare il suo dicastero in un altro modo? Magari «Ministero della Complicazione normativa»?

10 gennaio 2010

giovedì 25 giugno 2009

Allievi in fuga, degrado e liti tra docenti Ispezione choc all'Accademia di belle arti



Il grande pittore manierista Federico Zuccari, che nel 1593 fondò la prestigiosa Accademia di San Luca, antico germe della moderna Accademia di belle arti di Roma, non avrebbe mai pensato che quattro secoli più tardi si sarebbe arrivati a questo punto: professori che litigano, iscritti che diminuiscono a vista d'occhio, attività didattica nel marasma. E neppure avrebbe potuto immaginare in quale modo incredibile la sua eredità, un tempo fiore all'occhiello dell'istruzione artistica italiana, sarebbe precipitata in un caos tale da rendere ormai inevitabile la resa dei conti. Nonostante le scontate resistenze burocratiche. Due anni fa (ministro dell'Università era Fabio Mussi) viene nominato alla presidenza dell'Accademia di belle arti di Roma Cesare Romiti.

Ma appena entra nello stabile ottocentesco del Ferro di cavallo a via di Ripetta, dove ha sede l'Accademia, l'ex amministratore delegato della Fiat (oggi presidente d'onore di Rcs Mediagroup) si mette le mani nei capelli. L'edificio è malandato. Gli impianti sono in uno stato pietoso. I problemi, tuttavia, non riguardano soltanto le strutture fisiche. Gli studenti, infatti, continuano a diminuire, a dispetto di un numero di professori non irrilevante. Dieci anni fa gli iscritti erano oltre 1.700: oggi sono 500 di meno. Il calo sfiora il 30%. In compenso, i docenti sono 117. Ovvero, uno ogni dieci studenti. L'elenco degli insegnamenti colpisce per la stravaganza di alcuni titoli. Come «Teoria della percezione e psicologia della forma». Oppure «Elementi di morfologia e dinamica della forma». O ancora «Fondamenti di informatica delle arti visive e plastiche». Per non parlare dei contrasti, incessanti, fra i professori. Ce ne sarebbe abbastanza per rivoltare l'Accademia come un calzino. E magari affrontare una volta per tutte, con una riforma decente, il problema che è alla base di situazioni simili. Perché da dieci anni gli enti (un'ottantina) come le accademie e i conservatori musicali fanno capo a un settore del ministero dell'Istruzione che si chiama Alta formazione artistica e musicale, in gergo Afam, e sono sottoposti a un meccanismo gestionale insensato. Sono cioè in mano a due strutture parallele e di fatto totalmente indipendenti l'una dall'altra. C'è un consiglio di amministrazione, con relativo presidente. C'è poi un direttore didattico, eletto dai docenti con il consiglio accademico, che ha in mano la macchina dell'insegnamento e sul quale il consiglio di amministrazione non ha alcun potere.

Uno strabismo folle, conseguenza di una legge approvata durante gli ultimi mesi del governo di Massimo D'Alema, alla fine del 1999: la quale, per giunta non è mai stata regolamentata fino in fondo con ripercussioni assurde non soltanto sulla gestione pratica degli enti. Quella legge, per esempio, ha equiparato le accademie e i conservatori alle università, ma siccome non ci sono i regolamenti sulle corrispondenze dei titoli accademici, chi esce da quegli istituti non può fare concorsi pubblici. A marzo di quest'anno Gaia Benzi, una studentessa romana, ha consegnato questa amara diagnosi alla rivista Micromega: «È così che, da ormai dieci anni, le Accademie riformate sopravvivono immerse in un desolante deserto normativo, vittime e a volte complici della più totale anarchia legislativa. Leggi inesistenti, fondi miseri, ambiguità nella gestione. Cos'altro manca? L'arte è inutile, inefficiente, qualche volta pericolosa: meglio abolirla». Ma i tempi di reazione del ministero presidiato da oltre un anno da Mariastella Gelmini alle sollecitazioni che arrivano dai vertici dell'Accademia non sono fulminei, e i mesi passano inutilmente. La proposta, avanzata da Romiti, di mettere la faccenda nelle mani di una commissione di esperti per riscrivere le regole della governance, finisce su un binario morto. E identico esito ha l'idea del commissariamento. Nel frattempo la situazione si fa sempre più complicata, come dimostra la circostanza che l'ultimo anno accademico sia iniziato di fatto addirittura nello scorso mese di marzo, con un ritardo senza precedenti.

Finché qualche mese fa si presenta a piazza del Ferro di cavallo un ispettore del ministero che si mette a spulciare tutte le carte dell'Accademia. Le sue conclusioni sarebbero le stesse alle quali era arrivato il presidente: la governance dell'istituto non può funzionare e va radicalmente modificata. Nel rapporto, tuttora top secret, non si risparmierebbero poi le critiche alla direzione didattica. Ragion per cui l'ispettore avrebbe richiesto il commissariamento immediato della stessa direzione, ora affidata a Gerardo Lo Russo, e del consiglio accademico. Sottolineando l'esistenza di inefficienze e profondi contrasti nel corpo docente in un momento particolarmente delicato, proprio quando le strutture della scuola dovrebbero essere tutte coralmente impegnate nella preparazione di una Mostra storica dell'attività degli ultimi cinquant'anni, a cui viene attribuita una certa importanza. Non mancherebbe neppure qualche riferimento indiretto a episodi che avrebbero contribuito ad accentuare quei contrasti. Come la tormentata vicenda della nomina, poi della sostituzione, e quindi della successiva rinomina, della vice direttrice che affianca Lo Russo: Claudia Alliata di Villafranca, docente della stessa Accademia e incidentalmente consorte del magistrato del Tar Carlo Modica de Mohac, capo di gabinetto del ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla. Ma neanche il risultato di questa indagine pare aver smosso finora le acque stagnanti del ministero dell'Istruzione. Il rapporto dell'ispettore giace da due mesi sulla scrivania del direttore dell'Afam, Giorgio Bruno Civiello, oltre che su quelle del potente capo del dipartimento del dicastero, Antonello Masia, e del ministro Gelmini. In attesa chissà di quali altri sviluppi. Forse un miracolo.

Sergio Rizzo
24 giugno 2009

martedì 14 aprile 2009

La svolta «operaista» di Di Pietro


L’offensiva parte dalla «solitudine dell’operaio», per usare una definizione cara a Maurizio Zippo­ni. Ex segretario della Fiom di Brescia, eletto in Parlamento nel 2006 con Ri­fondazione comunista, ora candidato alle Europee con l’Italia dei valori, è lui la punta di diamante della nuova stra­tegia dipietrista nelle fabbriche. Un inedito assoluto, per il partito dell’ex pm di Mani pulite, che finora non ave­va mai mostrato vocazione per il mon­do delle catene di montaggio. «Oggi l’operaio si sente solo. Tremendamen­te solo. Ed è lì che la rendita di posizio­ne del Partito democratico si sta pian piano sgretolando», dice Zipponi. La­sciando intendere che quel bacino di voti al quale ha già attinto a piene ma­ni Umberto Bossi comincia a fare gola (e molta) anche ad Antonio Di Pietro. L’operazione scatterà il 20 aprile proprio dalla città di Zippo­ni.

Mattinata nelle fabbriche, po­meriggio davanti ai cancelli del­­l’Iveco, il più grande stabili­mento bresciano, serata con l’ex sindaco di Brescia Paolo Corsini e Di Pietro a parlare del libro scritto dal­l’ex ministro con Gianni Barba­cetto: Il guastafeste. Non per caso. Perché in quel libro c’è un messaggio (la netta pre­sa di posizione per l’«antifa­scismo » e «la costituzione repubblicana») indirizzato da Antonio Di Pietro a chi continua a rimproverargli di essere privo dei cromosomi della sinistra. «Il punto di snodo», spiega Zip­poni, «è stato l’adesione dell’Italia dei Valori allo sciopero generale proclama­to dalla Cgil il 12 dicembre dello scor­so anno». Da allora i dipietristi hanno cominciato a mettere insieme i pezzi del nuovo puzzle, fino ad arrivare a condividere anche lo sciopero della Fiom e della Funzione pubblica Cgil del 13 febbraio e a mettere in campo una serie di proposte per le elezioni eu­ropee. Un pacchetto che comprende l’idea di un contratto unico europeo di lavoro per l’industria, ma anche la semplificazione dei contratti di catego­ria (dagli attuali 450 a quattro soli) e l’abolizione degli accordi di Basilea 2 che, sostiene Zipponi, «strozzano le piccole imprese, impedendogli l’acces­so al credito».

Che c’entra Basilea con gli operai? «Oggi l’operaio è il giovane che sta alla catena di montaggio, ma anche il lavo­ratore del call center, come pure il tito­lare di partita Iva...» dice l’ex sindacali­sta della Fiom, convinto che sia in atto una profonda mutazione genetica. «Le fabbriche sono piene di giovani. L’età media all’Ilva è di 35 anni. All’Alfa di Pomigliano, addirittura 32. Giovani che non hanno padri ideologici. Ope­rai dentro, cittadini fuori. Stanno con il sindacato ma esprimono un voto non coerente con le scelte politiche dei dirigenti sindacali. Si pensava che il vo­to di costoro per la Lega Nord fosse un segno di protesta, invece no. Il voto del leghista di fabbrica si è strutturato». Perché allora non provare a giocarsi questa partita sul terreno un tempo egemonizzato dalla sinistra che «ora però parla soltanto di conservazione, senza mai incrociare la parola cambia­mento »? E magari con parole d’ordine in grado di mettere seriamente in crisi pure le decisioni dei vertici del sindaca­to? Per esempio, la democrazia diretta in fabbrica sempre e comunque, con gli accordi sindacali sottoposti regolar­mente al giudizio di tutti i lavoratori.

E sorprese sempre più frequenti, come insegna la vicenda della Piaggio di Pon­tedera, dove la Fiom ha perso il referen­dum e ha dovuto firmare l’accordo sot­toscritto da Cisl, Uil e Ugl. Per esempio, l’attacco frontale ad alcune prerogative delle organizzazioni, come la verifica periodica delle deleghe firmate dai pen­sionati che si ritrovano iscritti a vita al sindacato. Si attendono ora le con­tromosse del Partito demo­cratico, che dopo la Lega Nord rischia ora di trovarsi nelle fabbriche un altro pe­ricoloso concorrente. Pier Paolo Baretta, parlamenta­re del Pd e già segretario generale aggiunto della Ci­sl non nega che il proble­ma esista. «Ma credo che la competizione sia più con la sinistra radicale che con noi», afferma. «E sarebbe un errore tragico», avverte Baretta, «mettersi a inse­guire Di Pietro tentando di occupare lo spazio della contestazione. L’opposizione non si fa soltanto in quel modo. Il Partito demo­cratico non può essere un semplice contenitore di dissenso, come invece è l’Italia dei valori. La nostra risposta è avere una fisionomia netta e propo­ste precise».

Sergio Rizzo
14 aprile 2009

lunedì 13 aprile 2009

Parlamentare e sindaco: ecco il popolo del doppio incarico


ROMA - Era la sera dell’11 no­vembre 2008. Il Senato era alle pre­se con il decreto che avrebbe potu­to salvare il dissestato Comune di Catania: per il sindaco Raffaele Stan­canelli era questione di vita o di morte. Poteva allora il senatore Raf­faele Stancanelli far mancare il pro­prio voto favorevole a un finanzia­mento di 140 milioni per la città et­nea? Non poteva. Votò a favore e si congratulò con se stesso esprimen­do «soddisfazione» per com’era an­data a finire. Perché il sindaco di Ca­tania e il senatore del Popolo della libertà sono la medesima persona. Domanda legittima: come fa Stanca­nelli a conciliare l’incarico parla­mentare con quello, ancora più gra­voso, di amministrare quella città di 313.110 abitanti nello stato in cui si trova? Non è semplice, come dice chiaramente il suo curriculum par­lamentare di un anno. Un solo inter­vento in assemblea, il compito di re­latore a un disegno di legge sulle pensioni dei militari, e nove dise­gni di legge: ma li ha soltanto firma­ti.

Eppure i due incarichi sarebbero incompatibili. Le norme attualmen­te in vigore stabiliscono che chi oc­cupa un seggio in Parlamento non possa fare il sindaco di una città con più di 20 mila abitanti, né il pre­sidente di una giunta provinciale, né l’assessore, né il consigliere re­gionale. Ma si tratta di norme che si prestano a varie interpretazioni, co­sì è facilmente possibile aggirarle. Di fatto, l’unica incompatibilità ri­spettata più o meno alla lettera è quella con gli incarichi nei consigli e nelle giunte regionali, grazie an­che, al Senato, al limite tassativo di tre giorni per optare fra Parlamento e Regione che venne fissato dal pre­sidente di palazzo Madama Renato Schifani e dal presidente della giun­ta delle elezioni Marco Follini. Per il resto, tutti o quasi hanno fatto spal­lucce. Anche di fronte al semplice buonsenso. Con il risultato che ora si contano 68 parlamentari che han­no altri incarichi istituzionali. Una quarantina fra sindaci e vicesinda­ci, e poi assessori, consiglieri comu­nali, consiglieri provinciali e perfi­no due presidenti di giunte provin­ciali: i deputati del Pdl Maria Teresa Armosino e Antonio Pepe, presiden­ti delle Province di Asti e Foggia.

Di fronte a questa situazione sur­reale, perché mai Stancanelli avreb­be dovuto dimettersi? Tanto più se non l’hanno fatto nemmeno i suoi colleghi di Senato e di partito, Vin­cenzo Nespoli a Antonio Azzollini, rispettivamente sindaci di Afragola e Molfetta, entrambe città con oltre 62 mila abitanti. Considerando pu­re che Azzollini non è un senatore qualsiasi, ma addirittura il presiden­te di una commissione permanente di palazzo Madama, la commissio­ne Bilancio. In quella veste, a febbra­io, ha sollecitato per iscritto il mini­stro dell’Agricoltura, Luca Zaia, a mettere mano al portafoglio per da­re sostegni al settore ittico. Per la gioia dei pescatori molfettesi.

Non che alla Camera non ci siano casi simili. Eletto contemporanea­mente sindaco di Brescia (187.567 abitanti) e deputato, il 18 aprile del 2008 Adriano Paroli ha dichiarato: «Se sarà utile alla città, resterò sin­daco e parlamentare». Così è stato. C’è da dire che anche come deputa­to del Pdl s’è dato piuttosto da fare. Ha presentato otto sue proposte di legge, fra cui una per istituire un ca­sinò stagionale nei comuni di San Pellegrino Terme (Bergamo) e Gar­done Riviera (Brescia). Il suo colle­ga deputato Giulio Marini, invece, si è concentrato (legislativamente parlando) sul personale delle Came­re di commercio dopo aver conqui­stato insieme un seggio a Monteci­torio e la poltrona di sindaco di Vi­terbo (59.308 abitanti), sconfiggen­do un altro parlamentare: il tesorie­re diessino Ugo Sposetti.

I parlamentari che sono contem­poraneamente sindaci di Comuni con oltre 20 mila abitanti sono cin­que. Ma guidano un plotone di pri­mi cittadini ben più numeroso, con­siderando i centri più piccoli. Fra Camera e Senato se ne contano 36. Di ogni schieramento, ma moltissi­mi della Lega Nord. Come per esem­pio il sindaco di Pontida, il deputa­to Pierguido Vanalli, e il primo citta­dino di Varallo, Gianluca Buonan­no, che si è reso protagonista nel­­l’estate del 2007 di una stravagante iniziativa: l’istituzione dell’assesso­rato alla dieta, con premi in denaro pubblico fino a 500 euro per i citta­dini che avessero perso cinque (le donne) o sei chili (gli uomini). Sen­za trascurare il centrosinistra. Il se­natore Claudio Molinari, eletto nel 2005 sindaco di Riva del Garda (15.693 abitanti), è approdato nel 2006 e nel 2008 in Senato, conser­vando sempre lo scranno da primo cittadino con l’affermazione, risolu­ta, che non lascerà in anticipo ri­spetto alla scadenza naturale del 2010. C’è addirittura un senatore che somma all’incarico di parlamen­tare e primo cittadino anche quello di governo: il ministro delle Infra­strutture Altero Matteoli, sindaco di Orbetello, città di 14.607 abitan­ti. Ci sono poi quattro vicesindaci: quelli di Roma (il senatore del Pdl Mauro Cutrufo), Milano (il deputa­to dello stesso partito Riccardo De Corato), Lecce (la senatrice Adriana Poli Bortone) e Caravaggio (il leghi­sta Ettore Pirovano). A questi si sa­rebbe dovuta aggiungere, fino a qualche settimana fa, la senatrice Angela Maraventano, vicesindaco di Lampedusa alla quale a gennaio 2009 il sindaco Bernardino De Ru­beis ha revocato le deleghe.

Non mancano gli assessori comu­nali. Ce ne sono tre. Uno di loro è Vittoria D’Incecco, deputata del Par­tito democratico, che amministra la sanità nella città di Pescara (116.286 abitanti). Restando nei Co­muni, si contano altri 17 consiglieri comunali, alcuni dei quali in grandi città. Gian Luca Galletti (Udc) a Bo­logna, Alessandro Naccarato (Pd) a Padova, Gaetano Porcino (Idv) a To­rino, Gabriele Toccafondi (Pdl) a Fi­renze) e Matteo Salvini, capogrup­po leghista a palazzo Marino, Mila­no. Caso singolare, quello del consi­glio comunale di Borgomanero, in Provincia di Novara, che ospita ben due parlamentari donne: la deputa­ta leghista Maria Piera Pastore, pre­sidente del consiglio, e la senatrice democratica Franca Biondelli. Non meno singolare la situazione in cui si trova il deputato Armando Valli, detto Mandell, senatore della Lega Nord e componente di ben quattro commissioni parlamentari, consi­gliere comunale del suo paese d’ori­gine, Lezzeno, e anche consigliere della Provincia di Como.

Si dirà che sono cariche non in­compatibili e che comunque la pre­senza degli amministratori locali in Parlamento assicura il necessario le­game con il territorio. Ma la questio­ne è sempre la stessa: anche ammet­tendo che amministrare un comu­ne di 19.999 abitanti e uno di 20.001 siano due mestieri diversi, dove trovano il tempo?

Sergio Rizzo
12 aprile 2009