
La conferma è arrivata alle 17: me ne vado. Walter Veltroni, d'altronde, le sue intenzioni le aveva espresse chiaramente già dalla mattina: «Il mio mandato è a disposizione». Ma il partito aveva fatto quadrato: non è la leadership ad essere in discussione. Veltroni non deve averci creduto, se dopo un mezzo pomeriggio di riflessione è tornato nella sede del Pd con la stessa idea di prima. Le ragioni, spiega il portavoce del partito Andrea Orlando, le spiegherà domani, in una conferenza stampa. L'unica certezza è che ora si apre una «fase di transizione». La chiamano così, ad illustrarla ci penserà sempre domani il vicesegretario Franceschini: proporrà agli organismi dirigenti il percorso da seguire, sulla base del regolamento statutario. I passi successivi, spiega anche il capogruppo alla Camera Antonello Soro, «si decideranno collegialmente». Per lui, quello di Veltroni è «un atto di generosità verso il partito», partito, aggiunge, che «deve essere molto grato a Veltroni per la sua conduzione».Veltroni annunciando la conferma delle sue dimissioni avrebbe parlato della necessità di «uno scossone salutare». La sua sarebbe, in sintesi, «una mossa per tutelare il Pd». Ora le ipotesi più credibili in campo sarebbero quella di un'assemblea costituente che incoroni Franceschini fino al prossimo congresso oppure andare subito alle primarie, una soluzione caldeggiata soprattutto dalla "corrente Bersani".
Il momento è critico, non c'è dubbio. I democratici in Sardegna hanno preso cinque punti in meno rispetto al candidato Renato Soru, 10 rispetto al voto di cinque anni fa. Per questo martedì mattina, nella sede nazionale di Largo del Nazareno, a Roma, il segretario Veltroni ha deciso di incontrare subito il coordinamento del partito. E di annunciare che il suo mandato è a disposizione. Pierluigi Bersani, Enrico Letta, Rosy Bindi, Piero Fassino e i capigruppo di Camera e Senato Antonello Soro e Anna Finocchiaro respingono le sue dimissioni. Ma come detto, Veltroni ci ha pensato e non ha cambiato idea.
Il partito si era stretto attorno al segretario. Non è la leadership a essere in discussione, diceva. Non è il momento di cercare colpevoli, comunque. Francesco Rutelli rinnovava la fiducia a Veltroni, ma gli chiedeva di fare «un partito nuovo».: «Non si torna indietro - ammoniva - L'esperienza di Margherita e DS è conclusa. Ora Veltroni faccia quello che non è riuscito a fare finora». «Il Pd non ha bisogno delle dimissioni di Walter Veltroni» nemmeno per il vicepresidente del Senato Vannino Chiti: «Rinnovo la mia fiducia al segretario - diceva - e gli chiedo di portare avanti un'opera di rinnovamento politico e culturale. Abbiamo bisogno non di cambiare il segretario ma di unità politica e di mettere al bando le correnti che con il loro spirito di divisione rischiano di soffocare il partito nuovo che vogliamo costruire».
Martedì mattina ne era convinto anche il sindaco di Venezia Massimo Cacciari, secondo il quale la responsabilità del fallimento non è «nè di Soru nè di Veltroni: è il Pd nel suo insieme che non va». Per Cacciari si trattava di «un vento nazionale che spira in questo Paese. E il Partito Democratico non è in grado di tenerlo: tutta la leadership del partito - sosteneva Cacciari - in questi mesi si sta dimostrando non all'altezza della situazione. Non si affrontano i problemi organizzativi (che ho sottolineato tante volte), non si sviluppa un dibattito politico-strategico all'interno del partito, la dialettica è ancora bloccata sulle vecchie leadership e non si promuovono forze giovani. In questa situazione quanta strada si vuole fare? È evidente - concludeva - che finisca così».
Non ci aveva girato intorno nemmeno il senatore del Pd Felice Casson: «È una sconfitta netta, molto chiara, al di là delle aspettative - diceva - Le elezioni regionali sarde hanno una valenza non solo regionale ma nazionale, di carattere politico. Anche perchè Berlusconi ha investito molto ed è per noi ancora più preoccupante perchè significa che il modello Berlusconi passa nel Paese. Se questo è vero - concludeva Casson - anche noi dobbiamo ragionare in modo diverso».

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