

di Enrico Fierro
La chiamavano «la generalessa». Perché era dura e inflessibile quando dava gli ordini nel «suo ospedale». Soprattutto ai preziosissimi rappresentanti di farmaci e prodotti medicali. Ai quali chiedeva viaggi, regali, attenzioni varie. Era insaziabile la dottoressa Patrizia De Palma, primaria dell’ospedale civile di Termoli e soprattutto moglie di uno dei potenti dell’Udc in Molise, Remo Di Giandomenico, deputato e pure sindaco del paese quando scoppia lo scandalo. Uno dei tanti all’ombra dei soldi della sanità pubblica. Una torta enorme, un business da 100 miliardi di euro l’anno, tanto spende lo Stato italiano per farci stare in buona salute, qualcosa come il 7% del Pil e il 14% degli investimenti lordi.
Danari che fanno gola alla mafia, alla ‘ndrangheta, a imprenditori senza scrupoli e a «famigli» e familiari dei ras politici che si organizzano, mettono su cliniche, laboratori di analisi, e danno la caccia alla fetta più grossa della spesa sanitaria, gli «accreditamenti» e le convenzioni. Soldi pubblici che finiscono alle strutture private, una fetta bella grossa della torta.
«Black hole», buco nero, così i carabinieri di Termoli e la procura di Larino battezzarono quell’inchiesta sulla Asl della cittadina molisana. Ascoltarono testimoni, sentirono ore e ore di intercettazioni telefoniche e misero nero su bianco che la sanità pubblica veniva gestita da «una associazione a delinquere brutale, aggressiva, onnipotente». Al cui vertice era saldamente insediata la «generalessa». «Una persona mai paga della sua condizione di privilegio, e come tale desiderosa di affermare sempre più marcatamente la propria attitudine a soggiogare l’altrui volontà». I rappresentanti di medicine e attrezzature mediche, per la verità, di resistenza ne opponevano pochissima. «Se lo prendo l’ecografo, mi fate viaggiare bene?» «All’aeroporto voglio una limousine, tanto mica pago io!». Certo, perché a pagare era «Pantalone», il contribuente che finanziava gli allegri acquisti della Asl.
«Di acido folico ne ho tanto, se lo compro cosa mi dai?». Alla Asl e all’ospedale, si legge nelle carte dell’inchiesta, le relazioni per l’acquisto di materiale venivano fatte fotocopiando le schede tecniche di due ditte, sempre le stesse, sempre vincitrici di tutte le gare. Che fornivano, scrivono allibiti i carabinieri, «dispositivi medici scaduti, protesi ed altro...». Il materiale buono, ad esempio un ecografo, ma anche flebo, siringhe, speculum e fogli per i pap-test, finiva nello studio privato della dottoressa in una cittadina pugliese. Dove venivano ricevuti i pazienti dirottati da Termoli. Che pagavano fior di parcelle senza mai ottenere lo straccio di una ricevuta.
Dal Centro-sud alla punta dello Stivale, dove la sanità è «Onorata». Un business per le cosche di ‘ndrangheta da tremila miliardi di euro l’anno, il 70% del bilancio regionale. L’hanno chiamata «La Fiat» della Calabria, ma qui le Asl sono state sciolte per mafia e commissariate, un quadro devastante. Nella Asl di Locri (172 milioni di euro di bilancio), gli ispettori coordinati dal prefetto Paola Basilone scoprirono che 134 medici avevano precedenti per associazione mafiosa, traffico di stupefacenti, detenzione abusiva di armi e che su 28 operatori sanitari pendevano denunce per gli stessi reati. Molti avevano stretti legami di parentela con i boss del posto.
Moltissime «famiglie» di ‘ndrangheta si erano organizzate mettendo su cliniche e laboratori privati. Anche la Asl di Reggio Calabria era sotto il tallone di ferro delle potenti famiglie mafiose. «L’Asl conta 1508 dipendenti - notano i commissari prefettizi - di questi una altissima percentuale, il 18%, è gravata da precedenti penali». Campione della politica che si fa affare sfruttando i legami con la mafia, è Domenico Crea. Mimmo, per gli amici. Medico, consigliere e assessore regionale transitato dalla destra al centrosinistra e viceversa. Prima di finire in galera, compare Mimmo (che per la Dda di Reggio Calabria era il referente di almeno sei cosche) era il padrone assoluto di «Villa Anya». Una residenza per anziani non autosufficienti costruita nel suo regno, Melito Porto Salvo. 79 dipendenti, una sessantina di posti letto per quella che i magistrati hanno chiamato la «clinica degli orrori» dopo aver accertato ben 11 episodi di omissione di soccorso in poco più di un anno.
Le intercettazioni ambientali raccolte con le microspie piazzate dentro la clinica fanno raggelare. «A questa intanto la facciamo fuori noi», dice una infermiera che assiste all’agonia di una vecchietta. Un’altra anziana spira dopo 28 ore di coma. Ma a «Villa Anya» non si deve morire, ne va del buon nome della struttura, per questo il cadavere viene trasportato in un vicino ospedale con un certificato che dichiara la povera morta ancora viva, anche se in gravi condizioni. Direttore sanitario della clinica è il figlio di Crea, Antonio. Di notte non c’è mai e quando una ricoverata ha un attacco cardiaco detta al telefono la cura da prescrivere: «Sta male? Mettile un po’ di choc cardiogeno». Si moriva a «Villa Anya», si muore di sanità in Calabria. Nell’ospedale di Vibo Valenzia per una semplice appendicite, ma anche per una infezione contratta all’ospedale di Reggio per i ferri chirurgici sterilizzati male. Si muore di sanità come Francesco Fortugno, ucciso da un killer il 16 ottobre del 2005, perché da consigliere regionale era un ostacolo per i boss e i loro protettori politici. Una curiosità: l’«accreditamento» della clinica di Mimmo Crea avviene appena tre giorni dopo l’assassinio di Fortugno. L’Asl di Reggio stanzia 500mila euro, illegalmente stornati da un altro capitolo di bilancio.
In Abruzzo, invece, il sistema dei rapporti tra il «grande corruttore» della sanità, Vincenzo Angelini, proprietario di cliniche e laboratori privati, era arrivato ad un livello molto raffinato. Quindici milioni di euro, questa sarebbe l’entità delle mazzette versate a consiglieri regionali, assessori (di centrodestra e di centrosinistra) fino all’ex presidente della giunta Ottaviano Del Turco. Una cifra enorme in una realtà a crescita zero, dove almeno 11mila famiglie vivono con un reddito al di sotto della soglia di povertà. Angelini (che portava le mazzette nelle buste del supermarket) comprava tutti e i consiglieri regionali se li eleggeva direttamente. Antonio Boschetti, ex assessore, nel 2004 è avvocato della Asl di Chieti che riconosce alle cliniche di Angelini un certo finanziamento, poi passa al servizio del patron, infine viene eletto al consiglio regionale con la Margherita. Stesso percorso per Camillo Cesarone, che inizia la sua carriera da sindacalista della Cgil per poi passare alle dipendenze della holding di Angelini e diventare capo del personale, anche lui approda alla Regione e diventa capogruppo del Pd.
La formula è sperimentata: se vuoi stare nel business della sanità devi avere politici tuoi e giornali. È la regola d’oro della famiglia Angelucci, cliniche in Lazio e Abruzzo, due giornali di proprietà, «Libero» e «Il Riformista», e soprattutto tanti legami, rigorosamente bipartisan, con la politica. «La Tosinvest - scrivono i magistrati dell’ultima inchiesta che ha coinvolto il numero uno del gruppo, Giampaolo, finito agli arresti domiciliari - è avvolta da un’aura che la rende intoccabile. La famiglia Angelucci ha avuto contatti con esponenti politici di ogni partito. Le istituzioni sembrano asservite agli interessi del gruppo». Uno scandalo da centosettanta milioni di euro. Falsi ricoveri, false fatture e regali. Biglietti gratis per lo stadio e crociere ai politici. Per chi non si adeguava al «sistema», c’erano i giornali. Usati come randelli.
efierro@unita.it
19 febbraio 2009
Danari che fanno gola alla mafia, alla ‘ndrangheta, a imprenditori senza scrupoli e a «famigli» e familiari dei ras politici che si organizzano, mettono su cliniche, laboratori di analisi, e danno la caccia alla fetta più grossa della spesa sanitaria, gli «accreditamenti» e le convenzioni. Soldi pubblici che finiscono alle strutture private, una fetta bella grossa della torta.
«Black hole», buco nero, così i carabinieri di Termoli e la procura di Larino battezzarono quell’inchiesta sulla Asl della cittadina molisana. Ascoltarono testimoni, sentirono ore e ore di intercettazioni telefoniche e misero nero su bianco che la sanità pubblica veniva gestita da «una associazione a delinquere brutale, aggressiva, onnipotente». Al cui vertice era saldamente insediata la «generalessa». «Una persona mai paga della sua condizione di privilegio, e come tale desiderosa di affermare sempre più marcatamente la propria attitudine a soggiogare l’altrui volontà». I rappresentanti di medicine e attrezzature mediche, per la verità, di resistenza ne opponevano pochissima. «Se lo prendo l’ecografo, mi fate viaggiare bene?» «All’aeroporto voglio una limousine, tanto mica pago io!». Certo, perché a pagare era «Pantalone», il contribuente che finanziava gli allegri acquisti della Asl.
«Di acido folico ne ho tanto, se lo compro cosa mi dai?». Alla Asl e all’ospedale, si legge nelle carte dell’inchiesta, le relazioni per l’acquisto di materiale venivano fatte fotocopiando le schede tecniche di due ditte, sempre le stesse, sempre vincitrici di tutte le gare. Che fornivano, scrivono allibiti i carabinieri, «dispositivi medici scaduti, protesi ed altro...». Il materiale buono, ad esempio un ecografo, ma anche flebo, siringhe, speculum e fogli per i pap-test, finiva nello studio privato della dottoressa in una cittadina pugliese. Dove venivano ricevuti i pazienti dirottati da Termoli. Che pagavano fior di parcelle senza mai ottenere lo straccio di una ricevuta.
Dal Centro-sud alla punta dello Stivale, dove la sanità è «Onorata». Un business per le cosche di ‘ndrangheta da tremila miliardi di euro l’anno, il 70% del bilancio regionale. L’hanno chiamata «La Fiat» della Calabria, ma qui le Asl sono state sciolte per mafia e commissariate, un quadro devastante. Nella Asl di Locri (172 milioni di euro di bilancio), gli ispettori coordinati dal prefetto Paola Basilone scoprirono che 134 medici avevano precedenti per associazione mafiosa, traffico di stupefacenti, detenzione abusiva di armi e che su 28 operatori sanitari pendevano denunce per gli stessi reati. Molti avevano stretti legami di parentela con i boss del posto.
Moltissime «famiglie» di ‘ndrangheta si erano organizzate mettendo su cliniche e laboratori privati. Anche la Asl di Reggio Calabria era sotto il tallone di ferro delle potenti famiglie mafiose. «L’Asl conta 1508 dipendenti - notano i commissari prefettizi - di questi una altissima percentuale, il 18%, è gravata da precedenti penali». Campione della politica che si fa affare sfruttando i legami con la mafia, è Domenico Crea. Mimmo, per gli amici. Medico, consigliere e assessore regionale transitato dalla destra al centrosinistra e viceversa. Prima di finire in galera, compare Mimmo (che per la Dda di Reggio Calabria era il referente di almeno sei cosche) era il padrone assoluto di «Villa Anya». Una residenza per anziani non autosufficienti costruita nel suo regno, Melito Porto Salvo. 79 dipendenti, una sessantina di posti letto per quella che i magistrati hanno chiamato la «clinica degli orrori» dopo aver accertato ben 11 episodi di omissione di soccorso in poco più di un anno.
Le intercettazioni ambientali raccolte con le microspie piazzate dentro la clinica fanno raggelare. «A questa intanto la facciamo fuori noi», dice una infermiera che assiste all’agonia di una vecchietta. Un’altra anziana spira dopo 28 ore di coma. Ma a «Villa Anya» non si deve morire, ne va del buon nome della struttura, per questo il cadavere viene trasportato in un vicino ospedale con un certificato che dichiara la povera morta ancora viva, anche se in gravi condizioni. Direttore sanitario della clinica è il figlio di Crea, Antonio. Di notte non c’è mai e quando una ricoverata ha un attacco cardiaco detta al telefono la cura da prescrivere: «Sta male? Mettile un po’ di choc cardiogeno». Si moriva a «Villa Anya», si muore di sanità in Calabria. Nell’ospedale di Vibo Valenzia per una semplice appendicite, ma anche per una infezione contratta all’ospedale di Reggio per i ferri chirurgici sterilizzati male. Si muore di sanità come Francesco Fortugno, ucciso da un killer il 16 ottobre del 2005, perché da consigliere regionale era un ostacolo per i boss e i loro protettori politici. Una curiosità: l’«accreditamento» della clinica di Mimmo Crea avviene appena tre giorni dopo l’assassinio di Fortugno. L’Asl di Reggio stanzia 500mila euro, illegalmente stornati da un altro capitolo di bilancio.
In Abruzzo, invece, il sistema dei rapporti tra il «grande corruttore» della sanità, Vincenzo Angelini, proprietario di cliniche e laboratori privati, era arrivato ad un livello molto raffinato. Quindici milioni di euro, questa sarebbe l’entità delle mazzette versate a consiglieri regionali, assessori (di centrodestra e di centrosinistra) fino all’ex presidente della giunta Ottaviano Del Turco. Una cifra enorme in una realtà a crescita zero, dove almeno 11mila famiglie vivono con un reddito al di sotto della soglia di povertà. Angelini (che portava le mazzette nelle buste del supermarket) comprava tutti e i consiglieri regionali se li eleggeva direttamente. Antonio Boschetti, ex assessore, nel 2004 è avvocato della Asl di Chieti che riconosce alle cliniche di Angelini un certo finanziamento, poi passa al servizio del patron, infine viene eletto al consiglio regionale con la Margherita. Stesso percorso per Camillo Cesarone, che inizia la sua carriera da sindacalista della Cgil per poi passare alle dipendenze della holding di Angelini e diventare capo del personale, anche lui approda alla Regione e diventa capogruppo del Pd.
La formula è sperimentata: se vuoi stare nel business della sanità devi avere politici tuoi e giornali. È la regola d’oro della famiglia Angelucci, cliniche in Lazio e Abruzzo, due giornali di proprietà, «Libero» e «Il Riformista», e soprattutto tanti legami, rigorosamente bipartisan, con la politica. «La Tosinvest - scrivono i magistrati dell’ultima inchiesta che ha coinvolto il numero uno del gruppo, Giampaolo, finito agli arresti domiciliari - è avvolta da un’aura che la rende intoccabile. La famiglia Angelucci ha avuto contatti con esponenti politici di ogni partito. Le istituzioni sembrano asservite agli interessi del gruppo». Uno scandalo da centosettanta milioni di euro. Falsi ricoveri, false fatture e regali. Biglietti gratis per lo stadio e crociere ai politici. Per chi non si adeguava al «sistema», c’erano i giornali. Usati come randelli.
efierro@unita.it
19 febbraio 2009

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