martedì 17 febbraio 2009

Ora gli anti-Walter stringono l’assedio: l’obiettivo è il cambio prima del congresso


ROMA — Sul far della sera Walter Veltroni preferisce andare a casa. Non è proprio aria di aspettare i risultati della Sardegna al partito, tanto l’andazzo si è capito. E non è certo dei migliori. A largo del Nazareno l’atmosfera è a dir poco mesta. Il segretario prima di lasciare la sede del Pd si immerge in un turbinìo di telefonate. Dalla Sardegna c’è Achille Passoni, commissario del partito in quella regione, poi ci sono i dirigenti nazionali che si informano. Il ritornello è sempre lo stesso: è un testa a testa. Finché alla fine anche i più ottimisti devono prendere atto della sconfitta.

E Veltroni, sconsolato, commenta al telefono con un compagno di partito: «Non c’è stato nessun segnale di inversione di tendenza». Già, nessun Trentino, questa volta, amitigare l’insuccesso. Il segretario deve ammettere che il «vento non cambia ancora». E pensare che durante la giornata i dati di un sondaggio riservato che arriva ogni settimana ai partiti del centrosinistra avevano rallegrato Veltroni. Il Pd veniva dato in ascesa, al 26,5 per cento. Certo, ancora piccole cifre, ma comunque un altro passo avanti, tanto più che quella percentuale non tiene conto dei radicali che alle politiche si erano candidati nel Pd, senza correre da soli come faranno invece alle Europee.

Ma la contentezza di Veltroni per quelle rilevazioni dura poco. La sconfitta a metà sera si palesa in tutta la sua pesantezza: il Partito democratico rispetto ai risultati delle politiche ha perso tra i nove e gli undici punti in percentuale. Un risultato che preoccupa gli uomini del segretario, i quali già sanno che da stamattina gli avversari interni chiederanno conto al leader di quel che è accaduto in Sardegna. E’ infatti probabile che i dalemiani tentino di accelerare i tempi per il cambio della guardia al vertice del partito, senza aspettare il congresso d’ottobre. Difficilmente Veltroni potrà contrastare quest’offensiva sostenendo, come sosteneva ancora ieri, che in Sardegna è andato in scena un duello tra Renato Soru e Silvio Berlusconi, «molto personalizzato ».

Come a dire: questa non è la mia sconfitta, il mio Pd non c’entra niente. Non basterà questo a spiegare perché e per come bisogna andare ancora avanti con il progetto del Partito Democratico, anche di fronte all’ennesima sconfitta. Ma Veltroni non intende nemmeno giocare all’attacco come vorrebbero due degli uomini a lui più vicini, Giorgio Tonini ed Enrico Morando. Il segretario non pensa di giocare la carta del congresso anticipato. No, non è questa la strategia del leader, che a questo punto fatica a trovare il bandolo del suo partito. Dunque i dalemiani sono sul piede di guerra e poco importa se l’ex ministro degli Esteri e Pierluigi Bersani hanno poco da rallegrarsi.

Sì, perché se Veltroni versa in mille difficoltà non è che D’Alema e il ministro ombra dell’Economia stiano meglio. Anzi. Hanno lanciato la sfida al segretario ma finora non hanno messo a segno neanche una vittoria nella guerra intestina che sta agitando il Partito democratico. A Firenze il loro candidato sindaco, Michele Ventura, è riuscito a far molto peggio di Lapo Pistelli, che era appoggiato dai vertici del Pd nazionale. Ventura, infatti, ha perso pesantemente alle primarie, arrivando penultimo. E a Forlì, Prato e Riccione i candidati sostenuti da Bersani alle primarie hanno subìto un’analoga sorte. Dovunque vincono gli «outsider », quelli che non sono sostenuti dagli apparati di partito. E comunque contro Berlusconi non vince nessuno. E allora forse, come dice Rosy Bindi in un’intervista al Messaggero, per il Pd bisognerà attendere anche a livello nazionale il «nome nuovo», l’outsider che si incunei tra Bersani e Veltroni, rompendo schemi, correnti e logiche d’appartenenza.

Maria Teresa Meli
17 febbraio 2009

Nessun commento: