martedì 2 settembre 2008

La rendita dei comuni


Francesco GIavazzi
Il Corriere della Sera
1 settembre 2008

L'Italia è il Paese, dopo gli Stati Uniti e l'Australia, che consuma il maggior numero di litri d'acqua per abitante: quasi 600 litri al giorno negli Usa, 500 in Australia, 400 in Italia. In Gran Bretagna se ne consumano solo 150, in Germania 190. In parte ciò è dovuto al fatto che la nostra rete idrica è un colabrodo, con una perdita media del 30% e punte del 50%; ciononostante per migliorare i nostri acquedotti investiamo meno della metà di quanto investono gli inglesi (in realtà non tutta l'acqua persa è sprecata: una buona parte viene rubata, spesso per irrigare i campi con acqua potabile. Ad Agrigento, quando i carabinieri hanno sequestrato alcuni invasi illeciti, le cisterne in città quasi scoppiavano tanta acqua arrivava). L'elevato consumo dipende anche dal fatto che nelle nostre città il prezzo dell'acqua è fra i più bassi al mondo: circa 80 centesimi al metro cubo a Roma, contro 4,30 euro a Berlino, 3,50 euro a Copenaghen, 2 euro a Londra. La nostra acqua costa poco, ma illudendoci che sia pressoché gratuita ne consumiamo troppa e alla fine le nostre bollette non sono molto inferiori a quelle inglesi o tedesche. Ciò che accade per l'acqua accade per i rifiuti: oneri di smaltimento molto bassi e quindi, con rare eccezioni (Trento ad esempio), un eccesso di rifiuti. Un altro esempio è il trasporto pubblico locale. I biglietti coprono un terzo del costo: non c'è da stupirsi se i passeggeri, non conoscendo quanto costa davvero il servizio, trattino male gli autobus. Dovrebbero bastare questi esempi per convincerci che vi è qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui sono gestiti i nostri servizi locali.


Essi dipendono, pressoché senza eccezioni, dalla politica e i politici, anche i meglio intenzionati, si illudono che il modo per aiutare i cittadini — e ottenere i loro voti — sia far pagare poco i servizi. In realtà così facendo contribuiscono al degrado dell'ambiente e, come abbiamo visto nel caso dell'acqua, alla fine non riescono neppure a mantenere basse le bollette. Solo il 5% dei nostri acquedotti è gestito da privati ai quali il servizio è stato affidato in seguito a un'asta competitiva. Gli altri sono gestiti direttamente dagli enti locali, o comunque da società controllate dagli enti locali a cui sono stati affidati senza mai chiedersi se esistesse qualcuno disposto a offrire il servizio a condizioni migliori. Nella scorsa legislatura il ministro Linda Lanzillotta cercò, invano, di condurre in porto una riforma. Per superare il veto di Rifondazione dovette accettare che gli acquedotti rimanessero pubblici. Ma per gli altri servizi quella legge aveva il merito di porre i Comuni di fronte a una scelta chiara: o gestivano il servizio direttamente, o lo affidavano tramite una gara a società terze. Deroghe alla procedura di assegnazione tramite gara dovevano essere approvate dall'Antitrust. La legge non passò non per l'opposizione di Rifondazione, che si accontentò dell'acqua pubblica, ma perché fu considerata un attentato alla tranquilla sopravvivenza del nuovo «capitalismo pubblico locale», le centinaia di aziende a partecipazione pubblica create negli ultimi anni per gestire i servizi locali. P>
Queste società sono diventate il fulcro del potere politico locale: non c'è fusione che non sia accompagnata dal passaggio al modello societario duale in modo che non un solo presidente, non un solo consigliere di amministrazione perda il suo posto. Oggi, grazie alla Lega hanno ottenuto ciò che volevano: l'art. 23-bis del decreto fiscale approvato l'1 agosto prevede che le deroghe alla procedura di gara siano solo comunicate all'Antitrust. Tolte di mezzo le gare, la sopravvivenza del capitalismo pubblico locale è assicurata. La Lega ha definito l'approvazione del 23-bis una vittoria del federalismo. In realtà anziché parte di un grande progetto di riforma delle istituzioni, sembra piuttosto la misera difesa di qualche poltrona alle spalle dei cittadini. All'interno della maggioranza l'opposizione al 23-bis è venuta soprattutto da Alleanza nazionale che ha inutilmente difeso le gare e ora annuncia la presentazione di un nuovo disegno di legge per rivedere in senso più rispettoso del mercato l'intero assetto dei servizi locali. Ma vi sarebbe un modo più concreto per segnalare la propria diversità: An gestisce Roma, una città dove i servizi pubblici sono tutti assegnati senza gara. Quale lezione ai propri colleghi, e anche all'opposizione, se il sindaco Alemanno annunciasse che d'ora in poi a Roma tutti gli affidamenti avverranno tramite gara.

Silvio riscrive la storia


Peter Gomez
L'Espresso
1 settembre 2008

Una enciclopedia in videoclip rilegge gli eventi del mondo. andrà in tv e sul web. Al lavoro una società collegata a fininvest. Alla guida il vj Andrea pezzi. sullo sfondo un discusso guru

Gli uffici dove gli uomini di Silvio Berlusconi provano a riscrivere la storia sono in via Marroncelli, in un cortile della vecchia Milano.
Qui ormai da un anno lavorano a pieno ritmo e nel segreto quasi assoluto una quarantina di persone. Sono i dipendenti e i collaboratori di Ovo, una srl partecipata al 47 per cento da Trefinace, una società lussemburghese che fa capo alla Fininvest. Ovo ha un obiettivo, anzi una missione, creare Ovopedia la prima enciclopedia in videoclip del mondo: un'opera colossale da migliaia e migliaia di voci che tra qualche mese entrerà nelle case degli italiani via satellite, e forse sul digitale terrestre, e sul Web.

Responsabile del progetto, molto apprezzato dall'ideatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri, è un ragazzo simpatico e carino di 35 anni: l'ex vj Andrea Pezzi che presiede la società e la controlla al 53 per cento attraverso Nova Fronda, un'altra srl il cui nome si richiama direttamente al singolare credo psico-filosofico di Antonio Meneghetti, un ex frate francescano dal burrascoso passato giudiziario che negli anni '70 ha fondato l'ontopsicologia, una disciplina che ha come scopo la "formazione del leader, inteso come intuizione attiva di soluzioni per il collettivo".

Nel febbraio del 1998 l'Associazione di Ontopsicologia si è guadagnata quasi una pagina in un corposo rapporto del ministero dell'Interno su "sette religiose e i nuovi movimenti magici in Italia". Ma all'ex frate sentir dipingere la propria organizzazione come una psicosetta nella quale "verrebbero attuate metodologie dirette a modificare il carattere e la personalità dell'adepto, al punto di ottenere il totale condizionamento e devozione nei confronti del fondatore", proprio non andava giù. Così Meneghetti ha intentato causa al Viminale ed è riuscito a ottenere un risarcimento civile per danni d'immagine di alcune decine di milioni di lire.

Setta o non setta, resta il fatto che Meneghetti, considerato da Pezzi "un uomo straordinario e quasi magico", propaganda teorie storico-politiche sconcertanti (vedi articolo a pag. 48). Dichiaratamente filo russo e anti americano, nei suoi scritti e nelle sue conferenze l'ex frate sostiene la necessità di "relativizzare l'olocausto ebraico", perché "bisogna ricordare che gli ebrei non sono l'unico popolo che ha sofferto e pagato". "Io ho visto", spiega, "alcuni ebrei, ma anche molti italiani, molti tedeschi, molti russi e molti austriaci, morire. Ognuno ha perso, la guerra è bestiale. Tutti abbiamo perso, tutti siamo stati cattivi, tutti siamo stati partigiani".

Così Adolf Hitler, ma pure Josif Stalin, secondo Meneghetti, vanno studiati dal punto di vista del loro essere interiore, senza mai dimenticare che "la realtà è come una partita di scacchi, in cui il vicitore fa le leggi, scrive la storia e definisce la morale". "Se avessimo potuto indagare l'obiettiva motivazione interna di un leader", dice Meneghetti, "con sorpresa di molti si sarebbe notato che le fonti culturali di un Hitler sono nella dottrina dei Dalai Lama del Tibet. Lì sono i fondamenti ispirativi che giustificano il suo modo di fare, che sostanzialmente non era un voler occupare gli altri, ma voler purificare e salvare il mondo".

Simili teorie hanno una ricaduta diretta sulla linea editoriale di Ovo. In via Marroncelli, infatti, non è il solo Pezzi a frequentare i corsi a pagamento (2.500 euro) di Meneghetti, ribattezzati 'residence lideristici' e indirizzati - in Italia, in Russia e in Brasile - a "professionisti, imprenditori e politici di qualsiasi estrazione". Con lui sono seguaci del 'professore' anche il direttore editoriale Simone Ciaruffoli, un ex autore di 'Camera Cafè', la sit-com in onda su Italia 1 e l'ex direttore di produzione Andrea Andreini, proveniente dalla tv satellitare de 'Il gambero rosso', mentre in redazione circolano in numero copioso vari manuali e libri di ontopsicologia. Il risultato è per molti versi inquietante. 'L'espresso' ha potuto visionare in anteprima alcune delle videoclip finora prodotte.

In quella dedicata 'All'ascesa del nazismo', accanto a un montaggio incalzante tipico dei video musicali, accompagnato da una colonna sonora decisamente furba e coivolgente, la storia della presa del potere da parte delle croci uncinate è presentata senza indugiare in alcun tipo di giudizio storico, etico o morale. Hitler diventa così solo un leader dal fortissimo "carisma personale e dalle straordinarie virtù di oratore", mentre la questione del 'Mein Kampf', ovvero della Bibbia del nazismo, viene liquidata senza far cenno al razzismo e limitandosi a dire che nella sua opera il Führer "afferma che l'attuale declino della Germania dipende da un complotto dei comunisti e degli ebrei volto a seminare discordia e indebolire l'economia del paese".

È un po' quello che sostiene Meneghetti riferendosi all'Italia. Già nel 1997, l'ex frate scriveva: "Gli Stati Uniti - con l'appoggio del denaro ebraico (la stampa, ndr) - attraverso la 'demonizzazione' del leader hanno determinato il frammentarismo del potere del leader naturale della nostra nazione". E poi continuava dicendo che, se papa Wojtyla "va a pregare nella Sinagoga, ciò succede perché gli ebrei hanno aiutato una situazione bancaria (i debiti dello Ior, ndr)".

Insomma, viste le posizioni del 'professore', non stupisce che Hitler, stando a quanto riferiscono una serie di fonti interne a Ovo, nella biografia a lui dedicata secondo i vertici della società dovesse essere definito "un personaggio controverso", ovvero con la stessa frase che chiude il video su Stalin. Anche in questo caso viene messa in evidenza "la forza d'animo" del dittatore comunista e dopo un passaggio sui milioni di morti da lui causati "per mantenere l'ordine", la clip si conclude con queste parole: "Figura controversa del '900, l'uomo d'acciaio lascia dietro di sé un impero".

Non è un caso. Agli autori dei testi di Ovopedia, in gran parte giovani con pochissima o nessuna esperienza nel campo dell'informazione storica e scientifica, viene fornito un format preciso, che ha come comune denominatore: "La volontà".

In Ovobio, la sezione dell'enciclopedia interattiva in videoclip dedicata agli uomini che nel loro campo hanno lasciato il segno, si ordina di "mettere in luce la volontà del personaggio di raggiungere i suoi obiettivi e l'intelligenza nel saper applicare questa volontà". Mentre nel piano dell'opera Meneghetti compare tra gli "intellettuali e i mistici" cui dedicare una videoclip, accanto a figure come Aristotele, Freud, Sartre e Sant'Agostino.

Ma perché il premier ha deciso di finanziare personalmente Ovo attraverso la cassaforte di famiglia Fininvest e di inserire un suo uomo, Paolo Mazzoni, nel consiglio di amministrazione della società? Rispondere alla domanda non è semplice. Qualche dato di fatto però aiuta a capire. Già nel 2006 Meneghetti ha potuto presentare il suo libro più importante ('La psicologia del leader') alla quarta convention dei circoli giovani di Dell'Utri, mentre Pezzi nel 2005, grazie alla fortissima sponsorizzazione dell'ex assistente personale del Cavaliere e attuale parlamentare Deborah Bergamini, ha ottenuto un programma su RaiDue, 'Tornasole', in cui Meneghetti, suscitando lo sconcerto del critico televisivo del 'Corriere della Sera', Aldo Grasso, è stato tra gli ospiti d'onore. Tra gli obiettivi del 'Tornasole' c'era quello di rompere la presunta egemonia culturale della sinistra. Gli ascolti sono stati deludenti, ma quello è stato comunque un primo passo.

Poi, mentre Dell'Utri (in ottimi rapporti con Meneghetti) cercava d'intervenire sul mondo degli intellettuali con il settimanale 'il Domenicale', annunciando la scoperta dei falsi diari di Mussolini e spiegando, subito prima delle elezioni, che il Pdl "avrebbe revisionato i libri di storia, ancor oggi caratterizzati dalla retorica della Resistenza", la Fininvest si è data da fare per trovare il modo di raggiungere i giovani.

La tv interattiva di Pezzi è sembrata il sistema giusto per fare guerra a Internet anche perché il progetto della web tv non è stato ancora scartato), ormai divenuto il primo media nella fascia d'età compresa tra i 16 e i 26 anni. Ovo ha così cercato, finora inutilmente, di trovare spazio sulla piattaforma di Sky, ha concluso un accordo con Vodafone per fornire contenuti multimediali (Ovoday) e ha bussato al mercato delle televisioni via cavo americane. In programma c'è la produzione di 2 mila clip all'anno, al costo di circa 3 mila euro l'una, cui va aggiunto il denaro per acquisire le immagini dagli archivi. Un business insomma da 7 o 8 milioni di euro ogni 12 mesi, che nel 2007, con le produzioni effettive cominciate a settembre, ha portato la società a una perdita di quasi 2 milioni.

Il progetto però è più complesso. È prevista una sezione chiamata Ovonews che si dovrebbe dedicare all'approfondimento delle notizie del giorno e una di satira politica chiamata Ovospirit. Nelle riunioni in cui Pezzi e gli altri accoliti del 'professore' discutevano con la redazione i nuovi traguardi, i vertici di Ovo hanno molto insistito sulla necessità di mettere nel mirino Antonio Di Pietro che, secondo Meneghetti, durante Mani Pulite sarebbe stato un burattino nelle mani degli americani, utilizzato per distruggere le imprese italiane.


Ancora fermo è invece il capitolo di Ovowise, dei mediometraggi dedicati al pensiero politico dei grandi leader contemporanei raccontato da loro stessi. Per il primo video, in calendario c'erano 30 minuti dedicati al premier, Silvio Berlusconi. Ma il budget era basso, poco più di 35 mila euro, e la casa di produzione straniera a cui Ovo si era rivolta ha detto no.

Ma in fondo non è un problema. Pezzi è ormai ospite fisso di molte manifestazioni di Forza Italia. Con Berlusconi vanta un rapporto personale. A convincere il Cavaliere ad allargare i cordoni della borsa ci penserà lui. Perché, in fondo, anche ad Ovo o si fa la storia, o si muore.

Quattro passi per avere fiducia


Sandra Bonsanti
L'Unità

La fiducia» scrisse Hannah Arendt «non è una vuota illusione, e alla fine, è l’unica cosa che può far sì che il nostro mondo privato non diventi un inferno». La fiducia, allora, è insieme qualcosa di concreto ed essenziale. Non possiamo farne a meno. Se non l'abbiamo, dobbiamo inventarcela.


Tra i vialetti e gli stand della prima festa del Partito democratico sono in cerca di motivi di fiducia. Non sono la sola: una sparuta processione di volti conosciuti da una vita, nelle sezioni, nei dibattiti, nelle file per le primarie. Un anno fa, in questo inizio di settembre era cominciata l’organizzazione dell’evento che avrebbe eletto Veltroni primo segretario del nuovo partito. Poi è accaduto di tutto: stesse facce al vertice, parlamentari nominati e scelti dalle correnti, elezioni straperse, e un governo di destra, pericoloso e imbroglione. Prospettive? Zero o giù di lì.


Voglia di reagire, non ne parliamo. Opinione pubblica, preoccupata del bene comune, inesistente, secondo la discussione innescata da Moretti. «Prima o poi dovremo rassegnarci a fare l’opposizione» ci dice un depresso Altan nella sua ultima vignetta.


Forse non è qui che si deve venire a cercare fiducia e speranza. Qui sono anche fisicamente riconoscibili gli scontri estivi fra amministratori e responsabili politici del Pd. Si aspetta Veltroni, tra qualche giorno, reduce dalla speranza americana, a ridare qualcosa a questa gente, che nell’attesa concede il suo applauso a Antonio Di Pietro per la sua posizione sulla giustizia. Consoliamoci pensando che le feste di partito contano sempre meno, sostituite da manifestazioni diverse, come, dice “Il Corriere della sera” i dibattiti culturali di Cortina. Anche se è noto che la perla delle Dolomiti non è proprio la vacanza alla portata della classe operaia. Che per altro non c’è più, o è talmente preoccupata da altre cose essenziali per sopravvivere che difficilmente avrebbe voglia di ispirarsi all’ombra delle Tofane. Ma, dice Hannah Arendt, della fiducia non si può fare a meno.


Provo a dire alcune cose che mi ridarebbero fiducia.


1): la certezza e dunque una solenne riaffermazione, che, come ha detto Gustavo Zagrebelsky a luglio, nell’incontro milanese di Libertà e Giustizia «non si può barattare un principio con una presunta utilità» e dunque che sui principi bisogna essere «fermamente intransigenti», pretendendo il rispetto dei «fondamentali della democrazia». Non usciremo da questa crisi di fiducia, di speranza, di assenza di opinione pubblica se penseremo che questo è il tempo di compromessi sui principi.


2): L’opposizione alla non-cultura del governo Berlusconi deve essere decisa, forte, visibile. Qualcuno pensa che Barack Obama avrebbe vinto le primarie o avrebbe chance nella corsa alla Casa Bianca se non avesse indicato chiaramente in Bush e in Mc Cain l’avversario da sconfiggere per il bene del Paese, se non avesse specificato punto per punto la differenza del suo progetto sociale e politico, se non avesse approfondito e non appianato il solco tra lui e l’altro? Se Obama non vincerà non sarà certo per il coraggio con il quale ha attaccato, ma per il colore della sua pelle. Ma io credo che vincerà e dimostrerà al mondo che cambiare si può.


3): l’opposizione deve essere “radicata” deve cioè poter contare su un partito che c’è, ed è radicato. Ma un partito non si radica sull’aria, ha bisogno di un terreno culturale, politico e soprattutto programmatico che per ora non c’è, e questo semplice fatto lo dicono tutti i leader del Pd. Serve tanto per cominciare un’agenda delle priorità. Quali sono le priorità del Pd per le settimane, i mesi a venire? Andrà dietro ai folli disegni del governo, penso alla giustizia ma non solo: federalismo cialtrone, scuole cancellate (e dove andranno a scuola i bambini che vivono in aree poco popolate? Li deporteremo tutti, o diremo che tornino a badare alle pecore, che la scuola è per i figli dei benestanti e basta?).


4): cercherà, il Pd, di riconquistare, Costituzione e regolamenti alla mano, un po’ di dignità e di potere al Parlamento o consentirà il progressivo impoverimento nel nome della rapidità delle decisioni e degli accresciuti poteri del Premier? Ditelo, fatecelo sapere.


Non solo perché è necessario a voi, a noi, per esistere e resistere.


Perché quel 25 ottobre che non arriva mai e che arriverà comunque quando i guasti maggiori saranno già stati compiuti, vorremmo anche noi cittadini depressi poter dire «Basta!» come lo ha detto Barack Obama. E trovare qualcosa di solido, la fiducia, appunto, per non tornare ai pomodori dietro casa. Dopo la fine delle ideologie e poi dei partiti della prima Repubblica c’è stata la percezione che anche i principi fossero disponibili: giustizia uguale per tutti, diritti civili, dignità del lavoro, separazione dei poteri, libertà di opinione e di informazione. Come direbbe Obama, Berlusconi «just doesn’t get it», cioè non ne capisce nulla o non gliene importa nulla. Oppure ne capisce anche troppo e sa che su questo vuoto di diritti lui può fondare il suo potere forte. Perché tanto gli italiani non se ne accorgono nemmeno, presi come sono dalla difficoltà di arrivare alla terza settimana del mese o di programmare il futuro dei figli. La fiducia, non dobbiamo perderla, affinché il nostro mondo privato non diventi un inferno. Ma nemmeno questo interminabile purgatorio è augurabile a chi sia riuscito a salvare un po’ di speranza.


Questo articolo sarà pubblicato oggi sul sito di Libertà e Giustizia www.libertaegiustizia.it

Le sorti magnifiche della cordata tricolore

Eugenio Scalfari
31 agosto 2008


Ha detto Giulio Tremonti: "Il governo Prodi ci ha lasciato due disastri: l'immondizia di Napoli e l'Alitalia, oltre ad una situazione economica e finanziaria spaventosa. Il presidente Berlusconi ha risolto in 58 giorni il problema dei rifiuti e in 120 giorni ha salvato l'Alitalia. Noi abbiamo rimesso i conti a posto con la Finanziaria di luglio".

Giovedì è stato il giorno del trionfo e le celebrazioni sono continuate nei giorni successivi insieme a una pioggia di nuovi annunci sul federalismo, sulla sicurezza, sulla sanità, sulla scuola.

Ha parlato Berlusconi in tivù. Ha parlato Cicchitto. Hanno parlato Bossi, Calderoli, Maroni. Ha parlato Gelmini. Ha parlato Bombassei della Confindustria, anche lui magnificando la politica del fare rispetto a quella del dire e bruciando il suo chicco di incenso al culto berlusconiano. Qualcuno non ha mancato di indicare alla gogna i giornali "radical-chic" che si ostinano a non unirsi al coro e che comunque "non contano niente di fronte ai trionfali sondaggi di questo scorcio agostano". Infine ha parlato anche Roberto Colaninno, presidente "in pectore" della nuova Alitalia, con un'intervista rilasciata al nostro direttore Ezio Mauro e pubblicata venerdì scorso. Un'intervista di grande interesse perché Colaninno spiega la filosofia imprenditoriale che ha indotto lui e altri quindici imprenditori italiani a impegnare oltre un miliardo di euro per salvare dal fallimento la compagnia di bandiera indipendentemente dalle opinioni politiche di ciascuno di loro.

Colaninno si è sempre proclamato di sinistra ed ha ribadito in quell'intervista la sua collocazione ma le sue opinioni politiche - ha detto - non hanno niente a che vedere con la sua visione imprenditoriale. L'Alitalia era un'occasione per mettere quella vocazione alla prova rischiando anche un po' di soldi (nel suo caso 200 milioni che non è poca cosa).


Questo ha fatto insieme ad altri suoi compagni di cordata. Chiede di esser giudicato sui risultati.

Alle domande criticamente incalzanti di Ezio Mauro ha risposto che non stava a lui di distribuire torti e responsabilità sul disastro Alitalia e neppure sui provvedimenti che il governo avrebbe preso per render possibile la nuova avventura della compagnia di bandiera. "Una cosa è certa" ha detto "l'Alitalia è fallita. Per farla rinascere bisognava liberarla dai pesi del fallimento. Ora si riparte da qui".

"Incipit nova historia".

La filosofia imprenditoriale è sempre stata questa, non è una scoperta di Colaninno e non ci stupisce. Neppure stupisce che quella filosofia si sia richiamata nel tempo con eguale vigore al libero mercato, al protezionismo, perfino all'autarchia, operando per salvaguardare il profitto d'impresa nelle condizioni storicamente date.

Il profitto (l'ho scritto più volte) è la sola variabile indipendente che l'impresa prende in considerazione ed è la sua unica modalità. In un sistema capitalistico le cose stanno così. La democrazia, cioè la sovranità popolare, può correggere questa filosofia capitalistica introducendovi dosi più o meno forti di socialità, di pari opportunità, di visione generale del bene comune.

Non è accettabile invece che la legittima vocazione imprenditoriale al profitto sia fatta passare per dedizione alla salvezza del Paese e alle sue "magnifiche sorti e progressive". Colaninno nella suddetta intervista ha battuto ripetutamente su questo tasto senza forse rendersi conto che, se si rivendica anche un ruolo di salvatori della patria ci si espone inevitabilmente all'esame delle "condizioni date" entro le quali l'operazione specifica avviene, chi ci guadagnerà e chi ne pagherà il conto.

Se ci si veste da salvatori bisogna rispondere alle critiche e non liberarsene con la frase "che altro può fare un imprenditore?".

L'imprenditore può fare tante cose tra le quali anche astenersi dal partecipare ad operazioni che hanno un contenuto eminentemente politico assai più che di vantaggio economico per la collettività.

L'imprenditore non è necessariamente un maniaco del fare. Se vuole anche la patente di salvatore, allora si rassegni ad ascoltare qualche opinione difforme dalla sua.

* * *
Francesco Giavazzi ha scritto sul Corriere della Sera di mercoledì un articolo sull'Alitalia nello stesso giorno in cui anch'io mi cimentavo con quell'argomento. La coincidenza e l'ispirazione sostanzialmente comune mi ha fatto piacere se non altro perché sarebbe difficile accusare Giavazzi, come pure Deaglio e Boeri, di bolscevismo e di radicalismo scicchettone.

Su un punto tuttavia le mie opinioni non coincidono con quelle di Giavazzi. Egli teme che la cordata di Colaninno si sia imbarcata in un'iniziativa troppo rischiosa. Io penso invece, come Deaglio e Boeri, che quei sedici "capitani coraggiosi" abbiano giocato sul velluto avendo ricevuto la staffetta nelle migliori delle condizioni possibili da un governo che sarà comunque (e forse per alcuni di loro è già stato) concretamente riconoscente.

Basta scorrere il decreto legge uscito dal Consiglio dei ministri di giovedì: divisione della vecchia Alitalia in due società, una "cattiva" con tutte le passività in testa allo Stato, l'altra libera come un uccello in volo e affidata ai privati; sospesi i poteri dell'Antitrust per sei mesi al fine di render possibile la concentrazione Alitalia-AirOne e instaurare il monopolio della tratta Linate-Fiumicino; salvaguardare la nuova Alitalia da ogni rivalsa dei creditori e dei dipendenti; consentirle di acquistare da una società fallita tutta la polpa (aerei, slot, diritti di volo, personale dipendente necessario); aprire un negoziato con i sindacati per portarli, già domati, a stipulare contratti nuovi col nuovo vettore.

Un caso tipico di socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti, che sarà probabilmente esteso anche ad Air France o a Lufthansa se entreranno per una quota nell'Alitalia nascente.

Chi voglia confrontare l'accordo offerto dai francesi nel marzo scorso vedrà che le differenze sono macroscopiche. Allora non si parlava né di fallimento né di legge Marzano né di divisione in due società, ma dell'acquisto di Alitalia in blocco con i suoi debiti, i suoi dipendenti, la sua flotta. I francesi avrebbero anche pagato allo Stato un prezzo per le azioni e lanciato un'Opa per gli azionisti di minoranza. Avrebbero stanziato 2,600 miliardi per il primo rilancio e incluso Alitalia nel "network" Air France-Klm.

Berlusconi (ma anche Colaninno) hanno definito quell'operazione una svendita. Ma l'operazione attuale come si può definire? Tutti gli oneri allo Stato, tutta la polpa ai privati, Air France compresa se entrerà come azionista. Io direi che un'operazione così si definisce politica di immagine e imbroglio economico.

Sergio Romano, sul Corriere della Sera di ieri ha scritto che l'opposizione dovrebbe collaborare. Non riesco a capire per molti ed egregi opinionisti il ruolo dell'opposizione. Deve collaborare sulla sicurezza, sul federalismo, sulla giustizia, sulla legge elettorale, sulle riforme costituzionali, sulla scuola, sulla sanità. Ed anche su questo pasticcio dell'Alitalia.

Quello che non capisco è dove si può fare opposizione. Sulle fontanelle di quartiere, sindaci di destra permettendolo? Sarebbe interessante saperlo. In realtà si vorrebbe un'opposizione al guinzaglio, un'opposizione addomesticata. Non mi pare sia questo il suo ruolo in una democrazia liberal-democratica. Gli Usa insegnano.

* * *
Forse la parola imbroglio può sembrare eccessiva. Vediamo dunque da vicino alcuni lineamenti dell'operazione.
1. Gli esuberi previsti vanno da un minimo di cinquemila ad un massimo di settemila. Il ministro del "welfare", Sacconi (e prima di lui Berlusconi e Tremonti) assicura che nessun dipendente sarà lasciato per strada. Esistono infatti da quarant'anni alcuni ammortizzatori sociali, la cassa integrazione a zero ore e la mobilità permanente, per un totale di sette anni. Sacconi non inventa nulla che già non vi sia. Ma la cassa integrazione ha un suo plafond e non può estendersi all'infinito. Se si va oltre il limite bisognerà rifinanziarla o inventare nuovi ammortizzatori e nuovi finanziamenti. La questione va considerata con attenzione in tempi di crescita zero del Pil e di incombente disoccupazione.
2. Il governo prevede incentivi e detassazioni per le imprese private che assumano i licenziandi Alitalia. È evidente (Fassino l'ha ricordato ieri) che non si può limitare un provvedimento così anomalo al solo caso dell'Alitalia. Non si possono fare leggi speciali che valgano per un solo soggetto e non per altri. Perciò, se un provvedimento del genere sarà preso, bisognerà estenderlo a tutti gli esuberi che si verificheranno in futuro.


Quanto costa una copertura di queste dimensioni?

3. Il governo prevede anche che i piccoli azionisti Alitalia siano indennizzati. Come e in che misura? Attingendo al fondo di garanzia creato per indennizzare i risparmiatori truffati dall'emissione di "bond" fasulli, tipo Parmalat, Cirio, "bond" argentini. Credo che quel fondo sia insufficiente a indennizzare gli azionisti Alitalia. Comunque la fattispecie è completamente diversa. Ma anche qui: se si adotta una strategia di questo genere bisognerà poi estenderla a tutti i piccoli azionisti travolti da crisi societarie. Lo Stato è in grado di assumersi una responsabilità di queste dimensioni? Intervenendo in questo modo mai visto prima sulla Borsa italiana? A me sembra una favola. Anzi l'ennesimo imbroglio.
4. È stato stabilito che gli azionisti della cordata Colaninno non potranno vendere le loro azioni nei prossimi cinque anni, passati i quali saranno liberi di fare quello che più gli sembrerà opportuno. Vedi caso: la scadenza è nel 2013 e coincide con la fine della legislatura. È molto probabile che il grosso dei soci della cordata, che niente hanno a che vedere col trasporto aereo, escano dalla società. Tanto più che avranno come consocio un vettore aereo internazionale, Air France o Lufthansa che sia. In questa vicenda il socio internazionale è destinato ad avere la stessa posizione della spagnola Telefonica in Telecom. È il solo che ne capisce ed è il solo che alla lunga resterà al timone. Ho già scritto che tutta questa vicenda mi ricorda il gioco dell'oca, quando si torna indietro alla casella di partenza. Alla fine avremo una compagnia guidata da un vettore internazionale perché non c'è più spazio in Europa e nel mondo per vettori locali nel mercato globale. La sola differenza sarà che il vettore internazionale avrà speso molto meno di quanto sarebbe avvenuto cinque anni prima.

Questa sì, sarà una svendita preceduta da un imbroglio. Le perdite allo Stato (cioè a tutti noi) i profitti ai privati, nazionali e stranieri. Un imbroglio che camuffa una svendita. La Frankfurter Allgemeine ha scritto ieri: "Un'operazione insolente contro il mercato e contro l'Europa". Ambasciatore Romano, l'opposizione deve collaborare?

"Fermate il test sul Big Bang o la Terra sparirà"



ENRICO FRANCESCHINI
La Repubblica


LONDRA - Per gli studiosi che si apprestano a spingere il pulsante d'accensione, si tratta di ricreare le condizioni che esistevano una frazione di secondo dopo il Big Bang: ovvero di riportarci indietro nel tempo sino al momento della creazione del nostro universo, all'inizio del mondo.

Ma per un gruppo di preoccupati ricercatori l'esperimento che dovrebbe cominciare tra dieci giorni in un immenso laboratorio sotterraneo, sepolto a un centinaio di metri sotto il confine tra Francia e Svizzera, comporta il rischio della fine del mondo, la distruzione e anzi la letterale scomparsa del nostro pianeta. Così, all'ultimo momento, gli oppositori del progetto hanno presentato un ricorso davanti alla Corte Europea dei Diritti Umani, che in teoria potrebbe bloccare il più grande, ambizioso e costoso test scientifico di tutti i tempi.

Oggetto della contesa è il Large hadron collider, un acceleratore da 6 miliardi di euro che, facendo scontrare particelle atomiche ad alta velocità e generando temperature di più di un trilione di gradi centigradi, dovrebbe rivelare il segreto di come è cominciato l'universo. Venti paesi europei, più gli Stati Uniti, hanno finanziato il progetto, che dopo anni di preparativi dovrebbe prendere il via il 10 settembre al Centro di Ricerche Nucleari di Ginevra. Qualcuno, tuttavia, teme che l'esperimento andrà ben oltre le aspettative, creando effettivamente un mini buco nero, che crescerà di dimensioni e potenza fino a risucchiare dentro di sé la terra, divorandola completamente nel giro di quattro anni. Gli scienziati di Ginevra ribattono che non c'è assolutamente nulla da temere: ci sono scarse possibilità che l'acceleratore formi un buco nero capace di porre una minaccia concreta al pianeta, dicono, perché la natura produce continuamente delle collisioni di energia più alte di quelle che saranno create artificialmente dall'acceleratore, per esempio quando i raggi cosmici colpiscono la terra. Esperimenti di questo tipo, inoltre, sono stati condotti per trent'anni, senza avere risucchiato nemmeno un pezzettino della terra né causato danni di qualsiasi genere.


Vero è che il nuovo acceleratore ha suscitato attenzioni e polemiche perché è il più grande mai costruito, con una circonferenza di 26 chilometri e la possibilità di lanciare particelle atomiche 11.245 volte al secondo prima di farle scontrare una contro l'altra a una temperatura 100mila volte più alta di quella che esiste al centro del sole. La speranza è individuare, così facendo, le teoriche particelle chiamate bosoni di Higgs, giudicate responsabili di avere dato massa, ovvero peso, a ogni altra particella esistente. Ma gli scienziati ammettono che ci vorranno anni prima di arrivare eventualmente a un risultato del genere, per le difficoltà nel trovare particelle così infinitesimamente piccole nel caos primordiale post-Big Bang creato dentro l'acceleratore.

Abbiamo ancora dieci giorni per salvare la terra?, si chiede, con leggera ironia, il Sunday Telegraph. "I miei calcoli indicano che il rischio che un buco nero mangi il pianeta a causa dell'esperimento è serio", afferma il professor Otto Rossler, un chimico tedesco della Eberhard Karls University che ha presentato il ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani insieme ad alcuni colleghi. Replica James Gillies, portavoce del Centro Ricerche Nucleari di Ginevra: "Il ricorso non introduce nessun argomento che non sia già stato esaminato e respinto in passato, se questi esperimenti fossero rischiosi lo sapremmo già".

In ogni caso lo sapremo con certezza dopo il 10 settembre, se la Corte Europea, come sembra di capire, darà luce verde all'iniziativa: che non sarà la "fine del mondo", ma un po' di curiosità al di fuori dei confini della scienza, in questo modo, l'ha ottenuta.

Lo scrittore e l'ambasciatrice, tre giorni di sesso segreto: «Mi ha consumato»



Guido Santevecchi
La Repubblica
1 settembre 2008

LONDRA — Roald Dahl è stato un grande scrittore per ragazzi: i suoi racconti più noti sono La fabbrica di cioccolato, James e la pesca gigante e gli Sporcelli (pubblicati in Italia da Salani). Storie innocenti: nella Chocolate Factory per esempio un gruppo di bambini va a caccia di un biglietto vincente in una barretta di cioccolato che darà diritto a una fornitura vitalizia. Ma la vita reale di Dahl avrebbe potuto fornire la base per un incredibile romanzo d'avventura. Si sapeva già che Roald, nato nel 1916 da genitori norvegesi emigrati in Gran Bretagna, nel 1939 si era arruolato nella Raf, volando in azioni di combattimento in Grecia e Africa, prima di precipitare in un terribile incidente. Riportò ferite così gravi che non potè più mettersi ai comandi di un aereo da caccia. E nel 1942 fu inviato a Washington come attaché della Royal Air Force presso l'ambasciata britannica.

Ora si è scoperto che il giovane pilota era stato reclutato dai servizi segreti inglesi e che la sua missione prevedeva di sfruttare il suo fascino per stringere «relazioni molto speciali» con donne di potere americane. Il tenente Dahl eseguì con zelo. «Penso che sia stato a letto con qualunque donna sulla costa orientale e occidentale degli Stati Uniti che valesse più di 50 mila dollari l'anno», ha raccontato Antoinette Marsh Haskell, la figlia del suo migliore amico citata ieri dal Sunday Times. Tra le sue conquiste documentate (è saltato fuori uno scambio di lettere impressionante) ci fu Millicent Rogers, vistosa ereditiera della Standard Oil: lo sforzo bellico britannico aveva bisogno di molto petrolio. Ma il suo compito più delicato fu entrare in contatto con Clare Boothe Luce, che allora era una importante giornalista, deputata repubblicana del Congresso, sposata con il potente editore di Time, Fortune e Life. Una personalità forte e indipendente (tra il 1953 e il 1956 sarebbe diventata la mitica ambasciatrice in Italia del presidente Eisenhower), Clare Boothe Luce era molto temuta a Londra per le sue opinioni contrarie agli imperi coloniali e il suo noto disgusto nei confronti di Winston Churchill. L'ordine passato all'agente segreto Dahl fu di entrare nelle grazie della parlamentare-editorialista, più grande di lui di 13 anni.


Ci riuscì fin troppo facilmente, perché la signora quarantenne si dimostrò una tigre appassionata. Dahl scrisse nel suo diario ora recuperato: «Mi ha tenuto a letto per tre giorni di seguito, mi ha consumato... » (la frase esatta era un po' troppo esplicita per essere tradotta fedelmente, ndr). Il tenente dopo un po' si rivolse anche ai superiori, chiedendo di essere sollevato dall'incarico fisicamente troppo gravoso con la congresswoman: la risposta fu di tornare in camera da letto, chiudere gli occhi, spalancare le braccia e pensare all'Inghilterra in guerra. È tutt'altro che certo che gli sforzi del giovane attaché abbiano portato ai servizi segreti di Londra materiale utile. Dahl, che era riuscito a conoscere anche i Roosevelt, credette di aver scoperto una relazione tra il presidente e la principessa Martha di Norvegia, rifugiata negli Stati Uniti. Il Sunday Times osserva che la scoperta più significativa del tenente della Raf Roald Dahl, in quegli anni a Washington, fu il talento per la scrittura. Nell'aprile del 1943 pubblicò la sua prima storia per bambini: The Gremlins, sui piloti di guerra e la loro cattiva fortuna.

Giustizia, allarme di Grasso - "Sulle barricate per difendere i pm"



SILVIO BUZZANCA
La Repubblica
31 agosto 2008


ROMA - L'autonomia e l'indipendenza dei magistrati va difesa. Anche a costo di fare le barricate. E lasciate stare in pace Giovanni Falcone, non strumentalizzate le sue parole. Altrimenti si rivolta nella tomba. Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia, legato da grande amicizia con il magistrato ucciso dalla mafia, interviene nello scontro in atto sulla riforma della giustizia e si schiera nettamente. Davanti al pubblico della Festa democratica di Firenze dice che "occorre difendere l'autonomia e l'indipendenza della magistratura e dei pm in particolare, a costo di barricate". E cerca di mettere un punto fermo sul pensiero di Falcone in materia di riforma della giustizia.

Grasso spiega che "per riportare nei giusti termini il pensiero di Falcone, per evitare che egli si rivolti nella tomba, bisogna storicizzarlo". Bisogna collocarlo, ricorda il procuratore, "nel periodo dell'entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale, cioè al momento in cui il pm in sostituzione del giudice istruttore, acquisiva i compiti di effettiva direzione e impulso delle indagini per la individuazione degli elementi di prova da utilizzare in fase di dibattimento, nel contraddittorio tra le parti".

In quel contesto, Falcone, continua, Grasso, "metteva l'accento sulla necessità di una diversa professionalità del pm in relazione alle specificità delle funzioni requirenti rispetto alle giudicanti. Dunque diversa doveva essere la formazione, la regolamentazione, l'organizzazione degli uffici, la stessa carriera, essendo necessariamente diverse rispetto al giudice le attitudini, l'abitus mentale, l'attività investigativa del pm".


Ma sulla separazione delle carriere, il magistrato assassinato, continua Grasso, diceva anche che "il punto fondamentale è avere un pm autonomo e indipendente, ma anche efficiente. Il pm deve avere una regolamentazione ordinamentale diversa rispetto a quella del giudice, non necessariamente separata. Questo non per assoggettare il pm all'esecutivo, come si afferma, ma al contrario per esaltarne l'indipendenza e l'autonomia". E sull'obbligatorietà dell'azione penale, conclude Grasso, Falcone diceva che "bisognava creare le condizioni affinché acquistasse effettività l'esercizio dell'azione penale". Nell'attesa che il ministro Angelino Alfano presenti le sue proposte di riforma nel dettaglio, l'altro grande tema di discussione sulla giustizia resta quello delle intercettazioni. A maggior ragione dopo la pubblicazione delle conversazioni di Romano Prodi pubblicate da Panorama. "Nessuno pensi al governo o in Parlamento di sfruttare la vicenda per accelerare l'approvazione di un ddl incompatibile con il diritto dovere dei giornalisti di informare e con il diritto dei cittadini a conoscere fatti di rilevanza pubblica", dice il sindacato dei giornalisti.

Il Pdl, intanto, insiste nel tentativo di coinvolgere il Pd nel varo della nuova legge sulle intercettazioni. "Bisogna trovare una soluzione condivisa per dire basta all'uso indiscriminato delle intercettazioni", dice il ministro per l'Attuazione del programma Gianfranco Rotondi. E anche Italo Bocchino, vicepresidente dei deputati, chiede al Pd di collaborare. "E' innegabile l'eccesso e l'abuso di intercettazioni in Italia, cosi come è innegabile che serva una riforma, che auspichiamo sia rapida e condivisa dal Partito democratico", dice Bocchino.

Il centrodestra trova una parziale sponda nell'avvocato Guido Calvi. L'ex senatore diessino, si dice infatti convinto che nella materia bisogna mettere le mani. Una disponibilità a discutere arriva anche da Michele Vietti, Udc. Ma i centristi vogliono vedere le proposte e chiedono al governo di presentarle in Parlamento. Infine c'è Francesco Cossiga: il presidente emerito della Repubblica ha presentato un disegno di legge costituzionale per reintrodurre l'immunità parlamentare e il divieto di intercettare senatori e deputati.

Lo scioglimento del ghiaccio al polo Nord



La Repubblica
31 agosto 2008


ROMA - Per la prima volta a memoria d'uomo sarà possibile cirumnavigare l'intero Polo Nord. Foto satellitari scattate due giorni fa mostrano, scrive oggi l'independent, che lo scioglimento dei ghiacci verificatosi la settimana scorsa ha finalmente aperto contemporaneamente sia il favoleggiato Passaggio a Nord-Ovest che il passaggio a Nord-Est.

È un evento clamoroso che, se da un lato corona il sogno secolare di generazioni di esploratori, navigatori e viaggiatori, dall'altro rappresenta un preoccupante segnale dell'accelerarsi del processo del riscaldamento globale. Sul breve periodo, naturalmente, la novità dovrebbe portare soltanto vantaggi alle varie compagnie di navigazione che per la prima volta nella storia potranno tagliare migliaia di miglia marine lungo le rotte tra il nord del Canada e la Russia.

Negli scorsi decenni, in varie occasioni si è verificata la situazione dell'apertura dell'uno o dell'altro passaggio ma mai, come in questi giorni, era accaduto che entrambe le due misteriose porte dell'artico si dischiudessero simultaneamente.

E' questo solo l'ultimo segnale della crisi dell'intero ecosistema artico. Solo pochi giorni fa, il National snow and ice data center (NSIDC) statunitense ha informato che quest'anno l'estensione globale del mare di ghiaccio che costituisce l'Artico si approssima a stabilire un nuovo record negativo per superficie terrestre occupata, circa 520mila chilometri quadrati in meno rispetto al valore record del 2007. Praticamente in un anno i ghiacci del Polo Nord si sono ridotti di un'area grande due volte l'Italia.


Quattro settimane fa, i turisti sono stati fatti evacuare dal Parco Nazionale Auyuittung, nell'Isola di Baffin, la grande isola del Nunavut canadese situata a occidente della Groenlandia, a causa dello scioglimento dei ghiacci: "Auyuittung", in lingua inuit, significa "terra che non scioglie mai"... E' di pochi giorni fa la vicenda dei nove orsi polari rimasti senza habitat e visti nuotare in mare aperto, seguita a breve da un immenso crollo nel ghiacciaio Petermann, in Groenlandia, in un'area che si riteneva ancora immune dagli effetti del global warming.

Ma la simultanea apertura del Passaggio Nord Ovest, intorno al Canada, e del Passaggio Nord Est, intorno alla Russia, a costituire un vero e proprio choc. Non accadeva, secondo i climatologi, da almeno 125mila anni. Dall'inizio dell'ultima era glaciale erano rimasti entrambi bloccati: nel 2005 si era aperto solo il Passaggio Nord Est, l'estate seguente era accaduto il contrario. "I passaggi sono aperti, è un evento storico, ma con il quale dovremmo abituarci a convivere nei prossimi anni - ha confermato il professor Mark Serreze, uno specialista di mari ghiacciati del NSIDC, sottolineando però che le autorità marine dei Paesi interessati potrebbero essere riluttanti ad ammetterlo, per evitare di essere citate a giudizio dalle compagnie di navigazione, qualora le imbarcazioni dovessero incontrare ghiaccio e subire danni".

Evasori in alto mare


Marco Lillo
L'Espresso
1 settembre 2008
False intestazioni. Triangolazioni dall'estero. Società di charter fittizie. Dai controlli della Finanza i mille trucchi dei proprietari di yacht per non pagare le tasse

Dalla lotta per il posto di lavoro a quella per il posto barca. C'è anche un lavoratore socialmente utile nelle liste dei presunti evasori stilate dalla Guardia di finanza in queste ore dopo la raffica di controlli delle settimane passate. È un aderente a una delle tante cooperative che spesso bloccano il traffico di Napoli per ottenere dalla Regione un contrattino trimestrale. Tra un lavoretto e un sit-in, il cooperante si distraeva sul suo dodici metri a motore.

Anche lui, come centinaia di presunti mariuoli fiscali, sarà chiamato a spiegare la distanza abissale tra i suoi redditi da fame e il lusso della sua barca. L'ordine di arrembaggio delle Fiamme gialle contro gli yacht è partito dal Comando generale di Roma all'inizio dell'anno ma in questi giorni di estate, quando anche l'evasore più attento cede alla tentazione di mettere il suo legno in acqua, sta dando i suoi frutti.

Tra luglio e agosto sono stati controllati circa 3 mila natanti e più della metà sono stati giudicati "incongrui": i loro proprietari presto saranno chiamati a rendere conto dei propri redditi. La piccola tempesta che si è scatenata dopo una lunga bonaccia nei controlli è uno degli effetti più visibili del cambio di strategia imposto dal comandante generale Cosimo D'Arrigo: oltre ai controlli a tavolino basati sulle banche dati, per stanare gli evasori senza partita Iva e senza un passato fiscale ci vuole un ritorno agli 'indicatori di ricchezza'.

Dall'inizio dell'anno sono già 10 mila i rilevamenti fiscali sui beni di lusso: auto, immobili e grandi imbarcazioni. Le Ferrari fermate sulle strade e i Benetti da 20 metri avvistati nei mari hanno permesso di scovare 16 miliardi di euro di ricchezza nascosta. In questi mesi caldi l'attenzione è concentrata sui porti. Centinaia di finanzieri spulciano i registri navali, perlustrano capitanerie e ormeggi. Le Fiamme gialle non vogliono criminalizzare uno dei pochi settori in crescita eppure, a leggere i risultati della campagna d'estate, sembra che il diportista italiano si destreggi bene nel nero dei bilanci come nel blu del mare.


Capitan leasing

La Finanza di Salerno, guidata da Angelo Matassa, ha ispezionato 750 imbarcazioni in 18 porti negli ultimi giorni di luglio. Ne vien fuori un campionario dei sistemi per nascondere il vero proprietario delle barche al fisco: "Sono il leasing, il charter e l'intestazione fittizia", spiega il maggiore Francesco Mazzotta che ha eseguito l'operazione. Il leasing è usato soprattutto per ammortizzare in un tempo più lungo il pagamento delle grandi barche ma anche perché scherma la proprietà. "L'intestatario è la società di leasing", continua Mazzotta, "e l'unico modo per risalire al vero utilizzatore è salire a bordo".

Il secondo sistema usato per celarsi al fisco, la tradizionale intestazione fittizia del prestanome, è sempre meno usata, mentre va di moda l'acquisto tramite una società di charter creata ad hoc che poi noleggia l'imbarcazione al proprietario. Le vere società di charter comprano per affittare i loro mezzi ai turisti e, per questa ragione, possono scaricare i costi e non pagano le imposte sul carburante. Un vantaggio che, con il prezzo del gasolio alle stelle, fa gola anche ai ricchi navigatori. Uno yacht superveloce consuma quanto un traghetto. Per avere un'idea, la Finanza di Chiavari ha scoperto un 42 metri che ha evaso in pochi mesi imposte per 100 mila euro consumando 142 mila litri di gasolio.

Anche un ex ambasciatore americano che conserva uno stretto rapporto con l'Italia, pur essendo residente a Londra, aveva basato in Gran Bretagna la sua società di charter che era solo formalmente proprietaria del suo 35 metri. Secondo la Finanza di Genova, in pochi anni, tra accise sul carburante e minori imposte, l'ambasciatore ha risparmiato grazie al trucchetto del charter 2 milioni di euro. Spesi magari per comprare i rubinetti d'oro e i quadri d'autore che abbelliscono la piccola nave.

Nullatenenti al timone

Indagando dietro le intestazioni fittizie, le Fiamme gialle di Salerno hanno scoperto situazioni grottesche. C'è l'avvocato del napoletano che dichiara 150 euro (non 150 mila) di reddito (annuo non mensile). Questo povero azzeccagarbugli dovrà ora chiarire come fa a pagare 3 mila euro di rata mensile per il leasing. Stesso problema per l'imprenditore che dichiara meno di 800 euro al mese (lordi) e paga un leasing da 4 mila euro per il suo 14 metri nuovo di zecca e per il grossista della provincia di Napoli con un reddito imponibile di 33 mila euro che sfreccia su un cabinato da 15 metri per il quale paga 6 mila e 500 euro al mese. Per non parlare della casalinga nullafacente e nullatenente, a parte una barca di 14 metri.


Impressionante anche il risultato dei controlli eseguiti a Napoli su disposizione del comandante provinciale Giuseppe Bottillo sulle 500 imbarcazioni ispezionate in tutti i porti della provincia. Da Mergellina e Ischia, 20 erano intestati a nullatenenti e più di 250 sono usate da persone con redditi "incongrui". Il comandante Bottillo ha chiesto ai suoi uomini di non fermarsi all'intestazione formale e di chiedere invece chi pagava l'affitto dell'ormeggio. Mossa vincente: sono saltati fuori così cinque camorristi che pagavano il molo ed erano gli utilizzatori di cinque yacht intestati a società insospettabili. Oltre a loro, grazie alle indagini si è scoperto un napoletano di 45 anni, nullatenente, in grado però di pagare i 12.500 euro necessari per l'affitto del posto barca.

Anche una signora romana è finita nel mirino della Finanza: con un reddito dichiarato di 12 mila euro, è sembrata sospetta la spesa, solo per l'ormeggio del suo 22 metri, di 26 mila euro. A Capri i finanzieri si sono imbattuti in due disoccupati, un uomo e una donna, che, pur senza lavoro, erano in possesso di due imbarcazioni rispettivamente di 17 e 16 metri. Sempre nell'isola della Grotta Azzurra gli inquirenti hanno trovato un agente di Borsa che sfrecciava sul suo 12 metri, nonostante la crisi di Piazza Affari gli avesse ridotto il reddito a 7 mila euro. Annui. Al molo di via Caracciolo era invece ormeggiato il 12 metri di un dipendente dell'ospedale di Napoli. Stipendio? Milletrecento euro al mese.

Treviso come Napoli

Difficile immaginare due città più diverse e lontane di Napoli e Treviso eppure c'è qualcosa che le tiene unite: la passione per il mare e per l'evasione fiscale. Lo ha scoperto il comandante provinciale Claudio Pascucci quando ha deciso di fare una ricerca sui diportisti trevigiani. Invece di partire dalle barche alla rada a Iesolo, Pascucci ha monitorato i 111 fortunati che in quella provincia hanno comprato barche per un valore dichiarato di oltre 100 mila euro negli ultimi tre anni. Risultato? Gli evasori totali di Treviso sono il 10 per cento dei titolari di grandi barche, esattamente come a Napoli.

C'è l'imprenditore tessile con fabbrichetta in Ungheria che non paga le tasse in Italia anche se la barca e la famiglia sono in Veneto. C'è il ristoratore di Mogliano che dichiara zero e ha comprato un cabinato da 130 mila euro. C'è il titolare di un'agenzia pubblicitaria di Villorba che nel 2005 paga zero al fisco e 20 mila euro al mese alla banca per il leasing della sua barchetta e c'è l'ingegnere che dichiara 7 mila euro lordi all'anno e compra una barca da 160 mila, due Bmw e un'Alfa Romeo per altri 200 mila euro, che si aggiungono ai suoi 45 immobili, compresa una splendida villa veneta.

Mondi sommersi

Dalle verifiche della Finanza sugli yacht non sono saltati fuori solo i redditi nascosti. Tutto il ciclo economico dal noleggio all'ormeggio, dal pieno all'equipaggio, si svolge spesso nel segno del sommerso. A partire dall'acquisto. Le agenzie come accade per gli immobili, hanno diritto a una commissione, ma da quello che ha accertato la Finanza nei porti, da Lavagna a Olbia, quasi nessuno versa un euro al fisco. In alcuni casi la società che intermedia permette anche di risparmiare le tasse con un giochino ingegnoso: la triangolazione all'estero.

Il 17 agosto scorso la Guardia di Finanza di Gorizia ha contestato un milione e mezzo di euro a un ricco imprenditore di Grado. Aveva ordinato un cabinato da 27 metri a un cantiere italiano, ma a comprare formalmente si era presentata una società maltese, che aveva pagato le tasse dichiarando un prezzo di soli 400 mila euro per poi rivendere al vero proprietario al valore reale di 3 milioni, allo scopo di pagare le tasse sulla plusvalenza all'estero, dove si versa molto meno.

Clandestini a bordo

Quando salgono sulla barca i finanzieri controllano tutti i documenti, compresi quelli del personale di bordo. Le vacanze si accorciano anche per i ricchi e qualcuno preferisce rischiare la multa che pagare l'assicurazione per i danni ai terzi o i contributi per il personale. Si confida sulla rarità dei controlli e si salpa senza una sola carta in regola. Il comandante del reparto navale di Livorno, Luca De Paolis, tra l'Argentario e l'isola d'Elba ha identificato nove persone assunte in nero. Colf e baby sitter straniere, ma anche professionisti che garantiscono la sicurezza in mare come lo skipper e l'addetto macchine.


La Guardia di Finanza di Olbia invece ha messo nel mirino un altro comparto sommerso della grande economia che gira intorno alle barche: i posti barca. Nei giorni di Ferragosto, confusi fra i turisti in calzoncini, i finanzieri si aggiravano tra gli ormeggi della Costa Semeralda. L'operazione Black Coast, ordinata dal comandante Cesare Antuofermo, mirava a verificare quanto costa l'affitto di un posto barca e soprattutto se le società che li vendono e li gestiscono pagano le tasse. L'arrivo in massa dei miliardari russi ha fatto esplodere il mercato.

A Porto Cervo e Porto Rotondo in determinati periodi dell'anno i mega-yacht fanno a gara per attraccare e un posto barca da 45 metri vale 4 mila euro al giorno. Inutile dire che molti dei proprietari erano sconosciuti al fisco e non dichiaravano un euro. È stato controllato anche il molo dove attraccano le barche del padrone del Chelsea, Roman Abrahmovic. Appena è sbarcato in Costa Smeralda ha comprato tre posti barca in un colpo solo. Un gesto eclatante ma le tasse sono state pagate fino all'ultimo euro.

ha collaborato Mariaveronica Orrigoni

La ricostituente



Marco Travaglio
L'Ora d'aria
L'Unità
1 settembre 2008

“Cari ragazzi, da oggi, grazie alla nostra eccezionale ministra dell’Istruzione (un bell’applauso all’on. prof. Mariastella Gelmini e all'amato presidente Berlusconi!) cominceremo a studiare la Costituzione della nostra Repubblica nata dalla Resistenza, approvata 60 anni fa dai nostri Padri Costituenti. Ve la racconto in poche parole, poi la esamineremo articolo per articolo.

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro e garantisce il dovere della solidarietà. La sovranità appartiene al popolo, dunque nessuno può eleggersi da solo. Tutti i cittadini sono eguali dinanzi alla legge, senza distinzioni di sesso, razza, religione, idee politiche, condizioni personali o sociali: sia bianchi, sia neri, più o meno ricchi o potenti che siano. Se uno viola la legge, ne risponde alla Giustizia, foss'anche il capo del Governo. La Repubblica è una e indivisibile, dunque niente Padanie o separatismi o secessioni. Promuove lo sviluppo della cultura e della ricerca, perché l’arte e la scienza sono libere. Lo Stato e la Chiesa sono indipendenti e sovrani. Dunque il Vaticano non può dare ordini al Governo o al Parlamento. La scuola privata è autorizzata, ma senza oneri per lo Stato. Lo straniero che viene da paesi dittatoriali ha diritto di asilo. L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa ad altri popoli e di risoluzione delle controversie internazionali: per dire, non possiamo attaccare altri stati sovrani, tipo Serbia, Irak o Afghanistan. La bandiera è il tricolore e tutti devono rispettarla, a cominciare dai ministri.

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero e la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure, nemmeno quando pubblica verbali o intercettazioni. Il lavoratore ha diritto a un salario proporzionato al lavoro che fa e sufficiente ad assicurare a sé e famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Ergo, niente precariato. Tutti i cittadini devono pagare le tasse per concorrere alle spese pubbliche in proporzione ai loro redditi. Chi ricopre funzioni pubbliche ha il dovere di adempierle con disciplina e onore (il che esclude imputati, condannati e anche prescritti: alla prescrizione si rinuncia per farsi assolvere nel merito, altrimenti dimissioni). Ogni parlamentare rappresenta l'intera Nazione senza vincolo di mandato. Il Presidente della Repubblica rappresenta l'unità nazionale e giura al Parlamento fedeltà alla Repubblica e alla Costituzione: quindi non può firmare leggi incostituzionali. E' lui che nomina il Presidente del Consiglio e, su proposta di questo, i ministri. Dunque se un ministro fa pena o è imputato o non è degno della carica, la responsabilità è anzitutto del Quirinale. Il Presidente del Consiglio e i ministri sono sottoposti, per i reati commessi nell'esercizio delle loro funzioni, alla Giustizia ordinaria: cioè devono essere processati come gli altri cittadini. La Pubblica amministrazione deve ispirarsi al principio di imparzialità, perciò vi si può accedere solo per concorso pubblico. Vietate le lottizzazioni, i favoritismi e soprattutto i conflitti d’interessi, perchè i pubblici dipendenti sono al servizio esclusivo della Nazione.

I giudici sono soggetti soltanto alla legge: non al Governo o al Parlamento. Sono inamovibili. E si distinguono fra loro solo per diversità di funzioni: una sola carriera, inseparabile. Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale (che dunque è obbligatoria, non discrezionale). E gode delle garanzie stabilite dall’ordinamento giudiziario, che è unico per tutti i magistrati. La magistratura è un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Si autogoverna attraverso il Csm: oltre al capo dello Stato che lo presiede e al primo presidente e al procuratore generale della Cassazione, gli altri membri sono eletti per due terzi dai magistrati e per un terzo dal Parlamento. I processi devono avere una ragionevole durata. Le leggi incostituzionali vengono cancellate ipso facto dalla Corte costituzionale, che è lì apposta. La Costituzione non può essere modificata con leggi ordinarie, ma solo con leggi costituzionali, approvate due volte da ciascuna Camera e, se non ottengono i due terzi dei voti, sono sottoposte al referendum popolare confermativo. Dimenticavo: è vietato riorganizzare in qualsiasi forma il disciolto partito fascista… Tutto chiaro, ragazzi? Domande?”.

Voce dal fondo dell’aula: “Scusi, prof, ma di quale paese sta parlando? Perché per un attimo ho avuto l’impressione che si riferisse all’Italia. Nel qual caso, mi scusi, ma non è che niente niente ci stava prendendo un tantino per il culo?”.

Al cittadino non far spaere



Marco Travaglio
L'unità
L'ora d'aria
31 agosto 2008


Grazie alle intercettazioni giustamente pubblicate da Panorama, sappiamo come si comportava il premier Romano Prodi dinanzi a richieste di raccomandazione. Cioè all'opposto di Berlusconi. Quando il consuocero, primario a Bologna, chiese fondi pubblici per una struttura pubblica di ricerca biomedica, Prodi girò la pratica al ministro competente Mussi, che liberamente decise di no. Idem quando un amico industriale farmaceutico chiese agevolazioni fiscali per una fondazione scientifica: la pratica passò al Tesoro che, avendo già deliberato per il 2007, suggerì di rifarsi vivo nel 2008 (nulla di fatto anche in quel caso). Quando invece un nipote chiedeva consigli privati per una società privata, Prodi privatamente glieli dava. Grazie, poi, alle dichiarazioni di Prodi, abbiamo almeno un politico (purtroppo in pensione) che non ha nulla da nascondere e dunque chiede di pubblicare tutte le sue telefonate intercettate. E rifiuta la solidarietà pelosa di chi, a destra e a sinistra, vorrebbe il silenzio stampa per legge: così si saprà che esistono intercettazioni su Tizio o Caio, ma queste resteranno nel cassetto, così Tizio o Caio rimarranno sospettati a vita anche se non han fatto nulla di male.

Anche stavolta, come ciclicamente accade da qualche anno, cioè da quando le intercettazioni hanno svelato ai magistrati (e ai cittadini italiani) gravissimi scandali, s’è messa in moto la compagnia di giro di politici e commentatori specializzati nell’invocare “una legge sulle intercettazioni”: guinzaglio ai giudici e bavaglio ai cronisti. Solo che stavolta lorsignori non si sono accorti di un particolare non da poco: quelli pubblicati da Panorama non sono atti pubblici, cioè già depositati a indagati e avvocati, dunque raccontabili dalla stampa. Sono atti ancora coperti da segreto, custoditi - come scrive un po’ comicamente Panorama - in una cassaforte della Procura di Roma, cui li ha trasmessi per competenza quella di Bolzano che indaga su tutt’altro (Siemens-Italtel). Dunque chi li ha passati a Panorama - Guardia di Finanza, o magistrati o personale di Procura - ha commesso un reato: art. 326, rivelazione e utilizzazione di segreti di ufficio da parte del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio. Il quale è punito col carcere da 6 mesi a 3 anni, insieme al giornalista che concorre nel suo reato (questi però è tenuto al segreto professionale e non rivela la fonte, difficilissima da individuare). Dunque è già vietato dalla legge vigente divulgare notizie segrete e non c’è bisogno di farne un’altra per vietarlo di nuovo. Si dirà: ma le notizie segrete continuano a uscire. Vero: il mondo è pure pieno di rapinatori, stupratori, spacciatori, scippatori, omicidi che continuano a delinquere anche se è già vietato rapinare, stuprare, spacciare, scippare, ammazzare. Ma a nessuno salterebbe in mente di fare ogni volta una nuova legge che proibisca comportamenti già proibiti.

Resta da capire, allora, di che vadano cianciando Sergio Romano sul Corriere e il consueto stuolo di politici bipartisan che anche ieri hanno invocato una nuova legge: il ddl Berlusconi-Alfano varato in giugno dal governo (fino a 5 anni di galera per i giudici che dispongano intercettazioni per reati puniti fino a 10 anni; fino a 3 anni di galera per i cronisti che le raccontino), o qualcosa di simile. Quella legge infatti, che per i giornalisti riprende peggiorandola la Mastella votata un anno fa da tutta la Camera (447 sì e 9 astenuti), non vieta di pubblicare atti segreti (è già vietato). Vieta di pubblicare atti pubblici: cioè verbali, avvisi di garanzia, ordini di cattura, decreti di perquisizione anche contenenti intercettazioni, già depositati alle parti, dunque non più segreti, dunque raccontabili. Atti che non c’entrano con le telefonate di Prodi, ancora segrete, come lo era la famosa conversazione Fassino-Consorte sul caso Unipol, anche allora in mano alla Guardia di Finanza e pubblicata dallo stesso cronista Nuzzi sul Giornale allora diretto dallo stesso Belpietro.

La nuova legge guinzaglio-bavaglio non servirà a impedire l’uscita di atti segreti (già vietata e punita col carcere), ma di atti pubblici. Come quelli che hanno consentito ai cittadini di essere doverosamente e tempestivamente informati sui casi Telecom, Calciopoli, Bancopoli, Sismi, Cuffaro, Del Turco e persino sui delitti nella clinica Santa Rita. Con la legge che Berlusconi da destra, l’avvocato Calvi da sinistra e Romano sul Corriere invocano a gran voce, non sapremmo ancora nulla di nulla, visto che (Cuffaro a parte) i processi non sono ancora iniziati. E i vari Moggi, Fazio, Fiorani, Consorte, Gnutti, Pollari, Pompa sarebbero ancora tutti ai posti di combattimento, liberi di continuare indisturbati, come prima e più di prima. Per la serie: al cittadino non far sapere quanti scandali nasconde il potere.

I Mastella's



Marco Travaglio
L'Unità
L'Ora d'aria
29 agosto 2008


Un caso umano si aggira per le cronache politiche. Il suo nome è Clemente Mastella. Lo statista ceppalonico, in astinenza da poltrone da quando in gennaio rovesciò il governo Prodi abboccando alle lusinghe del Cainano (che poi non candidò neppure lui e la sua signora), ha lanciato dal suo blog uno straziante appello: “Chi crede nel Centro si faccia avanti”. Nemmeno un commento. Allora s’è trasferito in Abruzzo, proponendo un “patto” al Pd per una candidatura innovativa (la sua), come se il Pd abruzzese non avesse abbastanza noie giudiziarie. Infatti, nessuna risposta. “La campagna elettorale dell’Udeur inizia da Ovindoli”, ha annunciato indomito in un comizio dinanzi a se stesso.

Anche la sua signora, Sandrina Lonardo, indagata a Napoli per tentata concussione e dunque regolarmente al suo posto di presidente del consiglio regionale della Campania, miete successi a piene mani. La Cassazione ha appena respinto il suo ricorso contro l’ordinanza del Gip di Napoli, che le aveva trasformato gli arresti domiciliari (disposti al Gip di S.M.Capua Vetere) in obbligo di dimora, poi revocato. La signora chiedeva di dichiarare quel provvedimento infondato, per farsi risarcire dallo Stato i danni per l’ingiusta detenzione. Purtroppo la Corte ha stabilito che la detenzione era giusta e “tutte infondate” erano le sue lagnanze, condannandola a pagare le spese processuali: avevano ragione i pm e i giudici di Santa Maria, vilipesi da Mastella & C. come “macchiette politicizzate” e complottarde.

Purtroppo, a parte qualche cittadino armato di microscopio elettronico, nessuno ha saputo della sentenza, relegata in alcuni trafiletti comparsi su un paio di quotidiani (dai principali tg, invece, silenzio di tomba). La sentenza integrale illustra il sistema clientelare illegale messo in piedi dai Mastella’s. E fa a pezzi le scombiccherate teorie con cui fior di politici e commentatori assolsero l’allora ministro della Giustizia e i suoi cari nella standing ovation in Parlamento e in decine di editoriali. La tesi è nota: raccomandare e lottizzare non è reato perché “così fan tutti” e se i magistrati se ne occupano “invadono il campo” della politica. Secondo la Cassazione invece “sussistono i gravi indizi di colpevolezza richiesti dall’ art. 273 Cpp sull’ipotizzato reato di tentata concussione”. Lady Mastella è “accusata di avere, nella sua qualità di presidente del Consiglio regionale della Campania, in concorso con il marito Clemente Mastella” e di altri esponenti Udeur, “tentato di costringere Luigi Annunziata, direttore generale dell’azienda ospedaliera S.Sebastiano di Caserta, nominato nel 2005 su indicazione dell’Udeur, a sottostare alle indicazioni del partito”. Ma Annunziata rifiuta e nomina gente brava, anziché di partito. Apriti cielo. “Quello è un uomo morto”, strilla la signora al telefono col consuocero. E tenta di “defenestrarlo”, “anche con una campagna di stampa”.

Nell’aprile 2007 promuove un’interpellanza Udeur “con cui si chiedono spiegazioni al governo regionale circa il possesso dei requisiti dell’Annunziata per la nomina a dg”. Poi però l’interpellanza viene congelata: “la Lonardo e gli altri coindagati fanno giungere all’Annunziata un messaggio di possibile riconciliazione, facendogli intendere che l’interpellanza può essere ritirata qualora nomini De Falco e Viscusi, ‘graditi’ alla Lonardo, primari di neurochirurgia e cardiologia del S.Sebastiano. Annunziata non accetta l’imposizione. In risposta, la Lonardo ripropone l’interpellanza”. E incontra l’assessore alla Sanità per far cacciare Annunziata. “Nella ricostruzione appaiono tutti gli elementi costitutivi del reato di concussione. L’abuso consiste nella strumentalizzazione da parte dell’indagata dei suoi poteri di presidente del Consiglio regionale: in tale veste ha esercitato in maniera distorta le attribuzioni del suo ufficio, piegandone finalità e obiettivi per interessi particolari, estranei all’interesse pubblico, violando i principi di imparzialità e buon andamento dell’amministrazione pubblica posti dall’art. 97 della Costituzione”, il tutto per “rafforzare la presenza del partito nelle istituzioni pubbliche, perpetuando una politica di occupazione e spartizione clientelare nei posti di responsabilità nelle pubbliche amministrazioni, secondo criteri di appartenenza politica e non di competenza tecnica”. Ecco perché è stata arrestata e dovrebbe risarcire lo Stato, anzichè batter cassa dallo Stato. Ed ecco perché si vuole riformare la Giustizia e la Costituzione.

Alla ricerca della qualità urbana perduta ...


ALLA RICERCA DELLA QUALITÀ URBANA PERDUTA...

OVVERO: DELL'EFFETTO TRISTEMENTE IRONICO DELL'ORGANIZZARE PROPRIO A EBOLI UN CONVEGNO SULLA "MANUTENZIONE URBANA"
(architectura, 13 settembre 2004)
"Per un progetto di manutenzione urbana - Il 29 novembre si terrà un seminario sulla manutenzione promosso dall'Università Federico II di Napoli in collaborazione con il Comune di Eboli e con il patrocinio dell'Associazione costruttori salernitani."
C'era una volta una cittadina in provincia di Salerno.
Si chiamava Eboli e c'era financo qualcuno che sosteneva che Cristo si fosse fermato lì ...
Oggi Eboli non c'è più.
Ovvero, sì, teoricamente è ancora lì, è segnata anche sulle carte stradali, quindi giuridicamente possiamo affermare che esista ancora.
Quello che non esiste più, invece, è il suo centro storico.
Ed era bello, una volta. Poi venne la Seconda Guerra Mondiale, e, più recentemente, nel 1980, un terremoto, che causò non pochi danni.
E, dopo anni (parecchi), finalmente si decise di ricostuire...
Ma, ahinoi, il risultato di questa "ricostruzione" ha veramente poco a che fare con l'espressione "qualità urbana".
La qualità urbana, a Eboli, non esiste, siamo spiacenti di doverlo constatare.
Eboli, nel ventunesimo secolo, è decisamente, e senza mezzi termini, brutta.

Non esiste la millantata qualità nel centro urbano contemporaneo, dove gli edifici costruiti dopo il terremoto gareggiano in bizzarrie lessicali-architettoniche, finendo col somigliare un po' tutti a degli esperimenti con i mattonicini lego di un bambino di quattro anni; non esiste nel centro storico, dove gli ultimi interventi edilizi non sono all'altezza del peggiore piano-zona 167, ed hanno di fatto tolto il diritto del centro della città di chiamarsi "storico"; non esiste nel rifacimento degli spazi pubblici, quali la piazza principale della città, Piazza della Repubblica, che fino a pochi anni fa sfoggiava un dignitosissimo disegno dei primi del novecento, mentre ora è ridotta ad un lastricato con "invenzioni" illuminotecniche simil-discotecàre, dove non si è nemmeno riuscito a far combaciare i varchi della pavimentazione con le strisce pedonali per attraversare la strada (e stiamo parlando di una piazza pedonale con un'arteria stradale cittadina molto trafficata che le gira attorno...).

Ed è perciò veramente grottesco vedere organizzato un convegno che parli di qualità urbana proprio in un luogo dove essa non c'è. Sarebbe come organizzare un banchetto di nozze tra due ricchi europei in un villaggio
affamato in Etiopia...
Una visita al complesso conventuale di San Francesco, la struttura che ospiterà il convegno, nell'(ex-)centro storico della città, è sufficiente per dimostrare quella che non è una teoria, ma la triste realtà dei fatti: quello che era un classico edificio pubblico è stato trasformato in un ibrido simil-decostruttivista, nell'accezione peggiore che si possa dare al termine. Di fianco alla chiesa di San Francesco, risalente al XII secolo, laddove sorgeva la facciata urbana che conteneva il chiostro del convento, sorge ora una quinta in cortina, con un'unica, finta finestra al primo piano, un pilastro a sezione tonda, uno a sezione quadrangolare e un setto posto in diagonale...
Solo poche settimane fa, proprio a Eboli è stata organizzata una manifestazione nazionale contro il condono edilizio - iniziativa lodevolissima negli intenti. Ma se i risultati degli sforzi architettonici ed urbanistici attuati nella legalità sono questi, allora non si capisce bene quale sia la differenza dai manufatti abusivi.
Se qualcuno crede di poter definire qualità urbana lo sviluppo edilizio della storia recente di Eboli (ma non solo di Eboli, ovviamente), allora millenni di storia dell'architettura e dell'urbanistica non ci hanno insegnato un granché.
[foto d'epoca: Archivio Luigi Gallotta]
(Giorgia Meschini)
COMMENTO

L’arch. Giorgia Meschini, sia pure per rapide pennellate, ma con linguaggio tecnico estraneo a chi scrive e purtuttavia comprensibile, denuncia un fatto gravissimo: lo scempio che è stato fatto del centro storico e della piazza della Repubblica.
Questa ricostruzione-rifacimento sembra sia avvenuto all’insegna del pressappochismo, che tange non solo la progettazione dei lavori, nella fattispecie relativi a (piazza della Repubblica, centro conventuale S. Francesco), ma e di riflesso anche il c.d. “centro storico” (da via del Castello a piazza Porta Dogana, via via verso piazza Pendino e ramificazioni collaterali), che di “centro storico”, per conseguenza, conserva solo il nome ma non le caratteristiche.
Questo intervento dell’arch. Meschini deve essere sfuggito all’amministrazione comunale pro-tempore o, probabilmente, è stato volutamente ignorato.
Certo è che in nome del terremoto del 1980 e a carico dei finanziamenti “a pioggia” che furono varati per tale infausto evento naturale sembra siano stati perpetrati danni (ormai, credo, non più dimostrabili) nel rifacimento di edifici che la “vox populi” indicava come non attinti dal movimento tellurico.
Di ciò l’attuale amministrazione comunale, specificatamente il sig. Sindaco avv. Martino Melchionda che è un pubblico ufficiale, deve prendere atto e segnalare alla sezione giurisdizionale della Corte dei conti della Campania (via Piedigrotta n. 63, 80122 Napoli, tel. N. 081/24.65.111 – fax n. 081/76.11.782), chiamando in causa il suo predecessore e tutto l’apparato tecnico del comune che a suo tempo presiedette alla gestione tecnico-economica dei fondi statuali e, probabilmente, anche di lavori finanziati da proprietari.
Il danno economico e di immagine all’Erario per responsabilità amministrativa sembra abbastanza evidente.

Luigi Morsello

Ispettore generale dell'Amministrazione penitenziaria