sabato 6 settembre 2008

La spia italiana che fece impazzire gli inglesi sull’isola nel 1935



MATTIA BERNARDO BAGNOLI
LA STAMPA
6 settembre 2008


E’ il 1935. Mussolini si lancia alla conquista dell’Etiopia in barba ai malumori della Gran Bretagna: una decisione che scatena le sanzioni economiche ai danni dell’Italia nonché un massiccio dispiegamento di unità navali britanniche nel Mediterraneo. Malta diviene così uno snodo strategico - e teatro delle gesta del Console Ferrante. Che oltre a sbrigare faccende diplomatiche teneva informata Roma sulle attività militari della Gran Bretagna, sosteneva la fazione filo-italiana e gestiva le spie che raccoglievano informazioni di intelligence - tra cui figuravano i suoi stessi figli.

Dagli archivi di Stato britannici, grazie al Freedom of Information Act, la legge che permette l’accesso a documenti ministeriali un tempo top-secret, spunta la vicenda da intrigo internazionale del marchese Ferrante, console generale d’Italia presso il protettorato di Malta. Ovvero il nemico numero uno dei servizi segreti britannici di stanza sull’isola. Ferrante, infatti, dopo essere stato trasferito nella roccaforte mediterranea dell’Impero, si trasforma negli occhi del Regime mussoliniano. «Pensavamo che il marchese Ferrante si sarebbe limitato a svolgere attività culturali e a occuparsi dei suoi impegni sociali - spiega un rapporto segreto datato 14 gennaio 1936 - ma dopo i primi arresti che hanno colpito gli agenti italiani presenti a Malta appare chiaro che il console in persona sia diventato il direttore delle operazioni di spionaggio: è un uomo molto intelligente, sposato con una cittadina americana e accompagnato da due figlie sveglie e graziose».

Il periodo è delicato. L’Europa è percorsa da venti di guerra e Malta per la Royal Navy rappresenta un porto essenziale. Ma la sua vicinanza con lo Stivale la rende instabile: solo l’anno precedente - il 1934 - gli inglesi avevano abolito l’italiano come lingua corrente sull’isola. E si apprestavano a spegnere ogni focolare pro-italico per garantirsi un teatro di operazioni affidabile. «Ammesso che si taglino le attività del Consolato italiano - continua il rapporto - e si prendano azioni immediate per arrestare un numero limitato di persone nel porto e altrove, il rischio di sabotaggi non dovrebbe essere alto».

«Sono dell’opinione - scrive a Londra un ufficiale dei servizi segreti dalla Valletta - che Malta sarebbe molto più sicura senza la presenza dell’intera famiglia Ferrante. Il marchese è sposato a un’americana alquanto affascinante e insieme hanno accesso a tutti i circoli dell’isola. Un’entratura che sfruttano in ogni potenziale». Le attività di spionaggio comprendono dettagliate missive - spedite attraverso la borsa consolare - sull’andirivieni delle corazzate britanniche nel porto di Malta. I britannici sono talmente preoccupati che pensano bene d’infiltrare una spia nel cuore stesso del Consolato, così da tenere sotto controllo le mosse dell’intera famiglia. E scoprono che Miss Virginia Ferrante, la figlia del console, viene usata come spia per acquisire informazioni sensibili - grazie alle sue frequentazioni con il circolo degli ufficiali. È stata proprio Virginia - mette in guardia la spia - ad essere entrata in possesso di importanti dettagli «sulle due torrette della H.M.S Courageous».

«Credo si stia dando troppo spago al Console italiano - scrive in un dispaccio datato 7 gennaio 1936 uno 007 britannico - e propongo che ai nostri giovani ufficiali sia vietato divenire socialmente coinvolti con la famiglia Ferrante. Sinora ci siamo mantenuti su di un livello generico: penso sia giunto il momento d’intraprendere azioni più energiche». In un altro dispaccio, poi, gli uomini del servizio segreto informano Londra che «le manovre dell’esercito e della flotta sono riportate a Roma praticamente senza sosta». Una situazione che, con il passare del tempo, diviene insostenibile. «Sappiamo - dice un rapporto top-secret destinato all’ufficio guerra di Londra - che chiedere la rimozione del console Ferrante potrebbe avere delle ripercussioni sulla nostra rete diplomatica in Italia. Ciò nonostante crediamo sia una misura ormai necessaria. Per convincere gli italiani delle nostre ragioni sarà sufficiente citare l’episodio Virginia». La famiglia Ferrante abbandonerà Malta quello stesso anno.


venerdì 5 settembre 2008

Eboli. Il parcheggio sotterraneo e i semafori di piazza Borgo



Luigi Morsello

Oggi ragioniamo di sprechi.

Vero è che, in cornice nazionale in cui gli sprechi di miliardi (di lire) non fanno nemmeno più notizia, ciò che intendo segnalare è, probabilmente, un granellino di sabbia.

Siccome però si tratta di denari del comune, quindi anche di denari del cittadini ebolitani, è ben che se ne parli, se ne scriva.

Eboli è ormai una cittadina decaduta, un comune di n. 38.528 abitanti censiti, che nei fatti superano di gran lunga le 45.000 unità presenti.

Sono venuto in possesso di reperti fotografici della Eboli prebellica, addirittura della I^ guerra mondiale, che testimoniano l’evoluzione di una cittadina verso l’abbellimento del proprio aspetto fino alla disastrosa II^ guerra mondiale, in cui un dittatore fascista l’aveva precipitata improvvisamente (“mi servono un migliaio di morti per sedere al tavolo della pace alla pari con la Germania di Hitler” pare abbia detto) e il terremoto del 1980 per iniziare un decadimento sempre più accelerato, che oggi è sotto gli occhi di tutti.

Sono già pubblicati sul mio blog con uno slide-show.

Diceva Ennio Flaiano che l’italiano, quando si ricorda di essere italiano diventa subito fascista. Oppure non se ne ricorda affatto e allora parla laconicamente del nostro paese, con distacco, scetticismo; diventa banale e, in genere, lagnoso. Ma Appena lo zoom si restringe al borgo natio … si accende la passione, la frase si colora, lo sguardo diventa originale. (Curzio Maltese – I padroni delle città – Serie Bianca Feltrinelli – 2007 – pag. 11).

Credo che questo credo non possa adattarsi ai piccoli comuni, sono sicuro che così è anche per Eboli, dove vige stagnazione, dove il sindaco in carico e quello precedente, oggi consigliere regionale, si scaraventano addosso accuse reciproche (Martino Melchionda dichiara “Ha lasciato solo debiti” e sfida il suo predecessore ad un pubblico dibattito, chiosa questa mattina (3 settembre 2008) la stampa locale.

È il bene del paese ? La gestione della ‘res publica’ ? I bisogni, le necessità, le esigenze, le urgenze dei cittadini ? Chi ci pensa ? E lo stato dall’ordine pubblico in Eboli, la situazione del tessuto sociale sempre più sfilacciato e degradato ? Interessa a qualcuno ?

Ma sapete quanto che ce ne importa della vostra ‘rese dei conti’ ?


Ho visto qualche giorno fa una macchina del comune che recava sulle fiancate una scritta (la ripeto come ricordo) “Servizio controllo abusivismo edilizio”: m’è venuto (quasi) da ridere, ricordando l’ossessione (sacrosanta) del precedente sindaco in tale direzione, mentre in casa propria, non a Campolongo, si perpetravano le peggiori sciagure, lo scempio del patrimonio edilizio comunale (v. in questo blog: Giorgia Meschini - “Alla ricerca della qualità urbana perduta..” – 2 settembre 2008).

Si tratta di perdite irreparabili di memorie storiche, che dovevano essere oggetto di “restauro conservativo”, nel rispetto dell’aspetto anteriore alle distruzioni e al degrado.

Torniamo al ‘piccolo’ spreco, quasi certamente della precedente gestione comunale.

Si tratta di un impianto di semafori, installato per gestire la viuzza che da piazza Borgo porta fino all’inizio della salita che porta a S. Antonio.

Per intenderci, quella dove sta al pizzeria Perrotta.

Incredibilmente, questo impianto, installato, non è stato mai messo in funzione.

Si compone, anzi si componeva di due gruppi di semafori, ad inizio e fine della stradina, e otto palificazioni con dispositivi intermedi per segnalare lo stato della viabilità. Almeno credo, perché sono rimasti solo gli otto pali, gialli, dei dispositivi che vi erano stati installati nemmeno l’ombra.

Ciò che più lascia perplessi è la circostanza che quell’impianto di semafori appariva ed appare, ‘icto oculi’, del tutto inutile, posto che il flusso di macchine nei due sensi di marcia è quasi inesistente.

Anche in questo caso il possesso della qualifica e dei poteri-doveri del pubblico ufficiale dovrebbe consigliare al sindaco “pro-tempore” di inviare informativa alla sezione giurisdizionale della Corte di Conti di Napoli, come ho già consigliato di fare per la ricostruzione del complesso conventuale di S. Francesco e per l’inutile, anzi dannoso rifacimento di piazza della Repubblica, rifacimento che ha comportato la scomparsa dell’assetto ovoidale, con una doppia ellissi, interna ed esterna, della piazza medesima.

A tale ultimo proposito sono venuto a conoscenza che per la posa in opera dell’attuale pavimentazione si è provveduto alla rimozione di uno spesso strato di terreno, e fin qui va bene, e la realizzazione di un massetto di cemento armato molto spesso, in calcestruzzo ed una rete metallica elettro-saldata inserita nel massetto, quasi come se la pavimentazione avrebbe dovuto sopportato enormi carichi di lavoro e non ospitare i cittadini per il passeggio,così come in passato.

Inoltre, radici di alberi ingombranti sarebbero state tagliate, con seguente danno e moria di molti alberi.

Ripeto: sono venuto in possesso di venti fotografie d’epoca delle Eboli antica, con le quali ho attivato nel mio blog uno “slideshow” (immagini scorrevoli) a testimonianza di una evoluzione prima ed una involuzione poi (in nome di quale interesse ? Boh !) dell’edilizia ebolitana, fino al totale stravolgimento della memoria storica dell’antica architettura, che è visibile sulla prima pagine del blog, sul lato sinistro della pagina.

Ma insomma, cosa si vuole che importi una (ormai) anonima cittadina, la memoria della cui esistenza è ancorata unicamente ad un capolavoro di un medico-scrittore-pittore ebreo, che chiamò il suo maggiore successo editoriale “Cristo si è fermato a Eboli”).

Di due sprechi desideravo parlare, uno già consumato, uno “in fieri”.
Quello consumato l’ho già descritto.
Resta da parlare dell’altro, quello ancora in divenire, alludo, anzi indico chiaramente quello relativo al progetto di realizzare parcheggi sotterranei in piazza Borgo, contro i quali si formò un comitato di residenti, fieri oppositori del progetto.
Non se ne parla più, quanto meno io ne ho più saputo niente.

Al riguardo un coraggioso sottufficiale della Guardia di Finanza , nato e residente a Eboli, ma in servizio a Napoli, scrisse un articolo di forte denuncia (V. Il Giornale di Eboli – Armando Voza - Un progetto di sistemazione discutibile – 10 marzo 2008) al quale si rinvia.
Alla penna di Voza si deve un altro coraggioso articolo (v. La Cupola – Il Giornale di Eboli – 7 marzo 2008), mentre un altro articolo è stato pubblicato sul mio blog (Il Giornalieri – Prima che sia troppo tardi – 25 maggio 2008) che pure appare opportuno compulsare.

Chi scrive non ha potuto non notare l’accuratezza della ricostruzione dei fatti, operata dal Voza, il cui unico desiderio, la cui unica aspirazione sembra essere quella di far pulizia.

Nel tempo mi sono formato un’opinione ben precisa, tornando più volte in piazza borgo, anche per motivi privati.

Il progetto è demenziale !

Pensare di poter scavare a ridosso dei fabbricati in uno spiazzo lungo e stretto per ricavarvi un certo numero, modesto, di posti macchina e box auto da affittare o vendere ha il sapore di una pura e semplice speculazione edilizia, camuffata di “project financing”, in cui il beneficio per l’erario sembra essere modesto, mentre cospicuo sembra essere quello a favore del gruppo di finanziatori.

Il giudizio resta negativo anche nell’ipotesi in cui, com’è verosimile, la superficie della piazza continui, a lavori finiti, ad essere utilizzata per parcheggio, com’è oggi.

Anche se non conosco il progetto e i disegni tecnici che lo corredano, per mia lunga esperienza, durante 40 anni passati alla direzione di carceri, vecchie e nuove, in cui anche nelle nuove abbisognava manutenzione ordinaria degli immobili, mentre per i vecchi carceri occorreva anche manutenzione straordinaria, non mi è difficile capire che la rampa di accesso all’autorimessa sotterranea e la via di fuga in caso di pericolo si ‘mangeranno’ tutto lo spazio disponibile agli attuali accessi a piazza borgo dal “centro storico” e dalla piazza dell’attuale mercatino ortofrutticolo del sabato, alle spalle della chiesta di S. Maria della Pietà.

Proporre un intervento di simile dimensioni poi un una situazione viaria degradata, in cui non esistono parcheggi liberi, delimitati da strisce bianche e parcheggi residenziali delimitati da strisce gialle (destinato ai residenti che ne facciano richiesta e paghino una tassa annuale – a Lodi è di 100 euro l’anno), ma solo parcheggi delimitati da strisce blu, solo teoricamente a pagamento (mancando le zone del tutto libere, nessuna multa per parcheggio in divieto potrebbe essere elevata – ma ciò non esime la polizia municipale di farle le multe), cos’è realmente questo progetto, disancorato da un piano generale di riassesto, che non mi risulta esistente) se non un insulto alla memoria storica di Eboli.

Certo, ve ne sono stati tanti di insulti !

Ma un buon amministratore deve accettare o proporre trovare una simile dirimente ?


(continua)

La Polizia Municipale di Eboli


Luigi Morsello

Si legge nel sito del comune di Eboli: “Gianluca Morrone 30 anni, l’assessore più giovane dell’esecutivo Melchionda.
Diplomato all’Istituto Magistrale di Campagna, iscritto all’albo dei giornalisti pubblicisti, dal 1993 segue la politica, la sua passione. Responsabile nel 2003-2004 del settore comunicazione e promozione dell’ASI di Napoli, Responsabile commerciale della Fiera Campionaria di Eboli nel 2003, 2005 e 2006 contribuendo alla valorizzazione delle tradizioni ebolitane, non ha, però, mai abbandonato la ‘ragion di stato’.
Dal Direttivo Giovanile Provinciale del Partito Popolare a segretario cittadino di Rinnovamento Italiano, il passo è breve.
Dalla segreteria della Margherita alla Giunta di Centro-Sinistra dell’Amministrazione Melchionda passando per scelte politiche che contribuissero al rinnovamento della città.
Quotidianamente presente nelle stanze comunali riceve i cittadini. E’ nostro compito garantire i diritti di chi rappresentiamo” annuncia all’insediamento l’assessore Morrone.”


I miei complimenti all’assessore Morrone per la sua rapida carriera.

Il sito non dice da quando il Morrone è assessore con delega specifica, ma mi pare di ricordare che è accaduto a primavera inoltrata, quando ancora ero “redattore e responsabile unico” della versione online de Il Giornale di Eboli, più o meno quando l’editore Benito Ingenito e il direttore responsabile Antonio Mancini si sono riavvicinati al Sindaco Melchionda.

A metà maggio non avevo più alcun rapporto con quel foglio locale e ne ho compreso appieno le ragioni profonde. Ma mi sono creato un blog apposito, dal quale continuo ad osservare e a segnalare obbiettivamente ciò che io, cittadino residente di Eboli, vedo non funzionare nella mia città.

Qualche notizia di stampa.

“Otto immigrati irregolari fermati e diversi mezzi di trasporto sequestrati senza targa e risultati rubati. E’ il bilancio di un’operazione congiunta della Polizia Municipale e della Guardia di Finanza di Eboli.
L’operazione era stata chiesta dallo stesso primo cittadino di Eboli, Martino Melchionda, preoccupato per la situazione della sicurezza, soprattutto nelle aree periferiche di Eboli.
L’intervento è cominciato alle ore 20 circa di ieri e si è concluso all’alba di questa mattina. Nel mirino di finanzieri e vigili urbani soprattutto un bar in località Santa Cecilia, presso il quale si erano registrati diversi movimenti sospetti.
Alla Polizia Municipale di Eboli erano giunte diverse segnalazioni di residenti insospettiti da alcuni movimenti di immigrati intorno all’esercizio pubblico. Nei giorni scorsi, poi, c’erano stati diversi appostamenti di vigili e finanzieri per verificare la veridicità delle segnalazioni.
Lunedì sera, poi, l’intervento congiunto che ha impegnato una ventina di vigili e finanzieri e diversi mezzi dei due corpi. Nel corso dell’operazione, oltre agli 8 immigrati risultati non in possesso del permesso di soggiorno, e dunque irregolari, sono stati sequestrati 4 scooter ed un mezzo per il trasporto merci, tutti senza targa e risultati rubati.
Oltre agli 8 immigrati irregolari fermati, finanzieri e vigili avevano fermato un ulteriore immigrato, ancora irregolare, che si è dato alla fuga e, nonostante sia stato inseguito dai vigili urbani di Eboli, è riuscito a far perdere le tracce in prossimità della litoranea.
L’operazione congiunta di Finanza e Polizia Municipale ha portato ad individuare nell’esercizio commerciale preso di mira una vera e propria centrale di raccolta dell’immigrazione clandestina.
«Questo tipo di intervento - ha sottolineato il Sindaco di Eboli, Martino Melchionda - costituisce anche un’iniezione di fiducia per i cittadini residenti che chiedono maggiori controlli in tema di sicurezza. A nome della Città devo rivolgere il ringraziamento sia alla compagnia della Guardia di Finanza di Eboli, che ha collaborato in questa iniziativa, sia ai nostri vigili urbani che hanno profuso un grande impegno, non solo nei controlli, ma anche nell’inseguire un immigrato irregolare che ha voluto sottrarsi ai controlli delle forze dell’ordine».
L’intervento della scorsa notte non rimarrà isolato. Lo annuncia l’assessore comunale alla sicurezza, Gianluca Morrone: «Proseguiremo in questo tipo di interventi - annuncia l’assessore Morrone - anche in altre zone del territorio comunale. Opereremo controlli incrociati, anche di tipo fiscale, insieme con la Guardia di Finanza, in modo da contrastare maggiormente il fenomeno dell’immigrazione clandestina e dell’illegalità in genere sul nostro territorio».”(Redazione Salerno Press, 22 luglio 2008).

Eccellente, sig. Sindaco e sig. Assessore Morrone.

Però mi urge una domandina piccola piccola.

Ma di quello che accade in Eboli, della viabilità in Eboli ne sapete qualcosa ?

Mi spiego, cercando di evitare una lunga elencazione.

Ciò che si osserva costantemente è lo stato disastroso della segnaletica orizzontale, di qualunque tipo, sia per delimitare le zone parcheggio (a proposito, non sono delimitate le zone a parcheggio libero – striscia bianche – e, mi pare, quelle residenziali - strisce gialle), si per segnalare gli stop, anche – e questo è grave – nelle rotatorie.

Prevedo l’obiezione, la segnaletica orizzontale si logora: e allora venga rifatta ! So che si usa, per la rapidità con cui va in ‘fuori polvere’ la vernice alla nitro: si usi quella della migliore qualità e, soprattutto, si controlli !
La seconda osservazione è relativa al dispiegamento, a quanto mi appare, di mezzi motorizzati (motociclette ed autovetture); le divise della polizia municipale motorizzata (motociclette) è davvero appariscente, dà l’impressione di trovarsi di fronte a dei veri e propri guerrieri: mezzi stivali, anche d’estate, paletta segnaletica infilata in uno di essi: la stazza degli agenti di polizia municipale è, a quanto ho constato, imponente: sono dei giganti, alla pari coi tempi della gioventù d’oggi.

Allora mi chiedo: perché non intervengono ? Addirittura la "vox populi" riferisce di avere visto parcheggiate sulle strisce pedonali in piazza della Repubblica un'autovettura privata e, in doppia fila, una della polizia municipale, entrambe senza guidatore !


Ieri sera è stato dato di osservare un'altra autovettura-furgoncino della polizia municipale stazionare all'incrocio fra via Umberto Nobile e viale Amendola, vi erano quattro vigili di cui una donna che osservavano impassibili la situazione, senza apparentemete preoccuparsi del raffico di queste due arterie, sempre caotico, con i pedoni che attraversano il passaggio pedonale e lunghe file di macchine formarsi, appunto, in via Umberto Nobile. Per non parlare degli automobilisti, tutti senza la cintura di sicurezza, e delle moto, guidate da persone senza il casco.

Quando si tratta di usarli contro i clandestini (i veri diseredati della terra), si fanno operazioni coordinate con al Guardia di Finanza, in nome della sicurezza e dell’ordine pubblico.

La sicurezza, questo feticcio berlusconiano è diventato cavallo di battaglia di ogni amministrazione comunale, comprese quelle di sinistra, come quella ebolitana e si spande a piene demagogia !

Poi, si va guardare la situazione interna alla città e si osserva di tutto: vi è licenza di fare quello che si vuole.
Pare che gli ebolitani D.O.C. (io sono un immigrato) abbiano il gusto di usare la macchina anche per fare un percorso di 100 metri.

Questa è una città che ha, censiti, circa 40.000 abitanti ed ha un servizio pubblico di trasporto urbano: circolano sempre quasi del tutto vuoti, anche se un po’ che non vedo circolare più !

L’ovvia conseguenza è che il centro cittadino è intasato fino all’inverosimile, si pretende di andare a fare acquisti nei (modesti) esercizi locali, arrivando in macchina fin davanti tali esercizi !

Analogamente fanno i titolari degli stessi, a quanto è dato vedere !

Ma il centro cittadino non ha posti macchina per tutti, inoltre il sistema dei parcheggi non è disciplinato, per quanto mi è stato dato di vedere, da macchine erogatrici del tagliando orario di parcheggio: a nord si fa così dappertutto !

Perchè qui no ?

Torniamo alle macchine: sono parcheggiate dappertutto !

Le regole del codice della strade, almeno per quanto mi è dato di ricordare, impedisce di parcheggiare a meno di 8 metri dall’incrocio. Ebbene qui si parcheggia a ridosso dell’angolo d’incrocio, nelle curve, dappertutto, ripeto.

Quello che indispettisce di più il cittadino, almeno quelli della mia età che hanno ancora una obsoleta cultura dell’osservanza delle regole, è la circostanza che non vede mai la polizia municipale intervenire.

Si vedono sostare, dopo aver parcheggiato macchina di servizio e motociclette dove capita (hanno ragione: non c’è posto nemmeno per loro !), a chiacchierare fra di loro o con qualche loro amico, indifferenti a ciò che accade intorno a loro: non sono stati mai visti elevare un verbale di contravvenzione per sosta vietata, probabilmente le fanno, ma non nel centro cittadino.

C’è chi sostiene che e casse comunali potrebbero essere rinsanguate anche solo dalle contravvenzioni, specie quelle per sosta vietata.

Il massimo lo si raggiunge quando, in determinate fasce orarie, gli operatori della polizia municipale vanno alla ricerca dei proprietari delle autovetture in sosta vietata che rendono difficoltoso il traffico, soffiando con tutta l’energia nel loro fischietto, per poi invitare il contravventore a rimuovere la propria macchina, senza elevare il verbale di contravvenzione.

Facciano, sig. Sindaco ed Assessore Morrone, una passeggiatina ad ore imprecisate e non programmate, prendano visione di quanto sto raccontando, si rendano conto e dettino disposizioni precise.

Lei, sig. Sindaco, è un avvocato, sa che il non multare una infrazione è reato: omissione di atti d’ufficio e abuso d’ufficio per motivi patrimoniali (l’importo delle contravvenzioni che non entrano nelle casse del comune e restano nella disponibilità dei contravventori, con conseguente danno erariale, anche): perché non lo fate capire alla polizia municipale ?

(continua)

Antonio Di Pietro - Capitolo 2 - La questione Gorrini


In questi anni, molti si sono divertiti e molti hanno avuto interesse a criminalizzarmi a seguito di un’inchiesta svolta nei miei confronti nel 1995 dai magistrati di Brescia (specie il dr. Salamone di cui ho parlato nel primo capitolo) e riguardante i miei rapporti con il dr. Gorrini, avvenuti oramai oltre 20 anni addietro. Secondo l’accusa, io avrei preteso da Gorrini:

- un prestito di 100 milioni, senza interessi;


- la cessione gratuita di una autovettura Mercedes;


- l’affidamento a mia moglie (che fa l’avvocato) di cause della Maa Assicurazione riguardante sinistri stradali;


- il ripianamento dei debiti contratti alle corse dei cavalli da Eleuterio Rea, persona che avrei pure favorito all’epoca in cui egli divenne Capo dei Vigili di Milano.


In tutti questi anni, le suddette accuse mi sono state rinfacciate in ogni occasione, come se avessi davvero commesso i reati in questione. Anzi tutti oramai le danno per acquisite.


Ebbene, pubblico la sentenza di primo grado n. 189 del 29.03.96 del GIP di Brescia (allego il documento integrale diviso in pagine: indice - 1-20 - 21-41 - 42-62 - 63-83 - 84-104 - 105-134), in cui - dopo una meticolosa ricostruzione di tutti gli avvenimenti in ben 132 pagine fitte fitte di motivazione - il giudice così conclude : “dichiaro non luogo a procedere nei confronti di Di Pietro Antonio in ordine ai reati ascritti perché i fatti non sussistono”. Per intenderci, le accuse sopra menzionate – e di cui giornalisti prezzolati e politici interessati si sono riempiti la bocca in tutti questi anni per denigrarmi – semplicemente “non sussistono”. Come a dire che – se fossi stato accusato di omicidio – il morto sarebbe in realtà vivo.


Non basta. Anche la Corte di Appello di Brescia, investita della questione dalla Procura, ha confermato senza riserve la sentenza del GIP. Pubblico la sentenza d’Appello n. 829/97 del 9 luglio 1997 della Corte di Appello di Brescia (allego il documento integrale diviso in pagine: indice - 1-20 - 21-31 - 32-42 - 43-53 - 54-64 - 65-75 - 76-86 - 87-97 - 98-107), anch’essa preceduta da una motivazione di oltre 100 pagine.


Per una più comoda lettura, invito a seguire gli appositi indici, sia della sentenza di primo grado che della sentenza d’appello dei rispettivi quel documenti.


A questo punto, vi chiederete: ma perché allora Gorrini ha accusato ingiustamente Di Pietro? Se lo è chiesto anche il Giudice ed al riguardo ha scritto l’apposito capitolo 9°, significativamente intitolato “le reticenze, gli interessi, i legami di Gorrini”. Sono ben 29 pagine di “cruda verità” (da pag. 71 a pag. 99 della prima sentenza), finora sostanzialmente inedite, che da sole dovrebbero bastare per far capire (a chi ne ha voglia ed è scevro da preconcetti di qualsiasi natura) che cosa all’epoca è stato messo in piedi – e chi lo ha fatto e perché – per fermare Mani Pulite.


Sull’analisi di queste 29 pagine di motivazione giudiziaria tornerò a parlare in uno dei prossimi capitoli di questa storia a puntate. Per ora mi basta segnalare il seguente passo della sentenza del GIP: “…scaturisce il fondato sospetto che lo stesso (Gorrini) abbia volutamente alterato i contenuti reali dei rapporti con Di Pietro, strumentalizzandoli per interessi propri e di altri personaggi inquisiti dall’ex magistrato che finalmente potevano vedere nella vesta di accusato il loro acerrimo accusatore…” (vedi pag. 84 sentenza primo grado).


Già, ma chi sarebbero questi altri personaggi? Si legge a pag. 72 della stessa sentenza: “…Gorrini…si era presentato dopo essersi rivolto nel settembre 94 a Berlusconi Paolo, imputato in vari procedimenti della c.d. Tangentopoli promossi da Di Pietro e dal Pool Mani Pulite, al Berlusconi avendo fornito copia di un promemoria datato 4.10.1994, contenente le accuse…(a Di Pietro)”.


Si legge, inoltre, a pag. 89 sempre della stessa sentenza: “…Il Gorrini ha narrato che aveva contattato Berlusconi e Cusani (quello del processo Enimont) indicati come "i due marpioni là" onde "far loro presente in quale situazione loro mi avevano coinvolto…".


Insomma, risulta per tabulas che Gorrini, prima di recarsi dagli inquirenti a raccontare una vicenda non vera, aveva in qualche modo concordato la storia con Paolo Berlusconi. Allora è forse il caso di ritornare al tipo di indagini di cui mi stavo occupando nella rovente estate del ‘94. Avevo da poco chiesto l’arresto di Paolo Berlusconi per la vicenda delle tangenti alla Guardia di Finanza…il fratello Silvio (che poi sarà inquisito pure lui per gli stessi fatti) era Capo del Governo e promulgò il decreto Biondi con cui venivano fermate le nostre indagini…io e gli altri del Pool ci appellammo al paese…nel frattempo dalla Svizzera stavano arrivando rogatorie compromettenti… proprio il giorno in cui Gorrini datava il suo promemoria accusatorio per Paolo Berlusconi, io presentavo all’udienza del processo Enimont le carte che mi erano arrivate dai colleghi Svizzeri sul conto All Iberian (che, per chi non lo ricorda, era il conto estero su cui transitò il denaro dal Gruppo Berlusconi a Craxi, anche in relazione alla vicenda per cui poi furono condannati Previti e Squillante).


Ma per oggi fermiamoci qui. La storia è troppo lunga per raccontarla in una sola volta.


MENZOGNA DI STATO



Antonio Di Pietro
dal suo blog


Il Los Angeles Times il 30 agosto ha pubblicato un articolo sulla situazione dei rifiuti in Campania. Tremonti qualche giorno fa in una sua dichiarazione tuonò che il governo Prodi aveva lasciato in eredità al governo Berlusconi IV due problemi: quello della monnezza e quello di Alitalia. Uno è stato risolto solo attraverso i giornali e i media di proprietà, quello dei rifiuti campani, l'altro è stato risolto con una soluzione porcata, quello di Alitalia. Ora non voglio parlare di Alitalia, ma della monnezza campana perché questo articolo, che non dice nulla di nuovo a chi è informato sui fatti, lascia molta amarezza in chi lo legge. Questa classe politica ci stà riportando ai livelli di un Paese del terzo mondo vendendoci un immagine di un Paese finalmente al passo con i tempi. Menzogne, solo menzogne. Nella questione campana, come riporta l'articolo, ci sono stati morti ammazzati dalla camorra, nessun politico arrestato, nessun camorrista arrestato, nessuna responsabilità ancora accertata. Questi sono i soli fatti. Le dichiarazioni di Silvio Berlusconi che la vicenda campana è stata risolta è semplicemente una menzogna di Stato.


Riporto l'articolo del Los Angeles Times dal titolo "I mafiosi italiani bloccano i tentativi di ripulire mucchi di rifiuti tossici":


"I residenti della zona di Napoli hanno un tasso di cancro e di altre malattie più alto. Gli attivisti che combattono sono stati minacciati e i testimoni uccisi.

Santa Maria Capua Vetere, Italia - Raffaele del Giudice era un crociato. Chiuso in una giacca sportiva e una Fiat scassata, si aggirava per le discariche illegali del sud Italia, coprendosi il naso contro il fetore ed esponendo quello che lui considera il crimine ecologico del secolo.Poi la gente ha cominciato a essere minacciata. Ostracizzata. Uccisa. Del Giudice ha disdetto la sua crociata.

Perché quando ti scontri con l’immondizia qui nella regione Campania, ti scontri contro una mafia potente e brutale conosciuta come Camorra. La Camorra, basata a Napoli, controlla l’importo, il trasporto e l’eliminazione di milioni di tonnellate di immondizia, un giro di affari estremamente lucroso nel quale il gruppo segue le sue regole, ignora le leggi sui rifiuti tossici e contamina quella che una volta era fertile terra agricola, campagna, foreste e fiumi.

A parte la sgradevolezza di tutto questo, prove suggeriscono ora che la spazzatura sta avvelenando la catena alimentare e potrebbe causare cancro, difetti al feto e altri problemi di salute. Del Giudice la chiama la Chernoyl d’Italia.

Ci sono altri simboli drammatici e putridi del persistente potere della mafia, e dell’impotenza - alcuni dicono volontaria - del governo di affrontarla. E’ quasi un cliché: Tony Soprano, dopo tutto, si occupava di “smaltimento rifiuti”. (personaggio di una serie televisiva, The Sopranos, sulla mafia italo-americana, N.d.T.)

Per la maggior parte dell’anno scorso, la Campania è stata soffocata sotto toreggianti montagne di spazzatura suppurante e non raccolta. Le discariche, legali e illegali, erano piene fino a debordare. Fino a quando squadre di pulizia si sono finalmente mosse in luglio, mari di spazzatura bloccavano strade e portoni, e inghiottivano marciapiedi e parchi. La Camorra periodicamente pagava ragazzini zingari per dare fuoco a porzioni dei rifiuti, creando scene dantesche di una terra a fuoco, villaggi e paesi pieni di fuoco tossico.

La piaga del sud Italia si è meritata sanzioni dall’Unione Europea e la condanna da organizzazioni internazionali sulla salute. Ha risvegliato violente proteste quest’anno e ha contribuito alla caduta del governo del Presidente del Consiglio Romano Prodi in primavera.

Questo non è un problema nuovo. Per più di 15 anni, con il governo che ha speso più di un miliardo e 300 milioni di euro e che ha nominato sette “zar della spazzatura”, il problema non è scomparso. Non si risolve perché i mafiosi, e i politici che tengono in pugno, non vogliono che lo sia.

“Per anni i rifiuti si sono accomulati, non è stato fatto niente per ripulirli, e le conseguenze sono letali.” dice Donato Ceglie, il principale Pubblico Ministero che si occupa della “eco-mafia” in questa regione. “Hanno avvelenato la terra. Hanno avvelenato l’acqua. E sta peggiorando. La spazzatura sta ancora arrivando.”

Il racket funziona così. Centinaia di fabbriche, complessi industriali e aziende di ogni tipo nel ricco nord Italia e in altre parti d’Europa contattano il mediatore per avere i loro rifiuti rimossi. Per ridurre i costi, questi mediatori si rivolgono a circa 20 ditte di smaltimento in Campania, quasi tutte, dicono i Pubblici Ministeri, controllate dalla Camorra.

La Camorra ha entusiasticamente reso il povero sud Italia la discarica del mondo, o almeno parte del mondo. Camion trasportano i rifiuti al sud di giorno e di notte, per tutto l’anno, e lo depositano principalmente in discariche illegali e senza regole.

Nessun tipo di spazzatura è troppo orrenda: scorie metallurgiche, liquami di concerie, pneumatici, frigoriferi e cucine economiche scartate, carcasse putride di animali, rifiuti medici - un nauseante pozzo nero di schifezze.

I camorristi hanno gradualmente cacciato via gli agricoltori e hanno ottenuto il controllo di sempre più terra, dove scaricano la roba. Ma la Campania si sta riempiendo.

E così la Camorra è diventata globale.

Enormi containers, che arrivano dalla Cina pieni di giocattoli scadenti e abbigliamento firmato falso, scaricano e poi si riempiono di spazzatura, dicono i Pubblici Ministeri. In un intervento della polizia di due anni fa, gli agenti della dogana hanno confiscato 9 mila tonnellate di rifiuti che erano stati messi di contrabbando su navi da carico, la metà destinate alla Cina.

Gli ambientalisti sono particolarmente preoccupati degli effetti sulla produzione del cibo e sulla salute. Sostanze tossiche sono filtrate dai rifiuti nelle falde acquifere, inquinando i ruscelli da cui le mucche e le pecore bevono e l’erba di cui si nutrono. Ancora più veleno viene vomitato nell’aria quando si brucia spazzatura.

La Campania ospita i greggi di bufale il cui latte è utilizzato per produrre la miglior mozzarella. Livelli inaccettabili di diossina, agente cancerogeno, sono stati trovati quest’anno in qualche mozzarella, minacciando l’esportazione di uno dei migliori prodotti italiani, un giro d’affari da 350 milioni di euro.

Gli scienziati continuano a studiare il nesso tra i rifiuti e la salute, ma stanno già indicando tendenze allarmanti, secondo l’Organizzazione Mondiale della Salute, incluso un tasso che eccede le norme regionali o nazionali per i cancri allo stomaco, reni, fegato e polmoni e anche malformazioni congenite. In alcune zone fra Napoli e la città di Caserta, i residenti hanno da due a tre volte più possibilità di sviluppare un cancro al fegato che quelli nel resto del paese, secondo il Consiglio Nazionale di Ricerca italiano.

Ad una delle molte proteste contro la spazzatura quest’anno, molte donne si sono avvicinate ai giornalisti per lamentarsi di quella che loro chiamano la piaga dei cancri e tumori che affligge le loro famiglie. Alcune hanno mostrato le fotografie di bambini malati, una donna ha mostrato le cicatrici di quella che lei ha descritto come un’operazione chirurgica per cancro alla tiroide.

Il disgusto pubblico è finalmente diventato tanto grande quanto la spazzatura e, con Del Giudice in testa, i cittadini hanno deciso di sconfiggere la Camorra e di tentare di reclamare la terra e di ristabilire una normale vita familiare.

Hanno installato recinti per reclamare la proprietà della campagna e bloccare i rilevamenti della Camorra. Gli agricoltori hanno organizzato mercati per vendere i loro prodotti e migliaia di residenti hanno considerato importante frequentarli. Le scuole hanno organizzato recite anti-mafia in classe.

“Vedere questo tipo di vita e di unità ha dato fastidio alla Camorra,” ha ricordato con soddisfazione Del Giudice, 40 anni, un ambientalista facilmente eccitabile con occhiali e una zazzera di capelli che si stanno ingrigendo.

Ha continuato ad aggirarsi per la campagna, concentrandosi nel cosiddetto triangolo della morte fra Napoli e Caserta, un’area dove lui è nato e dove la sua famiglia una volta coltivava la terra. Ha documentato le discariche abusive e l’orripilante inquinamento, fotografando segretamente quello che scopriva. E’ stato il protagonista di un documentario che raccontava le sue scoperte e ha raccolto testimonianze di agricoltori assediati e residenti disgustati.

Si stava creando lo slancio, e Del Giudice e i suoi compagni attivisti si aspettavano che la polizia e gli ufficiali statali gli dessero sostegno nella sfida alla Camorra.

Invece, apparentemente la Camorra decise di prendere l’iniziativa. Killer della mafia cominciarono a eliminare sistematicamente diverse persone che stavano cooperando con i magistrati in indagini contro la Camorra. Quattro persone furono uccise nel giro di poche settimane, fra cui l’uomo d’affari Michele Orsi.

Orsi gestiva una compagnia di smaltimento dei rifiuti e lavorava con la Camorra. Ma dopo anni al soldo dei mafiosi e a dover prendere ordini da loro e dai loro padroni politici, ha deciso di diventare un pentito per lo stato. E’ stato ucciso da una raffica di 18 proiettili poco prima di testimoniare in tribunale su presunti legami fra la Camorra e i politici.

L’intimidazione degli agricoltori e degli altri che stavano lavorando con Del Giudice è stata più subdola. Gli agricoltori arrivavano nei loro campi e trovavano alberi abbattuti nel corso della notte, o macchinari distrutti. Uomini armati sparavano contro fienili e serre.

Diversi agricoltori e residenti apparsi nel documentario con Del Giudice sono scappati dalla regione, abbandonando le loro proprietà; altri hanno visto i loro affari ridursi a zero.

Si rivolsero a Del Giudice: tu ci hai promesso che saremmo stati aiutati; ci hai mentito. E Del Giudice ha ricevuto avvertimenti passati attraverso conoscenze: stai lontano.

“E’ la mia terra, sono nato qui, e adesso mi viene detto che non ci posso andare,” ha detto, sull’orlo delle lacrime, nel suo disordinato ufficio di Napoli, dov’è il capo regionale del gruppo ambientalista Legambiente. “Non è solo paura; è avvilimento.”

La Camorra ha sofferto una grande sconfitta. Una corte di appello di Napoli ha confermato sentenze a vita per quattro dei maggiori boss di uno dei gruppi più potenti della Camorra, concludendo una indagine di dieci anni chiamata Operazione Spartacus.

Ma pochi qui pensano che farà molto per rallentare le attività della Camorra. Ci sono già altri mafiosi pronti a prendere il posto di quelli che vanno in prigione
.
“La Camorra mi ride dietro adesso,” ha detto Del Giudice. “Hanno vinto".”

Il Wwf costretto a rinunciare. "Nulla da fare per gli orsi polari"



La Repubblica
3 settembre 2008


GROENLANDIA - Dispersi. Senza lasciare traccia. Tra i ghiacci del Polo Nord e il mar Artico. Ci sono poche speranze per i nove orsi polari naufraghi nel mar Artico. Una decina di giorni fa erano stati avvistati mentre nuotavano al largo dell'Alaska, dopo che l'iceberg su cui si trovavano si era sciolto a causa del surriscaldamento globale. Rimasti senza ghiaccio e habitat, erano in acqua in cerca di un nuovo approdo.

Il Wwf Alaska aveva informato che una spedizione, con l'aiuto della Marina Usa, stava studiando il modo di inviare una nave, una piattaforma che doveva fare le funzioni di una nuova banchina artificiale in grado di soccorrere gli orsi e trasportarli sul ghiaccio vero. Una specie di Arca di Noè. Ma sul sito internazionale dell'associazione animalista il primo settembre è apparso quasi un requiem per gli animali.

"Molti lettori ci chiedono perchè non interveniamo - si legge - pur provando dolore per questi animali, sfortunatamente, non c'è modo per salvarli". Ritrovarli dove erano stati avvistati giorni fa (a circa 320 chilometri dalla costa), è quasi impossibile data la vastità del mar Artico, la forza delle correnti e la rapidità a cui riescono a nuotare gli orsi polari adulti, spiega il Wwf. Inoltre, anche se venissero individuati, è quasi impossibile poterli salvare con una piattaforma artificiale.

Che fine faranno quindi i nove animali? Potrebbero anche sfidare tutti i pronostici e le previsioni e salvarsi in qualche modo. Potrebbero, però, anche morire stremati dopo aver tentato a lungo di mettersi in salvo. Di sicuro al momento e da dieci giorni non ci sono più loro tracce. E di sicuro qualche volta si sbaglia anche il Wwf. Che aggiunge: "L'unica cosa che possiamo fare oggi è agire per salvare tutta la popolazione di orsi polari, specie minacciata dal cambiamento climatico".


Tra i fattori di rischio per gli orsi, ma non solo per loro, l'associazione elenca la crescente industrializzazione dell'artico e i livelli insostenibili raggiunti dalla caccia. "Compiendo le giuste scelte possiamo salvare gli orsi polari ma anche noi stessi".

Geoff York, il coordinatore del Wwf per l'Artico e specificatamente per gli orsi polari, ha spiegato che "quando gli orsi polari nuotano così lontani dalla terra ferma, potrebbero avere serie difficoltà a salvarsi specie se dovessero arrivare tempeste". Più in generale, un naufragio così numeroso preoccupa molto perchè dimostra che i ghiacci dove gli orsi erano soliti abitare e cacciare per sopravvivere si stanno sciogliendo. Così il dramma degli orsi sta diventando un altra faccia del disastro ambientale.

Le immagini del satellite raccontano oggi che non c'è più ghiaccio in quella zona dell'Artico dove gli orsi erano stati avvistati la prima in agosto. Sul sito del Wwf decine di lettori protestano e chiedono di non rinunciare a provare a salvare i nove orsi polari.

Da Brescia a Reggio Calabria - Così la Gelmini diventò avvocato


Gian Antonio Stella
Corriere della Sera
4 settembre 2008
L'esame di abilitazione all'albo nel 2001.
Il ministro dell'Istruzione: «Dovevo lavorare subito»

Novantatré per cento di ammessi agli orali! Come resistere alla tentazione? E così, tra i furbetti che nel 2001 scesero dal profondo Nord a fare gli esami da avvocato a Reggio Calabria si infilò anche Mariastella Gelmini. Ignara delle polemiche che, nelle vesti di ministro, avrebbe sollevato con i (giusti) sermoni sulla necessità di ripristinare il merito e la denuncia delle condizioni in cui versano le scuole meridionali. Scuole disastrose in tutte le classifiche «scientifiche» internazionali a dispetto della generosità con cui a fine anno vengono quasi tutti promossi.


La notizia, stupefacente proprio per lo strascico di polemiche sulla preparazione, la permissività, la necessità di corsi di aggiornamento, il bagaglio culturale dei professori del Mezzogiorno, polemiche che hanno visto battagliare, sull'uno o sull'altro fronte, gran parte delle intelligenze italiane, è stata data nella sua rubrica su laStampa.it da Flavia Amabile. La reazione degli internauti che l'hanno intercettata è facile da immaginare. Una per tutti, quella di Peppino Calabrese: «Un po' di dignità ministro: si dimetta!!» Direte: possibile che sia tutto vero? La risposta è nello stesso blog della giornalista. Dove la Gelmini ammette. E spiega le sue ragioni.


Un passo indietro. È il 2001. Mariastella, astro nascente di Forza Italia, presidente del consiglio comunale di Desenzano ma non ancora lanciata come assessore al Territorio della provincia di Brescia, consigliere regionale lombarda, coordinatrice azzurra per la Lombardia, è una giovane e ambiziosa laureata in giurisprudenza che deve affrontare uno dei passaggi più delicati: l'esame di Stato.


Per diventare avvocati, infatti, non basta la laurea. Occorre iscriversi all'albo dei praticanti procuratori, passare due anni nello studio di un avvocato, «battere» i tribunali per accumulare esperienza, raccogliere via via su un libretto i timbri dei cancellieri che accertino l'effettiva frequenza alle udienze e infine superare appunto l'esame indetto anno per anno nelle sedi regionali delle corti d'Appello con una prova scritta (tre temi: diritto penale, civile e pratica di atti giudiziari) e una (successiva) prova orale. Un ostacolo vero. Sul quale si infrangono le speranze, mediamente, della metà dei concorrenti. La media nazionale, però, vale e non vale. Tradizionalmente ostico in larga parte delle sedi settentrionali, con picchi del 94% di respinti, l'esame è infatti facile o addirittura facilissimo in alcune sedi meridionali.


Un esempio? Catanzaro. Dove negli anni Novanta l'«esamificio» diventa via via una industria. I circa 250 posti nei cinque alberghi cittadini vengono bloccati con mesi d'anticipo, nascono bed&breakfast per accogliere i pellegrini giudiziari, riaprono in pieno inverno i villaggi sulla costa che a volte propongono un pacchetto «all-included»: camera, colazione, cena e minibus andata ritorno per la sede dell'esame.Ma proprio alla vigilia del turno della Gelmini scoppia lo scandalo dell'esame taroccato nella sede d'Appello catanzarese. Inchiesta della magistratura: come hanno fatto 2.295 su 2.301 partecipanti, a fare esattamente lo stesso identico compito perfino, in tantissimi casi, con lo stesso errore («recisamente» al posto di «precisamente», con la «p» iniziale cancellata) come se si fosse corretto al volo chi stava dettando la soluzione? Polemiche roventi. Commissari in trincea: «I candidati — giura il presidente della «corte» forense Francesco Granata — avevano perso qualsiasi autocontrollo, erano come impazziti». «Come vuole che sia andata? — spiega anonimamente una dei concorrenti imbroglioni —. Entra un commissario e fa: "Scrivete". E comincia a dettare il tema. Bello e fatto. Piano piano. Per dar modo a tutti di non perdere il filo».


Le polemiche si trascinano per mesi e mesi al punto che il governo Berlusconi non vede alternative: occorre riformare il sistema con cui si fanno questi esami. Un paio di anni e nel 2003 verrà varata, per le sessioni successive, una nuova regola: gli esami saranno giudicati estraendo a sorte le commissioni così che i compiti pugliesi possano essere corretti in Liguria o quelli sardi in Friuli e così via. Riforma sacrosanta. Che già al primo anno rovescerà tradizioni consolidate: gli aspiranti avvocati lombardi ad esempio, valutati da commissari d'esame napoletani, vedranno la loro quota di idonei raddoppiare dal 30 al 69%.Per contro, i messinesi esaminati a Brescia saranno falciati del 34% o i reggini ad Ancona del 37%. Quanto a Catanzaro, dopo certi record arrivati al 94% di promossi, ecco il crollo: un quinto degli ammessi precedenti.


In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 la Gelmini si trova dunque a scegliere, spiegherà a Flavia Amabile: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l'esame per ottenere l'abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l'esame. Per gli altri, nulla. C'era una logica di casta, per fortuna poi modificata perché il sistema è stato completamente rivisto». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l'esame a Reggio Calabria». I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c'era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme.


Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell'Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». Del resto, aggiunge, lei ha «una lunga consuetudine con il Sud. Una parte della mia famiglia ha parenti in Cilento». Certo, è a quasi cinquecento chilometri da Reggio. Ma sempre Mezzogiorno è. E l'esame? Com'è stato l'esame? «Assolutamente regolare». Non severissimo, diciamo, neppure in quella sessione. Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno. Così facevan tutti, dice Mariastella Gelmini. Da oggi, dopo la scoperta che anche lei si è infilata tra i furbetti che cercavano l'esame facile, le sarà però un po' più difficile invocare il ripristino del merito, della severità, dell'importanza educativa di una scuola che sappia farsi rispettare. Tutte battaglie giuste. Giustissime. Ma anche chi condivide le scelte sul grembiule, sul sette in condotta, sull'imposizione dell'educazione civica e perfino sulla necessità di mettere mano con coraggio alla scuola a partire da quella meridionale, non può che chiedersi: non sarebbero battaglie meno difficili se perfino chi le ingaggia non avesse cercato la scorciatoia facile?

martedì 2 settembre 2008

Basta leggi, per carità !


Marco Travaglio
Ora d'aria
L'Unità
2 settembre 2008

Dice bene Anna Finocchiaro all’Unità: “Il Pd non deve andare a rimorchio di Berlusconi”. L’agenda delle priorità e delle emergenze, finora, l’ha dettata Al Tappone, che se le canta e se le suona (anzi, ce le suona) grazie a tv e giornalisti al seguito. Resta allora da capire perché mai il Pd si sia affrettato a presentare in Parlamento un ddl sulle intercettazioni, visto che nessun italiano onesto e sano di mente ne avverte il bisogno. In Italia ogni anno vengono intercettate 15-20 mila persone, lo 0,02% della popolazione. Se si pensa che ogni anno nei tribunali giungono 3 milioni di notizie di reato, se ne deduce facilmente che le intercettazioni sono troppo poche, non troppe. Il Pd, per differenziarsi dal Pdl, sostiene che i magistrati devono continuare a farle con le regole attuali (per i reati puniti con pene superiori ai 4 anni, mentre il Pdl porta il tetto a 10 anni, con durata massima di 3 mesi). E, fin qui, ok. Ma aggiunge che bisogna impedire di pubblicarle fino al processo, non è chiaro se tutte o solo quelle che riguardano persone non indagate.


Il programma elettorale del Pd copiava pari pari la legge Mastella (approvata da destra e sinistra un anno fa alla Camera): fino a 100 mila euro di multa a chiunque pubblichi atti di indagine, anche non segreti (intercettazioni comprese), prima del processo. Ora il ddl sembra restringere il divieto alle intercettazioni che riguardano persone estranee all’inchiesta. E’ già qualcosa, ma non basta. Intercettazioni o altri atti investigativi possono contenere notizie interessanti su vicende pubbliche di personaggi pubblici che magari non costituiscono reato, ma che i cittadini han diritto di conoscere e i giornalisti hanno il dovere di raccontare. Come dice il lettore citato nell’ultimo editoriale di Concita De Gregorio, “male non fare, paura non avere”. Se un estraneo alle indagini viene intercettato indirettamente a colloquio con un indagato, e non dice e non fa nulla di male, nell’eventualità che la conversazione venga pubblicata risulterà che s’è comportato bene. E morta lì. Il caso Prodi è emblematico: non è indagato, qualche sua telefonata col consulente Ovi (intercettato) viene ascoltata e finisce sui giornali, ma lui ci fa un’ottima figura: amici e i parenti che chiedevano favori non hanno avuto alcun favore. Tant’è che lui stesso ha chiesto di pubblicare tutto: una richiesta che può essere avanzata solo da chi se lo può permettere. Dunque, per dire, non Al Tappone.


Nell’inchiesta Abu Omar, la spia del Sismi Marco Mancini tenta di salvarsi dai magistrati raccomandandosi a due ex capi dello Stato, Cossiga e Scalfaro. Cossiga, contattato direttamente, si mobilita subito attaccando e denunciando a Brescia i pm Pomarici e Spataro che indagano sul sequestro. Scalfaro, contattato tramite un amico agente di scorta, non muove un dito: anzi fa sapere a Mancini che, se ha qualcosa da dire, lo riferisca ai magistrati, che lo ascolteranno. Forse che Scalfaro si lamenterà perché, pur non essendo indagato, ha visto pubblicate le sue conversazioni? No, perché s’è comportato bene, da vero uomo delle istituzioni.


Nell’inchiesta campana sui coniugi Mastella, il consuocero della coppia è accusato di aver pilotato il concorso per l’assunzione di geologi in un consorzio, vinto da alcuni somari raccomandati, grazie all’esclusione truffaldina di un giovane geologo molto competente, risultato il migliore all’esame e dunque bocciato. Si chiama Vittorio Emanuele Iervolino (omonimo della sindaca di Napoli). Il quale non solo non è indagato, ma è addirittura vittima del reato. La sua vicenda finisce nelle intercettazioni e dunque, quando le carte diventano pubbliche, sui giornali. Lui potrebbe lagnarsi per il suo nome sbattuto in prima pagina. Invece è felicissimo. Non ha fatto nulla di male, anzi ha subìto un abuso e ora tutti sanno che era il più bravo. Tant’è che ha ricevuto diverse offerte di lavoro da aziende private (il settore pubblico quelli bravi non li vuole). Fosse già in vigore la legge del Pd, non sapremmo nulla di lui, di Scalfaro, di Prodi. Ma sapremmo che sono stati intercettati o citati nelle intercettazioni senza conoscerle, così un alone di sospetto li avvolgerebbe ingiustamente per anni, fino al processo a carico degli indagati. Insomma, la vecchia normativa va bene così: la privacy è già tutelata dalla legge sulla privacy, il segreto investigativo e la reputazione già preservati dal Codice penale. Se Al Tappone vuol intervenire, lo faccia senza proposte “migliorative” del Pd. Più le sue leggi sono incostituzionali, più aumentano le speranze che la Consulta le rada al suolo.

IL GUINZAGLIO AI GIUDICI



Antonio Di Pietro

"Il lupo perde il pelo ma non il vizio". Ancora una volta Berlusconi si accinge a prendere un altro provvedimento in materia di giustizia. E, ancora una volta, lo fa per tutelare i suoi privati interessi (vedi vicenda Saccà) e per frenare, in ogni modo e ad ogni costo, le attività di indagine dei magistrati (noi forse non ancora sappiamo il perché, ma evidentemente lui lo sa bene).Ora Berlusconi vuole impedire ai magistrati – salvo che per alcuni casi particolari – di utilizzare le intercettazioni telefoniche durante le loro indagini. Non solo. Vuole anche impedire che i giornali possano informare adeguatamente l’opinione pubblica su ciò che i potenti di Stato si dicono al telefono, quando vengono intercettati.


Per cercare il consenso parlamentare anche da parte dell’opposizione, ha lasciato prima che Panorama (giornale di famiglia) pubblicasse alcune intercettazioni telefoniche su Prodi e poi gli ha espresso solidarietà, dicendo che queste cose non si fanno. Insomma, con una “faccia di bronzo” senza pari, prima ha dato una coltellata e poi ha detto che gli dispiace!


Con tutti i problemi economici e finanziari in cui versa il paese e con la maggior parte degli italiani che non riescono ad arrivare a fine mese, Berlusconi anche quest’autunno vuole tenere occupato il Parlamento e l’opinione pubblica su questioni di nessun reale allarme sociale (semmai ad allarmarsi è solo chi non vuol far sapere che cosa ha spiattellato al telefono). Anzi, proprio la riduzione della possibilità di fare intercettazioni potrà creare maggiore allarme sociale. Infatti i primi ad approfittarne saranno i delinquenti che torneranno a dirigere i loro traffici anche via telefono. Inoltre d’ora in poi non si potrà nemmeno più venire a conoscenza dei loro sporchi affari. Per intenderci, se già fosse vigente e funzionante questa nuova legge sulle intercettazioni che vuole fare Berlusconi, nessuno avrebbe saputo niente su casi come Telecom, Cuffaro, Mastella, Del Turco, Calciopoli, Bancopoli e compagnia bella.


La giustificazione formale di tale decisione sarebbe l’abuso che si fa da parte dei giornalisti nel pubblicare le intercettazioni telefoniche ancora coperte da segreto istruttorio. Ma per fatti del genere il reato c’è già. L’art. 326 del codice penale prevede il reato di rivelazione e utilizzazione di segreti di ufficio da parte del pubblico ufficiale (es. magistrato, poliziotto, cancelliere, etc) o dell’incaricato di pubblico servizio (es. centralinista, trascrittori, ausiliari vari). Ed anche la pena non è indifferente: da 6 mesi a tre anni (peraltro insieme al giornalista che concorre nel reato). Si ritiene troppo bassa questa pena? Bene, aumentiamola allora (però solo per i pubblici ufficiali e gli incaricati di pubblico servizio e non anche per il giornalista che fa il suo mestiere in quanto - se lui pubblica un atto segreto coperto da segreto istruttorio - vuol dire che a monte c’è stato qualcuno che glielo ha dato e non poteva né doveva darglielo).


Ma l’esigenza di tutelare la privacy che c’azzecca con la volontà di impedire ai magistrati di utilizzare le intercettazioni per fare le indagini? Sarebbe come dire che – siccome capita qualche volta che un chirurgo usi il bisturi per ammazzare la moglie – bisogna impedire d’ora in poi ai chirurghi di usare il bisturi in sala operatoria. E poi, una cosa è tutelare la privacy fino a quando l’interessato non sia ancora stato messo a conoscenza delle sue telefonate intercettate, altra è impedire ai giornalisti di rendere noti all’opinione pubblica – una volta messi a conoscenza dell’interessato – i risultati delle indagini. Per dire, è certamente meglio che si sia saputo – attraverso la lettura delle intercettazioni telefoniche contenute nel provvedimento restrittivo - le ragioni per cui Del Turco o la sig.ra Mastella sono stati arrestati (così almeno l’opinione pubblica se n’è fatta un’idea).


La verità è molto più banale: si vuole, ancora una volta, approfittare di una questione reale (la pubblicazione anzitempo di talune intercettazioni telefoniche) per raggiungere un obiettivo immorale, piduista e fascista: mettere il bavaglio alla magistratura e la museruola alla libera informazione. Di fronte a tutto ciò, noi dell’Italia dei Valori non vogliamo restare a guardare, anche perché non condividiamo l’annunciato ammiccamento, anche su questo tema, da parte di molti esponenti del Partito Democratico.


Per questo, sfidiamo il Governo Berlusconi e la sua maggioranza ad approvare subito quest’altra legge della vergogna. Così, subito dopo –contestualmente al referendum sul Lodo Alfano che abbiamo già attivato – attiveremo una raccolta di firme anche per promuovere un referendum contro la “legge-strozzaindagini”. Lo sfidiamo soprattutto a “non buttare il sasso e ritirare la mano”. Se davvero Berlusconi è convinto che questa è una legge che i cittadini italiani vogliono, non si nasconda dietro l’invito agli elettori di non andare a votare. Dica loro di andare ed esprimere liberamente il proprio pensiero. Voglio proprio vedere chi ha più ragione!



Antonio Di Pietro
30 agosto 2008


“Missione compiuta”, ha detto l’altro giorno il Presidente del Consiglio Berlusconi a proposito di quello che lui ha definito “salvataggio Alitalia”. Alla faccia del salvataggio. Ieri il Consiglio di Amministrazione della compagnia ha dichiarato lo “stato di insolvenza” che vuol dire portare i libri in Tribunale. Un fallimento insomma. Certo, non sul piano formale del tecnicismo giuridico, ma sul piano sostanziale è proprio così.


Anzi peggio: il Governo Berlusconi ha emanato un apposito decreto legge (pomposamente chiamato “Marzano bis”) in cui ha previsto che – a differenza delle normali procedure di insolvenza – i beni, il patrimonio e le attività di Alitalia (es. aerei, strumentazione, immobili etc.) possono essere venduti subito, anche “a spezzatino”, senza nemmeno esplorare la possibilità che ci possa essere qualche acquirente – tipo fare Air France qualche mese addietro –disposto a rilevare l’azienda e, quindi, a salvaguardare sia la funzionalità della stessa sia il posto di lavoro ai dipendenti.


Anzi peggio ancora: ha espressamente previsto che il neo Commissario straordinario, l’ex Ministro del Governo Prodi Augusto Fantozzi (un altro transfuga opportunista che, come Giuliano Amato, si è messo pure lui “a disposizione del nuovo padrone”) possa, da subito, cedere, vendere, affittare (insomma farci quello che vuole) i beni, le attività ed i rami d’azienda produttivi, il tutto a “trattativa privata”, cioè nel chiuso di una stanza come se fosse roba propria. Certo, il decreto dice che il “prezzo non deve essere inferiore a quello di mercato”, ma anche questa “accortezza” è un’altra presa in giro. Di “quale mercato parliamo” se il bene da vendere è uno solo e la vendita avverrà una ed una sola volta? L’unico modo per avere un “prezzo di mercato” è fare una vendita a “gara pubblica”, in modo da sapere se ci sono due o più acquirenti disposti a gareggiare fra loro al miglior prezzo.


Ancora peggio: il decreto Berlusconi-Marzano prevede– udite, udite – “l’esonero di responsabilità degli Amministratori e dei Sindaci di Alitalia e di tutte le società controllate (una miriade) per tutti gli atti posti in essere dal 18 luglio 2007 all’entrata in vigore del decreto legge”. Insomma, Berlusconi – imparata la lezione che si possono fare le leggi ad personam – ha esteso questo concetto: non più solo per sé, come è avvenuto per il lodo Alfano, ma anche per altre specifiche persone nominativamente indicate. Chi non vorrebbe fare il manager a queste condizioni. E gli eventuali creditori (fornitori, dipendenti, piccoli azionisti etc.) che sono stati “gabbati” con chi se la devono prendere?


Peggio, peggio ancora: è stato previsto che gli unici creditori ammessi al fondo di garanzia (per quel poco che può coprire) sono gli azionisti e gli obbligazionisti di Alitalia. Il solito vizio berlusconiano di fare leggi incostituzionali. Qualcuno dovrebbe spiegargli che – così facendo - egli ha violato il principio della “par condicio creditorum” e, quindi, la normativa emanata ha pure rilevanti profili di incostituzionalità.


Il peggio del peggio: il “decreto-truffa” – perché di truffa si tratta, dapprima elettorale ed ora imprenditoriale – prevede “l’esclusione della responsabilità dell’acquirente per i debiti sorti prima del trasferimento”. Traduzione: quei furbacchioni di compratori che acquisteranno i beni aziendali, i rami di azienda attivi e gli altri “spezzatini appetitosi” rinvenienti dallo “spacchettamento” di Alitalia non dovranno preoccuparsi che qualcuno un giorno possa chiedere loro di pagare i debiti o i pegni o le ipoteche gravanti su tali beni o attività. Loro comprano già e subito “al netto”, senza alcun rischio aziendale.
Già ma chi paga tutto questo, soprattutto chi paga l’indebitamento di circa 1 miliardo e duecento milioni di euro in cui versa la compagnia e chi paga i 300 milioni di “prestito-ponte” fortemente richiesto da Berlusconi prima delle elezioni per poter trovare – così disse lui – un buon compratore nostrano di Alitalia? Nessun problema: paga “Pantalone”. Pagano cioè tutti gli italiani, in quanto questi debiti – anzi, tutti i debiti, anche quelli che ancora non si conoscono – saranno a carico delle casse dello Stato, vale a dire dei cittadini contribuenti. A carico loro saranno anche i “7 anni di cassa integrazione” previsti per il personale in esubero, ovvero circa 6-7 mila dipendenti.


E chi ci guadagna? Il fior fiore degli imprenditori italiani, anzi degli imprenditori “all’italiana”, che poi sono per lo più ben noti alle cronache: alcuni riciclati di Mani Pulite, alcuni finanzieri d’assalto a cui non frega niente di far volare gli aerei ma interessa il business che ci gravita attorno, palazzinari alla ricerca di aree intorno agli aeroporti e dietro le compagnie di bandiera. Tutti accomunati da un unico desiderio: fare affari, profittando della “cuccagna” che viene loro offerta, con la garanzia anticipata che non dovranno nemmeno rispondere alla giustizia un domani – né civilmente né penalmente - alla faccia di quella che una volta si chiamava “bancarotta preferenziale” e che ora, di fatto, nel nostro caso viene abolita “a futura memoria”.


Alitalia: una commedia all'italiana

"Buongiorno a tutti, riprendiamo il nostro appuntamento settimanale dopo le vacanze. Spero che vi siate riposati, tutti o quasi tutti, perché quest'anno ci sarà molto da fare. Forse avete visto sul blog di Beppe Grillo che abbiamo raccolto le prime dieci puntate di "Passaparola" in un DVD: chi fosse interessato trova le istruzioni per procurarselo.

La notizia di oggi è che l'operazione Alitalia è un grandissimo successo per il governo. Chi l'ha detto? Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che si loda e si imbroda da solo, anche perché dagli esperti ha ricevuto soltanto pernacchie e critiche, per non parlare della stampa e di tutti operazioni internazionali che si misurano sul libero mercato e non sull'italietta autarchica che sta ritornando insieme ai rigurgiti di fascismo giustamente denunciati da Famiglia Cristiana. Non si capisce bene che cosa stia festeggiando questo signore visto che negli utlimi quindici anni è stato Presidente del Consiglio per circa sette, cioè la metà: in questi quindici anni, Alitalia ha perso quindi miliardi di euro di soldi nostri, quindi la metà dei soldi persi è colpa sua, dei suoi governi, e l'altra metà è colpa dei governi di centrosinistra perché la politica ha sempre tenuto le mani su Alitalia e, come vedremo, continuerà a tenercele anche dopo averla fatta fallire innumerevoli volte.Prodi e Padoa Schioppa, una delle poche cose buone fatte dal governo di centrosinistra, avevano trovato la quadra: erano riusciti a convincere AirFrance a rilevare tutto. Il che avrebbe comportato niente fallimento, niente ricorso alla legge Marzano sulle aziende decotte, nascita di un polo europeo molto grosso, avrebbe compreso AirFrance, KLM e Alitalia, che si sarebbe potuto misurare sui mercati internazionali dove ormai le compagnie aeree sono grandi, consorziate, fondate su alleanze tra più Paesi. Ce la saremmo cava con 2150 esuberi: questo era il piano che era stato presentato da Messieur Spinetta, e così sarebbe stato se si fosse chiusa la trattativa con i francesi subito, all'inizio della primavera, mentre adesso ne avremo 6-7000, di esuberi, cioè il triplo. L'AirFrance avrebbe pagato un miliardo e settecento milioni per comprarsi le azioni dell'Alitalia e avrebbe investito 750 milioni, in pratica avrebbe sborsato e ci sarebbero arrivati dalla Francia la bellezza di due miliardi e seicento milioni. Ora vedremo che, invece, quei soldi glieli diamo noi. Non solo non li incassiamo, ma li perdiamo. In più sarebbe stata salvata e ristrutturata Malpensa e sarebbe stato potenziato l'aeroporto di Fiumicino. Questo, in sintesi, era ciò che era stato concordato tra il governo Prodi e l'AirFrance e che è saltato perché sono arrivati Berlusconi e suoi lanzichenecchi e perché i sindacati, completamente accecati dal breve periodo, non hanno saputo scegliere tra un piccolo sacrificio oggi e un enorme dissanguamento domani, quello che invece avremo.

Cosa non va in questo nuovo piano che è stato chiamato "Fenice", perché pare quasi l'araba Fenice che risorge dalle sue ceneri - è un truffa naturalmente: sono abilissimi a chiamare le cose con un nome diverso da quello reale per nascondere la realtà -? L'Alitalia viene divisa in due società. La Bad Company, la discarica, rimane a noi, allo Stato, con tutti i debiti. E' una società che contiene debiti. La Good Company, invece, è quella meravigliosa, profumata, balsamica. Quella va ai privati, sedici privati, scelti privatamente con trattativa privata da Berlusconi e dai suoi uomini, che hanno ottime armi per chiedere piccoli favori agli imprenditori in vista di restituirli in grande stile, come vedremo, con vari conflitti di interessi. Quindi noi ci teniamo i debiti e quel poco che vale di Alitalia lo regaliamo ai privati che fanno anche la figura dei salvatori della Patria, dei Cavalieri Bianchi.

La Bad Company, affidata a uno che si chiama Fantozzi perchè si capisca bene qual è il problema, è dunque piena di buchi e li ripianeremo noi. I conti pubblici verranno ulteriormente sfasciati, saranno più in rosso che mai e noi pagheremo progressivamente una "tassa Alitalia" anche se non la chiameranno così, ce la nasconderanno sotto qualche voce strana. Anche perchè Alitalia viene incorporata ad AirOne che a sua volta è piena di buchi. Oltre a non incassare, spenderemo, probabilmente, intorno al miliardo di euro - un terzo dei tagli alla scuola decisi da questo governo - e in più avremo 6-7000 persone per la strada che verranno messe in cassa integrazione a zero ore, avranno vari scivoli, ovviamente pagati con la cassa integrazione sempre con soldi nostri, e alla fine qualcuno verrà licenziato e - questi sono liberisti - vogliono infilare del personale in esubero nelle Poste. Un mese fa ci avevano detto che le Poste sono sovradimensionate e devono ridurre il personale, adesso ci raccontano che il personale delle Poste aumenterà perché arriveranno gli steward, le hostess, forse qualche pilota. Verranno travestiti da postini così risolveremo il problema. Naturalmente pagheremo noi.

La Good Company, quella buona che viene regalata ai privati nell'ambito della famosa usanza tutta italiana di privatizzare gli utili e statalizzare le perdite, è formata da sedici grandi e lungimiranti capitani coraggiosi che, tutti insieme, sono riusciti a mettere da parte la miseria di un miliardo di euro; che non basta, naturalmente, a rilanciare Alitalia. Basti pensare che il prestito ponte, fatto ad aprile dal governo Prodi morente su richiesta del nascente governo Berlusconi, era di 300 milioni e l'Alitalia in tre mesi se li è mangiati. Dove prenderanno questi soldi? Mica li tirano fuori dalle loro tasche: in gran parte arriveranno dalle banche che sono molto coinvolte, come vedremo, in questa cordata. Taglieranno tutto il tagliabile, ridurranno le rotte internazionali, squalificheranno ulteriormente Fiumicino, Malpensa resterà al palo con Bossi, la Moratti e Formigoni che ululeranno alla Luna: mentre prima se la prendevano col governo di centrosinistra adesso gli sarà un po' più difficile prendersela con il loro. In compenso abbiamo una caterva, un groviglio, una giungla di conflitti di interessi perché non c'è solo quello di Berlusconi. Il conflitto di interessi, non risolto da nessuno quando ce l'aveva soltanto lui, adesso è diventato un'epidemia e ce l'hanno in tanti.

Primo conflitto di interessi: abbiamo Carlo Toto, proprietario dell'AirOne, che con 450 milioni di debiti riesce a piazzare il colpo della vita. L'AirOne viene incorporata all'Alitalia, intanto il nipote Daniele è stato candidato ed eletto nel Popolo della Libertà. E' li a vigilare, evidentemente. Abbiamo tre soggetti che sono impegnati in opere pubbliche e sono addirittura pubblici concessionari dello Stato. Lo Stato, in questo conflitto di interessi, li ha convocati facendogli sapere che era bene per loro se aderivano all'appello del Presidente del Consiglio. Sono Salvatore Ligresti, noto immobiliarista, assicuratore, palazzinaro, pregiudicato per Tangentopoli. Marcellino Gavio, un altro che ai tempi di Di Pietro entrava e usciva dalla galera. L'ottimo Marco Tronchetti Provera che dopo aver ridotto come ha ridotto la Telecom è anche lui nel settore immobiliare. In più abbiamo la famiglia Benetton, l'apoteosi del conflitto di interessi perchè è pubblico concessionario per le Autostrade, è gestore, dopo averlo costruito, dell'aeroporto di Fiumicino, e in futuro sarà uno dei proprietari di Alitalia. Come gestore di Fiumicino deciderà lui quali tariffe far pagare all'Alitalia per usare Fiumicino. Tutto in famiglia.

Gli immobiliaristi di cui sopra, e di cui anche sotto come vedremo, sono tutti molto interessati a una colata di miliardi che sta arrivando su Milano e la Lombardia per l'Expo. L'Expo prevedere 16 miliardi freschi per pagare nuove infrastrutture, costruzioni, palazzi, due autostrade, due metropolitane, una tangenziale, una stazione, ferrovie, ecc... indovinate chi si accaparrerà questi lavori? Esattamente coloro che hanno fatto i bravi e hanno accolto l'appello del governo.

Poi abbiamo Francesco Bellavista Caltagirone che con l'ATA ha delle mire su Linate. Abbiamo Emilio Riva, un acciaiere eccezionale supporter di Berlusconi. E abbiamo l'ottima famiglia Marcegaglia: non solo c'è la Emma, che è un'ottima valletta di Berlusconi, che cinge con il suo braccio nelle riunioni di Confindustria come se fosse una Carfagna o una Brambilla qualsiasi, ma abbiamo anche la sua famiglia, il gruppo imprenditoriale Marcegaglia, famoso per condanne e patteggiamenti assortiti da parte del padre e del fratello della signora. Che è presidente di Confindustria, tra l'altro, e quindi tratta per conto di tutti gli industriali con il governo e privatamente si è infilata in questa meravigliosa avventura.

Abbiamo la banca Intesta dell'ottimo banchiere Passera, banchiere di centrosinistra che si è messo subito a vento, e che fungerà con il conflitto di interessi: prima ha fatto l'advisor per trovare la soluzione per Alitalia e poi è entrata nella compagine azionaria della nuova Alitalia, la Good Company.

Abbiamo i fratelli Fratini che sono, anche loro, immobiliaristi toscani, magari interessati a mettere un piedino a Milano in occasione dell'Expo, per prendere la loro fettina di torta.

Abbiamo un certo Davide Maccagnani che è molto interessante: Alberto Statera su Repubblica ha raccontato chi è, uno che produceva missili per testate nucleari e adesso si è riconvertito all'immobiliare. Si presume che avrà anche lui le sue contropartite sotto forma di terreni.

In realtà gli interessi stanno a terra anche se Alitalia dovrebbe volare.

Poi, dulcis in fundo, il presidente dei sedici campioni del Tricolore, che è Roberto Colaninno, che già ha dei meriti storici per avere riempito di debiti, comprandola a debito, la Telecom ai tempi della Merchant Bank D'Alema & C. a Palazzo Chigi, e adesso si propone anche lui per il suo bel conflitto di interessi familiare in quanto suo figlio, Matteo, è ministro ombra dell'industria del Partito Democratico. Così ombra che non ha praticamente proferito verbo di fronte a questo scandalo nazionale perché prima era contrario, naturalmente alla soluzione Berlusconi, poi è arrivato papà. Come si dice "i figli so' piezz 'e core", ma pure i padri! Ha detto "sono un po' in imbarazzo", poi il giorno dopo ha detto "no, non sono per niente in imbarazzo". Insomma, non ha detto niente e soprattutto continua a rimanere ministro molto ombra, diciamo ministro fantasma, dell'industria del Partito Democratico.

Fatto interessante: qualche anno fa furono condannati in primo grado per bancarotta nel crack del Bagaglino Italcase, una brutta e sporca faccenda immobiliare, alcuni big dell'industria e della finanzia italiana come il banchiere Geronzi, Marcegaglia papà - il papà della valletta - e Colaninno Roberto - papà del ministro fantasma. Bene, tutti e tre a vario titolo sono impegnati, dopo la condanna in primo grado, in questa meravigliosa avventura, perché anche Mediobanca si sia mossa dietro le quinte poiché Geronzi sta per diventare il padrone unico della finanza italiana eliminando anche quei pochi controlli che venivano dalla gestione duale della banca che fu di Cuccia. Insomma, questo è il quadro. E' interessante perché probabilmente sono state violate una mezza dozzina di leggi, d'altra parte non ci sarebbe Berlusconi se fossimo tutti in regola con la legge.

Intanto la legge del mercato: vengono addirittura sospese le regole dell'Antitrust e i poteri del garante dell'antitrust perché bisogna dare tempo di consumare tutti questi conflitti di interessi e queste occupazioni del libero mercato. Intanto, il matrimonio Alitalia-AirOne che sgomina qualsiasi concorrenza in Italia soprattutto sulla tratta Milano-Roma. Sarà gestita in monopolio da questa nuova Good Company dove c'è dentro Toto e l'Alitalia. Non ci sarà concorrenza, non si potrebbe e allora si sospendono le regole. Che sarà mai, una più una meno... un piccolo lodo Alfano per la nuova Alitalia non si nega a nessuno. La concorrenza va a farsi benedire: i prezzi quindi li fisserà il monopolista quindi non ci sarà possibilità di gare al ribasso. La condizione che ci era stata imposta dalla Commissione Europea, dal governo europeo, per autorizzare il famoso prestito ponte che ha consentito all'Alitalia di fumarsi quegli ultimi 300 milioni di euro, era che l'Alitalia per un anno non si espandesse, restasse esattamente così com'era. Con questo accordo viene violata quella condizione perché Alitalia si mangia AirOne e quindi si espande, altroché! Ben prima di quell'anno che era stato imposto dalla Commissione Europea che quindi, se le parole e gli accordi hanno ancora un senso, dovrebbe condannarci e vietarci questa operazione.

In più viene cambiata un'altra legge italia, la legge Marzano sulle imprese decotte, che dovrà essere modificata perché questi capitani coraggiosi mica entrano in Alitalia rischiando qualcosa: non rischiano niente! Vogliono mettersi preventivamente al riparo dal rischio che qualche creditore o dipendente della vecchia Alitalia si rivalga sulla nuova, cioè chieda loro di sobbarcarsi qualche rischio. Verranno tutelati in tutto e per tutto, saranno inattaccabili, anche loro anche uno scudo spaziale, il loro piccolo Lodo Alfano per cui se qualcuno gli chiede qualcosa fanno finta di niente, dicono "io non so chi sei, mi trovo qua per caso". Nessun rischio di revocatoria o di rivalsa da parte dei creditori e dipendenti. E dove andranno a rivalersi? Naturalmente dalla Bad Company, quella decotta, quella nostra, dello Stato: pagheremo tutto noi. Per cambiare gli ammortizzatori sociali, altra deroga alla legge Marzano perché ci sarà bisogno di risorse per queste 6-7000 persone che finiranno per la strada o alle Poste, come ci è stato raccontato spiritosamente, in quanto non siamo attrezzati per far fronte a questa fiumana di lavoratori in uscita. In più, il governo promette di detassare le aziende che assumono ex dipendenti dell'Alitalia. E' un'altra cosa spettacolare: l'Italia è piena di aziende decotte, di gente che finisce per la strada: quei lavoratori lì si fottono, mentre gli ex-lavoratori Alitalia avranno il privilegio di poter andare da alcune aziende che se li assumeranno avranno riduzioni fiscali. Così: cittadini di serie A e cittadini di serie B.p>L'Europa ci tiene d'occhio anche perchè il prestito ponte aveva anche escluso che per un anno la società Alitalia venisse messa in liquidazione in regime concordatario. L'Alitalia aveva dunque garantito di pagare tutti i creditori. Adesso, se la nuova società non li paga, quelli si rivalgono ma non solo. La Good Company dovrà comprarsi tutti gli aerei e gli slot dalla Bad Company - l'attuale Alitalia moribonda - e rifare tutti i contratti dei dipendenti o almeno di quelli che terrà con sé. Quanto pagherà tutti questi beni la Good alla Bad? Se li pagassero per quello che valgono sulla carta, la vecchia Alitalia probabilmente avrebbe i soldi per onorare i suoi debiti, circa 2-2.5 miliardi di euro. Naturalmente, visto l'aria che tira, se i nuovi proprietari tirano fuori un miliardo di euro per comprare quella roba è già tanto. Quindi, la vecchia Alitalia rimarrà in profondo rosso, non avrà i soldi per pagare i creditori, e i creditori da chi andranno? Non potendo andare dalla Good che è immunizzata andranno dal governo che dovrà tirare fuori i soldi. A questo punto ci arriva addosso l'Europa perché se lo Stato paga i debiti di un'azienda si configura come aiuto di Stato. Questo è vietato perché, altrimenti, tutte le altre aziende d'Europa si incazzano e dicono "perchè noi dobbiamo andare avanti con le nostre gambe e se non ce la facciamo falliamo mentre in Italia lo Stato interviene a rabboccare quando i conti delle sue società sono in rosso?". Ci arriverà addosso una procedura di infrazione, con condanna, con multa che aggraverà ancora la spesa di questa operazione folle e faraonica. In più, la nuova Alitalia, dato che sarà l'unico soggetto solvibile dovrà sobbarcarsi, allora sì, tutti i debiti che lo Stato non poteva pagare. Dovrà pagare tutti i creditori e rimborsare quei trecento milioni di prestito ponte allo Stato, visto che la Bad Company è dello Stato. Lo Stato non può restituirsi i soldi da solo, sarebbe una partita di giro.

Come avete visto Berlusconi ha risolto brillantemente anche l'emergenza Alitalia con lo stesso sistema con cui dice di aver risolto l'emergenza monnezza a Napoli: nascondendo il pattume sotto il tappeto. Che succederà in futuro? Questi 16 capitani coraggiosi devono rimanere fermi per cinque anni. Dopo cinque anni possono rivendere le loro quote della Good Company. Secondo voi che cosa fanno? Sono 16 soggetti nessuno dei quali ha il minimo interesse e il minimo background per occuparsi di voli. Non gliene frega niente dell'Alitalia, gliene importa in virtù delle contropartite. Prenderanno le loro quote e le venderanno a quello che sta per diventare il partner industriale, quello che sa come si fa a volare, che sarà AirFrance se vincerà Tremonti o Lufthansa se vincerà Gianni Letta che ha gestito questa operazione. Entro il 2013 questi possono rivendere. E che faranno? Svenderanno, come si sa, ai francesi o ai tedeschi, così i francesi dell'AirFrance si prenderanno la compagnia italiana, che diventerà compagnia francese - non ci sarà più nessuna bandierina da nessuna parte, è tutto finto che questa sia una cordata italiana - a condizioni migliori di quanto se l'avrebbero presa se si fosse dato retta a Prodi e Padoa Schioppa. Pagheranno quattro lire invece che due miliardi e seicento milioni che si erano impegnati a pagare. La prenderanno anche molto più snella perché non ci saranno più i dipendenti in esubero e i debiti da cui li avremo liberati a spese nostre. Questa sì è la svendita di Alitalia ai francesi e agli stranieri, mentre quella di Prodi non lo era. Avremo così una compagnia francese che si chiamerà Alitalia e che probabilmente raschierà via molto presto il simbolino dalle ali degli aerei.Ci resta comunque una consolazione in tutto questo: in questi cinque anni potranno continuare a fare il bello e il cattivo tempo in Alitalia: potranno continuare a metterci il naso, avendo portato loro questi imprenditori. Faranno fare a questi imprenditori più o meno quello che vorranno, sono tutti imprenditori assistiti o amici dei politici, nel solco di quella tradizione per la quale Alitalia è sempre rimasta in rosso: che la gestivano con criteri politici e non manageriali.

Pensate soltanto che un mese fa il governo Berlusconi ha stanziato un milione di euro per ripristinare l'imprescindibile volo Roma-Albenga tanto caro al ministro Scajola che sta a 30 km da Albenga, cioè Imperia, e ci tiene ad atterrare con l'aereo nel cortile di casa.E' meglio che rimanga ancora un po' in mani italiane perchè la gestiscono così, un po' come il vecchio ministro Nicolazzi gestiva le Autostrade e si faceva fare lo svincolo a Gattico, proprio sotto casa sua, nella famosa autostrada Roma-Gattico.

Ci resta un'altra consolazione, cioè il fatto che ritorna il comunismo: Berlusconi che convoca imprenditori, cambia leggi, organizza cordate, il governo che dirige gli affari dell'impresa privata, sistema debiti, sposta dipendenti, fa piani quinquennali, ecc. ricorda tanto la grande Unione Sovietica di Stalin, di Breznev, di Cernienko. Il modello Putin sta entrando in Italia e sta tornando il dirigismo, la pianificazione sovietica. Il Cavaliere, che non sa e non ha mai saputo cosa sia il libero mercato, ripristina, se Dio vuole, l'industria di Stato. L'ultimo vero comunista è lui. Passate parola." Marco Travaglio