venerdì 3 ottobre 2008

IL POTERE OLTRE LE REGOLE


Massimo Giannini
La Repubblica
3 ottobre 2008

NEGLI STATI UNITI, alla vigilia del voto del Congresso americano sul maxi-piano di salvataggio bancario più imponente della storia, il segretario al Tesoro Henry Paulson ha compiuto un atto simbolico carico di significati: si è inginocchiato di fronte al presidente Nancy Pelosi, per invocare al Parlamento un'approvazione rapida di quel pacchetto di norme.

Il potere esecutivo, sia pure in una condizione di assoluta emergenza nazionale, si rimette al giudizio solenne del potere legislativo. È un segno tangibile di come, nonostante il caos finanziario che non ha saputo scongiurare e che ora fatica a gestire, la democrazia americana sa riconoscere i suoi valori, le sue regole, le sue istituzioni.

In Italia, alla vigilia del varo imminente dell'ennesimo decreto legge, stavolta sulla prostituzione, il presidente del Consiglio lancia un attacco ideologico contro il Parlamento, colpevole di intralciare l'azione del governo. "Imporrò alle Camere l'approvazione entro due mesi di tutti i decreti legge che riterrò necessari per governare il Paese - annuncia Berlusconi - e non esiterò a porre la fiducia ogni volta che servirà, poiché la fiducia è questione di coraggio e di responsabilità".

Il potere esecutivo, sia pure dotato di una maggioranza senza precedenti, sottomette il potere legislativo. È un segno tangibile di come, nonostante l'esistenza formale dei suoi precetti e la resistenza sostanziale dei suoi organi di garanzia, la democrazia italiana rischia di svilire i suoi principi, i suoi precetti, la sua qualità.

L'offensiva del premier tocca un nervo scoperto per il ceto politico, e un punto sensibile per l'opinione pubblica. In questi anni l'odiata Casta che abita le aule parlamentari, tra privilegi e inefficienze, non ha fatto nulla per meritare la fiducia del popolo sovrano. Berlusconi, ancora una volta, cavalca l'onda dell'antipolitica.

E da "uomo del fare" che combatte i "parrucconi", ha capito ciò che i governati sfiduciati chiedono ai governanti delegittimati: decidere, o anche solo far finta di aver deciso. È quello che il premier sta facendo, incrociando il senso comune dominante. Sui rifiuti e sull'Alitalia, sui rom e sulla camorra. Non conta ciò che c'è "nel" provvedimento. Conta solo che ci sia "il" provvedimento.

Tutto quello che intralcia o rallenta il processo va rimosso, o quanto meno esecrato. Vale la decisione. Non c'è più spazio per la discussione e, a volte, nemmeno per la ragione. E così, oggi, pur guidando un governo del presidente e comandando una maggioranza di 162 tra deputati e senatori, il Cavaliere si permette il lusso di additare proprio il Parlamento come il luogo della "non decisione".

L'attacco al potere legislativo è una mossa ad effetto, che può far presa nella gente. Ma è una scelta grave. Lo è dal punto di vista politico. Anche il Parlamento, per lo più ridotto a "votificio", necessita di riforme. Ma queste riforme non può imporle a forza il capo dell'esecutivo, a colpi di decreti legge e di fiducia.

La revisione dei regolamenti parlamentari è opportuna, ma è materia da trattare con cautela e rispetto. Non a caso è disciplinata addirittura dalla Costituzione, che attribuisce ai regolamenti la forza di fonti del diritto e all'articolo 64 ne vincola la modifica alla "procedura rinforzata" delle maggioranze assolute.

Ma la scelta di Berlusconi è grave anche e soprattutto dal punto di vista istituzionale. Ha un solo precedente, evidentemente non casuale, nella storia repubblicana. È Bettino Craxi, che al congresso del Psi di Verona, nel 1984, furibondo per la mancata conversione del decreto di San Valentino sulla scala mobile, tuonò contro i parlamentari che si occupavano "solo di conferenze sulle aspirine" e di "norme in materia di pollame, molluschi, prosciutto di San Daniele e scuole di chitarra".

Perché, a distanza di 25 anni, Berlusconi sente oggi il bisogno di replicare, con formule addirittura deteriori, il modello craxiano? Che bisogno ha, proprio ora che tiene il Paese in tasca e domina in splendida solitudine la scena politica, di riaprire un conflitto così aspro e avvelenato con le istituzioni?

C'è una sola risposta con un senso compiuto: è il Quirinale. Il Cavaliere ha fretta di chiudere la Seconda Repubblica e di inaugurare, se serve anche nel fuoco della battaglia, una Terza Repubblica tagliata ancora una volta a misura della sua biografia personale. E colpisce che, di questa trama palese, le anime belle della sedicente "cultura liberale" non vedano i fili.

Se Veltroni, per aver accostato il premier a Putin, è accusato di essere ancora prigioniero della "vecchia narrazione" di un centrosinistra tenuto insieme solo dal cemento dell'anti-berlusconismo, di quale "nuova narrazione" sarebbe invece interprete Berlusconi, che ritorna in guerra contro i suoi soliti fantasmi, umilia il Parlamento, svalorizza il Capo dello Stato, minaccia la Corte costituzionale?

La vera "cifra" del nuovo berlusconismo, micidiale miscela di cesarismo regressivo e di populismo deliberativo, è racchiusa in un mirabile enunciato di Giuliano Ferrara, il suo più brillante esegeta: "La democrazia, alla fine, non è expertise, ma è solo consenso". In questi tempi difficili è una verità agghiacciante. Ma purtroppo è esattamente così che Berlusconi sta riducendo la nostra democrazia.

Ma il Cavaliere studia la scalata al Quirinale


Goffredo De Marchis
La Repubblica
3 ottobre 2008

ROMA - Un giornalista sportivo lo inquadrò alla prima rivoluzionaria conferenza stampa da neopresidente del Milan, nel lontano marzo '86: "Questo qui un giorno leggerà il messaggio di fine anno". Quel commento di 22 anni fa oggi è qualcosa più di una profetica battuta perché Silvio Berlusconi è sceso in campo nel '94, è a Palazzo Chigi per la terza volta, è un leader per il momento senza rivali "nella politica, nei poteri forti e tra la gente", dice sconsolato il centrista Bruno Tabacci.

Malgrado Giorgio Napolitano occupi egregiamente e saldamente la poltrona di presidente della Repubblica con un mandato che scade nel 2013, il sogno quirinalizio del Cavaliere viene evocato sempre più spesso. Berlusconi ha due strade per cullarlo: il voto parlamentare con le regole attuali o l'elezione diretta del capo dello Stato decisa da una riforma che instauri una repubblica presidenziale. "Uno con la mia storia perché non dovrebbe pensarci", si è lasciato sfuggire il premier tradendo la sua cautela sull'argomento.

La Grande riforma è stata "disegnata" due settimane fa, a grandi linee, dal potente coordinatore di Forza Italia Denis Verdini: "Il centrodestra è maggioranza nel Paese da anni. Avrà il diritto di eleggere un capo dello Stato? Se non ci siamo ancora riusciti è perché va corretto l'attuale sistema di elezione". È l'annuncio di un progetto di repubblica presidenziale? Il senatore del Pdl Gaetano Quagliariello coordina il gruppo di lavoro sulle riforme lavorando soprattutto sul premierato.

Ma ai vertici del Pdl ha svelato anche un'altra carta: "È vero però che i sistemi presidenziali, in un momento di crisi della politica, ti offrono una riserva più ampia di legittimità". Quagliariello la chiama "una riflessione di fondo". Poi il Cavaliere sale su un predellino e trasforma la riflessione di fondo in un fatto compiuto...

Bossi ha parlato di Berlusconi al Quirinale domenica: "Sarà lui il prossimo presidente, noi lo voteremo". Con la consueta franchezza, il leader del Carroccio ha svelato un segreto di Pulcinella: il vero traguardo del premier. Che sarebbe realtà certa se si votasse per il Colle in questa legislatura e con questo Parlamento: Berlusconi andrebbe in carrozza al Quirinale. Ma il calendario è diverso: con le scadenze naturali e la Costituzione vigente saranno le prossime Camere a eleggere il presidente, il mandato di Napolitano finisce infatti tra cinque anni, dopo le elezioni politiche.

Toccherebbe perciò affrontare dei passaggi preliminari, una nuova campagna elettorale (a 77 anni) e il voto del popolo. Una strada più impervia che autorizza l'ipotesi di altre soluzioni, a cominciare dalla possibile revisione della Carta.

Il diretto interessato si è sempre tenuto alla larga da questi discorsi, a parte un "non escludo una candidatura al Colle" nel 2005 con la precisazione che anche "il dottor Letta" poteva essere un ottimo nome. Letta è il braccio destro del Cavaliere, ma può diventare un concorrente nella lunga marcia al Colle. Walter Veltroni sembra saperlo molto bene.

Il segretario del Pd ha stuzzicato il Cavaliere dopo la chiusura positiva del caso Alitalia esaltando il ruolo del sottosegretario alla presidenza, "il suo senso di responsabilità. Io e Gianni Letta abbiamo la stessa cultura". Come dire: lui sì che è un uomo delle istituzioni. Berlusconi si è vendicato pochi giorni dopo mettendo uno contro l'altro Veltroni e D'Alema. E attribuendo all'ex ministro degli Esteri il merito di aver fermato il leader del Pd che "giocava per la rottura".

Schermaglie contingenti, ma a gioco lungo si possono leggere anche in chiave-Quirinale. Segnalano che per il dialogo tra maggioranza e opposizione e alla lunga per il Colle Letta è una figura decisiva.

Nell'ottica di un salto di qualità si muove anche Giulio Tremonti. La poltrona di ministro dell'Economia è un trampolino per la presidenza della Repubblica (vedi Carlo Azeglio Ciampi). Tremonti coltiva rapporti bipartisan attraverso l'Aspen Institute (è di due giorni fa un dibattito sulla religione con D'Alema e il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone).

L'alternativa è la leadership del Pdl per la quale la sfida è con Gianfranco Fini. Il Pd osserva le mosse, ma si schiera. D'Alema ha "autorizzato" l'ascesa di Berlusconi al Colle con un sistema presidenziale: "In quel caso ci sarebbero pesi e contrappesi". Meglio del presidenzialismo strisciante di oggi, ma l'ex ministro ha chiarito: "Io non sono presidenzialista. Penso a una legge elettorale tedesca e al rafforzamento delle Camere".

Veltroni dice un no netto a Berlusconi e all'elezione diretta. Però Tabacci punta il dito: "Il centrosinistra ha contribuito a creare questo clima presidenzialista. Hanno proposto la repubblica presidenziale, ci hanno ripensato, poi l'hanno proposta di nuovo. Ed era Veltroni a cavalcare il sindaco d'Italia. Ma il sindaco d'Italia ora lo fa Berlusconi". Se il Cavaliere può coltivare il sogno presidenziale quindi, la colpa è anche un po' del Pd.

Santanchè: «Sono stati momenti orribili»



Laura Cuppini
Il Corriere della Sera
3 ottobre 2008
«Lerner ha alzato il livello dello scontro. Poi due neri mi hanno detto di tutto, con una violenza ingiustificata»

MILANO - «Ho passato dei momenti veramente brutti, sono ancora scossa». Daniela Santanchè, ormai ex portavoce della Destra di Storace, racconta la disavventura che le è capitata ad Annozero, durante una pausa pubblicitaria. «Gad Lerner ha fatto di tutto per alzare il livello dello scontro, dicendo che cavalco la paura - ha spiegato -. Ho detto "via i clandestini a calci nel sedere" e lo penso ancora oggi, proprio perché sono dalla parte degli immigrati regolari che hanno un lavoro e rispettano le nostre leggi. Ho detto anche che un delinquente è un delinquente, qualunque sia il colore della sua pelle».


L'AGGRESSIONE - È stata questa frase, secondo l'ex candidata premier, a scatenare l'ira furiosa di due neri. «Nella pausa pubblicitaria sono piombati da me, mi hanno insultata: "bastarda, delinquente, figlia di puttana, troia", con una tale violenza verbale che sono stata incapace di reagire sul momento. Poi ho chiesto che venissero allontanati e Santoro lo ha fatto». E non è tutto. «Finita la trasmissione si avvicina un signore dicendomi che i due ragazzi vogliono chiedermi scusa e io dico benissimo. Per fortuna ho la scorta perché i due ragazzi non volevano affatto scusarsi: sono tornati da me, uno soprattutto, per castigarmi con la stessa arroganza di prima».


«CONTRO IL RAZZISMO» - La puntata del programma, «Italiani brutta gente», era dedicata alla strage di Castelvolturno e agli ultimi episodi di razzismo, come l'omicidio di Abdul, ucciso a Milano per aver rubato un pacco di biscotti; il cinese malmenato da una baby-gang a Roma; l'ambulante senegalese picchiato al mercato a Milano. «È stato un gesto inaccettabile perché io voglio insegnare ai giovani che non bisogna essere razzisti e sono sempre stata dalla parte degli immigrati regolari facendo anche delle battaglie a favore delle donne musulmane - sottolinea Santanchè -. L'intolleranza viene anche da queste persone. Dico basta alla finta solidarietà: i clandestini mi devono spiegare come fanno a vivere, dato che girano tutti con macchine e collane d'oro al collo. Non vorrei che si scatenasse un razzismo al contrario».


«CONTINUO AD ANDARE IN TV» - Giusto poche ore prima di Annozero il premier Berlusconi aveva detto basta con le trasmissioni non imparziali, invitando tutti gli esponenti del Pdl a non partecipare a talk-show in cui si fa «insulto e mendacio». Ma Santanché, nonostante il suo ormai noto avvicinamento alla maggioranza, fa dei distinguo: «Non sono d'accordo, non getto la spugna e lo faccio perché voglio che i nostri figli siano uomini liberi». In ogni caso, sottolinea, «non bisogna alzare il livello di scontro nelle trasmissioni, perché basta guardare la popolazione carceraria nel nostro paese, la maggioranza sono stranieri. Sono stufa del politically correct, essere solidali vuol dire garantire a queste persone un lavoro, una soglia di dignità».


«ITALIA NON È RAZZISTA» - E soprattutto basta dire che l'Italia è un paese razzista, continua l'onorevole. «La camorra non è razzismo, è solo delinquenza - sottolinea parlando di Castelvolturno -. Però gli italiani hanno paura e la paura è dettata dalla malapolitica, al fatto che domina l'illegalità e non c'è la certezza della pena. Gli italiani non sono razzisti, pensano però che la patria debba essere di chi la ama. Allora il governo deve avere il coraggio di prendere provvedimenti più duri introducendo il reato di clandestinità ed eseguendo le espulsioni con accordi bilaterali. Un paese con regole certe può permettersi di essere ospitale».


Vigilanza Rai, Napolitano: «Le Camere decidano»



Il Corriere della Sera
3 ottobre 2008
«Tale obbligo, come quello di designare il giudice della Consulta, tocca importanti istituti di garanzia»

ROMA - Giorgio Napolitano esprime «preoccupazione». Per questo, il presidente della Repubblica lancia un appello al Parlamento perché non si sottragga ai suoi obblighi sull'elezione del giudice della Corte Costituzionale e sul presidente della Commissione di vigilanza Rai, «in quanto tali obblighi toccano la funzionalità di importanti istituti di garanzia».

PANNELLA - Le affermazione di Napolitano sono arrivate dopo un «cordiale colloquio telefonico con Pannella», che proprio per sollecitare il Parlamento ha annunciato uno sciopero della sete. «Le norme e le prassi vigenti - prosegue il presidente della Repubblica - prevedono per fondati motivi di equilibrio, a tutela del pluralismo e a presidio dello Stato di diritto, l'espressione di maggioranze qualificate e la realizzazione di ampie intese in Parlamento per perfezionare gli adempimenti di cui oggi si lamenta la violazione. Tali norme non hanno però impedito - in anni recenti, e segnatamente all'inizio della XV legislatura - il rispetto di scadenze e vacanze delicate. È indispensabile che su ogni pur comprensibile diversità di valutazioni politiche prevalga la consapevolezza dell'inderogabile dovere costituzionale da adempiere»


La scomparsa del buon senso



di Giovanni Sartori
Il Corriere della Sera
3 ottobre 2008



Quel «buon senso» che fa dire e fare «cose sensate» è oramai un caro estinto soppiantato dall'insensato, dall'insensatezza e dal «dementismo » (ahimè, una demenza giovanile assai più che senile). Chi ha ucciso il buon senso? E perché? Lo dirò man mano. Intanto illustriamo il problema con due casi esemplari di insensatezza: nel nostro piccolo, il lungamente perseguito e pressoché riuscito suicidio dell'Alitalia; e, nel più grande mondo circostante, il crescente, e anch'esso insensato, «rigelo » nei rapporti tra Washington e Mosca. Quella dell'Alitalia era una morte preannunziata — e anche più che meritata — da almeno un decennio. Né sarebbe stato un suicidio inedito. Negli Stati Uniti la Twa (Trans World Airlines) è stata uccisa proprio dal suo personale di volo; e fu anche fatta tranquillamente fallire, come si fa nei Paesi seri. In Europa, e più di recente, alcune rispettabili compagnie di bandiera, come la Swissair e la Sabena, sono come qualmente passate in altre mani. Anche la Svizzera avrebbe avuto come noi l'alibi del turismo; ma che io sappia nessuno l'ha invocato e i turisti, mi dicono, ci sono ancora.


Allora, chi ha messo in testa ai nostri piloti e alle vociferose hostess che ancora l'altro giorno esultavano gridando «meglio falliti che in mano ai banditi » (leggi: Colaninno) che Alitalia era una vacca sacra, una voragine mangiasoldi che però nessuno avrebbe osato toccare? Forse nessuno. Forse tra le nostre aquile e aquilette «selvagge» non ci sono più teste in grado di usare la testa. Certo è che fino alla ventitreesima ora dell'ultimo giorno chi ha pensato (male) per tutti è stata la casta dei piloti, l'Anpac; ben assistita, si intende, dalla Cgil e altri protettori politici. E ancor più certo è che il buon senso avrebbe affrontato e risolto il caso Alitalia da gran tempo. Se, appunto, il buonsenso esistesse ancora. L'altro caso, dicevo, è quello del deterioramento dei rapporti tra Stati Uniti e Russia. Era inevitabile? No. A mio avviso era evitabile e assolutamente da evitare. E la colpa di chi è? Per Salomone sarebbe stata per metà di Bush e per metà di Putin. Per il grosso degli occidentali è soprattutto di Putin. Per i meno, che mi includono, la colpa è invece soprattutto di Bush e dell'«ideologismo democratico» che oggi imperversa incorporato nell'altrettanto imperversante contesto del politicamente corretto.


Sia chiaro: la teoria della democrazia liberale non è, in quanto tale, un'ideologia, visto che è una teoria che ha funzionato in pratica, che si è realizzata nel mondo reale, mentre le ideologie sono (come le utopie che le hanno precedute) teorie senza pratica che clamorosamente falliscono nell'attuazione (vedi per tutti l'Urss), e che sopravvivono come fedi, come un pensiero che nessuno ripensa più, come un ex pensiero fossilizzato. Dunque la teoria della democrazia è una cosa, e l'ideologismo democratico che è esploso nel '68 e che ne proviene, è tutt'altra cosa. La prima ha fatto le democrazie, la seconda semmai le disfa. Ciò premesso, oggi l'urgenza è di stabilire e ristabilire senza paraocchi ideologici la realtà dei fatti, la realtà della «forza delle cose». E il fatto è che il mondo nel quale stiamo vivendo è il mondo più pericoloso nel quale l'uomo sia mai vissuto.


In parte perché stanno proliferando armi di distruzione di massa che ci potrebbero sterminare tutti; e in parte perché la dissennata crescita della popolazione (che il buon senso anche a questo effetto avrebbe dovuto impedire) ha innescato una sequela di altre crisi: dell'acqua che manca, del clima, delle risorse energetiche. E quest'ultima è la crisi più esplosiva del momento, visto che sta ridisegnando la mappa del potere mondiale tra chi dispone di petrolio e di gas e chi no. Gli Stati Uniti di petrolio ne hanno poco, l'Europa quasi punto. Invece la Russia ne ha. Ne hanno anche, si sa, il Venezuela, la Nigeria, l'Iran e alcuni Stati arabi del Medio Oriente; ma sono tutti Stati o traballanti o ostili e infidi. Il buon senso suggerisce, allora, che la Russia di Putin è, per l'Occidente, un alleato indispensabile. Se Putin venisse indispettito oltre misura, potrebbe chiudere i suoi rubinetti e l'Europa sarebbe in ginocchio in due mesi, gli Stati Uniti in gravi difficoltà entro sei.


Eppure il presidente Bush sta facendo di tutto per indispettirlo. È lui che per primo ha violato le intese indebitamente consentendo l'indipendenza del Kosovo; è lui che si propone di avvicinare i suoi missili intercettori ai confini della Russia, è lui che vuole incorporare nella Nato i Paesi dell'Europa orientale, è infine lui che sotto sotto ha incoraggiato la Georgia a sfidare Putin. Insomma Bush si comporta come se lui fosse il gatto e Putin il topo. L'acume di Bush mi è sempre sfuggito. Ma quando ho conosciuto Condoleezza Rice in panni accademici, lei era davvero intelligente (a detta di tutti). Pertanto quando una decina di giorni fa ha dichiarato che la crisi del Caucaso lascia la Russia «isolata e irrilevante» sono restato di stucco. Possibile che il potere logori anche l'intelligenza delle donne? Davvero gli Stati Uniti credono di poter condizionare Putin con rappresaglie finanziarie e bloccandone l'ingresso nell'Ocse e nel Wto? Eccezion fatta per il formidabile potere deterrente del suo arsenale atomico, a tutti gli altri effetti gli Stati Uniti sono oramai, al cospetto della Russia (e anche della Cina) una tigre di carta. E questa è la realtà.
Beninteso io rispetto e mi sento anche debitore dello zelo missionario degli americani atteso a promuovere la democrazia nel mondo. Ma sono spaventato da uno zelo missionario che cade in mano a un «ideologismo democratico» di marca Sessantottina che, appunto, stravolge ogni buon senso.

giovedì 2 ottobre 2008

UGUALE PER TUTTI: Benito Mussolini alla Camera (16 novembre 1922)#links

UGUALE PER TUTTI: Benito Mussolini alla Camera (16 novembre 1922)#links

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Pino Corrias
da Vanity Fair
1 ottobre 2008

Le colpe, in politica e nella vita pubblica, sono sempre degli altri. Quando Prodi non riuscì a rifilare (vantaggiosamente) Alitalia a Air France, la colpa fu dei sindacati e della Destra. Per Berlusconi, nel lungo settembre di trattative stop & go con Cai, Air France, Lufthansa, la colpa di ogni impasse era dei piloti, dei sindacati, delle hostess che giocano a golf e di Veltroni.
Anche davanti ai giudici, Berlusconi ha adottato lo stesso scarica barile. Corruzione? Fondi neri? Falso in bilancio? Chiedete a mio fratello. Chiedete a mio cugino. Chiedete ai miei manager.

I rifiuti che ingombrano Napoli da quasi due decenni, arrivano sempre “dal governo precedente”. Persino Bassolino, che guida la Regione Campania da due mandati, cioè dal 2000, se ne professa estraneo e quando qualcuno glieli rinfaccia si guarda intorno, si stringe nelle spalle, dice: “E io che c’entro?”.

Il debito pubblico italiano - oggi a quota 1621miliardi di euro - non lo ha scavato nessuno, lo hanno ereditato tutti, la Destra dalla Sinistra e viceversa, al massimo è colpa di Bettino Craxi, defunto in latitanza. La colpa della crisi economica non è mai nostra, ma europea, anzi americana, dell’11 settembre, degli arabi, delle Cina. La colpa dei morti ammazzati sulle strade è dei rumeni ubriachi. La colpa dei furti è degli zingari. La colpa della disoccupazione è degli immigrati che lavorano in nero. La colpa della cattiva scuola è del ’68 e della scomparsa dei grembiuli. La colpa delle prostitute è dei clienti. La colpa dei clienti è delle prostitute. La colpa delle prostitute e dei clienti è della mafia albanese. La colpa della mafia albanese è della globalizzazione e di Bruxelles, dei suoi burocrati, dell’euro, del nuovo secolo. Poveri noi, anziani e bamboccioni, che di tante cattiverie altrui siamo sempre le vittime innocenti.

UGUALE PER TUTTI: Il frutto avvelenato della tolleranza zero#links

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Berlusconi: "Imporrò i decreti"



di GIANLUCA LUZI
LA REPUBBLICA

NAPOLI - Nega di aver insultato Veltroni, anzi - al contrario - è stato il segretario del Pd a insultare il capo del governo e "insultare il presidente del Consiglio dandogli dell'imbroglione e del buffone, oltre che del fannullone, fa male alla democrazia".
Poi annuncia che d'ora in poi governerà sempre di più a colpi di decreti legge, anzi "imporrò al Parlamento l'approvazione entro due mesi dei decreti che riterrò necessari per governare il Paese" (meritandosi per la capogruppo del Pd Anna Finocchiaro l'accusa di avere "una concezione autoritaria della democrazia") e rilancia la sfida ai Democratici: "Non temo la loro piazza. Ho il 68 per cento di gradimento".

Per la nona volta dall'inizio della legislatura Berlusconi è a Napoli per fare il punto sulla situazione dei rifiuti, ma in conferenza stampa non manca di lanciare una nuova bordata di critiche verso il capo dell'opposizione. Forse, sulle prime, Berlusconi non avrebbe voluto rispondere alla sollecitazione dei giornalisti, ma se non bastasse Di Pietro in tv che l'ha mandato in bestia ("Questo qui continua ad andare in tv ad attaccarmi e nessuno gli dice che io sono il campione dei perseguitati e non sono mai stato condannato. Ora poi ho visto che ha chiamato in causa anche il Capo dello Stato"), c'era anche quella lettera di Veltroni al Corriere in cui il capo dell'opposizione spiega i suoi "timori per la democrazia" e quella intervista alla radio in cui D'Alema difende Veltroni e conferma che Berlusconi è una "anomalia" della nostra democrazia.

E allora l'iniziale "io non rispondo" diventa rapidamente un nuovo, duro atto d'accusa a cui il Pd replica con l'elenco di tutte le volte in cui Berlusconi ha "insultato" l'opposizione. "Ricevo da sempre insulti e aggressioni che non mi fanno nè caldo nè freddo, devo dire la verità. - attacca il premier - Io non ne ho mai fatti, non solo a Veltroni ma a nessun altro perché ho un grande rispetto degli altri, di tutti gli altri, a partire dai più deboli e non ho mai rivolto in vita mia un insulto ad alcuno". Invece "chi insulta me insulta una istituzione dello Stato". La colpa, come al solito, è dei media, perché "se i giornali si inventano cose non è colpa mia". Al contrario, sostiene Berlusconi, "non ho mai detto che Veltroni è inesistente, anche perché è una stupidaggine in sè. Ho detto invece parlando ad una platea numerosa, con molte registrazioni che si possono verificare, che il Partito democratico quanto a collaborazione con la maggioranza era inesistente".

Quindi "niente di diretto a Veltroni ma un'affermazione sulle possibilità di collaborazione, che mi veniva chiesto in quel momento se si potessero effettuare". Ma, ripete Berlusconi, "gli insulti non mi fanno né caldo né freddo", così "noi andiamo avanti nella realizzazione del nostro programma anche aggiungendo cose che nel programma non c'erano". Del resto "il nostro gradimento è al di sopra del 68%, un record nella storia repubblicana e della democrazia. I cittadini sapranno essere buoni giudici". E comunque l'opposizione in piazza "non produrrà alcun effetto", semplicemente "hanno cominciato la campagna elettorale per il voto di primavera".

Come altre volte il premier si è lamentato di avere "solo il potere di stendere l'ordine del giorno del consiglio dei ministri" e per questo intende "imporre" sempre più spesso l'approvazione delle misure che ritiene urgenti con decreti legge. Naturalmente, corregge dopo rendendosi conto della gaffe, con l'approvazione del presidente della Repubblica: "E' lui che giudica se un decreto è tale e se c'è necessità ed urgenza". Comunque "io penso - conclude il premier - che per governare il nostro Paese sia necessario utilizzare questo strumento che la legge pone a disposizione del governo come una possibilità per interventi decisivi e immediati". Le prossime mission - annuncia il presidente del consiglio - saranno la lotta ai graffiti e alla pornografia via etere.

(2 ottobre 2008)

Cossiga: ferito il prestigio dei Carabinieri



Il Corriere della Sera


Caro Direttore, chiedo ospitalità per potere fare delle precisazioni sul «caso Granbassi» e sulla mia posizione in relazione ad esso; vorrei però preliminarmente porre dei punti fermi. Ho grande stima di Santoro, sia da un punto di vista personale che professionale. Ho stima per lui come persona e come giornalista anche se non condivido l'orientamento politico della sua interessante trasmissione che sul piano della polemica politica, a parte le asprezze del suo collaboratore Marco Travaglio che, io «somaro che raglia», come lui mi ha apostrofato, disprezzo profondamente da un punto di vista della deontologia professionale, per il violento tono da fascistello squadrista che lo contraddistingue, è certo antiberlusconiana e di sinistra, direi extraparlamentare, ma quando lo ritiene non lesina critiche alla sinistra ed ai suoi personaggi. Non si dimentichi il «processo in video» contro Massimo D'Alema per il caso Banca Nazionale dell'Agricoltura-Unipol e quello contro Romano Prodi per le indagini contro di lui condotte dal magistrato De Magistris.

Quando Santoro fu colpito dall'«editto bulgaro» di Silvio Berlusconi ed egli era sul punto di essere cacciato dalla Rai, io lo difesi, perché mai politici devono «spegnere» la satira: pensiamo ai re di Francia ed a Molière e Racìne. Inoltre nutro grande simpatia e sono da tempo amico di Ignazietto La Russa: ma tra essere oltre che una persona intelligente e straordinariamente simpatica, e un buon e duro politico che sta contendendo a Berlusconi e Verdini anche il metraggio quadrato della futura casa comune ( se si farà) del partito del Popolo delle Libertà; ma fare il ministro della difesa ( e per farlo non basta «esserlo»), è un'altra cosa. Chè la mia vicinanza, direi la mia «immedesimazione», con l'Arma dei Carabinieri, è cosa nota. Poiché voglio bene all'Arma e la considero una struttura essenziale del nostro sistema di sicurezza, mi sono per così dire turbato per quanto è accaduto nell'Arma. Per quanto io posso sapere le cose sono andate così.

Quando Ignazietto ha ricevuto la Granbassi insieme ad altri carabinieri della sezione sportiva dell'Arma al ritorno delle Olimpiadi di Pechino, la campionessa gli espose il suo desiderio di partecipare come «velina» o «valletta», il ministro le avrebbe detto, nulla sapendo di leggi e regolamenti che disciplinano lo stato giuridico del personale dell'Arma: «Vedrò cosa si può fare!», e interessò il Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri e il Capo di Stato Maggiore del Comando Generale, dicendo loro: «Fate il possibile!», non sapendo che una frase simile ai carabinieri, suonava come un ordine del «loro ministro», un ordine al quale si obbedisce senza discutere, al massimo formulando qualche sommessa osservazione, tanto sommessa però da non ingenerare minimamente nel ministro l'impressione che essi vogliano discutere l'ordine! Poi è accaduto, anche per merito o colpa mia, l’«infinito»! E perché? Per due motivi: primo, perché un carabiniere non può avere, pagate o meno, due professioni, secondo: che può fare la «velina» o la «valletta», anche se è una gran bella ragazza, in una trasmissione «politica», e politicamente orientata contro il Governo da cui l'Arma dipende? Turbato dalle critiche il Comando Generale dell'Arma, che doveva dall'inizio di no al Ministro, ha ora, contro il consiglio che io diedi ai vertici dell'Arma, revocato prima della prossima puntata l'autorizzazione alla carabiniere che si è ribellata! Ma il fatto grave è un altro.

Come mai il Cocer, che è l'organo centrale di rappresentanza dei carabinieri e che è inserito nella struttura militare stessa dell'Arma, ha preso posizione a favore della Granbassi? Perché è il caso della «ragazza» con due mestieri, può costituire un precedente per tutti i carabinieri che possono avere il bisogno, mal pagati come sono, di avere tutti due mestieri con due stipendi: da collaboratori esterni di agenzie private di investigazione a guardie del corpo a buttafuori in qualche night! Il fatto è che l'Arma dei Carabinieri è «senza padroni», perché ne ha due: il Ministro della Difesa da cui dipende organicamente per promozioni e disciplina, e il Ministro dell'Interno dal quale dipende per il novantacinque per cento del suo impiego e «zero» per tutto il resto. Non so come andrà a finire con la insubordinata carabiniere. So solo che l'Arma, e me ne duole assai, vedrà ferito il proprio prestigio e il proprio «viso».

E comincerà quello che è l'inevitabile suo cammino ordinativo, già intrapreso e concluso da altri due corpi di gendarmeria: da quello portoghese, la Guardia Repubblicana, a quello spagnolo, la Guardia Civile, e dal 1˚gennaio 2009 anche la Gendarmeria Francese, che tengono dipendenza organica e ordinativa nonché quella funzionale per i compiti di polizia dal Ministero dell'Interno, mantenendo il Ministero della Difesa la sua supremazia funzionale sull'Arma per l'espletamento dei compiti prettamente militari che gli sono attribuiti e che costituiscono il cinque per cento della sua attività. Così l'Arma avrà un solo «padrone» ma anche un «protettore», perché adesso ha due «padroni», anche se in realtà soltanto uno: il ministro della Difesa, ma, nessun «protettore», almeno da quanto si è voluta «sganciare» dall'Esercito ed ha voluto avere come comandante generale un carabiniere, cosa che accadeva solo in tempo di guerra,e dal 1861, quando l'Arma fu trasformata da Corpo autonomo in Arma dell'Esercito Regio.

Francesco Cossiga
Presidente emerito della Repubblica
02 ottobre 2008

Karajan - Beethoven Symphony No. 3 'Eroica' - Part 1

Karajan - Beethoven Symphony No. 3 'Eroica' - Part 2

La morte della democrazia parlamentare

Eboli: vietato baciarsi in auto


di Luigi Morsello

“Eboli: vietato baciarsi in auto
Pubblicato da arcadia in Cronaca, Italia, Sesso.
Domenica, 3 Agosto 2008.

Mi raccomando, fate molta attenzione fidanzatini di Eboli, non baciatevi assolutamente in auto. E che non vi passi in testa di assumere atteggiamenti romantici più spinti, le multe per un simile crimine sono salate: si può arrivare fino ai 500 euro di sanzione anche per un solo, innocente bacio.

La stravagante decisione arriva dal sindaco e dall’amministrazione comunale della città di Eboli, che allo scopo di limitare il vandalismo che dilaga in città ha deciso di vietare, con tanto di multa per i trasgressori, i baci in auto nella zona del Palasele, luogo deputato per tradizione agli innamorati.

E pensare che 5 anni fa proprio nella zona del Palasele si era pensato di istituire un parco dedicato agli innamorati, con tanto di distribuzione gratuita di profilattici e seminari per discutere del sesso sicuro. Quindi, mi raccomando innamorati di Eboli, amore si, ma solo platonico.”

Confesso che, nel mio perenne peregrinare in internet non mi sarei mai aspettato di imbattermi in una ‘notizia di cronaca’ così stravagante, come correttamente la definisce il cronista di arcadia.

Ma ancor più stravagante, illogica, illegittima, pretestuosa e surrettizia mi appare la motivazione: limitare il vandalismo in città !

Ma va !

Il motivo della mia meraviglia ?

Sono due: primo, la città è piena di quelli che io ho definito ‘ebolitan graffiti’, che ho fotografato ed inserito nel mio blog sotto forma di slideshow, nella banda laterale sinistra del blog, assieme a molte altre immagini di mio prevalente interesse; secondo, il Palasele non è in città, ma fuori.

Ecco come ne scrive Fabio Bergamo. “Palasele: palazzetto del comune di Eboli, di recente costruzione, utilizzato esclusivamente in via eccezionale per manifestazioni di scarso rilievo artistico ed educativo e ancora meno per lo sviluppo economico della città. La struttura a cupola non crollerà mai in quanto il peso è direttamente distribuito sul perimetro della circonferenza della base portante (lo scrittore non ha mai messo piede in tale struttura che molti giovani già definiscono il “palazzetto della vergogna”).”.
Non chiarisce Fabio Bergamo il perché di quella definizione, che è sicuramente antecedente all’ordinanza del sindaco Melchionda.

Fatto sta che lungi dall’essere preso in considerazione per farvi “un parco destinato agli innamorati”, espressione pudica per non dire “per farvi sesso”, adesso è proibito anche solo baciarsi al Palasele.

Un bel salto della quaglia, vero ?

Qualche domanda è da rivolgere al sindaco Melchionda: sig. Sindaco, le chiedo, nuovamente, ma va mai a giro per la sua città ? Non dico per rioni, ma almeno nella piazza della Repubblica ? In piazza della Repubblica sì, l’ho vista anch’io, qualche rara volta, sempre con un codazzo di gente al seguito.

Allora le domando: se ritiene che andar da solo potrebbe essere nocivo per la sua salute, perché non si traveste, si rende irriconoscibile così la sua incolumità fisica non sarà ragionevolmente minacciata, e giracchia un po’ in giro ? Ne vedrebbe delle belle. Sui sedili di piazza della Repubblica, su quelle fra i due edifici scolastici, di giorno e di sera, ragazzotti e ragazzotte che si sbaciucchiano, slinguazzano, l’una sulle gambe dell’altro, in palese e avanzato stato di petting (pomiciamento) quale mai noi della nostra età ci saremmo mai sognati di fare, per pudore delle fanciulle dell’epoca, timore del pubblico scandalo, desiderio di riservatezza e, perché no, per distinguerci dagli animali. Forse le verrebbe il desiderio, non di fare analogamente (ci mancherebbe !) ma di sguinzagliare i suoi vigili a fare quei rabbuffi che fanno, quando li fanno, agli automobilisti in sosta vietata: almeno quelli, multe no, non è carino.

Che dire: come a suo tempo è balzato agli onori della cronaca (locale) per aver intercettato sette - otto disgraziati di extra-comunitari con gran dispiegamento di forze, anche della GdF, questa volta potrebbe almeno tutelare la pubblica decenza, offesa non solo dai graffiti di cui sopra, ma anche dagli indecorosi comportamenti delle coppiette e, magari, far dire loro di andare a scopare in albergo, che è anche più comodo.

Una parolina sui graffiti: perché non istituisce una tassa comunale per finanziare i lavori di riparazione dei guasti da graffiti, scaricando le spese almeno in parte sulle diecina, forse un centinaio di famiglie, di altrettanto ragazzotti che ‘vandalizzano’ la nostra città ?

Potrebbe essere un’idea.





La chiesa collegiata di S. Maria della Pietà in Eboli


di Luigi Morsello

L’elenco degli obbrobri architettonici che in Eboli non hanno risparmiato nemmeno le chiese, iniziata con la chiesa (nuova) d S. Bartolomeo, continua con una chiesa (antica): S. Maria della Pietà.
Questa la presentazione nel portale della diocesi di Salerno.
“È eretta in parrocchia da mons. Laspro nel 1880. La chiesa però è molto antica: è l’originaria S. Maria de Conce costruita nel sec. XI; è nominata con questo nome anche in un documento del 1309. La sua antichità trova riscontro nello stile della chiesa, con costruzione solida ed imponente, maestosa, con facciata munita di un porticato chiuso da cancelli. Nel 1511 la chiesa è indicata già con l’attuale titolo.
Clemente VII la eleva a Collegiata con non più di 12 canonici e un Primicerio con Bolla «In supereminentis Apostolice dignitatis», datata 4 maggio 1531.
La prima nomina a Primicerio la ottiene don Donato Giuliani. Nel 1702 la chiesa si arricchisce di un meraviglioso gruppo ligneo denominato S. Maria della Pietà.
La data che tutti conoscono, del 1698, non è altro che l’anno in cui si stipulò il contratto tra il Primicerio della Collegiata ed il celebre scultore Giacomo Colombo.
Questa statua esce in processione solo in occasione di grandi eventi. L’ultimo è stato il giubileo del 2000.
Il 17 agosto 1741 la Collegiata ottiene da papa Benedetto XIV le insegne per il Primicerio, il cantore e i canonici. L’8 agosto 1811 è detta “insigne Collegiata Chiesa Maggiore” con 22 membri: 12 canonici, 2 dignità e 8 ebdomadari. Il 13 luglio 1866 in applicazione alle leggi eversive il Capitolo è soppresso; tutti i beni sono incamerati dallo Stato. L’11 febbraio 1903, mons. Laspro, ricostituisce il Capitolo Collegiale con la dignità del Primicerio, con 6 canonici e 4 mansionari.
Attualmente è Primicerio don Lazzaro Benincasa”.
Non dice molto, vero ?
Si apprende però una notizia importantissima: originariamente si chiamava S. Maria della Concia e datava al XI secolo d.c.
Ricordo con sufficiente chiarezza l’aspetto esteriore della chiesa.
L’ho frequentata per anni tutte le domeniche, partecipando alla celebrazione della S. Messa.
Non ho trovato immagini recenti e complete del lato esterno che dà su piazza della Repubblica.
Ma ricordo che l’accesso laterale era una semplice rampa di scale.
Ho trovato però com’era prima della II^ guerra mondiale.
La porta di S. Caterina vi appare in tutto il suo primitivo splendore, nemmeno deturpata dalla scritta “CASA DEL FASCIO”, che la colloca (la fotografia) ad inizio della infausta Era fascista.

Vi compare una rampa di scale perpendicolare, non so dire se era l’ingresso alla casa del fascio, forse sì, ma non è improbabile che fosse l’accesso laterale alla chiesa.
Va ricordato che in epoca prebellica Eboli era racchiusa in un centro storico, oggi praticamente non più esistente (il restauro post terremoto 1980 si è risolto in una ricostruzione, con scarso rispetto delle precedenti volumetrie, sicuramente dell’aspetto che aveva il centro storico quando, prima del suddetto terremoto, era ancora fittamente abitato).
Quindi, l’accesso alla chiesa era ed è interno al centro storico, in corso Umberto I al numero civico 5.
Gli eventi della sciagurata seconda guerra mondiale comportarono la distruzione di porta S. Caterina, mai più ricostruita.
Nel frattempo Eboli si spostava fuori delle mura, si sviluppava, uno sviluppo ad inizio del secolo scorso contenuto e sobrio, gli edifici rispettavano i canoni architettonici del loro tempo, col passare del quale finivano col divenire edifici storici, anche se privi del vincolo monumentale.
Questa mancanza è stata la loro rovina. Ma questo è un altro discorso.
Tornando alla nostra chiesa, con un bel campanile di forma quadrata con una doppio livello sfinestrato, il secondo che alloggia le campane, per lunghi anni non subì, nell’aspetto esteriore, insulti di nessun genere.
Intanto l’accesso alla chiesa da lato esterno, su piazza della Repubblica, veniva sempre più praticato dai fedeli, all’epoca numerosi.
Non solo. L’uscita da corso Umberto I risultava ingolfata da quei fedeli che preferivano entrare ed uscire dalla ‘porta principale’.
Deve essere questo il motivo, l’occasione e lo stimolo ad una perversa riflessione, che indusse qualcuno, non so chi, a domandarsi: perché non costruiamo un accesso laterale con doppia rampa di accesso, con una piccola cupola (la chiesa non l’aveva di suo), insomma un imponente portale ?
Buon Dio, quest’idea incredibilmente allignò !
Non c’era più già allora la cultura del bello.
I risultati sia prezzano, oggi, non solo a danno della chiesa, ma dell’architettura tutta della città, divenuta brutta ed anonima.
Il danno causato nei decenni è irreversibile. Purtroppo.


I pompieri di Viggiù


Marco Travaglio
Ora d'aria
L'Unità
1 ottobre 2008

Negli Stati Uniti il Parlamento, libero e sovrano, boccia sonoramente il piano di salvataggio della finanza tossica americana a spese dei contribuenti, firmato dal presidente Bush con l’accordo dei vertici dei partiti democratico e repubblicano. In Italia il Parlamento è una pròtesi del presidente del Consiglio, che lo convoca e lo sconvoca a seconda delle scadenze dei suoi processi e dei finti impedimenti dei suoi onorevoli avvocati, per il resto bypassandolo allegramente con continui decreti legge (su 12 leggi approvate finora, 11 sono dl e solo uno è un ddl, la porcata Alfano, ovviamente incostituzionale). E le possibilità che il Parlamento bocci il piano delinquenziale che scarica sui contribuenti i debiti dell’Alitalia per regalarne la parte sana a una compagnia di giro di profittatori di regime, capitanata da Colaninno condannato dal Tribunale di Brescia a 4 anni per la bancarotta del gruppo Italcase-Bagaglino, è pari a zero. Anzi, una volta tanto che il Pd non c’entrava nulla in una sciagura, Veltroni s’è precipitato a rivendicarne il merito.


Negli Usa la gente scende in piazza da Denver a Washington contro i profittatori di regime al grido di “Aiuti a Main Street, non a Wall Street”, “Niente salvagente, per questi ci vuole la galera”. In Italia manifestare in piazza è considerato eversione e invocare la galera per i ladri di Stato non si usa più: sarebbe giustizialismo. Negli Usa Obama e Mc Cain se le suonano di santa ragione. In Italia, se il leader del Pd comincia con quattro mesi di ritardo a fare opposizione al governo più indecente della terra, si becca subito i rimbrotti del Corriere della sera per la penna, anzi l’estintore, del pompiere di Viggiù, al secolo Pigi Battista. E viene subito sbugiardato dai suoi compagni di partito. Per Enrico Letta, “non si vincono le elezioni del 2013 con l’antiberlusconismo”: infatti ha appena perso quelle del 2008 dialogando con Berlusconi (che intanto monologava, chiamava Veltroni “maschera di Stalin” e vinceva a mani basse). Ma c’è di meglio: tal Giorgio Tonini del Pd, in un convegno a Orvieto, lancia con Enrico Morando l’idea di “separare le carriere di pm e giudici”, che sarebbe anche originale, se non l’avessero già lanciata Gelli, Craxi e Berlusconi. Più innovativa un’altra trovata del Tonini: la deriva putiniana denunciata da Veltroni non sarebbe colpa di Berlusconi ma, pensate un po’, di Prodi. Il quale, essendo l’unico ad aver battuto Berlusconi, è stato spedito a casa anzitempo, così impara a non perdere le elezioni come tutti gli altri.


Intanto Al Tappone, sempre spiritoso, annuncia: “Basta dialogo con Veltroni”. Un po’ come se Putin annunciasse “basta dialogo con la Georgia”. D’Alema, per punizione, lo candida subito al Quirinale: “Se si arrivasse a un sistema presidenziale, Berlusconi potrebbe concorrere alla massima carica della Stato perché ci sarebbero quei pesi e quei contrappesi che consentirebbero anche a lui di governare meglio il Paese”. Frattanto, in Francia, il presidente Sarkozy è bersagliato dalle polemiche per aver osato partecipare all’assemblea condominiale e interessarsi della nuova rete fognaria della villa della suocera in Costa Azzurra, non per procurarle privilegi, ma solo perché siano rispettati la legge e l’ambiente.


In Italia il premier attacca i giornali altrui, essendo proprietario di giornali. Attacca le tv altrui, essendo proprietario di tv. Attacca i giudici, essendo imputato. Confessa, dopo aver mentito promettendo di non usarlo, che il Lodo Alfano gli serve “contro i giudici politicizzati”. Ma il pompiere Battista trova che la colpa della fine del dialogo sia tutta di Veltroni, che osa addirittura descrivere il premier come “nemico ontologico della democrazia”, cioè per quello che è, mentre il Cainano sarebbe colpevole soltanto di qualche “reazione sgarbata”. Ma certo, uno che minaccia la Consulta di rappresaglie se oserà dichiarare incostituzionale una legge incostituzionale, uno che definisce “nemici” i giudici che si occupano dei suoi reati, uno che passeggia quotidianamente con le scarpe chiodate (con tanto di rialzo interno) sulla Costituzione, uno che annuncia con l’apposito Ghedini la riforma del Csm di cui il capo dello Stato non sarà più presidente, uno che vola sull’elicottero di Stato in una beauty farm chiusa per lavori ma fatta riaprire apposta per lui e ci trascorre tre giorni anziché andare all’Onu a rappresentare l’Italia, ecco, uno così è soltanto un po’ sgarbato. Birichino.


AnnoZero vietato alla Granbassi La sfida: disobbedienza e congedo



La Repubblica

Emanuela Audisio

1 ottobre 2008

ROMA - L'ordine è cambiato. L'Arma dei carabinieri non vuole più che Margherita Granbassi, campionessa di fioretto, due bronzi a Pechino, partecipi alla trasmissione "AnnoZero" di Michele Santoro. Il permesso, dato con molte difficoltà, è stato revocato dopo la prima puntata.

Ma a questo punto Margherita, appassionata di giornalismo, non obbedisce. E tocca. Andrà lo stesso in trasmissione. Perché le interessa l'esperienza, ed era disposta a farla anche gratis. Questo ha sempre detto e ribadito. Anche se era stata zitta davanti alle polemiche dell'ex presidente Francesco Cossiga che subito dopo la prima puntata aveva criticato l'abbigliamento "indecoroso" e da "velina" della campionessa.

E dato via ad un'interpellanza parlamentare, firmata anche da Maurizio Gasparri, che per Pechino era stato un grande sostenitore dell'atleta, sensibile alla causa tibetana. Granbassi, tra l'altro, per niente scollata, in tv veste Laura Biagiotti. Ma i carabinieri, dopo aver dichiarato, che la presenza di Margherita poteva essere un ottimo spot per avvicinare l'Arma ai giovani, hanno cambiato idea. Sembra per il tema dell'incompatibilità. Prima hanno autorizzato, poi hanno negato.

Eppure la Granbassi nella prima puntata non ha fatto molto, il suo è stato un intervento, in funzione di intervistatrice, breve e discreto. Lodato da Ilaria D'Amico, conduttrice televisiva, di sport, ma non solo: "Mi sembra che Santoro l'abbia voluta un po' proteggere, senza mandarla allo sbaraglio. Giusto così".

Margherita però non abbassa il fioretto, né la testa. Non smetterà di andare in tv, perché lei in futuro, una volta lasciata la scherma, vuole fare proprio la giornalista. Così ci sarà anche nella prossima puntata. Senza divisa, ma la sfida è aperta. A questo punto è probabile che l'Arma punirà la disobbedienza con un richiamo. E che il carabiniere semplice Granbassi (e non maresciallo, come ha detto Cossiga) verrà messa in congedo. Questo significa che Margherita è pronta a lasciare la divisa. Ma non la scherma, a cui tiene moltissimo.

Chiaro che il problema è la sua partecipazione ad una trasmissione politica. Ma anche Aldo Montano, oro ad Atene nel 2004, lasciò i carabinieri per divergenze su come dovesse gestire la sua immagine, compresa la partecipazione al reality "La Fattoria". È un affondo, quello della Granbassi. Il primo della sua nuova carriera. Ha vinto il titolo mondiale nel 2006. Ma stavolta il duello è più pericoloso e meno sportivo.

La torre che aspira l'anidride carbonica



Il Corriere della Sera


L’hanno battezzata «CO2 Tower», la torre dell’anidride carbonica, perché è sormontata da un grande e alto cilindro d’acciaio che svetta in posizione verticale. E’ la prima macchina per aspirare anidride carbonica direttamente dall’aria costruita dall’uomo, il sogno dei governanti e degli industriali di mezzo mondo, alle prese con il difficile esercizio dei tagli alle emissioni di questo onnipresente gas serra responsabile dei cambiamenti climatici. Il professor David Keith e il team di scienziati e tecnologi che l’hanno progettata e realizzata all’università di Calgary, Alberta, in Canada, ne illustrano senza trionfalismi le caratteristiche e le prospettive di sviluppo: «E’ un prototipo sperimentale già funzionante, un impianto relativamente semplice che si basa su tecnologie mature. Ha il pregio di poter svolgere la sua funzione in qualunque posto del pianeta, separatamente da un impianto di produzione energetica. Ne stiamo mettendo alla prova l’efficienza per verificare la nostra ipotesi che possa essere conveniente realizzarlo e distribuirlo in una molteplicità di esemplari». Nessuna promessa spericolata, insomma, ma la presentazione di una soluzione pratica e già operativa, da sottoporre al giudizio della comunità scientifica internazionale per le necessarie verifiche.

COME FUNZIONA - Alla base del funzionamento della macchina, c'è un processo chimico-termodinamico sicuro: l’aria aspirata viene posta a contatto con una pioggia di particelle di idrossido di sodio (NaOH) che provocano la separazione della CO2 presente, la quale può essere raccolta e stoccata nella forma più opportuna per il suo smaltimento (I dettagli tecnici del processo possono essere studiati nella pubblicazione scientifica disponibile online. Keith e collaboratori ci tengono a che non si faccia confusione fra la loro tecnologia e quella detta CCS (cattura e stoccaggio del carbonio), anch'essa in corso di sperimentazione in varie parti del mondo: «La CCS preleva l’anidride carbonica ai camini di centrali elettriche o industrie, dove si trova in alte concentrazioni, la nostra macchina, invece, direttamente dall’aria». E’ spontaneo chiedersi, a questo punto, quale vantaggio c’è ad aspirare CO2 dall’aria, dove è presente con una concentrazione di appena lo 0,04%, invece che dai fumi di un impianto energetico, dove la sua concentrazione balza al 10%. «Il fatto è che una larga fetta di CO2 è prodotta da sorgenti mobili: auto, aeroplani, navi, dove la tecnica CCS è inapplicabile -spiega Keith-. Di qui la necessità di pensare anche a una rimozione direttamente dall’aria».

UNA «TORRE» SU OGNI TETTO? - I primi conteggi, riferiscono Keith e collaboratori, sembrano incoraggianti: il loro prototipo richiede 100 kilowattora per tonnellata di CO2 estratta. «Questo vuol dire che, usando una centrale elettrica a carbone per alimentare la nostra macchina, per ogni unità di elettricità prodotta per farla funzionare, catturiamo CO2 dieci volte di più di quella emessa dalla centrale per il nostro fabbisogno». Insomma, l’efficienza del processo sarebbe fuori discussione. Ora c’è da valutare la convenienza economica di una produzione su larga scala di queste macchine. Galoppando con la fantasia, potremmo immaginare un futuro in cui ognuno di noi, sul tetto, accanto all’antenna della televisione, ha una torretta aspira-CO2 per smaltire i gas serra emessi dalle nostre attività quotidiane!

Franco Foresta Martin
01 ottobre 2008

Veltroni in difesa di Napolitano. "Inaccettabili critiche di Di Pietro"



La Repubblica
1 ottobre 2008


ROMA - ''Considero le critiche rivolte da Di Pietro al Presidente Giorgio Napolitano quanto di più inaccettabile''. Ad affermarlo è il segretario del Partito Democratico Walter Veltroni aggiungendo che ''Napolitano sta garantendo il rispetto della Costituzione e delle regole, mai animato da spirito di parte e con una scrupolosa coscienza del ruolo di custode e di garante che gli è assegnato dalle norme costituzionali. Ogni attacco a lui, perciò, appare cieco e strumentale''.

Il leader dell'Italia dei Valori aveva sostenuto che Napolitano sulle questioni vigilanza Rai ed elezione di un giudice della consulta debba assumere iniziative che "vadano ben oltre la moral suasion", "che vuol dire tutto e niente, nella Costituzione non c'è scritto che il presidente fa la moral suasion ma che scrive messaggi alle Camere, fa interventi e mette in mora chi non fa il proprio dovere...".

Un invito che non voleva essere una critica, ha precisato successivamente Di Pietro, quanto piuttosto un appello.

Ma intanto, a proposito di una delle due questioni aperte, l'elezione del presidente della Commissione di Vigilanza Rai, il capogruppo del Pd alla Camera Antonello Soro in un'intervista al Corriere della Sera si scaglia contro Di Pietro: "che con le sue dichiarazioni danneggia l'elezione di Orlando. Tanto a difendere Orlando ci pensiamo noi...", conclude.


In effetti l'elezione di Orlando, candidato dell'Idv sostenuto dal centrosinistra, appare sempre più difficile. Di Pietro ha negato oggi che ci siano divisioni nel centrosinistra sul candidato, mentre il Pdl appare sempre più deciso sul fronte del no.

"Di fronte a questo caos - ha detto infatti il presidente del Pdl al Senato Maurizio Gasparri - noi dovremmo scegliere come elemento di garanzia un esponente del partito di Di Pietro, che anche ad avviso di Veltroni non rispetta le istituzioni? Ma di che cosa stiamo parlando? La gestione delle istituzioni democratiche è cosa troppo seria perché abbia a che fare con Di Pietro e le sue propaggini".


Ramona for president



Massimo Gramellini

LA STAMPA

1 OTTOBRE 2008

L’attrice Ramona Badescu è stata nominata consigliere del sindaco di Roma per i rapporti con i romeni (i rapporti con gli uzbeki sono congelati in attesa di trovare un’attrice di madre lingua). La politica Daniela Santanché è stata ingaggiata da Odeon Tv, insieme a Irene Pivetti ed Elisabetta Gardini, una ex onorevole diventata personaggio televisivo e un ex personaggio televisivo diventata onorevole. Se la società degli umani seguisse i criteri dei politici, avremmo dentisti che trapanano radiatori e meccanici che scalpellano carie, parrucchieri che insegnano procedura penale e magistrati che fanno la messa in piega. Sarebbe un mondo elettrico ed estemporaneo. Finirebbe in fretta, ma fra molte risate. Invece quello dei politici resiste perché non è più un mercato specializzato. Prevale chi non sa fare nulla, a patto che non lo sappia fare dappertutto. Un ceto di incompetenti intercambiabili, che può stare su un calendario come al governo, andare in Parlamento sull’onda di un successo (o insuccesso) televisivo e finire in tv sulla scia di un’esperienza parlamentare.

Ben ci sta. Ai tempi di Mani Pulite ci accanimmo contro i professionisti della politica. Anziché esigere semplicemente che i componenti di tutti gli organi elettivi dello Stato e degli enti locali venissero dimezzati, per ridurre a cifre accettabili i costi endemici della corruzione, pensammo di risolvere il problema con l’ingresso della fantomatica società civile nelle stanze dei bottoni. Così la politica, che in mano ai politici era una cosa sporca ma seria, è rimasta sporca ed è diventata anche frivola.

"Ho scoperto un virus, e ora via"



La Repubblica
Valentina Conte
1 ottobre 2008


Da eBay alle strade di Roma. I precari della ricerca, da ieri all'asta su internet per un centesimo di euro, gridano la rabbia di chi si sente espulso. All'improvviso, con un emendamento che li esclude da laboratori e progetti dopo anni - decenni - di lavoro incerto e sottopagato. Questa mattina in via Veneto erano migliaia: dipendenti di Isfol e Istituto superiore di sanità. Per chiedere al ministro del welfare Sacconi di ripensarci. È un muro contro muro. "Il loro modo per risolvere il problema dei precari è licenziarli", riferiscono i manifestanti che piegano gli striscioni e tornano al lavoro.

Marco, 40 anni e da otto all'Iss, è il simbolo della protesta. Parla con il cartello che porta al collo: "Figli di un genitore precario. I diritti di un precario sono anche i loro". Il broncio dei suoi tre bambini spiega più di ogni comunicato. "L'abbiamo saputo dal sito di Repubblica - racconta Marco - dalla storia di Valentina Benni, premiata da Brunetta ma messa fuori. Uno choc. Ho pensato: sono fuori anch'io. E ora come lo spiego ai miei figli?".

Si inizia con un progetto per un mese. Poi due mesi, sei mesi. Un anno. Tre anni. A seconda dei fondi. Il tempo passa. E zero concorsi. Ti specializzi, diventi indispensabile. "Un lavoro che amo perché unisce due passioni - continua Marco - l'informatica e i bisogni delle persone. Ricordo gli inizi, quando ero nel progetto di sperimentazione del vaccino anti-Aids. Tutte le mattine mi svegliavo pensando ai malati che non ce l'avevano fatta e a quelli che aspettavano di guarire".

L'unità informativa, nata anche grazie alle competenze e al lavoro di Marco, rischia di saltare. Sono tutti precari. E con loro anche i progetti aperti. Come quello sui farmaci contraffatti, un database a prova di hacker quasi pronto e realizzato in collaborazione con Aifa, carabinieri del Nas e ministero della Salute, per sconfiggere la piaga dei medicinali falsi spacciati su Internet senza controlli. Chi se ne occuperà? "Molti colleghi non hanno retto". Marco abbassa lo sguardo. "Sai quanti vanno dallo psicologo dopo dieci, venti anni di precariato? La gente pensa che la pubblica amministrazione sia un porto sicuro. E invece è solo l'utero di una matrigna. Ci sei ma non ti vuole. Una schizofrenia".

All'Istituto superiore della sanità i posti a rischio sono settecento: 400 con un contratto a progetto e 300 a tempo determinato. Quasi la metà del personale di ruolo. Biologi, medici, amministrativi di primissima qualità. Firmatari di progetti, autori di brevetti scientifici e articoli sulle riviste internazionali. Responsabilità e competenze che potrebbero scomparire e paralizzare l'intera attività dell'Istituto. Che vuol dire ricerca e controllo: alimenti, farmaci, ceppi influenzali, batteri, virus. "Ho colleghi anche di 50 anni con famiglia e mutuo. Fuori da qui come si riciclano? Cosa faranno? Cosa farò? Non siamo raccomandati, imbucati, infiltrati. La gente non capisce perché non sa. Abbiamo lavorato qui perché avevamo le competenze e servivamo. E ora?".

Francesca, 43 anni, tecnico di laboratorio è da record: 23 anni all'Iss in attesa di una "stabilizzazione". Quella garantita in modo graduale dalle ultime due leggi Finanziarie e per ora saltata. "Più di venti anni ad occuparmi di emergenze sanitarie e controlli di stato sui vaccini: morbillo, varicella". Francesca scorre i ricordi. "Ve la ricordate la chikungunya? La febbre mortale trasmessa da zanzare infette che fece qualche morto anche in Italia nell'estate 2007? Siamo stati noi a identificare e isolare il virus in 24 ore". Gli anni all'Istituto? "Bellissimi, ma un calvario. Nei primi tre ero a zero lire. Poi le parcelle. I co.co.co. E finalmente il tempo determinato. Fatto il concorso, speravo nella stabilizzazione. Niente. Non solo. Ora siamo fuori. È assurdo".

La sala Pocchiari dell'Iss è stracolma. Mai stata così. Un muro di persone che parte dal marciapiede di viale Regina Elena. Tutti in assemblea con i sindacati di base. Per decidere cosa fare. Qualcuno chiede spiegazioni. "Cosa succede se passa l'emendamento?". Intanto nei laboratori i camici bianchi lavorano con ampolle e vetrini. C'è l'australiana in arrivo, l'influenza di quest'anno. E poi il vaccino anti-Hiv: il progetto di sperimentazione va avanti ed è il fiore all'occhiello dell'Istituto. Il latte cinese con la melammina da testare. E la ricerca da proseguire.

Non molto lontano, in via Ardeatina altri ricercatori sono in assemblea permanente. Giovani e meno giovani angosciati. Fausta, 37 anni, è biologa dell'Inran (l'Istituto nazionale di ricerca per l'alimentazione e la nutrizione) e al settimo mese di gravidanza. Con un dottorato alle spalle e dodici anni di assegni di ricerca, co.co.co. e poi tempo determinato dopo il concorso. Un precariato lunghissimo e la speranza di essere "stabilizzata" presto. "Pensavo proprio di avercela fatta - si illumina - ero tra i primi 14 in graduatoria e sarei passata con la successiva tornata e invece niente. Stabilizzazione di fatto abrogata. Niente assunzione ma neanche tempo determinato, come ora. Completamente fuori. A casa. Con un bimbo in arrivo".

Qui all'Inran rischiano di saltare 80 posti. Cioè ottanta ricercatori precari. Quasi la metà dei dipendenti totali. E con loro i progetti già assegnati: nazionali, internazionali, comunitari. "Un Paese che spende in ricerca solo lo 0,67% del Pil - grida Fausta - e che sbatte fuori i suoi ricercatori dopo averli formati e specializzati che Paese è? Se fossi raccomandata e fannullona non sarei qui ancora dopo dodici anni a firmare progetti e fare scelte di vita senza un orizzonte di futuro. Che ne pensa Brunetta?".

Nesti insultato allo stadio s'infuria



Il Corriere della Sera
Chiuso il suo sito web aperto sei anni fa


TORINO - «Questo sito è chiuso per sempre: ringrazio i tifosi del Toro per la "gratitudine" che mi hanno dimostrato alla fine di Toro-Lazio». Uno sfogo in piena regola quello di Carlo Nesti. Sopra le righe, eccessivo, inusuale per un giornalista che in tv è considerato sinonimo di telecronaca pacata e dai toni "british" (pure troppo, per i detrattori).


A COLPI DI INSULTI - In una lettera aperta pubblicata prima su Nesti Channel e poi inviata al forum di Corriere.it, il giornalista racconta così la sua domenica di passione, condita da tanti, tanti improperi al suo indirizzo: «Mi sono girato, ho cercato di capire chi mi stava insultando, e questi codardi, appena scesi dalla tribuna, hanno fatto finta di niente. Davo loro le spalle: insulti. Li guardavo: silenzio. Davo loro le spalle: insulti. Li guardavo: silenzio. Davo loro le spalle: insulti. Li guardavo: silenzio. Solo un anziano ha avuto il coraggio di mostrarsi, gli ho gridato “stronzo!”, e questo sì, lo rifarei mille volte: se non fossi stato trattenuto, gli sarei volato addosso con tutta l’energia che avevo, e senza alcuno scrupolo».


ADDIO NESTI CHANNEL - Nesti ha chiuso di botto il suo sito, il Nesti Channel, aperto ben sei anni fa e aggiornato quotidianamente dal giornalista e da diversi collaboratori. Uno dei punti di riferimento in rete per i tifosi di Juve e Toro, che soprattutto d'estate cliccavano per avere informazioni fresche sul mercato delle due squadre. Il giornalista, mai troppo amato dalla tifoseria granata per presunte simpatie bianconere (ma a Torino, per chi non si schiera apertamente, è facile essere additato come simpatizzante di una o della dell'altra squadra), ha mollato tutto dopo una domenica turbolenta nella tribuna dell'Olimpico, dove era inviato per fare la cronaca Rai del match tra Toro e Lazio.

AMARO - Poi l'amarezza: «Il bello è che mi avete contestato nell'unico momento della mia carriera in cui mi sono permesso di "essere tifoso fra i tifosi", granata come voi, per inveire contro un arbitraggio anti-Toro. Ma già, è vero, Carlo Nesti è un robot, e non può avere emozioni allo stadio... Io devo dare l'esempio... Certo: io sì, e non i tifosi che oggi ho sentito dare della p*****a alla moglie di Sereni, del tirchio a Cairo, e dell'incapace all'unico tecnico capace di questo club, De Biasi. Voi non siete mai stati tanto capaci nel distinguere gli amici dai nemici: avete contestato persino i Gramellini, i Testa e gli Ormezzano (giornalisti di "fede" granata, ndr)». E ancora: «Venendo al punto: sono profondamente ferito e deluso. Voi non sapete più riconoscere chi ama il Toro, da chi non lo ama. Non avete capito che un giornalista imparziale, ma onesto, può voler bene al Toro, molto più di un giornalista tifoso del Toro, ma vigliacco. Io ci metto sempre la faccia, la firma, qui come in televisione».


LO SFOGO - Lo sfogo si fa pesante e Nesti scrive: «Io sono stufo, e ne ho veramente le palle piene, di chi disprezza il mio lavoro qualunque cosa dica, anche quando difendo il Toro, per colpa di un arbitraggio da codice penale!» Grazie ancora dello "sporco gobbo" che, in decine, mi avete destinato, e che giro, volentieri, ai vostri familiari, e alle vostre sorelle!». C'è anche il bilancio della sua esperienza online: «Dal sito non ho mai guadagnato nulla per 6 anni (3-10-2002), per cui non mi costa niente chiuderlo. Ricavi? Zero. Solo immagine. Perdite? Cinquecento euro fissi + mille euro di telefonate al mese, che escono dalle mie tasche (soldi di famiglia, e non certo della derelitta Rai). Era il piacere, disinteressato, di parlare insieme di toro, del calcio torinese in genere, e di un argomento leggermente più importante del calcio stesso: la fede (Nesti ha recentemente pubblicato un libro dal titolo "Gesù è il mio psicologo", ndr). Era il piacere di offrire un trampolino di lancio a tanti giovani valorosi». Tutto finito dopo una domenica di insulti.


Paolo Ottolina

30 settembre 2008

Rischio mafia, le ruspe fermate in piazza Meda



Il Corriere della Sera

La scoperta di un subappalto sospetto nel parcheggio vicino al Duomo. I lavori erano stati affidati dalla Codelfa del gruppo Gavio

■ La mappa

MILANO — Le ruspe di Antonino Marras erano già pronte per gli scavi del parcheggio sotterraneo di Piazza Meda, centro del centro di Milano, equidistante da Scala, Palazzo Marino, San Babila, Duomo e Via Montenapoleone, 5 piani interrati, 540 posti auto, una delle opere più importanti, discusse e tormentate tra quelle bandite dal Comune negli ultimi anni. A vincere l'appalto era stata la Codelfa di Marcellino Gavio (ma fino all'anno scorso il 50% era controllato dalla signora Marya El Hajoui Ettaalibi, casalinga) conosciutissimo imprenditore nel settore delle autostrade (Milano-Torino, Ligure-Toscana, Cisa ecc.) e delle costruzioni, con diverse società quotate in Borsa. Che ci faceva Marras, nell'inverno del 2005, con le sue ruspe in Piazza Meda? La Codelfa gli aveva subappaltato una parte dei lavori per il parcheggio sotterraneo (tuttora in costruzione).


Per l'imprenditore, originario di Gergei (Nuoro) ma residente a Pero (Milano), era una grande opportunità. Con la «RNA Compagnia di Escavazioni», 90mila euro di capitale, intestata alla moglie, entrava nel «giro» dei lavori più qualificati nel cuore di Milano, oltretutto appaltati da un ente pubblico come il Comune e con l'ulteriore referenza di essere scelto da uno dei big del settore: il gruppo Gavio. Non è come vivacchiare tra le commesse private di provincia, è un gran salto di qualità, o meglio, sarebbe. Perché poi, la storia emerge solo ora, tutto si blocca per un inconveniente: le precedenti «attività» del Marras.


E cioè: tentato omicidio volontario, sequestro di persona a scopo di rapina, porto abusivo e detenzioni di armi, furto, rapina, associazione per delinquere e ricettazione. Così si legge tra i «precedenti e notizie di reato» elencati in alcune carte di un contenzioso amministrativo nato due anni fa a causa di quel subappalto e conclusosi da poco. Completiamo il quadro. Il Tribunale di Milano sottopose Marras, nel 1994, a sorveglianza speciale per la «pericolosità sociale del soggetto, che appare dedito ad attività illecite e viva mantenendosi con i proventi delle stesse». La Questura di Milano lo segnalava come inserito in «sodalizi criminali» con «ruolo rilevante». Nel '97 «ulteriori notizie di reato per associazione per delinquere», nel 2001 «per ricettazione e riciclaggio».


La Direzione Investigativa Antimafia di Milano (Dia) apre su di lui un dossier mentre altri documenti giudiziari lo definiscono «pericoloso esponente della malavita organizzata operante nella provincia di Milano» in contatto con ambienti camorristici. Più indietro nel tempo, 1987: l'Ansa scrive da Parma dell'arresto di «quattro malviventi di provenienza milanese che si pensa in contatto con la malavita calabrese». Tra questi il futuro aggiudicatario (momentaneo) del subappalto di Piazza Meda. Il motivo? Incappucciati con passamontagna avevano assaltato un caseificio e picchiato il titolare per impossessarsi di 1500 forme di formaggio da trasportare su un tir, ovviamente rubato.


Recentissimo: tre mesi fa gli amministratori della Compagnia di Escavazioni (quella designata per Piazza Meda) e di una società collegata, vengono indagati per smaltimento e occultamento illecito di rifiuti speciali. Secondo l'accusa hanno trasformato il laghetto di Pero (Mi), inserito in territorio protetto, in una delle più grandi discariche abusive della Lombardia. «Solo terreno naturale non contaminato », è la replica degli avvocati. Dunque tra il formaggio, i rifiuti e altre «imprese», si colloca il tentativo di entrare nei lavori di Piazza Meda.


A stoppare le ruspe è un'informativa del Prefetto di Como (dove ha sede la società di Marras) al Comune di Milano. È un passaggio previsto nell'iter autorizzativo. La lettera del Prefetto parla di «contiguità della società con ambienti criminali» e di rischio di infiltrazione mafiosa. I controlli funzionano, il Comune boccia il subappalto e la Codelfa (titolare dei lavori) rescinde il contratto. È un caso unico, nell'ultimo decennio, per gli appalti del Comune di Milano. Però Marras non ci sta, mette in pista una squadra di avvocati, vuole riprendersi i lavori, chiama in causa il Comune, la Codelfa e anche il ministero dell'Interno. Contesta al conclusione di «contiguità con ambienti mafiosi», sostiene che i suoi precedenti penali non riguardano reati associativi di stampo mafioso, ma non c'è niente da fare. Le sue ruspe devono mettere definitivamente la retromarcia da Piazza Meda.


Mario Gerevini
01 ottobre 2008

Perché ho timori per la democrazia



Il Corriere della Sera
1 ottobre 2008



Caro direttore,
nel suo editoriale di ieri Pierluigi Battista descrive la preoccupazione e l'allarme che avevo manifestato nell'intervista al Corriere della Sera di domenica come una «vecchia narrazione», come la ripresa di uno scontro muro contro muro in cui viene messa in forse la legittimità democratica dell'avversario. Credo che questa analisi non sia corretta, per due motivi che proverò a spiegare.

Il primo riguarda il rapporto impostato dalla maggioranza e da Berlusconi per primo con l'opposizione, il secondo la natura e la portata del ragionamento sui rischi di un impoverimento della democrazia che ho avviato ormai da tempo, che era al centro del mio discorso al Lingotto e poi a Sinalunga e dell'intervista al suo giornale.

Ha certamente ragione Battista a dire che attorno al tema del rapporto maggioranza- opposizione c'è stato un «gigantesco equivoco»: quello che i giornali hanno stucchevolmente chiamato dialogo, ovvero il confronto con il governo sulle riforme istituzionali necessarie al Paese, è diventato una «autocensura moderata dell'opposizione, la sordina sulle critiche anche veementi all'azione di governo ». Uno schema impossibile e irrealistico, prima di tutto per la vita stessa della democrazia, che però è stato adottato per primo proprio da Berlusconi, che è sembrato aspettarsi una opposizione non dialogante ma inesistente. In cinque mesi di vita il Parlamento è stato chiamato a ratificare una lunga serie di provvedimenti, tutti o quasi decreti legge, tutti o quasi votati sull'onda della fiducia. Male sui contenuti (che si tratti di scuola o di sicurezza, di giustizia o di conti pubblici), male nel metodo che è poi sostanza democratica. Su questo insieme a Casini ho inviato una lettera al presidente della Camera per sottolineare come il Parlamento fosse messo nella condizione di non discutere nulla e sostanzialmente espropriato.

Su tutto questo, sui concreti contenuti dei provvedimenti del governo Berlusconi e sui rischi di una vera decadenza della democrazia, il Pd ha promosso la sua manifestazione del 25 ottobre a Roma. È, questa, una delegittimazione dell' avversario? Potrei ribattere ricordando come il 2 dicembre del 2006, parlando su un palco in cui campeggiava la scritta «Contro il regime, per la libertà», Silvio Berlusconi affermava di rappresentare la maggioranza dell'Italia in lotta contro l'oppressione «imposta da un governo di minoranza».

Ma non voglio andare così indietro per comprendere chi davvero è abituato a mettere in discussione la legittimità democratica dell'avversario. Mi limito a partire dallo scorso giugno: mentre alle Camere arrivava la norma blocca-processi i magistrati erano definiti metastasi della democrazia e il leader dell'opposizione diventava un «fallito» che dovrebbe «ritirarsi dalla politica». Ed è di qualche giorno fa, nel pieno della trattativa Alitalia, la battuta insultante di un «Veltroni inesistente », spesa per conquistare titoloni sui giornali e smentita solo giorni più tardi. In mezzo, un mare di insulti di tutti gli uomini del Pdl. Chi, se non Berlusconi, ha definito la giudice Gandus suo «nemico politico»? Chi minaccia la Corte Costituzionale, chiamata a pronunciarsi sul lodo Alfano? Chi parla del governo come di un «consiglio d'amministrazione »? Chi durante una trattativa offende il sindacato con i suoi prendere o lasciare e si esprime nei confronti di una forza dell'opposizione come l'Idv definendola nemica della democrazia e della libertà? Una litania, questa sì, delegittimante per l'opposizione e per le istituzioni.

È per tutto questo che ho sottolineato quanto sia grande la differenza tra governare pro tempore, come avviene in democrazia, e invece sentirsi «al potere». E a proposito di narrazione, quando Berlusconi dopo essersi dichiarato disposto al confronto sulle riforme strappa la tela di ogni possibile convergenza e riprende come sempre ad aggredire ed insultare i suoi avversari non ripropone, questa sì, la narrazione antica di cui gli italiani si sono stancati? Peraltro le mie riflessioni di domenica, sulle quali più del 70% dei lettori del Corriere.it si è dichiarato d'accordo, erano un tentativo di portare lo sguardo un po' più in là rispetto a quanto sta avvenendo nel nostro Paese e alle polemiche contingenti. Non ho interesse, e non ne ho nemmeno la presunzione, ad ascrivere nessuno nella categoria dei «nemici ontologici» della democrazia. A preoccuparmi sono quegli stessi fenomeni di fondo che attraversano le società occidentali e che ovunque richiamano l'attenzione di tanti commentatori e uomini politici. Basti pensare a come in Francia una rivista cattolica del prestigio di Esprit abbia dedicato un intero numero agli attuali rischi di «regressione democratica », alla possibile fine della democrazia come la conosciamo in Occidente.

A preoccuparmi è questo, è una realtà che si sta incaricando di dimostrare che nel mondo il mercato può esistere anche senza democrazia o in presenza di democrazie deboli. È la realtà di una diffusa crisi democratica, di pericolose pulsioni xenofobe e razziste che ormai trovano aperta espressione e rappresentanza politica, come il voto austriaco ha appena dimostrato. È la realtà di un generalizzato bisogno di decisione che si manifesta con un insieme di semplificazione mediatica dei problemi, di fastidio per ogni complessità, di richiamo alle paure più profonde delle persone, di tendenze all'investitura plebiscitaria della leadership, di scavalcamento o marginalizzazione delle istituzioni, di noncuranza per la patologica concentrazione del potere, di irrisoria facilità nell'oscillare tra il ruolo di profeti della deregulation e quello di paladini dell'intervento dello Stato. Di tutti questi fenomeni il nostro Paese, anche per l'evidente propensione del Presidente del Consiglio ad esserne l'incarnazione, è purtroppo un evidente esempio.

Non vecchie narrazioni e residui del passato, insomma. Noi siamo l'opposizione dell'innovazione e della democrazia che decide. Abbiamo la preoccupazione per la complessità dei problemi presenti e sentiamo la responsabilità di cercare risposte nuove per difendere e rafforzare la nostra democrazia, per rendere il nostro Paese più moderno.

Walter Veltroni