martedì 3 febbraio 2009

Ragazza rapita e stuprata dal suo ex


MILANO - Una ragazza di 22 anni, italiana figlia di genitori tunisini e residente a Milano, ha denunciato di essere stata rapita, drogata, seviziata e stuprata dal suo ex fidanzato, che non voleva accettare la fine della loro relazione. Gli agenti del commissariato Sempione di Milano hanno posto in stato di fermo l’uomo, Noureddine Bakoute, 31 anni, di origine marocchina, pluripregiudicato per reati di violenza e spaccio di sostanze stupefacenti e già sottoposto a un provvedimento di espulsione dal nostro Paese in quanto irregolare sul territorio italiano.

LA PERSECUZIONE - La giovane aveva conosciuto l’uomo circa quattro anni fa e aveva instaurato con lui una relazione, che si era poi conclusa anche per l’atteggiamento violento dell'uomo. Da oltre due anni il marocchino continuava a perseguitare la sua ex con una vera e propria attività di stalking e continue minacce, anche nei confronti della madre di lei. Qualche giorno fa l’uomo ha rapito la ragazza rinchiudendola in un appartamento di via Vergiate 5 a Milano, dove l’ha costretta ad assumere cocaina e crack e l'ha sottoposta a ogni genere di sevizie:
botte, minacce di morte, sigarette spente sulla pelle.

IL SALTO DALL'AUTO - La ragazza è riuscita a scappare quando l'uomo l'ha costretta ad un giro in macchina, tenendola sotto la minaccia di un coltello. Una volta in tangenziale la ragazza ha aperto lo sportello e si è buttata fuori dall'auto, riuscendo a fuggire. Portata in ospedale i medici l'hanno giudicata guaribile in 10 giorni.

03 febbraio 2009

Stupro di gruppo su un treno del Passante

MILANO - Una donna sudamericana di 29 anni, madre di tre figli, ha denunciato uno stupro che sarebbe avvenuto su un treno del Passante ferroviario, in un tratto del centro di Milano. La versione della donna è ritenuta credibile, ma sono in corso precisi accertamenti per valutare e ricostruire l’intera dinamica dell’episodio, che secondo quanto denunciato sarebbe avvenuto giovedì scorso, 29 gennaio, intorno alle 22. La denuncia è stata formalizzata lunedì pomeriggio.

«PARLAVANO ARABO» - Gli aggressori sarebbero quattro, presumibilmente nordafricani. La donna si trovava a bordo di un treno del Passante ferroviario, un interregionale partito dalla stazione di Milano Certosa e diretto a Novara. La donna ha raccontato agli agenti che mentre si trovava sul vagone si è addormentata, a causa di alcuni farmaci che deve assumere per curare le sue crisi epilettiche. La donna ha spiegato di essersi improvvisamente svegliata perché una mano le tappava la bocca; a quel punto si è trovata di fronte quattro individui di cui uno le ha puntato un coltello alla gola ordinandole di chiudere gli occhi. A questo punto due dei quattro uomini avrebbero abusato di lei, costringendola a due rapporti completi. La donna ha dettagliato il suo racconto spiegando che i quattro parlavano arabo ed erano quindi presumibilmente cittadini nordafricani.

PROVE CANCELLATE - Subito dopo la violenza i quattro, di cui due non hanno partecipato attivamente alla violenza sessuale, si sono dileguati scendendo a Rho, la fermata prima di quella della vittima, Vittuone. E’ sempre la donna a raccontare ai poliziotti di aver avuto una offerta di aiuto da parte di un passante, ma di averla rifiutata, e di essere andata a casa a lavarsi, cancellando purtroppo così possibili elementi di prova. Il giorno dopo la 29enne è andata al lavoro, ma ancora sotto shock si è sentita male ed è svenuta. Ha raccontato l'episodio a una amica, che l'ha convinta ad andare a farsi visitare al Centro violenze sessuali della clinica Mangiagalli. Erano passate oltre 24 ore dallo stupro, e i medici non hanno più trovato tracce per inchiodare i responsabili. Inoltre, le gravidanze avute dalla donna impediscono di trovare riscontri certi della violenza. La donna è stata comunque valutata «in forte stato di choc», e per questo trattenuta in ospedale per alcune ore. I medici hanno ritenuto che il suo stato psicofisico fosse tale da sconsigliare un colloquio immediato con la polizia. Solo nella serata di lunedì si è arrivati alla denuncia. Ora l’inchiesta passerà alla Polizia ferroviaria competente, perché la violenza si è consumata su un treno del Passante ferroviario milanese. La Polfer effettuerà controlli sulle telecamere della stazione per individuare il gruppo.


03 febbraio 2009

Vescovo negazionista, la Merkel attacca: «Il Papa chiarisca»

IL CORRIERE DELLA SERA

BERLINO (GERMANIA) - Il caso non è chiuso. La Germania non ci sta e per bocca del suo Cancelliere Angela Merkel dichiara che le chiarificazioni del Vaticano sulla reintegrazione del vescovo lefebvriano Williamson che nega l'Olocausto, sono «insufficienti».

CHIARIMENTO NECESSARIO - «Si tratta di chiarire in modo netto, da parte del Papa e del Vaticano, che non può esserci nessuna negazione» dell’Olocausto e che deve esserci «un rapporto positivo» col mondo ebraico, ha detto la cancelliera in una conferenza stampa a Berlino. «Dal mio punto di vista questi chiarimenti non ci sono ancora stati in modo sufficiente», ha aggiunto il Cancelliere. «Se una decisione del Vaticano fa emergere l'impressione che l'Olocausto possa essere negato - ha sottolineato ancora il capo del governo tedesco - questa deve essere chiarita. Da parte del Vaticano e del Papa deve essere affermato molto chiaramente che non ci può essere alcuna negazione sull'argomento». Finora, invece, ha sostenuto la Merkel, tutti i chiarimenti arrivati si sono rivelati «insufficienti».

LA POSIZIONE TEDESCA - Sulla questione c'è stata anche una dura presa di posizione della Chiesa tedesca. In un'intervista alla radio pubblica «Suedwestrundfunk» il cardinale e vescovo di Magonza, Karl Lehmann, ex presidente della Conferenza episcopale tedesca, aveva affermato che la questione potrebbe essere risolta solo con scuse «ad alto livello». Lehmann aveva definito «una catastrofe per i sopravvissuti dell'Olocausto» la decisione di Benedetto XVI di riammettere Williamson nel seno della Chiesa e aggiunto che il Papa deve chiarire che la negazione dell'Olocausto non è una trasgressione perdonabile. Lehmann aveva anche chiesto le dimissioni del responsabile della Commissione «Ecclesia Dei», il cardinale Castrillon Hoyos, il quale in un'intervista aveva affermato di non essere stato a conoscenza delle affermazioni negazioniste di Williamson.

03 febbraio 2009

La fanno ubriacare poi la violentano

IL CORRIERE DELLA SERA

TRENTO - Ha deciso di saltare la scuola e di passare la giornata con altri tre ragazzi che come lei avevano deciso di non voler fare lezione, quel giorno. Ma quella che poteva essere la più classica delle «bigiate» si è trasformata in un incubo per una ragazza di 14 anni di Trento. I tre maschi - tutti minorenni - l'hanno portata a casa di uno di loro e dopo una mattinata passata a bere superalcolici fino all'ubriachezza, l'hanno violentata.

LE INDAGINI - La ragazza ha poi raccontato quanto le era successo e grazie alla denuncia presentata alla polizia i tre giovani che hanno approfittato di lei sono stati arrestati e condotti in una comunità protetta, sotto la sorveglianza del tribunale dei minori. La vicenda risale allo scorso dicembre ma l'esecuzione dei provvedimenti restrittivi nei confronti dei minorenni accusati di violenza sessuale è di ieri. Nelle settimane scorse gli agenti della Squadra mobile della Questura di Trento hanno condotto le indagini e ottenuto riscontri al racconto della giovane.

«VIOLENZA E SUDDITANZA PSICOLOGICA» - Secondo la ricostruzione degli investigatori, i tre ragazzi, 17, 15 e 14 anni, avrebbero marinato la scuola e comperato in un supermercato alcuni superalcolici. La minorenne sarebbe stata portata a casa del 17enne, dove - sotto effetto degli alcolici - avrebbe subito «violenza sessuale e sudditanza psicologica», come ha spiegato il capo della Squadra Mobile, Roberto Giacomelli. La 14enne per un mese avrebbe tenuto dentro di sè l'abuso, poi avrebbe confidato alla sorella maggiorenne i fatti. La denuncia alla Polizia è stata presentata dalla madre della vittima. Il più grande degli autori dovrà stare sei mesi in comunità, gli altri ragazzi per due mesi. Ulteriori dettagli sulla vicenda saranno comunicati in tarda mattinata nel corso di una conferenza stampa presso la Questura del capoluogo trentino.

03 febbraio 2009

Frattini-Chantal, è finita con un sms

IL CORRIERE DELLA SERA

A ufficializzare la loro relazione era arrivato addirittura un comunicato stampa. Per interromperla, è bastato un semplice sms. La storia d'amore tra Franco Frattini e Chantal Sciuto, la dermatologa dei vip, è finita. Lo rivela "Italia oggi", secondo il quale il ministro degli Esteri avrebbe inviato un semplice messaggio di testo con il telefonino all'ormai ex Lady Farnesina per comunicarle le sue intenzioni.

LA STORIA - Un'amore durato nove mesi, con tanto di debutto ufficiale nella romantica Avignone, e che era anche finito sulle copertine dei giornali di gossip. All'inizio, Frattini e Chantal - siciliana di 39 anni, uno studio a due passi da Montecitorio - si erano frequentati in segreto. Poi, però, sul ministro degli Esteri erano piovute critiche per essere andato in vacanza alle Maldive durante la crisi in Georgia. E le riviste gossippare si erano scatenate cercando di dare un nome e un volto alla sua nuova fiamma. Alla fine, la rivelazione. Con tanto di comunicato. «Tra Frattini e Chantal - aveva annunciato l'ufficio stampa ingaggiato dalla Sciuto - circa quattro mesi fa è scoccata la scintilla d'amore e tutto fa supporre che sia una di quelle rare love story che si contano sulla punta delle dita e che fanno sognare». Il sogno, però, è durato nove mesi e qualche secondo. Il tempo di un sms.

03 febbraio 2009

lunedì 2 febbraio 2009

Passaparola di lunedi 2 febbraio





Sommario della puntata:
Chi potrà richiedere le intercettazioni
Una dritta ai criminali
Stop alle intercettazioni ambientali
Intercettazioni: comma 22
Il governo dell'insicurezza

Testo:
"Buongiorno a tutti.
Oggi parliamo – indovinate un po' – di intercettazioni. L'argomento non è nuovo ma finché ne parlano quelli là bisogna che ne parliamo anche noi perché stanno cambiando ancora la legge e soprattutto sono riusciti a convincere quasi tutti i giornali che il nuovo testo, con i nuovi emendamenti, sarà molto migliore di quello precedente.
E, in effetti, a un primo sguardo parrebbe di si, parrebbe scomparsa la parte più devastante, quella che stilava un elenco di reati per i quali non si potevano più fare intercettazioni.
Ora quell'elenco, grazie soprattutto al pressing di Alleanza Nazionale in particolare della presidente della commissione giustizia della Camera, Giulia Bongiorno, e di una parte della Lega Nord che si è resa conto, molto tardivamente, dei danni devastanti che il primo progetto Alfano infliggeva alla guerra contro la criminalità e quindi alla sicurezza dei cittadini.
Bene, questa primo pericolo è stato sventato, ma nel frattempo sono stati inseriti altri paletti che paradossalmente peggiorano addirittura la situazione: in teoria, c'è scritto nella legge che si potrà intercettare per tutti i reati con pene superiori ai cinque anni, come è adesso, quindi ritornano a poter essere intercettate le persone indagate o sospettate per tutti i reati di strada – rapine, furti, scippi, spacci di droga, estorsioni, sequestri di persona – compresi i reati dei colletti bianchi come corruzione e reati finanziari.
Sapete qual è il problema? E' che sulla carta tutto ciò sarà possibile, nei fatti si sono inventati due o tre meccanismi che da soli non significano niente, ma incastrati insieme faranno in modo che sarà quasi impossibile disporre un'intercettazione, per i giudici.

Chi potrà richiedere le intercettazioni
Mi spiego: il nuovo testo che è stato presentato alla commissione giustizia con gli emendamenti del governo, stabilisce sostanzialmente quattro cose.
La prima cosa è chi dovrà disporre queste intercettazioni. Oggi il pubblico ministero chiede al GIP l'autorizzazione ad intercettare Tizio e Caio su tutte le loro utenze – casa, cellulari -, il GIP valuta, autorizza l'intercettazione che può durare quindici o venti giorni al massimo e se si vuole proseguire, o perché si spera che dicano di più, che comincino a parlare, che proseguano a dire cose interessanti com'è stato nel primo periodo, il GIP valuta e, se ritiene che ci siano gli elementi, concede la proroga.
Può concedere varie proroghe: se un'indagine dura sei mesi è assurdo che le intercettazioni non possano durare sei mesi, anche perché molto spesso i reati sono prolungati, durano a lungo. Non c'è nessun criminale che si dia un termine ultimo per un reato.
Può essere che la progettazione di un omicidio duri mesi, che la progettazione di una rapina duri mesi, che un sequestro di persona duri anche anni. Si può mettere per iscritto la durata di un intercettazione? No, perché i criminali non mettono per iscritto la durata del loro reato.
L'intercettazione deve durare almeno quanto dura il reato e magari di più, visto che ci sono persone che parlano del reato che hanno commesso molto tempo dopo averlo commesso.
Il giudice decide e da le proroghe necessarie.
In futuro non basterà un GIP soltanto, ci vorrà un collegio di tre giudici per disporre le intercettazioni. Uno dice “vabbè, così siamo più garantiti, sei occhi vedono meglio di due”. Certo, se avessimo centomila giudici. Ma ne abbiamo diecimila, e abbiamo molti tribunali – ottanta, quelli piccoli – che hanno meno di venti magistrati.
Il che significa che i magistrati devono fare il pubblico ministero – alcuni fanno solo il pubblico ministero, ovviamente, perché se uno fa il PM non può fare il giudice; può diventarlo cambiando funzione, ma non nello stesso periodo – o il giudice.
Quelli che fanno il giudice fanno o i giudici civili o quelli penali. Se uno fa il GIP, giudice per le indagini preliminari, non può fare anche il Gup, cioè non può gestire l'udienza preliminare per il rinvio a giudizio o i riti abbreviati.
In un'indagine ci devono essere un giudice che fa il GIP, uno che fa il Gup, i giudici del riesame – che sono tre e decidono su arresti, arresti domiciliari, sequestri, perquisizioni -, i giudici che fanno i processi in composizione collegiale, per i reati più gravi, e in composizione monocratica per quelli meno gravi.
Se ci sono venti magistrati in tutto il tribunale, come se ne fa a trovare uno che fa il GIP, uno che il Gup, tre che fanno il riesame, tre che fanno le udienze e ora addirittura altri tre al posto di uno che decidono sulle intercettazioni.
E' evidente che non ce ne sono, ce ne dovrà essere uno che fa più ruoli in commedia. Risultato: diventerà incompatibile perché verrà ricusato: “tu non puoi decidere sulle mie intercettazioni perché mi hai già arrestato. Non puoi decidere sul mio arresto perché mi hai già intercettato. Non puoi decidere sul sequestro delle mie carte, perché hai già deciso sulle mie intercettazioni. Non puoi giudicarmi in aula, perché eri il mio GIP”. Si crea un intrico di incompatibilità per cui si creerà la paralisi completa in quel tribunale e non si riusciranno a trovare tre giudici che non si siano occupati del caso affinché possano decidere sulle intercettazioni, sugli arresti, sul processo.
Naturalmente bisognerebbe avere un ministro, cioè non avere Alfano, dato che il ministro si dovrebbe occupare di assicurare il funzionamento della giustizia, non di cambiare le carriere dei giudici, di attaccare i magistrati. Il ministro deve far funzionare la giustizia: dare le biro, la carta, le fotocopiatrici, le volanti alla polizia giudiziaria, gli uffici, le sedie, far tinteggiare dove è sporco, mettere i puntelli dove crolla il tribunale. Questo deve fare il ministro.
Avendo un ministro, invece che questo Guarda gingilli che abbiamo, peraltro seguace di una lunga tradizione di inetti e di ministri ad personam quando non indagati, questo prenderebbe la geografia dei tribunali italiani, prenderebbe quelli piccoli, li cancellerebbe e li accorperebbe almeno nei capoluoghi di provincia, per evitare di avere microtribunali dove i giudici dovrebbero fare tutto e non possono fare niente perché risultano incompatibili.
Ma noi non abbiamo questa fortuna, abbiamo questo ministro che va in giro a delirare di cose che non lo riguardano.

Una dritta ai criminali
Secondo, la durata. Oggi la durata è quella che decide il GIP, giustamente, in base alle richieste del pubblico ministero e in base a quello che viene fuori dai primi quindici giorni di intercettazioni: si decide se andare avanti o se fermarle.
A volte il GIP sbaglia: per esempio, Guariniello quando mise sotto intercettazione i dirigenti della Juventus nello scandalo di calciopoli parte torinese – nell'estate, se non ricordo male, del 2004 – scoprì che Moggi chiamava il designatore degli arbitri, Pairetto, per scegliersi gli arbitri addirittura nelle partite del precampionato.
“Voglio l'arbitro Pieri per il trofeo Luigi Berlusconi”. La domenica Pairetto gli metteva l'arbitro Pieri. Persino per le amichevoli, capite?
Con telefonate così promettenti, quando iniziava il campionato chissà cosa si sarebbe trovato; invece Guariniello, pubblico ministero, incappò in un GIP che non aveva capito, colto lo spessore della vicenda forse perché riguardava il calcio e pensava fosse una burletta, sta di fatto che non gli concesse la proroga all'intercettazione.
Guariniello sul più bello dovette fermarsi. Fortuna che la procura di Napoli, senza sapere niente di quello che stava facendo Guariniello, seguendo la pista della Gea – la società dei procuratori della famiglia Moggi, Lippi etc – aveva attaccato le microspie e i telefonini più o meno delle stesse persone, e anche di più, che Torino aveva dovuto staccare. Proseguirono le intercettazioni anche se gli uni non sapevano degli altri. Riuscirono a beccare tutta la stagione del campionato.
Per tutto il campionato sentirono che Moggi, durante il campionato, faceva anche di più che per le amichevoli: dettava le griglie preliminari per il sorteggio all'altro designatore, Bergamo, e combinava tutto quello che tutti abbiamo saputo tre anni fa e che adesso stanno cercando di farci dimenticare invitando Moggi da tutte le parti a raccontar palle.
In ogni caso, il processo è in corso a Napoli.
E' ovvio che se tu trucchi un campionato manipolando le designazioni arbitrali, condizionando dirigenti, arbitri, giornalisti eccetera, devi essere intercettato per tutto il campionato e non è colpa nostra se dura nove mesi.
Con la nuova legge i magistrati avrebbero dovuto staccare le microspie a metà, anzi molto prima della metà del campionato, perché la nuova legge stabilisce che si potrà intercettare fino a un massimo di quarantacinque giorni, e si potrà avere solo nei casi estremi un ultima proroga fino a sessanta giorni.
L'intercettazione, caschi il mondo, non può durare più di due mesi, salvo casi di mafia e terrorismo.
Cosa te ne fai di due mesi di intercettazioni quando devi scoprire quello che succede per un intero campionato? Cosa te ne fai di due mesi di intercettazioni quando magari c'è un sequestro di persona che dura sei mesi? Metti che al 59° giorno i sequestratori che sei riuscito a intercettare stanno parlando di dov'è il nascondiglio del bambino tenuto in ostaggio: invece di proseguire per capire dove lo tengono devi staccare e andartene.
Voi capite che non solo è una legge assurda, ma è una legge criminogena nel senso che avverte il criminale di quanti giorni deve starsi zitto prima di cominciare a parlare: “Stai zitto due mesi poi di quello che vuoi tanto sei sicuro che non sarai più intercettato”.
Oppure, uno sente al 59° giorno: “domani lo ammazziamo”, “fra una settimana lo ammazziamo”, “fra un mese lo ammazziamo”, “ho trovato quello che dobbiamo ammazzare”, “ho trovato la ragazza che dobbiamo violentare”. Tu cosa fai, stacchi tutto e te ne vai? No, insisti per cercare di capire chi è la ragazza, chi è il tizio destinato ad essere ammazzato per cercare di prevenire ed evitare. Quante volte l'intercettazione evita l'omicidio!
Lo sai prima che stanno andando ad ammazzare qualcuno, invece di metterci lui fai trovare i poliziotti così quando arrivano i killer vengono arrestati. Quante volte!
Quante volte Genchi, il famigerato Genchi, è riuscito a far sventare delitti o a far scoprire persone che hanno commesso delitti proprio con l'incrocio intelligente fra tabulati e intercettazioni.
Niente, qui caschi il mondo al sessantesimo giorno devi staccare e andare via.
Speriamo che la facciano così, questa legge, perché se la fanno così abbiamo la matematica certezza che è incostituzionale: in un Paese dove c'è l'obbligatorietà dell'azione penale e soprattutto dove vige il principio della non dispersione della prova, immaginate se la Corte Costituzionale, a meno che non cambino anche quella, potrà mai consentire una legge che ti impone sul più bello di rinunciare ad acquisire le prove, una cosa folle.
Speriamo che nessuno faccia emendamenti migliorativi perché peggio è questa legge più abbiamo speranze che venga frantumata e incenerita dalla Corte Costituzionale.
L'unica speranza è questa: che continuino a scrivere leggi coi piedi come adesso.

Stop alle intercettazioni ambientali
Terzo fatto: i posti dove si potranno fare le intercettazioni saranno solo posti – parlo delle ambientali, quando si mette la cimice dietro il televisore, sotto il sedile della macchina, dentro la valigia, appiccicata alla giacca – dove si ha il fondato sospetto che si commettano dei reati.
Oggi non è così, è una pura assurdità: come fai a sapere prima se in un posto si commettono reati? L'importante è sapere che un sospetto frequenta certi posti e in quei posti non è che commetta reati, ma parla al telefono o con degli amici.
Un capo mafia non è che a casa sua strangola la gente, a casa sua magari riceve qualcuno e insieme a lui parla di appalti da truccare, negozi da taglieggiare eccetera.
Pensate a quante volte viene messa la microspia nella macchina di un tizio: mica quello fa dei delitti dentro la macchina, c'è la speranza che mentre sta in macchina parli con qualcuno, si incontri segretamente con qualcuno. Mica per fare un reato, ma magari per parlare di qualcosa che ha già fatto, chi lo sa.
Furono beccati in un'autoscuola di Palermo degli uomini di Provenzano che facevano scuola guida e che si chiudevano dentro la macchina per parlare di cose riservate, senza sapere che dentro la macchina avevano le cimici. In macchina non hanno mai fatto nessun reato, però in quella macchina parlavano di come dovevano aiutare alle elezioni Marcello Dell'Utri, candidato alle europee nel 1999.
Al processo Dell'Utri ci sono le telefonate di questi qua che organizzano la campagna elettorale per questo signore, ed è uno degli elementi di prova sul fatto che Dell'Utri otteneva in cambio dei suoi numerosi appoggi alla mafia degli appoggi a sua volta, così i giudici di primo grado hanno fatto scattare il concorso esterno, che esige questa reciprocità di rapporti e di favori.
Bene, d'ora in poi se non si ha un elemento concreto che in un certo posto sta per svolgersi un crimine non si potrà più mettere la microspia. Siamo, ovviamente, alla follia.

Intercettazioni: comma 22
Ma la cosa più delinquenziale di questa legge è il quarto punto: quando si possono disporre le intercettazioni. Quali sono i requisiti, quali sono i limiti per disporre le intercettazioni.
Oggi, il giudice dispone l'intercettazione su richiesta del pubblico ministero soltanto se ci sono elementi che fanno giudicare quella intercettazione indispensabile per il proseguimento delle indagini. Se tu dici che è inutile fare pedinamenti o cercare le impronte ma non c'è altro da fare che intercettare, per il tipo di criminale è indispensabile, per incastrarlo, intercettare il giudice intercetta.
In futuro non sarà più così: occorreranno “gravi indizi di colpevolezza” a carico della persona da intercettare.
Cosa vuol dire “gravi indizi di colpevolezza”? Vuol dire che per intercettare X devi già sapere che X è colpevole. Per intercettare, in un'indagine di omicidio o sequestro di persona, devi già conoscere il colpevole puoi intercettare soltanto lui.
Uno dice: ma se hai già trovato il colpevole, a che serve intercettare? L'intercettazione serve a scoprire il colpevole! Qui no: prima devi scoprire il colpevole, poi puoi fare l'intercettazione.
Ma se hai scoperto il colpevole lo arresti, mica lo intercetti! Se scopri il colpevole chiudi le indagini e lo mandi a giudizio, mica lo intercetti! Intercetti per scoprire chi è stato.
Mi collego con una cosa che avete sicuramente letto sui giornali in questi giorni a proposito dell'archivio Genchi, che sta diventando un'altra barzelletta ma è in realtà un gravissimo episodio di disinformatia mediatica, come dicevamo lunedì scorso.
Avete letto che Genchi è stato convocato dal Copasir, il comitato di controllo sui servizi segreti presieduto da Rutelli, uno che avrebbe almeno due motivi per non presiedere - o almeno per astenersi in questo periodo dal presiedere – il Copasir.
Era in contatto telefonico con Saladino, principale indagato di Why Not, a Napoli risultano suoi contatti attraverso il rutelliano Lusetti con Romeo, l'imprenditore che sta in carcere per gli appalti della Global Service, e Rutelli questa settimana ha interrogato come capo del Copasir De Magistris e Genchi.
De Magistris è quello che ha fatto l'inchiesta Why Not su Saladino scoprendo i rapporti telefonici con Rutelli, Genchi è quello che faceva il consulente di De Magistris a Catanzaro e ha lavorato su quei contatti telefonici. De Magistris, in più, adesso fa parte del tribunale del riesame di Napoli e che ha confermato gli arresti per Romeo, scrivendo quello che risulta nell'indagine: che Romeo aveva rapporti, ancora tutti da chiarire, con Rutelli.
Tutti i giornali avevano raccontato di questi rapporti fra Romeo, la Margherita, Lusetti e anche un incontro con Rutelli. Non dimentichiamo che Romeo, pur essendo già stato arrestato e condannato in primo e secondo grado per corruzione negli anni Novanta, finanziava la Margherita ed Europa, il giornale della Margherita. Rutelli aveva accettato, o forse non l'avevo informato, il che sarebbe molto grave, che il suo partito prendesse soldi da uno che era noto come un corruttore di politici, già nella Prima Repubblica.
Perché vi ho ricordato questo? Perché a un certo punto, dopo che Rutelli – in palese conflitto di interessi – e gli altri del Copasir hanno torchiato De Magistris e Genchi a proposito della bufala dell'archivio Genchi, i giornali hanno scritto che erano emersi fatti gravissimi: si è scoperto che Genchi e De Magistris avevano acquisito tabulati telefonici di persone non indagate.
Apriti cielo! Oddio, tabulati di non indagati! Questi ignorantoni non sanno nemmeno che la legge non solo consente di prendere tabulati di persone non indagate, ma consente addirittura di intercettare persone non indagate.
Prendete il caso del sequestro di persona: chi è la prima persona che si intercetta appena viene rapito un ostaggio? La sua famiglia, il suo numero di casa, dei suoi parenti, familiari e amici.
Sospettati di averlo rapito? No, persone alle quali i sequestratori potrebbero telefonare per chiedere il riscatto: se non intercetti il telefono come fai a beccare la telefonata dei sequestratori e a cercare di risalire?
Ci sono altri casi: quando ammazzano qualcuno e non si sa chi potrebbe essere stato, si mette a tappeto sotto intercettazione i telefoni di tutti i familiari, amici, tutti i possibili nemici – vicini di casa, ricordate il caso di Simonetta Cesaroni, il delitto di via Poma, il delitto dell'Olgiata.
Mettono sotto controllo i telefoni di tutti i conoscenti nella speranza di captare qualcosa che aiuti a trovare l'assassino. Figuratevi con questa nuova norma! Prima trovi l'assassino e poi gli metti il telefono sotto controllo: fantastico!
Tenete presente che, sempre in questi emendamenti del governo, c'è pure specificato: “L'intercettazione si può disporre solo quando assolutamente indispensabile ai fini della prosecuzione dell'indagine”, questo già dice la legge oggi, come vi ho detto prima”. Incastrate questa cosa con quell'altra disposizione - “solo quando sussistono gravi indizi di colpevolezza” sulla persona da intercettare – e voi vedete che uno dice: io la intercetto solo quando ho scoperto che è colpevole, ma a qual punto non è affatto indispensabile per il prosieguo delle indagini, l'intercettazione: sei hai già scoperto che è colpevole come fa ad essere indispensabile intercettarlo.
Praticamente, se devi trovare il colpevole prima di intercettarlo quando chiedi di intercettarlo il GIP ti dirà che non è indispensabile per il proseguimento delle indagini. Non si intercetta mai!
Prima perché non hai ancora scoperto il colpevole, dopo perché l'hai scoperto!

Il governo dell'insicurezza
Contenti loro... se fosse una questione tra i politici e i magistrati noi potremmo anche fregarcene. Il problema è che se non si può più intercettare nessuno se non si è scoperto che è già colpevole, noi cittadini saremo molto più esposti ai crimini.
Anzi, quando i criminali sapranno che la nuova legge è questa, commetteranno molti più delitti perché non avranno più alcuna paura, nemmeno quel pochino di paura che hanno oggi, di essere presi.
Questo è quello che succederà, pensate al caso degli stupri nel Lazio negli ultimi giorni: hanno scoperto molti di questi stupratori intercettandogli il telefono e incrociando i tabulati, esattamente quello che fa Genchi.
Pensate se il giudice, per intercettare questo branco di presunti stupratori, avesse dovuto aspettare che il Pm gli desse la prova o il grave indizio che quelli erano colpevoli: non sarebbero ancora sotto intercettazioni adesso e non lo sarebbero mai, quindi avremmo più stupratori in giro, magari avrebbero già colpito altre ragazze.
E questo è il governo della sicurezza.
Mi rendo conto che sembra incredibile quello che stanno preparando, però purtroppo è quello che sta per accadere sulla testa.
Passate parola."

"Gli aguzzini di Nettuno non intercettabili, quella legge è un regalo alla criminalità"

LA REPUBBLICA
di LIANA MILELLA

ROMA - È profondamente turbato dai fatti di Nettuno, ma continua a sfogliare gli emendamenti del governo sulle intercettazioni che gli hanno appena inviato per e-mail. Il procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro dice a Repubblica: "È un grande regalo a ogni tipo di criminalità, quella dei colletti bianchi compresa". E aggiunge: "Con regole simili io e Pomarici saremmo stati costretti a lasciare l'inchiesta su Abu Omar".

Partiamo dalla bruttissima storia di Nettuno?
"Tragica".

Che sarebbe accaduto se la legge Alfano sugli ascolti fosse in vigore?
"Non può far piacere riferirsi a Nettuno per dimostrare l'assurdità delle scelte del governo. Ma non è un gioco cinico. Speriamo che il giovane aggredito si rimetta e i fermati risultino i responsabili del delitto sulla base di prove certe. Ma ipotizziamo che non fosse stato possibile individuarli subito. Se fosse in vigore la riforma, gli investigatori non avrebbero potuto usare subito le intercettazioni".

Dice davvero? Non avrebbero potuto proprio?
"Oggi la polizia potrebbe chiedere al pm di mettere sotto controllo il telefono di personaggi noti per il feroce razzismo contro gli immigrati, magari visti nei giorni precedenti mentre si aggiravano alla stazione. Basterebbero "gravi indizi di reato" e l'assoluta indispensabilità dell'ascolto per le indagini, requisiti indiscutibilmente presenti nell'esempio ipotizzato. Con la riforma, invece, occorrerebbero "gravi indizi di colpevolezza", lo stesso grado di prova che ne consentirebbe la cattura. Ma è evidente che sospetti ben precisi non equivalgono a "gravi indizi di colpevolezza". Dunque niente cattura, ma soprattutto niente indagini con intercettazioni".

È ragionevole e costituzionalmente compatibile lo stesso livello di indizi per ascolto e arresto?
"Non vorrei accreditarmi come costituzionalista, anche se la Carta regola con maggior rigore la restrizione della libertà personale. Dico solo che si tratta di una scelta priva di logica comune".

Si poteva mettere una microspia?
"Oggi sarebbe possibile collocarla in una vettura usata da ipotetici sospettati. Domani no. Perché dovremmo avere la prova che nell'auto si stia compiendo l'attività criminosa, cioè un altro omicidio simile. L'assurdo è evidente".

La durata breve è accettabile?
"Ipotizziamo che al 60esimo giorno sia emerso che i sospettati stiano organizzando il recupero di oggetti usati per il crimine. Saremmo costretti a interrompere tutto per l'illogica limitazione per cui non si può intercettare per più di due mesi. Eppure il codice prevede che per un simile delitto si può indagare per un anno e anche più. È come se si dicesse a un poliziotto: "Puoi indagare su Tizio per un anno, ma puoi pedinarlo solo per due mesi". Perché di questo stiamo parlando: di una forma di controllo che spesso è più efficace dei pedinamenti".

Anche la Bongiorno, che si è battuta per far rientrare tutti i reati, chiede che siano tre giudici ad autorizzarle. È d'accordo?
"Serviamoci ancora di Nettuno: il paese è nella competenza di Velletri e il pm dovrà chiedere l'ok a un collegio di tre giudici a Roma, cui dovrà mandare l'intero fascicolo. S'immagina i carabinieri che corrono a Roma con le carte, i giudici che si riuniscono, il relatore da designare e così via? Immediatezza ed efficacia delle indagini andrebbero a farsi benedire perché non sempre si potrebbe ravvisare l'urgenza che abilita i pm a fare da sé, salvo successiva convalida".

Se il fatto avviene quando le risorse sono finite?
"È un'idea irragionevole di D'Alema e Casini ripresa, a quanto pare, dal governo: un budget distrettuale che il Guardasigilli fisserebbe ogni anno, sentito il Csm. Le procure generali lo suddividerebbero tra le procure e si può pensare che Velletri ne avrebbe meno di Roma. Bene. E se l'omicidio fosse avvenuto a dicembre a budget consumato? Il pm può chiedere eccezionalmente di sforarlo. Ma quanto tempo passerà prima che l'istanza sia accolta? Forse sarebbe stato meglio prevedere nel ddl un accordo coi principali gruppi criminali nazionali e internazionali sul loro impegno di "uomini d'onore" (è il caso di dirlo) a non commettere reati per cui sia permesso l'ascolto a budget esaurito... ".

Però con gli ascolti s'è esagerato e con le fughe di notizie pure...
"Nel ddl ci sono vari luoghi comuni, alcuni addirittura offensivi per toghe e pubblici ufficiali, additati come responsabili delle fughe di verbali finiti sui giornali e incapaci, forse per dolo, di punirne gli autori. Di qui la "sanzione": basterà denunciare il pm per rivelazione di segreti per sottrargli il fascicolo. Io e Pomarici, denunciati da Cossiga e indagati a Brescia per lungo tempo, non avremmo più potuto condurre le indagini su Abu Omar. Ci sono ben altri modi per tutelare la riservatezza e il ddl Mastella se ne faceva carico egregiamente. Era di lì che si doveva partire".

(2 febbraio 2009)

Rare! Tito Schipa sings NAPULITANATA


Tito Schipa singing home in the 50's.
The pianist is Rolando Nicolosi.
Diana Schipa and Vincenzo Bellezza appear in the film

Tonino, voti raddoppiati e punta al 10%

IL CORRIERE DELLA SERA

L’Italia dei valori sembra vivere un momento di difficoltà a causa della polemica sorta tra Di Pietro e il presidente della Repubblica. Il disagio è emerso anche all’interno del partito, ma sembra aver toccato sin qui solo marginalmente l’elettorato di riferimento. In realtà quest’ultimo ha dimostrato da sempre una fiducia particolarmente elevata nei confronti di Napolitano: a fronte del 79% degli italiani che esprime stima per il presidente della Repubblica (il livello di fiducia più elevato raggiunto da una istituzione politica nel nostro Paese), tra gli elettori dell’IdV si riscontra addirittura l’85%.

Malgrado questa apparente contraddizione tra le posizioni del leader e il sentimento dei suoi elettori, il partito dell’ex pm continua ad attraversare un periodo di esteso successo a livello di intenzioni di voto. Esse oscillano oggi tra l’8 e il 10%: si tratta di almeno il doppio dei voti ottenuti alle elezioni lo scorso aprile. Gli elettori acquisiti da Di Pietro sono in misura più che proporzionale di età medio-alta, caratterizzati da un elevato titolo di studio (tra i laureati l’Idv raggiunge quasi il 16%), residenti nei grandi comuni. Molti avevano votato per la Sinistra Arcobaleno nelle ultime elezioni. Anche la provenienza dei consensi giunti di recente suggerisce che il motivo del successo di Di Pietro risieda principalmente nell’immagine di «diversità» dalle altre forze politiche e nel carattere di «radicalità » delle sue scelte e dei suoi comportamenti. Attraverso di essi, l’ex pm riesce ad evocare ed attrarre il variegato mondo dei simpatizzanti per l’«antipolitica », presenti in buona misura anche nella sinistra estrema.

È interessante rilevare come, in parte, si tratti di immagini e di tematiche utilizzate in passato anche dai principali «nemici » di Di Pietro. In primo luogo dalla Lega —che le impiega ancora oggi, sebbene in misura inferiore — e dallo stesso Berlusconi che usò nel 1994 proprio l’argomento della «diversità» per conquistare i suoi primi consensi. Può apparire paradossale, ma, in realtà, il Cavaliere e l’ex pm, così ostili tra loro, hanno impiegato temi e argomenti per certi versi assai simili per persuadere il loro pubblico e giungere al successo. Il mercato elettorale attuale di Di Pietro è potenzialmente assai vasto. I valori della «diversità» e della «radicalità» piacciono infatti in misura più o meno intensa, ad una quota consistente di popolazione. Oggi l’ex pm può contare, oltre alle intenzioni di voto già acquisite, su di un mercato potenziale pari ad un altro 19% di italiani. Si tratta di chi dichiara di prendere in considerazione l’opzione per l’Idv, pur rimanendo per ora legato ad altre forze politiche.

Vi si trovano più maschi che femmine, con titolo di studio medio, impiegati, perlopiù elettori del centrosinistra (ancora una volta con una accentuazione nella sinistra radicale), ma anche del centrodestra, specie del Pdl. È ragionevole ritenere che buona parte di costoro, in caso di elezioni, conservi la scelta attuale e non si diriga verso l’Idv: ma il fatto che si confessino comunque attratti da Di Pietro li rende —più o meno facilmente—conquistabili in una campagna elettorale. Specie nel caso delle consultazioni europee ove, com’è noto, l’elettore si considera tradizionalmente più libero nelle sue scelte. Di Pietro continua quindi a rappresentare una sorta di «mina» negli equilibri politici attuali del Paese.

Renato Mannheimer
02 febbraio 2009

«Sfiduciate Bassolino e Iervolino»

IL CORRIERE DELLA SERA

ROMA — L’affermazione è netta: «Dopo aver fatto dimettere i nostri rappresentanti dalle giunte napoletane e dai posti di responsabilità, la battaglia dell’Italia dei valori per il rinnovamento del quadro politico passa attraverso la sfiducia alle giunte Bassolino e Iervolino. Chi non lo farà sarà fuori dal partito». Antonio Di Pietro se ne esce così, nel bel mezzo di una domenica pomeriggio. Convinto.

Eppure in Campania molti dei suoi amministratori si stanno autosospendendo dal partito, uno dopo l’altro, ponendo con forza il loro problema principale, la questione morale dell’Idv in Campania. «È strano: Di Pietro invece di rispondere a questo, glissa e sposta l’obiettivo. Noi non abbiamo nulla contro la sfiducia alla giunta, ma il problema non è questo», replicano all’unisono Carlo Migliaccio e Raffaele Scala, i due consiglieri comunali che da sabato si sono autosospesi dall’Italia dei valori proprio per la questione morale. Gli ultimi della serie. E aggiungono: «Perché Di Pietro ripropone proprio ora anche la sfiducia alla giunta Bassolino? È da un anno che se ne parla, ma i consiglieri regionali dell’Italia dei valori non hanno mai fatto nulla per questo. Anzi».

Anzi. Erano i primi di gennaio del 2008 quando Nello Formisano (coordinatore regionale), prima, e Di Pietro poi, annunciarono la mozione di sfiducia per la giunta della Campania di Antonio Bassolino. Era il 25 gennaio quando la mozione venne messa ai voti e l’Italia dei valori decise, chissà perché, per l’astensione. Non solo. «Se Di Pietro non affronta in Campania la questione di Formisano e di Marrazzo non andiamo da nessuna parte», aggiunge il consigliere Migliaccio. E spiega: «Marrazzo è presidente della commissione bilancio e non si è mai dimesso, nonostante il presidente abbia chiesto a tutti nel partito di abbandonare i posti di responsabilità. Di più: dopo aver approvato il bilancio della giunta, la settimana scorsa, grazie a Bassolino, Marrazzo ha portato a casa due nomine di persone a lui strettamente vicine, Salvatore Pallara all’Asl Napoli 3 e Cosimo Boemi, all’azienda universitaria "Federico II".

È così che si porta avanti un’operazione di sfiducia?». Nicola Marrazzo dice di cadere dalle nuvole: «Io? Sono pronto ad obbedire agli ordini di Di Pietro. Non ho fatto nessun accordo per nessuna nomina ». Eppure Cosimo Boemi è stato il capo del suo staff. Eppure il 22 gennaio scorso era stato proprio il segretario nazionale della commissione di garanzia dell’Idv, Attilio Menduni de’ Rossi, a scatenare la polemica sulla nomina di Salvatore Pallara «subordinato alla stretta conoscenza e quindi all’interesse diretto di un consigliere regionale sempre meno espressione del suo gruppo e dei valori che, manco a dirlo, dovrebbe rappresentare». Ma nessuno, evidentemente, lo ha ascoltato. E adesso è Enzo Ruggiero, segretario cittadino, che garantisce: «Venerdì prossimo è stato convocato un esecutivo regionale per discutere anche le incongruenze dei comportamenti dei consiglieri regionali: sarebbe gravissimo se si fosse proceduto a nomine riferibile a singoli consiglieri dell’Idv. Qui, comunque, con cristiana pazienza c’è chi davvero nel partito cerca di lavorare per portare avanti le battaglie dei valori».

Alessandra Arachi
02 febbraio 2009

«Giustizia, tempi da Terzo Mondo»

IL CORRIERE DELLA SERA

ROMA — Inaugurazione dell'Anno giudiziario: magistratura divisa sulle intercettazioni. Tutti d'accordo sulla lentezza dei processi: l'Italia è al 156˚posto dopo Guinea e Gabon. Altri 16 giorni di ritardi nella durata media dei nostri processi e supereremo a ritroso anche lo staterello incastonato tra l'Eritrea e la Somalia. Questione di tempo: nella nostra retromarcia andiamo già peggio dell'Angola, del Gabon, della Guinea Bissau... Certo, Berlusconi spara sui «disfattisti » che demoralizzano le plebi incitando tutti ad essere ottimisti. L'ultimo rapporto «Doing Business 2009», però, non lascia scampo.

LA CLASSIFICA - La classifica, compilata «confrontando l'efficienza del sistema giudiziario nel consentire a una parte lesa di recuperare un pagamento scaduto », dice che gli Usa stanno al 6˚ posto, la Germania al 9˚, la Francia al 10˚, il Giappone al 21˚ e i Paesi dell'Ocse, fatta la media dei bravissimi e dei mediocri sono al 33˚ posto. La Spagna, che tra i Paesi europei sta messa male, è 54˚. Noi addirittura 156˚. Su 181 Paesi. Un disastro. Tanto più che quell'elenco non rappresenta solo un'umiliazione morale. La Banca Mondiale la redige infatti per fornire parametri di valutazione agli operatori internazionali che vogliono investire in questo o quel Paese.

CONSEGUENZE ECONOMICHE - Il messaggio è netto: dall'Italia, in certe cose, è bene stare alla larga. Perché uno straniero dovrebbe venire a mettere soldi in un'impresa italiana davanti a certe storie esemplari? Prendete quella di una vecchia signora vicentina che aveva fatto causa alla banca perché l'aveva incitata a investire tutti i suoi risparmi in una finanziaria a rischio e nei famigerati bond argentini. Sapete per che giorno le hanno fissato la prossima udienza? Per il 17 febbraio 2014. Un piccolo imprenditore veronese si è visto dare l'appuntamento per il 2016. Per non dire del caso del signor Otello Semeraro, che mesi fa non s'è presentato al tribunale di Taranto dov'era convocato per assistere all'ennesima puntata del fallimento della sua azienda. Indimenticabile il verbale: «Il giudice dà atto che all'udienza né il fallito né alcun creditore è comparso». C'era da capirlo: come dimostravano le carte processuali della moglie, citata come «vedova Semeraro», l'uomo era defunto. Nonostante la buona volontà, non era infatti riuscito a sopravvivere a un iter giudiziario cominciato nel 1962, quando la Francia riconosceva l'indipendenza dell'Algeria, Kennedy era alle prese coi missili a Cuba e nella Juve giocavano Charles, Sivori e Nicolè. Quarantasei anni dopo, le somme recuperate dal fallimento sono risultate pari a 188.314 euro. Ma nel '62 quei soldi pesavano quasi quanto quattro milioni attuali. Forse, se la giustizia fosse stata più rapida, qualche creditore non sarebbe fallito, qualche dipendente non avrebbe passato dei periodi grami...

UNA «CATASTROFE» - Perché questo è il punto: la catastrofe ammessa ieri dal presidente della Cassazione Vincenzo Carbone, a conferma della denuncia di giovedì del presidente della Corte Europea per i diritti umani, Jean-Paul Costa, durissimo nel ricordare che l'Italia è la maglia nera della giustizia europea («4.200 cause pendenti contro le 2.500 della Germania e le 1.289 della Gran Bretagna, quasi tutte per la lunghezza dei processi»), non tocca solo la dignità delle persone. Incide pesantemente sull'economia. Basti citare il libro «Fine pena mai» di Luigi Ferrarella: «Confartigianato, elaborando dati 2005 di Istat e Infocamere, ha proposto una stima di quanto la lentezza delle procedure fallimentari, in media 8 anni e 8 mesi, possa costare ogni anno alle imprese artigiane: un miliardo e 160 milioni di euro per il costo del ritardo nella riscossione dei propri crediti, e un miliardo e 170 milioni di euro di maggiori oneri finanziari per le imprese costrette a prendere in prestito le risorse». Totale: oltre 2 miliardi e 300 milioni di euro. Cioè 384mila di «buco giudiziario» per ogni impresa. Un sacco di soldi. Che in anni di vacche grasse possono azzoppare una piccola azienda. Ma in anni di vacche magre o magrissime, come questo, l'ammazzano.

SPIRALE PERVERSA - Di più: il sistema si è avvitato in una spirale così perversa che la «legge Pinto » per il giusto processo ha partorito altri 40 mila processi intentati dai cittadini esasperati dalla lentezza dei processi precedenti e cominciano già ad ammucchiarsi i processi che chiedono un risarcimento per la lentezza dei processi avviati per avere un risarcimento dei danni subiti da processi troppo lenti. Un incubo. Due anni fa la battuta dell'allora presidente della Cassazione Gaetano Nicastro («Se lo Stato dovesse risarcire tutti i danneggiati dalla irragionevole durata dei processi, non basterebbero tre leggi Finanziarie») pareva uno sfogo esagerato. Ieri è arrivata la conferma: avanti così e ci arriveremo. Dall'introduzione della legge Pinto fino al 2006 lo Stato aveva dovuto tirar fuori 41,5 milioni di risarcimenti ma «in due anni sono 81,3 i milioni già sborsati, più almeno altri 36,6 milioni dovuti ma non ancora pagati, per un totale di circa 118 milioni».

PATROCINIO GRATUITO AI MAFIOSI - Una emorragia devastante. Al quale si aggiunge un'altra ferita che butta sangue: il gratuito patrocinio concesso a decine di migliaia di persone. Ottantaquattromila sono stati, nel solo 2008, gli imputati che hanno ottenuto l'avvocato difensore pagato dallo Stato. Per un totale di 85 milioni di euro. Spesso buttati in un eccesso di garantismo peloso. Con l'assegnazione automatica di un difensore d'ufficio non solo a tutti gli stranieri «irreperibili» (che magari danno un nome falso e verranno processati inutilmente fino in Cassazione) ma addirittura a mafiosi che dichiarano un reddito inesistente (come Leoluca Bagarella e Antonino Marchese che, imputati dell'omicidio di un vicebrigadiere, chiesero la ricusazione della Corte d'Appello perché aveva loro revocato l'avvocato gratis) e perfino a latitanti. Ma in questo quadro, più nero di un quadro nero del Goya, sono davvero centrali la battaglia sulle intercettazioni o la separazione delle carriere? Giustiniano, di cui il Cavaliere disse di avere in camera un ritratto, forse si muoverebbe in modo diverso.

Gian Antonio Stella
31 gennaio 2009

Disonorevoli pensioni

ANTONIO BORGHESI
1 Febbraio 2009

Si riparla di nuovi interventi sul sistema pensionistico. Mentre Brunetta vuole portare a 65 anni l’età di pensionamento delle donne, Tremonti dichiara che il welfare e le pensioni sono da riformare. Sacconi lo smentisce sostenendo che il problema non è all’ordine del giorno del governo. Ma noi sappiamo che mente e che probabilmente, anche per effetto della crisi in atto, qualche intervento non potrà essere rinviato.

In astratto potremo anche essere d’accordo. Ma riteniamo ingiusto pensare di sottrarre soldi in futuro a chi fatica ad arrivare alla fine del mese, mentre ancora sulle pensioni dei parlamentari non si è fatto praticamente nulla. Naturalmente il problema si pone nello stesso modo per tutti i consiglieri regionali anche se le regole sono più rigorose. Noi diciamo che è scandaloso quanto avviene oggi, anche se per i nuovi eletti di questa legislatura vi sono regole più restrittive (è necessario fare 5 anni pieni per poter ricevere l’assegno). A mio giudizio, come per tutti i lavoratori, i contributi pagati dovrebbe essere versati in un fondo presso l’Inps (come per i lavoratori a progetto) ed utilizzati per determinare la pensione di vecchiaia al 65° anno o per integrare l’eventuale altro trattamento pensionistico dovuto per altra causa. Ma la questione veramente fondamentale è che le nuove regole dovrebbero valere anche per chi è già ex parlamentare e fruisce dell’assegno. Non accettiamo che si parli di “diritti quisiti” e quindi non modificabili. La Corte Costituzionale ha già sancito che non si tratta di vera e propria pensione, ma di vitalizio, come tale modificabile in qualunque momento. Per intanto ogni ex parlamentare si basa sulle regole esistenti al momento in cui ha lasciato il Parlamento, regole che in passato avevano dell’incredibile. Siamo infatti in presenza di casi clamorosi e vorrei qui citarvi quelli più emblematici:

Irene Pivetti, nel 2013, a 50 anni, dopo 9 anni a Montecitorio inizierà a percepire una pensione di 6.203 euro mensili.
Giuseppe Gambale, entrato ragazzino nel 92', è andato in pensione nel 2006 a 42 anni con 8.455 euro lordi al mese.
Giovanni Valcavi, banchiere varesino, è rimasto al Senato 68 giorni (dovette poi dimettersi per incompatibilità) ma ogni mese, dal 23 aprile del 1992 , porta a casa una pensione attualmente di 3.108 euro.
Dall'autunno del 2000 incassa ogni mese il vitalizio senatoriale (sia pure ridotto per reversibilità) la vedova di un uomo che non mise mai piede al Senato: Arturo Guatelli, che subentrò a camere già sciolte al senatore Morlino (morto per infarto).
Vi sono 4 ex parlamentari radicali (Angelo Pezzana, Piero Graveri, Luca Boneschi e René Andreani), che percepiscono una pensione di 1.733 euro netti al mese per essere stati al Parlamento un solo giorno. Si sono infatti dimessi lo stesso giorno in cui sono stati proclamati eletti.
Toni Negri, leader di Potere operaio, nel 1983 era detenuto per associazione sovversiva e insurrezione armata contro i poteri dello Stato. Pannella lo inserì nelle liste radicali facendolo eleggere in Parlamento, dove i mise piede alla Camera solo per sbrigare le pratiche connesse al suo insediamento. Dopo 64 giorni e 9 sedute, temendo di finire di nuovo in gattabuia, si diede alla latitanza in Francia senza mai più farsi vedere a Montecitorio. Ciononostante, dal 1993 (compiuti 60 anni) riscuote ogni mese la pensione parlamentare, oggi di 3.108 euro.
Altri parlamentari con meno di 60 anni si sono aggiunti con l’interruzione dell’ultima legislatura: Antonio Martusciello, Fi, , 46 anni, dal 1° maggio 2008, intasca 7.959 euro lordi al mese di vitalizio.
Lo stesso avviene per Rino Piscitello, Pd, 47 anni e mezzo e pure lui ha 4 mandati.
Alfonso Pecoraro Scanio (Verdi), 49 anni, deputato dal 1992, 16 anni di mandato effettivo, vitalizio di 8.836 euro lordi al mese.
Enrico Boselli (Sdi), 51 anni, 4 mandati e 7.958 al mese.
Come Oliviero Diliberto, segretario del Pdci, 52 anni.
Ricevono 6.203 euro al mese: Mauro Fabris (Udeur) e Franco Giordano (Prc) entrambi 50 anni, Stefano Boco (Verdi), 52 anni, Carlo Leoni (SD), 53 anni, Gloria Buffo (SD) 54 anni, Marco Fumagalli (SD), Maurizio Ronconi (Udc), 55 anni, Dario Rivolta (FI) 55 anni, Salvatore Buglio (RnP), 57 anni, Tana de Zulueta (Verdi), 57 anni, Mauro del Bue (Psi), 57 anni, Francesco Monaco (Pd), 57 anni.
Hanno un mensile di 3.636 euro: Dario Galli (Lega), 57 anni, Giannicola Sinisi (Pd), 51 anni, Natale D’Amico (Dini), 52 anni, Roberto Barbieri (Psi), 55 anni, Roberto Manzione (Consumatori), Gianni Nieddu (Pd), 56 anni.
Percepiscono 7.959 euro al mese Ettore Peretti (Udc), 50 anni, Ramon Mantovani (Prc), 53 anni, Enrico Nan (FI), 55 anni, Fulvia Bandoli (SD), 56 anni.
Pietro Folena (Prc), 50 anni, 8.836 euro.
Incassano 8.164 euro al mese Franco Danieli (PD), 52 anni, Stefano Morselli (La Destra), 54 anni, Euprepio Curto (An), 56 anni, Aniello Palumbo (Pd), 56 anni, Tiziana Valpiana (Prc), 57 anni.
Ancora, tra i “giovani” pensionati del Parlamento, ritroviamo Marco Taradash, 57 anni, ex deputato di Forza Italia, un tempo radicale, e Alfonso Gianni, 58 anni, 15 di anzianità parlamentare, di Rifondazione , Valerio Calzolaio (Pd), e Vittorio Sgarbi, 55 anni, con 8.455 euro al mese.
Ci sono anche sotto i sessant’anni, l’ex magistrato di «Mani pulite» Tiziana Parenti, Maura Cossutta, figlia del fondatore dei Comunisti italiani Armando; e Annamaria Donati, Verde della prima ora, Peppino Calderisi, storico combattente contro il finanziamento dei partiti quando era seguace di Marco Pannella, ora in Forza Italia e Nando Dalla Chiesa, 58, Pd.
Ci sono gli ex senatori Edo Ronchi (Pd), 58 anni,e Willer Bordon, 59 anni: entrambi avranno (riscatti permettendo) il massimo del vitalizio senatoriale: 9.604 euro.
Non vanno poi dimenticati gli ex parlamentari condannati per gravi reati e che ciononostante percepiscono laute pensioni: Paolo Cirino Pomicino (Udeur): 1 anno e 8 mesi definitivi per finanziamento illecito tangente Enimont, 2 mesi patteggiati per corruzione per fondi neri Eni, Antonio Del Pennino (FI):2 mesi e 20 giorni patteggiati per finanziamento illecito Enimont; 1 anno 8 mesi e 20 giorni, patteggiati per i finanziamenti illeciti della metropolitana milanese, e di protagonisti di Tangentopoli, come Altissimo, Di Donato, Pillitteri, La Ganga, De Lorenzo, Martelli, Tognoli.
Senza dimenticare i falsi testimoni come Formica, e i condannati ante Tangentopoli: Pietro Longo, Franco Nicolazzi e Mario Tanassi.

Pensiamo che negli Stati Uniti, all’unanimità, hanno deciso di negare la pensione ai parlamentari condannati per corruzione, spergiuro e altri reati contro la pubblica amministrazione. «I politici corrotti - ha spiegato il promotore della legge, Nancy Boyda - meritano condanne alla prigione, non pensioni pagate dal contribuente».

Ogni anno tra Camera e Senato si spendono più di 200 milioni di euro per pensioni degli ex parlamentari e la cifra è destinata solo a salire. Intervenire è un dovere!

I rapporti con le toghe uniscono Pd e Idv pur divisi sul Colle


La rottura fra Walter Veltroni e Antonio Di Pietro si sarebbe consumata da tempo: da subito dopo le elezioni di dieci mesi fa, sostiene uno dei consiglieri più vicini al segretario del Pd, Giorgio Tonini. E non essendo alle viste nessun governo da formare insieme, chiedere ulteriori prese di distanza avrebbe il sapore della provocazione. In apparenza, il ragionamento non fa una grinza. Eppure, a questo smarcamento, particolarmente netto quando nei giorni scorsi l’Idv ha attaccato frontalmente Giorgio Napolitano, si affianca un’alleanza di fatto. I toni saranno pure diversi.

Ma il no alla legge sulle intercettazioni che Di Pietro e Veltroni preannunciano, li vede in tandem: l’Udc di Pier Ferdinando Casini è più possibilista. La cosa più scivolosa per il centrosinistra, però, è un’altra. La difesa del potere di indagine dei magistrati, che secondo Pd e Idv la riforma cancellerebbe, è accompagnata da un nuovo attacco dipietrista contro il presidente della Repubblica; e a bordate pesanti nei confronti di Francesco Rutelli. Di Pietro nega di avere insultato Napolitano in piazza Farnese: si tratterebbe a di «presunte offese», frutto di invenzioni, protesta. Ma intanto ribadisce le critiche al Quirinale, sostenendo che secondo un sondaggio della rivista Micromega il capo dello Stato non sarebbe «un buon custode della Costituzione».

Insomma, continua una strategia che tende a delegittimarlo in modo scientifico: quasi a tavolino. L’Idv sembra considerare Napolitano il bersaglio grosso della sua polemica. È il cuore del tentativo di stabilizzazione del sistema; e il nemico di quanti puntano per motivi diversi al «tanto peggio tanto meglio». Il fatto che il centrodestra gli riconosca il ruolo di arbitro e garante, agli occhi di una parte dell’opposizione è un difetto in più, non in meno; e dunque un motivo ulteriore per attaccarlo. Accreditare l’idea del «cattivo custode» della Costituzione significa dargli larvatamente del filoberlusconiano: il peggiore degli insulti politici, agli occhi del dipietrismo e dei suoi seguaci.

Non solo. Nella caccia ai voti estremisti, il leader dell’Idv tenta di accreditarsi come un perseguitato dei giornali. E nella sua offensiva accusa Rutelli, presidente del Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza) di intimidazione per avere convocato il procuratore De Magistris, che su Rutelli ha espresso di recente giudizi duri. Si tratta di un crescendo nel quale si intravede una filiera di avversari: il governo, il Quirinale, il Pd. E una contrapposizione così pregiudiziale che alla fine risulta funzionale ai piani della maggioranza. Su questo sfondo, le critiche veltroniane a Berlusconi sono oscurate e sovrastate dalle urla dell’Idv e dalla strana coabitazione col Pd: un rapporto tormentato e doloroso, destinato a segnare l’intera campagna elettorale per le europee.

Veltroni continua ad escludere un cartello antiberlusconiano come quello rappresentato dall’Unione prodiana. A suo avviso impedirebbe qualsiasi riforma, e politicamente si è già rivelato perdente. Ma se l’intesa con Di Pietro è fallita da tempo, la sensazione è che il Pd si ritrovi circondato dalle macerie delle proprie alleanze. Perfino le sponde sindacali sembrano smottare un po’. I rapporti con la Cgil di Guglielmo Epifani sono a dir poco agrodolci. La spina che l’Idv rappresenta nei rapporti politici e con il Quirinale, ha l’equivalente nella Cgil sul versante sociale. E pochi pensano che la soglia del 4 per cento alle europee immunizzerà il Pd da entrambe.

Massimo Franco
31 gennaio 2009

Con l'elmo di Scipio per battere la crisi

di EUGENIO SCALFARI

ANCORA l'economia? Ebbene sì, ancora l'economia e non è colpa nostra se ogni giorno che passa la crisi ci riserva nuove sorprese. Sgradevoli. Spesso traumatiche anche se prevedibili e in parte previste. Ma, come dice Tremonti, le previsioni sono una cosa e i dati di fatto un'altra. I dati di fatto di questa settimana sono i seguenti in ordine di importanza.
1. Il Pil degli Stati Uniti registra un arretramento del 3,8 sull'anno precedente. Potrebbe anche andar peggio, certo non andrà meglio.
2. La crisi bancaria è tutt'altro che sopita: è una brace che potrebbe ancora stimolare fiammate incendiarie con effetti devastanti sul sistema bancario mondiale.
3. La recessione dell'economia giapponese sta superando il livello di guardia. Il rallentamento di quella cinese non è meno preoccupante e impone un cambio di strategia radicale: dal sostegno alle esportazioni al sostegno dei consumi e delle retribuzioni sul mercato interno.
4. Il protezionismo guadagna terreno nelle politiche nazionali, sia in Usa sia in Oriente. Ne risente anche il mercato europeo.
5. L'industria automobilistica registra in tutto l'Occidente una crisi senza precedenti. Gli aiuti dei governi procedono in ordine sparso dando luogo inevitabilmente ad una sorta di protezionismo indiretto non meno devastante del protezionismo esplicito.
6. I titoli cosiddetti tossici, cioè privi di valore oggettivo, pesano sulla finanza globale. Gli ottimisti valutano il rischio ad una cifra che sfiora i mille miliardi di dollari, i pessimisti la moltiplicano di due volte e mezzo. Per affrontare un rischio di così enormi dimensioni si prospettano due soluzioni: una "bad company" a carico dei contribuenti ed una "società segregata" a carico dei possessori di quei titoli-spazzatura. In entrambi i casi una massa enorme di persone vedrà ulteriormente devastati i suoi redditi e i suoi patrimoni. Questi sono i dati di fatto aggiornati ad oggi.

Nel quadro di queste sciagure la situazione italiana non fa eccezione e l'ottimismo ostentato dal nostro presidente del Consiglio e dal nostro ministro dell'Economia non mi pare che poggi su basi solide.
L'industria automobilistica invoca l'aiuto pubblico che in Usa, in Gran Bretagna, in Germania, in Francia i suoi concorrenti hanno già ottenuto con appropriati interventi in corso di esecuzione. Ma invocano aiuto anche altri importanti settori produttivi: i costruttori che temono di dover chiudere i cantieri con una diminuzione di personale valutata in 250.000 unità; il comparto tessile; la siderurgia; l'editoria che lamenta un calo di entrate pubblicitarie del 40 per cento già nel primo trimestre in corso.

Complessivamente l'ondata dei licenziamenti o della messa in Cassa integrazione si aggira su almeno mezzo milione di unità. Se si calcola l'indotto si rischia un moltiplicatore di almeno il doppio. Si aggiunga a questo crollo di reddito e di occupazione tutta la galassia delle piccole imprese, soprattutto nel settore della meccanica; si aggiunga l'artigianato e si aggiungano le imprese turistiche e alberghiere. Ciascuna di queste categorie produttive cerca un sostegno e lo reclama dal governo come se la tanto disprezzata politica possedesse una bacchetta magica capace di creare dal nulla le risorse necessarie alla sopravvivenza del sistema.

Il governo - di questo bisogna esser consapevoli - la bacchetta magica non ce l'ha. Ma qualche cosa potrebbe e dovrebbe pur fare. L'ha fatto? Lo sta facendo? Lo farà? Quanto, come, quando?
Questa ormai imperiosa domanda gli viene posta ogni giorno dalle categorie interessate, dai sindacati, dall'opposizione, dagli enti locali. Ma una risposta vera e completa non è ancora venuta. Il governo naviga a vista in un mare tempestoso e irto di scogli. Perciò la paura aumenta e con essa cresce la fragilità delle aspettative.

Il ministro Tremonti, poveretto, cerca di arraffare qua e là dove vede ancora un po' di polpa e qualche altare ancora addobbato. Arraffare è forse un verbo un po' crudo, ma di questo si tratta quando manca un piano d'insieme e interlocutori appropriati. Il ministro dell'Economia è solo, sia dentro il governo sia fuori di esso. Non ha un piano e non ha interlocutori.
In realtà potrebbe averli: le parti sociali, l'opposizione, le categorie, gli enti locali. Potrebbe averli se avesse un piano cui associarli, sul quale raccogliere i loro contributi, le loro critiche, la loro collaborazione. Ma quel piano non c'è. Perciò Tremonti resta volutamente in solitudine. Si aggrappa all'Europa perché spera che sia l'Europa a cavargli le castagne dal fuoco. Il guaio è che in quel fuoco non ci sono castagne. Un altro guaio è che l'Europa non può far nulla di concreto poiché, se lo fa per uno, deve farlo per tutti.

L'Europa può soltanto coordinare e, nel caso migliore, contribuire di suo al coordinamento. Ma Sarkozy viaggia per conto proprio e così pure Angela Merkel e Brown e Zapatero.

Caro Tremonti, la realtà è questa e il suo appello all'Europa (assai tardivo in verità) non incanta nessuno. La verità è che lei spera che la nottata passi e che il sistema Italia ne esca vivo. A quel punto lei potrà rivendicare il merito di non aver fatto niente. Un temporeggiatore lungimirante come lo fu il console Fabio Massimo che sfiancò Annibale. Ma la tempesta perfetta che si è abbattuta sul mondo intero non ha niente a che vedere con gli elefanti cartaginesi. Qui il temporeggiatore non serve, ci vorrebbe piuttosto uno Scipione al quale però - mi scusi - lei non somiglia né tanto né poco.

Ci sono due livelli sui quali uno Scipione economico potrebbe agire: un piano per gli investimenti e un piano per il sostegno dei redditi. Gli investimenti possono essere finanziati dalla Cassa Depositi e Prestiti. Del resto Tremonti ci ha già pensato mettendo mano al risparmio postale. Ma non riesce ad aprire i cantieri. Anzi: i cantieri stanno chiudendo uno dopo l'altro come gridano i rappresentanti dei costruttori.
C'è un solo modo di non farli chiudere e aprirne di nuovi: delegare le operazioni alle Regioni e ai Comuni. Per opere e manutenzioni a livello regionale e locale. I cantieri per le grandi opere richiedono mesi e mesi prima di essere operativi.
Regioni e Comuni hanno già appaltato molti lotti di opere pubbliche ma sono bloccati per mancanza di fondi.

Dateglieli quei fondi invece di arraffargli quei pochi che gli sono rimasti. Per agire in controtendenza c'è bisogno che i cantieri aprano entro tre mesi al massimo, perciò si muova, caro temporeggiatore. Lei ha scritto un discreto libro, "La paura e la speranza", ma finora non ha fatto che alimentare la paura spegnendo ogni speranza. Immagino che il suo editore le abbia tirato un orecchio.

Per i redditi, una volta tanto dia retta a Veltroni e ad Epifani: sgravi le imposte con uno scalare che dia benefici dai redditi medi fino a quelli minimi e bonus agli incapienti. E rifinanzi gli ammortizzatori sociali. Per questo secondo livello operativo ci vogliono almeno 15 miliardi e ce ne vogliono almeno altri cinque per aiuti diretti ai settori pericolanti. C'è insomma bisogno di una ventina di miliardi che possono esser procurati soltanto attraverso il fisco dato che la politica monetaria non può aiutare in nessun modo.

Questa strategia provocherà inevitabilmente uno sforamento della soglia di stabilità europea; del resto lo sforamento è già avvenuto poiché il rapporto deficit-Pil è già previsto per quest'anno al 3,8 e ancora il governo non ha fatto nulla o quasi. Se il ministro dell'Economia avesse il coraggio di ripristinare l'Ici improvvidamente abolita quel rapporto scenderebbe di parecchi punti base; ma quel coraggio il ministro non ce l'ha.

Dovrebbe seguire il consiglio dell'opposizione: sforare adesso e prendere contemporaneamente provvedimenti di recupero del deficit che entrino in funzione nel secondo semestre del 2010. Nel frattempo dovrebbe trasferire una parte del patrimonio immobiliare pubblico alle Fondazioni e dare così una spallata al debito pubblico per attenuarne la crescita.
Le si chiede insomma, onorevole ministro, di uscire dall'afasia e dal temporeggiamento. Le sembra una richiesta insensata?

Post scriptum. Walter Veltroni ha ricominciato le sue visite pastorali e sembra che abbia successo tra chi continua a puntare sul Partito democratico. Del resto chi vuole costruire un'opposizione che sia in prospettiva un'alternativa alla destra non ha altre scelte. Prima ancora d'una scelta politica questa è un'esigenza democratica al di fuori della quale non resta che rifugiarsi nell'utopia. Oppure coltivare risse intestine con i più vari pretesti.

L'ultimo di quei pretesti è nato sulla riforma della legge elettorale europea. L'argomento è stato discusso a lungo nell'ultima direzione del Pd, dove tutte le componenti e correnti sono rappresentate e nell'ultimo comitato di coordinamento di quel partito. Vi fu approvazione unanime su una soglia di sbarramento del 4 per cento e su liste aperte al voto di preferenza. Si sapeva che Berlusconi voleva una soglia del 5 per cento oppure nessuna soglia. Delle preferenze neppure parlarne. (Ricordo che in tutti gli altri paesi membri dell'Unione europea ci sono soglie che vanno da un minimo del cinque al massimo del nove per cento e le liste sono bloccate senza preferenze). Il negoziato era dunque molto difficile ma alla fine il segretario del Pd ha portato a casa il risultato richiesto all'unanimità. Perciò non si capiscono gli attuali mal di pancia di questo e di quello.

Quanto alla sinistra radicale, il suo sfrizzolamento è avvenuto molto tempo prima, quando ancora era in vita il governo Prodi. Semmai la soglia del 4 per cento può essere un incentivo a concentrarsi, ammesso e non concesso che una sinistra di quel tipo abbia ancora un senso in una moderna democrazia. Quanto a Di Pietro, si è già "concentrato" con Beppe Grillo e la soglia del 4 la supererà. Personalmente mi auguro non di molto. Io credo infatti nella ragione, anche se questa mia credenza mi dà talvolta qualche delusione.

(1 febbraio 2009)

La commedia delle sciocchezze

LA REPUBBLICA
di GIUSEPPE D'AVANZO

Nel romanzo "Una sporca storia" di Eric Ambler, un personaggio, Arthur Abdel Simpson, ricorda i consigli che da bambino aveva ricevuto dal padre. Uno dei primi insegnamenti fu: "Mai dire una bugia quando puoi cavartela a forza di stronzate". Oggi sottovalutiamo troppo la sorprendente forza delle "stronzate" diventate per la pubblicità e soprattutto per la politica, che si nutre di slogan pubblicitari, un paradigma di governo, una strategia di consenso.

Un autorevole filosofo di Princeton, Harry Gordon Frankfurt, ci ha scritto su un delizioso libriccino (Bullshit, Rizzoli) per concludere che "l'essenza delle stronzate (bullshit) non sta nell'essere false, ma nell'essere finte". La distinzione torna utile per dare un senso a molte sortite del governo e certamente al fiume di parole del ministro di Giustizia, Angelino Alfano, dinanzi al quadro di un'amministrazione giudiziaria indegna anche per molti giovani stati africani. "Chi racconta stronzate contraffà le cose" dice Frankfurt. Ha ragione. Ciò che non va in una contraffazione non è l'aspetto, ma il modo in cui è stata prodotta.

Il disastro della giustizia italiana è sotto gli occhi di tutti, immutabile da decenni, difficile alterarne il catastrofico bilancio. I processi sono lentissimi, le procedure inutilmente cavillose, i codici contraddittori e fluidi. Il modello organizzativo, governato da norme astratte e quindi non governato, produce soltanto inefficienza. Le risorse sono sempre più scarse (meno 40 per cento per sicurezza e giustizia, quest'anno) e lasciano i magistrati senza fax, computer, rimborsi spese e scoperti gli organici del personale amministrativo di oltre il 15 per cento e le toghe in deficit dell'80 in alcuni tribunali del Mezzogiorno (come a Gela). L'incoerenza di una distribuzione degli uffici giudiziari disseminati in 29 corti di appello, 164 tribunali e procure, in 29 tribunali per minorenni e tribunali di sorveglianza assegna ad alcune sedi carichi di lavoro di tutto riposo, ad altre pesi quantitativi intollerabili. L'alluvione di riformicchie, cerottini e tamponi, leggi ad personam e precetti nonsense, mutano le mappe normative a ogni stagione, annullando la stessa funzione pratica del processo dove risulta impotente l'esercizio sia dei diritti di difesa che dei doveri dell'accusa. I gerghi sgrammaticati delle leggi fanno il resto: allevano la confusione e l'imbroglio, rendono impuniti i forti e i furbi, calpestano deboli e poveri cristi.

Questo è lo stato delle cose e neanche un mago della pubblicità riuscirebbe a truccarlo anche a spararle grosse. Stupefacenti "bullshit" possono soltanto confondere le ragioni della malattia e rendere vere le finte soluzioni a questo disastro. E' già avvenuto in passato (2001/2006) con il governo delle destre.

L'abolizione del falso in bilancio doveva liberare le aziende da inutili legacci; la riforma del diritto societario avrebbe reso più trasparente l'economia; nuovi termini di prescrizione avrebbero dato rapidità al processo; la riscrittura dell'ordinamento giudiziario avrebbe fatto funzionare meglio la "macchina". Con la voce di un ministro (che in otto mesi non ha ancora preparato il testo di una riforma sistemica o messo mano a un ripensamento dell'assetto organizzativo o assicurato almeno il toner alle stampanti), la nuova ondata di "bullshit" ci dice oggi che quel disastro troverà soluzione con la disciplina delle intercettazioni sottratte "finalmente" dalla scatola degli attrezzi dei pubblici ministeri; con la riforma della Costituzione (Dio solo sa che cosa c'entra); una maggiore presenza della politica nel consiglio superiore della magistratura (di questa politica); con un "fare squadra" di tutti gli attori in commedia per recitare un misterioso copione che nessuno ancora conosce perché non è stato ancora scritto.

"Bullshit", e tuttavia sarebbe un errore trascurare il metodo e il risultato che raccoglie. Inadatto a risolvere anche soltanto una delle criticità della giustizia, questo rosario di "sciocchezze", ripetuto ossessivamente, riesce a cancellare dal discorso pubblico ogni punto di riferimento, ogni certezza, qualsiasi concretezza, anche la più pallida coerenza tra malattia, diagnosi e terapia. Il governo, in fondo, non vuole convincere nessuno della validità della sua ricetta. Non ne ha bisogno. Ha i numeri per tirare diritto per la sua strada. Vuole solo distrarre l'opinione pubblica, sollevare polvere, creare una
contrapposizione radicale di opinioni.

A ogni affermazione ne oppone una contraria
(basta guardare un tiggì); a ogni ragionevole argomento un insulto; a ogni verità un falso palese. Nel rumore sempre più assordante che sovrasta la discussione sui guai della giustizia italiana, quanti riescono a farsi un'idea che abbia a che fare con la realtà di questa crisi? Quanti, in questo mare di strombazzanti chiacchiere, hanno ancora voglia di capire? E' l'esito dichiarato dell'uso intensivo di "bullshit": alla fine si fa largo "l'indifferenza per come stanno davvero le cose", scrive Frankfurt.
E' proprio questo punto di indifferenza, disattenzione, nausea che può dare mano libera al governo.

Capiremo soltanto tra qualche anno, e dolorosamente, quante rovine si lascerà dietro questo vandalismo istituzionale. La distruzione del "servizio giustizia" per il cittadino, una magistratura indebolita, un'organizzazione impoverita, codici a maglie larghe, l'allentamento della rete di garanzie e controlli delle autorità pubbliche lasceranno l'intero Mezzogiorno nelle mani del crimine organizzato e della cattiva amministrazione, le città insicure, le regioni più produttive del Paese trasformate in target ghiotti per la delinquenza domestica e internazionale, i mercati senza regole e controllori governati dalle lobby e dai conflitti d'interesse.
L'intero perimetro della sicurezza del cittadino sarà privato di un'accettabile vigilanza.

E' il prezzo che pagheremo alla pretesa del governo di trasformare la sua volontà in comando politico diretto per la magistratura, per il processo e addirittura per le sentenze
. Ne è una conferma esemplare il caso di Eluana Englaro, ricordato ieri a Milano dal procuratore della corte d'appello Grechi. Un "caso" che rischia di travolgere diritti fondamentali, il diritto alla dignità della persona, il diritto alla salute che è diritto di vivere ma anche di morire se si ascolta la Costituzione (art. 32, ultimo comma): "La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana". Non c'è in tutta la Carta un'altra affermazione così forte, ha osservato Stefano Rodotà. Persino la libertà personale è temperata dalla riserva di legge e dalla riserva di giurisdizione. Qui invece si dice in nessun caso. Quel diritto (il rispetto della persona umana) non può essere consegnato alla decisione del legislatore, figurarsi del governo perché "è indecidibile" e il custode di questa "indecidibilità" sono la Corte Costituzionale e i giudici. Eppure, la legittima "sentenza Englaro" che trova concorde la Cassazione, la Consulta e la Corte europea è negata dal governo: un diritto fondamentale cede il passo al comando politico.
Sono allora lo scollamento dai fondamentali della democrazia liberale e il nostro diritto alla sicurezza le poste in gioco in questo conflitto e bisogna metterle bene a fuoco senza lasciarsi accecare (e annoiare) dalle "bullshit" del ministro di Giustizia.

(1 febbraio 2009)