domenica 5 aprile 2009

QUEL COMUNISTA DI MIKE


Mike Bongiorno come Indro Montanelli: licenziati da Berlusconi in età avanzata perché comunisti. Una vita intera a dissimulare la loro vera natura prima di essere finalmente smascherati.

A Mediaset ci si interroga sulle falle del sistema di sicurezza interno, e ci si chiede con angoscia quanti altri comunisti insospettabili si nascondano tra gli stipendiati del Cavaliere. Nel caso di Mike, una spiegazione potrebbe essere questa: non sapeva nemmeno lui di essere comunista, la moglie era riuscita a nasconderglielo per tutti questi anni. Ma vediamo gli altri casi di insospettabili sul cui conto Mediaset sta conducendo una severa inchiesta interna.

Emilio Fede Nel rapporto a lui dedicato, si legge che il suo telegiornale ha prodotto più danni a Berlusconi di qualunque altro mezzo di informazione. "Non sfugge", si legge nel documento riservato, "il suo tentativo reiterato di presentare Berlusconi come un ossessionante e ridicolo ducetto, circondato dallo zelo disgustoso dei suoi cortigiani.

Particolarmente gravi le lunghissime dirette dei suoi discorsi, con prolungate inquadrature di tardone con le tette rifatte e le labbra e canotto che applaudono qualunque stronzata. Il Fede risulterebbe iscritto, in gioventù, alla sezione del Pci Martiri di Montecarlo, intitolata al partigiano Patrick La Boule, nome di battaglia 'Rien ne va plus', che resistette nel privé della sala da giochi, sotto i bombardamenti, perché aspettava l'uscita del 23. Perì tra le macerie".

Samuel, Manuel, Christian, Giuseppe del 'Grande Fratello' (e Tatiana, Valeriana e Aureliana) Mesi e mesi stravaccati sui letti sfatti, i maschi con le mani sulle balle, le femmine massaggiandosi i piedi e dandosi lo smalto (a volte entrambe le cose insieme, sporcandosi tutti i piedi di rosso). Nemmeno i socialisti utopisti delle origini erano riusciti a concepire una così radicale liberazione del proletariato dalle catene del lavoro.

I concorrenti del 'Grande Fratello' non sono in grado di scopare una stanza, impiegano 20 minuti per allacciarsi le scarpe e per cucinare un uovo sodo devono prendere
delle sostanze eccitanti e darsi il cambio ai fornelli. Il Centro Studi Ideologici del Pdl considera il 'Grande Fratello' un esempio di sciopero permanente che ha già largamente superato il mitico sciopero delle mondine nel '49, durato tanti mesi che alla fine per tagliare le piante di riso, alte quattro metri, furono necessarie le motoseghe.

Evidente - sostiene l'inchiesta interna - che i concorrenti del 'Grande Fratello' sono attori comunisti infiltrati. Il linguaggio da decerebrati e l'incapacità di pronunciare una frase più lunga di due parole, una delle quali è quasi sempre 'figa', non possono che essere il frutto di una abile simulazione.

Maria De Filippi 'Amici' doveva chiamarsi 'Compagni'? I balletti, le coreografie di massa, i canti a gola spiegata, i colori abbacinanti e stucchevoli dello studio e dei costumi, sembrano mutuati direttamente dagli spettacoli di propaganda del comunismo cinese e coreano. C'è però una prova a discarico: il clima di ebete e acritico entusiasmo di 'Amici' è identico anche a quello delle convention di Publitalia.

Previsioni del tempo La meteorologia è, da tempo, una spina nel fianco del berlusconismo. L'annuncio insistente di precipitazioni, tempo incerto, variabilità, è considerato una delle manifestazioni più perniciose del disfattismo comunista. Neanche la sostituzione di tutti gli ombrellini e le nuvolette con soli splendenti è servita a migliorare la situazione: i meteorologi Mediaset, con il pretesto della razionalità scientifica, portavano da casa ombrellini e nuvolette ritagliati dalla moglie.

Sono stati tutti licenziati e rimpiazzati con strafiche che non sanno distinguere il Po dall'Anatolia, ma sorridono sempre e sostengono che domani sarà la giornata ideale
per abbronzarsi come Obama.
(03 aprile 2009)



Roma sepolta da una montagna di spazzatura


di Emiliano Fittipaldi

Quando alla Regione hanno letto il documento- choc inviato dalla Asl, in molti si sono messi le mani nei capelli. Due paginette, dal contenuto agghiacciante, rischiano infatti di far saltare il Piano rifiuti del Lazio e far scivolare la capitale e le provincie tutte in una crisi simile a quella della Campania. Il rapporto sostiene che ad Albano Laziale, paesone di 40 mila anime alle porte di Roma, le morti e i ricoveri ospedalieri per alcune gravi patologie toccano livelli record. Proprio ad Albano dovrebbe sorgere il nuovo gassificatore (progettato per bruciare 160 mila tonnellate di rifiuti l'anno) previsto dal piano che ha permesso al Lazio, lo scorso giugno, di uscire dal commissariamento dopo dieci anni di emergenza. Il programma punta anche a un allargamento della grande discarica ormai satura. Ma il parere conclusivo dell'Asl Roma H è negativo, su tutta la linea. "Si dà atto", spiega il direttore Agostino Messineo, "che l'impianto tratterà unicamente Cdr. Tuttavia la possibilità che accadano evenienze "diverse" non appare, evidentemente, pura utopia. E l'ipotesi probabilistica che accadano situazioni critiche va considerata comunque sotto un profilo delle cautele da adottare in tema di opportuna distanza dalle abitazioni".

Il professore, finito nelle indagini sulle cliniche degli Angelucci, snocciola le tabelle di un recentissimo studio sulla salute della popolazione residente in città, che "L'espresso" ha potuto consultare. Senza fare riferimento a esposizioni specifiche (ma più che la discarica, è al traffico caotico dell'Appia che guardano gli esperti), gli epidemiologi hanno osservato un eccesso di mortalità negli uomini superiore al 50 per cento sia per le malattie respiratorie che per quelle polmonari croniche, e un aumento del 60 per cento per le malattie dell'apparato genito-urinario. "Tali eccessi", si legge nel rapporto, "sono statisticamente significativi ". Non solo. Nel paese ci sono troppi tumori alla vescica e al sistema linfatico, mentre le donne muoiono più che nel resto della regione. A causa "di malattie cardiovascolari, ischemiche, malattie respiratorie e malattie dell'apparato genito- urinario". Da togliere il fiato anche le statistiche sulle persone ricoverate, con "eccessi significativi osservati per le malattie dell'apparato respiratorio, in particolare per la Bcpo (la bronco pneumopatia cronica ostruttiva, ndr) e le malattie dell'apparato genitourinario". Il gassificatore non s'ha da fare, la conclusione. Troppi veleni in circolazione per consentire nuove emissioni. Secondo la Asl deve vincere il principio di precauzione, poiché i dati scientifici possono essere anche insufficienti, inconcludenti o incerti, ma la "valutazione scientifica indica possibili effetti inaccettabili e incoerenti". Piero Marrazzo, governatore con delega ai rifiuti, ammette di essere molto preoccupato. "Massima priorità alla salute dei cittadini e alla difesa del territorio. Ma aggiungo che senza Albano il piano rischia di saltare. La regione può cadere in un'emergenza grave. Capisco le critiche e le rimostranze degli ambientalisti, ma non vorrei che ci fossero in campo altri interessi che mirano a far saltare tutto. Un nuovo caso Napoli? Non sarei così tranchant, però i timori sono tanti: senza il gassificatore di Albano bisognerà correre rapidamente ai ripari". Intanto il presidente ha già chiesto all'Arpa e agli epidemiologi della Asl E una nuova valutazione che possa rendere "inoffensiva" quella di Messineo, considerata priva di motivazioni "congrue". Per ottenere comunque l'autorizzazione integrata ambientale necessaria a realizzare l'impianto. Traffici criminali La battaglia della monnezza è solo agli inizi. Nel Lazio si giocano due partite parallele. Una sanitaria, l'altra politica ed economica. Lo scandalo di Colleferro, l'inceneritore dove, secondo i pm di Velletri e i carabinieri del Noe, si bruciavano anche rifiuti tossici per produrre più elettricità, è solo la punta di un iceberg dalle dimensioni gigantesche. Nemmeno fossimo a Gomorra, le forze dell'ordine negli ultimi mesi hanno trovato migliaia di tonnellate di sostanze tossiche in discariche non autorizzate, mentre in quasi tutte le procure regionali sono aperte indagini su traffico illecito di rifiuti e contaminazione ambientale. A Malagrotta, ad Amatrice, nel Frusinate, a Viterbo, a Rieti. Sempre più spesso si registrano infiltrazioni della criminalità organizzata. Acqua, falde, aria e terra sono, in alcune zone, completamente compromesse. Tanto che dopo le indagini sugli abitanti della Valle del Sacco e quelli di Albano il dipartimento di epidemiologia darà il via a un monitoraggio a tappeto nei luoghi vicino a discariche, termovalorizzatori e altri impianti di trasformazione della spazzatura. Alla ricerca di eventuali malformazioni, malattie e andamenti strani della mortalità degli abitanti. "Ma non facciamo allarmismi, è un progetto nato due anni fa improntato alla trasparenza", dice il direttore del dipartimento di epidemiologia Carlo Perucci, impegnato anche per la valutazione dell'impatto del discusso termovalorizzatore di Acerra: "A tutt'oggi non c'è nessuna evidenza tra rifiuti, inceneritori e patologie. Ci sono alcunisospetti su rari sarcomi e alcuni linfomi. Nel Lazio il problema numero uno è il traffico e, in certi casi, la gestione criminale dei rifiuti: oltre ai controlli sulla salute, dobbiamo essere sicuri su quello che arriva in discarica e negli inceneritori".

Tra politici e imprenditori
Ma il niet al gassificatore di Albano ha anche risvolti politici. I due grandi sconfitti sembrano proprio Marrazzo, che senza una soluzione rapida della vicenda rischia di assistere a un ri-commissariamento della regione, e Manlio Cerroni, l'imprenditore della società Pontina Ambiente e re di Malagrotta che, insieme ad Ama ed Acea, punta a costruire lì, sopra i suoi terreni, il quarto inceneritore del Lazio. Un investimento da 250 milioni di euro, senza dimenticare i 40 megawat di energia prodotta al giorno. Al sindaco Gianni Alemanno e al presidente della municipalizzata Ama, Franco Panzironi, l'accordo con Cerroni non è mai piaciuto. Dubbi anche sull'obiettivo del piano rifiuti, considerato irrealistico, di arrivare entro il 2011 al 50 per cento di raccolta differenziata. L'idea è quella di chiudere Malagrotta e, al posto di Albano, aprire uno sversatoio con termovalorizzatore annesso ad Allumiere, sopra i terreni del demanio militare gestiti dall'amico e ministro Ignazio La Russa. Nel centrodestra gira anche un'altra ipotesi, si dice caldeggiata da Paolo Togni, ex braccio destro di Altero Matteoli e oggi direttore del dipartimento politiche ambientali della capitale: bruciare il Cdr nella centrale Enel di Torrevaldaliga, a Civitavecchia. Secondo alcuni, l'operazione è tecnicamente impossibile. Perucci spiega, poi, che proprio a Civitavecchia c'è un eccesso "misurabile" di mortalità e di ricoveri legati a malattie respiratorie. "L'impatto ambientale in città proviene da più fonti: il porto più grande del Tirreno, con navi che hanno emissioni fino a 10 volte più alte del peggior inceneritore d'Italia, due centrali elettriche, quella dell'Enel e un cementificio".

Malagrotta dei veleni
Il cuore della monnezza laziale, ovviamente, batte sotto i 250 ettari di Malagrotta. Contemporaneamente la più grande discarica d'Europa, il corebusiness di Cerroni e il buco nero che salva, grazie a proroghe annuali e prezzi contenuti, Roma da un destino peggiore di quello di Napoli. Si vocifera che sia esaurita, ma in realtà l'immondizia non trattata, sprofondando, potrebbero essere ammassata per altri due lustri senza difficoltà. I residenti, ovviamente, non sono d'accordo, anche perché è probabile che non sia solo il fetore ad assediare le loro case. Su Malagrotta ci sono ben tre indagini in corso: una dell'Ispra, voluta dal ministro Stefania Prestigiacomo, e due penali, che riguardano l'inquinamento dell'area e il gassificatore appena inaugurato, dissequestrato a dicembre dopo che i carabinieri avevano messo i sigilli. Il Noe di Roma, guidato dal comandante Pietro Rajola Pescarini, e gli esperti dell'Arpa hanno trovato sul fiume Rio Galeria (che innaffia i campi di granturco e i pascoli della vacche) e sui canali naturali e artificiali tracce di idrocarburi, metalli pesanti, benzene. Non è detto, però, che i veleni siano collegabili alla spazzatura: nel mirino degli inquirenti è finita anche la Raffineria di Roma, oggi della Total, che sorge a poche centinaia di metri di distanza. I suoi depositi sono a monte della discarica e della falda, e gli inquinanti trovati sono compatibili con le attività della fabbrica. Gli investigatori hanno trovato in un ruscello anche molecole chimiche provenienti, forse, da una fabbrica abbandonata, la Termobit, che produceva fino a qualche anno fa additivi per combustibili e conglomerati bituminosi.

Arrivano i massoni
Albano, Civitavecchia e Malagrotta sono in buona compagnia. A Colleferro, già devastata dall'inquinamento della valle del fiume Sacco, il Noe ha arrestato tre settimane fa 13 persone, accusate di associazione a delinquere e traffico illecito di rifiuti. Tra di loro anche responsabili dell'inceneritore (ora sotto sequestro) e dell'Ama, colpevoli di aver bruciato di tutto di più (gomme di automobili, metalli, "roba tossica"), di aver manipolato i sistemi di controllo e minacciato i dipendenti che si opponevano agli illeciti. Lo scorso 23 marzo il gip del Tribunale di Velletri ha revocato la misura cautelare a cinque indagati, ma ha confermato l'intero impianto accusatorio. I due dirigenti dell'Ama sono tornati in libertà solo perché "è inverosimile ritenere che, nella situazione attuale, da parte dell'Ama possa essere di nuovo smaltito Cdr non conforme negli impianti di Colleferro o altrove". Un chimico, originario di Portici e già indagato "per fatti analoghi " a Napoli, non potrà uscire dal suo comune. Intanto un'inchiesta-bis, partita dalla scoperta a Pomezia di una discarica di amianto proveniente da tuttoil Centro e Sud Italia (secondo le prime analisi invece di conservare materiale compatto interravano anche quello friabile e pericoloso, mettendo a rischio l'ambiente) sta cercando di far luce sui rapporti tra il business milionario della monnezza e la massoneria: 56 gli indagati, alcuni in passato avrebbero fatto parte della P2. Come insegnano inchieste della procura di Napoli, sono proprio i fratelli delle logge ad aver capito, già vent'anni fa, le potenzialità economiche del traffico dei rifiuti.

La nuova Gomorra
Le Ecomafie hanno scelto scelto il Lazio come nuova terra promessa. La situazione sta peggiorando anno dopo anno: nel 2005 la Guardia di finanza controllò 24 discariche, ben 19 erano usate come sversatoi di vernici, liquami tossici e sostanze fuorilegge. Nel 2007 il Noe ha scovato 61 siti inquinati e denunciato 102 persone. In questi giorni a Viterbo si sta svolgendo il processo "Giro d'Italia", con 15 imputati accusati di aver gettato in tre cave della provincia 250mila tonnellate di rifiuti speciali, pericolosi e non, provenienti da aziende del Lazio, Veneto, Lombardia, Friuli, Umbria, Toscana, Emilia Romagna e Campania. Il traffico dei rifiuti a Viterbo, secondo l'ultimo rapporto dell'Osservatorio regionale sulla legalità, è in mano alla cosche della camorra e della 'ndrangheta. A quattro anni di distanza dagli arresti, le bonifiche non sono ancora iniziate: fanghi di cartiera, Pcb, ceneri di acciaieria, scarti farmaceutici pieni di zinco, piombo e nichel impregnano ancora il terreno. Secondo i medici dell'Isde (specializzati in ambiente), la contaminazione dell'aria e delle falde è più che probabile, e chiedono alla Asl locale di "avviare studi per monitorare lo stato di salute delle persone che vivono vicino alle discariche". Monitoraggio che, forse, andrebbe fatto anche ad Amatrice, paesino vicino Rieti. Dopo che gli abitanti avevano segnalato odori nauseabondi provenienti dal depuratore comunale (gestito dall'Acearieti), e dopo che le analisi hanno scovato metalli nel fiume Tronto, il Noe ha scoperto che nell'impianto, che avrebbe dovuto depurare solo le acque industriali del comune, finivano anche liquami dell'acciaieria ThyssenKrupp di Terni e percolato proveniente da Campania, Sicilia e Umbria. Qualche nome eccellente è già finito nel registro degli indagati, le indagini proseguono, ma l'attività di trattamento in conto terzi del settore chimico- fisico è stata sospesa. "Quello che avevo detto appena fui eletto governatore", chiosa Marrazzo, "è stato sottovalutato da molti: oggi nel Lazio il pericolo della criminalità organizzata è pesante, l'ecomafia ha un giro d'affari che fa gola a molti. E molti delinquenti sono attratti proprio dalla gestione dei rifiuti, con possibili infiltrazioni anche nella pubblica amministrazione".

ha collaborato Gianluca Schinaia
(02 aprile 2009)

"Così la mia vita è cambiata in dodici minuti"


5/4/2009
MARCO CASTELNUOVO

Fosse per gli utenti di Internet sarebbe già premier. Per ora Debora Serracchiani è la prima candidata certa alle europee per il Pd e non crede ancora a ciò che le è accaduto negli ultimi 15 giorni. Il discorso che ha fatto ai circoli del partito è stato messo in rete ed è diventato uno dei video più visti e condivisi di sempre. Tanto da farne una star del Web. Dodici minuti improvvisati che le hanno «sconvolto la vita» suo malgrado. «Non dovevo nemmeno andare – spiega ora -. Solo all’ultimo mi sono aggregata al pullman che partiva da Udine a mezzanotte e mezza, arrivando a Roma la mattina dopo. Ero stremata». Il suo discorso è stato interrotto 35 volte da autentiche ovazioni. Franceschini in prima fila ad ascoltarla si è informato su di lei. Le hanno fatto i complimenti sul pullman di ritorno verso Udine, la città che ha scelto 14 anni fa per stare con il suo compagno lasciando Roma e la Roma («di cui però continuo a vedere tutte le partite in tv») per un appartamento vista-stadio da dividere anche con due cani. Ma solo lunedì al rientro in ufficio ha capito che la sua vita non sarebbe più stata la stessa. Ha fuso la batteria del cellulare, le mail a lei indirizzate hanno bloccato il server della posta della provincia di Udine di cui è consigliere, dal 21 marzo riceve una media di 1500 email al giorno che legge personalmente, che spesso rilegge e a cui man mano sta rispondendo.

Le scrivono da tutto il mondo, la intervistano dal Sudamerica, sulla scrivania ha ancora la lettera con la quale il segretario del Psoe di Valencia le chiede un appuntamento. Ma lei si commuove per la mail che le scrive un nonno grazie all’aiuto del nipote o di un papà con il figlio down: entrambe le chiedono di non mollare. L’hanno soprannominata Amélie per via di quella (finta) ingenuità che le fa dire cose che tutti pensano ma che non si dovrebbero dire. E per quella frangetta che come Audrey Tatou usa come tratto distintivo. Ti accoglie a Udine in quello che sembra il suo quartier generale in un vicolo del centro. Ma è solo il suo studio di avvocato, in condivisione per di più. Alle pareti il diploma di laurea «cum laude». Quando si siede sull’enorme poltrona nera, sembra scomparire. «Sto lavorando», dice. Allo slogan? Alle strategie? Macchè. «Faccio l’avvocato del lavoro e siccome voglio restare libera devo esserlo anche economicamente». Non lascerà la sua professione che considera «bella e utile». Nessuna idea sul come affrontare la campagna elettorale.

«Non mi interessano tattiche e strategie, tanto meno chi saranno gli altri candidati del mio partito. Io avrò tre o quattro argomenti importanti da sempre palestre naturali nel nord est: l’integrazione, i trasporti, e - perché no? – i temi etici». In fondo Udine è stata l’ultima tappa di Eluana. Ride spesso anche quando usa la fionda: «Non mi piaceva la politica del “ma-anche”». Oggi però non vuole rivincite: «Nessun passo indietro, anzi: ai leader chiedo passi avanti, ma se non ci riescono... beh, ne prendano atto». Dice come se nulla fosse passandosi un anello dall’indice al medio e viceversa: «Il centrodestra? Stimo Letta anche se non lo conosco e vivo con imbarazzo le uscite del compagno Fini». Il mondo dell’Amélie di Udine non sarà favoloso come quello del film, ma certo non le pesa quello che fa. «Vivo questi momenti con leggerezza. Non mi spaventano le critiche anzi amo il confronto di idee». Molti suoi fans la vedrebbero meglio in Italia a combattere dentro il partito, altroché Bruxelles. «Prima di accettare ho chiesto di consultare i circoli pd friulani e da loro è arrivato il via libera unanime. Penso che si debba fare politica così, consultando sempre di più la base. Dobbiamo tornare a fare politica di strada, dal basso». Lo dice lei che ha cominciato a fare politica nel 2003 al consiglio di zona a Udine dove si occupava, per l’appunto, di strade e marciapiedi. Poi nel 2006 il salto alle provinciali. Era predestinata, evidentemente. Dai banchi dell’opposizione a Udine alle europee grazie al passaparola via Web. Proprio lei che Internet lo usa solo per lavoro e che fino a pochi giorni fa non sapeva nemmeno cosa fosse Facebook o Youtube.

Preferiva la lettura, e non certo di saggi in stretto politichese: «Sai che ho letto otto volte Orgoglio e Pregiudizio?». Niente cinema («sono una pantofolaia, al limite guardo Law&Order») e molto sport, tennis soprattutto. Ora la sfida più dura. «Sarà difficile ma sono determinata». La vera Amélie nel film diceva che la fortuna è come il tour de France: lo si aspetta a lungo e poi passa in fretta. «Debora senza “h” Serracchiani con due c» con il suo visino alla Amélie l’ha capito: ha già preso a schiaffi i vari D’Alema, Veltroni, Cofferati e Rutelli e senza quasi accorgersene è in fuga per la maglia gialla.


ANTONIO DI PIETRO

Pubblico il video ed il testo del mio intervento di ieri, sabato 4 aprile, presso il convegno "Prepariamo la città metropolitana" tenutosi a Milano.

"Come sapete, noi dell'Italia dei Valori siamo una formazione politica che in prospettiva guarda al superamento delle province, perché in alcuni casi la provincia va troppo stretta, in altri casi va troppo larga. Nel caso di Milano, appunto, trattasi di una realtà in cui provincia e comune devono essere una sola cosa, una realtà metropolitana che a differenza di Reggio Calabria merita di essere considerata tale.

La città metropolitana che noi immaginiamo è una città metropolitana che a Milano si deve sviluppare innanzitutto sul piano infrastrutturale, in secondo luogo sul piano industriale, in terzo luogo, ma che poi è il primo, sul piano della vivibilità urbana.

Sul piano infrastrutturale in realtà cosa fa lo sappiamo benissimo. Sappiamo benissimo che il punto fondamentale è lo snodo di tutte le realtà che arrivano da Milano e partono da Milano. Lo abbiamo affrontato tante volte e adesso ci sono le condizioni per farlo. Ci vogliono le grandi arterie ferroviarie, viarie o aeroportuali che portino vicino a Milano, ma come poi la città viene attraversata? La Tem, la Brebemi, la Pedemontana hanno un senso se ci stanno tutte, e se tutte quante fra di loro permettono di “snodare” quel che è il traffico di lunga gittata, che passa attraverso l'autostrada con il traffico che, dal territorio, entra ed esce da Milano.

Voi avete visto che tutto il sistema autostradale, A1 piuttosto che A4 sia verso il Piemonte sia verso la Lombardia, poi alla fine finisce tutto nell'imbuto della tangenziale. E' stato molto positivo, e io sono fra quelli che, diciamo così, l'ha stappata con la realizzazione della quarta corsia sulla A4 ad Agrate, ma poi avete visto che poi l'imbuto che si creava tra Agrate e Capriate ce lo troviamo adesso da una parte verso Cascina Gobba e dall'altra parte verso Rho. Allora la situazione in cui è necessario fare sia la piccola “tangenzialina”, da Rho a Monza, sia la tangenziale più grande, la Pedemontana lombarda.

Tutto questo non serve a niente se poi non si sblocca la Tem. Tutte e tre queste opere non servono a niente se non si crea un sistema di aree metropolitane e metro tranviarie. E' importante che poi, da questa realtà extraurbana, si possa entrare e uscire da Milano con un sistema di trasporti pubblici importante.

Credo che Milano sia la città dove può realizzarsi una città metropolitana, così come previsto dalla nuova legge, proprio perché c'è l'Expo 2015, che dà la possibilità di realizzare e costruire questa realtà. Dipende da cosa si vuol fare. Fino adesso l'idea che mi dà è che l'Expo sta a Milano come la Tav stava all'Italia, se ne parla molto, si comincia già a pagare le tangenti ma il lavoro non parte mai. Lo ricordo bene perché io, della Tav, me ne ero occupato negli anni '90, ancora prima che si cominciava a fare, però già avvennero i primi arresti. Poi è successo tutto quel che è successo.

Cosa voglio dire? L'Expo è uno strumento fondamentale se pensato in funzione di ciò che sarà il dopo Expo, perché se tutti questi soldi servono soltanto per l'Expo è semplicemente un gioco di carnevale. Siccome i mezzi, gli strumenti, i mezzi e le risorse ci saranno, siccome Milano è l'unica città che obiettivamente può fare una cosa del genere, noi dell'Italia dei valori non intendiamo tirarci indietro rispetto a questo impegno. Ovviamente, sia sul piano infrastrutturale sia sul piano delle scelte urbanistiche, perché su questo piano noi non è che possiamo, in nome dell'Expo, stravolgere la realtà di Milano.

Con riferimento a tutto questo, mi preme dire anche qui in questa sede, c'è la necessità di mettere in chiaro la differenza tra quello che è lo sviluppo urbano, dove si vive, e lo sviluppo industriale, che comunque dovrà essere rivisto insieme all'Expo. Credo che la parte importante riguardi il Pil italiano, la cui maggior parte si trova all'interno del territorio della provincia di Milano. In una situazione di questo genere è evidente, quindi, che la città metropolitana che noi immaginiamo non può considerare che diventi un dormitorio o un luogo di passeggio, ma deve essere un luogo di rilancio dello sviluppo industriale e quindi anche di ottimizzazione delle infrastrutture, ma anche dei luoghi in cui ampliare e migliorare qualificare lo sviluppo industriale.

Sviluppo industriale non vuol dire fare le fabbriche e un po' di ciminiere dentro Milano. Vuol dire individuare quali sono le priorità manifatturiere o di servizi che riteniamo siano importanti per questa area e da portare all'esterno, e rivedere quella serie di attività industriali che sono dannose per l'ambiente, per l'attività urbana e per la funzionalità del sistema intero.

Noi riteniamo che anche il piano casa vada affrontato con realismo. Come sapete, abbiamo detto sì al federalismo fiscale. Lo abbiamo fatto con senso di responsabilità sapendo bene che è come il coltello da cucina: ci tagli il pane e funziona benissimo, ma ci puoi ammazzare la moglie.
Cosa vuol dire questo? Vuol dire che il federalismo è uno strumento tecnico che se viene usato con senso di responsabilità servirà per ottimizzare sia il sistema delle entrate che il sistema delle uscite. E' uno strumento malevolo se viene utilizzato male, ma se rinunci a costruire e a forgiare lo strumento hai già perso.

Ecco perché noi abbiamo detto che ci stiamo, ecco perché noi abbiamo detto che vogliamo contribuire a fare di questo strumento una forgia che serva per far funzionare il sistema. In quest'ottica, anche sul piano casa. Lo abbiamo annunciato, ci proporremo con senso di responsabilità. Vuol dire che quella proposta così com'era stata formulata è una proposta scellerata, ma questo non vuol dire che un piano casa non si debba fare. Questo non vuol dire che non ci sia bisogno, in alcuni casi, anche di rivedere una legge urbanistica. Bene, anche in questo caso noi affronteremo, adesso che è stato riportato all'interno dell'alveo della legalità, e diremo sì al piano casa, ma ci vorremo mettere le mani affinché venga fatto nell'ambito della legalità.

E allora mi avvio alla conclusione: l'Italia dei Valori in questa costruzione che comincia, dopo la nuova legge che è stata emanata della città metropolitana, ci starà e ci starà con proposte concrete. Ci starà e ci starà nel tentativo di risolvere e di partecipare in essa. Ci starà, e concludo, così come c'è stata nella tutela delle aree intorno a Malpensa. Noi abbiamo fatto interventi anche su Malpensa, anche per dimostrare come Milano e Malpensa debbano essere collegate, così come Malpensa e Linate non sono in dicotomia fra di loro ma possono essere in sinergia. E lo svincolo a "U" che abbiamo fatto sul sistema ferroviario fra le Ferrovie Nord e le ferrovie milanesi, l'abbiamo fatto su Saronno, anche in quel caso finanziato l'intero progetto, che permetterà alle due ferrovie di poter intercambiarsi fra di loro e quindi di creare un nodo ferroviario di grande risultato.

Una città metropolitana dovrà avere una sua naturale conseguenza e un suo naturale braccio nel completamento, e concludo, del treno ad alta velocità che attualmente arriva a Treviglio e che dovrebbe arrivare a Brescia per collegarsi poi alla dorsale fra il Corridoio uno e il Corridoio cinque, anch'esso fondamentale. Insomma, le idee le abbiamo, accettiamo di collaborare con tutti, anche con la maggioranza all'insegna della politica del fare. l'Italia dei Valori si proporrà sia per la realizzazione della città metropolitana sia per aiutare Penati a farla. "

La scommessa del quarto capitalismo


5/4/2009
GIUSEPPE BERTA

Quale posto deve occupare l’industria nell’assetto economico dei Paesi sviluppati? La crisi ha ricondotto i sistemi di produzione e il mondo delle imprese industriali al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica, dopo che per anni la sfera della manifattura era sembrata destinata a perdere irreparabilmente di rilievo a paragone della crescita dell’economia dei servizi. Oggi ci si interroga sul destino che avranno i grandi complessi produttivi, a cominciare da quelli dell’automobile, cui nessuno dei governi occidentali pare disposto a rinunciare. L’universo della produzione viene riscoperto e valorizzato nel momento in cui si sottolinea la sua funzione di pilastro dell’organizzazione economica. Ma ciò avviene proprio quando la crisi sfida la continuità delle strutture industriali, mettendo alla prova la loro capacità di sopravvivenza.

Le incertezze del presente mostrano come sia stata contraddittoria la percezione della realtà dell’industria in questo primo scorcio del Ventunesimo secolo. Pensiamo al caso del nostro Paese: qualche anno fa, si è discusso a lungo della «scomparsa dell’Italia industriale» (per dirla con le parole di Luciano Gallino), scorgendo in questa tendenza il sintomo di un processo di declino economico ormai inarrestabile. Nel nostro apparato produttivo sono stati così riscontrati i difetti peggiori: mentre le grandi imprese storiche decadevano, la scarsa capacità dinamica della nostra economia industriale veniva spesso imputata alla proliferazione e alla disseminazione delle imprese minori. Insomma, era come se l’Italia possedesse, allo stesso tempo, troppa manifattura ereditata dal passato e poca industria concentrata e moderna. Aveva ancora troppi «colletti blu» e pochi lavoratori ad alta specializzazione. Da queste considerazioni nasceva da più parti l’invito ad accelerare una trasformazione che superasse questo stato di cose obsoleto per completare anche in Italia il passaggio a una più progredita economia dei servizi. Con la crisi la prospettiva è sicuramente mutata. Sia perché si è verificata una riscoperta, benché sovente un po’ di maniera, dell’economia reale e delle radici produttive, sia perché l’immagine dell’Italia industriale è stata rivalutata. Al punto da legittimare l’esortazione a riscoprire il nostro «orgoglio industriale», come scrive oggi Antonio Calabrò, sperimentato giornalista alla guida delle relazioni istituzionali della Pirelli (Orgoglio industriale. La scommessa italiana contro la crisi globale, Mondadori, pp. 184, € 17,00). Il saggio di Calabrò costituisce una sorta di atlante dell’attuale Italia produttiva, di cui elenca puntigliosamente meriti, attitudini e benemerenze. È un sistema economico che trova il suo fulcro nelle regioni settentrionali, dove si è disegnata, nel corso dell’ultimo decennio, una nuova, consistente mappa di attività imprenditoriali che hanno cambiato il volto dell’organizzazione d’impresa. Anche Calabrò, che naturalmente non dimentica il ruolo delle grandi imprese, si sofferma estesamente sul profilo del «quarto capitalismo» delle imprese di medie dimensioni, agili e internazionalizzate, dove si è incardinato un bacino di vivacissima imprenditorialità. È su questa realtà solida, sedimentata nel tempo, che secondo Calabrò occorre continuare a investire, con l’occhio già rivolto al domani, quando la crisi sarà superata e il cammino dello sviluppo potrà essere ripreso.

C’è ancora l’industria, quindi, nel futuro dell’Italia. Un’industria che però non può assorbire i volumi di occupazione del passato né configurare attorno a sé un modello di società. Essa resta soprattutto come un nucleo d’iniziativa economica di cui non si può fare a meno, né dal punto di vista economico né da quello civile. Un Paese come il nostro ha bisogno della risorsa rappresentata dall’industria perché essa garantisce apertura internazionale, capacità d’innovazione, sollecitazioni al confronto e alla concorrenza. Senza una forte presenza industriale, l’Italia rischierebbe di essere soffocata da quella massa mucillaginosa di attività e di comportamenti collusivi che, come ha denunciato il Censis un paio d’anni, fa potrebbero bloccarne lo sviluppo.


La crisi come una guerra


5/4/2009
BARBARA SPINELLI

Man mano che s’estende e s’aggrava, la crisi economica che traversiamo somiglia sempre più all’esperienza che l’uomo fa della guerra. È violenta, e suscita nel popolo violenza, ira. Chiude le porte dell’avvenire, troncando non solo le vite ma i progetti, le aspettative che oltrepassano l’immediato presente. Le sue due prime vittime sono il tempo lungo e la verità. Al pari dei generali, i governanti tendono a esecrare le cattive notizie che gli organismi internazionali diffondono ogni ora sulla ricchezza delle nazioni che scema, sulla disoccupazione che cresce. Le brutte notizie pubblicizzano i mali, aprono finestre che sarebbe preferibile tener chiuse, permettono alle lingue di sciogliersi, di sfatare menzogne dette per decenni sulle intrinseche virtù del mercato.

Nella sete di verità e nella sua divulgazione non si vede che disfattismo, questa passione triste che tenta il soldato in trincea. In parte per pigrizia, in parte per vigliaccheria, i governanti sembrano quasi voler curare il male con i mali che l’hanno scatenato: con l’illusionismo, con il nascondimento dei rischi, con il pensare-positivo che ignora i pericoli, con l’escamotage. Non con l’analisi psicologica ma con il coaching, l’incoraggiamento sbrigativo che ti riconforta scansando non tanto il pessimismo, ma il realismo. Non con lo sguardo proiettato sul domani, ma con l’istante che l’abolisce. Quel che diceva Samuel Johnson della guerra, in un articolo del 1758, s’adatta all’oggi in maniera impressionante: «Fra le calamità della guerra andrebbe annoverata la diminuzione dell’amore della verità, ottenuta tramite le falsità che l’interesse detta e che la credulità incoraggia».

Il gruppo dei 20 Paesi riunitosi giovedì a Londra s’è sforzato di uscire dalle pigrizie, e anche di far luce su quel che tanti vorrebbero oscurare: ad esempio su alcuni paradisi fiscali, o sui conti bancari segreti. Ma il fastidio che la verità incute nei governanti resta intenso, specie in Europa. Sarkozy ha perso la pazienza qualche giorno fa, irritato dalle cifre pessimiste che circolano a Bruxelles. E il fastidio è forte nel governo italiano. L’Italia è più impreparata alla crisi di quanto il potere voglia far credere, ma il capo del governo è aggrappato al pensare-positivo come ci si aggrappa a una droga. Il contrario del pensare-positivo non è per lui altro che pensare-negativo: non è verità, necessità. Le colpe sono sempre di altri, e in particolare degli organismi internazionali che sfornano ogni giorno cifre più allarmiste: l’Ocse è invitata a «star zitta», i commissari europei «a lavorare piuttosto che far prediche ai governi» e «disturbarne» il lavoro. Così facendo Berlusconi ammette il disastro: chiede di non renderlo pubblico. Eppure la verità è rimedio essenziale, e chi comincia a dirla già compie metà del cammino, già si esercita a veder più lontano e più chiaro. Solo se si conosce l’ampiezza del male e la sua natura, solo se si discerne l'enorme mutazione che sta avvenendo e se si guardano in faccia le violenze e i conflitti sociali che s'accompagneranno alla mutazione, si può pensare di uscire dal disastro non distrutti. La verità è un’etica e al tempo stesso un farmaco contro il pensare positivo o negativo: nelle tragedie, è il punto in cui l’eroe accecato o colpevole si trasforma grazie alla peripezia, al rovesciamento di cose che parevano avere un senso e d’un tratto ne hanno un altro. La medicina della verità, Kant la chiama pubblicità: che non è réclame ma è il dibattito fra opinioni diverse reso pubblico, la rinuncia del potere alla segretezza dispotica, le istituzioni comuni che prima ancora d'esser democratiche si fanno repubblicane, appartenenti alla sfera pubblica. Il rischiaramento dei Lumi e il sapere aude! (osa sapere!) che Kant invoca permettono all’uomo di diventare cittadino e alle nazioni di divenire cosmopolite: l’uno e le altre non più responsabili solo verso se stessi. Non so cosa pensi Sergio Marchionne del grande crollo ma non è del tutto improbabile che la sua visione del futuro sia scabrosa, non ottimista: che veda un domani dove l’auto sarà un peso, costoso e dannoso per il pianeta. Che proprio questa visione l’abbia spinto a innovare radicalmente e conquistare l’America. La mutazione del mondo è la cosa più difficile da vedere, governare. È difficile per l’America, che fatica a smettere l’egemonia. Ma non è meno difficile per gli europei, che alla trasformazione rispondono concentrandosi su singoli duelli con Obama, e chiedendo che l’America ripari il riparabile visto che è stata lei a sfasciare. L’ascesa di nuove potenze come Cina e India è un’ulteriore verità che disturba il loro sonno dogmatico, e il mal dissimulato desiderio di ricominciare la storia di ieri: una storia in cui l’Unione europea brilla forse per intelligenza, ma non per capacità di guida e responsabilità mondiale. Quando Berlusconi dice che il vertice veramente importante sarà quello degli Otto Grandi alla Maddalena, quando i governanti europei parlano della crisi come di una burrasca passeggera, la presa di coscienza è rinviata e il rovesciamento tragico lontano. La verità di cui si teme il disvelamento è che la piccola élite del G8 è sorpassata, non è neanche più élite. Le idee nuove sulla crisi sono venute non dall’Europa o dall’America ma dalla Cina, che con realismo vede il declino del dollaro e con questa visione attrae un numero crescente di Paesi: non solo il governo russo che per primo ha denunciato il pericolo del dollaro-moneta di riserva mondiale ma anche Indonesia, Filippine, Malaysia, Argentina, Venezuela. La Cina non solo è più inventiva: il racconto che fa del mondo - lo spiega bene lo storico Paul Kennedy sull’Herald Tribune del 2 aprile - fotografa il reale e le necessità del domani con fedeltà difficilmente confutabile. Il racconto veritiero sul mondo che abitiamo - il filosofo Paul Ricoeur lo chiama la «narrativa» - è da tempo usato nelle terapie dei tossicodipendenti, per la ricostituzione di identità frantumate. È utile anche per la tossicodipendenza delle nostre società e dei loro governanti: aiuta a comprendere meglio le rivolte che si estendono, la questione sociale che si risveglia, Marx che secondo Paul Kennedy rinasce. È futile parlare di piagnoni o fannulloni: i tumulti di questi giorni a Londra e Strasburgo, ma ancor più i sequestri di manager o l’ira contro i ricchi che si moltiplicano in Francia, sono segni ominosi. Alle rivolte partecipano sempre più lavoratori - scrive il sociologo Carlo Trigilia che le analizza con lucidità - e a esse occorre replicare riconoscendo gli effetti sociali della crisi e dando ai minacciati più giustizia e protezione (Sole- 24 Ore, 2 aprile). Anche Obama ha parlato di violenza, vedendola come fenomeno della società-mondo, e sembra desideroso di opporre un suo racconto della crisi al racconto ostile che va gonfiandosi. Ha cominciato col descrivere il proprio Paese, denunciando la fede nel mercato che per anni l’ha cattivato e annunciando che l’America di domani non sarà più il Paese che era: «Voracemente consumatore», drogato dall’indebitamento, incapace di risparmiare. Un mercato ideale per tanti.

In un saggio scritto nel 1926 su Montesquieu, Paul Valéry racconta la Francia prima della rivoluzione e narra un Paese arguto ma smarrito: «Senza che nulla di visibile sia mutato (nelle istituzioni dell’epoca), esse non hanno più altro che la bella presenza. Il loro avvenire si è segretamente esaurito. Il corpo sociale perde dolcemente il domani. È l’ora del godimento e del consumo generalizzato». È un Settecento adorabile e tuttavia viziato, senza futuro. Non diverso da quello dipinto da Samuel Johnson: affetto da credulità, interesse miope, disamore della verità. Un mondo che precede le guerre, le rivoluzioni, e se tutto va bene le grandi trasformazioni.

Incensurato di Rete

CARLO VULPIO

D. M: Carlo Vulpio giornalista del Corriere balzato agli onori della cronaca suo malgrado perché abbiamo saputo di questa vicenda di Why not che ti è stata tolta. E' cambiato il tuo lavoro da quel momento o no?
Carlo Vulpio
: Beh, diciamo che alcune cose sono cambiate, è ovvio che dovesse essere così perché quando ti tolgono una inchiesta di cui ti stai occupando, senza voler fare un paragone così alto è come se a un magistrato togliessero un fascicolo dell'inchiesta di cui si sta occupando insomma, è sempre una cosa negativa e grave.
Ci sono però anche, come sempre accade, delle ripercussioni, quelle come l'onda di uno stagno. Una volta che vi si getta un sasso dentro si allargano anche altre questioni ad altri fatti. Voglio dire che se ti tolgono un'inchiesta come Why not, Toghe lucane o come Poseidone, ti tolgono anche la possibilità di occuparti di cose che somigliano a quelle. Diciamo di tutte quelle cose che sono all'incrocio fra la politica e la giustizia, per le quali, magari perché hai lavorato bene, sei visto un po' come un pericolo.
Devo dire che io essendo uno di quelli che scrive sulla carta stampata per lungo tempo potesse essere solo quello lo strumento per arrivare a tutti, poi anche, e nonostante le vicende che mi hanno toccato in prima persona, ho sperimentato positivamente le capacità e le virtù della rete, per cui mi sono trovato ad esserne beneficiato pur essendo all'inizio uno di quelli che non aveva ancora capito bene l'enorme potenzialità.
Mi sono accorto che è uno strumento formidabile, anch'io a quel punto ho aperto un blog carlovulpio.it e su quel blog ho potuto anche scrivere, comunicare con quel pubblico al quale arrivavo con la carta stampata per quelle questioni che sulla carta stampata non mi vengono fatte fare più.
Quini non solo ritengo che lo strumento della rete sia molto positivo, ma ritengo di aver potuto addirittura allargare il pubblico che mi seguiva sul giornale, pur ritenendo che carta stampata e rete non siano due mezzi in conflitto, due mezzi alternativi, ma che possono benissimo completare l'uno o l'altro.

D. M: Mi sembra quasi scontata allora, la risposta, se dovessi chiederti un parere su questi emendamenti, leggi e leggine delle varie Carlucci, D'Alia, Levi Prodi eccetera.
Carlo Vulpio
: Bè, io sorrido perché voglio dire: ci aveva provato il governo Prodi con il suo sottosegretario alla presidenza Levi, che fra l'altro è un giornalista che veniva pure dal Corriere della sera, e fatto da un giornalista insomma... ci ha provato Masi che ha coperto la stessa carica col governo Berlusconi, e poi D'Alia, Carlucci, come dire ormai è un elenco sterminato. E tutti quanti dicono la stessa, inutile e oserei dire eversiva cosa, cioè quella di imbavagliare i blogger, imbavagliare la rete, tutta questa voglia di controllo che hanno è in realtà una paura che ci deve rendere felici. Cioè hanno capito che sulla rete si forma una opinione pubblica che non c'era più, che non esisteva più e questo fa paura a loro. Non fa paura a chi, invece, ritiene che il sale della democrazia (dirò cose banali e ripetute ma sono fondamentali) è proprio questo: cioè la possibilità non so lo di informare, ma di essere informati da parte di gente che oggi da un sistema radiotelevisivo e di carta stampata non lo è più come dovrebbe essere. Questo è sotto gli occhi di tutti!
Anche qui, non è che diciamo cose sovversive, anzi quasi mi vergogno a dire cose così normali.

D. M: L'articolo 21 della Costituzione, infatti, dice che la stampa non può essere sottoposta a censura. Il Decreto ormai imminente, per non dire ormai passato, sulle intercettazioni va contro questo articolo.
Dal tuo punto di vista come cambierà l'informazione quando passerà questo decreto?
Carlo Vulpio
: Mah io ritengo che fin quando non passa una cosa dobbiamo sempre dire "se passerà" poi se si vorrà fare una prova di forza non diamo per scontato che sia passato.
La cambierà l'informazione, la sta già cambiando. Intanto per un atteggiamento di tutta quella che, dico io, dovrebbe essere la categoria dei giornalisti, che avrebbe dovuto ribellarsi come un sol uomo di fronte a questo problema, perché il problema non è, diciamolo ancora una volta, quello delle intercettazioni non pertinenti ai reati o coperte ancora da segreto, e quindi quelle intercettazioni che riguardano la sfera privata. Questo nessuno vuole che siano pubblicate. Il problema però è che si usa questo argomento per ostacolare le intercettazioni come strumento di indagine, che sono le intercettazioni pertinenti ai reati, che riguardano una fase del procedimento non più coperto da segreto, e quindi la gente deve conoscere perché non deve conoscere "babbo morto" gli effetti di una scalata bancaria illegale perché quella è una scalata bancaria che danneggia ad esempio i piccoli risparmiatori. Se i pi ccoli risparmiatori non sanno cosa sta succedendo sono bell'e truffati nel momento in cui il fatto è compiuto.
Allora il punto è: non soltanto le intercettazioni come strumento d'indagine per la loro durata, che siano pertinenti ai reati, che non siano più coperte da segreto ma anche ma anche il momento della pubblicazione! Su questo poche persone spiegano. Il momento della pubblicazione è importante, quando non sono più coperte da segreto. Perché il momento della pubblicazione consente che alcuni reati in corso vengano sventati.
Quindi che serve dire: "aspettiamo la fine del processo o aspettiamo il rinvio a giudizio" serve semplicemente a occultare ancora una volta, a non far sapere. Questo è il vero dibattito sulle intercettazioni! Se permetti detto da uno che se ne intende perché è stato intercettato illegalmente su fatti non pertinenti a reati, non trova nessuna Bergamini che proponga il carcere per chi lo ha fatto, carcere al quale io sono comunque contrario su questo tipo di reati, allora, come dire, tutto ciò ci deve suggerire che c'è più di uno conto che non torna.

Time - Pink Floyd

TIEMPE BELL'E 'NA VOTA CA' NUN TORNENE CHIU'

Figuraccia di Berlusconi al vertice Nato del 4 aprile 2009 con Angela Merkel

Le Perle Di Berlusconi

Parla con me "Giorgia Meloni, Dio, patria, famiglia"

Berlusconi furioso con la stampa italiana. "Mi calunniano, tentato da azioni dure"


Poi annuncia: "Se mancano fondi per la cig potremmo fermare le opere pubbliche per un anno"
PRAGA - Il filmato su Youtube sul ministro Giorgia Meloni, il video sui giornali online di mezzo mondo col rimprovero della Regina, "e ora questa cosa della Merkel...". Silvio Berlusconi spiega di "non farcela più" con la stampa italiana, che - sostiene - gioca contro il nostro Paese: "Questa è calunnia nei miei confronti e disinformazione nei confronti dei lettori - attacca - quindi a un certo momento non voglio arrivare a dire di fare azioni dirette e dure nei confronti di certi giornali e di certi protagonisti della stampa, però sono tentato perchè non si fa così...".

L'attacco ai media. Il riferimento è a una serie di episodi recenti, in cui alcuni comportamenti "eccentrici" del Cavaliere sono stati immortalati dalla telecamere e diffusi in tutto il mondo. L'ultimo è di oggi: il cancelliere Angela Merkel lo attende per una cerimonia ufficiale in ambito Nato, e lui invece parla al telefonino. "Angela sapeva che ero al telefono con Erdogan, glielo avevo detto", si giustifica il premier. E quanto alla Regina, "è stata nei miei confronti assolutamente aperta e simpatica. Qualcuno ha parlato di un rimbrotto ma poi quando arriva la smentita non richiesta, dicono che l'ha dovuta fare per la pressione di Berlusconi... Allora dico: 'andate al diavolo...'".

Insomma il capo del governo è un fiume in piena: "Non se ne può più", osserva,passeggiando in serata per le vie di Praga con giornalisti al seguito. Quanto al tipo di eventuali azioni contro tv e giornali, dice: "Perché, voi pensate che se io dico: non guardate più una tv o altro, non c'è nessuno che mi segue in Italia?".

Le reazioni. In serata arriva la replica del segretario della Federazione nazionale della stampa, Franco Siddi: "Il capo di governo - scrive in una nota - non può cadere in cattive tentazioni, come in parte è già accaduto al nostro presidente del Consiglio. Quando i giornalisti scrivono riferendo di fatti osservati e a loro conosciuti fino a quel momento fanno il loro dovere. Qualsiasi minaccia del potere verso la stampa è inaccettabile". Più duro il presidente della Fnsi, Roberto Natale: "Parole di inaudita gravità".

Entusiasta delle parole del premier, invece, è Maurizio Gasparri: "Ha ragione Berlusconi. Perfino la Regina Elisabetta sconfessa un'informazione italiana bugiarda e imbarazzante. Berlusconi risolve anche lo stallo al vertice della Nato e da noi schiere di bugiardi dicono sciocchezze".

Opere pubbliche e ammortizzatori sociali. Ma Berlusconi da Praga parla anche della situazione economica. Annunciando un possibile rallentamento nella realizzazione delle infrastrutture: "Uno Stato quando c'è una crisi deve pensare prima di tutto ai suoi concittadini - spiega - magari anche rallentando certe opere pubbliche che erano in programma, perchè la cosa più importante è che si mantenga la pace e la coesione sociale e che nessuno sia lasciato indietro". In pratica, spiega il premier, "Tremonti insiste che gli ammortizzatori (i fondi per la cassa integrazione, ndr) messi da parte sono sufficienti, però ove non fossero sufficienti si possono ritardare opere pubbliche per aiutare i cittadini e poi magari riprenderle dopo un anno". Escluso il Ponte sullo Stretto, che è "un'opera epocale".

(4 aprile 2009)

L'ossessione del Cavaliere


ANDREA BONANNI

Cominciata male a Strasburgo, la giornata di Silvio Berlusconi statista internazionale finisce malissimo a Praga.

Al vertice Nato il capo del governo si presenta con il telefonino all'orecchio lasciando la cancelliera Merkel ad attenderlo sulle rive del Reno e disertando la cerimonia solenne di commemorazione per i caduti della Nato, tra cui parecchi soldati italiani. A Praga, dove domani si terrà l'incontro Ue-Usa, il presidente del Consiglio lascia esplodere la sua rabbia contro l'informazione.

Se la prende, lui che è maestro delle tecniche televisive, contro i video che ripropongono fedelmente su internet le sue gesta maldestre sulla scena mondiale. E minaccia, lui che è proprietario di televisioni e giornali, di lanciare campagne di boicottaggio contro la stampa, colpevole di non riproporre la realtà come piacerebbe a lui. Dopo aver ripetutamente violato la forma e la sostanza delle regole di politica internazionale, Berlusconi finisce così anche per violare la forma e la sostanza della libertà di informazione.

I due errori sono più strettamente connessi di quanto si possa credere
. Sarebbe infatti ingenuo pensare che il presidente del Consiglio abbia accumulato in pochi giorni un così straordinario numero di gaffe e di figuracce internazionali solo per insipienza. Unico esponente del G8 a non aver potuto incontrare Obama, incapace di acquisire credibilità tra i propri pari, ha adottato la tecnica della rottura del protocollo, per poter vendere almeno qualche scampolo di visibilità sul fronte interno, che è poi l'unico che gli interessi veramente.

Per farlo, però, avrebbe bisogno di un controllo pressoché totale sull'informazione di casa propria. E poiché non riesce ad ottenerlo, poiché nell'era di internet e dell'informazione globale neppure il monopolio televisivo basta a garantirgli l'impunità, lascia libero corso alla propria ira pronunciando anatemi contro la stampa.

Bisogna riconoscere che Berlusconi ha motivo di essere deluso. Il suo nuovo corso di statista mondiale era stato messo in scena con straordinario senso di opportunismo. Il G20 sancisce una ritrovata unità tra i Grandi del Pianeta? Berlusconi è prontissimo ad inseguire il presidente americano al grido di "Mr. Obama!" e a costringerlo ad una foto-ricordo con il russo Medvedev che farà la prima pagina di tutti i giornali.

I leader della Nato decidono che devono superare il veto turco e uscire dal vertice di Strasburgo con un accordo sulla nomina di Rasmussen? Berlusconi viola tutti i protocolli e i più elementari criteri di buona educazione per farsi riprendere dalle televisioni di tutti il mondo mentre telefona, in diretta, al primo ministro turco Erdogan per perorare la causa di Rasmussen.

Poco importa che, nonostante i sorrisi di Obama e Medvedev nella foto-ricordo, la situazione dell'economia mondiale resti grave, o che il riavvicinamento dei rapporti tra Russia e Stati Uniti non abbia certo bisogno dei buoni uffici di Berlusconi.

Poco importa che, per riconoscimento congiunto dei turchi e degli americani, l'accordo sul nome di Rasmussen sia arrivato dopo due colloqui, venerdì sera a Baden Baden e ieri mattina a Strasburgo, tra Obama e il presidente turco Gul, cui ha partecipato nella fase finale lo stesso Rasmussen.

Quello che interessa a Berlusconi, nella stessa implacabile logica televisiva con cui ha conquistato la politica italiana, è l'effetto annuncio. Lascia Londra rivendicando un suo ruolo nel riavvicinamento tra Usa e Russia. Lascia Strasburgo proponendosi come il vero deus ex machina dietro l'elezione di Rasmussen. Le foto, le sequenze televisive, sono la prova di quanto afferma.

Al teatrino della politica trasferito su scala internazionale non occorre altro. E peccato se, per ottenere l'effetto "mosca cocchiera", Berlusconi è disposto a sacrificare il contributo reale, certo più modesto, che magari ha effettivamente offerto, come il rafforzamento del nostro contingente in Afghanistan o l'opera di persuasione che può aver esercitato sul suo amico Erdogan.

Naturalmente il capo del governo non è contento quando la stampa riferisce la costernazione del resto del mondo di fronte alle sue imprese. "Con voi giornalisti non parlo più, perché io lavoro per l'Italia e voi lavorate contro l'Italia" aveva dichiarato già venerdì sera a chi lo attendeva al rientro in albergo. Ma questa logica televisiva dell'apparire a tutti costi, anche pagando il prezzo di brutte figure fa davvero bene al Paese? O fa bene solo al capo di governo e alla sua perenne ricerca di applausi domestici? Sarebbe bello se, almeno quando varca i confini nazionali, il presidente del Consiglio ricordasse che le due istanze, il suo interesse e quello dell'Italia, possono anche non coincidere.

La libertà di stampa, invece, coincide sicuramente con l'interesse di una democrazia. Perché la cronaca non è diffamazione e la critica non è calunnia.

(5 aprile 2009)

Cgil, il sindacato in piazza con oltre 2 milioni di lavoratori


di Malcom Pagani

Arriva al microfono quando il sole è già alto e nel grande anello è ormai impossibile farsi spazio. E’ determinato, concentrato, diretto. Guglielmo Epifani ce l’ha fatta. Un corteo enorme, una partecipazione spaventosa. La fotografia in carta carbone di un lontano 23 marzo di qualche anno fa. Sono giunti a centinaia di migliaia, da Belluno e da Prato, da Enna e da Napoli. «Non era scontato» dice orgoglioso il segretario generale della Cgil tra gli applausi. Prima di lui hanno parlato studenti e precari, operai e medici. Chiude Epifani, con la consapevolezza che non è il giorno giusto per dimenticare le ragioni dell’adunata. Il lavoro. La crisi. Le risposte che mancano. Gli basta appena nominare Berlusconi, per far sì che i fischi coprano anche il rumore dei tanti elicotteri che volteggiano sulle teste dei manifestanti. «Il governo fa molto meno di quello che serve ma non va bene aspettare che passi la nottata, è da quella che dipende il nuovo giorno. Perché l'esecutivo non ha voluto, non vuole fare di più? Stanziando solo 4 miliardi per fronteggiare la crisi, non percependo l'urgenza di serie politiche industriali, per l'edilizia, per i servizi pubblici, per le piccole e medie imprese ha mostrato disinteresse e sottovalutazione». Quindi, conseguente, la richiesta. «Bisogna aprire un tavolo vero di confronto per affrontare in modo serio, ordinato, coerente, la crisi».

Parole che scaldano l’Italia che prova a resistere, che viaggia da ieri e tornerà a casa solo domani. I cassaintegrati di Pomigliano d’Arco e quelli quasi esclusivamente africani di Afragola, i lavoratori del tessile di Prato, le donne e i bambini che si aggirano con palloncini colorati. La gente distesa sui prati, i volti che di manifestazione in manifestazione, si incontrano nuovamente. Sono le speranze ad essere mutate, in quel caleidoscopio di illusioni tradite che questa stagione governativa propone. Un popolo preoccupato, colorato e comunque composto, «nella migliore tradizione del sindacalismo italiano» come suggerisce Antonio Bassolino e conferma Sergio Cofferati, che quando gli chiedono quanto sia diversa la sua stagione da quella attuale frena i confronti e dice soltanto: «Sono iscritto alla Cgil, era ed è il “mio” sindacato».

Mancano Cisl e Uil ed Epifani non lo dimentica: «Abbiamo scelto di stare in campo anche quando gli altri non ci hanno consentito di fare le battaglie che avremmo dovuto intraprendere insieme». Non c’è solo protesta ma una fitta teorie di proposte a controbilanciare: «Bisogna decidere subito di estendere la durata della cassa integrazione ordinaria, per evitare che il passaggio a quella straordinaria voglia dire ristrutturazioni, mobilità, licenziamento dei lavoratori. Investimenti e Mezzogiorno, la possibilità di chiedere il blocco effettivo dei licenziamenti per tutta la durata della crisi, per discutere delle condizioni e del reddito di pensionati, lavoratori e precari. E infine, il tema della lotta all'evasione fiscale e della restituzione del Fiscal drag».

Il segretario della Cgil ha sottolineato che è difficile fare previsioni sulla crisi, «ma se la ricchezza del Paese scenderà davvero del 4% quest'anno, la caduta non potrà essere affrontata né con battute né con misure non all'altezza. Lo dico con il cuore in mano: dietro a queste cifre ci sono milioni di persone e molte imprese. Un calo di queste dimensioni non vuol dire tornare a sei-sette anni fa, ma per molti è un ritorno nel vuoto». Applausi a scena aperta. Grida, piedi che battono sul terreno, abbracci. E’ finita, si sciama verso una primavera crudele, più confortati. La questura parla di 200.000 persone. Erano molte di più. Non è il dato più importante. Fondamentale è lo spirito. Gambe in marcia, cuori pulsanti. Nessuno si rilassi. La Cgil rimarrà vigile: «È stata una delle più grandi e più belle manifestazioni di sempre. Rappresenta quella parte d'Italia che vuole superare la crisi ma che chiede serietà rispetto ai propri problemi, alla propria condizione». Quella ci vuole, insieme a molto altro.

La Corea del Nord lancia il suo missile-satellite. Convocato il consiglio Onu. Gli Usa: un azione forte


La Corea del Nord lancia la sua aperta sfida alla comunità internazionale mandando in orbita il suo missile-satellite, all'apparenza con successo. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha replicato da Praga, dove si svolge il vertice Usa-Ue, che l'operazione è «una provocazione e una chiara violazione delle norme dell'Onu», con la quale Pyongyang «si è ulteriormente isolata dalla comunità delle nazioni».

Il lancio è avvenuto 15 secondi dopo le 11.30 locali (le 4.30 in Italia): il primo modulo del vettore è finito come previsto nel mar del Giappone (il tratto di mare fra la penisola coreana e l'arcipelago nipponico) a 270 chilometri dalla prefettura di Akita, mentre il secondo è caduto nel Pacifico, ma soltanto a 1.200 chilometri di distanza dalla costa nipponica, invece degli oltre 2.000 stimati da Pyongyang. Il razzo ha superato il Giappone sette minuti dopo l'accensione ed è finito nell'oceano, sulla base delle ricostruzioni, in appena 13 minuti.

Secondo Seul, il razzo è sembrato trasportare un satellite, mentre Tokyo ha espresso maggiore prudenza. Il sistema d'allerta giapponese questa volta ha funzionato, ma ad appena una manciata di minuti dall'arrivo del vettore. Successivamente da Pyongyang è giunta la conferma: il lancio è stato «un successo» e il missile è stato messo in orbita, ha riferito l'agenzia nord-coreana Kcna.

Giappone e Corea del Sud hanno condannano duramente l'azione del regime comunista e, d'intesa con gli Usa, hanno chiesto e ottenuto la convocazione d'urgenza del Consiglio di sicurezza (le ore 15 di oggi, le 21 in Italia), «per consultazioni» in relazione alla questione «non proliferazione/Corea del Nord». Il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-Moon, si è rammaricato che la Corea del Nord abbia deciso di procedere al lancio del razzo, auspicando tuttavia la ripresa del «dialogo a Sei» (i negoziati sul disarmo nucleare di Pyongyang cui partecipano Usa, le due Coree, Russia, Giappone e Cina), per «ricostruire la fiducia e il ripristino del dialogo». E mentre anche l'Ue condanna «fermamente» il lancio, Mosca e Pechino invitano tutte le parti alla «calma» e alla prudenza, in modo che non si inneschi un'escalation di tensione nella penisola coreana.

05 aprile 2009

ZEITGEST - THE MOVIE





"Zeitgeist - The movie" è una produzione indipendente senza fini di lucro, da poco disponibile con sottotitoli in italiano. Zeitgeist tenta di far luce su: 1) sull'origine delle religioni, in particolar modo sul cristianesimo e di come queste siano sin dai tempi piu' remoti efficenti sistemi di controllo sociale. 2) Le stragi dell'11 settembre, la creazione del nuovo "mito" moderno del terrorismo, la paura come strumento di controllo delle masse. 3) Le attività delle banche centrali e dei grossi finanzieri che controllano i nostri soldi, il nostro futuro, un'elite che promuove guerre e crisi finanziarie, con lo scopo ultimo di creare un governo unico mondiale.

L’affondo di Di Pietro: «Il ponte di Bertonico soltanto grazie a me»

IL CITTADINO DI LODI
MATTEO BRUNELLO
4 APRILE 2009

«Basta questa immagine carnevalesca dell’Italia, con il premier che all’estero pensa solo a farsi fotografare. Noi vogliamo ripartire dai territori, con candidati che provengono dalla società civile. E vogliamo portare una reale attenzione ai problemi del Paese. Come è accaduto quando da ministro sono intervenuto su nodi critici nelle infrastrutture. E anche per il Lodigiano ho consentito di riavviare alcune importanti opere».
Parla per una ventina di minuti il leader dell’Italia dei Valori e non manca lanciare bordate al governo Berlusconi.
Intervenuto ieri sera a Lodi, per dare il via alla campagna elettorale del centro sinistra, Antonio Di Pietro non risparmia critiche all’attuale esecutivo, colpevole di non pensare adeguatamente alle difficoltà del Paese.
«Noi abbiamo sbloccato diversi lavori, e in molti casi come il ponte di Bertonico c’abbiamo messo i soldi, mentre questi non fanno altro che stornare fondi da interventi già avviati, compiendo scelte irresponsabili sulle priorità», ha attaccato.
Seduto vicino ai vertici provinciali e regionali dell’Italia dei Valori, in una delle sale dell’hotel Lodi, Di Pietro ha riconosciuto il suo «pieno sostegno» alla corsa verso la conquista di palazzo San Cristoforo del presidente della provincia Osvaldo Felissari.
Poi nei termini dell’accordo con il Partito democratico in vista delle prossime consultazioni amministrative è entrato nel merito il responsabile Idv lodigiano, Gianni Pera. «Questa amministrazione ha lavorato benissimo, tanto che gli avversari non hanno davvero appigli - ha commentato - e adesso stanno anche pagando l’assenza di proposte, che si può leggere nella attuale assenza di un candidato del centro destra».
Il rappresentante dell’Italia dei Valori ha quindi annunciato che ha pronto una serie di proposte concrete da presentare agli alleati, tra cui la verifica dello statuto in provincia.
Di persone che verranno lanciate nell’agone politico ha parlato Di Pietro, alla presenza del dirigente del partito Massimo Bernacconi e l’ormai celebre per le sue manifestazioni di protesta in Alitalia Maruska Piredda, che potrebbero essere inseriti nelle liste dell’Idv.
«Proporremo persone giovani e nuove, spesso dei neofiti per la politica - ha detto l’ex magistrato di Mani Pulite - avremo figure che provengono dagli ordini professionali, dal mondo del lavoro come è il caso della situazione Alitalia e magistrati. Questo per offrire davvero un’immagine diversa del Paese. Inoltre noi non vogliamo essere solo una forza di opposizione, ma anche una formazione capace di governo e quindi di proposte per intervenire nella situazione di crisi, per questo abbiamo già presentato in Parlamento, tra disegni di legge ed emendamenti, iniziative per stare vicino ai lavoratori e alle imprese».
Infine il presidente della provincia e candidato per il centro sinistra alla corsa verso palazzo San Cristoforo, Osvaldo Felissari ha ricordato l’impegno dell’ex ministro dell’infrastrutture Di Pietro per opere decisive sul territorio.
«A lui va il riconoscimento per aver sbloccato i fondi per il ponte di Bertonico, di cui sono attualmente in corso i lavori, e l’aver garantito uno stanziamento per la tangenziale di Casale, di cui il primo progetto risale al lontano 1985. Solo questi due fatti per il territorio rappresentano eventi straordinari».
Matteo Brunello

Una scommessa chiamata Europa

ANTONIO DI PIETRO
4 Aprile 2009

Riporto un mio articolo, pubblicato nel numero speciale di Orizzonti Nuovi di martedi 31 marzo, sulle prossime elezioni europee del 6-7 giugno.

"L’Europa è la grande scommessa, un baluardo per il nostro Paese che si ritrova alle prese con una crisi economica di proporzioni immani e con un governo incapace di gestirla. Proprio per questo, l’Italia dei Valori per le prossime elezioni europee mette in campo una serie di personalità che rappresentano l’Italia pulita, l’Italia che resiste, l’Italia degli onesti. Italia dei Valori presenterà candidati indipendenti, non politici di professione, ma rappresentanti della società civile perché la politica con la “P” maiuscola non può essere fatta da vecchi tromboni, da riciclati, ma da persone che valgono e si battono per il miglioramento della “res publica”.

Vogliamo che nelle istituzioni europee i nostri candidati siano il fiore all’occhiello del Paese, persone che lavorino seriamente, alacremente e non sottovalutino l’incarico che andranno a ricoprire. Abbiamo già presentato i primi candidati: Luigi de Magistris, Sonia Alfano, Carlo Vulpio, Niccolò Rinaldi, altri ne seguiranno. Per chi conosce le loro storie, sa di cosa si parla, sa cosa rappresentano, sa che questa volta gli italiani potranno dire di aver votato per l’Italia di cui non ci si vergogna, l’Italia di cui andare fieri.

Carlo Vulpio, giornalista del Corriere della Sera, è il simbolo della battaglia per la libera informazione, colui che ha portato avanti grandi inchieste, respingendo il bavaglio e non accettando compromessi. La sua è una candidatura di legittima difesa, come ha detto lo stesso giornalista nel corso della conferenza stampa organizzata dal nostro partito.

Luigi de Magistris, magistrato che con l’inchiesta “Why Not” ha toccato i nervi scoperti dei poteri forti. Un uomo al quale non è stato consentito di esercitare le funzioni che amava. Infatti, è stato ostacolato e delegittimato solo perché non ha guardato in faccia nessuno, ha agito per amore della verità e della giustizia. Ha fatto il proprio dovere, come richiesto dalla Costituzione, e, per questo, ha pagato un prezzo alto, troppo alto.

Sonia Alfano, Presidente dell’Associazione Familiari Vittime della Mafia, figlia del noto giornalista siciliano. Sonia tutti i giorni si batte per far trionfare la libertà di opinione e per difendere lo Stato di diritto. Ha chiesto e continua a chiedere verità senza se e senza ma. La sua storia è il simbolo di una terra che non abbassa la testa, ove la sete e la verità di giustizia cercano conferme.

Niccolò Rinaldi, segretario generale del Gruppo ALDE (Alleanza dei liberali e democratici europei) al Parlamento europeo. Oltre al suo assiduo impegno in politica estera, in particolare per paesi del Sud del mondo e zone di guerra, Rinaldi ha scritto libri sull’Afghanistan e pubblicazioni che sono parte di un progetto multidisciplinare sulla memoria collettiva, ed è un profondo conoscitore delle istituzioni europee.

Comunque, nei prossimi numeri di Orizzonti Nuovi vi parleremo anche degli altri candidati. Infatti, Italia dei Valori va oltre, vuole dare voce a tutte le realtà che resistono e reagiscono. Si rivolge e fa entrare in lista coloro che in questi anni si sono battuti per favorire processi di pace e per la cooperazione allo sviluppo, coloro che hanno elaborato e lavorato per proporre strategie economiche serie che possano farci affrontare la crisi con maggiore tranquillità.

Perché Italia dei Valori è consapevole che questo governo opera soltanto per dare ai ricchi e togliere ai poveri. Fino ad ora, abbiamo visto crescere solo i numeri dei disoccupati, dei cassintegrati, mentre i soliti noti continuano ad arricchirsi con leggi e provvedimenti ad hoc. E’ un brutto spaccato quello offerto da questa Italia berlusconiana: un’informazione con il bavaglio; programmi televisivi che stordiscono le menti, fatti di veline e spot pro governo; leggi che favoriscono sempre i soliti noti, basta pensare alla svendita dell’Alitalia, che ha arricchito i soliti imprenditori e messo sul lastrico migliaia di famiglie; provvedimenti per bloccare l’operato della magistratura e non consentire ad essa di portare avanti le indagini, basta pensare al disegno di legge sulle intercettazioni.

Insomma è questo il Paese che non vogliamo e, con responsabilità, con un linguaggio chiaro e un’azione decisa, ci apprestiamo a presentarci in Europa con le storie simbolo dell’Italia che sogniamo."

venerdì 3 aprile 2009

Ilaria D'Amico: «Chiedo scusa a tutti»


«Sono molto rammaricata e desidero scusarmi con tutti gli spettatori, con La7, con l'Editore Telecom Italia Media, con le tutte persone citate e con gli ospiti in studio in relazione a quanto accaduto mercoledì sera in diretta con il comico Beppe Grillo nella trasmissione Exit»: Ilaria D'Amico torna con queste parole su quanto accaduto con Beppe Grillo che ha lasciato il programma improvvisamente. Il comico, prima di andar via, ha svolto un monologo dove ha attaccato tutto e tutti, tralasciando il tema della puntata per cui era venuto, la privatizzazione dell'acqua.

IL MONOLOGO - «Pensavo che la presenza di Beppe Grillo - dice la giornalista - potesse rappresentare un interessante elemento di dibattito su un tema così importante come la privatizzazione dell'acqua, che negli accordi presi con Grillo e nella costruzione del panel degli ospiti in studio, era l'argomento su cui avevamo concordato la sua presenza in diretta». «Il suo intervento invece - prosegue la D'Amico - non solo ha divagato su temi molto diversi, dei quali evidentemente si è assunto la responsabilità, ma non ha lasciato nemmeno spazio al dialogo. La sua assenza dal collegamento prima, il suo repentino abbandono poi, hanno infatti impedito a me qualsiasi interazione e a tutti gli ospiti eventuali repliche. Avevo creduto di poter riportare dopo tanto tempo le posizioni di Grillo all'interno di un confronto televisivo corretto dedicato a tutti i telespettatori, anche a quelli che normalmente non amano la piazza». «Evidentemente - conclude - mi sbagliavo».

02 aprile 2009

Atti osceni, Cassarà a processo


Sarà processato per atti osceni. Andrea Cassarà, medaglia d'oro nel torneo di fioretto a squadre e bronzo individuale alle Olimpiadi di Atene 2004, dovrà comparire davanti al tribunale di Cremona. Il procuratore della Repubblica, Roberto di Martino, ha firmato il decreto di citazione diretta a giudizio del campione, accusato di essersi masturbato davanti a una signora da lui fermata per avere informazioni. Il fatto risale al 30 agosto 2007, in via dell'Annona, zona dello stadio di calcio Zini. Il processo comincerà l'8 aprile. «Valuteremo se costituirci parte civile», dice l'avvocato Michela Soldi, legale della donna, che con la denuncia presentata in questura ha messo nei guai il fiorettista bresciano.

L'EPISODIO - L'accusatrice ai poliziotti ha raccontato che, alle quattro del pomeriggio, mentre in bicicletta passava vicino allo stadio Zini, le si è accostata un'auto e l'automobilista le ha chiesto informazioni su come raggiungere l'autostrada. Mentre lei gli stava dando le dritte, ha visto «con stupore», dirà ai poliziotti, che il giovanotto «si è abbassato la cintura dei pantaloni e ha cominciato a masturbarsi», come è scritto nel capo di imputazione. Turbata, si è messa urlare. L'auto è ripartita e ha imboccato via Magazzini Generali, ma la donna è riuscita a prendere il numero di targa. Da qui sono partite le indagini dei poliziotti. Si è scoperto che Cassarà, 25 anni, nato a Passirano (Brescia), campione di scherma tesserato per la società Cs Carabinieri, aveva noleggiato l'auto dal 27 ottobre 2006 presso la società Autoingros. Circa un mese dopo, la donna è stata chiamata in questura per il riconoscimento. Tra i sei volti di giovanotti più o meno dell'età del campione e con i capelli scuri, Cassarà era quello nella foto numero 6. La vittima lo ha riconosciuto «con certezza assoluta», è scritto sul verbale.

ORO OLIMPICO - Una carriera, quella di Cassarà, che comincia agli europei 2002 quando, a soli 18 anni, vince il titolo di campione europeo di fioretto individuale ed a squadre. Nel 2004 ad Atene sale sul gradino più alto del podio nel torneo di fioretto a squadre. Nel 2006 vince la coppa del mondo di fioretto e il 5 luglio 2008, a Kiev, si laurea campione europeo individuale di fioretto. Si guarda a Pechino. Scoppia il caso doping, Baldini viene eliminato e Cassarà, in partenza per le vacanze in Canada, viene dirottato a Pechino dove la sua avventura olimpica si ferma ai quarti di finale dopo la sconfitta subita dal cinese Jun Zhu.

3 aprile 2009