venerdì 2 ottobre 2009

De Magistris: Presidente, lascio la toga anche per colpa sua


di Luigi De Magistris,

1 ottobre 2009

Al Sig. Presidente della Repubblica - Piazza del Quirinale ROMA

Signor Presidente, scrivo questa lettera a Lei soprattutto nella Sua qualità di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura.

E’ una lettera che non avrei mai voluto scrivere. E’ uno scritto che evidenzia quanto sia grave e serio lo stato di salute della democrazia nella nostra amata Italia.

E’ una lettera con la quale Le comunico, formalmente, le mie dimissioni dall’Ordine Giudiziario.

Lei non può nemmeno lontanamente immaginare quanto dolorosa sia per me tale decisione.

Sebbene l’Italia sia una Repubblica fondata sul lavoro – come recita l’art. 1 della Costituzione – non sono molti quelli che possono fare il lavoro che hanno sognato; tanti il lavoro non lo hanno, molti sono precari, altri hanno dovuto piegare la schiena al potente di turno per ottenere un posto per vivere, altri vengono licenziati come scarti sociali, tanti altri ancora sono cassintegrati. Ebbene, io ho avuto la fortuna di fare il magistrato, il mestiere che avevo sognato fin dal momento in cui mi iscrissi alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università “Federico II” di Napoli, luogo storico della cultura giuridica. La magistratura ce l’ho nel mio sangue, provengo da quattro generazioni di magistrati. Ho respirato l’aria di questo nobile e difficile mestiere sin da bambino. Uno dei giorni più belli della mia vita è stato quando ho superato il concorso per diventare uditore giudiziario. Una gioia immensa che mai avrei potuto immaginare destinata a un epilogo così buio. E’ cominciata con passione, idealità, entusiasmo, ma anche con umiltà ed equilibrio, la missione della mia vita professionale, come in modo spregiativo la definì il rappresentante della Procura Generale della Cassazione durante quel simulacro di processo disciplinare che fu imbastito nei miei confronti davanti al Csm. Per me, esercitare le funzioni giudiziarie in ossequio alla Costituzione Repubblicana significava tentare di dare una risposta concreta alla richiesta di giustizia che sale dai cittadini in nome dei quali la Giustizia viene amministrata. Quei cittadini che – contrariamente a quanto reputa la casta politica e dei poteri forti – sono tutti uguali davanti alla legge. Del resto Lei, signor Presidente, che è il custode della Costituzione, ben conosce tali inviolabili principi costituzionali e mi perdoni, pertanto, se li ricordo a me stesso.

I modelli ai quali mi sono ispirato sin dall’ingresso in magistratura – oltre a mio padre, il cui esempio è scolpito per sempre nel mio cuore e nella mia mente – sono stati magistrati quali Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ed è nella loro memoria che ho deciso di sventolare anch’io l’agenda rossa di Borsellino, portata in piazza con immensa dignità dal fratello Salvatore. Ho sempre pensato che chi ha il privilegio di poter fare quello che sogna nella vita debba dare il massimo per il bene pubblico e l’interesse collettivo, anche a costo della vita. Per questo decisi di assumere le funzioni di Pubblico Ministero in una sede di trincea, di prima linea nel contrasto al crimine organizzato: la Calabria. Una terra da cui, in genere, i magistrati forestieri scappano dopo aver svolto il periodo previsto dalla legge e dove invece avevo deciso (ingenuamente) di restare.

Ho dedicato a questo lavoro gli anni migliori della mia vita, dai 25 ai 40, lavorando mai meno di dodici ore al giorno, spesso anche di notte, di domenica, le ferie un lusso al quale dover spesso rinunciare. Sacrifici enormi, personali e familiari, ma nessun rimpianto: rifarei tutto, con le stesse energie e il medesimo entusiasmo.

In questi anni difficili, ma entusiasmanti, in quanto numerosi sono stati i risultati raggiunti, ho avuto al mio fianco diversi colleghi magistrati, significativi settori della polizia giudiziaria, un gruppo di validi collaboratori. Ho cercato sempre di fare un lavoro di squadra, di operare in pool. Parallelamente al consolidarsi dell’azione investigativa svolta, però, si rafforzavano le attività di ostacolo che puntavano al mio isolamento, alla de-legittimazione del mio lavoro, alle più disparate strumentalizzazioni. Intimidazioni, pressioni, minacce, ostacoli, interferenze. Attività che, talvolta, provenivano dall’esterno delle Istituzioni, ma il più delle volte dall’interno: dalla politica, dai poteri forti, dalla stessa magistratura. Signor Presidente, a Lei non sfuggirà, quale Presidente del CSM, che l’indipendenza della magistratura può essere minata non solo dall’esterno dell’ordine giudiziario, ma anche dall’interno: ostacoli nel lavoro quotidiano da parte di dirigenti e colleghi , revoche e avocazioni illegali, tecniche per impedire un celere ed efficace svolgimento delle inchieste.

Ho condotto indagini nei settori più disparati, ma solo quando mi occupavo di reati contro la Pubblica amministrazione diventavo un cattivo magistrato.

Posso dire con orgoglio che il mio lavoro a Catanzaro procedeva in modo assolutamente proficuo in tutte le direzioni, come impone il precetto costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale, corollario del principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. La polizia giudiziaria lavorava con sacrifici enormi, perché percepiva che risultati straordinari venivano raggiunti. Le persone informate dei fatti testimoniavano e offrivano il loro contributo. Lo Stato c’era ed era visibile, in un territorio martoriato dal malaffare. Le inchieste venivano portate avanti tutte, senza insabbiamenti di quelle contro i poteri forti (come invece troppe volte accade). Questo modo di lavorare, il popolo calabrese – piaccia o non piaccia al sistema castale – lo ha capito, mostrandoci sostegno e solidarietà. Non è poco, signor Presidente, in una Regione in cui opera una delle organizzazioni mafiose più potenti del mondo. E che lo Stato stesse funzionando lo ha compreso bene anche la criminalità organizzata. Tant’è vero che si sono subito affinate nuove tecniche di neutralizzazione dei servitori dello Stato che si ostinano ad applicare la Costituzione Repubblicana.

Non so se Ella, Signor Presidente, condivide la mia analisi. Ma a me pare che - dopo la stagione delle stragi di mafia culminate nel 1992 con gli attentati di Capaci e di via D’Amelio e dopo la strategia della tensione delle bombe a grappolo in punti nevralgici del Paese nel 1993 - le mafie hanno preso a istituzionalizzarsi. Hanno deciso di penetrare diffusamente nella cosa pubblica, nell’economia, nella finanza. Sono divenute il cancro della nostra democrazia. Controllano una parte significativa del prodotto interno lordo del nostro paese, hanno loro rappresentanti nella politica e nelle Istituzioni a tutti i livelli, nazionali e territoriali. Nemmeno la magistratura e le forze dell’ordine sono rimaste impermeabili. Si è creata un’autentica emergenza democratica, da sconfiggere in Italia e in Europa.

Gli ostacoli più micidiali all’attività dei servitori dello Stato sono i mafiosi di Stato: quelli che indossano abiti istituzionali, ma piegano le loro funzioni a interessi personali, di gruppi, di comitati d’affari, di centri di potere occulto. Non mi dilungo oltre, perché credo che al Presidente della Repubblica tutto questo dovrebbe essere noto.

Ebbene oggi, Signor Presidente, non è più necessario uccidere i servitori dello Stato: si creerebbero nuovi martiri; magari, ai funerali di Stato, il popolo prenderebbe di nuovo a calci e sputi i simulacri del regime; l’Europa ci metterebbe sotto tutela. Non vale la pena rischiare, anzi non serve. Si può raggiungere lo stesso risultato con modalità diverse: al posto della violenza fisica si utilizza quella morale, la violenza della carta da bollo, l’uso illegale del diritto o il diritto illegittimo, le campagne diffamatorie della propaganda di regime, si scelga la formula che più piace.

Che ci vuole del resto, signor Presidente, per trasferire un magistrato perbene, un poliziotto troppo curioso, un carabiniere zelante, un finanziere scrupoloso, un prete coraggioso, un funzionario che non piega la schiena, o per imbavagliare un giornalista che racconta i fatti? E’ tutto molto semplice, quasi banale. Ordinaria amministrazione.

Per allontanare i servitori dello Stato e del bene pubblico, bisogna prima isolarli, delegittimarli, diffamarli, calunniarli. A questo servono i politici collusi, la stampa di regime al servizio dei poteri forti, i magistrati proni al potere, gli apparati deviati dello Stato.

La solitudine è una caratteristica del magistrato, l’isolamento è un pericolo. Ebbene, in Calabria, mentre le persone rispondevano positivamente all’azione di servitori dello Stato vincendo timori di ritorsioni, spezzando omertà e connivenze, pezzi significativi delle Istituzioni contrastavano le attività di magistrati e forze dell’ordine con ogni mezzo.

Quello che si è realizzato negli anni in Calabria sul piano investigativo è rimasto ignoto, in quanto la cappa esercitata anche dalla forza delle massonerie deviate impediva di farlo conoscere all’esterno. Il resto del Paese non doveva sapere. Si praticava la scomparsa dei fatti. Quando però le vicende sono cominciate a uscire dal territorio calabrese, l’azione di sabotaggio si è fatta ancor più violenta e repentina. Invece dello sbarco degli Alleati, c’è stato quello della borghesia mafiosa che soffoca la vita civile calabrese. L’azione dello Stato produceva risultati in termini di indagini, restituiva fiducia nelle Istituzioni, svelava i legami tra mafia “militare” e colletti bianchi, smascherava il saccheggio di denaro pubblico perpetrate da politici collusi, (im)prenditori criminali e pezzi deviati delle Istituzioni a danno della stragrande maggioranza della popolazione, scoperchiava un mercato del lavoro piegato a interessi illeciti, squadernava il controllo del voto e, quindi, l’inquinamento e la confisca della democrazia.

Sono cose che non si possono far conoscere, signor Presidente. Altrimenti poi il popolo prende coscienza, capisce come si fanno affari sulla pelle dei più deboli, dissente e magari innesca quella democrazia partecipativa che spaventa il sistema di potere che opprime la nostra democrazia. Una presa di coscienza e conoscenza poteva scatenare una sana e pacifica ribellione sociale.

Lei, signor Presidente, dovrebbe conoscere – sempre quale Presidente del CSM - le attività messe in atto ai miei danni. Mi auguro che abbia assunto le dovute informazioni su quello che accadeva in Calabria per fermare il lavoro che stavo svolgendo in ossequio alla legge e alla Costituzione. Avrà potuto così notare che è stata messa in atto un’attività di indebito esercizio di funzioni istituzionali al solo fine di bloccare indagini che avrebbero potuto ricostruire fatti gravissimi commessi in Calabria (e non solo) da politici di destra, di sinistra e di centro, da imprenditori, magistrati, professionisti, esponenti dei servizi segreti e delle forze dell’ordine. Tutto ciò non era tollerabile in un Paese ad alta densità mafiosa istituzionale. Come poteva un pugno di servitori dello Stato pensare di esercitare il proprio mandato onestamente applicando la Costituzione? Signor Presidente, Lei - come altri esponenti delle Istituzioni - è venuto in Calabria, ha esortato i cittadini a ribellarsi al crimine organizzato e ad avere fiducia nelle Istituzioni. Perché, allora, non è stato vicino ai servitori dello Stato che si sono imbattuti nel cancro della nostra democrazia, cioè nelle più terribili collusioni tra criminalità organizzata e poteri deviati? Non ho mai colto alcun segnale da parte Sua in questa direzione, anzi. Eppure avevo sperato in un Suo intervento, anche pubblico: ero ancora nella fase della mia ingenuità istituzionale. Mi illudevo nella neutralità, anzi nell’imparzialità dei pubblici poteri. Poi ho visto in volto, pagando il prezzo più amaro, l’ingiustizia senza fine.

Sono stato ostacolato, mi sono state sottratte le indagini, mi hanno trasferito, mi hanno punito solo perché ho fatto il mio dovere, come poi ha sancito l’Autorità Giudiziaria competente. Ma intanto l’obiettivo era stato raggiunto, anche se una parte del Paese aveva e ha capito quel che è accaduto, ha compreso la posta in gioco e me l’ha testimoniato con un affetto che Lei non può nemmeno immaginare. Un affetto che costituisce per me un’inesauribile risorsa aurea.

Ho denunciato fatti gravissimi all’Autorità giudiziaria competente, la Procura della Repubblica di Salerno: me lo imponeva la legge e prima ancora la mia coscienza. Magistrati onesti e coraggiosi hanno avuto il solo torto di accertare la verità, ma questa ancora una volta era sgradita al potere. E allora anche loro dovevano pagare, in modo ancora più duro e ingiusto: la lezione impartita al sottoscritto non era stata sufficiente. La logica di regime del “colpirne uno per educarne cento” usata nei miei confronti non bastava ancora a scalfire quella parte della magistratura che è l’orgoglio del nostro Paese. Ci voleva un altro segnale forte, proveniente dalle massime Istituzioni, magistratura compresa: la ragion di Stato (ma quale Stato, signor Presidente?) non può tollerare che magistrati liberi, autonomi e indipendenti possano ricostruire fatti gravissimi che mettono in pericolo il sistema criminale di potere su cui si regge, in parte, il nostro Paese.

Quando la Procura della Repubblica di Salerno – un pool di magistrati, non uno “antropologicamente diverso”, come nel mio caso – ha adottato nei confronti di insigni personaggi calabresi provvedimenti non graditi a quei poteri che avevano agito per distruggermi, ecco che il circuito mediatico-istituzionale, ai più alti livelli, ha fatto filtrare il messaggio perverso che era in atto una “lite fra Procure”, una guerra per bande. Una menzogna di regime: nessuna guerra vi è stata, fra magistrati di Salerno e Catanzaro. C’era invece semplicemente, come capirebbe anche mio figlio di 5 anni, una Procura che indagava, ai sensi dell’art. 11 del Codice di procedura penale, su magistrati di un altro distretto. E questi, per ostacolare le indagini, hanno a loro volta indagato i colleghi che indagavano su di loro, e me quale loro istigatore. Un mostro giuridico. Un’aberrazione di un sistema che si difende dalla ricerca della verità, tentando di nascondersi dietro lo schermo di una legalità solo apparente.

Questa menzogna è servita a buttare fuori dalle indagini (e dalla funzioni di Pm) tre magistrati di Salerno, uno dei quali lasciato addirittura senza lavoro. Il messaggio doveva essere chiaro e inequivocabile: non deve accadere più, basta, capito?!

Signor Presidente, io credo che Lei in questa vicenda abbia sbagliato. Lo affermo con enorme rispetto per l’Istituzione che Lei rappresenta, ma con altrettanta sincerità e determinazione. Ricordo bene il Suo intervento – devo dire, senza precedenti – dopo che furono eseguite le perquisizioni da parte dei magistrati di Salerno. Rimasi amareggiato, ma non meravigliato.

Signor Presidente, questo sistema malato mi ha di fatto strappato di dosso la toga che avevo indossato con amore profondo. E il fatto che non mi sia stato più consentito di esercitare il mestiere stupendo di Pubblico ministero mi ha spinto ad accettare un’avventura politica straordinaria. Un’azione inaccettabile come quella che ho subìto può strapparmi le amate funzioni, può spegnere il sogno professionale della mia vita, può allontanarmi dal mio lavoro, ma non può piegare la mia dignità, nè ledere la mia schiena dritta, nè scalfire il mio entusiasmo, nè corrodere la mia passione e la volontà di fare qualcosa di utile per il mio Paese.

Nell’animo, nel cuore e nella mente, sarò sempre magistrato.

Nella Politica, quella con la P maiuscola, porterò gli stessi ideali con cui ho fatto il magistrato, accompagnato dalla medesima sete di giustizia, i miei ideali e valori di sempre (dai tempi della scuola) saranno il faro del nuovo percorso che ho intrapreso. Darò il mio contributo affinchè i diritti e la giustizia possano affermarsi sempre di più e chi soffre possa utilizzarmi come strumento per far sentire la sua voce.

E’ per questo che, con grande serenità, mi dimetto dall’Ordine giudiziario, dal lavoro più bello che avrei potuto fare, nella consapevolezza che non mi sarebbe più consentito esercitarlo dopo il mandato politico. Lo faccio con un ulteriore impegno: quello di fare in modo che ciò che è successo a me non accada mai più a nessuno e che tanti giovani indossino la toga non con la mentalità burocratica e conformista magistralmente descritta da Piero Calamandrei nel secolo scorso, come vorrebbe il sistema di potere consolidato, ma con la Costituzione della Repubblica nel cuore e nella mente.

(1 ottobre 2009)

Perché “Panorama” spaccia fiction per realtà?


di Paolo Flores d’Arcais

A Giorgio Mulè, direttore del settimanale “Panorama”

Egregio direttore,

leggo nel numero di “Panorama” appena uscito un articolo di Giovanni Fasanella (“Scacco a Tonino in due mosse”) che riferendosi all’inchiesta sull’Italia dei valori pubblicata dalla rivista MicroMega, che ho l’onore di dirigere, ricostruisce i “retroscena” dell’inchiesta con le seguenti parole: “Raccontano che l’attacco di Flores fosse stato progettato e preparato immediatamente dopo il risultato delle europee, in una riunione alla quale avrebbero partecipato, oltre il direttore della rivista, lo stesso De Magistris, la neo-parlamentare Sonia Alfano, il deputato campano Francesco Barbato e Marco Travaglio”.

Questa la fiction del Fasanella.

In realtà: ho visto De Magistris una sola volta, a casa mia, prima delle elezioni europee. Ho registrato con lui il dialogo che appare nello stesso numero di MicroMega per telefono, senza dargli in lettura neppure una pagina dell’inchiesta (che era in corso), inchiesta che De Magistris ha potuto leggere solo acquistando MicroMega in edicola. Conosco Sonia Alfano e Franco Barbato da lettore di giornali, non avendoli mai incontrati e neppure mai sentiti telefonicamente. Mi sento molto spesso con Marco Travaglio, che oltre ad essere da oltre 13 anni una colonna della rivista è un carissimo amico, ma anche Marco ha visto l’inchiesta per la prima volta leggendo la rivista, e la sua partecipazione ad una riunione, dati i suoi impegni, la può ipotizzare solo un giornalista di fantascienza, non un giornalista-giornalista.

Il Fasanella riporta poi le parole di Aurelio Misiti, che sostiene di conoscermi “benissimo fin dagli anni settanta”, quando a suo dire militavo in Lotta Continua, di cui può così riportare un documento del 1971 in cui si parla della necessità di “porsi all’avanguardia politica e militare” del movimento, come se io condividessi (facendomi passare – l’intenzione è trasparente - per quasi terrorista). Peccato che non solo io non sia mai stato in Lotta continua, ma che nella rivistina che dirigevo negli anni citati, “Soviet”, sia stata pubblicata l’intera ultima pagina con una “risoluzione” (28 febbraio 1971) sulla necessità della “lotta politica contro l’avventurismo”, cioè contro posizioni analoghe a quelle riportate dal Misiti.

La ricostruzione della riunione, inventata dal Fasanella, parte da un “raccontano”. Chi? Certamente si tratta di persone che “ricordano benissimo” perfino peggio di Misiti.

Il Fasanella sostiene che l’inchiesta di MicroMega riferisce solo “episodi già noti”. Buon per lui. Se per il suo articolo avesse seguito anche solo in dosi omeopatiche il metodo di Marco Zerbino, che per MicroMega ha fatto riscontri incrociati su decine di episodi, il Fasanella avrebbe evitato di spacciare fiction per cronaca. Bastava, in fondo, che mi facesse una telefonata per verificare. Nel giornalismo-giornalismo si usa ancora.

(2 ottobre 2009)

Stampa estera: "Con D'Addario in tv si riapre lo scandalo Berlusconi"


di ENRICO FRANCESCHINI

L'intervista a Patrizia D'Addario ad "AnnoZero" è al centro dell'attenzione dei media internazionali di oggi. "La call girl racconta tutto su Berlusconi in tivù", titola il quotidiano Independent. "Le registrazioni della prostituta erano per autodifesa, non per ricattare", scrive il Toronto Star. "L'Italia davanti alla tivù per lo scandalo sessuale di Berlusconi", riporta il Clarin. E intanto alcuni tra i più importanti quotidiani d'Europa, dal Times di Londra al tedesco Die Zeit, da El Pais a Le Figaro, pubblicano l'articolo di Roberto Saviano sulla manifestazione per la libertà di stampa indetta per domani a Roma, in altre città italiane e attraverso l'Europa che appare oggi sulla prima pagina di Repubblica.

"Qualsiasi speranza Silvio Berlusconi avesse di lasciarsi alle spalle lo scandalo di sesso scoppiato questa estate è evaporata la notte scorsa quando la televisione nazionale ha trasmesso un'intervista in diretta con la prostituta che afferma di avere registrato conversazioni intime a letto con il premier italiano", scrive per esempio l'Independent di Londra. E la D'Addario, continua l'articolo, nell'intervista ha smentito le affermazioni di Berlusconi secondo cui il primo ministro non sapeva che lei fosse una call-girl: "Lo sapeva, tutti lo sapevano", è la frase riportata dal giornale londinese. L'Independent riferisce le pressioni su Michele Santoro per non mandare in onda l'intervista e la sua decisione di trasmetterla lo stesso, a dispetto delle proteste di Berlusconi e della campagna lanciata per boicottare il pagamento del canone Rai.

Il Toronto Star è tra gli altri giornali che parlano dell'apparizione della escort, riportando le sue dichiarazioni secondo cui non registrò le conversazioni a letto col premier per ricattarlo, ma solo come "autodifesa". Il Clarin scrive che milioni di telespettatori hanno assistito alla puntata di AnnoZero, notando che il tentativo di bloccarne la trasmissione è diventato "un nuovo scandalo". Sulle pressioni di Berlusconi per zittire voci critiche contro di lui è uscito stamane anche un articolo sull'Economist, che afferma: "Dai tempi di Mussolini non si vedeva un governo italiano che interferisse con i media in maniera così allarmante, i giornalisti e gli italiani fanno bene a preoccuparsi e a protestare".

Lo svizzero 24 Heures scrive su un'altra questione: "La frode fiscale, sport nazionale degli italiani", commentando la decisione del governo Berlusconi di concedere una larga amnistia a chi reimpatria capitali esportati illegalmente all'estero. Il Times pubblica un'intervista ad Antonio Di Pietro intitolata: "Mafia, spaghetti e Berlusconi, non voglio che il mondo pensi di noi in questo modo", in cui l'ex magistrato di Mani Pulite e leader dell'Italia dei Valori spiega perché combatte contro i vizi nazionali, le leggi, i soprusi, che confermano gli stereotipi internazionali sul nostro paese. E a questo proposito un articolo del Guardian cita un rapporto di una commissione parlamentare italiana secondo il quale l'influenza della mafia si estende sulla vita di almeno 13 milioni di nostri connazionali.

(2 ottobre 2009)

"Libertà a rischio", domani in piazza


di BRUNO PERSANO

Un sabato per la libertà di stampa in piazza del Popolo a Roma, con la federazione nazionale della stampa. Organizzati 300 pullman, continuano ad arrivare adesioni di tanti cittadini non organizzati, oltre che di numerosi gruppi politici. Previsti, fra gli altri, gli interventi di Dario Fo e Roberto Saviano.

Centinaia di magliette bianche con lo slogan "No all'informazione imbavagliata" saranno distribuite anche in altre dodici città italiane ed europee dove si svolgeranno manifestazioni parallele in tutta Europa: a Londra, davanti alla sede della Bbc; a Parigi dove i sostenitori della protesta si riuniranno davanti alla Mairie del 13° arrondissement, place d'Italie. Manifestazione pure a Bruxelles, davanti al Centre de presse international della Commissione europea. In Germania, la comunità italiana a Monaco di Baviera, con il sostegno di Libertà e Giustizia, raccoglierà firme per
l'appello dei tre giuristi alla libertà di stampa, mentre a Berlino, l'incontro è fissato all'Ambasciata italiana: ogni manifestante porterà un cartellone con le 10 domande di Repubblica al presidente del Consiglio. E in Spagna, protesta a Barcellona, in Portal de l'Angel, e a Madrid, davanti alla fontana di Plaza de España.

L'iniziativa di protesta promossa dalla Fnsi (Federazione nazionale della stampa), "sarà serissima, altro che farsa", come promette il suo presidente Roberto Natale rispondendo all'attacco di Silvio Berlusconi. "Chiediamo solo che i cronisti possano continuare a fare il proprio lavoro".

L'appuntamento è alle 15.30. Interverranno oltre al premio Nobel Dario Fo e allo scrittore Roberto Saviano, il segretario nazionale Fnsi Franco Siddi, il presidente emerito della Corte Costituzionale Valerio Onida e l'attore Neri Marcorè. E' annunciato un messaggio di don Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana. Previsto anche un omaggio ad Anna Politkovskaja, ammazzata tre anni fa per la sua battaglia di verità sulla Cecenia: l'attrice Jasmine Trinca leggerà alcuni testi della giornalista russa.

Ci sarà anche la musica dell'Orchestra di piazza Vittorio e gli artisti Samuele Bersani, Marina Rei, Enrico Capuano, e Teresa De Sio.

All'evento, presentato dal giornalista di Rai3 Andrea Vianello, parteciperanno le associazioni Arci e Acli, il Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza, la Cgil, la Fim-Cisl, l'Ordine dei Giornalisti e Libertà e Giustizia.

In piazzadel Popolo ci sarà uno stand di Repubblica.it, con otto postazioni computer ed un videobox. I partecipanti alla manifestazione potranno mandare un messaggio al sito del quotidiano o dare una dichiarazione a Repubblica tv.

Anche gli utenti da casa potranno intervenire con messaggi, sms ed mms. Sarà possibile inviare il vostro messaggio "Perché sono in piazza" via sms al numero 345-8528585. Le foto della manifestazione invece possono essere inviate all'indirizzo di posta elettronica
fotografie@repubblica.it o dal vostro cellulare, con un mms al numero 346-4646463.

La diretta televisiva sarà seguita da Repubblica Tv, Youdem e dal sito della Cgil. Sky Tg24 seguirà a partire dalle 16 (canali 100 e 500) e dal Tg4 a partire dalle 16 fino alle 17,30

(2 ottobre 2009)

Camera, passa lo scudo fiscale


Via libera definitivo della Camera al decreto correttivo del dl anti-crisi che comprende, tra l'altro, le contestate norme sullo scudo fiscale. I sì sono stati 270 e i no 250. In pratica si tratta di un'approvazione ottenuta con solo 20 voti di scarto. Ciò significa che, se l'opposizione fosse stata al completo, il provvedimento non sarebbe passato. Sono 279 infatti i deputati che non appartengono ai gruppi del Pdl e della Lega.

La maggior parte delle assenze si registrano nel Pdl (213 presenti su 269 appartenenti al gruppo) ma subito dietro c'è il Pd (22 i deputati che non hanno partecipato al voto. I big, però, c'erano tutti). Ed ancora 6 su 37 sono i deputati dell'Udc assenti. Uno solo tra le file dell'Idv.

Mentre la polemica cresce, la presidenza del gruppo democratico annuncia sanzioni per i deputati assenti senza giustificazione. Anche se precisa: "Su 22 assenti, 11 erano in malattia". Quindi gli assenti ingiustificati sono 11, e dunque "non determinanti ai fini del voto". Sanzioni anche per gli assenti Udc, con Pier Ferdinando Casini che denuncia la "grave mancanza di responsabilità" di chi non ha votato.

Gli assenti. Tra gli assenti, l'Idv Aurelio Misiti, i Pd Ileana Argentin, Paola Binetti, Gino Bucchino, Angelo Capodicasa, Enzo Carra (motivi di salute), Lucia Coldurelli, Stefano Esposito, Giuseppe Fioroni, Sergio D'Antoni (che fa sapere di essere ricoverato in ospedale), Antonio Gaglioni, Dario Ginefra, Oriano Giovanelli, Gero Grassi, Antonio La Forgia, Marianna Madia (anche per lei motivi di salute), Margherita Mastromauro. Ed ancora: Lapo Pistelli con Linda Lanzillotta e Giovanna Melandri ("eravamo a Madrid per il Pd"), Massimo Pompili, Fabio Porta, Giacomo Portas. Nell'Udc gli assenti erano Francesco Bosi, Amedeo Ciccanti, Giuseppe Drago, Mauro Libè, Michele Pisacane, Salvatore Ruggeri.

La firma di Napolitano. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano promulgherà il decreto sullo scudo fiscale domani al rientro a Roma.

Bagarre in aula. In mattinata sono state le parole di Francesco Barbato, deputato dell'IdV, a scatenare la lite in aula e la sospensione della seduta. L'esponente dipietrista ha infatti accusato la maggioranza e il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, di essere dei "mafiosi". Immediata la reazione del vicepresidente del gruppo del Pdl, Italo Bocchino: "Questo è reato, siamo nell'aula della Camera e chiedo al vicepresidente di turno, Rosy Bindi, di intervenire usando il regolamento". Il vicepresidente della Camera ha sottolineato di aver "espressamente richiamato all'ordine Barbato" ed è scoppiata la bagarre: l'IdV ha protestato mostrando le agende rosse usate nella manifestazione di alcuni giorni fa in memoria di Paolo Borsellino, e la Bindi si è vista costretta a sospendere la seduta. Duro il commento del presidente Gianfranco Fini: "Alcune espressioni dell'onorevole Barbato, a mio avviso oggettivamente gravi, saranno oggetto di valutazione da parte dell'ufficio di presidenza". Poi lo stesso Fini ha invitato tutti ad "avere un atteggiamento consono al luogo in cui ci troviamo, evitando atteggiamenti che offendono in primo luogo chi se ne rende responsabile".

(2 ottobre 2009)

PROFESSIONE REPORTER, QUINDI FARABUTTO


di Marco Travaglio

Negli Stati Uniti il giornalista deve controllare una sola cosa: che quel che dice sia vero. In Italia invece il mestiere di giornalista è diventato una via crucis fra denunce civili e penali, garanti della privacy ed esposti all’Ordine. Per quelli televisivi c’è pure la Vigilanza del Parlamento, l’Autorità delle comunicazioni e ora il ministro Scajola, cioè il governo. L’avvocato Katia Malavenda ha scritto su Micromega una specie di gioco dell’oca, una via crucis con tutte le trappole che spuntano sulla strada di ogni giornalista italiano. Anzi, di ogni “farabutto”. Diciamo subito che è giusto chi scrive il falso su qualcuno, se mente sapendo di mentire o non fa tutte le verifiche possibili, sia condannato, risarcisca la vittima e venga espulso dall’Ordine. Ma in Italia puoi essere condannato anche se racconti un fatto vero: basta usare parole troppo aspre, o notizie segrete, o atti pubblici ma non pubblicabili.E non c'è alcuna differenza fra una critica dura e un fatto falso: si rischia la diffamazione in entrambi i casi.

In America Michael Moore ha scritto un libro su Bush, “Stupid White Man”, e Bush non s’è nemmeno sognato di denunciarlo: nessun tribunale avrebbe preso in considerazione la denuncia. Nemmeno Clinton ha mai denunciato i giornalisti: neppure quando hanno scritto che il suicidio di un suo assistente era una messinscena per coprire un omicidio.

In Italia, se dai dello stupido a un politico, rischi il carcere fino a 6 anni, o la multa, più il danno morale e la riparazione pecuniaria proporzionata alla gravità dell'offesa e alla tiratura o allo share. Le somme le decide il giudice, a discrezione. Anche se il cronista s'è soltanto sbagliato e poi s'è scusato subito con una rettifica.

Non basta: i danni patrimoniali si possono pure chiedere in sede civile e provocare una condanna al risarcimento per il giornalista e l'editore. Invece negli Usa – scrive Alexander Stille su Repubblica- il cronista può perfino scrivere una notizia falsa senza esser condannato: la condanna scatta solo se scrive il falso con "malizia" e "reckless disregard of the truth", "noncuranza spericolata per la verità". Cioè se l’ha fatto apposta o non s’è dato da fare per verificare la notizia. Se sbaglia in buona fede, prevale il diritto di cronaca, che è un bene assoluto. E per le critiche, anche feroci, non c'è denuncia che tenga. In Italia chi fa causa civile non rischia nulla: chiede decine, centinaia di milioni e, se poi il giudice gli dà torto, non deve sborsare una lira. Molti esperti propongono una cauzione. Mi chiedi 10 milioni? Ne lasci 1 sul tavolo, un cip del 10%. Se vinci, incassi il risarcimento. Se perdi, la Giustizia e il denunciato si dividono il milione per il tempo e le energie che gli hai fatto perdere. Il che scoraggerebbe le cause infondate e le liti temerarie, quelle attivate dai potenti a scopo intimidatorio. Negli Usa, poi, chi denuncia un giornalista deve sottoporsi alla "discovery": cioè tirar fuori tutte le carte. Cioè: Berlusconi, dopo aver denunciato Repubblica per le 10 domande, dovrebbe rispondere a tutte e 10 le domande. Per questo in America i potenti stanno alla larga dai tribunali.

Altra trappola tutta italiana: il Garante della privacy, che interviene quando il giornalista riporta dati personali: salute, idee politiche, religione, tendenze sessuali. Se il cronista dice che un paziente è morto in ospedale, deve dimostrare che la notizia era “essenziale” per un'informazione completa. E chi decide se è essenziale? Il Garante, a sua discrezione. Se decide che il cronista ha torto, può farlo punire dall'Ordine fino alla sospensione dalla professione da 2 mesi a 1 anno, o addirittura alla radiazione. Non solo: il giornalista finisce pure in tribunale penale per il reato di trattamento di dati personali non essenziali, e rischia da 1 a 3 anni di carcere; o davanti al giudice civile, che può condannarlo al risarcimento insieme al suo editore. In caso di foto, tipo quelle dentro villa Certosa, altro reato con pena massima fino a 4 anni di carcere.

In America la privacy dei personaggi pubblici di fatto non esiste: questi hanno tutte le possibilità di dare la loro versione dei fatti, diversamente dai privati cittadini che non hanno voce. Figurarsi se ci fosse un politico con decine di giornali e 5 tv su 6. Quando il senatore del New Jersey Jon Corzine prestò alla fidanzata 300 mila euro, dovette chiarire tutto in pubblico perché lei era una sindacalista che trattava con lo Stato. Un fatto privato e perfettamente lecito: ma toccava un uomo pubblico e se ne doveva parlare. In Italia l’unica privacy di cui si parla è quella dei potenti. I cittadini comuni, tipo Alberto Stasi, possono essere massacrati in tv senz’alcuna difesa. Se poi il giornalista italiano si occupa di giudiziaria, la via crucis continua. Se pubblica atti d’indagine non segreti, rischia un'ammenda fino a 258euro, oblabile pagandone 129.

Ora la legge Alfano alza l'ammenda a 5 mila euro, e a 10 mila se ci sono intercettazioni, anche se non segrete. L'editore invece rischia fino a 480 mila euro per ogni articolo. In più il giornalista dev'essere denunciato all’Ordine e può essere sospeso dalla professione. Così non si pubblicherà più niente. E se il giornalista viene assolto? Peggio per lui lo stesso. Il processo non avrebbe mai dovuto iniziare, ma le spese legali le paga comunque, lui o l'editore. In Italia denunciare i giornalisti conviene, anche se dicono il vero. E’ fare i giornalisti che non conviene. Meglio andare a rubare e portare il bottino all’estero: tanto poi c’è lo scudo.

(è l’intervento nella puntata di ieri sera ad Annozero)

FINI RINUNCIA AL LODO E BERLUSCONI È PIÙ SOLO


di Marco Lillo

Grazie a “Il Fatto Quotidiano” il presidente della Camera Gianfranco Fini riuscirà a tener fede a una promessa solenne fatta un anno fa: a differenza di Silvio Berlusconi rinuncerà al Lodo Alfano e si farà processare come un cittadino qualunque.

Con questa decisione, formalizzata solo dopo un articolo del nostro giornale, Fini si smarca da Berlusconi nella partita più delicata per il premier. Tra una settimana la Corte Costituzionale deciderà il destino della legge Alfano, nata per evitare al Cavaliere il processo per la corruzione del testimone David Mills, ma contrabbandata come presidio per tutte le cinque alte cariche dello Stato. Alla vigilia della decisione, Gianfranco Fini, l’unica carica a rischio processo (oltre a Berlusconi ovviamente) priva il Cavaliere dell’ultima foglia di fico.

La scelta, pur annunciata, non era affatto scontata, soprattutto per i modi e i tempi. Dopo il gran rifiuto di Fini è ancora più evidente che il Lodo ha un unico promotore e “utilizzatore finale”. Il procedimento contro Fini nasce da una querela del pm Henry John Woodcock per le parole pronunciate dall’ex leader di An a “Porta a Porta” il 18 giugno 2006: “Woodccok è un signore che in un paese serio avrebbe già cambiato mestiere, è noto per una certa fantasia investigativa e il Csm avrebbe già da tempo dovuto prendere provvedimenti”. Parole provocate dalla rabbia per l’indagine contro la moglie, Daniela di Sotto, ma ingiustamente diffamatorie almeno secondo il pm di Roma Erminio Amelio. Il 7 maggio del 2008, il Gip, Mariella Finiti, approvando la tesi dell’accusa, aveva ordinato di spedire le carte alla Camera per l’autorizzazione a procedere. Allora Fini disse: “non mi avvarrò del lodo Alfano”. Di fatto però il fascicolo è rimasto in sonno per 16 mesi.

La situazione grottesca di un giudice che impediva a Fini di esercitare il suo diritto di imputato era stata denunciata da Il Fatto Quotidiano (“Fini non riesce a farsi processare”) il 29 settembre. L’articolo e le telefonate precedenti alla sua stesura, hanno sortito l’effetto di una scossa sulla giustizia capitolina.

“Il 30 settembre, dopo avere letto Il fatto Quotidiano”, racconta l’avvocato di Fini, l’onorevole Giulia Bongiorno, “mi sono presentata nella cancelleria del gip e ho scoperto che il fascicolo era bloccato. Solo quel giorno ho appreso l’esistenza di un provvedimento, mai notificato alle parti, datato 24 settembre 2009, che sospendeva il procedimento per l’entrata in vigore della legge Alfano. Immediatamente, come mi è stato richiesto dal presidente”, prosegue l’avvocato-onorevole Bongiorno, “ho depositato un’istanza nella quale Fini rinuncia alla sospensione della legge Alfano e chiede di essere processato come un cittadino comune”.

E così la cancelleria del Gip Mariella Finiti ha finalmente trasmesso il fascicolo alla Camera. Prima del processo però c’è un altro possibile ostacolo: la Giunta per le autorizzazioni potrebbe bloccare tutto se riterrà “insindacabili” le parole pronunciate a “Porta a porta”, perché connesse all’attività politica (tesi difficile da sostenere visto che Fini parlava degli affari personali e penali della moglie). “Anche se si tratta di una prerogativa della Camera e non del singolo deputato”, dice l’avvocato Bongiorno, “il presidente chiederà di votare contro l’insindacabilità e ritengo che i deputati seguiranno la sua indicazione”. Sarebbe meglio per tutti. Altrimenti l’atto di coerenza di Fini, il primo segno di distensione e normalizzazione dei rapporti tra politica e magistratura, si trasformerebbe di colpo da gesto nobile nella solita “ammuina” all’italiana.

AGCOM, BASTA CHE FUNZIONI


di Marco Travaglio

Sotto con le transenne e i tornelli. Bisogna proteggere l'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, volgarmente detta Agcom. Perchè da qualche tempo è diventata il refugium peccatorum, presa d'assalto da chiunque si svegli storto la mattina. Un tempo si andava in tribunale, minacciando “ti denuncio”. Oggi, visti i tempi medi della giustizia, la vera minaccia è “denunciami”. Così si prende la scorciatoia e si fa un bell'esposto all'Agcom. Che, essendo un tribunale politico farcito di commissari di partito (ce n'è persino uno della fu Udeur), non deve perder tempo con indagini, istruttorie, perizie, interrogatori, rogatorie. Decide a maggioranza (di solito, la stessa che comanda in Parlamento) e soprattutto subito, in quattro e quattr'otto, prêt à porter: sanzioni, diffide, ammonimenti, multe e minacce di multe. Davanti al giudice, almeno, puoi sostenere le tue ragioni e portare le prove di ciò che hai scritto. Al Minculpop dell'Agcom invece non sanno nemmeno chi sei. Sanzionano l'editore (Rai, Mediaset, La7), poi dicono che è colpa tua, ma tu non vieni nemmeno interpellato. Non puoi difenderti, né appellare: al massimo ricorre al Tar l'editore, ma tu non hai diritto di parola nemmeno lì, intanto l'editore dice che la multa è colpa tua, dunque la devi pagare tu e non lavori più. Processo sommario in contumacia con plotone d'esecuzione incorporato. Una pacchia: perchè perder tempo in tribunale? L'anno scorso, irritato da Annozero, si rivolse all'Agcom tal Antonio Saladino, il plurinquisito e pluriperquisito capatàz della Compagnia delle Opere in Calabria. La settimana scorsa ha chiesto udienza il direttore generale della Rai, ma non gli ha aperto nessuno. Ieri s'è fatto vivo con l'Agcom Giampaolo Tarantini detto “Giampi”, direttamente dagli arresti domiciliari, assistito da alcuni avvocati, uno dei quali lavora con Ghedini. Il giovanotto, indagato in sei inchieste per favoreggiamento della prostituzione, spaccio di droga e corruzione, non può uscire di casa e ha qualche difficoltà a usare le mani per via di un paio di gingilli metallici. Ma con la punta delle dita è riuscito a vergare un sapido esposto all'Authority per “diffidare” Santoro dall'andare in onda ieri. Sempre a disposizione dell'Utilizzatore Finale, Giampi ha chiesto “alla Rai, all'Agcom, alla Vigilanza, al Governo” di “prendere provvedimenti” per evitare che Annozero si macchi di “comportamenti antigiuridici, in alcuni casi penalmente rilevanti”.

Ora, è commovente che un detenuto per droga e lenocinio s'improvvisi tutore della legalità (altrui) e si dia da fare per scongiurare nuovi reati (sempre altrui). Ed è encomiabile che si preoccupi per l'eventuale “illecito uso del denaro pubblico a fini di parte”, lui che ha confessato di usare squillo & coca “come chiave d'accesso alla pubblica amministrazione”. Ma forse esagera un po' quando accusa il sottoscritto di aver “letto un brano di interrogatorio” segreto. Quale? Il suo, pubblicato da tutti i giornali del mondo. Tarantini invoca il contraddittorio contro le sue parole, visto che “il dottor Belpietro e l'on. Bocchino non erano in grado di interloquire sulla posizione processuale del dottor Tarantini”. Ce n'è abbastanza per un intervento degli infermieri, o degli esperti in paradossi. Ricapitoliamo: Tizio dichiara a verbale una certa cosa; un cronista la riferisce; lui s'incazza perchè è stata riferita; poi chiede di replicare a quel che ha detto lui. Evidentemente dissente da se stesso e vuole cantarsele chiare di santa ragione. Se non fosse recluso a domicilio, si potrebbe allestire un bel contraddittorio fra Tarantini e Tarantini, in ossequio all'Agcom, alla Vigilanza, alla par condicio, al contratto di servizio, alle palle di Fra' Marzo. Un bel duello allo specchio. Giampi contro Giampi.

Economist: "Come con Mussolini museruola a chi informa"


ENRICO FRANCESCHINI

Sono anni che definisce Silvio Berlusconi "inadatto" a governare l'Italia, a causa del conflitto d'interessi mediatico e dei numerosi processi a cui è stato sottoposto, ma adesso il settimanale l'Economist aumenta se possibile ancora di più il livello della critica, paragonando l'Italia del Cavaliere a una delle deboli democrazie dell'Est Europa, sempre più lontana dal concetto di democrazia occidentale, ed evocando perfino il fantasma del Duce.

"E' dai tempi di Mussolini che non si aveva un governo italiano che interferisse con i media in maniera così lampante e allarmante", scrive l'autorevole settimanale, britannico come sede centrale ma globale nella diffusione poiché vende al di fuori del Regno Unito i due terzi della sua tiratura di quasi un milione e mezzo di copie. "I giornalisti, e gli altri italiani, hanno ogni motivo di protestare", continua l'articolo, intitolato "Museruola a chi informa", alludendo alla manifestazione in difesa della libertà di stampa indetta per questo fine settimana in tutta Italia e anche all'estero. "Questo sabato 3 ottobre si terrà a Roma una manifestazione per difendere la libertà di stampa", scrive l'Economist, "non in una lontana dittatura, ma proprio in Italia. Ebbene, i giornalisti che l'hanno indetta hanno buone ragioni per preoccuparsi".

Il settimanale osserva poi che basta consultare la classifica 2009 sull'indipendenza dei media di Freedom House, l'istituto americano di controllo e studio sulla libertà di informazione e di pensiero, per accorgersi che l'Italia è declassata nella categoria di quelli "parzialmente liberi", al 73esimo posto, su un totale di 195, appena sopra alla Bulgaria. Quanto meno sotto questo aspetto, afferma l'Economist, "l'Italia di Berlusconi si sta allontanando dall'Europa occidentale per diventare più simile alle deboli democrazie dell'est". Il giornale fa poi una lunga ricostruzione degli ultimi sviluppi, dalle domande di Repubblica al premier alla richiesta di danni per diffamazione avanzata da Berlusconi per tali domande, fino al caso della trasmissione AnnoZero e alla campagna lanciata dal Giornale, "quotidiano vicino al primo ministro, contro il pagamento del canone Rai, da cui dipendono almeno la metà degli introiti dell'azienda pubblica". Conclude l'Economist: "Le ordinanze di Berlusconi sembrano parte di un progetto per spazzare via le ultime enclavi ribelli rimaste in Italia".

Del caso Berlusconi continua ad occuparsi anche il resto della stampa internazionale. Il quotidiano spagnolo El Pais pubblica oggi un ampio servizio intitolato: "Berlusconi dichiara guerra alla Rai". Il corrispondente da Roma, Miguel Mora, racconta gli attacchi alla trasmissione "AnnoZero" per la puntata dedicata allo scandalo delle escort e all'intervista a Patrizia D'Addario, soffermandosi sulla campagna lanciata "dai media del Cavaliere" per esortare gli italiani a non pagare più il canone d'abbonamento alla Rai in segno di protesta. "Berlusconi ha celebrato il suo 73esimo compleanno dichiarando guerra non solo a Michele Santoro", il conduttore della trasmissione in questione, "ma a tutti i programmi che lo criticano", scrive El Pais, affermando che l'invito a non pagare il canone è "un'iniziativa teatrale del tutto priva di legalità, in pratica una chiamata generale all'evasione fiscale, un'abitudine quest'ultima assai popolare in Italia e a cui lo stesso Berlusconi non è alieno, come testimoniano i suoi numerosi processi in materia".

Un altro tema a cui i giornali stranieri dedicano l'attenzione è per l'appunto il perdono fiscale per coloro che rimpatriano capitali dall'estero. "Berlusconi prepara un colossale perdono, il più grosso d'Europa", titola il Clarin. "Il governo Berlusconi ha imposto un voto di fiducia in parlamento per far passare la sua amnistia fiscale", titola Les Echos. "Berlusconi concede l'amnistia agli evasori dei paradisi", titola El Mundo.

Il settimanale francese L'Express torna invece sulle polemiche degli ultimi mesi tra la Chiesa cattolica e il nostro primo ministro, con un lungo reportage intitolato "Divorzio all'italiana", che ripercorre tutte le tappe della vicenda, dalle proteste nelle chiese per i party con escort e veline nelle ville del presidente del Consiglio, alle critiche espresse dall'Avvenire e da Famiglia Cristiana, agli attacchi del Giornale al direttore dell'Avvenire e alle dimissioni di quest'ultimo. Il settimanale riporta il parere di un assicuratore di 59 anni di nome Giorgio che dice: "Non comprendo più la mia Chiesa. Mi sento perduto davanti alla sua sottomissione a Berlusconi, alla sua politica, al suo modello di una società barbara". Tuttavia, afferma L'Express, numerosi segnali indicano che la Chiesa sta preparandosi "al dopo-Berlusconi".

E una notizia che nei giorni scorsi ha riempito le pagine dei giornali in Occidente è arrivata stamani fino in Pakistan, dove la Plus News Pakistan riporta la gaffe di Berlusconi su Michelle Obama, definita "abbronzata" come suo marito dal premier italiano al ritorno dal summit del G20.

(1 ottobre 2009)

Annozero, la D'Addario ospite a Rai2


di BRUNO PERSANO

Alla fine lo dice chiaro la D'Addario: "Quella sera, a Palazzo Grazioli, Berlusconi sapeva che ero una escort. Ho passato la notte lì. Tutti lo sapevano, anche le ragazze e Tarantini". Lo dice dal video di Rai2, durante la trasmissione di Annozero. Prende in contropiede tutti e svela, per la prima volta in pubblico, che il presidente del Consiglio, quella notte a Palazzo Grazioli, sapeva chi si era portato a letto. Sbugiarda il premier che in conferenza stampa con Zapatero disse che lui, le donne, ama conquistarle: "La soddisfazione più bella è proprio la conquista. Se paghi, mi domando, che gioia ci potrebbe essere...»

Santoro: "Rimarrò in onda". Fino all'ultimo la partecipazione della D'Addario ad Annozero era incerta. Il balletto delle conferme e delle smentite è proseguito fino a pochi minuti dalla trasmissione. Poi puntuale, alle 21.05, sugli schermi della Rai compare Michele Santoro: "Sono qui in onda, e ci rimarrò. Nessun cambiamento al programma", ribadisce con una punta di orgoglio. Nonostante un parere contrario dell'ufficio legale della Rai e la diffida chiesta all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni da parte di Giampaolo Tarantini, Patrizia D'Addario ha partecipato alla puntata con un'intervista in diretta da Bari. "Se avessi iniziato a non mandare in video la sua voce - spiega Santoro - cosa avrei fatto domani delle inchieste di Sandro Ruotolo o degli interventi di Marco Travaglio? Non li avrei più mandati in onda? Quando si inizia a cambiare, non si sa mai dove si va a finire. Meglio continuare come si era deciso".

D'Addario: "Berlusconi sapeva". E' quindi il momento della D'Addario. La rivelazione shock arriva a sorpresa: "Berlusconi sapeva che ero una escort". Prima aveva raccontato: "All'incontro con Berlusconi a Palazzo Grazioli mi sembrava di essere in un harem. Quella volta c'erano il presidente, Giampaolo Tarantini, e più di venti ragazze. Si ballava, si cantava. E' vero: ho usato il registratore, ma non volevo ricattare nessuno".

"Sono stata tradita". Occhi truccati, i capelli biondi che le scendono lisci sulle spalle, tradisce un po' di tensione quando la telecamera mostra quella sua postura un po' rigida sul sofà di pelle rosso. "Sono andata da Berlusconi due volte e sempre pagata. Ho parlato al presidente del mio progetto (un agriturismo sognato già dal padre della D'Addario, ndr), e lui mi ha detto che mi avrebbe aiutato. Invece non ho visto nessuno nel mio cantiere. Sono stata tradita. Come pure sulla mia candidatura politica alle Europee. Furono loro a offrirmela, non io a chiederla. E poi non mi fecero neppure entrare alla conferenze stampa del presidente a Bari".

Scajola scandalizzato. Dall'altra parte dell'Oceano, il ministro Claudio Scajola è saltato sulla sedia. Era seduto davanti alla tv nel grattacielo Chrysler Building a New York. Chi l'accompagnava dice che voleva alzarsi e andarsene via già dopo l'editoriale di Marco Travaglio. Poi ha cambiato idea e ha aspettato la fine dell'intervista alla D'Addario. Lui lo diceva che Annazoero è "spazzatura", che i vertici della Rai dovevano intervenire. Ma non è stato ascoltato e stasera la dichiarazione shock su Berlusconi lo ha fatto imbestialire.

L'attacco a Minzolini. Nella trasmissione c'è spazio anche per un attacco al direttore del Tg1 Augusto Minzolini. Santoro mette a confronto un recente editoriale in cui, parlando dello scandalo delle escort, annuncia che "non si occuperà di gossip", e le parole che lui stesso scrisse nel '94: "La distinzione tra pubblico e privato è manichea" (ne aveva parlato nel suo blog su Repubblica.it Vittorio Zambardino).

Le gag sulla Bbc. Passa in video pure una gag irriverente, e a tratti volgare, su Berlusconi e l'omologo inglese Gordon Brown, che è stata trasmessa in prima serata dalla Bbc. "Come vedete, in una rete pubblica e autorevole, hanno un altro concetto di censura", commenta Santoro.

Annozero: "Noi solo facciamo contraddittorio". E poi si chiede il conduttore: "Se le reti Rai non devono attaccare il governo ("perché sono pubbliche, pagate con il canone" sostiene il premier, ndr), e i canali Mediaset non possono perché sono riconducibili al presidente del Consiglio, chi può mantenere un contraddittorio? Questa volta lo faccio io un esposto all'Authority delle comunicazioni". Infine Santoro fa una promessa che è un'anticipazione sul tema della prossima puntata: "Non c'è due senza tre. Ci rivediamo giovedì".

Ma sono trascorsi pochi minuti, e sulla rete concorrente, Bruno Vespa a Porta a porta riprende il discorso dal punto dove Santoro l'aveva lasciato. Il tema è ancora la D'Addario. Ci sono La Russa, Romani, Donadi, Siddi e, dopo un po' compare anche Maurizio Belpietro e lo spettatore, spaesato, si chiede: "Ma non era ad Annozero fino a poco fa?"

(1 ottobre 2009)

Pd, Franceschini: "Batteremo chi ha frenato Prodi e Veltroni"


"Alle primarie bisognerà lottare contro nostalgie e istinti di conservazione, bisognerà sconfiggere quelli che hanno frenato prima Romano Prodi poi Walter Veltroni". Si scalda sempre di più la battaglia all'interno del Pd in vista della scelta del segretario. In un bailamme di accuse su tessere sospette, attacchi personali, il segretario del Pd torna evoca "le forze della coservazione" e a battere il tasto del nuovo corso: "Dovremo battere nostalgie e istinti di conservazione. Ci sono sempre forze che resistono ai cambiamento". Bersani, invece, si fa forza con le cifre che gli assegnano il 56,5 per cento ottenuto tra oltre l'80 per cento degli iscritti. L'ex ministro di Prodi non nasconde la sua irritazione per le accuse di sostenitori delle mozione Franceschini che hanno mosso rilievi sulla regolarità dei congressi di circolo. Ieri Mario Adinolfi, Roberta Pinotti e ancora Pina Picierno hanno parlato di 'tessere inquinate', di un Bersani che vince la dove ci sono 'i signori delle tessere'. "Se ci sono irregolarita' saranno gli organi di garanzia ad accertarle. Questo e' il momento di chiudere le polemiche. E' il momento che tutti quanti noi candidati mettiamo un punto fermo. Sono girate cose che non vanno bene e non vorrei che per picconare il mio risultato ci picconassimo tutti da soli, si picconasse la ditta'' replica Bersani.

Davanti al popolo delle primarie, Franceschini lancia la sua sfida: "Voi deciderete chi sarà il segretario del Pd. Io non mi candido per garantire gli equilibri ma per cambiare". A loro Franceschini promette "un'opposizione dura e trasparente" e nessun inciucio. "Non consentiro' che si ripetano errori politici come il non aver fatto la legge sul conflitto di interessi, il piu' grave errore politico che pesa ancora sulla nostra credibilita'' dice Franceschini. Che si dice convinto che ci voglia ''piu' opposizione, non meno opposizione, senza timidezze e paure, senza farci condizionare dalle opinioni interessate di editorialisti e di molti salotti'', e senza confondere opposizione con un concetto di ''anti-italianita'''.

Poi una stoccata sul tesseramento. E sull'importanza, più volte riaffermata da Bersani, del partito. Certo, ammette Franceschini, gli iscritti sono un "patrimonio straordinario", ma non bisogna "mitizzare" la struttura di partito e se in alcune città, come Napoli, ci sono più tessere che in intere regioni "forse c'è qualcosa da correggere".

Nel frattempo è a rischio il confrontro tra i tre candidati. Intanto per domani è prevista una nuova riunione tra i rappresentanti delle tre mozioni con il direttore di Youdem.tv, Walter Verini, per parlare delle modalità del confronto, seppur adesso sempre più a rischio.

(1 ottobre 2009)

E a Porta a Porta va in onda il processo ad Annozero


di CURZIO MALTESE

IL PROBLEMA per una volta non era Santoro. E nemmeno Travaglio. Il problema era lei, Patrizia D'Addario. Una che il presidente del Consiglio può portare a letto, ma un presentatore non può invitare in tv per farla parlare. Berlusconi era "profondamente indignato", perché "la tv pubblica non deve dare spazio a certi personaggi".

Al massimo, si può pensare di candidarli al Parlamento europeo, come lui aveva progettato di fare, prima di essere fermato da Veronica Lario. Sembra una canzone di Fabrizio De Andrè, questa storia della prostituta cercata di notte e ripudiata alla luce dei riflettori. Santoro non trova un politico di centrodestra disponibile a frequentare la stessa trasmissione inquinata da "quella là". Eppure nessuno di loro s'è mai sentito in imbarazzo a presentarsi nelle liste elettorali accanto a Patrizia e le altre. Nessuno ha chiesto spiegazioni al capo. A fine impero, Berlusconi può fare quello che vuole, candidare chi gli pare per motivi più o meno confessabili. L'importante è che il cavallo o la cavalla nominati senatori non prendano la parola per raccontare come sono andati i fatti.

Prima di ieri, Patrizia D'Addario era stata intervistata da sei televisioni straniere. I filmati erano stati distribuiti in una trentina di paesi. La televisione italiana è arrivata per ultima e, com'è noto, fra mille difficoltà e minacce.

L'uomo che governa l'Italia ha dedicato gli ultimi giorni a escogitare ogni forma di pressione per impedire la presenza in video dell'escort barese. Ha smosso i vertici Rai e il ministro Scajola. A proposito del fatto che "esistono problemi più seri". Fallito l'ultimo e un po' grottesco tentativo di boicottaggio, un papiro di otto pagine con un parere legale catapultato dal direttore di Raidue a Santoro poco prima della messa in onda, Berlusconi è passato alla fase due, la controprogrammazione. Con Bruno Vespa e Maurizio Belpietro nel ruolo di avvocati difensori, come se non avesse abbastanza. Dopo essere stati convocati a palazzo dal premier nel pomeriggio, i due fidi giornalisti hanno dato vita ieri sera a un'incredibile puntata di Porta a Porta dedicata a smontare il programma appena andato in onda sull'altra rete Rai.

Simbolo dell'arlecchinesca trovata il direttore di Libero Belpietro, il quale, come il mitico Soleri, saltabeccava da una rete all'altra per servire il padrone. Per avere un'idea di come funzioni una democrazia, vale la pena di ricordare che nel 1999, mentre Bill Clinton era nel pieno del secondo mandato alla Casa Bianca, Monica Lewinski fu intervistata per due ore dalla Abc e vista da cento milioni di americani. Senza che né Clinton né un solo esponente politico democratico si sognasse di protestare. Naturalmente la Lewinski fu invitata, come la D'Addario, da decine di televisioni straniere. Compresa la Rai, con il personale plauso di Agostino Saccà, buon amico del presidente del consiglio. Alla fine la celebre stagista della Casa Bianca aveva accettato di partecipare a Porta a Porta, ma rinunciò all'ultimo momento perché non aveva ottenuto di far togliere la parola "sexgate" dai titoli di testa.

Bruno Vespa, nel caso di Clinton, non aveva ancora scoperto il rispetto della privacy e il disgusto per il gossip esibito a piene mani ieri sera. La mancata presenza della Lewinski su Raiuno era costata ventimila euro alla tv di Stato. Clinton non l'aveva mai candidata a cariche pubbliche. Carl Bernstein da New York ha tutto il diritto di dirci che la nostra non è una democrazia ma "una specie di sistema sovietico".

Patrizia D'Addario ha avuto la sfortuna di andare a letto con il presidente del consiglio italiano e non con il presidente Usa, quindi non è stata pagata dalla Rai. È andata da Santoro gratis, dopo aver "sputtanato Berlusconi in mondovisione", per usare l'espressione di Belpietro. Ha raccontato la sua storia, la sua storia sbagliata e proibita nell'"harem del presidente". L'harem di venti ragazze che gli portava a palazzo l'amico e compagno di merende Giampi Tarantini.

Tutte vestite, truccate, pagate uguali, costrette poverine a vedere il filmato celebrativo, convocate dallo stesso sogno di una celebrità qualsiasi ottenuta in qualsiasi modo. Al di là della politica, delle inchieste, dello stesso caso Berlusconi, è come se le parole di Patrizia facessero cadere un sipario e mostrassero quello che c'è dietro l'Italia visibile e vista in questi decenni, dietro l'eterno spettacolo televisivo, dietro tutte le domeniche in, tutti i talk show, tutti i grandi fratelli di questi anni, la finta allegria, il falso successo. Un mondo di solitudine, di vuoto, d'infinito squallore.

(2 ottobre 2009)