martedì 2 marzo 2010

BASTA CON QUESTI ATTACCHI


Il Presidente Napolitano invia una lettera al Csm: fermare le accuse ai magistrati.

E Fini: d’accordo con lui

di Alessandro Ferrucci

Penna in mano. Parole pesanti. Si torna a piazzare “confini”. Per qualcuno barricate, dipende dai ruoli. Così Napolitano, dopo l'attacco di Berlusconi ai giudici, definiti “talebani”, ha inviato un messaggio al vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, perché vengano evitate “in tema di giustizia esasperazioni polemiche e accuse pesanti tra parti politiche, istituzioni, poteri e organi dello Stato”. Quindi un “vivissimo auspicio che prevalga in tutti il senso della responsabilità e della misura”. Anche perché “non può trarre alcun giovamento da esasperazioni polemiche, da accuse quanto mai pesanti che feriscono molti e che possono innescare un clima di repliche fuorvianti: clima nel quale la magistratura associata apprezzabilmente dichiara di non voler farsi trascinare”.

Sì, si ricomincia. Sono passati circa tre mesi. Allora, fine novembre primi di dicembre, il Presidente della Repubblica dichiarava: basta con la spirale delle polemiche, serve uno sforzo di autocontrollo da tutte le parti. Berlusconi aveva accusato i pm di volere la sua fine. Altra manfrina. Poi Tartaglia ha lanciato il Duomo, per qualche settimana si è vagheggiato del partito dell’amore. Il partito dell’ amore è morto. Quindi nuove polemiche politiche, accuse, attacchi. Bertolaso, Balducci e la Protezione civile; Mokbel, Di Girolamo e la più grande truffa del secolo.

Giovedì però, “c’è stato” David Mills a Roma, niente gita turistica, “solo” la sentenza della Cassazione. Corrotto e prescritto, due parole chiare a semplici, derubricate dal Tg1 in “assolto”. No, non può essere una questione di punti di vista. Così il Premier ha riattaccato il vecchio 33 giri. E portato il Presidente della Repubblica a intervenire.

Mancino legge, riceve e risponde. Qualcuno dice con un sottile sorriso sulle labbra. Impercettibile, però, non è da lui lasciarsi andare a manifestazioni evidenti, non lo permette né il ruolo né la scuola politica. Così auspica “la piena condivisione delle preoccupazioni espresse dal Presidente della Repubblica”. “Non nasconde il Capo dello Stato il rischio di drastiche contrapposizioni tra le forze politiche e di ritorsioni esasperate. Anche un linguaggio più sobrio e austero può, infatti, aiutare a far prevalere un clima di dialogo costruttivo rispetto a tentazioni o a repliche giustamente definite fuorvianti”.

Ma come detto sopra, siamo al “dov’eravamo”... Perché le parole di Napolitano oltre a solidarizzare con la magistratura, portano anche i vecchi “nemici” di Berlusconi a riprendere un percorso. In primis il presidente della Camera, Gianfranco Fini: “Napolitano ha un senso di grande responsabilità istituzionale. È indispensabile che tutti facciano quanto è in loro potere e dovere per garantire reciproco rispetto e un clima costruttivo”. E sprona la maggioranza ad avviare un periodo di riforme. Altrimenti, “se il Pdl si limiterà a ‘galleggiare’, al termine della legislatura sarà difficile spiegare che con una maggioranza così ampia siamo ancora alle prese con la stessa agenda di problemi che ci sono da dieci, quindici anni”. E ancora Pier Ferdinando Casini: “Il Presidente della Repubblica ha espresso una opinione condivisa dalla maggior parte degli italiani. È ora che ci sia più rispetto reciproco e più armonia istituzionale”. Duro il segretario del Pd Pierluigi Bersani: “Penso quello che pensa una persona normale. Ormai siamo alle sparate, si sragiona. È preoccupante, sono frasi inaccettabili”. “Dire che ormai ci siamo abituati, no - aggiunge - perché restano accettabili. Credo che veramente gli italiani debbano cominciare a pensare come andare oltre questa fase. Noi non possiamo essere tutti i giorni dentro a questa vicenda. Abbiamo un sacco di problemi, siamo davanti a fabbriche che chiudono. Non possiamo parlare sempre di Berlusconi e delle sue beghe coi magistrati”. Ancor più allarmato l'Idv che parla per bocca del portavoce Leoluca Orlando. “Non possiamo accettare - dice - che i magistrati che amministrano la giustizia in nome del popolo italiano siano offesi solo perché svolgono con onestà il proprio dovere. Ci rivolgiamo al presidente della Repubblica, nella sua veste di garante della Costituzione e dell'equilibrio dei poteri, nonché di presidente del Consiglio superiore della magistratura, affinché difenda l'onorabilità delle toghe”. Chi prende qualche distanza, sono i fedelissimi: da Cicchitto, a Bondi a Lupi. Sono loro a strigliare l’ala della maggioranza “ribelle” e a mediare con il Presidente. Sono loro a dire sì, bene le parole, ma con i “se” e i “ma”. In fin dei conti chi provoca, per loro, è pur sempre la magistratura.

OPLA’, MI SON PERSO LO STRANIERO

Aldo Maturo

Sono le otto ma a casa di Gregorio c’è un silenzio assoluto. Non si sente il gustoso aroma di caffè che ogni mattina inebria l’aria nè il solito chiacchiericcio tra Deborah, la figlia più grande, e Bogena, la colf polacca. Stranamente non si sente neppure la lagna del piccolo Alberto che per non alzarsi ficca la testa sotto le coperte facendo i soliti capricci.

Ma cosa succede stamattina? Si alza di corsa anche Franca, la moglie di Gregorio:” sono le otto? Ma dove diavolo è finita Bogena?!” “ Boh, valla a svegliare, si sarà rotta la sveglia..” Tutti corrono alla conquista del bagno. La signora Franca va nella camera di Bogena ma la trova vuota, il letto intatto, le tapparelle abbassate. “Accidenti e adesso chi li accompagna i figli a scuola? Gregorio vai tu?” “Io non posso, devo andare subito in cantiere” “ Va bene, sei sempre il solito. Ma non possiamo lasciare solo il nonno. Ma si tanto Felipe ha le chiavi”.

Dopo pochi minuti la Franca è in macchina con i bambini. Il traffico è stranamente ridotto ma davanti alla scuola c’è una gran fila e tante mamme a chiacchierare. “Ma cosa succede stamattina?”. Le maestre sbarrano l’ingresso “La scuola è chiusa, il Provveditorato ha soppresso alcune sezioni per mancanza di bambini” “Si, erano per metà stranieri. Sono tutti spariti con le famiglie. Senza bambini non si raggiunge il numero minimo e le insegnanti rischiano anche il posto”.

La Franca non ha tempo per pensare. Telefona a casa per sapere se è arrivato Felipe, il filippino che accudisce il nonno.”Non è arrivato nessuno, risponde il vecchietto, e adesso chi mi accompagna alla posta a prendere la pensione?” “Ti accompagno io” risponde Franca. Chiama in ufficio per avvisare del ritardo ma il Capo è imbestialito. Mancano quasi tutte le impiegate perché le baby sitter sono sparite e loro hanno telefonato perché non sanno a chi lasciare i bambini.

Franca comincia a perdere la calma. “Porto il nonno alla posta – pensa - e poi vado a fare io la spesa”. Arriva a casa e trova il vecchio seduto sul pianerottolo. Si è vestito da solo ma è senza il calzino sinistro e la camicia ha i bottoni sbilenchi. Lo aiuta a vestire e dopo un po’ raggiunge la Posta dove trovano tanti anziani che fanno sit-in davanti agli sportelli. Saltellano urlando “Chi-non sal-ta pen-sio-nato-è”.

L’INPS ha bloccato tutte le pensioni del mese essendo venute a mancare le contribuzioni dei lavoratori immigrati, scomparsi nel nulla. Perciò niente pensioni fino a nuova disposizione.

La donna prende il nonno che saltella e lo carica di peso in macchina. Decide di andare al mercato pensando che forse Bogena non lo avrebbe fatto quella mattina. Riparte, solito traffico fino al mercatino del quartiere. Il mercato è chiuso. Per mancanza di operai stagionali, africani e albanesi, le bancarelle non hanno potuto approvvigionarsi di pomodori,carote,piselli. Le mele del trentino sono rimaste sugli alberi e nessuno ha raccolto le mele annurche napoletane o tagliato l’insalatina di Val Trebbia.

Franca decide di fare una breve corsa al vicino Supermercato. Chiuso anche lui. Non si sono presentati al lavoro i commessi senegalesi, le donne delle pulizie capoverdiane, i facchini macedoni.

Franca è distrutta, il nonnetto comincia a dare i numeri. Bisogna passare a riprendere i bambini parcheggiati dagli amichetti. Davanti al portone di casa trova il marito, sudato, la bava alla bocca. E’ tornato prima dal lavoro perché al cantiere non c’è nessuno.

Gli edili marocchini e iugoslavi non si sono presentati al lavoro. Due contabili pakistani assenti, il cantiere senza guardiania perché il ragazzo rumeno in divisa non ha fatto sapere niente.

La moglie gli chiede perché è tutto sudato. “Perché sono rimasto senza benzina e in tutta la zona i distributori sono tutti chiusi perché i benzinai extracomunitari non si sono presentati al lavoro. Ho fatto dieci chilometri a piedi”

In quel momento esce dalla guardiola la portiera, in lacrime. Il marito, un bravissimo signore peruviano con cui è sposata da 12 anni, è sparito anche lui.

Gregorio decide di risollevare il morale della moglie. “Basta, andiamo a mangiare qualcosa alla pizzeria da Righetto”. Pochi minuti e sono al locale ma Righetto è solo. Il pizzaiolo e il cameriere, entrambi egiziani, si sono volatilizzati e il forno è rimasto spento.

Non si arrende. Qualche passo in più fino alla vicina trattoria, ma non lavora perché non ha camerieri. Il ristorante cinese,dall’altra parte della strada, non ha nemmeno aperto.

Poco male per il ristorante ma si viene a sapere che 15.000 cinesi sono spariti anche a Prato lasciando più di duemila telai fermi, proprio loro che lavoravano giorno e notte, 24 ore su 24, tutti i giorni per fare maglie, borse,cinte,pellami e fornire migliaia di grossisti e ditte in tutta Italia. Spariti i cinesi nel Pratese, molte scuole sono rimaste chiuse, i bar sono senza clienti, i negozi di alimentari non sanno a chi vendere quintali e quintali di riso.

A Mazara del Vallo i pescherecci non sono usciti per mancanza di tunisini, che rappresentano la maggioranza degli uomini di equipaggio.

Nel Modenese le fabbriche di mattonelle sono ferme perché gli operai africani non si sono presentati al lavoro, a Mondragone niente mozzarella perché i ghanesi hanno disertato le fattorie, a Villa Literno, abbandonata da 10.000 stagionali, i pomodori sammarzano marciscono a terra.

Perfino l'Osservatore Romano è uscito con un titolo a nove colonne: 200 chiese chiuse per mancanza di preti stranieri. In un paesino del piacentino il sindaco leghista ha rischiato di essere linciato perché gli abitanti hanno pensato che avesse mandato via lui gli stranieri.

Gregorio e Franca tornano a casa distrutti. La famiglia si mette attorno al tavolo per la cena ma l’aria è elettrizzata. Il telegiornale manda in onda le dichiarazioni catastrofiche del Ministro delle Finanze, il Pil è ai minimi storici, l’Italia è in crisi.

Gregorio dopo cena decide di andare al bar a bere qualcosa per dimenticare quella terribile giornata. Torna a notte fonda, la camicia strappata e un occhio pesto. Al buio ha scambiato la bella farmacista di zona, una vistosa mora di origini romagnole, per un viado brasiliano.

(Liberamente estratto da un articolo di Massimo Ghirelli, Diario n.43, 1999. Lo offro all’attenzione dei lettori in occasione del 1° marzo, Prima giornata europea dello sciopero degli stranieri)

Prevedere i cataclismi non basta più


1/3/2010

LUCA MERCALLI

Esposta sull’Atlantico, la Vendée è stato il dipartimento francese più martoriato dalla tempesta «Xynthia», così battezzata dall’Istituto di Meteorologia dell’Università di Berlino. Vi si sono contate 29 vittime, annegate nel corso delle repentine inondazioni causate da pioggia e ondate oceaniche in periodo di alta marea.

Il vento a oltre 150 chilometri orari, con una raffica di 242 km orari al Pic du Midi, sui Pirenei, ha poi portato il tragico bilancio francese ad almeno 45 morti sommando i vari incidenti negli altri dipartimenti, in particolare a causa di caduta di alberi e detriti, ma aggiungendo le vittime in Portogallo, Spagna, Belgio e Germania il totale assomma a 57.

Sono cifre ancora provvisorie, ma che rendono «Xynthia» la peggior tempesta a colpire l'Europa occidentale dopo «Lothar» e «Martin» i due uragani in rapida sequenza del 26-28 dicembre 1999, che fecero registrare venti fino a 170 km/ora su Parigi e causarono una novantina di vittime. Che il cuore della vecchia Europa venga colpito così profondamente da poche ore di vento forte lascia sempre senza parole ma non dobbiamo dimenticare che questi fenomeni meteorologici - cicloni delle medie latitudini che non hanno nulla a che vedere con gli uragani tropicali - sono piuttosto frequenti al di là delle Alpi: prima di Lothar la memoria va a «Vivian» che il 27 febbraio 1990 colpì Francia e Svizzera e poi alla burrasca del 15 ottobre 1987, quando le raffiche a 180 km/h devastarono Bretagna, Normandia e Inghilterra meridionale, con 34 vittime.

Ma gli archivi conservano traccia di eventi epocali, come quelli del gennaio 1739 e soprattutto la «Great Storm» della fine di novembre del 1703, descritta anche da Daniel Defoe, il peggior disastro meteorologico dell'Inghilterra meridionale e della Manica: tredici navi della flotta di Sua Maestà di ritorno dalla guerra di successione spagnola affondarono, foreste e paesi furono rasi al suolo e il bilancio stimato fu tra le 8000 e le 15000 vittime. Se mettiamo in prospettiva questo evento con la minor popolazione del tempo ci rendiamo conto che dopo tutto la prevenzione e l'allertamento ottengono oggi ben altri risultati.

Grazie alle previsioni offerte dai modelli matematici, Météo France sabato aveva già posto in vigilanza rossa, il massimo grado di pericolo, le regioni francesi poi effettivamente colpite dal fortunale. Navi e aerei non sono stati così coinvolti e milioni di persone si sono attrezzate per resistere al sicuro. Il tributo di vittime residuo si può considerare inevitabile durante un evento di tale portata: rami che cadono, tetti scoperchiati, tegole che volano come proiettili, cartelli pubblicitari, pannelli stradali e pali della luce, incidenti stradali, il rischio zero non si può pretendere.

Tutto sommato le lezioni del dicembre 1999, con gli ulteriori richiami dovuti a «Kyrill» che a metà gennaio 2007 reclamò in Europa centrale 45 morti con venti a 200 km/ora e a «Klaus» che solo un anno fa, dal 23 al 25 gennaio spazzò la Francia meridionale e i Pirenei causando 31 vittime, sembrerebbero aver perfezionato i piani di protezione civile e la prevenzione a lungo termine dei danni. Resta da vedere se questi episodi in futuro potranno presentarsi con maggior frequenza e intensità a causa del riscaldamento globale.

Per ora la statistica non è significativa, secondo lo storico del clima Emmanuel Garnier, dell'università di Caen, dal 1700 al 2000 gli archivi hanno restituito le cronache di almeno 22 tempeste maggiori sulla Francia e questi recenti episodi non possono ancora fornire chiare evidenze di aumento, tuttavia le simulazioni contemplano uno scenario futuro nel quale l'Europa centro-settentrionale potrebbe vedere una crescita di cicloni invernali. Se così fosse è ovvio che il meccanismo di prevenzione deve essere ulteriormente perfezionato, almeno per salvare le vite, mentre per i danni materiali sarà difficile limitare le perdite e il mercato assicurativo dovrà sicuramente evolvere per non fare bancarotta.

Lothar e Martin sono infatti costati all'Europa circa 16 miliardi di euro, di cui solo una dozzina rimborsati dalle assicurazioni, Kyrill è costata circa 5 miliardi di euro, Klaus ha fatto spendere solo alla Francia 1,2 miliardi di euro. Senza contare i disagi per milioni di persone rimasti per giorni senza elettricità e possibilità di riprendere le normali attività lavorative. Mentre oggi si contano dunque i nuovi danni di Xynthia, la civiltà del XXI secolo, anche se dotata di mezzi e conoscenze scientifiche come non mai, si riconosce ancora una volta vulnerabile.

FASTWEB, LA STANGATA


Quando Silvio Scaglia beffò Milano con i soldi della città

di Gianni Barbacetto

Oggi Fastweb e il suo fondatore, Silvio Scaglia, sono alle prese con un grande scandalo e una pesante inchiesta giudiziaria. Ma quando tutto iniziò, tra il 1999 e il 2000, si sentivano solo gli applausi: per l’impresa che prometteva di cablare Milano e poi l’Italia, portando il futuro – cioè telefono e internet superveloce a banda larga – nelle case degli italiani. Pochi, allora, osarono criticare il modo in cui fu fondato l’impero. Tra questi, quel rompiscatole di Basilio Rizzo, il consigliere comunale che fin dai tempi della Milano da bere fa le pulci alle scelte dell’amministrazione. La gloriosa fondazione, lui la chiamò così: “Quel pasticciaccio brutto di via della Signora”. In via della Signora, a un passo dal Duomo, c’era allora la sede dell’Aem, l’azienda energetica municipale, oggi diventata a2a. Lì vide la luce Fastweb.

LA STRANA COPPIA. Personaggi e interpreti: Silvio Scaglia, il manager che dopo aver portato al successo Omnitel (oggi Vodafone), si lancia nel business della banda larga (anche se, detto oggi, sembra un’indelicata ironia). E Francesco Micheli, finanziere musicofilo che non ne sbaglia mai una, dalla scalata Bi-Invest a MiTo. I due, nel 1999, nel pieno della ubriacatura di massa per la new economy, fondano e.Biscom, poi si presentano al Comune di Milano e fanno il colpaccio. Tentano la Stangata, e ci riescono. A Milano nel 1999 c’è già una azienda che senza tanti clamori mediatici ha cominciato a cablare la città. Si chiama Citytel, è una società pubblica, interamente controllata da Aem. Sviluppa una tecnologia messa a punto da Nortel, un colosso canadese delle telecomunicazioni, e ha 80 chilometri di fibra ottica già posata e 400 da posare, attraverso il piano d’illuminazione pubblica della città: è previsto lo scavo delle strade per posare i fili elettrici, accanto a questi si possono mettere le canaline con le fibre ottiche. Ma a palazzo Marino piomba la coppia della Stangata, Scaglia e Micheli. Promettono di diventare “partner tecnologico” del Comune. E di cablare Milano, facendola diventare «come Palo Alto e Stoccolma, le città più cablate del mondo». L’enfasi, in quegli anni di ubriacatura tecnologica, pagava. I buoni rapporti con gli uomini al vertice del Comune, poi, sono determinanti, allora come oggi. La strana coppia conquista il sindaco, Gabriele Albertini. Affascina il suo capo di gabinetto, Aldo Scarselli. Convince il city manager, Stefano Parisi. Persuade il presidente di Aem, Giuliano Zuccoli. E stringe rapporti speciali con un assessore, Sergio Scalpelli.

FIBRA OTTICA. La Stangata prende la forma di un complesso accordo tra i due di e.Biscom e il Comune di Milano. Si formano due società miste: la prima è Metroweb, trasformazione di Citytel, che dovrà posare i cavi; la seconda si chiamerà Fastweb e venderà i servizi sulla rete. Scaglia e Micheli sono minoranza in Metroweb (67 per cento Aem, 33 per cento e.Biscom), ma maggioranza in Fastweb (60 per cento e.Biscom, 40 per cento Aem). Non male, visto che la prima è la società che spende: prevede d’investire 500 miliardi di lire in dieci anni, comincia a stendere 3.200 chilometri di fibra ottica e s’indebita rapidamente per 200 milioni di euro. La seconda, invece, ingrassa.

IL COLPO DEL SECOLO. Scarselli diventa presidente di Metroweb, Zuccoli di Fastweb, Scaglia amministratore delegato di entrambe. L’investimento di Scaglia e Micheli è, tutto sommato, modesto: versano 17 miliardi di lire in Metroweb (per il 33 per cento) e 18 in Fastweb (per il 60). Totale: poco più di 35 miliardi. Intanto la loro creatura, e.Biscom, che in pancia di significativo ha solo le partecipazioni in Metroweb e Fastweb, cresce fino a valere, secondo Merril Lynch, ben 12 mila miliardi. “Il colpo del secolo”, scrive Massimo Mucchetti. Anche perché nella primavera del 2000 i due la quotano in Borsa. Non quotano Fastweb (la società mista), ma la loro creatura e.Biscom. Con la gente che s’accapiglia per poter partecipare al collocamento e fa la fila per comprare le azioni, alla bella cifra di 160 euro l’una. Due milioni e mezzo di richieste, con sorteggio per determinare i 114 mila fortunati vincitori di una lotteria in cui i soldi non si prendono, ma si danno. Con questo bottino, Scaglia e Micheli hanno le liquidità da investire nel business che hanno promesso: rete a fibra ottica, per telefonia, tv e internet ad alta velocità, direttamente a casa. Negli stessi anni, nella Roma di Francesco Rutelli, la spagnola Telefonica fa un accordo con Acea, la società del Comune di Roma omologa di Aem. Ma paga ben di più, una settantina di miliardi, per una quota di minoranza (il 49 per cento) della joint venture per la gestione della rete. A questo punto, a Milano, in consiglio comunale c’è chi comincia a sentire puzza di bruciato: il verde Basilio Rizzo chiede “se il know how e la presenza di Aem abbiano avuto una valutazione congrua”. Micheli risponde che non c’è problema: «Fastweb l’avremmo lanciata anche da soli, e Aem avrebbe dovuto affittarci il cavo, dunque il 40 per cento va bene».

I DEBITI AL PUBBLICO. Come sia andata a finire, si sa. Nel 2003, Fastweb viene acquistata tutta da e.Biscom, Metroweb tutta da Aem. I debiti al pubblico, i soldi al privato. Non solo: a pagare lo scambio è di fatto Aem, che sgancia 37 milioni di euro a Scaglia e Micheli per avere Metroweb e poi versa loro altri 240 milioni, sottoscrivendo un prestito obbligazionario convertibile in azioni e.Biscom. I due maghi prendono i soldi così incassati (277 milioni) e li girano a Aem per impadronirsi di Fastweb, che poi fondano con e.Biscom. Negli anni seguenti, anche Metroweb, che nuota nei debiti, viene venduta: nel 2006, dal nuovo sindaco, Letizia Moratti. Sottoprezzo, a una strana società lussemburghese, la Stirling, che poi si scoprirà molto vicina agli uomini Fastweb.

I FEDELISSIMI. Premiati gli uomini del Comune che hanno fatto l’operazione: Stefano Parisi (il city manager) nel 2004 diventa amministratore delegato e direttore generale della società, e lo è tutt’ora. E Scalpelli (l’assessore amico) già dal 2001 passa a Fastweb come direttore delle relazioni esterne. Fastweb intanto cresce e guadagna. Oggi ha una rete in fibra ottica di nuova generazione che supera i 27 mila chilometri e nel 2008 ha dichiarato ricavi per 1.708 milioni di euro. Dal 2007 è passata a Swisscom. Scaglia ha fatto cassa, vendendo a 47 euro azioni che oggi ne valgono 13. Micheli invece ha divorziato da Scaglia subito dopo la Stangata: “Non ho litigato ma, come diceva Cuccia, apparteniamo a giardini zoologici diversi”.

Scandali, ma che notizia è?




di Furio Colombo

“Una frode colossale” è appena passata sull'Italia, al modo in cui passano le trombe d’aria. Strappano alberi, abbattono case, poi torna la vita e andiamo avanti. A chi mancano esattamente i due miliardi rubati da alcuni abili operatori, che da adesso sono (o stanno per essere) nelle mani dei migliori avvocati del mondo, più la garanzia del processo breve?

Si vede subito, al primo sguardo, che la frode è stata pensata in dimensioni immense, perché diventi impossibile afferrarla. Le parole sono precise, allarmanti. Come sapete, la frode investe intere imprese di primo piano, la tecnologia avanzata e vari livelli di management dai più alti alla media struttura dirigenziale. Coinvolge aziende a catena, holding e controllate, radicate nel tempo e nuove arrivate. Nomi celebri e nomi sconosciuti compongono una lunga lista, come in un’immensa retata. Troppo, per le notizie. Non reggono da una sponda all’altra della settimana, delle televisioni e della comunicazione. A un certo punto il filo si rompe.


Come si rompe? Basta poco – due giorni – e il capo del governo, che è anche capo del capo della Polizia, fa sapere il diretta televisiva (23 febbraio) che “questo è uno stato di polizia” e che “tutto ciò è voluto dalla sinistra che non può tener testa alla “cultura del fare” e perciò sa solo distruggere”. Chi aveva pensato che una maxi-truffa non avesse colore politico, che su di essa sventolava solo la bandiera del truffatore, viene avvisato dal primo ministro che il governo si assume invece la difesa di coloro che hanno recato un immenso danno all’erario con la frode che ha fatto scomparire le tasse dovute.

Il disorientamento è grande; o, meglio, sarebbe grande se i media tenessero duro. Invece, d’ora in poi, è “stop and go”, ovvero c’è notizia – ma sempre meno clamorosa – solo se i giudici parlano, imputano qualche altro reato o qualche altra persona. Ma, come abbiamo detto, la tromba d’aria è passata, restano le immagini degli alberi abbattuti e nient’altro. Infatti ci siamo quasi dimenticati che subito prima della "frode colossale" c'è stato lo "scandalo enorme" del terremoto : le risate notturne sugli appalti, la pioggia incrociata di chiamate, favori, forniture, ingorgo di familiari e parenti che corrono a beneficiare del disastro.

Confusione profonda, imputazioni e nuvole di dubbi intorno allo stimatissimo capo della Protezione Civile Bertolaso, rivolta dei cittadini dell’Aquila. Anche qui c’era stato un autorevole intervento del primo ministro. Aveva esaminato la pesantissima lista di incriminazioni e di reati; aveva subito alzato la testa e ammonito i giudici: “Vergognatevi!”. Quel “vergognatevi!” è servito anche per legare insieme due scandali (mi rendo conto di quanto sia povera e inadeguata questa parola) che formano, invece non solo due diversi fascicoli giudiziari, ma anche due diversi capitoli nella storia della corruzione italiana.

Intendo dire L’Aquila e la Maddalena. In comune ci sono nome e strutture della Protezione Civile Italiana, l’ambiente che i giudici hanno chiamato – in modo cauto ma efficace – “gelatinoso”: contiguità di personaggi, di metodi, di parentele, di affinità elettiva (una strana, misteriosa e tuttora non chiara definizione dei “nostri”: chi sono, tranne i cognati?) e di pagamenti in donne. Ma non vedete che anche la Maddalena – che vuol dire grandi strutture ordinate con futile improvvisazione, cancellate per capriccio e abbandonate a mezza strada e conti pieni (e intanto basta la pioggia a ridurre quel che resta a un paesaggio alla Piranesi, tutto pagato e nessun uso possibile), non vedete che queste notizie sono già scivolate in terza, quarta posizione, tra poco nelle “brevi”, trascinando tutto il vasto scandalo della Protezione Civile nel vuoto del dopo notizia?

Questo non vuol dire che il regime si fidi della scrittura pallida dei media, che sotto i riflettori tende a cancellarsi da sola come il cosiddetto “inchiostro simpatico” di una volta. Infatti, alla vigorosa protesta del capo, che ha dichiarato il suo governo “uno stato di polizia”, all’indignato giudizio sull’azione giudiziaria contro il malaffare Aquila-Maddalena-centro sportivo Salario (l’ammonizione ai giudici “Vergognatevi”) si aggiunge, insieme a pagine e titoli e sarcasmi di giornali e Tg1 del presidente-padrone, la copertina di “Panorama” che adesso è in edicola. Dopo tre numeri e tre copertine in cui il più pesante settimanale politico del Paese si è dedicato esclusivamente a svergognare la compagna di letto del presidente, Patrizia D’Addario (decine di pagine per ventidue giorni), adesso la copertina potrebbe essere il francobollo commemorativo di un’epoca: un paio di manette su sfondi tricolore con questa scritta: “Milano, Firenze, Roma, Palermo, le procure marciano compatte. Tutto alla vigilia del voto”. Ovvero, tutto fabbricato ad arte per interferire nella politica e fermare il governo. Voi direte: ma tutto questo immenso apparato mediatico non imbarazzerà il governo e il principale imputato in caso di sentenza favorevole? Per esempio, il 25 febbraio le sezioni riunite di Corte di Cassazione hanno dichiarato “prescritto” il reato del “corrotto” avvocato Mills, rendendo più difficile la continuazione del processo stralciato a carico del “corruttore” Silvio Berlusconi (cito dalla sentenza del Tribunale di Milano), che non ha risparmiato spese per assicurarsi (cito sempre le carte processuali) una falsa testimonianza. Niente paura. Un impero mediatico serve a qualcosa. D’ora in poi sapremo che Mills è stato assolto (Tg1, 25 febbraio ore 20). E se non c’è corrotto, non c’è corruttore. Se un giudice insisterà nell’accusa, sarà trattato come merita, a reti e testate unificate e non troverete nessuno che lo difenda. Intanto ci serve il corpo dell’oscuro senatore Di Girolamo. Se lo buttano fuori nel Senato se ne vantano fino alle prossime elezioni e cancellano ogni torto fatto alla giustizia. Se non lo buttano fuori dal Senato, aggiungono una medaglia al bandierone del cosiddetto “ garantismo”. Ma quando pensi che tutto il carico sia sistemato nella disastrata stiva della nave "Repubblica Italiana", arriva, d'impeto, nuovo materiale che nessuno, neppure adulatori e cortigiani, sa dove mettere. E' ciò che Berlusconi dice da Torino, calmo e riflessivo, il giorno 25 febbraio: “Il male terribile dell’Italia, la prima patologia, è la magistratura. Questo è il primo male vero della nostra democrazia, della corruzione e del crimine organizzato. Che questi magistrati talebani esistano, che siano forti, che interferiscano con propositi eversivi nella vita democratica è una realtà incontrovertibile".

Sono parole che il primo ministro italiano ha pronunciato proprio mentre l'ex parlamentare avvocato Fragalà stava morendo, ucciso a bastonate, davanti al palazzo di giustizia di Palermo. Rimpiango che, in uno scatto di normalità, l'Associazione Magistrati abbia espresso la sua indignazione. In questo modo si potrà usare di nuovo la frase terribile: “Tutti devono fare un passo indietro e abbassare i toni”. E l'altra frase terribile: “Queste cose accadono perché tardiamo a fare insieme le riforme”. Credo che sia vero il contrario. O tutta l’opposizione si stacca e si contrappone (con la parte pulita della destra non al servizio del principale, con tutta la folla del popolo viola che c'era ieri a Roma, in nome di una estrema emergenza) o la nuova pericolosa avventura sarà tutti contro la politica. E nessuno vorrà far distinzione per chi un tempo era o diceva di essere democratico e di sinistra.

Quel solito pasticciaccio brutto


1/3/2010

MASSIMO GRAMELLINI

Capitale sciatta, oltre che corrotta. Nazione peggio che infetta: disperata. Quanto succede a Roma in queste ore è lo specchio di un Paese che affoga drammaticamente nel ridicolo.

Cominciamo dal Pdl, che è riuscito nell’impresa di presentare le sue liste al di là dell’orario consentito. L’immane compito era affidato a un ex socialista, tale Alfredo Milioni, visto uscire di corsa dall’ufficio elettorale a mezzogiorno meno un quarto come se avesse dimenticato qualcosa (i simboli, le firme, la trebisonda: non si è ancora capito bene). Ha poi tentato di rientrarvi a tempo scaduto, dopo aver approfittato della pausa-pranzo «pe’ magnà quarcosa». Proprio vero che a volte non basta avere i Milioni. Per colpa sua il primo partito italiano, quello che esprime il presidente del Consiglio e il sindaco di Roma, è stato escluso dalle Competizione nella Capitale e rischia di restare fuori dal Consiglio regionale del Lazio persino nell’eventualità di una vittoria della sua candidata Polverini.

Chissà come sarà contento Berlusconi: se la prende con la burocrazia, ma era entrato in politica con la promessa di portarvi una ventata di efficienza aziendalista e si ritrova a capo di un movimento che non riesce a rispettare neanche le scadenze più banali. Su questo episodio di ordinaria trasandatezza sono già fiorite versioni suggestive: c’è chi narra di un ritardo dovuto a litigi furibondi nella compilazione delle liste (si sa che finiani e berluscones si amano da impazzire), chi di un’azione ostruzionistica da parte dei seguaci «gandhiani» della Bonino, che si sarebbero sdraiati per terra nei corridoi dell’ufficio elettorale pur di impedire a Milioni il raggiungimento dell’agognata meta.

Sono una banda di incapaci», ha sintetizzato il democristiano Rotondi, erede di un partito che poteva anche scannarsi dietro le quinte, ma sapeva presentarsi sempre puntuale all’appuntamento con le poltrone. Naturalmente non sarà facile tenere il Pdl fuori dalle urne, e forse non sarebbe nemmeno giusto nei confronti dei suoi incolpevoli elettori. Così alla fine assisteremo all’ennesimo pasticciaccio brutto, cucinato a colpi di deroghe e leggine. A uscirne sconfitta sarà ancora una volta la credibilità di una classe politica composta da personale che, anche quando non è disonesto, si rivela sconsolatamente mediocre.

Mediocre oppure sprezzante. Volgendo lo sguardo a sinistra, infatti, ci si imbatte nella scelta di dubbio gusto di Emma Bonino, che accetta la collaborazione dei terroristi neri Mambro e Fioravanti, rei confessi di numerosi omicidi politici. La Bonino sostiene che i due assassini hanno saldato il loro debito con la società. Ma una cosa è la legge, un’altra è, o dovrebbe essere, la sensibilità di un leader. Nessuna norma può impedire a chi sparava alla gente di collaborare alla campagna elettorale di Emma Bonino. Dovrebbe essere la stessa Bonino a impedirlo. Perché chi ha commesso reati di sangue può tornare in libertà dopo aver scontato la pena, ma non occuparsi attivamente di politica, neanche da posizione defilata: è una forma di elementare rispetto nei confronti dei familiari delle vittime. Nessuno tocchi Caino, va bene: ma almeno non fatecelo trovare nel retropalco dei comizi.

Riassumendo: a Roma gli elettori del Pdl non sanno neppure se potranno votarlo, mentre gli elettori del Pd si scoprono a braccetto con i terroristi di destra. Se aggiungiamo queste delizie alle truffe e alle ruberie che stanno trasformando la lettura dei giornali in un percorso di guerra, si può ben dire che la politica abbia messo inconsapevolmente in atto una delle più massicce campagne di astensionismo della storia.

Pagheranno solo i pesci piccoli (e senza amici)


LE NORME IDEATE DAL GOVERNO COLPISCONO SOLO I POLITICI DI BASE, CON UNA SCAPPATOIA: FARSI ELEGGERE IN PARLAMENTO

di Bruno Tinti

Adesso io capisco che bisogna pensare positivo e che l’ottimismo della volontà deve prevalere sul pessimismo della ragione. Però dovete convenire con me che una legge anticorruzione elaborata da un governo che ha come presidente del Consiglio B suona convincente come un’ode all’amore coniugale cantata da Barbablù.

Sicché…

Domanda n. 1: perché aumentare le pene per i reati contro la Pubblica Amministrazione è solo fumo negli occhi?

Risposta: perché, se aboliscono le intercettazioni telefoniche, di questi reati non se ne scopre manco uno; e, se approvano il processo breve e il legittimo impedimento (per deputati, senatori e quanti altri riusciranno a imbarcarsi sulla scialuppa di salvataggio), di processi per questi reati non se ne fa più manco uno; e, se ripristinano l’autorizzazione a procedere per i parlamentari, di processi per questi reati commessi da deputati e senatori non se ne fa più manco uno.

Così, già che c’erano, potevano anche esagerare: “Tutti i reati contro la pubblica amministrazione sono puniti con l’ergastolo”; magari qualcuno ci avrebbe anche creduto.

Domanda n. 2: perché sono stati aumentati i reati che, se accertati con sentenza di condanna definitiva, impediscono la candidatura a presidente della provincia, sindaco, assessore, consigliere provinciale e comunale; presidente e componente del consiglio circoscrizionale; presidente e componente del consiglio di amministrazione dei consorzi; presidente e componente dei consigli e delle giunte delle unioni di comuni; consigliere di amministrazione; presidente e componente degli organi delle comunità montane? E perché invece non è previsto nemmeno uno straccio di incompatibilità tra la condanna penale per uno di questi reati (da quelli contro la Pubblica Amministrazione a quelli di terrorismo) e la candidatura a deputato o senatore; e, naturalmente, a ricoprire la carica di presidente del Consiglio dei ministri, ministro e sottosegretario? E perché nemmeno è previsto che i condannati già eletti in Parlamento vengano “dimissionati” da domani (veramente dovevano esserlo da ieri)?

Risposta: perché far volare gli stracci piccoli è sempre meglio che far volare quelli grossi. E poi perché il politico delinquente di base, quello che opera sul territorio, che tanti favori ha reso al partito e ai suoi amici più altolocati, può sempre essere premiato con l’elezione (beh, non esageriamo, con la nomina da parte degli amici riconoscenti) in Parlamento: sindaco no; ma senatore sì. Così, oltre alla progressione in carriera, godrà di tutti gli optional, quelli più vecchi e quelli più recenti: no arresto, no perquisizione, no intercettazioni (i vecchi); legittimo impedimento, autorizzazione a procedere e, magari, perfino il futuro Lodo Alfano Costituzionalizzato (i nuovi).

Domanda n. 3: perché B&C ci prendono tutti per handicappati disposti a bersi ogni trovata pubblicitaria?

Risposta: perché è vero. Non fosse così, il ricambio della classe dirigente italiana sarebbe avvenuto (davvero e non per finta) tra il 1992 e il 1994. Magari qualcuno non se lo ricorda: era il tempo di Mani Pulite.

Gli scandali uccidono il senso dello Stato

1/3/2010

FERDINANDO CAMON

E’interessante sentire la lettura che il popolo fa del maxi-scandalo del riciclaggio: basta ascoltare i clienti dei bar. Non sanno niente di caroselli, elezioni all’estero, voti per posta. Ma nel bar ci sono 4-5 giornali, e le prime 3-4 pagine hanno le stesse frasi, le stesse foto, gli stessi titoli. Io porto la mia mazzetta, e la lascio circolare. Quando mi riportano un giornale, lo confesso, li interrogo. I clienti commentano con sarcasmo. Non so quanti milioni di italiani entrino in un giorno nei bar, ma sono milioni di italiani nei quali s’infiltra il sospetto che lo Stato non solo non stia vincendo la guerra contro la criminalità, ma non la stia nemmeno combattendo.

Vedono un politico che dichiara: «Mai conosciuta la ‘ndrangheta», e accanto c’è la foto di lui con un boss. La gente sghignazza. È un autosghignazzo: l’italiano da bar disprezza il corrotto ma compatisce se stesso, la propria impotenza. Noi non possiamo farci niente, chi può farci qualcosa è lo Stato, ma lo Stato sta dall’altra parte. Siamo traditi. Il maxiscandalo è per la gente un tradimento dello Stato.

Un titoletto dice: «Riciclatore prima che senatore». Il messaggio è chiaro: è un senatore perché era un riciclatore. Vuoi far politica? Sii disonesto. Carriera e disonestà sono sinonimi.

Il riciclaggio ammonta a due miliardi di euro, ma i clienti traducono: quattromila miliardi di lire. Così fa più impressione. Il confronto è sempre col proprio stipendietto, sopra o sotto i mille euro. Io, sbarcare il lunario. Loro sbarcano sulla luna.

Nelle intercettazioni il supposto corrotto «si vanta di aver affittato ufficiali e militari della Finanza», per fare «affari tranquilli». La parola che rode il cervello è «affittato». Questo «affitta» finanzieri. La Finanza è un’auto a noleggio. Servitori dello Stato in vendita. Allora lo Stato t’imbroglia: Legge, Giustizia, Politica sono gli strumenti con i quali frega te e i tuoi figli. In conclusione: pagare le tasse? «Conti correnti su decine e decine di banche»: tu ne hai uno solo, ne avevi due ma li hai unificati perché ognuno costa 5 euro al mese. Con 5 euro ti paghi 5 caffè. Le banche non sono di tutti i clienti, sono di questi clienti qua. Puoi fidarti delle banche?

La ‘ndrangheta raccoglie voti nelle case dei poveracci emigrati in Germania, e l'inviato dice che quelle case gli fanno «schifo». I voti no. Il votato da quei voti dovrebbe far gl’interessi di quei votanti. Ma come può, se gli fanno schifo? Avrà pure il diritto di non vomitare.

«L’ambasciatore si adoperava a procurargli falsi documenti»: se sei all’estero e hai bisogno di una pratica, vai alla tua ambasciata e ti senti un pezzente alla corte del re: rompi le scatole. Questo chiede documenti falsi e l’ambasciatore muove le chiappe. Sono ambasciate d’Italia o della mafia?

Stravotato all’estero, in Italia è «un perfetto sconosciuto». Ma tanti voti non significano tanta popolarità? Noo? Significano tanta mafia? «Ascoltami testa di c…, tu puoi anche diventare presidente della Repubblica ma resti il mio schiavo»: il cliente del bar legge la frase ad alta voce. Un boss parla a un senatore: il parlamentare fa le leggi ma è schiavo. Quindi fa le leggi per il suo padrone. La ‘ndrangheta.

La ‘ndrangheta: una sera sì e l’altra pure, sentiamo ai tg i tremendi colpi inferti alla mafia: pare sgretolata. E tu ci credi? Non è che invece si moltiplica? Domani ti suonano il campanello e ti chiedono il pizzo.

«Ascolta amico, il Fioravanti e la Mambro li ho tirati fuori io, li ho aiutati economicamente», ma non erano ergastolani? Non diciamo sempre: «Sbatterli in galera e buttar via la chiave?». Invece questi la chiave se la mettono in tasca, e la tirano fuori quando vogliono.

Cos’è che tagliano a fette, al bar, ogni mattina, le lingue del popolo? Il Pdl? La Politica? La Giustizia? Di più: con questi scandali si uccide nel popolo il senso dello Stato.

fercamon@alice.it

C’è mafia e mafia


di Marco Travaglio

Solidarizzare col senatore Di Girolamo sarebbe eccessivo. Ma condividere il suo stupore per lo sdegno generale che lo circonda, anche tra gli alleati e i presunti oppositori del Pd che due anni fa l’avevano salvato dall’arresto (unici contrari gli Idv) e ora lo vogliono cacciare, questo sì, si può fare.

Non si comprende la differenza fra il suo caso, che ha portato persino Berlusconi a scaricarlo, e quelli di Dell’Utri e Cuffaro. Anzi l’unica differenza è a suo favore: Dell’Utri è stato condannato in primo grado per mafia, Cuffaro in appello per favoreggiamento alla mafia, Di Girolamo non ancora. Ha “solo” un mandato di cattura per rapporti con la ‘ndrangheta. Come Cosentino, che però starebbe con la camorra e dunque resta sottosegretario.

Si dirà: Di Girolamo è stato fotografato con un boss e le cosche votavano per lui. Ma vale pure per Cuffaro, che fu filmato con due medici mafiosi: Vincenzo Greco, condannato per aver curato il killer di don Puglisi, e Salvatore Aragona, condannato per aver fornito un alibi falso al boss Enzo Brusca. Entrambi legatissimi al boss Giuseppe Guttadauro, che Cuffaro fece avvertire delle microspie a casa sua.

Per Dell’Utri c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Dal 1974 e il ‘76 infila un mafioso, Vittorio Mangano, in casa di Berlusconi: assunzione suggellata – scrive il Tribunale di Palermo – da un incontro a Milano fra il Cavaliere, Dell’Utri e i boss Bontate, Teresi e Di Carlo.

Nel 1976 partecipa – l’ammette lui stesso – al compleanno del boss catanese Antonino Calderone, insieme ai mafiosi Mangano, Nino e Gaetano Grado.

Nel ’77 va a lavorare per Filippo Rapisarda, legato a mafiosi come Vito Ciancimino e il clan Cuntrera-Caruana.

Nel 1980 partecipa – l’ammette lui stesso – a Londra alle nozze di Jimmy Fauci - pregiudicato siciliano legato ai Caruana, addetto al traffico di droga fra Italia, Gran Bretagna e Canada - con i mafiosi Di Carlo, Teresi e Cinà.

Nel 1992 il boss di Trapani, Vincenzo Virga, minaccia l’imprenditore Garraffa per perorare la causa di un presunto credito in nero reclamato da Dell’Utri (Virga e Dell’Utri si salveranno grazie alla prescrizione del reato di minacce gravi). Intanto Dell’Utri ottiene un provino al Milan per Gaetano D’Agostino, figlio di un complice dei Graviano.

Nel 1993, mentre lavora al progetto Forza Italia, Dell’utri s’interessa al movimento mafioso “Sicilia Libera”: i suoi contatti con uno dei fondatori, il principe Napoleone Orsini, risultano da agende e tabulati. In novembre ancora le sue agende rivelano due incontri a Milano, nella sede di Publitalia, con Mangano, appena uscito da 11 anni di galera per mafia e traffico di droga.

Nel 1998 la Dia fotografa Natale Sartori (socio della figlia di Mangano in alcune cooperative di pulizie) mentre rende visita al neodeputato Dell’Utri. Pochi mesi dopo la Dia filma un incontro a Rimini fra Dell’Utri e un falso pentito, Pino Chiofalo, che organizza un complotto contro i pentiti veri.

Nel ‘99 Dell’Utri si candida al Parlamento europeo: un fedelissimo di Provenzano intercettato in un’autoscuola raccomanda ai picciotti di votare per lui: “Dobbiamo portare e aiutare Dell’Utri, sennò lo fottono. Se sale alle Europee non lo tocca più nessuno…‘sti sbirri non gli danno pace”.

Nel 2001, vigilia delle politiche, il boss Guttadauro parla con Aragona: “Con Dell’Utri bisogna parlare, alle elezioni ’99 ha preso impegni (col boss Capizzi, ndr) e poi non s’è fatto più vedere”. Aragona: “Io sono stato invitato al Circolo, sede culturale di Dell’Utri in una biblioteca famosa”.

Nel 2003 Vito Palazzolo, boss latitante in Sudafrica, contatta Dell’Utri tramite intermediari (tra cui la moglie) perché prema sul governo Berlusconi per sistemare i suoi guai giudiziari.

Di Girolamo, al confronto, è un principiante. Ma ha un grave torto: “L’ha portato An”, dice il Banana, dunque l’inchiesta non è talebana né a orologeria: “È una cosa seria”.

Ha sbagliato partito e soprattutto banda: se stava con la mafia o con la camorra, come minimo sarebbe sottosegretario.

"Wanted Travaglio", la destra ha scelto è lui il super-nemico


MICHELE BRAMBILLA

L’ossessione della sinistra, da anni, è Silvio Berlusconi. Quella della destra, da qualche tempo a questa parte, è Marco Travaglio. Il quale ieri ha avuto l’onore dell’accoppiata di prime pagine: fotone sul Giornale («Travaglio vuole la pulizia etnica») e vignettone su Libero («E tre: la banda Travaglio non perdona Santoro»). Non è una novità. Sul sito del Giornale, se cerchi articoli che parlino di Marco Travaglio, te ne escono 2.480. Su quello di Libero solo 176, ma la differenza si spiega forse anche con il fatto che Filippo Facci, l’anti-Travaglio che scrive del suo nemico con una regolarità che pare ordinata dal medico, è da poco passato, appunto, dal Giornale a Libero. La campagna in corso è testimoniata anche dalla quantità di siti, di blog, di social network che ne parlano. Google, alla voce «Travaglio e il Giornale», dà 193.000 risultati; alla voce «Travaglio e Facci» 46.600; alla voce «Travaglio e Libero» 603 mila. E’ vero che «libero» può anche essere un aggettivo e che «travaglio» è pure la fase che precede il parto: ma, insomma, l’oceano di parole messe in rete sullo scontro è evidente. Neutralizzato (più dalla sinistra che dalla destra) Cofferati - che dieci anni fa era l’incubo di Berlusconi -, tramontato Prodi, abortito il pericolo Veltroni, passato ormai dietro le quinte D’Alema, ora il bersaglio numero uno è dunque Travaglio. Con chi prendersela, d’altra parte? Bersani ha un faccione troppo bonario e rassicurante, a destra pensano che sia come un tortellone e che prendersela con lui sarebbe come sparare sulla Croce Rossa. Santoro? Da qualche giorno viene considerato quasi come un alleato. Ci sarebbe Di Pietro, è vero: ma forse ormai su di lui è stato detto proprio tutto.

Ma sì: le «attenzioni» nei confronti di Travaglio hanno superato perfino quelle su Di Pietro. Caso abbastanza singolare, il nemico numero uno non è un politico ma un giornalista. Un po’ come quello che accade negli Stati Uniti per Rush Limbaugh, il conduttore di uno show radiofonico che ogni giorno riversa ogni possibile anatema contro Obama e il «politically correct»: i democratici temono più lui che Sarah Palin e tutti i politici repubblicani messi insieme. Ecco: Travaglio sta alla destra italiana come Limbaugh sta ai democratici americani. Facci lo chiama «Marco Pendaglio»; Feltri «Marcio Travaglio», ma a onor del vero in questo caso si tratta di una risposta al «Littorio Feltri» usato da Travaglio. Il quale a Facci risponde invece senza citarlo mai per nome, lo chiama «quello con le mèches», e Facci va in bestia, qualche giorno fa ha mandato a Dagospia una sua foto da bambino per dimostrare che era biondo già allora, e quindi che non si tinge i capelli, giammai. Che scontri, accidenti. Vittorio Feltri però chiarisce che come in tutti i duelli ci sono regole e rispetto per l’avversario. «Travaglio - dice - fa il suo mestiere e lo fa bene. Sa scrivere e non è uno sciocco. La sua battaglia è legittima e io non ho nulla da eccepire. L’unica cosa è che il nostro vicedirettore Nicola Porro è andato ad Annozero, ha detto una cosa senza alcuna acrimonia e Travaglio ha reagito rivelando il lato deplorevole del suo modo di fare: mettere a tacere chi la pensa diversamente dandogli del servo, del killer, della merda. Per questo abbiamo reagito. Ma fa parte del gioco». Il direttore del Giornale accetta anche l’editoriale che Travaglio proprio ieri gli ha dedicato su Il Fatto («Feltri, l’arma letale»): «Un pezzo che sta anche in piedi, ma poi lui finisce sempre per insultare». E assicura: «Non ho alcuna ossessione Travaglio. Pericoloso? Per me non è pericolosa neanche la sinistra, figuriamoci lui. Fa il suo mestiere, e siamo in democrazia». «E’ pericoloso», dice invece Maurizio Belpietro. Più di Bersani? «Non c’è ombra di dubbio». Più di Di Pietro? «Rischia di superarlo».

Fa paura il seguito, di Travaglio: «La sua penetrazione nella rete è fortissima - dice il direttore di Libero -. Lui è quello che fornisce le argomentazioni al giustizialismo, ha creato un movimento, anzi una setta. I suoi fedeli gli credono ciecamente, vanno a teatro a sentirlo e si abbeverano. Si è circondato di un’aura di sacralità per cui non è più possibile neppure criticarlo». Davvero ha tutto questo potere? «Ma certo. Il servizio pubblico gli ha appaltato cinque minuti in prima serata in cui lui può dire tutto ciò che vuole senza contraddittorio. Neanche Biagi in tv aveva tanto potere: Biagi faceva informazione, Travaglio fa editoriali. Ci si è scandalizzati per gli editoriali di Minzolini, che ne avrà fatti cinque o sei, quando Travaglio ne fa uno ogni sette giorni. La sua violenza verbale è un’anomalia del servizio pubblico, anzi di tutta la tv». Opinioni largamente condivise dai lettori di Belpietro. Ogni volta che Libero mette Travaglio in prima pagina, le vendite si impennano. E’ proprio vero, dunque, che «per proporsi bisogna opporsi»: al proprio popolo c’è sempre bisogno di indicare un nemico. Vale per la sinistra con Berlusconi, vale per la destra con Travaglio. Comunque, tanti nemici tanto onore: «Da un lato - se la ride Travaglio - mi incuriosisce che gli organi del partito dell’amore riversino tanto odio contro di me. Dall’altro mi preoccupo per loro, vuol dire che hanno problemi di fegato».