sabato 2 aprile 2011

Lampedusa, su migranti Berlusconi non mantiene la promessa


Le 60 ore sono scadute. Il premier corregge il tiro: "Isola libera entro domani sera". Ma in tremila sono ancora lì. E molti di quelli trasferiti a Manduria sono scappati. Intanto il Cavaliere annuncia: "Sì ai permessi temporanei così possono raggiungere i familiari negli altri paesi"

Tempo scaduto. Berlusconi invoca i supplementari: “Domani, domani”. Come a Malpensa per la crisi Alitalia, a Napoli per l’emergenza rifiuti e a l’Aquila per la ricostruzione post terremoto anche Lampedusa si aggiunge all’elenco delle promesse vane del premier. Le sessanta ore entro cui Berlusconi avrebbe “liberato” l’isola sono passate. E gli immigrati sono ancora lì. Come la villa due Palme, che rimane ai vecchi proprietari. Il Cavaliere aveva annunciato di aver acquistato casa sull’isola. Ma in 24 ore l’affare è sfumato: il contratto non ha avuto seguito. Ai lampedusiani non rimane che sperare nel Casinò, nel veder trasformato il centro in una Portofino del sud e nel premio Nobel per la pace che Berlusconi gli ha promesso. Oltre alla benzina quasi gratis e alla moratoria fiscale. Considerata la media degli annunci del premier poi caduti nel nulla sanno che c’è poco da sperare. Anche se oggi il premier ha rinnovato l’impegno scaduto: “Entro domani sera Lampedusa sarà ridata ai suoi cittadini”. E corregge la mira. Gli immigrati dovevano essere tutti rimpatriati? Ora, annuncia, “a chi ha i requisiti sarà concesso un permesso temporaneo così da potersi ricongiungere con i familiari presenti negli altri paesi Ue”.

Pensare che mercoledì, quando arrivò sull’isola per rassicurare i residenti, il Cavaliere era apparso convincente. Tanto da strappare qualche applauso. “Il presidente del Consiglio ha il vezzo di risolvere i problemi”, aveva detto. “Entro 48-60 ore riporteremo tutti i migranti nei centri di accoglienza sparsi per il territorio nazionale e Lampedusa sarà abitata solo dai lampedusani”. Le 60 ore sono passate. L’isola è ancora piena di immigrati. Vero è che le operazioni sono rallentate a causa del mare grosso e del forte vento che non permette alle navi di attraccare, e che circa quattromila tunisini sono stati allontanati dall’isola. Ma sono stati sparpagliati ovunque in l’Italia. Spostando il problema. In provincia di Taranto, ad esempio. A Manduria è stata allestita una tendopoli temporanea che ha accolto tremila immigrati. E’ diventata teatro di una clamorosa fuga di massa: ne sono rimasti 500, gli altri sono scappati. Senza alcuna difficoltà.

Le altre promesse? Verrà svuotato il centro di accoglienza e ci sarà sempre una nave attraccata al porto pronta a imbarcare i migranti che via via arriveranno; l’Italia comprerà i pescherecci nordafricani per evitare che vengano usati dai trafficanti di migranti; verrà concessa una moratoria fiscale, bancaria e finanziaria; l’Eni fornirà ai pescatori benzina a basso prezzo e il primo carico sarà gratuito; spot a spese del governo da far realizzare a Rai e Mediaset per il rilancio del turismo; si aprirà un casinò, poi arriverà un campo da golf e una nuova scuola; Lampedusa diventerà una zona a burocrazia zero e verrà chiesta a Bruxelles l’istituzione di una zona franca nella quale non si paghino tasse per i prodotti importati ed esportati; sarà semplificato al massimo l’iter per aprire un ristorante o un negozio; il governo sosterrà la candidatura al premio Nobel per la pace a Lampedusa. Per citarne alcune. I lampedusiani hanno applaudito, ringraziato e salutato. Ma oggi si sono svegliati con le strade occupate dagli immigrati: quasi in tremila sono al porto in attesa delle navi promesse. Che ancora non arrivano.

Berlusconi nel frattempo stamani è partito in elicottero da Roma per raggiungere Milano dove staserà assisterà al derby Milan-Inter, passando per la sua residenza sarda. Ritenendo risolta la questione di Lampedusa giovedì si è poi concentrato sui problemi della maggioranza. Rimandando tutto a martedì: voto sul processo breve, conflitto di attribuzione per il processo Ruby per cui è rinviato a giudizio e mercoledì 6 deve presentarsi in tribunale a Milano. Ma anche le grane interne al Pdl. Con il “caso La Russa” che, per quanto possa risolversi con un richiamo da parte della Giunta parlamentare, ha mostrato con evidenza tutti i disagi interni alla maggioranza, con Claudio Scajola che ha colto l’occasione per aprire la fronda e spingere per “cacciare” il ministro della Difesa dal gruppo dei coordinatori del partito e i Responsabili che battono cassa minacciando di non sostenere i passaggi della prescrizione breve e del conflitto di attribuzione. Ci sono poi gli attriti con la Lega, il senatur un giorno sì e l’altro pure è critico nei confronti del premier ed è disposto a sostenere un esecutivo di transazione alternativo.

Una situazione complessa che preoccupa non poco il Capo dello Stato. Giorgio Napolitano giovedì ha convocato tutti i partiti invitandoli a moderare i toni e, secondo quanto riferito da alcuni esponenti politici, al Quirinale si sta valutando la possibilità di individuare una maggioranza governativa alternativa, in vista di eventuali elezioni anticipate. Ma di tutto questo Berlusconi non se ne preoccupa. Anzi. “Si andrà avanti con la legislatura fino al 2013, non c’è alcuna crisi all’orizzonte”, ha ripetuto oggi. “Il presidente della Repubblica non si sarebbe mai permesso di minacciare lo scioglimento delle Camere”. Piuttosto, dice, “Napolitano si è mosso pienamente in armonia con i poteri che la Costituzione gli assegna”. Il suo “intervento è stato contenuto, felpato. Certo preoccupato per quel che è accaduto a Montecitorio. Ma non ha rivolto nessun ultimatum”, ha garantito. Insomma, nessun problema.

Fukushima, contaminata la falda L'appello disperato del sindaco


PIETRO DEL RE

TOKYO - Il peggio è forse già accaduto, a prescindere da quanto sostiene l'azienda che gestisce la centrale nucleare di Fukushima. In altre parole, è verosimile che la falda acquifera sottostante all'area degli impianti sia già stata contaminata da materiale radioattivo, anche se a riguardo la Tepco aveva fornito dati che potevano sembrare aberranti. A dirlo è stato Hidehiko Nishiyama, portavoce dell'Agenzia per la sicurezza nucleare giapponese, auspicando nuove misure della quantità di Iodio radioattivo rinvenuta nella falda, inizialmente valutata dalla Tepco pari a 10.000 volte i limiti legali.

LE IMMAGINI: LA CENTRALE VISTA DAI DRONI


L'abnorme presenza di Iodio 131 è stata confermata nella falda, così come di tellurio, molibdeno e zirconio. Roberto Mezzanotte, già direttore del Dipartimento delle Scienze nucleari dell'Ispra, azzarda l'ipotesi seguente: "A Fukushima, che si trova a poche decine di metri dal Pacifico, la falda è piuttosto superficiale. È perciò probabile che l'enorme quantità d'acqua usata per raffreddare il reattore 1 vi sia poi penetrata attraverso una qualche via d'uscita, così com'è anche defluita nel mare". Non dovrebbe quindi essere finito il nocciolo stesso nella falda acquifera, o quanto meno non ancora, bensì l'acqua che è entrata in contatto con lui, caricandosi di particelle radioattive.

"Siamo abbandonati a noi stessi, e rischiamo di morire di fame". Comincia così il drammatico appello lanciato su YouTube da Katsunobu Sakurai, sindaco di Minamisoma, una città nella zona compresa nell'anello fra i 20 e i 30 chilometri di distanza dalla centrale danneggiata. Ora, se l'area nel raggio di 20 chilometri è stata interamente evacuata, in quella dei successivi dieci chilometri agli abitanti è stato solo suggerito di evacuare altrove, altrimenti devono rispettare l'ordine di rimanere chiusi in casa. Il sindaco accusa il governo di Tokyo e la Tepco di non fornire informazioni sufficienti, di non provvedere agli approvvigionamenti dei beni di prima necessità e di non fornire neanche i mezzi necessari a chi volesse andare via ma non ha un'auto per farlo.

L'APPELLO VIDEO DEL SINDACO

Dice ancora il sindaco: "Molti abitanti della zona cercano di fuggire con propri mezzi malgrado il pericolo di radiazioni. A complicare la situazione c'è il fatto che non vi sono più mezzi pubblici funzionanti". In questo filmato di una decina di minuti e sottotitolato in inglese, il primo cittadino spiega anche come i volontari e gli operatori che consegnano gli aiuti umanitari sono costretti a entrare in città a proprio rischio e pericolo. "Perciò, da un giorno all'altro, molti di noi possono davvero ritrovarsi senza più nulla da mangiare".

Ieri, intanto, allo scopo di tranquillizzare la popolazione, il premier Naoto Kan ha detto che seguendo i consigli delle autorità i giapponesi non correranno alcun rischio di essere esposti a livelli pericolosi di radioattività. Kan ha però poi ammesso che "portare la centrale sotto controllo sarà una battaglia lunga e dura. Allo stato, non possiamo dire che la struttura sia stata stabilizzata a sufficienza, ma ci stiamo preparando nel migliore dei modi per portarla sotto controllo".

Il ministero dei Trasporti ha rivelato che lo tsunami dell'11 marzo scorso è arrivato a più di 40 chilometri all'interno delle coste nord-orientali del Giappone, perché l'acqua di mare si è infiltrata nei corso dei fiumi. Il Tone, nella provincia di Chiba, è cresciuto di mezzo metro a 44 chilometri dal suo estuario.

Diventa sempre più concreta l'ipotesi di una parziale nazionalizzazione della Tepco, in previsione dei pesanti oneri che la compagnia dovrà sostenere a seguito dei problemi della centrale nucleare. La più grande utility asiatica dice di possedere l'equivalente di circa 18 miliardi di euro di prestiti d'emergenza concessi dalle principali banche nipponiche per coprire i costi crescenti, ma le richieste di risarcimento potrebbero da sole superare i 96 miliardi di euro.

(01 aprile 2011)

Agli stranieri i nuovi posti di lavoro


LUCA RICOLFI

La situazione a Lampedusa si complica. Il mare grosso impedisce l’arrivo di nuovi migranti, ma anche il trasferimento sul continente delle migliaia di persone sbarcate nelle ultime settimane. Le navi che dovevano assicurare «in 48-60 ore» (parole di Berlusconi) lo sgombero dell’isola non riescono nemmeno ad attraccare, mentre i tunisini ammassati nella tendopoli pugliese di Manduria fuggono (o sono lasciati fuggire?) scavalcando esili reti di recinzione, o passando attraverso varchi lasciati aperti. Quanto alle Regioni che avevano dato la loro disponibilità a gestire i nuovi arrivati, una dopo l’altra fanno marcia indietro, o come minimo costellano di innumerevoli paletti e distinguo la loro volontà di accoglienza: sì ma solo i rifugiati politici, sì ma non nelle tendopoli, sì ma solo se nessun'altra regione si tira indietro.

Bruttissime figure, dunque, sono in arrivo per il governo in generale (l’ennesima promessa tradita) e per la Lega in particolare, pronta a fare la faccia feroce in campagna elettorale, ma impotente - come chiunque - al momento di affrontare il problema dell’immigrazione.
Già, ma qual è il problema? In questi giorni ho sentito
due versioni. Una dice: se l’Europa se ne lava le mani, e noi italiani non riusciamo a rimandarli indietro rapidamente, il segnale di impotenza che inviamo a tutti i disperati del Nord Africa avrà conseguenze catastrofiche, perché i 20 mila migranti di questi mesi (tanti ma non tantissimi) potrebbero rapidamente diventare 50 mila, 500 mila, 1 milione. Per non parlare dei problemi di legalità: uno Stato serio non può accettare che sul proprio territorio circolino o transitino migliaia di persone non identificate, non tutte alla ricerca di un lavoro con cui campare.

C’è anche
una seconda versione, che capita di ascoltare soprattutto in casa leghista: li vogliamo rimandare a casa perché in Italia c’è la crisi, manca il lavoro, e quel poco che c’è non basta nemmeno agli italiani. Insomma, i tunisini li vogliamo mandare via non perché siamo razzisti, ma perché c'è la disoccupazione. La prima versione del problema immigrati - un Paese ha diritto di limitare gli ingressi e far rispettare le leggi - pone un mucchio di problemi morali, giuridici, pratici, ma è comprensibile, al limite del puro buonsenso. Sulla seconda versione, che sottolinea la mancanza di lavoro, ho invece molti dubbi. Sembra logica anch’essa, ma lo è meno di quanto appaia a prima vista.

Giusto ieri l’Istat ha comunicato i dati definitivi sull’andamento dell’occupazione nel 2010, nonché i dati provvisori dei primi due mesi dell’anno. Ebbene, quei dati ci forniscono un quadro del mercato del lavoro tutt’altro che sorprendente per gli studiosi, ma in forte contrasto con molte credenze diffuse nel mondo della politica e dei media. Proviamo a sintetizzare. Nei primi tre anni della crisi, ossia fra la fine del 2007 e la fine del 2010, l’occupazione in Italia è diminuita di circa 400 mila unità (senza contare la cassa integrazione).
Quella variazione, tuttavia, è il saldo fra un crollo dell’occupazione degli italiani, che hanno perso quasi 1 milione di posti di lavoro, e un’esplosione dell’occupazione degli stranieri, che ne hanno conquistati quasi 600 mila. Nel 2007, prima della crisi e dopo quasi vent’anni di immigrazione, gli stranieri occupati in Italia erano circa 1 milione e mezzo, tre anni dopo erano diventati 2 milioni 145 mila, quasi il 40% in più. Un boom di posti di lavoro nel pieno della più grave crisi dal 1929.

Come è possibile? In parte lo sappiamo: gli italiani, pur non essendo molto più istruiti degli stranieri regolarmente residenti in Italia, non sono disposti a fare tutta una serie di lavori che gli stranieri invece accettano. Ma questa non è una novità. La novità è che durante la crisi l’occupazione straniera è esplosa, e continua a crescere a un ritmo elevatissimo. Anche nell’ultimo anno, con i primi timidi segnali di ripresa, gli italiani hanno perso qualcosa come 166 mila posti di lavoro, mentre gli stranieri ne hanno guadagnati ben 179 mila (+9,1%).
È possibile che una parte dei nuovi posti di lavoro siano state semplici regolarizzazioni, soprattutto relative a «badanti» già occupate. Ma questo meccanismo può spiegare solo una parte dell’aumento, visto che - nonostante la drammatica crisi dell’edilizia - l’occupazione degli stranieri maschi è aumentata di quasi il 30% in soli 3 anni, e continua ad aumentare anche in questi mesi.

La realtà, forse, è un’altra, più difficile da digerire per noi italiani. Nella crisi, il nostro sistema produttivo è diventato ancor meno capace di prima di generare posti accettabili per gli italiani. È per questo che gli immigrati regolari stanno lentamente, ma implacabilmente, diventando uno dei segmenti più dinamici e attivi della società italiana, come mostrano l’andamento del tasso di disoccupazione (in calo per gli stranieri ma non per gli italiani), il contributo al Pil, il valore delle rimesse verso i Paesi d’origine, il moltiplicarsi in ogni parte d’Italia delle partite Iva e delle micro-imprese gestite da immigrati: negozi, bar, officine, aziende di trasporti e di servizi. È triste ammetterlo, ma gli stranieri occupati in Italia sono diversi da noi non già perché «loro» sono meno istruiti e meno ricchi, ma perché somigliano a quel che noi stessi eravamo negli Anni 50: un popolo uscito da mille difficoltà e determinato a conquistarsi un futuro a colpi di sacrifici e duro lavoro.

Visto da questa angolatura il problema dell’immigrazione assume contorni un po’ diversi.
Sul versante del mercato del lavoro, il problema dell’Italia - per ora - non è di essere invasa dagli stranieri, ma di essere più adatta agli stranieri che agli italiani. Il nostro guaio non è che gli stranieri ci portano via i posti di lavoro, ma che ci ostiniamo a creare posti che né noi né i nostri figli sono disposti a occupare. Camerieri, pizzaioli, fattorini, autisti, badanti, muratori continuano a servire al sistema Italia. Molto meno ingegneri, tecnici specializzati, ricercatori, tutti mestieri per i quali - se si è davvero bravi - forse è meglio guardare alle opportunità che si creano negli altri Paesi avanzati che sulla scuola, la ricerca e la cultura hanno puntato più di noi.


INCONSAAPEVOLE

Napolitano: così non si va avanti


«Così non si può più andare avanti. Quello che sta accadendo da due giorni alla Camera è uno spettacolo intollerabile, che mette a rischio la credibilità delle istituzioni e sconcerta i cittadini. È il momento in cui ognuno, ogni forza politica, si deve assumere tutte le proprie responsabilità».

È questo, più o meno alla lettera, il cuore del richiamo che il presidente della Repubblica ha rivolto ai primi capigruppo dei partiti convocati d'urgenza ieri sera al Quirinale. Una ricognizione che si dovrebbe chiudere oggi (probabilmente con una nota nella quale il Colle, tra l'altro, renderà pubblici gli impegni raccolti) e che Giorgio Napolitano ha voluto per capire fino in fondo le ragioni di due giornate consecutive di rissa in Parlamento.

È più che preoccupato, il capo dello Stato: è irato fin quasi all'avvilimento e senza parole, davanti a ciò che si è visto a Montecitorio. Dove il livello dello scontro, già aspro da troppo tempo, è aumentato di molti gradi, come l'allarme nucleare in Giappone che di ora in ora tocca soglie sempre più impensabili. Insomma: il Vietnam parlamentare profetizzato da più parti nei mesi scorsi è puntualmente andato in scena. E lui ne sarebbe rimasto a tal punto colpito da minacciare di sciogliere le Camere. Questo è quanto rilanciavano certi boatos - della maggioranza come dell'opposizione - che si sono nevroticamente rincorsi fino a notte. Un azzardo assoluto e, anzi, un'invenzione, replicano dal Quirinale, ricordando che il metodo delle intimidazioni «non appartiene alla cultura politica di Napolitano e al suo stesso stile di uomo delle istituzioni».

Di fatto, si sa che non ci sarebbe bisogno di pronunciare alcun ultimatum, da parte sua. La paralisi delle assemblee legislative, infatti, o anche di una sola di esse, non rientra forse nelle ipotesi (ondeggianti nello spazio di confine tra Costituzione formale e Costituzione materiale) secondo le quali un capo dello Stato può congedare il Parlamento e chiudere in anticipo una legislatura? Ed è pensabile che leader politici, sapendo di decretare attraverso la propria ingovernabilità una sorta di autoscioglimento, non ne tengano conto? Evidentemente la situazione è sfuggita di mano a tutti, e alla maggioranza in particolare. Lo dimostra il modo con cui si è lasciato cadere nel nulla un allerta preciso che il presidente aveva espresso con parole dure ad Angelino Alfano, qualche settimana fa. Questo il suo ragionamento: avete annunciato in pompa magna una «epocale» riforma della giustizia e, al tempo stesso, altri provvedimenti sulla medesima materia. Ora, badate che c'è un rapporto delicato tra la legislazione costituzionale e la legislazione ordinaria: è forte il rischio che le tensioni che possono nascere su questo secondo fronte si riflettano sul primo, quindi dovreste imporvi di procedere con i piedi di piombo se davvero puntate a tentare un dialogo con le altre forze politiche. A quelle riflessioni, il ministro Guardasigilli aveva annuito e assicurato il proprio impegno. Che è però di colpo caduto quando il governo ha messo in cantiere in tutta fretta certi provvedimenti, fondamentali per Silvio Berlusconi, ma destinati a spezzare ogni chance di confronto positivo con le opposizioni (e con la magistratura) sulla riforma. Il provvedimento sulla responsabilità civile dei giudici e, soprattutto, il provvedimento per il processo breve, sul quale si è consumata l'ultima prova di forza alla Camera, le cui traumatiche immagini stanno già rimbalzando sui maggiori network internazionali.

Napolitano le ha viste ieri mattina, quelle immagini, appena rientrato dopo la missione negli Stati Uniti. E ha pensato che la «guerriglia quotidiana» da lui evocata durante un dibattito alla New York University come condizione cronica della nostra politica, ormai va oltre qualsiasi soglia accettabile. Con il pericolo che l'eccesso di partigianeria e faziosità isterica (il fenomeno della hyperpartisanship, come lo descrivono gli studiosi) che «divide i partiti e rende impossibile una normale dialettica», contagi pure la società civile. Un rischio materializzato anche dal presidio stabile di contestatori pronti a urlare slogan e a gettare monetine sui leader di passaggio in piazza Montecitorio. Ecco perché, dopo aver verificato l'ancor più volgare replay di ieri in Aula, il presidente della Repubblica ha deciso di comportarsi come l'arbitro che convoca i capitani di due squadre i cui giocatori hanno perso la ragione. La metafora sportiva non appassionerà più di tanto il presidente (che si è confessato algido sul calcio), ma è questo ciò che sta provando a fare da quando è al Quirinale. «Io penso che si potrebbe costruire, e che sarebbe tempo di cominciare a farlo, non la pace, ma almeno un clima più civile e costruttivo nei rapporti tra governo e opposizione. Però, come la tregua significa cessazione dei combattimenti da ambedue le parti, egualmente la costruzione della pace, o meglio, nel caso nostro, di un clima più pacato, richiede il contributo di tutte e due le parti. Richiede, perlomeno, più senso della misura...». Quando diceva queste cose chiedendo un disarmo bilanciato, erano i giorni del G8 dell'Aquila. Non è cambiato niente, da allora. Se non in peggio.

Marzio Breda
01 aprile 2011

SENZA TITOLO

Deriva pericolosa


Una roba così non era mai successa. Il capo dello Stato che convoca i capigruppo al Quirinale, li mette in riga come scolaretti, gli chiede conto dei fatti e dei misfatti. D'altronde non era mai successo nemmeno il finimondo andato in scena negli ultimi due giorni. Il ministro della Difesa che manda a quel paese il presidente della Camera, quello della Giustizia che giustizia la sua tessera scagliandola contro i banchi dell'Italia dei Valori, quello degli Esteri che lascia la Libia al suo destino per votare un'inversione dell'ordine del giorno in Parlamento. Dall'altro lato della barricata, fra i generali del centrosinistra, contumelie e strepiti, toni roboanti, decibel impazziti. E intanto, nelle valli che circondano il Palazzo, folle rumoreggianti dell'opposizione, lanci di monetine, improperi contro il politico che osa esibire il suo faccione.

Diciamolo: la nostra democrazia parlamentare non è mai stata così fragile. Ed è un bel guaio, nel mese in cui cadono i 150 anni della storia nazionale. Perché uno Stato unito ha bisogno di istituzioni stabili, credibili, forti di un popolo che le sostenga. Ma in Italia la fiducia nelle istituzioni vola rasoterra. Per Eurispes nel 2010 le file dei delusi si sono ingrossate di 22 punti percentuali, per Ispo il 73% dei nostri connazionali disprezza il Parlamento. Colpa dello spettacolo recitato dai partiti, colpa del clima di rissa permanente che ha trasformato le due Camere in un campo di battaglia. Le nazioni muoiono di impercettibili scortesie, diceva Giraudoux.
Nel nostro caso le scortesie sono tangibili e concrete come il giornale lanciato in testa al presidente Fini.

Ma non è soltanto una questione di bon ton, di buona educazione. O meglio, dovremmo cominciare a chiederci per quale ragione i nostri politici siano scesi in guerra. Una risposta c'è:
perché sono logori, perché hanno perso autorevolezza, e allora sperano di recuperarla gonfiando i bicipiti. Sono logori perché il tempo ha consumato perfino il Sacro Romano Impero, e perché il loro impero dura da fin troppo tempo. Guardateli, non c'è bisogno d'elencarne i nomi: sono sempre loro, al più si scambiano poltrona. Stanno lì da quando la seconda Repubblica ha inaugurato i suoi natali, ed è proprio il mancato ricambio delle classi dirigenti la promessa tradita in questo secondo tempo delle nostre istituzioni. Da qui l'urlo continuo, come quello di un insegnante che non sa ottenere il rispetto della classe. Perché se sei autorevole parli a bassa voce; ma loro no, sono soltanto autoritari.

Ma da qui, in conclusione, il protagonismo suo malgrado del capo dello Stato. D'altronde non sarà affatto un caso se l'istituzione più popolare abita sul Colle: dopotutto gli italiani, nonostante la faziosità della politica, sanno ancora esprimere un sentimento di coesione. E il presidente simboleggia per l'appunto l'unità nazionale, così c'è scritto nella nostra Carta. La domanda è: come raggiungerla? Con un ricambio dei signori di partito, con un'iniezione di forze fresche nel corpo infiacchito della Repubblica italiana. Ci penseranno (speriamo) le prossime elezioni. Quanto poi siano lontane, dipenderà dalla capacità di questo Parlamento di mantenere almeno il senso del decoro.

Michele Ainis
01 aprile 2011

venerdì 1 aprile 2011

Glenn Gould - Orlando Gibbons "Fantasy in C major" & "Allemande

NUOVO EDITORIALE DEL DIRETTORE ORMANNI

CAMPAGNA DI PRIMAVERA


L’opposizione manda sotto la maggioranza Tramonta l’ipotesi Aventino: dobbiamo logorarli in aula

di Wanda Marra

“Se ci fossimo ritirati sull’Aventino, il processo breve l’avrebbero approvato in due ore. Questo dovrebbe capirlo anche il Fatto Quotidiano”. Massimo D’Alema, mentre cammina per il Transatlantico, ha il consueto ghigno polemico, ma sprizza soddisfazione. La giornata di ieri viene letta come la dimostrazione plastica che se l’opposizione fa l’opposizione e sta “saldamente” in aula la maggioranza (che i numeri ce li ha a stento, come è sempre più evidente) va in difficoltà. Quella di ieri è cronaca: la maggioranza prima si vede respingere il verbale della seduta di lunedì (quella del “vaffanculo” di La Russa per intendersi) e poi si trova costretta a chiedere il rinvio alla prossima settimana. E dunque, il lìder Maximo sembra uscire in qualche modo vincitore dall’ultimo scontro interno, quello con Rosy Bindi (“Scontro? Sempre esagerati”, dice lui). Martedì nel pieno caos della giornata, la presidente dei Democratici aveva proposto di abbandonare l’aula in blocco, provocando la reazione ironico-contrariata di D’Alema (“Cosa vuoi? Che mi tolga gli occhiali e vada a menarli?”). Ma l’ipotesi di Aventino o addirittura di “dimissioni” (proposta del senatore Ignazio Marino) aveva poi cominciato a farsi strada. Quanto meno come possibilità.

IERI IL CLIMA nel Pd tendeva però decisamente più verso le barricate in aula. “È una discussione demenziale”, tira corto Livia Turco. I sorrisi nel Pd per una volta si sprecano. E l’apparato si sente legittimato dal successo della giornata. “Sull’Aventino ci stanno già le tende”, ironizza il responsabile Giustizia, Andrea Orlando. “Se ci dimettiamo tutti, come facciamo ad avere la garanzia che non ci subentrino i non eletti? E poi, non è detto che il Parlamento non possa funzionare pure a metà”. Rischi, certamente. Ma è pur vero che quando gli si fa notare che il Parlamento è totalmente bloccato e che l’incidenza dell’opposizione è minima ammette: “Certo, è questo il vero problema”. “Dobbiamo combattere fino all’ultima goccia di sangue”, è addirittura epico Roberto Giachetti, che ieri si è fatto notare in prima linea nella battaglia. È stato lui che si è reso conto (insieme al collega dell’Udc, Galletti), in mattinata, che la maggioranza era largamente assente, lui che ha proposto il voto sul processo verbale che ha mandato gli avversari nel panico, li ha costretti a discutere e, una volta andati sotto, a riscriverlo. Ancora, è stato Giachetti che ha chiesto il rinvio in Commissione del processo breve. Richiesta - bocciata per soli due voti - che ha costretto la maggioranza, conscia di non poter garantire continuativamente la presenza in aula, a formulare una controproposta e a chiedere il rinvio del provvedimento alla prossima settimana. Insomma, ieri è stato il giorno della tattica parlamentare, della lotta punto su punto, della guerra di trincea.

PRIMA della ripresa dei lavori dell’aula, alle 15, per quando era prevista la richiesta di rinvio in commissione, circolava un messaggio tra i Democratici, mostrato orgogliosamente da Walter Verini: “Ore 14.55 precise tassativa presenza in aula senza eccezione alcuna”. Il risultato dello sforzo dell’opposizione lo sintetizza il capogruppo del Pd, Dario Franceschini intervenendo in Aula: “In questi due giorni abbiamo assistito a uno spettacolo indecoroso. Prima con un atto di arroganza parlamentare avete fatto la richiesta di inversione dell’ordine del giorno sul processo breve e dopo 24 ore c'è una resa incondizionata del centrodestra sullo stesso provvedimento”. Magari si vince una battaglia, ma niente di più. A farlo notare è di nuovo Ignazio Marino: “L'attività parlamentare è stravolta”. Il quale dunque ripropone: “Dobbiamo dimetterci tutti”. Più per la piazza che per il Parlamento, Marino ieri mattina era presente al sit-in di Montecitorio. Insieme a una Rosy Bindi più pasionaria che mai. La quale peraltro ha dichiarato in un’intervista a Vanity Fair che sarebbe disponibile a candidarsi leader del centrosinistra se il suo partito fosse d’accordo. La Bindi ieri era andata a salutare i manifestanti dopo aver detto a Repubblica che, davanti alla “dittatura della maggioranza”, c’è la necessità di una “reazione straordinaria”. Poi, dopo la giornata di ieri, insiste sulla piazza, ma sull’Aventino cambia idea. O forse si rettifica: “Non ci sono tentazioni 'aventiniane' e il partito non è diviso. Non ho proposto di abbandonare il Parlamento, anche se andrebbe ricordato che in altre occasioni siamo usciti dalle aule parlamentari senza che questo provocasse polemiche”. Quella vincente sarà la strategia di Giuseppe Fioroni? “L’Aventino l’abbiamo fatto una volta e non è finita bene. Dobbiamo continuare così: dimostrare che a Berlusconi l’unica cosa che interessa sono le sue leggi. Far vedere fino in fondo chi è il nostro primo ministro”. Che “cosa ha da rispondere il segretario alla Bindi”, lo chiede Arturo Parisi. Lui, Pierluigi Bersani ribadisce la sua linea: “Presidieremo sia l’aula che le piazze”. Mentre propone alle opposizioni di dar vita a un Osservatorio comune per fronteggiare “l'oscuramento” che il governo si appresterebbe a mettere in atto specie nella Rai.

Fuoco amico su La Russa


di Luca Telese

Il giorno più lungo e più brutto per Ignazio La Russa. E non perché a chiedere le sue dimissioni – dopo il vaffa-show in parlamento - sia un “nemico” come Massimo D’Alema. E nemmeno perché Umberto Bossi ha detto con tono lapidale: “Doveva stare zitto”. E nemmeno perché una interrogazione su una attrice assunta con contratto di collaborazione alla Difesa lo costringa a rispondere su questa consulenza per così dire rosa.

No, quello che mette in difficoltà il ministro, giunti a 48 ore dalla bagarre a Montecitorio che lo ha visto come protagonista è che la polemica non accenna a spegnersi. E che lui si ritrova come bersaglio principale di un “fuoco amico” che non ha il suo epicentro tra gli alleati o tra gli avversari, ma che parte dalle fila dello stesso partito di cui è coordinatore, il Pdl. Quello che sconvolge La Russa e i suoi uomini è che il ministro della Difesa continua ad essere vittima di un fuoco amico. Ieri, attraversare il Transatlantico di Montecitorio era come solcare un campo di battaglia.

CAPANNELLI, dispute, echi di continue polemiche in Transatlantico, giornalisti stretti intorno ai deputati in uscita dall’Aula per capire cosa diavolo fosse accaduto nel cono d’ombra dell’irriferibile, nei corridoi che circondano l’emiciclo dove sono volate parole grosse. Uscendo dall’aula Giorgia Meloni scuote la testa: “Parliamoci chiaro… Tutto quello che sta accadendo non è originato dal discorso di Ignazio. Qualcuno sta giocando sporco perché vuole approfittare di questa polemica per colpirlo”. E quel qualcuno, su cui la Meloni glissa ha un nome e un cognome. L’uomo che si era distaccato dal Pdl, e che quando è tornato lo ha trovato avvolto nella infaticabile rete organizzativa tessuta da La Russa in tutta Italia si chiama Claudio Scajola. Se c’è una cosa che La Russa sa fare, infatti è muovere gli organigrammi promuovere le persone, fare squadra. Di più: la quota del 30% degli incarichi dirigenziali si è molto accresciuta, anche dopo l’uscita dei finiani, facendo perdere posizioni preminenti agli ex di Forza Italia. E così l’altro ieri Scajola era il suo accusatore più acerrimo. Al punto che ieri ha dovuto provare a recuperare, fermando un tentativo di raccolta di firme tra i parlamentari pidiellini per chiedere le sue dimissioni dall’incarico di coordinatore del Pdl e di ministro.

COSÌ L’AFFAIRE La Russa si sta rivelando un vero e proprio guaio per la maggioranza. Anche perché il caos in Aula delle ultime 24 ore ha portato allo slittamento del voto sul processo breve, cioè a quello che Berlusconi considera più vitale per se stesso. E ieri è arrivata la ciliegina sulla torta. Il ministro ha dovuto rispondere ad un’interrogazione caustica del deputato democratico Andrea Sarubbi sulle sue consulenze ministeriali : “Dal 10 marzo di quest’anno – scrive Sarubbi - la soubrette Hoara Borselli è stata assunta nella segreteria del ministro della Difesa La Russa come collaboratrice per i grandi eventi, con particolare riferimento alle manifestazioni del 150/o anniversario dell’Unità nazionale. Certo, sembra un affare: lo stipendio - 16.120 euro annui - non è degno del lungo curriculum della signora che annovera prestigiosi riconoscimenti, che iniziano con il premio Miss Malizia del '92, passano per varie comparsate nel cinema - Panarea, Per favore: strozzate la cicogna - ma soprattutto nel piccolo schermo con la partecipazione a CentoVetrine e Bagaglino, fino alla vittoria di Ballando con le Stelle. Qualche domanda, tuttavia, è lecito porsela”.

A sorpresa La Russa ha risposto con un comunicato ufficiale: “La signora Hoara Borselli, come risulta con totale e assoluta trasparenza dallo stesso sito del ministero della Difesa, è entrata a far parte degli uffici di diretta collaborazione del ministro (previsti per legge nel numero dei componenti e nelle relative retribuzioni) a partire dal 10 marzo scorso e già il giorno 17 ha presentato il concerto della fanfara del Comando artiglieria contraerei dell’Esercito in piazza di Spagna”. Forse un modo per dire che preferisce gli attacchi diretti al “fuoco amico”.

Insulti e grida Il Pdl affonda alla Camera



NON BASTANO I MINISTRI ARRIVATI DI CORSA A MONTECITORIO: PROCESSO BREVE RINVIATO

di Fabrizio d’Esposito

Se questo è un Parlamento. La maggioranza prona ai guai giudiziari del Caimano consegna un’altra pagina vergognosa alla Seconda Repubblica. Uno spettacolo tragico, triste e caotico dopo il “vaffanculo” di mercoledì sera rivolto dal ministro La Russa al presidente della Camera Fini. Dalla bolgia di ieri emerge anche un’immagine di vera barbarie contro una parlamentare del Pd, Ileana Argentin. La Argentin è disabile, partecipa alle sedute su una sedia a rotelle e non può battere le mani per applaudire. Al suo posto, di solito, lo fa un accompagnatore. Ieri, questo ha causato la reazione di un falco berlusconiano, Osvaldo Napoli. Che si è avvicinato alla donna e ha intimato all’assistente di non applaudire. Un leghista, Polledri, ha dato ragione a Napoli e l’opposizione ha fischiato. La Argentin ha protestato: “Io non posso applaudire con le mie mani. Lo faccio con le mani degli altri. Dai banchi, forse della Lega, qualcuno ha gridato: “Handicappata di merda”.

IL SECONDO GIORNO del centrodestra avvitato sul processo breve inizia con un pasticcio surreale, inedito per Montecitorio. A sua volta, un pasticcio che vede al centro un’altra prodezza inedita della storia repubblicana: il “vaffanculo” di un ministro-deputato al presidente della Camera. La seduta si apre con il processo verbale del giorno prima. Ma l’opposizione si accorge che gli insulti di La Russa sono stati nascosti con gli omissis. Si vota. Fini lascia aperto lo scrutinio per una decina di minuti. Il governo sospende la sua riunione e i ministri si precipitano alla Camera per dire sì a un processo verbale (ennesimo inedito di uno spartito fuori dalla realtà). Fini chiude la votazione e si pareggia. Di fatto, il processo verbale viene respinto. La destra si scatena. Un giornale, oppure un fascicolo parlamentare, viene lanciato contro la presidenza. Poi urla e insulti, sempre contro il leader di Fli: “Dimissioni”, “Buffone”, si sente anche uno “Stronzo”. Il protagonista è il Guardasigilli Angelino Alfano, prediletto del Cavaliere. Scaglia contro i banchi dipietristi il suo tesserino parlamentare. L’accusa a Fini è di non aver fatto votare alcuni ministri, pur presenti. Si va avanti con l’esito della riunione dei questori per le sanzioni a La Russa. Aggiornata perché non si sa che cosa fare, per “l’assenza di precedenti sanzioni irrogate a ministri deputati”. La mattinata è quasi terminata. Casini si alza e chiede pure un dibattito sulle dimissioni di Mantovano da sottosegretario all’Interno, per le tendopoli di Manduria: “Nessuno lo ha evidenziato ma è un fatto politico di primo piano”. Altra richiesta: la presenza di Maroni per riferire sugli incidenti all’esterno della Camera dell’altra sera. Caos, bagarre sono termini riduttivi. Fini sospende la seduta. Buvette e ristorante si riempiono. Si va al pomeriggio.

MOLTI DEPUTATI leghisti, con trolley al seguito, decidono di partire. Sono nervosi e incazzati con La Russa. Dicono: “La nostra gente non sta capendo nulla, passiamo per quelli che stanno con i cocainomani”. Il loro malessere è reso pubblico dal Senatùr: “La Russa doveva stare zitto”. E due, dopo il “ministro della Guerra”, copyright Calderoli, sulla crisi libica. I Responsabili, poi, continuano ad avere mal di pancia per l’atteso rimpasto che non arriva mai. Il più noto di loro, Scilipoti, ha partecipato di corsa al voto sul processo verbale dopo che un grido di donna ha squassato il Transatlantico: “Dov’è Scilipoti? Questo Scilipoti ha davvero rotto i coglioni”.

Alle quindici, Fini suona la campanella e la seduta riprende con un colpo di scena. Mercoledì la maggioranza ha fatto l’inversione del giorno per accelerare sul processo breve e ci sono stati le monetine in piazza Montecitorio. Dopo nemmeno ventiquattr’ore si fa marcia indietro. Il capogruppo del Pdl Cicchitto manda avanti il giovane Baldelli che annuncia: “Chiediamo il rinvio a martedì”. Il Pd tenta il blitz per il rinvio in commissione. Non riesce per due voti. La destra s’incarta. Il leghista Reguzzoni vuole andare avanti con gli altri punti all’ordine del giorno, “piccoli comuni” e “comunitaria” nel gergo tecnico dell’aula. Il pidiellino Corsaro chiede altro ancora: “Rinviamo in commissione piccoli comuni e comunitaria”. Chiaro l’obiettivo: riprendere martedì con i due provvedimenti che servono al premier: processo breve e conflitto di attribuzione su Ruby.

QUANDO CORSARO parla, nel cortile di Montecitorio Bossi fuma un sigaro, seduto. Accanto a lui c’è il varesino Giancarlo Giorgetti, di solito gelido e silenzioso. Giorgetti sente Corsaro ed urla come un ossesso: “Ma questo è matto, non esiste una cosa del genere” e corre in aula. Altra sospensione per riunire i capigruppo. I peones del Pdl si sfogano: “Siamo vittime di un autofilibustering. Diamo l’impressione dei ladri che hanno paura di rubare”. “È tutta colpa di Cicchitto, non sa gestire il gruppo e prende ordini da Ghedini”. Non a caso, negli stessi minuti, il Caimano ha convocato un vertice a Palazzo Grazioli con Alfano e Ghedini: “Sul processo verbale si va avanti”. Il rinvio è frutto di varie causa: l’ira leghista, i malumori responsabili, i ritardi provocati dal caso La Russa. Il paradosso è questo: “Se non avessimo fatto l’inversione del giorno, avremmo già finito perché i piccoli comuni sono un provvedimento bipartisan e la comunitaria deve ritornare in commissione Bilancio”. La due giorni del processo breve provoca pure l’intervento del Quirinale. Al Colle arrivano, separati, uno dopo l’altro, i capigruppo parlamentari. A loro Napolitano manifesta sconcerto per le tensioni ed esprime “grande preoccupazione la forma e la sostanza”. In pratica, “la giustizia divide il paese” e il problema sta molto a cuore al capo dello Stato. Si ricomincia martedì. E il processo breve è all’ultimo punto dell’odg. Un capolavoro da dilettanti della porcata.

IL DOLCE STIL NUOVO DELLA CAMERA

PRESCRITTO PER SEMPRE


L’ultima battaglia di B. prevede che l’incensurato che commette reati può farla franca

di Bruno Tinti

Il problema di B., che poi è il problema degli italiani, è che commette reati e che quindi deve (dovrebbe) andare in prigione; e siccome non ci vuole andare, si fa fare, una dopo l’altra, leggi che evitano che ci vada. In questo modo il suo problema è risolto; e comincia quello degli italiani: perché le leggi utili a B. sono utili anche a tanti altri delinquenti che, anche loro, sfangano la prigione. Adesso arriva la prescrizione breve: che è il prodotto di improntitudine, ignoranza giuridica, ignoranza costituzionale e ignoranza organizzativa.

Dell’improntitudine si è già detto: è una legge che serve ad evitare a B. la condanna per corruzione di Mills. Come le altre leggi vergogna, assicurerà la stessa impunità a centinaia di malfattori. B&C: “E chi se ne frega”.

Dell’ignoranza giuridica

LA PRESCRIZIONE serve a misurare il tempo entro il quale lo Stato perde interesse a perseguire chi ha commesso un reato. Naturalmente questo tempo è più o meno lungo a seconda di quanto grave è il reato: per esempio, una truffa si prescrive in 7 anni e mezzo, un omicidio in 26 anni e mezzo. Questo perché l’interesse della collettività alla punizione del colpevole è maggiore quanto più pericoloso per il vivere civile è il delitto commesso. Tanto ciò è evidente che, da sempre, i criteri di calcolo della prescrizione sono collegati alla pena prevista per il reato: maggiore essa è, più lungo è il termine di prescrizione. A questo punto si capisce che calcolare la prescrizione facendo riferimento ad una qualità soggettiva dell’imputato (come è l’incensuratezza) è una bestialità giuridica: le qualità soggettive influiscono sulla quantità di pena da infliggere, non sulla gravità oggettiva del reato e quindi sul termine di prescrizione di esso. Per rendersi conto di quanto stupida sia la cosa, pensate a due assassini: il primo è un incensurato che commette una rapina nel corso della quale ammazza un poliziotto; il secondo è un pregiudicato (furto, frode fiscale, truffa) che, in un impeto d’ira per il tradimento del coniuge, ammazza la moglie (o viceversa, così la parità dei sessi è assicurata). Non vi è dubbio su quale dei due omicidi sia il più odioso (a scanso di equivoci: sono tutti e due reati gravissimi).Eppure, con la nuova legge di B&C, il primo si prescriverebbe in 24 anni e mezzo e il secondo in 26 anni e mezzo: un regalo di 2 anni al più farabutto. Per non parlare del fatto che (ma questo è successo già, vedi B e i suoi processi) si introduce la nuova categoria giuridica del prescritto a vita. Imputato di falso in bilancio: assolto per prescrizione; nuovo processo per corruzione: prescrizione breve(è incensurato) e assoluzione per prescrizione; nuovo processo per frode fiscale: prescrizione breve (è incensurato) e assoluzione per prescrizione; nuovo … etc.

Dell’ignoranza costituzionale

IL PROBLEMA è sempre il solito: l’art. 3, tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Il che vuol dire che, a parità di reato, la prescrizione deve essere uguale per tutti; se una legge dispone diversamente è incostituzionale. E così anche questa prescrizione breve farà la fine delle altre porcherie di regime; come le due leggi Schifani e Alfano sull’impunità, come il legittimo impedimento. Certo che intanto il tempo passa.

Dell’ignoranza organizzativa

B&C HANNO passato molto del poco tempo che gli restava dopo essersi occupati di come evitare la prigione a inventarsi reati nuovi; si capisce, reati che loro non commetteranno mai. Oltre ai reati che già occupavano polizia, giudici e aule di tribunale (nessuno è in grado di contarli, tra codice penale e leggi varie; sappiamo solo che ogni anno arrivano 3.000.000 di processi nuovi) adesso abbiamo anche quelli previsti dalle leggi 4/2011 (Disposizioni in materia di etichettatura e di qualità dei prodotti alimentari), 201/2010 (Combattimento tra animali), 187/2010 (Misure urgenti in materia di sicurezza), 136/2010 (Piano straordinario contro le mafie), 122/2010 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), 94/2009 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica); e mi fermo qui perché la carta assegnatami dal giornale è finita; ma se andiamo indietro negli anni ancora un po’ c’è da mettersi le mani nei capelli. Con un bell’esempio di coerenza, dopo aver incrementato il parco processi e battuto la grancassa con i cittadini, “vedete quanto siamo bravi, pensiamo alla vostra sicurezza”, B&C accorciano la prescrizione dei relativi reati. E nemmeno basta perché a questo si aggiunge il processo breve, quello che pretende la conclusione in 6, 7, 8 anni, ancora non si sa, di più di 3.000.000 di processi nuovi all’anno, incrementati di quelli arretrati (sempre più numerosi); il tutto con risorse invariate (quindi pochissime) e 100 tribunali inutili che non si chiudono perché se no avvocati e amministratori locali protestano. Cosa bloccherà prima il lavoro dei giudici, la prescrizione accorciata o il processo morto?

Naturalmente queste cose le sanno tutti, in particolare giudici e avvocati; e, tra i C di B, ci sono Ghedini e Alfano. E allora? Eh,torniamo all’improntitudine. Che non è una prerogativa esclusiva di B&C. Mi ricordo di Vietti (attuale vicepresidente del CSM!) che si inventò il legittimo impedimento; e che, quando gli dissero: “Ma non è un po’ incostituzionale?” rispose: “Probabilmente sì. Ma così guadagniamo tempo fino all’approvazione del lodo Alfano costituzionale”. Della serie: la Costituzione, questa sconosciuta.

Lei è vittima? Si discolpi


di Marco Travaglio

Nel Paese di Sottosopra, sgovernato da un colpevole impunito per legge (fatta da lui), è perfettamente coerente che le vittime diventino colpevoli.

È la nuova frontiera del garantismo all’italiana.

Il Pompiere della Sera – che ha dedicato all’ennesimo rinvio a giudizio del suo editore Ligresti una notiziola rilevabile solo dal microscopio elettronico – racconta così gli insulti di La Russa a Fini: “Rissa alla Camera. Duro scontro tra ministro della Difesa e presidente della Camera”. Come se chi grida vaffanculo e chi se lo prende fossero sullo stesso piano.

Pigi Cerchiobattista lamenta la “reciproca delegittimazione” da cui “nessuno esce con un profilo di decoro e di innocenza. Non la maggioranza... non l’opposizione... non i ministri che scambiano col presidente della Camera battute irripetibili... Difficile distribuire le colpe”.

Già: bisognerebbe scrivere “La Russa” e “vaffanculo”, per capire di chi è la colpa.

A pagina 2 altro titolo memorabile: “Quel giorno davanti al Raphael che portò Craxi verso l’esilio”. Cioè latitanza, ma fa lo stesso.

Sotto, Aldo Cazzullo denuncia: “18 anni dopo siamo ancora qui col Cavaliere, i magistrati, i processi politici...”.

Processi politici? Questi sono processi “ai” politici, anzi a un politico, per reati comuni che con la politica non c’entrano nulla (mafia, stragi, corruzione, concussione, frode fiscale, appropriazione indebita, falso in bilancio, prostituzione minorile).

Ma il meglio arriva a pagina 27, dove una settimana dopo l’arresto di un presunto truffatore accusato di aver raggirato 700 persone, si continuano a pubblicare le foto segnaletiche dei truffati. Soprattutto uno: Sabina Guzzanti.

Da un anno, come le altre vittime, Sabina aspettava che la magistratura si muovesse, nella speranza di recuperare qualche euro di quelli affidati ai promoter del Madoff italiota. Poi, quando finalmente è scattato il blitz, s’è resa conto che non era peggio per lui. Ma per lei.

Nel Paese di Sottosopra, stampa e tv han preso a sbattere in prima pagina le vittime, come se fossero loro a doversi vergognare. Solo perché alcune hanno il grave torto di non essere povere in canna o, peggio ancora, di essere famose.

Orrore: un’attrice di sinistra ha dei soldi e, doppio orrore, non li tiene nel materasso, non li porta all’estero come certi editori del Pompiere, non fa scudi fiscali, ci paga addirittura le tasse, li investe e, triplo orrore, si fa truffare.

Ce n’è abbastanza per massacrarla, dandole il resto che non s’era ancora presa per aver osato sbertucciare la destra e la sinistra mentre tanti paraculi se ne stavano acquattati aspettando che passasse la nuttata.

Lei sulle prime la prende sul ridere e scrive un pezzo ironico per il Fatto, “Confesso, mi hanno truffata”, “Posso solo sperare nella clemenza di Minzolini. Sono un verme, chiedo solo di poter continuare a vivere nell’ombra”.

Poi capisce che c’è poco da ridere. C’è una campagna di pestaggio con i soliti rimbalzi sul blog. Ecco il titolo di Libero: “La toccano nel portafogli e l’avida Sabina insulta i fan”. Ed ecco l’intervista-interrogatorio che le ha fatto, sul Pompiere divenuto piromane, Fabrizio Roncone. Un reperto dei nostri tempi: “Sabina Guzzanti è figlia di Paolo e sorella di altri due attori, Caterina e Corrado. Secondo il parere di numerosi esperti, il vero fuoriclasse del palcoscenico sarebbe Corrado”, mentre Sabina ha pure la “voce nervosa, rauca, tremante”. Parte il terzo grado: “Allora, c’è questa storia della truffa...”, “Non sarà che a lei sembrano pazzesche e seccanti, molto seccanti, le critiche che le vengono mosse sul suo blog? Da giorni lei viene accusata, e rimproverata, di aver cercato guadagno facile coi trucchi della finanza...”, “Non offenda quelli che scrivono sul suo blog”, “Come mai è così prudente, signora? Non ha perso 400 mila euro?”, “È vero o no che lei avrebbe già recuperato parte del denaro?”.

Domande che parrebbero eccessive anche se rivolte al truffatore.

Roncone le riserva alla truffata.

Secondo il parere di numerosi esperti, col truffatore sarebbe molto più conciliante.

Ruby, pm depositano nuovi atti “Altre dieci ragazze ad Arcore”



Sarebbero almeno una decina in più le ragazze che sono state ospiti di Silvio Berlusconi ad Arcore durante i presunti festini a luci rosse. E’ quanto emerge dagli ulteriori atti depositati dai pm milanesi che indagano sul caso Ruby in vista del processo a carico del premier, che si aprirà mercoledì prossimo a Milano.

Da quanto si è appreso, dalle analisi delle celle telefoniche sarebbero state individuate altre giovani che lo scorso anno avrebbero frequentato la residenza del presidente del consiglio e che si aggiungono alle 33, Ruby compresa, già individuate dagli inquirenti.

E c’è anche un video relativo al Tg de La7 sul concorso di bellezza di Taormina, dove secondo l’accusa Ruby sarebbe stata ‘adescata’ appena sedicenne da
Emilio Fede, in uno dei 3 cd depositati dalla procura di Milano. Per il direttore del Tg4, Lele Mora e Nicole Minetti, indagati per favoreggiamento e induzione alla prostituzione e prostituzione minorile, le indagini sono state chiuse. Il 7 aprile prossimi scadono i termini previsti dalla legge per eventuali interrogatori e deposito di memorie e i pm dovrebbero chiedere il rinvio a giudizio.

Un'altra domenica

Un’altra domenica...

Ok. Comincia come al solito, sveglia, caffè, barba, ecc. ecc.

Capitolo uno, il bidone:

Giornata belloccia quindi esco abbastanza presto.
Accendo lo scooter, carico i sacchetti con la spazzatura, casco, guanti e si parte.

Arrivo al bidone dell’immondizia, l’unico nelle vicinanze, piccolo per le case che sono in zona, e di conseguenza pieno...
Pazienza, scendo dalla moto e “caccio” a forza i due sacchetti in mezzo agli altri, poi mi accorgo che in terra c’è né uno, non mio, mollato da qualche educato confinante, lo raccolgo e lo metto sopra gli altri, in equilibrio alquanto instabile, però ci sta.

Dimentico il cellulare, torno a casa per prenderlo, riesco dopo qualche minuto, nel frattempo un camioncino è arrivato per svuotare il cassonetto, che l’atletico autista sta portando verso il meccanismo che lo svuoterà, ma nel muoverlo il famoso sacchetto in bilico è caduto.
Pensate che l’operatore ecologico lo abbia raccolto?
Ingenui... lo ha lasciato a terra...
Da domani, anche se vuoto, la spazzatura la lascio a terra, vediamo chi si stufa prima.

Capitolo due, la nonnina:

Passo davanti al market, sbircio dentro, vedo che c’è poca gente ed allora entro.
In meno di cinque minuti prendo quello che mi serve e vado verso la cassa.

Davanti a me una vecchina che mi ricorda la Maga Magò, o la Margherita Hach, che tanto sono uguali.

Mentre svuota il carrello gli cadono due scatolette di piselli, che mi chino a raccogliere, e glieli passo.
Manco mi guarda, ne mi ringrazia, li mette insieme all’altra roba, si gira, dà una spinta al carrello che si ferma in mezzo agli scaffali, si rigira tranquilla a controllare il cassiere.

Gli faccio notare che il carrello è restato in mezzo, ma senza neppure guardare mi dice:
“se da fastidio qualcuno lo sposterà!”

Mentre la “signora” finisce di riempire le borse della spesa, il cassiere passa allo scanner la mia poca roba, e nel contempo gli chiedo:
“scusa, ma non gli dici niente del carrello?”
Mi risponde:
“cosa mi domandi?, non vedi che è vecchia?”
Rispondo:
“mi domando come abbia fatto ad invecchiare così tanto e non trovare nessuno che la facesse fuori prima!”

La “signora” alza la testa e mi lancia uno sguardo che pare dire “prima o poi crepi anche tu”
La guardo ridendo con uno sguardo che gli risponde “comunque poi, vecchia stronza”.
Mi viene voglia di prendere quei due barattoli di piselli e buttarglieli in mezzo alla strada mentre arriva un pullman.

Capitolo tre, il ciclista:

Mi viene voglia di un altro caffè, e mi dirigo verso il bar.
Parcheggio lo scooter e mi appresto ad attraversare la strada.

Non faccio neppure in tempo a mettere il naso tra due macchine parcheggiate, che un ciclista mi passa quasi sui piedi mentre supera a destra la colonna di auto ferme al semaforo.
Gli grido “ma stai attento”.
Mi grida, girandosi “vaffanculo, coglione”.

Non faccio in tempo a reagire che sento un rumore di ferraglia...
Il ciclista per gridarmi si è girato mentre il passeggero di un’auto in colonna ha aperto la portiera, destra, quindi verso il marciapiede, senza pensare che una volpe a due ruote sorpassasse a palla dalla parte sbagliata.
Gli è praticamente entrato in macchina...

Capitolo quattro, la sigaretta:

Prendo il caffè, con difficoltà, causa le risate che ancora mi sto facendo e mi fan tremare come un leghista davanti ad un vocabolario.
Il barista mi guarda con faccia interrogativa, ma non gli racconto niente, così impara ad essere berlusconiano.
Solo tragedie gli posso raccontare, per rovinargli la giornata, cose divertenti manco morto!

Pago, esco, mi fermo in mezzo ai tavolini per accendermi una sigaretta.
Si avvicina uno che mi chiede una “cicca”.

Gliela porgo, ne tiro fuori una per me, poi comincio a cercare l’accendino.
“Allora, mi fai accendere o no?”
Spompato, probabilmente reduce da qualche “discotecata”, ancora mezzo addormentato, il gentil fanciullo deve anche aver fretta, poveretto.

Ed allora nella mia innata bontà gli tolgo la “cicca” dalle labbra, la butto a terra, la calpesto per bene con una scarpa, e poi, con voce tranquilla come quella di sgarbi mentre “discute” con pietro ricca gli dico:
“vattele a comperare, brutta testa di cazzo!”

Devo averlo svegliato del tutto, perché è corso a comperarle!

Capitolo cinque, le rose:

Faccio per avviarmi verso casa ormai nervosetto, ho già messo il casco ed i guanti, quando mi si para un tizio, il classico tizio, con le rose.
Mi vuole vendere le rose a tutti i costi.

Gli dico che non mi interessano, che le ho già nel giardino, che le vende mio fratello, che mia moglie ha le doglie, che mia figlia è allergica, che il cane se le mangerebbe, che non ho più soldi, che ho fretta, che sta morendo mia suocera, che devo partire per l’afghanistan, che ho il sugo sul fuoco, ma niente, niente.
Insiste, insiste, insiste...

Mi innervosisco del tutto, gli strappo le rose di mano, gli stacco tutti i fiori dagli steli, metto in moto e me ne vado!

Faccio cinquanta metri, poi “pentito” torno indietro, lo trovo sconsolato a guardare quel che resta del mazzo, tiro fuori una banconota da cinque dalla tasca mia e lo infilo nella sua, sulla camicia, lo guardo e gli dico:
“e la prossima volta che mi rompi i coglioni, manco questi ti becchi!”

Torno a casa!
Mi aspetta ancora il pomeriggio, meglio stare a casa...
Meno male che domani è lunedì!