mercoledì 3 agosto 2011

Ora lasci perdere quel diavolo di prete

di Marco Travaglio

Gentile presidente Vendola, La ringrazio per la sollecita risposta alle domande del Fatto. E La ringrazio doppiamente visto che alcuni colleghi non hanno avuto la mia stessa fortuna, pur ponendoLe interrogativi analoghi ai nostri da molto più tempo. Ma, se Le dicessi che le Sue risposte mi soddisfano, mentirei. La invito pertanto a un serrato confronto in redazione, magari dinanzi alle telecamere della nostra embrionale web-tv, per discutere più a fondo con qualcuno dei suoi storici oppositori.

1. Non ho mai pensato, né dunque scritto, che Lei “faccia affari” con chicchessia. Temo però che faccia fare dei pessimi affari alla Regione che Lei presiede. Per esempio, regalando l’intero ciclo dello smaltimento rifiuti al gruppo Marcegaglia, ricambiato con giudizi più che lusinghieri sul quotidiano di Confindustria, il Sole 24 Ore. Per esempio, affidando ad Alberto Tedesco, titolare di un mostruoso conflitto d’interessi familiare, la Sanità regionale. E, per esempio, scegliendo a trattativa privata, senza gara, il San Raffaele di don Verzé come partner privato della Regione per costruire e gestire il nuovo mega-ospedale di Taranto. Le mie, dunque, sono critiche politiche, non penali, anche se sconfinano quasi tutte nella questione morale: anzi, meglio, nell’irrisolto problema dei rapporti fra politica e affari.

2. Vedo che Lei accenna a un Suo “errore di presunzione”, ma non nomina mai il senatore Tedesco, suo ex assessore alla Sanità, indagato (con richiesta d’arresti domiciliari respinta dal Senato) per gravi reati che avrebbe commesso proprio nei due anni di presenza nella Sua prima giunta. Ancora non è chiaro perché Lei l’avesse nominato proprio alla Sanità quando Tedesco ci ha raccontato lui stesso – Le aveva fatto presente che la sua famiglia possedeva aziende fornitrici della Sanità pugliese. Se è a quel caso che allude quando ammette l’“errore di presunzione”, Le fa onore l’autocritica, ma che c’entra la “presunzione”? In quel caso Lei ha dato prova di una preoccupante insensibilità ai conflitti d’interessi, mettendosene in casa uno di proporzioni gigantesche, perfettamente in linea col suo ex partito(Rifondazione) che se n’è sempre bellamente infischiato del conflitto d’interessi di Berlusconi (e dunque di tutti gli altri). Poi, quando è scattata l’indagine per corruzione, Lei si vanta di aver “reagito con radicalità e tempestività”, caldeggiando e/o accettando le dimissioni dell’assessore inquisito (e ci mancherebbe altro). Ma Le pare normale mettere la volpe a guardia del pollaio e poi cacciarla quando – sai che sorpresa – viene beccata a mangiarsi le galline?

3. Anche sulla decisione di costruire un nuovo ospedale a Taranto, e per giunta di affidarlo al San Raffaele, le mie critiche sono squisitamente politiche, e anche un po’ morali, visti i rapporti di don Verzé prima con Craxi, poi con Berlusconi, e visto lo stato prefallimentare del San Raffaele. E vedo che, un po’ tardivamente, dopo le contestazioni dell’Idv, ora le obiezioni cominciano a muovergliele anche i Suoi alleati del Pd. Anzitutto, se il San Raffaele del Mediterraneo è una struttura pubblica (e, almeno per il finanziamento lo è, visto che la Regione spenderà 200 milioni di cui 60 già versati), s’imponeva una gara internazionale, visto l’importo dell’opera. Lei dice di aver scelto quasi due anni fa l’affidamento privato perché il San Raffaele è molto prestigioso e preferiva “un processo accelerato”: e allora perché del nuovo ospedale non è stata ancora neppure posta la prima pietra?

4. Apprendo che Lei considera don Verzé un “diavolo di prete”. L’ha scoperto di recente o lo pensava già l’anno scorso quando, in piena campagna elettorale per la Sua rielezione a governatore, presentando assieme a Lei il mega-progetto San Raffaele del Mediterraneo, quel diavolo di prete ebbe a definirla pubblicamente dinanzi a molti pugliesi in trasferta a Milano “un uomo di grandissimo valore, di grandissima cultura, in grado di trasmettere idee e calore”, “dotato di un fondo di santità come Berlusconi” e invitò tutti a “eleggerlo ancora presidente della Regione Puglia almeno per altri 5-10 anni”, impegnandosi in caso di mancata elezione a “nominarlo comunque presidente del San Raffaele del Mediterraneo”?

5. L’utilità o meno del nuovo ospedale – ne convengo con Lei – è “opinabile” come ogni scelta politica. Ma continuo a domandarmi come spera, Lei, di ridurre il turismo sanitario dei malati tarantini fuori città o fuori regione sostituendo due vecchi ospedali da 680 posti letto in tutto con uno nuovo da 580 (come risulta a me) o dotato degli “identici posti letto” (come mi scrive Lei). Oltre ai due ospedali tarantini esistenti, il Suo piano prevede di chiuderne altri tre nella provincia di Taranto, 18 in tutto nell’intera regione. Forse la sanità pugliese, una delle più indebitate d’Italia, dovrebbe risparmiare quattrini, rinunciando al faraonico San Raffaele per ammodernare le strutture esistenti e migliorare i servizi: sbaglio o in Puglia il tempo di attesa medio per una mammografia o un esame cardiologico oscilla fra i due e i tre anni? Oltretutto la Sua giunta, presidente Vendola, ha appena alzato l’aliquota dell’addizionale Irpef fino al tetto massimo per coprire il buco sanitario: non era meglio colmarlo con i 200 milioni destinati a don Verzé, invece di tassare un’altra volta i pugliesi?

6. L’unica risposta in prosa della Sua poetica lettera, è l’annuncio di sospensione del bando per la progettazione del nuovo nosocomio alla luce del mega-buco di 1 miliardo di euro che ha portato il San Raffaele sull’orlo del fallimento. Perché – scrive Lei – “se il San Raffaele fallisce, cercheremo un nuovo partner”. Monsieur de Lapalisse, quello che un quarto d’ora prima di morire era ancora vivo, non avrebbe potuto dire meglio. Il guaio è che lo stato di decozione del San Raffaele non è una scoperta dell’ultim’ora. Forse una gara pubblica avrebbe fatto emergere i buchi neri della fondazione di don Verzé & Berlusconi fin dall’inizio. Tanto più che gli affari pugliesi del San Raffaele sono racchiusi in una fantomatica società “13 maggio”, che associa don Verzé a due imprenditori già finiti sotto inchiesta (quelli della nota cooperativa ciellina La Cascina) e che era presieduta fino a un mese fa da Mario Cal, il braccio destro di quel diavolo di prete, ora prematuramente scomparso perché si è sparato quando la Procura di Milano ha messo il naso nei conti. Ecco, invece di attendere l’eventuale fallimento della Fondazione per cercare un nuovo partner, non sarebbe il caso di fermare le bocce e rimettere tutto il progetto in discussione? Magari un sostenitore come Lei delle primarie potrebbe promuovere un bel referendum tra i pugliesi, per sapere direttamente da loro quale soluzione preferiscono.

7. Taccio sull’incredibile speculazione edilizia che si cela dietro il progetto del nuovo ospedale, con la Fintecna Immobiliare (ministero del Tesoro, Tremonti-Berlusconi) che baratta la variante urbanistica necessaria per costruirlo sulle sue aree in cambio della destinazione a edilizia residenziale, uffici e centri commerciali di terreni riservati a verde, parcheggi, ospedali. Ma pure questo è un problema, non trova?

8. A proposito dell’Ilva di Taranto: il 26 giugno l’Arpa Puglia (controllata dalla Regione) vi ha riscontrato il doppio delle emissioni consentite dalla legge regionale. Il picco è stato registrato a maggio con la presenza di diossine e furani nei fumi delle emissioni del camino del siderurgico, con un valore medio di 0,70 nanogrammi al metro cubo (contro 0,40 consentiti). Dove sarebbe dunque il mirabolante miglioramento ambientale da Lei vantato? È fantascienza o prosa amministrativa? Narrazione, poesia o che altro?

martedì 2 agosto 2011

Matteo Riva lascia l’Idv. Di Pietro perde un consigliere a Reggio Emilia e in Regione

Prima cattolico, poi comunista, infine dipietrista, Matteo Riva si dimette dopo una faida interna al partito di Di Pietro durata più di un anno. Le accuse di brogli ad una leader del partito, l'invito nella tenda di Gheddafi a Roma nel 2010, il voto contro la privatizzazione delle farmacie comunali reggiane: Riva più alla Scilipoti o più alla De Magistris?

Potrebbe diventare un nuovo caso Scilipoti. Ma anche un novello battitore libero alla De Magistris. Nulla vieta a Matteo Riva, consolidato esponente dell’Italia dei Valori di Reggio Emilia, di essere definito l’ennesimo Fregoli del partito di Di Pietro. Perché l’Idv sembra oramai diventato il partito di confine, quello affetto dalla sindrome del cambio casacca in corso d’opera. La compagine di partito da cui si esce da destra come da sinistra, dall’alto come dal basso.

Per Riva non è tanto una questione di accodarsi ad una nuova maggioranza di governo locale, quanto di distinguersi autonomamente dalla classe dirigente del suo partito, sezione provinciale di Reggio Emilia, di cui non pare avere una gran stima.

Tant’è che l’unico consigliere comunale dell’Idv a Reggio, ormai da oltre un anno ai ferri corti coi vertici provinciali, ha sbattuto la porta in faccia a
Di Pietro e mollato la carica istituzionale (conquistata a suon di preferenze). La defezione non è cosa da poco. I dipietristi della città del Tricolore si ritrovano senza più rappresentanti in Consiglio Comunale, ma anche l’esiguo gruppo in consiglio regionale dell’Idv perde un tassello fondamentale visto che Riva dallo scorso anno siede anche sui banchi dell’Assemblea legislativa di viale Aldo Moro a Bologna.

Tutto è iniziato un anno fa quando Matteo Riva ha sfidato
Liana Barbati (ex vice-sindaco di Reggio e consigliere regionale anche lei), per la poltrona di coordinatore provinciale Idv. Presunte irregolarità nella presentazione delle firme hanno portato Riva a essere escluso dalla corsa. Ne è seguita una polemica con accuse pesantissime, che allarmano anche Roma. Riva accusa la Barbati di mercificazione di posti pubblici. In sostanza, secondo l’accusa del consigliere regionale, Barbati ha attuato uno scambio con un altro degli sfidanti alla corsa per coordinatore. In cambio del ritiro della candidatura Barbati avrebbe offerto allo sfidante, tra le altre cose, un incarico all’interno della Enia (oggi Iren) la società partecipata anche dal Comune di Reggio, che si occupa di spazzatura, gas, acqua, ecc. In questo modo, sempre secondo l’accusa di Riva, Liana Barbati si era garantita il ritiro del suo sfidante principale e la vittoria.

La reazione di Liana Barbati è immediata. La coordinatrice provinciale difende il suo operato e dopo la notizia di un esposto alla magistratura sul presunto scambio, minaccia azioni legali per difendersi dalla accusa di spartizioni dei posti e l’accusa cade nel nulla.

Nell’estate del 2010 si apre un altro fronte di polemica dentro il partito: l’affaire Gheddafi. In occasione dell’ultima visita del raìs libico in Italia nell’agosto dello scorso anno, proprio Riva viene invitato al banchetto in onore dell’ospite straniero. O meglio viene invitata la Riva &Partners che si occupa di consulenza finanziaria alle imprese.

Due anni fa Riva, con un gruppo di imprenditori del territorio reggiano, fa un viaggio a Tripoli organizzato dall’Isiamed, l’Istituto Italiano per l’Asia e il Mediterraneo, un ente privato nato per favorire la cooperazione economica con paesi stranieri, presieduto da Gian Guido Folloni, zio di Riva. Folloni, di Scandiano, ex democristiano, ex senatore, fu anche Ministro per i rapporti con il parlamento, tra le file dell’Udr, nel primo governo D’Alema. Il tutto dopo aver abbandonato la coalizione di centrodestra in cui era stato eletto nel 1996.

Non sorprende dunque l’invito a cena per la Riva & Partners, società legata all’Isiamed, in occasione della visita di Gheddafi in Italia. Del resto, in un’intervista del 2010 al giornale reggiano Reporter.it, Riva disse perfino di aver incontrato il raìs sotto la famosa tenda durante il suo viaggio libico. Tuttavia, il coinvolgimento di un suo consigliere regionale nelle celebrazioni italo-libiche provoca l’imbarazzo dell’Idv, che, con in prima fila Di Pietro, in quei giorni protestava contro la visita del dittatore libico. Alla fine lo stesso Riva spedisce alla cena con il rais un suo collaboratore per placare le polemiche.

Infine, in questi giorni, la definitiva rottura tra il partito dell’ex magistrato e questo suo esponente un po’ “scomodo” e riottoso (ma con un buon pacchetto di preferenze). Il pretesto è la votazione sul piano industriale delle farmacie comunali reggiane che prevede l’ingresso dei privati nel ramo più redditizio dell’azienda. Riva votato contro la privatizzazione della linea della maggioranza di centro-sinistra del sindaco Delrio, mettendosi di fatto fuori dall’Idv che resta fedele al sindaco.

Insomma, Riva vuol tenersi un suo spazio d’iniziativa, riflettere su ogni singolo provvedimento, rimanendo comunque nella compagine di governo locale. L’essere stato negli anni prima cattolico vicino all’area dello zio Folloni, poi segretario dei Comunisti Italiani con Diliberto, infine dipietrista, lo rende immune da qualsiasi tentativo di cambio squadra. I partiti pare averli già provati tutti. Manca giusto il Pdl. Ma c’è ancora tempo.

La crisi arriva in aula, Napolitano avverte B. “Domani seguirò anch’io il dibattito”

Oggi il capo dello Stato ha convocato il governatore di Bankitalia Mario Draghi per fare il punto sull'ennesima giornata nera della borsa italiana. Anche di questo si parlerà domani alla Camera e al Senato

Berlusconi prepara il suo intervento alle camere. Affina i passaggi e si consulta con i suoi in un vertice serale a palazzo Grazioli. Riflettori puntati, ancora una volta, sul Cavaliere. Il suo intervento sarà seguito anche da Giorgio Napolitano. Il capo dello Stato lo ha annunciato questa sera. “Nell’attuale momento dice – la parola è alle forze politiche, di governo e di opposizione, chiamate a confrontarsi con le parti sociali sulle scelte da compiere per stimolare decisamente l’indispensabile crescita dell’economia e dell’occupazione, a integrazione delle decisioni sui conti pubblici volte a conseguire il pareggio di bilancio nel 2014″. Dopodiché il Presidente della Repubblica fa sapere: “Seguirò dunque attentamente gli esiti di tale confronto, partendo dalla preoccupazione che non ho mancato di esprimere per gli andamenti dei mercati finanziari e dell’economia, nei loro termini generali e nei loro specifici aspetti italiani”.

Nel frattempo, in attesa del discorso di domani di Silvio Berlusconi in Parlamento (alle 15 alla Camera e alle 17,30 al Senato), l’opposizione torna a chiederne le dimissioni, mentre la maggioranza difende la scelta del premier di parlare al Parlamento. “Credo che abbia fatto bene. Secondo me le assunzioni di responsabilità in politica non sono mai sbagliate”, afferma Ignazio La Russa. Tranchant il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani: Berlusconi faccia come Zapatero, “o si va a votare subito o si trova lo spazio di una soluzione transitoria in netta discontinuità con il passato”. Per Bersani il premier “dovrebbe andare al Quirinale e rimettere il mandato nelle mani del Presidente Napolitano”. Dalle pagine del Corriere arriva invece la proposta provocatoria di Giuliano Ferrara: “Tremonti dia le dimissioni e Berlusconi le rifiuti”. Nonostante da Piazza Affari continuino a non arrivare notizie rassicuranti per l’Italia, nel governo si ostenta ottimismo: il ministro dello Sviluppo, Paolo Romani, in un’intervista assicura che “il sistema Italia e’ solido. In questo momento paghiamo la crisi internazionale, ma la speculazione finanziaria non ci piegherà’”. Romani preannuncia che “a settembre daremo finalmente il via a un serio piano per il sud. E metteremo in campo una vasta serie di liberalizzazioni e semplificazioni per la vita dei cittadini. E la ripresa, che è già in corso, subira’ un’accelerazione”.

E mentre Montecitorio dà il via libera definitivo al rifinanziamento delle missioni internazionali e il governo si appresta a incontrare, nel pomeriggio, le regioni per trovare una soluzione alla questione dei ticket sanitari, Berlusconi in serata dovrebbe riunire a palazzo Grazioli i vertici del Pdl (in forse la presenza della Lega) per fare il punto prima dell’informativa di domani sulla situazione economica italiana.

CANONE DI PACHLBEL

CANONE DI PACHELBEL

lunedì 1 agosto 2011

SISTEMA INFETTO Questi politici ladri ci hanno rubato tutto



Siamo a un punto di crisi irreversibile ma c’è sempre un peggio del peggio

di Antonio Tabucchi

La classe politica italiana nella stagione del terrorismo tramava con servizi segreti interni ed esteri. Una volta finite le stragi, quella di oggi è passata al furto. Agli Italiani ha rubato tutto. Ha rubato il paesaggio. Ha rubato la libera scelta e la libera concorrenza. Ha rubato il futuro dei nostri giovani. Ha rubato loro il democratico diritto di dissentire, di protestare e di manifestare e quando ha potuto li ha massacrati e perfino assassina-ti. Ha rubato la Carta costituzionale. Ha rubato la libera informazione, la televisione pubblica, la scuola, l’università.

Ha rubato la Resistenza, da cui la nostra repubblica è nata, e l’antifascismo su cui si fonda. Ha rubato il principio di ripudio della guerra, che è costitutivo della repubblica. Ha rubato la convivenza civile, il rispetto dovuto ai cittadini, i fondamenti del patto sociale di ogni vera democrazia. Ha rubato le più belle parole della nostra lingua, come “libertà”, facendone un uso perverso. Ha rubato la fiducia nella democrazia (era fragile e incerta, ed è stato facile) e nelle istituzioni. Ci ha rubato perfino il diritto di morire in pace. Ha trasformato il parlamento in un rifugio di corrotti, di mafiosi, di indagati, di condannati. Ha stretto patti scellerati con la mafia. Ha sigillato tutti i suoi malaffari sotto il segreto di Stato: la storia del nostro passato recente è un enorme buco nero. Infine ha rotto gli equilibri istituzionali: il potere legislativo, che in Italia coincide con quello esecutivo, come un fiume in piena ha sommerso il paese con una pletora di leggi incostituzionali.

LA MAGISTRATURA è stata aggredita, avvilita, ingiuriata e indicata alla pubblica opinione quale corpo malato della società. I delinquenti hanno chiamato delinquente l’istituzione di controllo delle loro delinquenze. Questa aggressione del potere politico al potere giudiziario è stata spacciata dalla stessa classe politica come uno “scontro” fra politica e magistratura e come tale propagandato nel paese. Ma avete mai sentito una voce della magistratura che abbia detto che la classe politica è un cancro da estirpare? O che i politici sono antropologicamente diversi? O che le Brigate rosse sono nascoste in Parlamento? No: è quello che contro la magistratura urla da anni l’ex-piduista Silvio Berlusconi. Per questo la magistratura subisce reprimende ogni volta che viene raggirata e vili-pesa: perché in Italia al danno deve seguire anche la beffa. Da vent’anni la classe politica impazza su tutti i canali televisivi, quelli privati del presidente del Consiglio e quelli pubblici sui quali ha messo le mani e i piedi.

DA MATTINA a sera, dai teleschermi, i politici intossicano l’anima degli italiani con le loro chiacchiere, menzogne, barzellette, false promesse, falsi contratti, messe nere. Per questo i magistrati sono rimproverati di eccessiva esposizione mediatica: è perfino successo che abbiano mostrato i calzini a una telecamera nascosta di Berlusconi che li spiava.

Ma ultimamente la magistratura si è messa a indagare nella Città e i Cani. A largo raggio. E a chiedere conti. La prostituta marocchina minorenne fermata per furto e che la questura ha rilasciato dietro telefonata di Berlusconi non era proprio la nipote di Mubarak? Spiace che il Parlamento si dica convinto che Berlusconi ne fosse convinto. La Fininvest ha sottratto la Mondadori al legittimo acquirente grazie a un giudice corrotto dall’onorevole Previti che Oscar Luigi Scalfaro licenziò da ministro della Giustizia prima che lo diventasse? Deve risarcire il derubato. Non si tratta di ideologia, si tratta di furto: spiace che la classe politica non concordi. C’è un grosso giro di prostituzione in una villa del presidente del Consiglio? In Italia lo sfruttamento della prostituzione è ancora un reato e il codice penale non è un’ideologia: spiace che gli onorevoli di Berlusconi non siano d’accordo.

Il perverso sistema della Loggia P2 si è moltiplicato per partenogenesi producendo P3 e P4, cioè affari loschi, pressioni indebite, rapporti oscuri fra finanza e politica? Spiace che alla classe politica piacciano gli affari sporchi. Le falle, come quando una rete si smaglia, si allargano. Da un’inchiesta all’altra affiora da sottopelle un sistema infetto che ricopre l’Italia come una lebbra. Si capisce perché il conflitto d’interessi che ha tenuto in piedi Berlusconi per vent’anni non è mai saltato: perché faceva comodo a destra e a manca. Si capisce perché Enrico Berlinguer è stato rinnegato e Craxi rivalutato dalla politica tutta. E l’opposizione, implicata anch’essa in faccende illecite, reagisce in maniera scomposta, non proprio come gli altri ma quasi. Sotto inchiesta non ci sono piccoli bottegai ma personaggi di potere, assi di raccordo fra politica e affari. La classe politica si allarma. I “lodi” (Schifani, Alfano, ecc.) non funzionano più, la Camera ha perfino consentito l’arresto cautelare di un onorevole! Che fare? E se si rinfrescasse il ministero della Giustizia?

“Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservare lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nel-l’interesse esclusivo della nazione”. È la formula del giuramento che ogni ministro deve fare di fronte al capo dello Stato per essere accettato come ministro. I ministri li propone il presidente del Consiglio, ma il capo dello Stato li accetta o li respinge. Dipende. È importante che Giorgio Napolitano abbia espresso la sua autorevole contrarietà ai tre ministri “baschi” che vogliono portare nelle loro “riserve” alcuni ministeri della Repubblica, sconnettendo ancora di più questa povera Italia sconnessa. Certo che li vogliono lassù, e non con il tricolore: con la croce celtica. Ma questi tre stessi ministri non avevano giurato la loro lealtà alla Repubblica italiana davanti al capo dello Stato?

IL GIURAMENTO è un atto simbolico nel quale il celebrante ha la stessa responsabilità morale di colui che giura. Nella cerimonia del battesimo, se il sacerdote dubitasse della cattiva fede del padrino, non accetterebbe la sua garanzia. Evidentemente Napolitano non dubitava delle garanzie che offrivano questi padrini della Repubblica: contrastarli ora, a cose fatte, è più complicato. Peccato che si sia fidato di tali personaggi.

In questi giorni l’onorevole Nitto Palma ha giurato la sua fedeltà alle leggi della Repubblica di fronte al capo dello Stato quale nuovo ministro della Giustizia. Non mi compete scendere nel merito. Ma mi preme ricordare il principio della fisica secondo il quale il cosiddetto “punto di crisi”, a causa dell’aumento della temperatura e della pressione, segna il cambiamento di stato di un corpo che da solido diventa liquido o da liquido gassoso e viceversa. E per la percezione che ho delle cose, ritengo che la situazione italiana abbia raggiunto un punto di crisi irreversibile. Impossibile fare previsioni: ma c’è sempre un peggio del peggio. E poi non si dica che era inevitabile.

Un patto non dirada la nebbia

BILL EMMOTT

L’ accordo quadro sulla manovra fiscale concordato ieri tra democratici e repubblicani al Congresso degli Stati Uniti e la Casa Bianca all’altro capo di Pennsylvania Avenue, non è un granché e non è nemmeno di ampio respiro. Ma quanto meno è un accordo, e assumendo che sia accettato dal Congresso durante i prossimi due giorni eviterebbe alle finanze pubbliche una crisi del tutto superflua, potenzialmente in grado di innescare una nuova crisi finanziaria globale. Anche così, non è la fine della storia, non a lungo termine.

Il direttore di una rivista italiana di recente mi ha chiesto cosa pensassi circa la differenza tra la crisi monetaria dell’Europa e quella dell’America, dicendomi che a suo avviso l’America ha il grande vantaggio di avere un sistema presidenziale. Spero che non lo pensi adesso, ma in ogni caso davvero dovrebbe prestare maggiore attenzione alla Costituzione americana. Perché questo dibattito farsesco sul tetto del debito è tutta colpa dei padri fondatori: Jefferson, Washington e gli altri.

Hanno progettato la costituzione americana, con tutti i suoi pesi e contrappesi, espressamente per ostacolare il potere decisionale di un singolo, in particolare del Presidente che avrebbe potuto rischiare di diventare dittatoriale come il re britannico Giorgio III, e sono certamente riusciti nell’intento in modo spettacolare nel corso della lunga discussione sull’innalzamento del tetto del debito nazionale di 14.300 miliardi di dollari («soffitto di debito», una sorta di limite di indebitamento legale) per evitare un default o una massa di tagli alla spesa, dopo il 2 agosto.

Un fatto degno di nota, di certo, è che in tutto questo processo praticamente nessuno nei mercati finanziari ha finora previsto il default dell’America, o anche il declassamento dalla tripla A del suo rating.

Si metta a confronto l’andamento delle trattative di questo fine settimana con quelle precedenti il vertice di emergenza della zona euro, il 21 luglio: mentre i rendimenti obbligazionari della zona euro, in particolare per la Spagna e per l’Italia, erano saliti per la paura di un default da mini-Grecia, il mercato dei buoni del Tesoro americani è rimasto abbastanza tranquillo. I tassi dei buoni del Tesoro a breve o medio termine sono saliti un po’, ma quelli a 10 anni in effetti venerdì sono caduti. Il dollaro è scivolato, ma non esattamente in modo catastrofico.

Forse i mercati aderiscono alla cinica visione che Churchill aveva dei suoi alleati: «Si può sempre contare sugli americani, fanno la cosa giusta... dopo aver provato tutto il resto...».

Più probabilmente avevano già previsto tutto; i negoziati dell’ultima ora conclusi con un cattivo affare, ma almeno conclusi, e l’apparente accordo di ieri per un presunto taglio di 3000 miliardi di dollari alla spesa in oltre dieci anni sembrano dimostrare che hanno avuto ragione. Più in profondità, la loro impassibilità potrebbe riflettere la sensazione che il vero problema è un po’ più a lungo raggio rispetto a quanto è stato rappresentato da un termine in qualche modo artificiale, come la scadenza del tetto del debito.

Il vero problema comprende un fenomeno a medio termine e una questione a lungo termine, anche se strettamente correlati. Il primo è simboleggiato, ma non circoscritto al gruppo dei conservatori repubblicani dentro e fuori il Congresso che si fanno chiamare Tea Party.

Quel gruppo, le cui eroine sono Sarah Palin e una ardita congressista del Minnesota, Michele Bachmann, è stato il cuore del blocco durante i negoziati sulla riforma fiscale e il limite del debito. Come in ogni Paese, quando c’è una piccola maggioranza parlamentare e del Congresso, un gruppo di fanatici può ottenere un potere di veto che va oltre la sua reale capacità di rappresentanza numerica. Fortunatamente, sembra probabile che il veto ora possa essere superato da un compromesso tra le forze più moderate.

I Tea Party, tuttavia, rappresentano più di un semplice veto temporaneo. La migliore analogia storica è con il movimento isolazionista nato in America durante gli Anni 30. La posizione dei Tea Party sull’ampio debito americano, sembra, di primo acchito, abbastanza ragionevole: quando qualcuno ha preso in prestito troppo, dicono, è sbagliato concedergli di più.

Ma in realtà, cercare di curare i debitori tutto d’un colpo, negando loro ogni prestito e obbligandoli a mancare ai loro obblighi, obblighi che sono stati tutti stabiliti dal precedente voto del Congresso, sarebbe stato irresponsabile e, all'atto pratico, isolazionista.

Isolazionista perché l’America è la più grande economia del mondo così come la sua più grande debitrice, e molti dei suoi titoli di Stato sono detenuti da stranieri. Un default sarebbe sostanzialmente un default sul debito estero. Ma i Tea Party non si preoccupano degli stranieri, o della credibilità internazionale del loro Paese.

Come il movimento America First negli Anni 30 e durante i primi anni della Seconda guerra mondiale, essi sostengono che il Paese dovrebbe lasciar perdere il mondo per risolvere i propri problemi, lasciare che l’America si concentri su se stessa. Peggio ancora, in un certo senso, alcuni nei Tea Party vedono il mondo come una minaccia per l’America: la signora Bachmann, attualmente l’unica dei Tea Party a essersi presentata come candidata alla presidenza per il 2012, due anni fa ha proposto un emendamento costituzionale per impedire che il dollaro venga sostituito da una valuta estera, cosa che in realtà era già illegale e che nessuno pensava di fare. Il suo obiettivo era quello di creare l’apparenza di una minaccia là dove non esisteva.

Quando nel 2008 è scoppiata la crisi finanziaria, molti economisti temevano che avrebbe prodotto un’ondata di protezionismo, soprattutto negli Stati Uniti, e ci sono stati sospiri di sollievo quando questo non è successo. Eppure la nascita dei Tea Party e il voto per il Congresso dello scorso novembre suggeriscono che la vera minaccia è l’isolazionismo, che nel tempo può produrre una nuova ondata di protezionismo commerciale e finanziario.

Sarebbe sbagliato sopravvalutare l’importanza attuale dei Tea Party: rimane una piccola minoranza rumorosa. Ma la grande battaglia di medio termine è per la Casa Bianca e per il controllo del Congresso nelle elezioni del novembre 2012.

Sarebbe rassicurante credere a tutte le persone comuni intervistate dai tg delle tv straniere che si dicono imbestialite dal comportamento irresponsabile del Congresso, in particolare dall’ostruzionismo dei Tea Party, e pensare che nelle elezioni del prossimo anno gli estremisti andranno in sofferenza.

Queste persone sono state intervistate a Washington DC e New York, e possono anche non essere rappresentative della nazione. C’è molto ancora da mettere in gioco per le elezioni del prossimo anno, e i conservatori repubblicani giocheranno in modo assai duro.

Così, la questione a lungo termine al centro della scena sarà: l’economia americana può fare ciò che ha fatto in passato, e rilanciare e riformare se stessa dal basso, nonostante le inutili partite politiche giocate a Washington? E’ notoriamente flessibile, e i veri eroi americani sono sempre stati Google, Wal-Mart, Apple e Boeing, non i lungimiranti visionari politici della capitale.

Ma gli ultimi dati economici, diffusi la scorsa settimana, hanno mostrato un quadro altrettanto stagnante in America come in Gran Bretagna. Questo non è sorprendente, in entrambi i casi: dopo aver fatto troppo affidamento sulle spese dei consumatori e sul boom del credito, entrambi i Paesi erano destinati a passare attraverso un lungo e doloroso periodo di adattamento. Anche con le esportazioni in crescita, che è il caso dell’America e della Gran Bretagna, è difficile superare completamente gli strascichi del dopo crisi, e questo era vero anche prima che i rincari dei prezzi del petrolio e dei generi alimentari facessero sentire i consumatori ancora più poveri.

Questo andrà avanti per molto tempo a venire. In un primo momento la politica fiscale è stata una soluzione, in quanto il prestito ha stimolato l’economia. Ora è un problema, perché i tagli, per quanto necessari, deprimono la domanda. In America, dove i tagli sono comunque stati differiti, c’è una complicazione aggiuntiva: la lunga disputa sulla politica fiscale e l’impostazione del governo, che durerà fino e oltre le elezioni del 2012, sta producendo una fitta nebbia che offusca non solo il futuro fiscale del Paese, ma anche il futuro delle relazioni dell’America e il suo atteggiamento verso il mondo esterno.

In questo contesto confuso e altamente incerto, sarebbe veramente miracoloso se le imprese dovessero decidere per investimenti massicci in America. Quindi la migliore ipotesi, purtroppo, è che non lo faranno. La disputa sul fisco continuerà, la nebbia rimane, e il mondo non può dipendere da una rapida ripresa dell’America.

[Traduzione di Carla Reschia]

Mazzette a Milano e Sesto un giallo in due puntate

PIERO DI CATERINA

GIOVANNA TRINCHELLA

Una ventina di indagati, tre ipotesi di reato corruzione concussione finanziamento illecito ai partiti - quasi un anno di indagini, quattro filoni di inchiesta – il piano di lottizzazione dell’ex area Flack a Sesto San Giovanni e la sua adozione da parte del consiglio comunale, la lottizzazione e le concessioni edilizie dell’area Ercole Marelli, il servizio integrato dei trasporti dell’Alto Milanese, infine il versante delle Coop rosse. E’ un mare magnum lo scandalo delle presunte tangenti rosse che hanno portato alle dimissioni Filippo Penati, uomo di punta del Pd, vice presidente dimissionario del consiglio lombardo, ex capo della segreteria di Pier Luigi Bersani. Sul bustarelle fino a un miliardo di lire ricevute dall’ex sindaco di Sesto San Giovanni indaga la Procura di Monza e i pubblici ministeri Franca Macchia e Walter Mapelli, coordinati dal procuratore capo Corrado Carnevali, già aggiunto per la Procura di Milano del Dipartimento per i reati contro la pubblica amministrazione.

L’origine dell’inchiesta E’ proprio a Milano che nasce il filone che porterà a Monza. I pm di Milano, Laura Pedio e Gaetano Ruta, stanno indagando sulla bonifica dell’area Montecity-Santa Giulia: due i fuochi dell’indagine; la mancata bonifica dell’area e un mega giro di false fatture. E alcune di queste, per 700 mila euro, risultano essere emesse da
Piero di Caterina, immobiliarista e titolare della ditta di trasporti Caronte. Nel corso della perquisizione del suo ufficio gli uomini della Polizia Giudiziaria della Guardia di Finanza di Milano trovano la contabilità in nero su fogli e su dvd e anche una e-mail, datata aprile 2010, in cui l’imprenditore scrive a Filippo Penati e Bruno Binasco, amministratore della Serravalle. Il testo della lettera lascia pochi dubbi: «Signori, come a voi ben noto, il sottoscritto, nel corso degli anni, a partire dal 1999, ha versato a vario titolo, attraverso dazioni di denaro, a Filippo Penati, notevoli somme di denaro».

Gli accusatori

Di Caterina, finito nei guai, sceglie la via della collaborazione e comincia a raccontare. Spiega agli inquirenti di aver pagato per finanziare le spese politiche ed elettorali di Penati dal 1993 al 2004, con punte mensili anche di venti o trentamila euro al mese: soldi al partito per il sistema Sesto, ma "anche per Milano". Bustarelle in cambio di favori, ma anche per sbloccare i pagamenti alla sua ditta di trasporti che ha un contenzioso con Atm, l’azienda dei trasporti milanesi. Soldi che sarebbero finiti a
Giordano Vimercati, ex capo di gabinetto di Penati alla Provincia. Di Caterina parla di un giro di soldi versati e restituiti, tra Lussemburgo e Svizzera, perché non tutti gli affari che avrebbero dovuto concludere erano poi andati a buon fine. In Procura a Milano si presenta anche un altro imprenditore che diventa il secondo accusatore: Giuseppe Pasini. proprietario delle aree dell’ex acciaieria Falck quando Penati era sindaco e suo avversario come candidato per il centro destra alla poltrona. L’immobiliarista ex consigliere va dai pm a dire che è vittima di “abusi e soprusi”: oltre 3,7 milioni versati tra il 2000 e il 2001, secondo il suo racconto, a personaggi indicati dall’allora sindaco. Pasini parla anche dell’attuale sindaco di Sesto San Giovanni, Giorgio Oldrini.

Gli indagati

Il fascicolo così com’è viene inviato a Monza. Nel registro degli indagati vengono iscritti:
Penati, Vimercati, Oldrini, Pasqualino di Leva, ex assessore al Bilancio del Comune di Sesto (cui sarebbero stati versati un milione e mezzo di euro per creare fondi per i politici), la dirigente dello stesso ufficio Nicoletta Sostaro, l’architetto Marco Magni vicino all’assessore Di Leva, l’ex dirigente del Comune di Sesto San Giovanni Renato Sarno. Tra gli indagati vi è poi Antonino Princiotta, ex segretario generale della Provincia di Milano, che avrebbe ricevuto 100 mila euro da Di Caterina per l’affaire dei trasporti integrati. Vi è poi il filone delle fatture false. Giuseppe Grossi, l’imprenditore delle bonifiche, attraverso operazioni bancarie all’estero «retrocedeva provviste», gonfiando fatture, a favore dell’immobiliarista Luigi Zunino, a lungo proprietario dell’ex Falck. Accanto a loro anche Bruno Binasco, amministratore della Serravalle, che fa scadere un opzione di acquisto su un immobile di Di Caterina, che non ha ricevuto tutti i favori che si aspettava, perché incassi due milioni di euro. Ci sono poi i personaggio delle Coop rosse, tirati in ballo da Pasini che racconta di aver sborsato due milioni e 400 mila euro per consulenze a Francesco Agnello e Giampaolo Salami, professionisti vicinissimi alle Coop. Su indicazione del vice presidente delle Ccc, il gruppo di cooperative edilizie, Omer Degli Esposti.

L'annuncio di Obama: "C'è l'intesa sui tagli al deficit e contro il default"

"Voglio annunciare che i leader dei partiti democratico e repubblicano, alla Camera e al Senato, hanno raggiunto un accordo per ridurre il deficit ed evitare un default che avrebbe avuto effetti devastanti per la nostra economia". Sono le 20,40 ora di Washington, le 2,40 in Italia, quando il presidente americano Barack Obama parla dalla Brady's Room della Casa Bianca per far sapere che l'intesa sul debito fra Casa Bianca e Congresso è stata raggiunta. L'orario non è casuale perché coincide con l'apertura delle contrattazioni a Tokio, la prima delle Borse asiatiche ad aprire, e punta dunque a scongiurare panico ed incertezza sui mercati internazionali. Pochi attimi prima è stato John Boehner, presidente repubblicano della Camera, a chiamare a Obama confermando l'accordo. D'intesa con il presidente si muovono Harry Reid e Mitch McConnell, leader democratico e repubblicano al Senato, che intervengono in aula per dire che "l'accordo c'è". E' Obama stesso che lo illustra. "La prima parte riguarda il taglio di 1 trilione di dollari di spesa nei prossimi 10 anni che porterà la spesa pubblica ai livelli più bassi dai tempi di Dwight Eisenhower" mentre "nella seconda si stabilisce la creazione di una commissione bipartisan del Congresso che entro novembre farà ulteriori proposte per ridurre il deficit" di altri 1,5 trilioni di dollari. In complesso dunque la riduzione del deficit sarà di 2,5 trilioni di dollari in 10 anni a fronte di un incremento del limite del debito di 2,1 trilioni, eliminando la necessità di ulteriori incrementi fino al 2013 ovvero dopo il termine dell'anno elettorale.

Obama non nega un certo disappunto per come il lungo negoziato si è concluso, a causa delle numerose concessioni fatte ai repubblicani. "E' questo l'accordo che avrei preferito? No, ma questo compromesso include i necessari anticipi della riduzione del debito e garantisce ad ogni partito incentivi forti per arrivare ad un piano bilanciato entro la fine dell'anno". Per "piano bilanciato" Obama intende l'equilibrio fra tagli e entrate che al momento non c'è per via del cedimento ai repubblicani, che hanno ottenuto l'eliminazione di ogni incremento di imposte. L'annuncio di Obama punta a far sapere al mondo intero che Casa Bianca e Congresso sono d'accordo su come scongiurare il default alla vigilia della scadenza del 2 agosto. Ma "ancora non è finita", come lo stesso Obama dice al termine, perché Camera e Senato devono votare un identico testo prima che possa essere promulgato dalla firma del presidente. Da questa mattina riprende dunque la maratona di negoziati a Capitol Hill, dove il voto favorevole del Senato appare meno incerto rispetto alla Camera perché tanto i deputati repubblicani del Tea Party che quelli democratici del gruppo progressista manifestano palesi dissensi che potrebbero mettere a dura prova l'intesa.

«Melania non poteva difendersi»

Non solo la crudeltà per aver infierito su Melania con 35 coltellate; non solo la spietatezza per averlo fatto a una persona che lo amava; ma anche la brutalità di aver sfruttato la condizione di debolezza di sua moglie Melania Rea, incapace di difendersi mentre l'assassino si accaniva su di lei. La procura di Teramo non fa sconti a Salvatore Parolisi, il caporalmaggiore dell'esercito accusato di averla uccisa il 18 aprile scorso nella pineta di Ripe di Civitella, sulle colline appenniniche del Teramano. Anzi, i pm Greta Aloisi e Davide Rosati, oltre ad accogliere in pieno la ricostruzione del delitto dei loro colleghi di Ascoli, contestano a Parolisi una nuova aggravante: la minorata difesa. Melania si era abbassata volontariamente i pantaloni sotto le ginocchia, «la vittima era in condizioni di tranquillità, non si sentiva minacciata, né cercava di sfuggire a qualcuno che aveva identificato come un possibile aggressore», scrivono i magistrati. I pantaloni sarebbero così diventati la prigione di Melania, perché non poteva più scappare alla violenza del carnefice.

Lo scontro fra accusa e difesa si fa dunque sempre più aspro. Agli avvocati del caporalmaggiore che preannunciano di avere «almeno dieci assi di briscola da giocare, uno domani, un altro, più potente, in settimana», risponde la procura di Teramo che non arretra di un millimetro, indaga e rincara la dose. Mentre quella di Ascoli replica alla prima mossa della difesa, la foto scattata da un ragazzo il giorno dell'omicidio sul pianoro di Colle San Marco e che secondo i legali proverebbe la presenza di Parolisi in quel posto all'ora del delitto e non nella pineta di Ripe di Civitella, dove Melania è stata uccisa: «Quell'immagine l'abbiamo osservata attentamente e io resto dell'idea che sia impossibile identificare la macchina di Parolisi in quell'ombra scura», ha voluto precisare uno dei pm.

I magistrati marchigiani si sono ormai spogliati dell'inchiesta. Ora indaga Teramo, che ha già chiesto l'arresto di Parolisi con la nuova aggravante. E indagano pure i consulenti del collegio di difesa, alle prese con gli elementi forti dell'indagine e in particolare con prova regina: il dna trovato nella bocca di Melania. Appartiene al marito, particolare che ha indotto i medici legali Adriano Tagliabracci e Sabrina Canestrari a concludere che «è ragionevole affermare che il contatto con il marito sia avvenuto poco prima del decesso». Il che inguaia certamente Parolisi, al punto che i suoi legali hanno messo al lavoro uno dei più quotati genetisti forensi italiani: Emiliano Giardina dell'Università Tor Vergata di Roma. L'esperto ha già espresso un parere: «L'affermazione secondo cui il contatto potrebbe essere avvenuto mezz'ora o un'ora prima del delitto non ha alcun fondamento scientifico. In genetica non si sa ancora quanto tempo debba trascorrere perché spariscono le tracce».

Per lui è invece molto più importante l'analisi del dna «estraneo» trovato sotto l'unghia di Melania: «E' lì che in genere si trova la firma dell'assassino perché si presuppone che la vittima lotti contro il suo aggressore o che comunque abbia un contatto con lui». Ma Melania, secondo la procura, non ha lottato. Il pm lo esclude: «Quella traccia biologica potrebbe appartenere molto semplicemente a una persona a cui Melania ha stretto la mano».

Andrea Pasqualetto
01 agosto 2011

IL RITRATTO DELL'INCOSCIENZA!


Grandi manovre per preparare il "dopo Berlusconi". E un'iniziativa congiunta con il Pd per uscire dall'emergenza economica dopo l'appello di tutte le parti sociali 1. Una domenica intensa per il Terzo Polo, iniziata con la lettura dei giornali: in tre distinte interviste, Casini, Fini e Rutelli hanno lanciato il loro messaggio a chi nel Pdl voglia aprire una nuova stagione senza il Cavaliere. In serata, il comunicato in cui si parla di contatti tra Casini e il segretario Pd Bersani da una parte e le forze sociali dall'altra. Una sollecitazione arriva anche dal ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli: "Davanti a una crisi come quella che stiamo affrontando, credo che la politica non abbia il diritto di andare in ferie e che non lo abbiano neppure le associazioni imprenditoriali, le forze sindacali e le parti sociali. Propongo che in agosto tutti cancellino le ferie e ci si trovi per un campus per lo sviluppo economico da cui far emergere un programma di lavoro per l'autunno".

Dopo l'appello allarmato di qualche giorno fa, dunque, governo e opposizioni sembrano voler strattonare sindacati e imprenditori. E per le opposizioni, in particolare, tutte queste iniziative sembrano già prefigurare un dopo-Berlusconi. Mentre il premier tace o, al massimo, si limita a declassare la portata della crisi economica.

Da Confindustria e sindacati ok a incontro. All'invito di governo e opposizione rispondono Confindustria e sindacati. L'associazione degli industriali si dice disponibile ad affrontare i temi della crisi e della crescita. In una nota Confindustria esprime "soddisfazione per le proposte avanzate alle parti sociali sul tema della crescita e dà immediata disponibilità a un incontro con il governo e l'opposizione". "È urgente - si legge nel comunicato - porre il tema della difficile situazione economica e quello dello sviluppo come primi punti dell'agenda del Paese". Alla provocazione di Calderoli di organizzare un campus per parlare di sviluppo rispondono i rappresentanti sindacali. Il segretario della Uil, Luigi Angeletti accoglie la proposta: le parti sociali, dice, "sono più che favorevoli. Che si possa lavorare durante il mese di agosto non è uno scandalo ma un fatto positivo. L'importante è che questo appuntamento non si trasformi nel solito teatrino perché più che studiare dobbiamo trovare soluzioni". Anche il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni valuta con favore l'impegno del governo di aprire un dibattito: "È positivo che vari esponenti politici di maggioranza e di opposizione manifestino la volontà di incontrare le parti sociali ma piu di un campus abbiamo bisogno delle sedi istituzionali dove poter decidere in un clima di rinnovata concertazione le risposte urgenti e adeguate per fronteggiare la crisi. La speculazione - conclude Bonanni - non va in ferie". "Non ci sottrarremo al confronto - dice il segretario della Cgil, Susanna Camusso - deve però essere chiaro che si deve partire dal cambiare la manovra perché è iniqua e impedisce crescita e sviluppo".

"Nuovo premier ed esecutivo di coesione". Costringere il premier alle dimissioni per un nuovo governo di unità nazionale sostenuto da una maggioranza bipartisan è il messaggio dei tre leader. Che chiedono un "armistizio fra l'attuale maggioranza e le forze più responsabili delle opposizioni". Parlando con il Corriere della Sera, Casini vede nella pace tra la maggioranza e l'opposizione più responsabile la possibilità per il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di nominare al più presto un nuovo premier2. Ce sia "politico e non tecnico", spiega Casini. Gli fa eco dalle colonne del Quotidiano Nazionale Rutelli: il nuovo leader sarà "di alto profilo e con un programma forte" e sostenuto da una "maggioranza bipartisan di unità nazionale", con il compito di mettere in campo nuove misure anticrisi e tentare la riforma della legge elettorale. Fini, sul Messaggero, definisce "da irresponsabili che Berlusconi e il governo facciano finta di niente e preferiscano andare in vacanza come se niente fosse, a fronte della più che legittima richiesta al premier dei gruppi di opposizione di riferire subito in Parlamento sulla crisi, tanto più dopo un allarme comune delle parti sociali di cui non ho memoria di precedenti".

I tre leader parlano in particolare a un interlocutore: Angelino Alfano, nuovo segretario Pdl e unico in grado di fare "un atto di coraggio per aprire la fase nuova, indispensabile per la drammatica situazione del Paese"; in cambio, incalza in particolare Casini, è necessaria "l'uscita di Berlusconi da Palazzo Chigi".

Il Pdl: "Se hanno i numeri, sfiducino il governo". All'apparenza compatto il rifiuto del Pdl: "Non ci sarà alcun suicidio assistito, né defezioni nei numeri della maggioranza: governo e premier non cambieranno fino al termine della legislatura", replicano il capogruppo Cicchitto e i ministri Matteoli, Bernini, Romano, Rotondi. Secondo Cicchitto, i tre leader sono uniti solo da una pregiudiziale anti Berlusconi; per Romano è ancora in piedi un complotto contro il governo, mentre secondo Bernini e Matteoli si tratta di "demagogia pura". Alle opposizioni i berlusconiani rispondono con una sfida: portare al voto a settembre una nuova mozione di sfiducia al governo e contarsi alla Camera. Mossa prevista dall'Idv che un paio di giorni fa aveva infatti presentato un suo testo. "È ovvio che la voteremo anche noi - dice Casini anticipando la posizione dell'Udc - ma non sbloccherà la situazione. Sono Pdl e Alfano a doversi muovere".

Casini e Bersani chiamano le forze sociali. All'appello del Terzo Polo aderisce subito, sul fronte del Pd, Massimo D'Alema: "Tutti dovrebbero capire che Berlusconi porta alla rovina. Non soltanto l'economia, ma anche il sistema democratico". Secondo il presidente del Copasir ora "anche nella destra c'è chi comincia a capirlo. Si facciano coraggio presto". In ogni caso "noi siamo pronti a prenderci le nostre responsabilità".

Che i rapporti tra centristi e democratici si stiano intensificando lo conferma in serata la nota con cui l'ufficio stampa Udc dà conto di conatti congiunti di Casini e Bersani con i rappresentanti delle forze sociali. I due segretari "hanno proposto un incontro di tutte le forze parlamentari di opposizione per discutere dell'emergenza economica e delle proposte per affrontarla".
(31 luglio 2011)

Crisi, Pd e Udc chiamano le parti sociali Sindacati e Confindustria accettano incontro


Grandi manovre per preparare il "dopo Berlusconi". E un'iniziativa congiunta con il Pd per uscire dall'emergenza economica dopo l'appello di tutte le parti sociali 1. Una domenica intensa per il Terzo Polo, iniziata con la lettura dei giornali: in tre distinte interviste, Casini, Fini e Rutelli hanno lanciato il loro messaggio a chi nel Pdl voglia aprire una nuova stagione senza il Cavaliere. In serata, il comunicato in cui si parla di contatti tra Casini e il segretario Pd Bersani da una parte e le forze sociali dall'altra. Una sollecitazione arriva anche dal ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli: "Davanti a una crisi come quella che stiamo affrontando, credo che la politica non abbia il diritto di andare in ferie e che non lo abbiano neppure le associazioni imprenditoriali, le forze sindacali e le parti sociali. Propongo che in agosto tutti cancellino le ferie e ci si trovi per un campus per lo sviluppo economico da cui far emergere un programma di lavoro per l'autunno".

Dopo l'appello allarmato di qualche giorno fa, dunque, governo e opposizioni sembrano voler strattonare sindacati e imprenditori. E per le opposizioni, in particolare, tutte queste iniziative sembrano già prefigurare un dopo-Berlusconi. Mentre il premier tace o, al massimo, si limita a declassare la portata della crisi economica.

Da Confindustria e sindacati ok a incontro. All'invito di governo e opposizione rispondono Confindustria e sindacati. L'associazione degli industriali si dice disponibile ad affrontare i temi della crisi e della crescita. In una nota Confindustria esprime "soddisfazione per le proposte avanzate alle parti sociali sul tema della crescita e dà immediata disponibilità a un incontro con il governo e l'opposizione". "È urgente - si legge nel comunicato - porre il tema della difficile situazione economica e quello dello sviluppo come primi punti dell'agenda del Paese". Alla provocazione di Calderoli di organizzare un campus per parlare di sviluppo rispondono i rappresentanti sindacali. Il segretario della Uil, Luigi Angeletti accoglie la proposta: le parti sociali, dice, "sono più che favorevoli. Che si possa lavorare durante il mese di agosto non è uno scandalo ma un fatto positivo. L'importante è che questo appuntamento non si trasformi nel solito teatrino perché più che studiare dobbiamo trovare soluzioni". Anche il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni valuta con favore l'impegno del governo di aprire un dibattito: "È positivo che vari esponenti politici di maggioranza e di opposizione manifestino la volontà di incontrare le parti sociali ma piu di un campus abbiamo bisogno delle sedi istituzionali dove poter decidere in un clima di rinnovata concertazione le risposte urgenti e adeguate per fronteggiare la crisi. La speculazione - conclude Bonanni - non va in ferie". "Non ci sottrarremo al confronto - dice il segretario della Cgil, Susanna Camusso - deve però essere chiaro che si deve partire dal cambiare la manovra perché è iniqua e impedisce crescita e sviluppo".

"Nuovo premier ed esecutivo di coesione". Costringere il premier alle dimissioni per un nuovo governo di unità nazionale sostenuto da una maggioranza bipartisan è il messaggio dei tre leader. Che chiedono un "armistizio fra l'attuale maggioranza e le forze più responsabili delle opposizioni". Parlando con il Corriere della Sera, Casini vede nella pace tra la maggioranza e l'opposizione più responsabile la possibilità per il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di nominare al più presto un nuovo premier2. Ce sia "politico e non tecnico", spiega Casini. Gli fa eco dalle colonne del Quotidiano Nazionale Rutelli: il nuovo leader sarà "di alto profilo e con un programma forte" e sostenuto da una "maggioranza bipartisan di unità nazionale", con il compito di mettere in campo nuove misure anticrisi e tentare la riforma della legge elettorale. Fini, sul Messaggero, definisce "da irresponsabili che Berlusconi e il governo facciano finta di niente e preferiscano andare in vacanza come se niente fosse, a fronte della più che legittima richiesta al premier dei gruppi di opposizione di riferire subito in Parlamento sulla crisi, tanto più dopo un allarme comune delle parti sociali di cui non ho memoria di precedenti".

I tre leader parlano in particolare a un interlocutore: Angelino Alfano, nuovo segretario Pdl e unico in grado di fare "un atto di coraggio per aprire la fase nuova, indispensabile per la drammatica situazione del Paese"; in cambio, incalza in particolare Casini, è necessaria "l'uscita di Berlusconi da Palazzo Chigi".

Il Pdl: "Se hanno i numeri, sfiducino il governo". All'apparenza compatto il rifiuto del Pdl: "Non ci sarà alcun suicidio assistito, né defezioni nei numeri della maggioranza: governo e premier non cambieranno fino al termine della legislatura", replicano il capogruppo Cicchitto e i ministri Matteoli, Bernini, Romano, Rotondi. Secondo Cicchitto, i tre leader sono uniti solo da una pregiudiziale anti Berlusconi; per Romano è ancora in piedi un complotto contro il governo, mentre secondo Bernini e Matteoli si tratta di "demagogia pura". Alle opposizioni i berlusconiani rispondono con una sfida: portare al voto a settembre una nuova mozione di sfiducia al governo e contarsi alla Camera. Mossa prevista dall'Idv che un paio di giorni fa aveva infatti presentato un suo testo. "È ovvio che la voteremo anche noi - dice Casini anticipando la posizione dell'Udc - ma non sbloccherà la situazione. Sono Pdl e Alfano a doversi muovere".

Casini e Bersani chiamano le forze sociali. All'appello del Terzo Polo aderisce subito, sul fronte del Pd, Massimo D'Alema: "Tutti dovrebbero capire che Berlusconi porta alla rovina. Non soltanto l'economia, ma anche il sistema democratico". Secondo il presidente del Copasir ora "anche nella destra c'è chi comincia a capirlo. Si facciano coraggio presto". In ogni caso "noi siamo pronti a prenderci le nostre responsabilità".

Che i rapporti tra centristi e democratici si stiano intensificando lo conferma in serata la nota con cui l'ufficio stampa Udc dà conto di conatti congiunti di Casini e Bersani con i rappresentanti delle forze sociali. I due segretari "hanno proposto un incontro di tutte le forze parlamentari di opposizione per discutere dell'emergenza economica e delle proposte per affrontarla".
(31 luglio 2011)

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Casini e Bersani chiamano le forze sociali. All'appello del Terzo Polo aderisce subito, sul fronte del Pd, Massimo D'Alema: "Tutti dovrebbero capire che Berlusconi porta alla rovina. Non soltanto l'economia, ma anche il sistema democratico". Secondo il presidente del Copasir ora "anche nella destra c'è chi comincia a capirlo. Si facciano coraggio presto". In ogni caso "noi siamo pronti a prenderci le nostre responsabilità".

Che i rapporti tra centristi e democratici si stiano intensificando lo conferma in serata la nota con cui l'ufficio stampa Udc dà conto di conatti congiunti di Casini e Bersani con i rappresentanti delle forze sociali. I due segretari "hanno proposto un incontro di tutte le forze parlamentari di opposizione per discutere dell'emergenza economica e delle proposte per affrontarla".



(31 luglio 2011)


Crisi, Fini: «Governo irresponsabile, Berlusconi insiste a galleggiare»

di Carlo Fusi

Pochi giorni fa lanciò l’ennesima richiesta al Pdl per un sussulto antiberlusconiano anche sotto forma di un governo presieduto da Roberto Maroni. Le reazioni sono state negative, sia da parte della maggioranza che dell’opposizione. Con un po’ di crudeltà, si potrebbe partire da qui. E chiedere se tanta indifferenza è perché la proposta è sbagliata oppure perché chi la esprime non è credibile... Ma poiché alle cattiverie è abituato, Gianfranco Fini non ci casca: «Nessuno mi ha dato retta? Mah, purtroppo me lo aspettavo. Avevo indicato quella che per me è l’unica via d’uscita ma al tempo stesso ero perfettamente cosciente che all’interno del Pdl nessuno avrebbe avuto consapevolezza dell’urgenza di dar vita al dopo Berlusconi. Però la realtà non cambia, ha la testa dura. Tutti avvertono la necessità di superare l’attuale governo perché inadeguato, anche se all’interno del Pdl nessuno ha la forza di fare il passo necessario».

E così, presidente, voi dell’opposizione continuate ad abbaiare alla luna, a chiedere dimissioni che non arrivano. Frustrante, no?
«Guardi, da che mondo è mondo una minoranza è tale perché in Parlamento ha qualche numero in meno della maggioranza. E quindi non è mai accaduto che sia l’opposizione a determinare un cambiamento: il cambiamento c’è sempre quando è all’interno della maggioranza che matura la consapevolezza di dove voltare pagina».

Che non c’è. Appunto.
«Non c’è la volontà o forse il coraggio, anche se forse è un termine improprio, per dire in pubblico quel che tantissimi sussurrano in privato. In tantissimi sono coscienti che quando Berlusconi sostiene che il governo è più forte di prima si tratta di una propaganda alla quale non crede più nemmeno lui. Tuttavia tra l’avere coscienza e l’agire con iniziative conseguenti, c’è di mezzo il classico mare».

Significa che gli italiani che adesso vanno in ferie a settembre ritroveranno un Paese che sta peggio di adesso?
«Purtroppo ci troveremmo tutti in una situazione peggiore dell’attuale, peraltro già gravissima. E proprio a causa della sostanziale insensibilità, in primis di Berlusconi e di conseguenza dei suoi ministri, di comprendere la realtà. Faccio l’esempio più evidente. A mia memoria non è usuale che le parti sociali tutte, a parte la Uil, con un documento unitario chiedano alla politica, e dunque in primo luogo al governo, di tenere i conti pubblici sotto controllo, di adottare misure per stimolare la ripresa. Ed è altrettanto inusuale che il governo faccia finta di nulla. E nonostante la richiesta delle opposizioni...».

Ecco, appunto. Le opposizioni chiedono che il governo venga in aula a riferire sullo stato dell’economia prima della pausa estiva. Lei come presidente della Camera cosa risponde?
«Che è una richiesta che ritengo più che legittima. Alla quale però per ora il governo replica che preferisce andare in ferie. Ho convocato i capigruppo per martedì, ma già nella riunione della settimana scorsa il problema è stato posto. Tutti sanno che non è potere del presidente della Camera o del Senato convocare il governo: è il governo che decide liberamente se venire o no in aula. A mio avviso è indispensabile che il governo venga a dire come giudica il documento delle parti sociali, o come valuta la complessiva situazione economica del Paese. Ma se il governo si dimostra del tutto insensibile, se Berlusconi continua col ritornello che va tutto bene, abbiamo la riprova di una sostanziale irresponsabilità dell’esecutivo».

E lo scenario per il dopo Berlusconi che lei sollecita non cambia: niente elezioni bensì un nuovo governo guidato da un esponente della vecchia maggioranza fino al 2013.
«Sì. Proprio perché non si interrompe in modo traumatico la legislatura, ritengo giusto che sia la maggioranza che ha vinto le elezioni ad indicare al capo dello Stato il nome del candidato premier. La cosa fondamentale per l’interesse nazionale è di non continuare a perdere tempo con un governo che galleggia».

A suo avviso Giulio Tremonti, da più parti indicato come l’esponente più adeguato a succedere a Berlusconi, alla luce delle vicende emerse: affitto casa, sospetti di essere spiato eccetera, si deve dimettere o no?
«Sono vicende - e penso anche ai rapporti con Marco Milanese - che certamente vanno chiarite perché se Tremonti dice che si sentiva controllato o addirittura spiato ha il dovere di dire da parte di chi. Non ha precedenti che un ministro dell’Economia dica cose del genere».

Insisto: si deve dimettere o no?
«E’ un problema che attiene esclusivamente alla sua coscienza».

La sua, presidente Fini, cosa suggerisce?
«Mah, cosa vuole, viviamo in un Paese dove non si dimette un ministro come Saverio Romano, che deve rispondere di vicende più gravi... Al di là della questione Tremonti, a mio parere il problema è il degrado che riguarda complessivamente il mondo della politica. E la risposta del ceto politico dovrebbe essere meno isterica, minimalista o autoassolutoria».

Fli voterà a favore della richiesta di arresto di Milanese?
«Ritengo largamente probabile che si comporterà come per Papa».

Riguardo la polemica tra Bossi e il Quirinale sullo spostamento dei ministeri, lei ha detto di avere l’impressione che il leader lumbard giochi una partita diversa da quella di Berlusconi. Esattamente quale? E a qual fine?
«Nell’intervento che mi valse la cacciata dal Pdl indicai due criticità: la situazione dell’economia, assai meno da Mulino Bianco di quel che sosteneva Berlusconi; e la presa sul governo da parte del Carroccio che avrebbe finito per diventare insostenibile. Quel che temevo ora è sotto gli occhi di tutti, a partire dall’assurda richiesta di spostare i ministeri. La Lega agita temi simbolici per la pancia dell’elettorato leghista per coprire il fallimento delle promesse, a partire dalla riduzione del fisco e dal federalismo. Si smarca su temi che pensa siano popolari nel suo elettorato. Ma è tutto da vedere».

Beh, non è che a proposito di consensi Fli possa gridare d’entusiasmo...
«Guardi, era previsto che alle amministrative non avremmo avuto, per mille ragioni, grandi risultati. Ma resto convinto che più passano i mesi, più nell’elettorato moderato sarà evidente che il Pdl, soprattutto in virtù del rapporto così stretto che ha con la Lega, sta tradendo gli ideali e i valori del centrodestra. Se il centrodestra è Nazione, legalità e meritocrazia mi chiedo: quali di questi tre valori è stato rispettato dal governo Berlusconi-Bossi?».

Domenica 31 Luglio 2011

D'Alema: «Chi è sotto accusa faccia un passo indietro»

FRANCESCO CUNDARI

Il problema, dice Massimo D'Alema, non è la «casta», ma Berlusconi. Silvio Berlusconi e il suo «egoismo titanico». Un presidente del Consiglio concentrato solo «sui suoi problemi giudiziari e le sue leggine ad personam», che per nascondere le sue responsabilità nella crisi «aizza campagne contro la politica in generale e contro di noi in particolare».

In che senso?
«Nel senso che se il problema è l’assistenza sanitaria per il deputato, meglio affidarsi all’unico che di sicuro non ne ha bisogno. È la filosofia illustrata da Giulio Tremonti: non rubo perché non ne ho bisogno. Dunque, per combattere la “casta” e avere una politica pulita, dovremmo affidarci ai ricchi. Una tesi antica, e discutibile anche nel merito: la storia dimostra che i ricchi rubano molto più dei poveri, perché hanno più esigenze. Ma ovviamente non è questo il punto».

E qual è?
«Il punto è che il centrodestra prima boccia in Parlamento le nostre proposte per tagliare costi e privilegi, come il vitalizio. E poi, sui suoi giornali, guida le campagne contro la “casta”. E contro il Pd».

Le inchieste che hanno coinvolto esponenti del Pd come Filippo Penati, però, non sono un'invezione dei giornali.
«Prima di tutto vorrei dire che noi non sottovalutiamo affatto il pericolo che un grande partito che ha responsabilità amministrative e di governo possa imbattersi in episodi di corruzione. E non rivendichiamo, ormai da tantissimi anni, una diversità genetica. Riteniamo che la politica debba avere delle regole, rispettare i magistrati e il loro lavoro, e abbiamo detto che non abbiamo nulla da nascondere e nessuno da proteggere. Le persone oggetto di gravi accuse facciano un passo indietro».

Il quadro che emerge dai giornali è preoccupante, non crede? «Si tratta di vicende che se venissero confermate anche solo in parte sarebbero molto gravi. Ma anche qui ci sono aspetti poco chiari, che suscitano almeno due domande. La prima è perché mai, trattandosi di vicende risalenti a molti anni fa, il principale accusatore di Penati non abbia usato quelle informazioni in campagna elettorale, quando si candidò con il centrodestra».

E la seconda?
«La seconda è dove sia finito questo fiume di denaro. Si parla di 20 miliardi di lire dell’epoca. Un’epoca in cui ricordo bene quali fossero le difficoltà economiche del partito milanese. Tanto che si dovette vendere la sede di via Volturno».

L’altro caso al centro delle polemiche è quello del senatore Tedesco, che dal punto di vista politico viene imputato soprattutto a lei.
«È naturale. Non appena qualcuno ha dei guai con la giustizia, subito la stampa lo battezza come “dalemiano”. A quel punto, l’unica speranza che ha di riprendere il suo nome è di essere assolto. Solo allora riacquista la sua identità».

Dunque, il problema non esiste?
«Il problema nasce dall’estrema scorrettezza del Pdl, che ha rifiutato di concedere autorizzazione all’arresto e voto palese in aula, nonostante a chiederli fosse lo stesso Tedesco, e ha rifiutato perché pensava così di crearci un problema. Purtroppo, aveva ragione. Infatti le responsabilità della destra sono subito scomparse dalla scena».

Al di là del voto parlamentare, non ritiene di avere avuto nella vicenda Tedesco qualche responsabilità?
«No, l’idea del complotto dalemiano su Tedesco è ridicola. Figuriamoci cosa si sarebbe detto se fossi stato io il presidente della Regione che lo ha nominato assessore alla Sanità. Avrebbero crocifisso me e tutto il Pd. Ricordo peraltro che Tedesco era in quel momento leader di un altro partito, aveva molti voti e il suo passaggio con il centrosinistra fu determinante per la vittoria di Vendola».

Al Pd si rimprovera di averlo portato in Parlamento, mandando in Europa Paolo De Castro...
«Forse qualcuno dovrebbe ricordare che Paolo De Castro è presidente della Commissione agricoltura del Parlamento europeo. È forse la posizione più importante che abbia un italiano in Europa. L’idea che sia stato candidato non per sue qualità, ma per fare entrare Tedesco in Senato, è ridicola».

A proposito di questione morale, in tutte le vicende di questi mesi, che hanno toccato anche la sua fondazione, non ritiene di avere nulla da rimproverarsi?
«Il mio errore riguarda il fatto di avere lasciato che per un anno Vincenzo Morichini raccogliesse fondi per la fondazione Italianieuropei, cosa del tutto lecita e documentata nel modo più trasparente. Ma la sovrapposizione con le attività private di Morichini ha creato evidentemente un conflitto di interessi che avremmo dovuto evitare, prevenendo ogni possibile rischio del genere. Ecco quel che mi rimprovero. Ma questo non giustifica la campagna inaccettabile scatenata contro di noi in particolare dai giornali che sono direttamente o indirettamente riconducibili al presidente del Consiglio, un pulpito da cui davvero non si possono accettare lezioni sulla questione morale».

Non teme che la campagna faccia presa sull’elettorato?
«Gli italiani vogliono un’altra politica e lo dimostrano i sondaggi di questi giorni: nonostante tutte le polemiche, il Pd non registra il minimo calo. L’idea di cancellare la politica e di affidarsi al partito-impresa di un miliardario gli italiani l’hanno già sperimentata e gli effetti si vedono».

Alcuni dicono che se lo stato intervenisse di meno nell’economia si correrebbero meno rischi. Che ne pensa? «Siamo stati noi che abbiamo privatizzato e liberalizzato, non certo la destra. Tuttavia il vero grande problema che non solo in Italia ma nel mondo ci troviamo di fronte con la crisi è proprio quello di tornare a un primato della politica sull’economia. Il dominio della finanza e del mercato senza regole, cioè senza la politica, è stato all’origine della crisi di oggi e ha contribuito anche a produrre una caduta di tensione ideale ed etica. Non si esce dal berlusconismo sulle macerie del sistema democratico e dei partiti, ma al contrario rigenerandolo e dando a esso una nuova legittimazione nel rapporto con il Paese».

Come?
«Tutti dovrebbero capire che Berlusconi porta alla rovina. Non soltanto l’economia italiana, ma anche il sistema democratico. Zapatero mostra senso di responsabilità di fronte al destino del suo Paese, capendo che un governo senza consenso non può affrontare la crisi. Berlusconi, invece, non ha il minimo senso dello stato e si occupa solo degli interessi suoi, non del destino dell’Italia. Credo che anche nella destra ci sia chi comincia a capirlo. Si facciano coraggio, prima che sia tardi. Noi siamo pronti a prenderci le nostre responsabilità».

31 luglio 2011