sabato 3 settembre 2011

Un tracollo ben preparato


Tutti gli economisti, o quasi tutti, sostengono che la salvezza sta nella «crescita». Perché il mondo occidentale non cresce più (in nessun senso della parola). La sola crescita globale è stata, da un secolo a questa parte, quella della popolazione. Oggi siamo 7 miliardi, forse arriveremo a 9 o anche a 10. E di tanto cresce la popolazione, di altrettanto (se non più) crescono i problemi che la crescita economica dovrebbe risolvere. Problemi che oramai sono di «grande depressione». E problemi che le ricette degli economisti non sembrano in grado di risolvere. Forse perché sono ricette che ci hanno fatto sbagliare previsioni e terapie da almeno mezzo secolo a questa parte. Perché da mezzo secolo a questa parte gli economisti ci hanno incoraggiato a spendere più di quanto guadagniamo, creando così un progresso economico fondato sul debito. Il debito pubblico che oggi assilla tutti (anche se alcuni più, alcuni meno) nasce così: dallo Stato che spende e spande, che elargisce più di quanto incassa.

Negli Stati Uniti, per decenni, l'indicatore di una economia che «tira» è stato la consumer confidence , la fiducia del consumatore di poter spendere non sui soldi che si hanno ma sui soldi che verranno. Un altro problema delle società industriali avanzate è che alla fine le macchine «disoccupano». Certo, all'inizio creano occupazione per creare le macchine; ma poi, alla lunga, finisce che sono le macchine che lavorano per l'uomo e che lo sostituiscono. Questo problema è stato oscurato dalla teoria (eminentemente sociologica) che la società post industriale era, e doveva diventare, una «società dei servizi». Certo, in parte sì. Ma in parte la società dei servizi è diventata sovrappopolata e parassitaria perché serve a colmare il buco della disoccupazione crescente. Il nostro Sud è un magnifico esempio di politica che diventa strumento di pubblico impiego.

Il sistema che sono andato descrivendo era destinato a crollare. E difatti sta crollando. L'aggravante è poi stata la globalizzazione. Nel 1993 scrivevo che a parità di tecnologia i Paesi poveri a basso costo di lavoro erano destinati a togliere lavoro alla manodopera dei Paesi ricchi. Invece gli economisti hanno inneggiato alla globalizzazione come nuovi mercati di espansione e di vendita. È finita, per ora, che la Cina è diventata la cassaforte che sostiene il debito pubblico degli Stati Uniti, e che sono i cinesi che esportano più di noi.

Ci sono, infine, le malefatte dei banchieri e del loro avventurismo speculativo con i soldi degli altri. Hanno cominciato a elargire mutui subprime e cioè insufficientemente garantiti. E poi si sono buttati sui derivati, una diavoleria escogitata da due matematici che nemmeno i banchieri né i loro economisti hanno ben capito. Il che non toglie che siano riusciti a inondare il mondo con un nuovo tipo di pericolosa spazzatura.

Così oggi si scopre che abbiamo consumato le risorse per stimolare la ripresa, la crescita, senza che le nostre economie ripartano, senza che ci sia ripresa. Anche la locomotiva tedesca sembra che si sia fermata, la disoccupazione giovanile è altissima un po' dappertutto, e non può essere assorbita da impieghi burocratici che già soffrono di elefantiasi.

Sì, in Italia bisogna assolutamente ridurre in modo drastico un deficit che continua ad alimentare uno dei più alti debiti pubblici del mondo. Ma bisogna anche dire la verità, tutta la verità. Come ha ben dichiarato il presidente Napolitano: «La maggioranza ha nascosto la gravità della crisi». Berlusconi è bravo, bravissimo, come illusionista. Resta da scoprire se sa vedere e dire la verità.

Giovanni Sartori
29 agosto 2011

"Bersani non poteva non sapere cosa faceva il suo capo segreteria"


CONCHITA SANNINO

SINDACO De Magistris, esiste la "diversità etica" della sinistra?
"Storicamente è esistita. La sinistra più di ogni altra ha posto la questione morale come architrave dell'agire politico. Ultimamente la diversità etica è molto scemata".

Molto quanto?
"Assai. La politica si è persa nei palazzi e l'affarismo l'ha corrotta. Il sistema degli affari funziona allo stesso modo a destra e a sinistra".

Populismo. Demagogia. Antipolitica.
"Conosco bene il ritornello di autodifesa della casta. E' l'unico modo che è rimasto loro per preservare il loro potere: accusare chi non fa parte del loro gioco di antipolitica. Hanno una paura terribile di tutti coloro che non possono essere ricattati, provano a farlo e se non ci riescono tentano di gettare addosso la croce dell'antipolitica. Ma non c'è antipolitica nel Paese, c'è antipartitocrazia. Il sistema è ammalato gravemente e so quel che dico: il metodo è lo stesso ad ogni latitudine. Scambi fra pubblico e privato, mercato di consulenze, appalti, favori contro poltrone o credenziali. Poi non tutti lo adottano, certo. Come sempre la differenza la fanno le persone".

Esempi.
"Mi irrita la sorpresa che mostrano i leader di partito di fronte ai casi Bisignani, Penati e quant'altro. Penati era il capo della segreteria di Bersani. Bisignani l'uomo di fiducia di Gianni Letta a Palazzo Chigi. I leader sanno sempre benissimo quel che accade nel loro cerchio stretto. Sono stato ai vertici di un partito, ho trattato con i miei referenti in altre forze politiche, lo so. Del resto: sui casi di corruzione e concussione i partiti non sono mai arrivati per primi. Non ce n'è stato uno che abbia di sua iniziativa bonificato situazioni opache. E' stata la magistratura, sono stati i movimenti di cittadini a sollevare i casi".

Anche nell'Idv non sempre è andato tutto benissimo.
"Non sempre. Il reclutamento della classe dirigente è fondamentale e deve rispondere a criteri di chiarezza assoluta. Sono stato il primo a battermi per questo".

Una nuova classe dirigente. Pisapia suggerisce il limite tassativo di due mandati. E' d'accordo?
"Come principio di carattere generale sì, ma in politica le regole burocratiche non sempre funzionano. La questione morale non si risolve solo così. Avrebbe avuto senso stabilire il limite di due mandati per Enrico Berlinguer? Dopo di lui il Pd non ha più avuto un leader di quel calibro. Non è mettendo un limite temporale ai mandati che si fa emergere una generazione nuova ma coltivando in chi arriva alla politica i valori etici e morali di giustizia, libertà, trasparenza. Non cooptando persone simili e servili, gente che non faccia ombra a chi guida ma ingaggiando una gara fra talenti e progetti, valorizzando chi ha consenso e non emarginandolo. Non bisogna avere paura e scegliere le persone che sappiano fare una rivoluzione partendo dalla questione morale. Persone fuori dagli schemi, che sappiano connettersi col popolo e trovare un equilibrio fra istituzioni e movimenti civici".

Parla di sé?
"Ma no, anche se quello che è avvenuto a Napoli a Cagliari a Milano è stata una vera rivoluzione, e vedo che anziché prendere ad esempio quel modello c'è una gran fretta di dimenticarlo e marginalizzarlo. Il Paese è pieno di persone di valore che fanno politica, o che la farebbero in condizioni di aver voce in capitolo. Il fermento che c'è attorno a noi è il contrario dell'antipolitica: le battaglie della Fiom, quelle delle donne e degli studenti sono politica. Non a caso i partiti ne sono rimasti fuori, o sono stati tenuti fuori dai movimenti. Bisogna portare quella forza nelle istituzioni. Scegliere da lì le persone: quelle capaci di mobilitare, di animare speranze e di tradurle in progetti".

Chi deve scegliere queste persone? Servirà un criterio.
"Certo. In primo luogo serve una nuova legge elettorale. Siccome sono certo che questo Parlamento non la farà dico che si deve firmare per il referendum. E' ovvio. A livello locale le primarie funzionano ma non devono essere un veicolo di lotta interna ai partiti. Bisogna che entrino in gara persone libere, competenti, indipendenti e che non siano ostacolate dai correntismi ma incoraggiate".

Stento a immaginarlo.
"Appunto. Ma è l'unica strada perché la politica torni in contatto con la realtà. Bisogna creare dei laboratori politici che facciano da pungolo ai partiti. La questione morale non la risolve la magistratura. E i partiti, oggi - spiace dirlo - non hanno la capacità di affrontarla".

Laboratori politici come?
"Bisogna riattivare il controllo democratico. Partire dal basso. A Napoli abbiamo creato l'assessorato ai Beni comuni e alla democrazia partecipativa. Era una città depressa dal malaffare e dalla corruzione, che oggi è assai più grave che nel '92. Oggi la corruzione è un sistema diffuso nel quale la criminalità è penetrata attraverso società quotate in borsa. Bisogna che i cittadini sentano di avere la forza di cambiare. Incoraggiare assemblee popolari su questioni specifiche, nei quartieri. E' lì che nascono i progetti, e le leadership. Bisogna prendere l'indignazione che c'è e allontanarla dall'antipolitica, trasformarla piuttosto in energia. Scegliere dalla base chi mandare in Parlamento, per esempio. Come lei sa sono sempre stato favorevole alla battaglia sulle primarie di collegio per selezionare deputati e senatori. Non altrettanto i vertici dei partiti, ci sarà una ragione".

Pensa che si vada al voto nel 2012, che ci sarà un governo tecnico o che questa maggioranza reggerà?
"Temo che si andrà a fine legislatura. Questo governo è in grande difficoltà ma ha paura di perdere le elezioni. Del resto il centrosinistra non è ancora pronto ad avanzare un'alternativa credibile a Berlusconi: né come modello, né come leadership. Andare a votare non conviene a nessuno".

Nel caso ci fossero si candiderebbe alle primarie del centrosinistra?
"Io no, voglio fare il sindaco. E' un compito magnifico. Ancora la mattina quando esco per strada non mi sembra vero. Voglio cambiare questa città, portare la domanda dei cittadini nelle istituzioni. E poi bisogna evitare personalismi in questo momento, è stato l'errore degli ultimi mesi di Vendola. Bisogna usare il tempo per formare una generazione competente e combattiva. Poi certo, mi piacerebbe partecipare a livello nazionale a questo processo".

A livello nazionale, da sindaco?
"Certo, è dalle amministrative e dai referendum che sono venuti i più importanti segnali di cambiamento. Vorrei contribuire a creare un movimento politico organizzato che sappia tenere insieme elementi della politica e dei movimenti".

Un nuovo partito?
"No, al contrario. Un movimento che affianchi i partiti nella via del risanamento. Un movimento popolare e politico. Un luogo dove le energie e le intelligenze si sentano rappresentate e non mortificate, anche quelle critiche. E non è solo una questione generazionale, di "rottamazione": la questione morale non è anagrafica. Il rinnovamento passa certo dalle donne e dai giovani, ma anche dagli uomini e dai vecchi a patto che rispondano alla domanda di bene comune. Che facciano politica per gli altri e non per sé, non per l'interesse della loro corrente o del partito".

(01 settembre 2011)


Milanese, parla il generale D'Arrigo "Aveva un grande potere nella GdF"


CONCHITA SANNINO

Era potente, quel Milanese. Troppo. E il ministro ascoltava solo lui quando si trattava di affrontare ogni questione relativa alla Guardia di Finanza. Persino di fronte alle pianificazioni del comandante generale, i consigli e i legami di Marco Milanese, l'ex consigliere politico del ministro Giulio Tremonti, dettavano la linea, esercitavano il loro peso. Anche quando si discuteva di trasferimenti, promozioni, avvicendamenti. Soprattutto poi, se bisognava bloccare il trasferimento da Roma di un altro eccellente del corpo, evidentemente vicino a Milanese, il generale Emilio Spaziante.

Una lunga testimonianza da parte dell'ex comandante generale della Guardia di Finanza, Cosimo D'Arrigo, sul "notevole potere" concentrato nella figura di Marco Milanese - nel ruolo chiave di trait-d'union tra il ministro Tremonti e le Fiamme Gialle - arricchisce i nuovi atti che la Procura di Napoli è pronta ad inviare alla giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera. Dove, tra una settimana, si torna ad esaminare la richiesta di arresto per Milanese, il deputato Pdl accusato di associazione per delinquere, corruzione, rivelazione di segreto.

D'Arrigo aveva già espresso, in un'intervista al Corriere della Sera, il concetto che "fu un errore" da parte di Tremonti "delegare a Milanese", "quasi in toto, il rapporti con noi", cioè con la Finanza. Di fronte al pm Vincenzo Piscitelli, ora D'Arrigo integra, ricorda, sottolinea. E ricorda l'episodio in cui, invitato a parlare con il ministro di alcuni trasferimenti in via d'adozione, D'Arrigo comprese che "Tremonti era al corrente". E fu il ministro a chiedergli di non trasferire il generale Spaziante.

Sono carte destinate a suscitare nuove polemiche e varie analisi, soprattutto sul tema delle cordate interne alla Finanza, contesto confermato dallo stesso Tremonti durante le dichiarazioni rese, a giugno, alla Procura di Napoli.

Mercoledì prossimo, sul caso Milanese, alle 9.15, torna a riunirsi alla Camera la Giunta presieduta da Pierluigi Castagnetti, sei giorni prima del previsto. Un anticipo forse dettato dalla mole di carte da esaminare, provenienti dai fronti opposti dell'inchiesta. Solo pochi giorni fa, infatti, sono arrivati numerosi faldoni dagli uffici giudiziari di Benevento, su richiesta degli avvocati di Milanese, Franco Coppi e Bruno Larosa. Un'iniziativa del tutto inedita, e che spingerà la giunta a chiedere una paradossale autorizzazione affinché Milanese e la difesa prendano visione di atti che essi stessi hanno richiesto, ritenendoli "favorevoli" al punto da volerli sottoporre al Parlamento.

Di contro, ecco il dossier che arriva dal pm Piscitelli. Sullo sfondo, restano molti dubbi ancora irrisolti sulla vicenda della sontuosa casa di via Campo Marzio abitata (fino ai primi di luglio) dal ministro, ma formalmente pagata con un fitto di 8500 euro al mese da Milanese. Quest'ultimo, a sua volta, avrebbe intascato quel denaro sotto forma di tangente - secondo quanto riferito dall'imprenditore
Tommaso Di Lernia - da Angelo Proietti, il titolare della società Edil Ars che, guarda caso, aveva ristrutturato gratuitamente l'appartamento e aveva ottenuto appalti dalla Sogei, controllata dal Ministero delle Finanze. Ipotesi di corruzione all'esame dei pm di Roma. Su tale vicenda, il pm di Napoli, insieme alla Procura di Roma, stanno ancora valutando se ascoltare, come teste, il ministro Tremonti.

Il nuovo dossier di Napoli dovrebbe comunque contenere, oltre all'interrogatorio dell'ex comandante D'Arrigo, anche l'esame di un orologio d'oro, un Patek Philippe portato via da una cassetta di sicurezza di Milanese e molto simile a quelli che sarebbero provento "dell'attività corruttiva". E infine, la consulenza superdettagliata da parte del perito della Procura sulle spese fuori controllo e i lussi del superdeputato Pdl: tenore di vita pressoché incompatibile con i redditi di un potente, ancorché favorito, negli affari, dal suo legame con il ministro.

Il metodo del Cavaliere


MASSIMO GIANNNINI

L'ARRESTO di Giampaolo Tarantini, "estorsore" di Silvio Berlusconi per lo scandalo delle escort, è tutt'altro che "una fantasia", come sostiene lo stesso Cavaliere con la consueta, bugiarda improntitudine.

Quel provvedimento cautelare, viceversa, ci offre una verità concreta, e "tecnicamente" ineccepibile.
Il presidente del Consiglio ha subito un ricatto. Questa volta, almeno per adesso, lui appare come la "vittima". Ma in attesa di capire se e come cambierà la sua posizione nel corso dell'inchiesta, a leggere l'ordinanza dei pubblici ministeri di Napoli emerge fin da ora un'altra verità, politicamente insostenibile.

Berlusconi è un premier che, per i suoi vizi pubblici e i suoi stravizi privati, si è esposto alle intimidazioni costanti di un gruppo di delinquenti. È un premier costretto a comprare il silenzio di chi lo ha "assistito" nelle sue avventure, e minaccia di raccontare tutto all'opinione pubblica. Dunque è un premier che, piuttosto che "vittima", è carnefice di se stesso. E per questo non può governare una moderna democrazia occidentale.

Nelle 105 pagine del documento del gip emerge con chiarezza quello che si può definire il "metodo Giampi". Tarantini, e insieme a lui sua moglie e Valter Lavitola, hanno effettivamente architettato un meccanismo che gli ha consentito, nel corso di un anno, di "spillare" a Berlusconi enormi quantità di denaro (salvo poi spartirsele e fregarsele tra loro, in un vortice di miserabili e reciproci raggiri). Un versamento "una tantum" di 500 mila euro. E poi 14 mila euro al mese, più il pagamento del canone di affitto della casa e altri benefit. Dalle telefonate intercettate viene fuori in modo esplicito.

Tra loro, si dicono "dobbiamo andargli addosso", "dobbiamo metterlo in ginocchio", "con le spalle al muro", "dobbiamo tenerlo sulla corda", "sotto pressione". Per loro, il Cavaliere è un formidabile "bancomat", che serve a finanziargli le vite dissipate cui si sono abituati. In punto di diritto, il premier è effettivamente oggetto di un'estorsione, grave e prolungata.

Ma dietro tutto questo, quello che emerge è soprattutto il "metodo Berlusconi". Perché il presidente del Consiglio paga? Perché fa fronte alle richieste sempre più pressanti e sempre più consistenti dei suoi presunti "persecutori"? Questo è il punto chiave della vicenda, che ci riporta alla calda estate del 2008, ai festini di Villa Certosa, alle "cene eleganti" di Palazzo Grazioli. In una parola: al bunga bunga, alle escort, a Patrizia D'Addario e alle papi-girl. Come scrivono gli stessi magistrati, e come si evince dalla lettura delle intercettazioni, il Cavaliere paga il silenzio di Tarantini e Lavitola. Paga perché i suoi apparenti "aguzzini" non rivelino quello che lui non vuole si sappia.

Sono due le cose che gli stanno a cuore, e che lo spingono a versare "consistenti cifre e benefici", in questo anomalo rapporto di "interlocuzione privilegiata" che intrattiene con un noto "pusher" di ragazze già indagato a Bari (Tarantini) e con un meno noto "faccendiere" già coinvolto nella macchina del fango che servì a massacrare Gianfranco Fini per la casa di Montecarlo (Lavitola).

La prima cosa: si deve pubblicamente sapere che Berlusconi non è mai stato a conoscenza di aver avuto rapporti con "prostitute" nelle sue residenze pubbliche e private, non le ha mai pagate per lo loro prestazioni.

La seconda cosa: si deve convincere Tarantini, perseguito per favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, a ricorrere al patteggiamento. In questo modo - scrivono i magistrati - l'intero "procedimento finirebbe in archivio, unitamente a tutte le trascrizioni delle conversazioni" relative alle "prestazioni sessuali offerte dalle ragazze" di cui il premier è stato "diretto beneficiario", "senza possibilità di circolazione sulla stampa".

Di queste due urgenze assolute di Berlusconi, come si può leggere nell'ordinanza, Tarantini e Lavitola sono ben consapevoli. Ed è su queste urgenze che insistono, per azionare il "bancomat" del Cavaliere. Se uscisse sulla stampa il contenuto di quelle "trascrizioni" - scrivono ancora i pm riportando i giudizi dell'avvocato di Tarantini - sarebbe "catastrofico per l'immagine di Berlusconi". Per questo paga. Per questo si lascia risucchiare dentro una relazione pericolosa con due disgraziati.

Le telefonate tra Marinella Brambilla (segretaria personale del presidente del Consiglio) e Lavitola ("attivo e riservato informatore su vicende giudiziarie di interesse dello stesso Berlusconi", secondo la definizione dei giudici) sono
agghiaccianti. Per il tono (di "speciale vicinanza", lo descrivono i magistrati). Per il linguaggio (ricorda quello dei gangster di Chicago degli Anni Trenta). Per il contenuto (nel gergo dei faccendieri si parla allusivamente di "stampa di fotografie", che nella terminologia dei giudici si traduce in "dazione di consistenti somme di denaro contante"). Il tutto, intermediato da "Juannino", alias Rafael Chavez, misterioso collaboratore peruviano di Lavitola.

Berlusconi, come scrive l'ordinanza, è coinvolto in tutta questa penosa vicenda solo "dal punto di vista mediatico". Non c'è agli atti nessun risvolto penale a suo carico.
Ma torna in gioco, oggi più che mai, l'enorme gravità politica dei fatti di cui il premier si è reso protagonista. Torna in gioco l'insostenibilità etica di un presidente del Consiglio che oggi, di fronte alle rivelazioni intorno all'arresto di Tarantini, torna a ripetere la favola del benefattore, che non paga per far tacere i testimoni scomodi delle sue intemperanze, ma per aiutare "le famiglie bisognose".

Chi vuole aiutare i poveri fa donazioni pubbliche, magari di fronte ai sindaci e alle autorità costituite, non versa contanti sottobanco a "lenoni" indagati e a trafficanti chiacchierati, con l'intermediazione di oscuri sensali sudamericani.

Torna in gioco
l'inaffidabilità di un capo di governo che, in piena discussione sulla manovra economica a metà luglio, perde una quantità esorbitante del suo tempo per discutere di questi "affari" al telefono con Lavitola, e per raccontare la sua indignazione dicendo "... a me possono dire che scopo... è l'unica cosa che possono dire di me... non me ne fotte niente... tra qualche mese me ne vado per i cazzi miei... da un'altra parte e quindi... vado via da questo paese di merda ..." Il vero "paese di merda" non è l'Italia, che non merita questo insulto. Ma è il "mondo parallelo" che il presidente del Consiglio costruisce con le sue menzogne, con i suoi comportamenti.

Lo squallido caso Tarantini racconta di un premier che, travolto dalle sue debolezze, si offre sistematicamente al ricatto. E non è più un uomo libero. Non lo è non certo nell'organizzazione delle sue serate, ma nell'esercizio proprio della sua funzione politica e istituzionale. Altro che gossip, altro che privacy. Questo è uno scandalo pubblico, al quale Giuseppe D'Avanzo, su questo giornale, aveva inchiodato il Cavaliere, prima con le "dieci domande" sul caso Noemi-D'Addario, poi con le "dieci bugie" sul caso Ruby. Perché è costretto a comprare il silenzio di tante, troppe persone? Di cosa ha paura? Qual è la verità che deve a tutti i costi nascondere? Dopo quasi tre anni, noi crediamo di averlo capito. Ma lui, agli italiani, non lo ha ancora spiegato.

(02 settembre 2011)

Tarantini, indagine della procura di Lecce sui magistrati baresi dell'inchiesta escort


La Procura di Lecce ha avviato un'indagine per verificare eventuali responsabilità penali dei magistrati di Bari in una delle inchieste che riguardano Gianpaolo Tarantini. L'imprenditore pugliese è stato arrestato - su ordine del gip di Napoli - per estorsione ai danni del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ma era già indagato proprio a Bari con l'accusa di aver procurato prestazioni sessuali di giovani escort al premier: un'inchiesta - quella barese per sfruttamento della prostituzione - molto lenta, con un fascicolo preliminare aperto ormai da più di due anni. I magistrati salentini - che sono competenti a indagare per fatti che riguardano i colleghi in servizio nel distretto barese - dovranno capire se, come Tarantini millantava al telefono, l'imprenditore avesse davvero sponde all'interno della procura.

I sospetti su Bari. L'inchiesta è affidata al pm salentino Antonio De Donno ed è partita dopo un'iniziativa dei magistrati napoletani: nei giorni scorsi, infatti, la Procura di Lecce ha ricevuto documenti e intercettazioni telefoniche dai pm di Napoli Vincenzo Piscitelli, Francesco Curcio e Henry John Woodcock che indagano sull'estorsione al premier, reato per il quale hanno chiesto ed ottenuto un'ordinanza di custodia cautelare in carcere contro
Gianpaolo Tarantini, la moglie Angela De Venuto e Valter Lavitola.

Nelle carte dei pm napoletani ci sono intercettazioni che riguardano proprio la condotta della procura barese. Ecco uno stralcio di una conversazione telefonica tra Gianpaolo Tarantini e Valter Lavitola. Parlano della riapertura dell'inchiesta a Bari.
"È per darci un vantaggio", dice Gianpi.
GT: "È stato fatto per non chiudere le indagini, per non mandare l'avviso di conclusione, così non escono intercettazioni".
VL: "Embè, e che vantaggio ha il pm a riaprire le indagini, scusa?"
GT: "No, il vantaggio ce l'abbiamo noi; l'ha fatto apposta Laudati (ndr, capo della procura di Bari) questo, perché, si sono messi d'accordo, nel momento in cui riaprono l'indagine e non mandano l'avviso di conclusione, non diventano pubbliche le intercettazioni. Pure Nicola l'ha detto (Quaranta, uno degli avvocati difensori ndr), pure Perroni l'ha detto (l'altro legale, ndr)".

L'inchiesta barese era d'altronde finita in qualche modo anche all'attenzione del Csm: il 9 luglio l'ex sostituto procuratore di Bari Giuseppe Scelsi scrisse al Consiglio superiore della magistratura attaccando il capo, Antonio Laudati. Sostenne di essere stato ostacolato proprio nell'indagine sulle escort portate da Tarantini a palazzo Grazioli.


Convocata la segretaria di Berlusconi. Ma torniamo all'inchiesta napoletana. I pubblici ministeri campani hanno convocato in procura, come persona informata dei fatti, la storica segretaria del premier, Marinella Brambilla. E' stata sentita, per due ore e mezzo, dal procuratore aggiunto Francesco Greco e dai pm Francesco Curcio, Vincenzo Piscitelli ed Henry John Woodcock. Al termine i magistrati si sono detti "soddisfatti". Secondo quanto si sostiene nell'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Amelia Primavera, Marinella Brambilla - per conto del premier - avrebbe consegnato denaro a un collaboratore di Valter Lavitola: in tutto 500 mila euro. Lavitola avrebbe girato una parte - appena 100 mila euro - a Tarantini e ad altri indagati, trattenendo per sè quella più consistente. Secondo i pm napoletani - lo ricordiamo - il premier doveva pagare proprio per il silenzio sulla vicenda delle escort.

Lavitola è ancora irreperibile, si trova all'estero ("per motivi di lavoro", ha detto). Gianpaolo Tarantini e la moglie sono invece in carcere in regime di isolamento e con divieto di colloqui con i difensori fino all'interrogatorio di garanzia: appuntamento fissato per domani mattina. Berlusconi stesso potrebbe essere sentito dai magistrati, come parte lesa? Se ne riparlerà solo dopo gli interrogatori di garanzia: comunque, sembra che i pm siano in attesa di un'eventuale richiesta da parte di Berlusconi di essere ascoltato.

Il ruolo degli avvocati di Tarantini. Negli uffici della Questura di Roma sono stati sentiti, come persone informate dei fatti, gli avvocati Giorgio Perroni e Nicola Quaranta, difensori di fiducia di Giampalo Tarantini nell'inchiesta in corso a Bari sulle escort procurate dallo stesso Tarantini a Silvio Berlusconi. Sono stati sentiti da alcuni dei magistrati napoletani e dal pm di Lecce Antonio De Donno, titolare dell'indagine avviata dalla magistratura salentina su quella barese.

Il ruolo degli avvocati di Tarantini viene ritenuto importante dai magistrati napoletani perché - stando alle intercettazioni - erano al corrente delle somme versate da Berlusconi all'imprenditore barese ma soprattutto per la strategia processuale scelta dal loro assistito. Tarantini - secondo l'ordinanza del gip di Napoli - voleva andare al dibattimento nell'indagine sulle escort fornite al premier, mentre "l'opzione del patteggiamento sembra suggerita 'ab externo' a Tarantini nell'interesse sostanziale di Berlusconi". Perchè? Perchè - si legge ancora nelle carte - "essendo Tarantini l'unico indagato, il procedimento finirebbe in archivio, insieme a tutte le trascrizioni delle conversazioni, senza possibilità quindi di circolazione sulla stampa".

Infine, gli avvocati di Tarantini potrebbero fornire un contributo anche nell'inchiesta della procura leccese su quella di Bari. A questo proposito uno dei due difensori, Nicola Quaranta, al termine dell'interrogatorio ha detto: "Devo pubblicamente smentire quanto avrebbe riferito Tarantini a Lavitola in varie circostanze e, in special modo, su alcuni colloqui avvenuti tra me e il procuratore capo di Bari. Neanche una virgola di quanto riportato dal Tarantini al Lavitola corrisponde al vero". Il riferimento è ad Antonio Laudati, finito nelle intercettazioni della procura napoletana.

(02 settembre 2011)

venerdì 2 settembre 2011

L’utilizzato finale


di Marco Travaglio

Gli storici del futuro, se vorranno capire qualcosa di questi 17 anni di regime berlusconiano, non potranno prescindere dalle intercettazioni che immortalano pensieri, parole, opere e mignotte del gaglioffo tristemente noto come “il presidente del Consiglio”.

Un posto d’onore lo meriteranno quelle contenute nel mandato di cattura per estorsione al premier contro Gianpi Tarantini, il pappone presidenziale, la gentil consorte e l’ultimo statista reclutato da Palazzo Chigi: Valter Lavitola.

Bilancio di una vita. A 36 anni, nel mezzo del cammin della sua vita, Gianpi ne stila un bilancio lusinghiero e soprattutto trasversale: “Io a 20 anni stavo in barca con D’Alema e gli altri a 90 anni ancora dovevano fare quello che io avevo fatto in due anni, da 18 a 20. A 30 stavo a dormire a casa di Berlusconi, io”. Una vita, una Bicamerale.

Amor patrio. Nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia, memore dei moniti del capo dello Stato, il premier tiene a esternare tutto il suo patriottismo e le sue virtù civiche: “A me l’unica cosa che possono dire è che scopo. Tra qualche mese me ne vado per i cazzi miei da un’altra parte... via da questo Paese di merda, sono nauseato”.

Una presa di coscienza un po’ tardiva, ma encomiabile: in 17 anni di cura berlusconiana, la famosa “rivoluzione liberale”, l’Italia che già non era granché è diventata una merda. E lui, modestamente, lo nacque.

La Volpe di Arcore. Mesi fa, stufo delle intercettazioni, B. annunciò di avere “smesso di chiamare la gente al telefono” (gli avvocati non avevano osato spiegargli che lui non è mai stato intercettato quando chiama, ma quando riceve chiamate: gli intercettati sono i delinquenti che lo chiamano e, curiosamente, posseggono il suo numero). Poi arriva Lavitola e gli risolve, dietro lauto compenso, il problema. O almeno così dice, regalandogli sim card e cellulari “sicuri” per parlare con lui. Una volta B. chiama Lavitola con una scheda Wind intestata a un certo Ceron Caceres, ignoto cittadino peruviano (che sarà presto sottosegretario). Naturalmente la telefonata viene intercettata all’istante e spiega, fra l’altro, il QI del nostro premier.

Avvocati double face. Anche la categoria degli avvocati della Real Casa fa un’ottima figura. Il gip dispone che gli arrestati non possano incontrare i difensori, nella certezza che li userebbero per concordare “versioni di comodo”. Tarantini è difeso da Giorgio Perroni, che assiste pure B., Previti, Mora, Berruti, Del Bue e Messina. Più che un avvocato, un portafortuna.

Silviomat. Il primo che passa batte cassa, e B. scuce. Sabina Began, l’ape regina, s’è “sistemata per tutta la vita”, in una villa che “pare casa Onassis”. Ruby e le Olgettine, s’è perso il conto. Mora 4 milioni (meno gli 800 milioni detratti da Fede). Lavitola 400 mila euro. Tarantini solo 100 e s’interroga: “E che, l’unico coglione de ‘sta storia so’ io?”. Lavitola: “20 mila euro al mese più l’affitto” per la stamberga in via Veneto “non sono pochi”. Ma Gianpi piange miseria: “Mica posso mandare mia moglie a vendere le borse. Vado là e dico: Preside’, non c’ho una lira, sono disperato, mi vuoi mantenere come Cristo comanda, senza rotture di coglioni? Se gli chiedo 3 milioni quello dice sì. Come abbiamo fatto finora? Abbiamo trovato 4-5 cazzate da dirgli e ci ha sempre dato tutti i soldi che volevamo”.

Ricatto Quotidiano. Lavitola ha scoperto il pin del Silviomat: “Teniamolo sulla corda... pressiamolo su quelle cose là”. Cose per non dire mignotte a domicilio, perché “l’ha capito tutto il mondo che sono puttane”. Basta dire al processo di Bari che l’aveva capito anche B., e sono guai pure per lui: “Ci sono telefonate – rivela Gianpi – tra me e le ragazze che dicono che hanno ricevuto soldi da lui”.

Pover’ometto, che brutta fine. E che scadimento: da imputato a vittima di reati altrui. E che figura: l’utilizzatore finale s’è ridotto a utilizzato finale.

Stimo Bocca ma ha esagerato


di Luigi Zanda

Caro Direttore, ho molto rispetto per Giorgio Bocca, per la sua storia personale, per la sua integrità morale e le sue straordinarie qualità professionali.

Quando leggo Bocca tiro sempre un sospiro di sollievo: per fortuna in Italia c’è ancora la sua forte voce che si batte per una politica pulita, onesta e rispettabile. Prima di entrare in Parlamento ho fatto molti lavori, nell’industria privata e in quella pubblica. Come sa chi ha lavorato con me, la correttezza dei comportamenti è sempre stata una mia forte ossessione. Non credo di essere cambiato.

Sento quindi miei lo sdegno e la rabbia di Bocca per quel cancro della politica italiana che è la corruzione. Con in più, mi creda caro Direttore, il dolore e la mortificazione personale quando, come nel caso di Penati, a essere messi sotto accusa sono i dirigenti del Pd.

COMPRENDO bene come l’indignazione di uomini integri di sinistra come Bocca possa esplodere con più violenza proprio nei confronti della corruzione “di sinistra”. Ma nell’intervista di ieri al Fatto Quotidiano Bocca va oltre la sacrosanta condanna dei singoli politici scorretti.

Per Bocca “tutti i politici hanno lo stesso interesse: avere potere e fare soldi”. Bocca dice di non conoscere “un uomo politico che sia stimabile come persona privata”. Dice che in Italia “quanto ad onestà, la sinistra è la stessa cosa della destra”.

Non ci sarebbero quindi “alcuni ” o “molti” politici disonesti, ma tutti gli uomini politici lo sarebbero. E quindi anche tutto il Pd. Questo giudizio non è solo ingiusto, ma anche molto pericoloso per la nostra democrazia. Perché non solo non aiuta chi lotta quotidianamente per fare pulizia nella politica, ma lo umilia e lo ridicolizza.

Il generale De Lorenzo ha tentato un golpe, ma nessuno ha mai sostenuto che le nostre forze armate siano tutte golpiste. È stato scoperto qualche prete pedofilo, ma per la massa dei sacerdoti la missione è proprio la difesa dei giovani. Ci sono giudici disonesti, ma la gran parte della magistratura è integra. In Italia vengono evasi ogni anno 120 miliardi, ma tantissimi italiani, Bocca ed io certamente, pagano le tasse fino all’ultimo euro.

Non parlo per me, ma voglio dire a Bocca che nel Pd e nel-l’intero centrosinistra ci sono tanti, tanti uomini politici, che credono nelle loro idee, vivono con sacrificio, sono coerenti, leali verso la patria, lottano per far rispettare la legge. Sono uomini e donne di cui nessuno oserebbe mai mettere in discussione l’onestà. Così come a nessuno verrebbe da dire che negli ultimi 20 anni, quanto a onestà, il centrosinistra possa essere paragonato ai Berlusconi, Previti, Dell’Utri, Cosentino, Scajola, Verdini e ai tanti altri numerosissimi loro allievi.

OVUNQUE possono esser-ci politici disonesti. Mi addolora, ma può accadere anche nel Pd. Ma gli onesti sono molto, molto più numerosi. Forse fanno meno notizia, ma non meritano di essere messi nel mazzo dei corrotti da una persona stimabile come Giorgio Bocca.

Bocca dice anche che “Bersani non dovrebbe fare un passo indietro, ma dovrebbe buttarsi a mare”. Credo che questa frase gli sia sfuggita. I ladri, quando sentono dire che anche gli onesti sono ladri, gongolano.

LE NON SCELTE DEL PD


Dalla questione morale al governo dalla coalizione alla manovra: nessuna strategia

di Luca Telese

Ma il Partito democratico vuole davvero mandare Silvio Berlusconi all’opposizione? Sono molti i dubbi sulla strategia (ma sarebbe meglio dire, non-strategia) e sulle scelte (ma sarebbe meglio dire non-scelte) che il partito di Pierluigi Bersani continua a dilazionare, rimandare, pasticciare.

Dai referendum alla coalizione, dalla questione morale alla questione sociale, dalle questioni civili al governo, alla manovra, mancano pronunciamenti chiari.

Arturo Parisi, un dirigente capace di analisi brutali spiega l’attuale stallo così: “Pensate a questo paradosso. Il Partito democratico di oggi è troppo diviso al suo interno per diventare il perno di una coalizione, come fu per il Pds del 1996. È troppo limitato, nel suo spettro politico-culturale, per incarnare in sé la vocazione maggioritaria che era stata sognata da Walter Veltroni. È troppo grande per morire, o – meglio – cambiare. Così, non volendo fare nulla, vegeta”.

Solo un paradosso? Mettendo in fila le grandi questioni di questi mesi, si fatica a trovare un solo tema su cui il Pd sia stato unito.

Il primo punto, per così dire strutturale, è la decisione di non mettere insieme, mai, intorno a un tavolo i leader della nuova coalizione di centrosinistra. Malgrado sia Nichi Vendola che Antonio Di Pietro abbiano più volte chiesto di formalizzare un accordo. La spiegazione logica è questa: aspettando che Pierferdinando Casini scelga, preferisce non scegliere. Una strategia che Di Pietro considera scellerata: “Se uno sta costruendo un palazzo, deve partire dalle fondamenta. Non far partire i lavori dicendo ‘Ma io ci vorrei anche un terrazzo’ è una cosa senza senso”.

Il non scegliere permette fra l’altro di non sciogliere un altro nodo: la federazione della sinistra è dentro o fuori dalla coalizione? Mistero.

Non scegliere permette di rinviare tutto. L’anno scorso, a ottobre, feci un’intervista a Bersani, su questo punto: “Mi sono rotto le scatole. A gennaio convoco tutti, chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori”. Non si è fatto nulla. In Inghilterra il successore di Blair è stato scelto due anni prima del voto, in Grecia Andreas Papandredu cinque anni prima, in Spagna il successore di Zapatero – Recalcaba – era in campo un anno prima della data del voto.

L’ALTRO NODO sono le primarie. Anche quelle chieste a gran voce da Vendola. Di Pietro ha recentemente aggiunto: “Decidano loro quando farle. Se ci sono mi candido”. Il Pd non le vuole fare, e Bersani le ha sempre ostacolate. Perché? Anche qui per via delle sue divisioni interne. Un anno fa temeva i sondaggi che indicavano sia Vendola che Chiamparino come più popolari di lui. Subito dopo si sono aggiunti due timori: le primarie renderebbero impossibile un governissimo, prodotto da una eventuale crisi del berlusconismo. E una seconda candidatura del partito renderebbe difficile vincere la sfida per l’ex ministro. Eppure sono state le primarie a far scegliere (e legittimare) i candidati vincenti, da Pisapia a De Magistris, da Zedda a Fassino. Ma mettere in campo quest’arma, vuol dire rinunciare alla golden share delle segreterie. Ecco perché non scegliere è meglio.

Il governissimo, poi, è un altro nodo dolente: un parte del Pd, lo sogna, l’altra la considera un incubo. L’estate scorsa, nel pieno del terremoto dei finiani, Bersani disse: “Qualsiasi altro premier oltre Berlusconi ci va bene”. I giornalisti chiesero: “Anche Tremonti?”. Bersani rispose: “Ho detto chiunque”. Tutti i giornali titolarono: “Bersani lancia Tremonti”. I veltroniani insorsero, Bersani frenò. Ma non era finita: anche dopo quella polemica D’Alema disse a Massimo Giannini: “Tolgano Berlusconi e noi ci faremo carico”. Era la tentazione del governissimo che tornava. Non scegliere è l’unico modo per risolvere il problema.

E qui si arriva al problema dei referendum. Quelli su acqua, legittimo impedimento e nucleare furono sottovalutati, se non osteggiati dall’attuale gruppo dirigente. Bersani disse: “Negli ultimi nove anni il quorum non è mai scattato…”. C’erano più uomini del Pd nei comitati del no che in quelli del sì. Ma il popolo democratico la pensava diversamente. Bersani, negli ultimi dieci giorni, scarica la destra interna e sceglie di sostenere il voto. Ma solo un mese dopo, quando partono i due quesiti di Parisi e di Passigli per emendare il porcellum, di nuovo il Pd si spacca: chi vuole il proporzionale puro, chi sogna il maggioritario. Di nuovo l’unico modo è non scegliere. E così Bersani gela i veltroniani, che erano già mobilitati con il professore: “Il Pd le leggi le cambia in Parlamento”. Ma come, se c’è una maggioranza berlusconiana?

Al Senato il testamento biologico passa con i voti di diversi democratici e con interviste pubbliche di diversi dirigenti che annunciano il sostegno al disegno di legge del centrodestra. E sulle province? La loro abolizione era addirittura nel programma elettorale. Ma il giorno del voto alla Camera il Pd ha scelto di astenersi.

Non scegliere sulle questioni del lavoro ha voluto dire che il Pd ha abbandonato gli operai della Fiat nelle braccia di Marchionne. Ai tempi del referendum su Pomigliano disse: “So che gli operai faranno la scelta migliore”. Dimenticandosi di dire quale, però. Ai tempi del referendum su Mirafiori, disse ancora meno, mentre tutti i dirigenti – da D’Alema a Chiamparino, a Fassino – sostenevano parcamente il coraggio di Marchionne. Morale della favola: non scegliere per non avere problemi con Cisl e Uil, e l’ala moderata ex Margherita.

ALLA FINE, quello che la Fiom diceva inascoltata si è rivelato vero: il ricatto era un bluff, la Fiat sta fuggendo in America, e i tanto promessi Suv a Mirafiori non si fanno più.

Ma a non scegliere il Pd, cosa ci guadagna? Questa è la risposta più difficile. Non scegliere porta a perdere, ma garantisce una rendita di posizione. L’egemonia sull’opposizione, il sottogoverno, la carta di riserva di un governissimo. Il segretario viene inquadrato mentre si arrotola il sigaro, sempre in relax, simbolicamente pronto alla siesta. La domanda per lui è: non vale la pena di rischiare, nello sfacelo del berlusconismo, e provare a vincere?

Bersani non firma la sua gente sì


IL SEGRETARIO CONTRARIO AL REFERENDUM ANTI-PORCELLUM

di Caterina Perniconi

Ovunque venga allestito un banchetto per raccogliere le firme contro la legge elettorale “porcata” si crea una lunga e ordinata fila. Tutti in attesa di poter partecipare attivamente all’abolizione del privilegio che hanno i partiti di potersi scegliere i parlamentari con le liste bloccate.

Martedì sera, a Modena, il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, ha ribadito dal palco della Festa democratica che il referendum è solo “l’estrema ratio” di un percorso che prevede prima una battaglia parlamentare sulla proposta presentata dal suo partito. Mentre parlava, due ore di comizio, al banchetto allestito nel gazebo accanto i militanti avevano firmato più di 1000 volte. Perché nonostante la battaglia che si consuma nei democratici tra chi organizza e sostiene il referendum, (cioè i prodiani e ormai anche tutta l’area veltron-franceschiniana del partito) e i bersaniani, i loro elettori chiedono a gran voce di partecipare. E i dirigenti sul territorio l’hanno capito, tanto che sulla scia di importanti endorsement a favore della consultazione, come quello di Romano Prodi, hanno dato la loro adesione i presidenti di regione e i sindaci di grandi città, a partire da Vasco Errani e Piero Fassino.

“Se dovessimo basarci sulle richieste di moduli che abbiamo ricevuto – spiegano gli organizzatori – dovremmo essere già tranquilli: di solito per un referendum se ne stampano 70mila, noi siamo già a 150mila. E considerando che ogni modulo contiene 20 firme potremmo aspettarcene più di 2 milioni. Purtroppo, però, il tempo è poco”. Infatti la scadenza per la presentazione è il 30 settembre. E mentre Arturo Parisi, promotore tra i più attivi nella raccolta, incassa l’adesione di Idv, Sel e anche di Futuro e libertà, il Pd vacilla per il colpo ricevuto dalla sua base che chiede a gran voce l’abolizione della legge e non cede.

MA COSA DICE la proposta del Pd su cui Bersani vuole puntare tutto in Parlamento? Nel disegno studiato da Luciano Violante, responsabile per le Riforme del partito, si propone di eleggere i parlamentari per il 70% con collegi uninominali a doppio turno e per il 30% col proporzionale.

Allora cosa cambierebbe dal Mattarellum (legge a cui si tornerebbe se passasse il referendum) che prevede la stessa formula con una proporzione 75%-25%? Il cavillo ipotizzato dal Pd sta proprio nella dicitura “doppio turno”. Ovvero, se il parlamentare non viene eletto subito nel collegio elettorale, i democratici potrebbero presentarsi al primo turno col loro simbolo e al secondo, risultati alla mano, stringere le alleanze necessarie. Senza quindi doversi alleare prima sotto un simbolo comune tipo “Ulivo” o “Unione”.

Ma per Bersani è difficile ottenere un risultato simile in Parlamento, tutto a vantaggio del Pd, senza una forte maggioranza.

LA GIUSTIFICAZIONE ufficiale, invece, è un’altra e la spiega Violante: “Ho lavorato riservatamente per circa un anno con un gruppo di importanti costituzionalisti italiani sull’ipotesi referendum al fine di sollecitare un processo di riforma della legge elettorale. Ma dopo averlo studiato molto a lungo e seriamente abbiamo rilevato che con altissima probabilità la Corte Costituzionale lo avrebbe dichiarato inammissibile non riconoscendo il principio di riviviscenza e questo avrebbe potuto comportare una sorta di conferma dell’attuale legge elettorale, una delle cose peggiori che possa accadere”. Insomma, anche per Violante, una possibilità che il referendum sia ammissibile c’è. E in caso di fallimento di una riforma fatta in Parlamento, sulla quale solo l’Udc contraria al Mattarellum sembra interessata a dialogare, ci sarebbe sempre la carta consultiva da giocare.

“Non posso che rinnovare l’invito alla dirigenza del Pd a superare le esitazioni e ascoltare la base – ha detto Parisi – nelle Feste democratiche dove portiamo i banchetti la gente ci chiede ‘perchè non siete venuti prima?’. Bersani deve guardare il calendario, il tempo stringe e l’unico a rimetterci sarebbe lo stesso Partito democratico”. Oggi è convocato il coordinamento nel quale Bersani avrà nodi più complicati da sciogliere, dalla manovra al caso Penati, ma lo scontro interno non escluderà il referendum. La soluzione che il segretario potrebbe accettare è quella di dare il via libera alla raccolta delle firme nelle Feste democratiche, senza però le bandiere del partito. E c’è già chi dice che il referendum sull’acqua non ha insegnato niente a questa classe dirigente che, con una legge come il Mattarellum, per la prima volta potrebbe andare a casa in blocco.

FUORISERIE PENITENZIARIA


JAGUR IN DOTAZIONE AL DIRETTORE ESECUZIONE PENALE ESTERNA

PARCO MACCHINE DIRIGENTI


Jaguar e Maserati tra le auto blu della Direzione Carceri Per otto funzionari vetture che valgono un milione di euro

di Silvia d’Onghia

L’auto più “sfigata” è una Bmw 530: tremila di cilindrata, sei cilindri in linea, valore commerciale circa 53mila euro. Quella meno potente, si fa per dire, una semplice Audi A6: 2.7 di cilindrata, sei valvole turbo, prezzo 71mila euro. E poi c’è il top, le vetture che quasi ogni uomo sogna nella vita: la Jaguar XJ e la Maserati quattroporte, 100mila euro la prima, 125mila (almeno) la seconda. Non sono i partecipanti a un gara, né le vetture di lusso di un autosalone: sono le autoblu e i mezzi di scorta parcheggiati presso il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), guidato dal magistrato anti-terrorismo, Franco Ionta.

Diciassette auto, alcune delle quali blindate, che valgono oltre un milione di euro, a disposizione di otto alti dirigenti. Qualcuna, come la Maserati che utilizza Ionta, è in comodato d’uso dalla presidenza del Consiglio; molte altre sono direttamente proprietà del Dap. In ogni caso, pagano i cittadini. Sono poi vetture che certo non consumano come le utilitarie: si va dagli 8 litri per 100 chilometri della Bmw ai 22 litri per 100 chilometri della Maserati. E, a differenza di quanto accade per i normali mezzi di cui dispongono le forze di polizia, penitenziaria compresa, i soldi per la benzina in questi casi non mancano mai.

Franco Ionta, che è anche commissario straordinario per il Piano carceri voluto dall’ex ministro Alfano, per la sua storia precedente ha naturalmente diritto alla scorta. Ha a disposizione sette auto: oltre alla Maserati blindata, una Bmw 550, tre Bmw 530 e due Land Rover Discovery cinquemila. Mezzi che naturalmente non escono tutti insieme, ma che rimangono parcheggiati e pronti all’uso.

Il vice capo vicario, Emilio Di Somma, può contare su un’Audi A6 (4.2 di cilindrata) e su una Bmw 530. Di Somma nel giugno 2010 ha ricevuto una lettera minatoria con due proiettili e da quel momento gli è stata riconosciuta la scorta. L’altro vice capo si deve “accontentare” di una sola macchina, un’Audi A6. Dal giugno scorso, il magistrato Santi Consolo, che ricopriva quell’incarico, è diventato procuratore generale di Catanzaro. Lui è andato via, l’auto è rimasta a disposizione di chi prenderà il suo posto. Il direttore dell’Ufficio ispettivo, il magistrato Francesco Cascini (fratello del segretario dell’Associazione nazionale magistrati, Giuseppe), viaggia su una Volkswagen Phaeton cinquemila, del valore di almeno 75mila euro. Stesso mezzo per il direttore generale del personale, Riccardo Turrini. Fortunata è la dottoressa Luigia Mariotti Culla, direttore generale Esecuzione penale esterna, che può utilizzare la Jaguar XJ. L’altro magistrato, Sebastiano Ardita, direttore generale Detenuti, si muove con una Bmw di scorta, ma dispone di un’altra Bmw e di un’Audi A6. Federico Falzone, infine, direttore dell’Ufficio studi, viaggia su una Mercedes di cilindrata 4.3.

Nessuno di loro, a quanto risulta al Fatto Quotidiano, rinuncia all’auto blu, nonostante la crisi e i sacrifici che vengono imposti alla categoria. Eppure gli esempi positivi non mancherebbero: l’ex direttore generale del personale, Massimo De Pascalis, per un periodo rinunciò a viaggiare comodo per recarsi in ufficio con la sua vettura privata. È vero anche che c’è stato di molto peggio: c’è chi giura di aver visto un ex direttore del Dap farsi appoggiare l’accappatoio sulle spalle da un uomo della scorta al termine di una partita di tennis. A disposizione di questi alti funzionari, ad aprile scorso ci sono state 66 persone, tra uomini di scorta e autisti. Naturalmente tutti appartenenti al corpo di polizia penitenziaria e tutti con un monte ore di straordinari da far impallidire qualsiasi poliziotto comune.

“NONOSTANTE i proclami dei ministri Brunetta e Tremonti, al Dipartimento fanno sfoggio dell’auto blu anche coloro che non ne hanno diritto – commenta il segretario nazionale del sindacato Sappe, Donato Capece – sottraendo carburante e uomini agli istituti. Non vogliamo mettere in discussione il diritto alla scorta, ma denunciare gli sprechi”.

Tutto questo stride ancora di più se si fa il paragone con i mezzi che i poliziotti penitenziari hanno a disposizione per fare il loro lavoro. Sul sito del Sappe, un “coordinatore avvilito” racconta di un Ducato fermo “perché mancano 128 euro per far riparare le ‘frecce’”. O un “assistente capo che si vergogna” denuncia il fatto che “a Bologna è ferma un’auto perché non ci sono 30 euro per uno specchietto”. “Dalle parti mie non c’è nemmeno la carta per scrivere i rapporti, i servizi... Qualcuno ha fatto la colletta per comprare un pacco di carta”, scrive “il cinico”. Cifre che, pure messe insieme, basterebbero a malapena a riempire il serbatoio della Jaguar. Consumazioni escluse, s’intende.

Manovra Bunga


di Marco Travaglio

Non sono cattivi. Sono peggio: sono buffoni. Nel suo spettacolo di due anni fa, Corrado Guzzanti nei panni di Tremonti, anzi Tvemonti, spiega meglio di qualunque editoriale il modo di governare l’economia del nostro governo: “Abbiamo stanziato 30 miliardi per gli ammortizzatori sociali, 30 miliardi per le imprese, 30 miliardi per i pensionati”. Domanda l’intervistatore: “Quindi 90 miliardi?”. E lui: “No, 30. Io vado dai sindacati e dico: vi do 30 miliardi, ok? Segnate che ve li ho dati. Ora però me li porto via un attimo e vado dalle imprese: vi do 30 miliardi, ok? Segnate che ve li ho dati. Ora però me li riprendo un momento e vado dai pensionati: vi do 30 miliardi, ok? Segnate che ve li ho dati. Ora però..”. Obiezione dell’intervistatore: “Ma questo è il gioco delle tre carte”. Tvemonti: “No, delle 30 carte... Comunque, se non le bastano 30 miliardi, facciamo 40: tanto per me è uguale”.

Non sapeva, Corrado, che stava descrivendo nei minimi particolari, con due anni d’anticipo, la manovra una e trina del 2011. Il nuovo gioco dell’estate, molto più avvincente dell’hoola hop, del freesbee e del cubo di Rubik: fai anche tu la tua manovra.

Da quando l’Europa e i mercati ci hanno imposto di prendere atto, con appena tre anni di ritardo, che c’è la crisi e bisogna fare qualcosa, i buontemponi che ci governano si son messi d’impegno e han fatto una manovra da 47,9 miliardi, perlopiù a scoppio ritardato, a Papi morto (entrerà in vigore nel 2013, quando questo governo non ci sarà più): ticket sanitari, tagli ai ministeri, alle detrazioni fiscali e ai trasferimenti agli enti locali, rapina agli statali.

È luglio. Il tempo di leggerla e riprendersi dalla ridarella e a ferragosto Merkel, Sarkozy e Trichet diramano un diktat: i miliardi vi servono subito, o li tirate fuori o la Bce smette di comprare i vostri titoli di Stato e l’Italia, nel 150° dalla nascita, diventa un’espressione geografica.

I simpaticoni si rimettono all’opera e partoriscono alcune idee geniali: via 38 province e centinaia di piccoli comuni (“52mila poltrone in meno”), eurotassa sopra i 90mila euro, taglio dei Tfr, licenza di licenziamenti, anticipo delle misure postdatate di luglio. Totale: 55 miliardi. È un decreto, va subito in vigore. Per firmarlo Napolitano interrompe precipitosamente le ferie e ripiomba a Roma con le pinne, il fucile e gli occhiali.

Tutto è bene quel che finisce bene. Se finisse. Ma, ripensandoci, i burloni scoprono che non gli è venuta tanto bene nemmeno quella, di manovra. Tre giorni fa si riuniscono ad Arcore, nei locali del bungabunga, intorno al palo della lap dance, e ne fanno un’altra. Tanto i mercati, spiritosi, capiranno. Via l’eurotassa e i tagli ai comuni, congelato il taglio delle province (spariranno tutte, ma solo con legge costituzionale, cioè mai; già che ci siamo, si dimezzeranno pure i parlamentari e ogni famiglia avrà diritto a una batteria di pentole antiaderenti, massì, ci vogliamo rovinare).

L’idea, balenata per pochi istanti, di adeguare l’età pensionabile all’invecchiamento della popolazione e agli standard europei scompare subito, essendo incompatibile con l’età media e la prostata dei riformatori.

In compenso se lo prendono in quel posto quei putribondi figuri che hanno studiato e riscattato gli anni di università e di naja: così imparano, la prossima volta invece di andare all’università o a militare vadano a puttane.

Mancano all’appello dai 5 ai 15 miliardi, ma tanto noi italiani siamo furbi, mica ce ne facciamo accorgere. L’indomani però, riguardando meglio la manovra, i buffoni scoprono che si può far di meglio. E la rifanno. Alle 11.30 di ieri Sacconi e Calderoli annunciano che sparisce pure il divieto di riscatto dell’università e della naja. Il buco cresce di un altro miliardo e mezzo, ma che sarà mai.

Purtroppo si scordano di avvertire Brunetta, che a mezzogiorno, lievemente asincrono, conciona sulla riforma delle pensioni di anzianità. Quando lo viene a sapere, tenta il suicidio lanciandosi dal marciapiede.