lunedì 5 settembre 2011

La tela di Penelope d'un governo squalificato


di EUGENIO SCALFARI

I MERCATI non gradiscono. Nella seconda metà d'agosto, con gran parte degli operatori in vacanza, hanno accennato una ripresina. Adesso siamo di nuovo in piena turbolenza. Si muovono tutti insieme, da Tokyo e Seul alle piazze europee e a Wall Street. Ballano i titoli azionari e in particolare quelli bancari, ballano in Europa gli "spread" tra i debiti sovrani non affidabili e il "Bund" tedesco, ballano i tassi d'interesse e le quotazioni delle materie prime e dei beni-rifugio. La fiducia dei consumatori e dei risparmiatori nei confronti dei rispettivi governi è in caduta libera. I governi dal canto loro ce la mettono tutta per farsi sfiduciare e il nostro in questa poco commendevole gara è di gran lunga in testa. Forse conviene cominciare proprio da questo punto, cioè dal cortile di casa nostra che si è da tempo trasformato in una discarica d'immondizia i cui rifiuti si accumulano senza la minima prospettiva che possano sparire.

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, parlando ieri mattina in videoconferenza al "meeting Ambrosetti" di Cernobbio e rispondendo ad alcune osservazioni critiche del presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet, ha chiarito senza peli sulla lingua la natura degli errori compiuti dai governi italiani negli ultimi dieci anni; per l'esattezza dal 2001 ad oggi, cioè otto anni di governi Berlusconi con la parentesi di due anni del debolissimo governo Prodi sorretto da due soli voti di maggioranza.

Gli errori sono stati quelli di aver sottovalutato il peso del debito pubblico e di non aver fatto nulla per farlo diminuire; di essersi accorti solo due settimane fa che quel debito era diventato l'obiettivo principale dell'assalto dei mercati; infine d'aver dovuto predisporre sotto la pressione dell'emergenza una seconda manovra che sembrava più attenta alle ripercussioni elettorali che alla gravità della situazione europea e italiana.
Dopo questa diagnosi - del resto largamente condivisa in Italia e in Europa - la terapia suggerita dal presidente della Repubblica è quella di anticipare il pareggio del bilancio dal 2014 al 2013, con misure chiare ed efficaci senza preoccuparsi della loro maggiore o minore popolarità avviando contemporaneamente misure mirate alla crescita dell'economia reale.

Alla domanda sulla tenuta del governo Napolitano ha risposto che il governo c'è e ci sarà fintanto che disporrà della maggioranza in Parlamento e che pertanto ogni ipotesi d'un governo diverso o d'uno scioglimento anticipato delle Camere è fuori dal quadro d'una democrazia parlamentare come la nostra. Infine ha assicurato che il Parlamento approverà la manovra entro i tempi stabiliti e cioè entro la metà di settembre e forse prima e che a questo risultato daranno il loro contributo anche le opposizioni che, quale che sia il loro voto, non ricorreranno a manovre ostruzionistiche. "L'Italia farà il suo dovere per l'Europa e per se stessa, di questo siamo certi": così ha concluso il capo dello Stato.

Parole chiare e ferme anche se la frase finale è più un auspicio che una certezza. Noi, tanto per dire, non siamo affatto certi che il governo farà il suo dovere. Finora non l'ha fatto, come lo stesso Napolitano ha rilevato nel suo intervento e non c'è purtroppo alcuna ragione al mondo per pensare che cambierà nei prossimi giorni.

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Questi decreti (siamo al terzo negli ultimi due mesi) hanno una caratteristica comune: sono come la tela di Penelope, filata di giorno e disfatta la notte. L'ammontare oscilla tra i 48 e i 45 miliardi ma tutto il resto cambia in continuazione. Chiedo scusa, c'è un'altra caratteristica comune ai tre decreti: nessuno di essi prevede misure capaci di rilanciare la crescita. Sembra che la crescita sia fuori dalla strategia di questo governo.
Il rigore colpisce gli statali, i lavoratori dipendenti con redditi fino a 50.000 euro lordi, i pensionati. Colpisce gli enti locali e le cooperative. Colpisce e colpirà il "welfare".

Dunque un rigore socialmente partigiano in un'economia a crescita zero. La novità è arrivata con la stesura del terzo decreto sotto la forma del maxi-emendamento presentato tre giorni fa da Tremonti: al posto del contributo Irpef per i redditi superiori a 90.000 euro che avrebbe dato un gettito complessivo di 3,8 miliardi, abolito da un colpo di mano Sacconi-Calderoli caldeggiato da Berlusconi, il ministro dell'Economia ha tirato fuori dal cilindro la lotta contro l'evasione dalla quale si aspetta nei prossimi tre anni un gettito di 3,8 miliardi di euro. Non un soldo di più né uno di meno, quanto basta a lasciare i saldi invariati con grande giubilo generale.

In realtà il giubilo non è molto generale nella maggioranza e neppure in Confindustria, se ne duole perfino il cuore del premier che ha ripreso a sanguinare. Il popolo degli evasori infatti fa parte integrante della clientela berlusconiana. È stato vezzeggiato in tutti i modi negli otto anni del governo Berlusconi-Tremonti; il governo dei condoni, l'ultimo dei quali "scudato" con il 5 per cento di tassa, una trattenuta ridicola, un regalo in piena regola a chi aveva portato all'estero i suoi capitali. Se quei capitali fossero stati colpiti con un'aliquota del 30 per cento com'è avvenuto da parte dei paesi europei che hanno effettuato analoghi condoni, il gettito per l'erario sarebbe stato di oltre 40 miliardi. Tremonti ne prenderà 3,8 e per ottenerli minaccia sfracelli che culmineranno con la pubblicazione dei nomi degli evasori e con il carcere dai tre ai cinque anni per chi evade più di tre milioni.
In un paese dove il grosso dei lavoratori autonomi dichiara un reddito annuo di 15.000 euro le patrie galere sarebbero costrette ad aprire i portoni a qualche centinaio di migliaia di persone con buona pace di Marco Pannella e dei suoi digiuni. Ma non avverrà niente di tutto ciò. Tremonti si contenta d'un gettito su misura. Gli basta rimpiazzare il gettito della super-Irpef e se il cuore di Silvio sanguina per così poco, a lui non gliene importa niente, anzi ci gode.

Ma li otterrà quei 3,8 miliardi di spicciolame? A Bruxelles non ne sono affatto sicuri e alla Bce neppure. Come mai? L'evasione in Italia supera i 130 miliardi. La cifra attesa dall'Economia rappresenta dunque il 3,2 per cento della stima totale. Vincenzo Visco, quand'era ministro delle Finanze, recuperò in un esercizio 30 miliardi dall'evasione. Eppure nessuno finì in galera. Perché dunque sia Bruxelles sia Francoforte sono così preoccupati?

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La vera preoccupazione delle Autorità europee riguarda la credibilità del governo e la sfiducia dei mercati nel debito sovrano italiano. Quella sfiducia è alimentata da vari elementi. Il primo proviene dalla contrazione economica americana e dall'evidente declino politico del presidente Obama. Il secondo dalla contrazione economica europea e dall'inesistenza d'un vero governo dell'Unione. Questi due elementi si riflettono sull'Italia che, di suo, ci aggiunge la non credibilità del governo, del premier, del suo ministro dell'Economia e del loro maggior alleato nella persona di Umberto Bossi. La contrazione economica sarà inevitabilmente accentuata dal rigore. In Italia il rigore è tanto più sgangherato quanto più è affidato a incrementi di tasse regressive che colpiranno principalmente le fasce basse del reddito. La pressione fiscale (lo dice la Banca d'Italia) nel biennio 2012-13 arriverà alla cifra record del 44,5 per cento del Pil e forse anche di più se il Pil non crescerà dell'1,2 come prevede ancora il governo, ma soltanto dello 0,7 come sostiene il Fondo monetario internazionale.

Un governo che gioca con la tela di Penelope cambiando la sera quello che aveva deciso la mattina; un governo dove Berlusconi, Tremonti e Bossi si fanno i dispetti un giorno sì e l'altro pure, sapendo però che debbono restare aggrappati l'uno all'altro per non cadere tutti insieme; un governo in cui sia Berlusconi sia Tremonti sono ricattabili e ricattati; infine un governo il cui Capo sta per ore al telefono con malfattori e procacciatori di prostitute, confidando ad essi i suoi affanni e rifornendoli di denaro contante; ebbene, un governo di tal fatta è il problema. Napolitano ha ragione quando ci ricorda che fino a quando il governo disporrà d'una maggioranza parlamentare lui non può né vuole pensare a licenziarlo. Ma che cosa accadrà se nei prossimi giorni il fandango dei mercati tornerà ad infuriare?

L'otto settembre (pessima data nella nostra memoria) si riunirà a Francoforte il consiglio direttivo della Bce. Uno dei temi - ma direi il tema - all'ordine del giorno sarà l'aiuto dato alla Spagna e soprattutto all'Italia con l'acquisto dei loro titoli di Stato sul mercato secondario. A metà agosto quell'aiuto fu complessivamente di 22 miliardi, nella settimana successiva di 12, nella terza di 4. Non sappiamo domani, ma sappiamo che il consiglio dell'otto settembre non sarà affatto tranquillo.

Mi domando: se la tempesta infuriasse non come Irene ma come Katrina, che cosa accadrà? Se il governo non è credibile né per i mercati né per l'Europa, noi che cosa facciamo? Mi permetto, con devoto rispetto e profonda amicizia e stima, di sottoporre questa domanda al capo dello Stato. E a chi altro se non a lui?

(04 settembre 2011)

Un Paese senza guida


di ILVO DIAMANTI

UN PAESE senza governo e senza guida. Nel mezzo di una crisi di sfiducia politica e istituzionale, che evoca quella dei primi anni Novanta. Con l'aggravante che non si vedono sbocchi e scarseggia la speranza. È l'immagine senza luce che emerge dal sondaggio dell'Atlante Politico di Demos condotto nei giorni scorsi su un campione rappresentativo della popolazione nazionale.

1. Un Paese senza governo. Le stime elettorali confermano il declino dei partiti di maggioranza. Il PdL scende al 25,5%. Ma, rispetto a giugno, cala anche la Lega (sotto il 10%), che non riesce più a fare l'opposizione di governo. Insieme, PdL e Lega, secondo le stime di Demos, raggiungerebbero poco più del 35%. Meno di quanto ottenne da solo il PdL nel 2008. Nove punti percentuali meno dell'asse di Centrosinistra: PD-IdV-SEL. D'altra parte, circa metà degli elettori prevede che una coalizione di Centrosinistra guidata dal PD di Bersani vincerebbe le elezioni. Quasi il doppio di chi, invece, scommette sul successo del Centrodestra guidato da Berlusconi. Il declino del berlusconismo sembra ormai di "senso comune".

2. Un Paese senza guida. E senza "guide". La Seconda Repubblica, ispirata da Berlusconi, è fondata sui "partiti personali" - e comunque, personalizzati. Ma le "persone" che "guidano" i partiti di governo - e il governo - dimostrano un serio deficit di consenso. Anzitutto i Capi. Berlusconi e Bossi, entrambi in fondo alla graduatoria dei leader, compilata in base al giudizio degli elettori.

Poco più del 20% degli italiani (compresi nel campione) attribuisce loro la sufficienza. Alfano, segretario del PdL per volontà di Berlusconi, raggiunge il 30%, ma cala di tre punti e mezzo rispetto a due mesi fa. Resta Tremonti, cardine del governo e guida dell'economia nazionale, ma anche il vero "oppositore" interno di Berlusconi. Oggi ottiene la fiducia di circa il 38% degli elettori, cioè: circa 17 punti meno di due mesi fa. Un vero crollo. Prodotto dal disorientamento suscitato dalla manovra finanziaria, non solo dolorosa, ma soprattutto confusa - riveduta e corretta di giorno in giorno. Un crollo. Accentuato dal discredito sollevato dallo scandalo che ha coinvolto il suo sottosegretario Milanese. Di cui era "inquilino" (in nero). Da ciò la perdita di legittimazione "personale" sui mercati e presso le istituzioni internazionali. Ma anche nell'opinione pubblica nazionale. Maggioranza e governo appaiono, così, senza guide e riferimenti.

3. Oggi, d'altronde, quasi otto italiani su dieci affermano che il governo non ha mantenuto le promesse. Lo pensa anche la maggioranza dei leghisti e quasi metà degli elettori del PdL. Sette elettori su dieci, inoltre, considerano la manovra finanziaria negativamente. Iniqua, a spese soprattutto dei pensionati e dei dipendenti pubblici. Mentre metà degli italiani la giudica un ostacolo all'attuazione del federalismo.

4. Un Paese senza governo e senza guida. Che, tuttavia, non sembra disporre di alternative credibili. Certo, se si votasse oggi, secondo le stime di Demos, il Centrosinistra prevarrebbe nettamente. Ma il giudizio degli elettori sull'operato dell'opposizione risulta anche peggiore di quello verso il governo. Quanto ai leader, il consenso nei confronti di Bersani e Vendola appare in calo, negli ultimi mesi. Il segretario del PD è danneggiato dalle inchieste sulla corruzione che hanno coinvolto Penati, ma anche Tedesco. Figure importanti nell'ambito del partito. Non solo a livello locale.

5. L'opposizione sociale, interpretata dallo sciopero generale di domani promosso dalla CGIL, in effetti, divide il Paese. Circa metà degli italiani non è d'accordo. Ma il 45% si dice a favore. Nel centrosinistra, comunque, il consenso appare ampio. Sei italiani su dieci, peraltro, sostengono che non parteciperebbero a una manifestazione contro le politiche economiche del governo. Nonostante non le condividano. Per timore, presumibilmente, di drammatizzare la situazione del Paese. Il che conferma la difficoltà di fare opposizione senza un governo di fronte, in questi tempi di crisi.

6. Non è un caso che il solo leader che abbia visto crescere la fiducia personale, negli ultimi mesi, sia Antonio Di Pietro. Oggi risulta il più "stimato" dagli elettori e il suo partito sembra averne beneficiato notevolmente. Due le ragioni principali del favore per Di Pietro. A) È ritenuto fra i protagonisti del successo del Centrosinistra alle amministrative dello scorso maggio e del grande risultato ottenuto dai referendum di giugno. B) La sua identità richiama la stagione di Tangentopoli, di cui è stato e resta la "figura simbolo".

7. L'analogia con gli anni di Tangentopoli appare, infatti, molto stretta agli occhi degli italiani. Quasi metà degli intervistati ritiene che oggi la corruzione politica sia altrettanto diffusa rispetto ad allora. Un ulteriore 36% la considera perfino cresciuta. Due italiani su tre, peraltro, ritengono che nessuno, da destra a sinistra, possa rivendicare una "diversità" etica.

Da ciò la profonda differenza rispetto alla stagione di Tangentopoli. Allora, mentre crollava il Muro, insieme alla Prima Repubblica, era diffusa la convinzione che ci attendeva un futuro migliore. Che il cambiamento avrebbe fatto bene al nostro sistema politico malato e alle nostre istituzioni, inadeguate. Inoltre, in quegli anni erano presenti soggetti e riferimenti importanti - nuovi e meno nuovi. La Lega, Berlusconi, i magistrati. In seguito l'Ulivo di Prodi. Oggi non è così. Dietro alla crisi si stenta a vedere la luce. Il Movimento invisibile e reticolare, emerso nei mesi scorsi, ha espresso una domanda di cambiamento, fin qui ancora in attesa di rappresentanza. Mi pare difficile che possa venire soddisfatta dai nomi che circolano in questi tempi. Largamente esterni alla società civile. Banchieri, finanzieri e capitani di industria. Lo stesso Montezemolo, molto presente nelle cronache politiche di questa fase, secondo i dati dell'Osservatorio Politico di Demos è fermo al 38% dei consensi. Tre punti in meno di giugno, ma oltre dieci in meno rispetto a febbraio. Il fatto è che viviamo un'epoca di sfide speciali. Richiedono persone e soggetti politici speciali. Sarà la mia miopia, ma, echeggiando Machiavelli e Pareto, in giro io non vedo né volpi né leoni.

(05 settembre 2011)

domenica 4 settembre 2011

Tarantini: «Estorsione? Era un prestito» E Laudati chiede un'ispezione al ministro




E' durato sei ore il faccia a faccia con i magistrati napoletani di Gianpaolo Tarantini, l'imprenditore barese in carcere da giovedì scorso, accusato di estorsione ai danni del presidente del consiglio Silvio Berlusconi, in concorso con la moglie Angela Devenuto (anche lei in cella da tre giorni, ma per la quale si profila la scarcerazione e il rinvio ai domiciliari, avendo due bambini piccoli da accudire) e con l'editore Valter Lavitola (destinatario di un provvedimento non ancora eseguito perché l'indagato si troverebbe all'estero). Tra l'altro, proprio leggendo gli atti dell’inchiesta Tarantini avrebbe scoperto che sua moglie aveva una relazione con Lavitola. L'interrogatorio di garanzia è cominciato sabato mattina dopo le 10 a Poggioreale. I tre pm della procura di Napoli, Woodcock, Curcio e Piscitelli, hanno lasciato la casa circondariale intorno alle 16. Woodcock si è limitato a dire: «È stato un interrogatorio lungo. Non posso dire altro».

DEBITI - Il 31 agosto scorso - il giorno prima dell'arresto - Tarantini aveva redatto un memoriale inviato alla Procura di Napoli con la sua versione dei fatti. Vi si sostiene che il danaro corrisposto da Berlusconi a Tarantini serviva all'imprenditore per «esigenze di vita». «A mio carico, spiega Tarantini, oltre alla mia famiglia, composta da mia moglie e da due bambine di due e sette anni, vi è quella di mio fratello, composta da moglie e figlio, nonché la mia anziana madre vedova. Peraltro ho numerosi debiti personali lasciati a Bari che non ho potuto onorare». Tarantini esprime dispiacere per aver coinvolto Berlusconi nello scandalo: «Ribadisco che egli è completamente estraneo avendo io retribuito le ragazze che venivano ospitate presso la sua abitazione a sua assoluta insaputa». L'imprenditore pugliese spiega inoltre di avere informato Berlusconi attraverso Lavitola. Tarantini sottolinea quindi di avere ricevuto dal premier, tramite Lavitola, un appannaggio mensile di 20mila euro fino allo scorso luglio; il danaro era ritirato dalla moglie, Angela Devenuto, presso gli uffici dello stesso Lavitola in via del Corso.

I 500 MILA EURO - Quanto ai 500mila euro, che per la Procura sarebbero stati estorti al premier dietro la minaccia di un cambiamento di strategia processuale da parte di Tarantini nella vicenda delle escort a Palazzo Grazioli, l'imprenditore racconta quindi di averli chiesti al Cavaliere a titolo di prestito. «Chiesi al presidente Berlusconi un finanziamento di 500 mila euro, tale somma pensavo mi sarebbe stata sufficiente per attivare l'iniziativa commerciale che in quel momento avevo in animo di intraprendere», scrive Tarantini. «Il presidente non mi fece praticamente finire di parlare e mi disse subito: "Per te non c'è problema". Io ci tenni a precisare, e ricordo di averlo detto più volte, che avrei sicuramente restituito la somma non appena ne avessi avuto la possibilità e che non intendevo considerare questo ennesimo gesto di generosità come una donazione. Berlusconi nel dirmi di non preoccuparmi della restituzione mi disse che quanto prima mi avrebbe fatto pervenire tramite il presente Lavitola la somma di cui ritenevo di avere bisogno», spiega Tarantini nel memoriale. Il dialogo tra Tarantini e il premier Berlusconi risale a marzo 2011, quando l'indagato si recò a Villa San Martino ad Arcore per incontrare il capo del governo. A quell'incontro erano presenti anche la moglie di Tarantini, Angela Devenuto, e l'editore de l'Avanti Valter Lavitola.

IL PATTEGGIAMENTO - «Avevo timore che una mia eventuale uscita dal processo avrebbe potuto determinare una caduta di attenzione da parte del presidente per le mie vicende» ha detto ancora Tarantini nel suo memoriale, spiegando un suo colloquio con Lavitola durante il quale disse di non essere d'accordo con l'ipotesi di patteggiamento che gli era stata prospettata in relazione al processo di Bari sulle escort. «Mi rendo conto - aggiunge l'imprenditore - della puerilità del mio agire, avendo in quel momento anche dubitato della spontaneità e generosità del presidente, però occorre sottolineare che all'epoca io ero ancora in attesa del finanziamento di 500mila euro che mi era stato promesso». L'imprenditore si dice convinto che la somma sarebbe stata trattenuta da Lavitola. Tarantini nega di avere estorto danaro al premier e ribadisce di aver chiesto aiuto a Berlusconi per le difficoltà economiche in cui si trovava.

LAUDATI: «INTERVENGA IL MINISTRO» - Intanto sulla vicenda interviene anche il procuratore di Bari, Antonio Laudati, a cui era stata attribuita una presunta volontà di ritardare la chiusura dell'inchiesta. «I fatti riferiti al telefono dall'imprenditore quando vengo tirato in ballo, non sono veri - sostiene il magistrato in una nota -. Sono facilmente smentibili sotto il profilo puramente procedurale». Non solo: «Ho chiesto al signor ministro della Giustizia - scrive ancora Laudati - di disporre un'ispezione immediata sull'indagine in questione e sul mio operato». E il ministro della Giustizia, Francesco Nitto Palma, ha fatto sapere che prenderà in considerazione la sollecitazione di Laudati. Il Guardasigilli - secondo quanto si è appreso - con estrema probabilità disporrà l'ispezione, trattandosi di una richiesta avanzata da Laudati ad auto-tutela. Palma deciderà nei prossimi giorni, dopo aver letto e valutato la documentazione sul caso.

Redazione Online
03 settembre 2011

Un tombino sul condono


Giulio Tremonti ha precisato che nella manovra non ci saranno condoni «poiché si tratterebbe di un intervento una tantum che genera introiti di cassa, ma che non modifica l'assetto della finanza pubblica». Evviva. Niente di più condivisibile per chi, come noi, ha sempre criticato duramente la disastrosa politica delle sanatorie. Ma qui, inutile nasconderlo, il problema della credibilità che sempre accompagna simili impegnative dichiarazioni è ancora più grande. Da settimane si rincorrono le voci di un nuovo condono che potrebbe spuntare accanto al tremendissimo (forse) giro di vite sull'evasione fiscale con tintinnio di schiavettoni. Non servono soldi, tanti e subito? E poi, non fu così che andò anche all'inizio degli anni Ottanta, quando alla sanatoria tombale fu accoppiata la legge (pressoché inutile) sulle «manette agli evasori»?

La dichiarazione di Tremonti, semmai, desta anche una legittima preoccupazione: che il partito del condono, agguerritissimo in Parlamento, sia già al lavoro. Convinto, magari, di non incontrare troppa resistenza.

I precedenti la dicono lunga. Ricordiamo che cosa è successo otto anni fa, quando il governo Berlusconi, contrario a parole, si arrese immediatamente all'offensiva parlamentare sfociata non in una, ma in un diluvio di sanatorie. E non possiamo non rammentare come lo stesso ministro dell'Economia, che in quella occasione aveva confessato di essersi dovuto piegare suo malgrado alla ferrea legge dei numeri e dei denari necessari a tenere a galla i conti pubblici, tornando nel 2008 al governo avesse garantito che l'epoca dei condoni era definitivamente sepolta. Salvo poi varare un nuovo scudo fiscale consentendo a evasori che avevano illecitamente esportato capitali di regolarizzarli pagando un ventesimo di quanto versano i cittadini onesti.

Tante volte si è detto di come i condoni abbiano profondamente compromesso la tenuta morale di un Paese dove già le tasse non sono mai state troppo popolari. L'hanno corrotta al punto che c'è chi li utilizza perfino per gabbarli, dimostrando che non sono credibili nemmeno le sanatorie. Quanti hanno chiesto di aderire al condono fiscale per poi dichiararsi falliti e non pagare? E quanti dopo aver pagato la prima rata, poi smettono di pagare, confidando magari in un'altra sanatoria, e poi in un'altra, e un'altra ancora? Non è un caso che al gettito previsto per il benevolo perdono del 2002 manchino almeno 4 miliardi di euro.

Oggi, poi, c'è un dettaglio in più che chiama in causa la credibilità. Ed è il modo con cui sta procedendo la manovra d'agosto, presentata in pompa magna in una conferenza stampa ufficiale a Palazzo Chigi, e smontata nel giro di due settimane (il contributo di solidarietà per i redditi più elevati? Abbiamo scherzato... Il taglio delle Province? Abbiamo scherzato... L'accorpamento dei Comuni più piccoli? Abbiamo scherzato...). Quindi rismontata nuovamente il giorno dopo un vertice politico «decisivo» dal quale il governo, che aveva promesso di non toccare le pensioni, ne era uscito con l'idea bislacca di colpire i riscatti previdenziali per la laurea e il servizio militare. Perché mai dovremmo credere proprio questa volta che non ci metteranno sotto il naso l'ennesimo maleodorante condono?

Sergio Rizzo
03 settembre 2011

sabato 3 settembre 2011

Evasori, nessuna pietà


Ci sono principi talmente ovvii che a nessuno salta in mente di declamarli; salvo che a quelli che ne traggono profitto. Così i delinquenti si fanno difensori della privacy: il corruttore se la prende con le intercettazioni e l’evasore fiscale con la pubblicità delle dichiarazioni dei redditi; e trovano anche un sacco di gente che gli sta dietro. Tre giorni fa ho partecipato a una trasmissione di Radio 24. C’erano il sindaco (leghista) di Varallo Sesia e un giornalista, Oscar Giannino. Si parlava di rendere pubblici i redditi dichiarati. Il sindaco era favorevolissimo e ha motivato la sua posizione in maniera intelligente e pertinente. Di quello che ha detto Giannino ho capito pochissimo, solo che era contrario: statalismo, giustizialismo, terrorismo, Stasi (la polizia segreta della Germania est). Di queste parole ho memoria; del senso complessivo del discorso meno. Ma una parola mi è rimasta impressa, anche per il disprezzo con cui la pronunciava: “delazione”. “In questo modo si vuole incoraggiare la delazione fiscale”, ha detto tutto arrabbiato. Ecco, qui ho capito tutto; e sono stato colpito da profonda depressione. Perché è stato evidente che, per Giannino e quelli come lui, l’evasione fiscale non è un delitto e nemmeno un comportamento immorale. Per questa gente chi denuncia l’evasione fiscale non è un cittadino onesto che fa il proprio dovere; è una spia, un “delatore”. Denunciare ai Carabinieri un ladro che ha rubato un’autoradio va bene; denunciare un evasore fiscale alla Guardia di Finanza o all’Agenzia delle Entrate è riprovevole, è una “delazione”. Naturalmente non c’è stato dibattito. Lui mi ha detto che dicevo sciocchezze e io ho spiegato come potevo la mia opinione; ma che gli dici a uno così? Resta il fatto che rendere pubblici i redditi dichiarati è proprio una buona cosa. Vediamo perché. L’art. 53 della Costituzione obbliga tutti a “concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”. Ma l’obbligo non è osservato da un’importante maggioranza di cittadini. Il Ministero delle Finanze stima in 160 miliardi all’anno l’evasione fiscale. Siccome i lavoratori dipendenti e i pensionati non possono evadere perché le imposte sono trattenute alla fonte, se ne deve dedurre che l’evasione è praticata dai lavoratori autonomi e dagli imprenditori, il cosiddetto popolo della partita Iva.

La deduzione è avvalorata dal fatto che, sempre secondo i dati forniti dal Ministero delle Finanze (dichiarazioni 2010 relative al 2009), su 41.523.054 contribuenti, 20.870.919 sono lavoratori dipendenti, 15.292.361 sono pensionati e 5.359.774 sono “altri”, cioè il popolo della partita Iva. Già così si capisce che la quantità di cittadini che non presentano alcuna dichiarazione (e che non sono lavoratori dipendenti perché questi la dichiarazione la presentano per forza) è immensa. Ma il dato impressionante, che non permette dubbi quanto alla tipologia di gente che evade le imposte, è quello che riguarda il gettito Irpef, pari (per il 2010) a 146,5 miliardi di euro; pagato per il 93% dai dipendenti e dai pensionati (dipendenti 89,5 miliardi e pensionati 47,7 miliardi); e per il 7 % (9,2 miliardi) dagli “altri”. Quindi, che il popolo della partita Iva evada quasi 160 miliardi di euro all’anno, non è contestabile. Siccome questa evasione fiscale è endemica, nel senso che si ripete da anni; siccome proprio questo dimostra che il nostro sistema di accertamento e riscossione delle imposte è del tutto inefficiente; siccome siamo senza una lira e ci servono soldi; siccome più di tanto non si possono tagliare le spese sia perché dobbiamo restare un paese moderatamente civile, sia perché la spesa pubblica è (anche) un’importante leva economica e sociale; si deve trovare un sistema per recuperare l’evasione. Questo impone l’interesse pubblico. Come si fa? In tanti modi; ma qui ci occupiamo dell’ultimo: la publicizzazione dei redditi. Un’idea di Visco (correva l’anno 2008), ingiuriato e diffamato dalla destra tutta che però oggi, immersa nel guano fino al collo, la trova buona. E in effetti, buona è.

È ovvio che, se i redditi dichiarati sono resi pubblici, se l’evasione fiscale del singolo può essere percepita con facilità da chi lo conosce, testimoniata com’è dal contrasto tra reddito ufficiale ridicolo e tenore di vita elevato, per ciò solo le dichiarazioni saranno più “prudenti”.

Inoltre gli evasori si troveranno esposti alle denunce di chi, magari per pura invidia, non intende consentirgli questi illeciti privilegi; e anche questo costituirà una spinta all’onestà fiscale. E poi, come diceva il sindaco di Varallo Sesia, si metterebbe fine agli abusi: asili nido, mense, assistenza sanitaria gratuita, tutto indebitamente utilizzato; per di più sottraendolo a chi ne ha davvero diritto. Infine il Fisco potrà smetterla di sperperare le sue risorse in presunte evasioni da quattro soldi o in verifiche su grandi imprese che si concludono con una manciata di “irregolarità formali”; e potrà dedicarsi a obbiettivi “mirati”. Insomma, si recupereranno soldi e si impedirà ai cittadini disonesti di vivere alle spalle degli altri. C’è qualche dubbio sulla prevalenza dell’interesse pubblico, accertare e sanzionare l’evasione fiscale, recuperando quanto dovuto, su quello privato, la pretesa privacy del proprio reddito? Soprattutto con il paese sull’orlo della bancarotta? No, naturalmente. Ma quanti Giannino ci sono in Italia? E poi c’è sempre il problema della scadenza elettorale: gli evasori sono tanti, come si è visto; e votano.

Il Fatto Quotidiano, 3 settembre 2011

BUONA LA PASTA!

LA TRAGEDIA UMANA DI SILVIO MACBETH


Dall’Italia “paese che amo” all’Italia “paese di merda”

di Luca Telese

Come Macbeth assediato nel castello, Silvio Berlusconi si avvita su se stesso e sulla sua storia ucciso dal paradosso. Come Macbeth assediato dai nemici, abbandonato da tutti, incapace di riconoscere la resa, reso folle dall’illusione di un prodigio che non si verifica. Quanta malinconia in questo crepuscolo, che passaggio di epoca dallo sfavillante sorriso di “L’italia è il paese che amo!”, al ghigno avvelenato di rancore di “L’Italia è un paese di merda”. Eppure, in questo salto a distanza, in questa fine lunga 17 anni, c’è la beffa del ribaltamento estremo, il segno di un’epoca che si chiude senza appello.

Prendete, allora, quella vecchia immagine velata dal tempo, e trasfigurata dalla trasformazione dei corpi: il videomessaggio in videocassetta. Fa sempre impressione vedere un Berlusconi più giovane, e quindi con molti meno capelli di quello più vecchio. Ma fa ancora impressione vedere che il mago della comunicazione che diceva di avere “il sole in tasca”, adesso è prigioniero della luna, e dei demoni della notte, del maledettismo, del tanto peggio tanto meglio, dell’estetica del kamikaze, del Muoia Sansone con tutti i filistei. Silvio-Macbeth resta sulla scena, perché la sua figura è grande, anche se è tragica. E Silvio-Macbeth si ostina a non capire che il suo tempo è finito, anche se il suo castello sta per essere espugnato: “Io non mi arrenderò – gridava nell’ultimo atto l’eroe scespiriano – dovrei baciare la terra ai piedi del mio giovane avversario ed essere bersagliato dalle maledizioni della plebaglia?”.

Esattamente come il Macbeth di Shakespeare pensava di essere salvato dall’incantesimo, così Berlusconi è convinto che l’unzione del Signore non si sia estinta, e che qualche prodigio rimetterà le cose a posto. Grida al povero Lavitola, “Giudici talebani!”, ed espone il suo orgoglio senile al pubblico pagante: “Io scopo, che cazzo vogliono da me?”.

EPPURE CI SONO DUE elementi da tenere ben presenti, anche in questo concitato crepuscolo degli dei, prima che cali definitivamente il sipario. Anche nel momento in cui perde lucidità Berlusconi resta il grande comunicatore, attento, consapevole, lucido nella scelta del mezzo e della lingua in cui esprimersi: “Mi mettano le spie dove vogliono, mi controllano le telefonate!”. Il Silvio Berlusconi che distilla la sua invettiva, insomma, è perfettamente consapevole di essere intercettato. Parla sapendo di essere ascoltato, parla sapendo che il suo pensiero finirà nelle carte di un’inchiesta, e da quei faldoni su quelle dei giornali. Il che significa che, per un altro paradosso beffardo, il Macbeth di Arcore si ritaglia il ruolo di primattore con un monologo che ha per palcoscenico il luogo metafisico delle carte giudiziarie, il teatro delle toghe che ha (inutilmente) combattuto per tutta la sua vita.

MA QUESTA consapevolezza significa anche un’altra cosa: Berlusconi in qualche modo vuole che il suo monologo disperato arrivi al mondo, susciti ancora una volta consenso, commuova i cuori. Saltato il senso della politica, insomma, resta quello tutto teatrale della scena.

Certo, l’effetto collaterale dei nani che lo circondano rende vana questa premonizione. Al fianco del sovrano che ulula, si articola il gergo periferico dei Lavitola e dei Tarantini: intorno al sovrano che cerca l’ultimo acuto restano i tradimenti, i raggiri, le creste sugli oboli e sui pizzi. E l’effetto indesiderato ma ineluttabile è la perdita di credibilità del leader: se Berlusconi si fa infinocchiare dall’ultimo dei rubapolli, il carisma che stregò un mondo non può più essere esercitato. Se si prova pietà per lui, non si può più temere il suo potere di capo, si rompe l’illusione incantata del re taumaturgo che fu parte fondante del suo potere, fino alla rivelazione del Satyricon dell’Olgettina.

IL TRAGICO, in questo dramma, è continuamente corrotto dal comico, dal grottesco, dal senso di miseria e di squallore. Ma sulla scena, il sovrano del regno che un tempo fu azzurro, non rinuncia a ululare la sua invettiva perché è il ruolo che prevale sul senso di autoconservazione: “Io tra qualche mese me ne vado per i cazzi miei da un’altra parte... e quindi – grida il premier nella cornetta – me ne vado da questo paese di merda di cui sono nauseato, punto e basta”.

Pensare che il destinatario di questo sfogo tragicamente cupo e spettacolare, possa essere solo l’orecchio avido di Lavitola vorrebbe dire fare un torto alla grandezza dell’uomo e al suo innato senso dello spettacolo. Berlusconi parla ai suoi intercettatori, già pensando ai giornalisti che filtreranno il suo umor nero, ai futuri lettori, parla a noi.

Davvero sembra che Berlusconi stia modellando il suo epitaffio su quello del sovrano scozzese. In fondo la fase terminale della tragedia è stata innescata dalla Finanziaria delle tasse, e dal ribaltamento della promessa delle promesse, quella di non metter mai le mani nelle tasse degli italiani. Consapevole che quello era il punto di non ritorno che mandava in cortocircuito la sua narrazione, Berlusconi quasi gridò, nella saletta stampa di Palazzo Chigi: “Ho il cuore che mi gronda sangue”. Esattamente come il Macbeth di Shakespeare gridava nella sua ultima scena madre: “Ho già l’anima troppo carica di sangue”.

Qui, alla fine del dramma, il Macbeth di Shakespeare chiude la sua avventura con la spada in mano: “Non posso fuggire. Ma come un orso combatterò fino alla fine”. E ancora: “Tento l’ultima carta. Mi copro con il mio scudo di battaglia. Dai, Mcduff, e sia dannato il primo che grida basta!”. Grande finale, in cui il liberatore Mcduff rientra impugnando la testa del sovrano e il bardo di Stratford scrive solo: Trombe. Qui mancano ancora il suggeritore per avvisare Berlusconi che è arrivato all’ultima battuta. E un liberatore armato dello scudo del centrosinistra, che lo affronti in duello nel suo castello, assediato dal ridicolo, ed espugnato dalle inchieste.

I SOLDI DA PARTE DI B: “SÌ, HO PAGATO”




La segretaria del Caimano ammette i versamenti per Lavitola Ritardi nell’inchiesta escort, indagine sui magistrati di Bari

di Marco Lillo e Antonio Massari

“Quando parlavamo di foto, in realtà, ci riferivamo al denaro”. Marinella Brambilla, segretaria particolare di Silvio Berlusconi, ascoltata ieri per quasi tre ore nella Procura di Napoli, ammette di aver girato soldi a Valter Lavitola. Conferma di aver incontrato l’emissario peruviano, inviatole sempre da Lavitola, ma minimizza l’entità delle cifre. Non si trattava di 500 mila euro, come emerso dalle intercettazioni, bensì di poche migliaia. Brambilla non è indagata, ma da ieri un altro tassello s’aggiunge al mosaico del ricatto ordito, secondo l’accusa, da Lavitola e Tarantini ai danni del premier. Non è l’unico filone sul quale continuare a indagare, però – considerando il peso delle intercettazioni in cui si parla di Eni e Finmeccanica – mentre un’altra inchiesta è stata aperta, dalla Procura di Lecce, per verificare se i pm baresi hanno commesso irregolarità nelle indagini su Gianpi e le prostitute portate nell’estate 2008 nelle residenze del premier. Parliamo dell’indagine al centro del ricatto ipotizzato dall’accusa e impostato, stando alle intercettazioni, tra Lavitola e Tarantini, sull’ipotesi che quest’ultimo decidesse di patteggiare per non rendere pubbliche le intercettazioni più scabrose che riguardavano Berlusconi. E mentre il direttore de L’Avanti! resta tuttora latitante, oggi – difesi dall’avvocato Alessandro Diddi – saranno interrogati Tarantini e sua moglie, Angela Devenuto, in carcere da oltre due giorni. Ieri, invece, sono stati sentiti i due legali di Tarantini, quelli che lo hanno difeso nel procedimento barese.

E SICCOME all’inchiesta napoletana, ora, s’aggiunge quella della Procura di Lecce ai pm Francesco Curcio, Vincenzo Piscitelli ed Henry John Woodcock, ieri s’è affiancato il procuratore aggiunto di Lecce, Antonio De Donno. I quattro magistrati hanno interrogato, a Roma, i due avvocati di Gianpi: Nicola Quaranta e Giorgio Perroni. Per il momento, nell’inchiesta salentina, non compaiono indagati. E in astratto, le ipotesi d’indagine, possono essere quella di abuso d’ufficio o di rivelazione del segreto istruttorio. È Tarantini, infatti, che riferisce a Lavitola i colloqui avuti con Quaranta. Tarantini non soltanto riferisce di strane conversazioni tra magistrati e avvocati, ma parla di qualcuno che in procura – pare riferirsi al procuratore capo di Bari, Antonio Laudati – ha “fallito il suo ruolo” e che “era convinto di archiviare”. Che si tratti o meno di millanterie, i pm napoletani hanno trasmesso queste intercettazioni ai colleghi di Lecce, che ora indagano e, ieri, hanno assistito all’interrogatorio dei difensori di Tarantini. Quaranta ha smentito le dichiarazioni di Gianpi: “Neanche una virgola corrisponde al vero. Tarantini ha utilizzato l’autorevolezza della mia figura professionale per dare credito alle sue ipotesi, nei confronti del suo interlocutore”. E l’interlocutore, come sappiamo, era Lavitola, che nel frattempo intascava soldi dal premier per girarli – ma solo in parte: 100 mila euro su 500 mila – a Gianpi. Quando i pm hanno chiesto, però, se la difesa di Tarantini aveva deciso di patteggiare – e questo sembrerebbe l’oggetto del ricatto – sia Quaranta, sia Perroni, non hanno risposto opponendo il proprio segreto professionale. Non hanno spiegato neanche chi paga la loro parcella, né se avevano saputo, e come, che il premier aveva versato 500 mila euro per Tarantini, come lo stesso Gianpi riferisce in una telefonata.

Ma le conversazioni con Lavitola assumono una ulteriore importanza investigativa se consideriamo i riferimenti a Eni e Finmeccanica. Era proprio il giro degli appalti della società energetica quello nel quale, a detta degli indagati, grazie alle pressioni di Berlusconi sul presidente dell'Eni Paolo Scaroni, era riuscito indirettamente a entrare anche Tarantini. L'inchiesta in realtà parte proprio da Finmeccanica e per l'esattezza da uno stralcio del fascicolo su Marco Milanese e sulle nomine propiziate dall'ex consigliere di Giulio Tremonti nel colosso dell'industria bellica italiana. Il pm Vincenzo Piscitelli ha cominciato ad approfondire gli affari del gruppo guidato da Pierfrancesco Guarguaglini e si è imbattuto in Lavitola e nel direttore commerciale di Finmeccanica, Paolo Pozzessere, amico di Lavitola e di Berlusconi. Nella telefonata del 13 luglio scorso tra Lavitola e Berlusconi intercettata dalla Procura di Napoli e allegata all'ordinanza di arresto del Gip Primavera, Pozzessere è citato più volte.

IL MANAGER, secondo i pm, ha in comune con Berlusconi, un'amicizia colombiana: Debbie Castaneda, definita dai pm 'modella colombiana e “amica” del Berlusconi', ma nota anche come moglie di Marco Squatriti e per avere scritto una lettera piccata a Dagospia nella quale rivendicava i suoi studi e la sua attività a favore del suo paese e raccontava, dopo la pubblicazione delle sue vecchie foto mozzafiato, di essere stata presentata a Berlusconi dal presidente colombiano, Uribe. Nella telefonata con Berlusconi, Lavitola dice che Pozzessere avrebbe scritto una nota sul senatore eletto in Argentina, Esteban Caselli (definito da Berlusconi "pericoloso"). Berlusconi invece chiede a Lavitola di dire al manager di Finmeccanica di chiamarlo. L'editore de L'Avanti!, secondo i magistrati, non svolge solo attività informativa per il premier, ma percepisce commissioni estero su estero da Finmeccanica. Lavitola chiede al telefono a Pozzessere di fare una verifica sulle "commissioni", ma questi, scrivono i magistrati di Napoli, "lo interrompe, dicendo che secondo lui il conto in Bulgaria non va bene, in quanto dopo i casini che hanno avuto in Finmeccanica, hanno dato disposizioni che i consulenti possono essere pagati o sul luogo dove lavorano – in questo caso Panama – o dove c'è la sede legale". I pm ora hanno avviato gli accertamenti bancari perché "appare già di per sé anomalo e inquietante che un giornalista come il Lavitola parli di “commissioni” da pagare estero su estero da Finmeccanica".

LAVITOLA nelle sue telefonate parla di contratti da controfirmare con tre società del gruppo: Agusta, Selex e Telespazio. L'altro filone delicato è quello dell'Eni. Lavitola e Tarantini al telefono sostengono il 17 giugno 2011 di essere arrivati a un passo dall'ottenimento di un importante appalto che dovrebbe essere approvato a fine giugno e cantierizzato a ottobre. Un emissario di Tarantini, tale Pino non ancora identificato dai magistrati, avrebbe incontrato anche un manager del gruppo. Il tutto grazie al presidente Berlusconi e alle sue pressioni sul presidente dell'Eni Scaroni. In una telefonata, dopo la sua fuga all'estero per evitare l'arresto, Lavitola fa capire di avere chiamato da un numero sicuro dell'hotel Sheraton anche Scaroni. Ma, al Fatto, fonti dell'Eni dicono che Scaroni non ha mai conosciuto né Tarantini né Lavitola.

Bersanitù, augh!


di Marco Travaglio

L’altra notte, in non so quale tg per nottambuli, è comparso Bersani, la giacca appesa al dito e pendula sulla spalla, l’aria trasandata da passante un po’ scazzato, e ha iniziato a biascicare come una pentola di fagioli in ebollizione che “non si può andare avanti così”, “bisogna fare qualcosa”, “siamo pronti a discutere” nonsisachè. Insomma, non ci sono più le mezze stagioni. Le sue disponibilità al confronto non si contano più (giustizia, pensioni, manovra 1,2,3,4, guerra in Libia, federalismo, persino immunità; a dar retta a Penati avrebbe dialogato pure sulle ronde, ma “democratiche”).

Fortuna che B. e gli altri non se lo filano mai e il dialogo regolarmente evapora per mancanza di dialoganti dall’altra parte.

Due sere fa Bersani redarguiva con aria annoiata quei curiosoni dei cronisti che gli domandavano la posizione del partito di cui pare essere segretario sul referendum elettorale, manco gli avessero chiesto un parere sulla Bellucci desnuda: “Adesso vediamo no?... Il referendum non rappresenta la proposta che abbiamo depositato in Parlamento... Quando sarà ora di combattere, decideremo di dare una mano... Ma per favore non mettiamo cappelli di partito”.

Ora, più che mettere cappelli di partito, c’è chi – Idv, Sel più l’eroico Parisi – si sta dannando l’anima per raccogliere le firme, mentre se c’è uno che mette il cappello sui referendum altrui dopo averli sabotati, un minuto dopo averli vinti, è proprio lui (vedi acqua, nucleare e legittimo impedimento). Intanto i suoi elettori si dannano l’anima per trovare un banchetto alle feste del Pd, o come diavolo si chiamano, visto che, in attesa dell’“adesso vediamo”, la scadenza del 30 settembre è dietro l’angolo.

Ma quando gli altri avranno preparato la pappa, lui è pronto a sedersi a tavola e a fare l’estremo sacrificio: servirsi.

A memoria d’uomo, le ultime volte che Bersani finì una frase di senso compiuto fu quando sponsorizzò la scalata di Colaninno & C. a Telecom e le scalate di Montepaschi e poi di Unipol a Bnl, quando presentò Gavio a Penati per l’affare Serravalle. E, più recentemente, sul dramma delle dimissioni di Vasco Rossi da rockstar, che hanno assorbito le sue energie per tutta l’estate.

Per il resto, si esprime come Manitù, grande spirito dei pellerossa.

Frasi mozze, monosillabi, parole singole e assertive, anche se nessun comune mortale può afferrare cosa asserisca. Augh!, e ho detto tutto.

Penati indagato per mazzette milionarie? Bersanitù sentenzia ieratico: “Stiamo pensando a una class action contro chi diffama il Pd. Basta macchina del fango” (fango di chi informa, non di chi ruba).

Saltano fuori le prime prove? “Fiducia in Penati e nei pm” (come dire: sto con Moriarty e con Sherlock Holmes).

Penati si “autosospende” da tutto (fuorché dallo stipendio di consigliere regionale)? “Bene”.

Si salva dall’arresto grazie alla prescrizione: “Uè, la prescrizione non ci piace, ma è una scelta personale”.

Intanto? “Lo mandiamo alla commissione di Garanzia, più di così...”.

Solo? “Se Berlusconi avesse fatto i passi indietro di Penati, a ’st’ora qua sarebbe a Comacchio”.

Intanto il referendum lo firmano pure Prodi e Veltroni. E dalle parti di Bersanitù si leva un vago brontolìo intestinale: “È uno stimolo”. Anzi no, “è l’extrema ratio”, “noi siamo amichevoli con chi si muove”. Ma restando fermi, ecco.

A volte la pentola di fagioli ricorda l’ultima Vanoni o Er Biascica di “Boris”.

Altre volte il Grande Spirito estrae il sigaro a mo’ di calumet, ma non per fumarlo: per masticarlo, nascondersi dietro e bofonchiare meglio.

“Il popolo del Pd si aspetta grande chiarezza e passi avanti sull’etica, ma anche grande combattività contro allusioni e teoremi. Faremo capire in che senso siamo diversi sull’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e nel chiedere passi indietro se necessario a chi è oggetto di indagine, ma non permetteremo di azzoppare il Pd”.

Ma certo: passi avanti, passi indietro, grande chiarezza, se necessario, faremo capire in che senso, augh.

IN GALERA NO


La manovra del malessere italiano


MARIO DEAGLIO

La cura economica anticrisi proposta dagli americani - consistente nell’immettere quantità molto ingenti di nuova liquidità nell’economia degli Stati Uniti e, per conseguenza, in quella mondiale - non ha funzionato, anzi si sta rivelando un vero e proprio disastro: moltissimo debito e niente crescita, minaccia di inflazione e occupazione che non riparte. Le Borse dei Paesi ricchi hanno perso il 10-15 per cento dall’inizio di agosto e nella giornata di ieri hanno subito una nuova, forte caduta. L’orgoglioso «modello tedesco» che doveva trainare la grande ripresa europea si ritrova con crescita prossima allo zero.

Si sta duramente prendendo atto che, per uscire da questa crisi, non serve, o non è sufficiente, stampare moneta, come ha fatto il governatore americano Bernanke; si deve anche prendere atto che non serve neppure ricercare a tutti i costi l’azzeramento dei deficit dei bilanci pubblici, come invece continua a ripetere il governatore Trichet dalla sede della Banca Centrale Europea a Francoforte.

Nessuno però sa bene che cosa fare, meno che mai i governi europei impegnati nella messa a punto di manovre e leggi finanziarie all’insegna della confusione, in un orizzonte dominato da inquietudini politiche di breve periodo, ossia da preoccupazioni elettorali prima che economiche, e dalla palpabile carenza di grandi visioni.

In questo panorama non allegro a quelle generali si sommano le specifiche difficoltà della manovra italiana di bilancio. Una manovra cucita di giorno, all’inizio in un’atmosfera quasi festiva e campestre, nella casa del presidente del Consiglio e scucita di notte, come la tela di Penelope, via via che i calcoli degli esperti mettevano in luce le incongruenze, le difficoltà pratiche, l’impossibilità della realizzazione delle decisioni affrettatamente prese poche ore prima.

Una manovra abbozzata sulla base di valutazioni molto approssimative, talora grossolanamente errate, circa il numero degli italiani toccati dai vari provvedimenti, gli effetti generali derivanti dal possibile taglio di voci fondamentali della spesa pubblica locale e, più in generale, le conseguenze macroeconomiche della riduzione concordata con l’Unione Europea. Una manovra della quale il presidente del Consiglio, lasciando da parte nozioni elementari di economia, ha dichiarato - e i suoi ministri hanno implicitamente concordato con lui - che conta solo il totale, perché imposto dall’Europa, non come a questo totale si arriva.

Ne è derivato un provvedimento cupo, disordinato, che non dà alcuna speranza, fatto in buona parte di tagli e ancora di altri tagli, di cavilli e di altri cavilli ancora. E quando i tagli sono troppo grossolani, e i cavilli troppo evidentemente vessatori, li si elimina dal testo e si attribuisce la somma mancante a una generica «lotta all’evasione», come una volta si diceva «Dio provvederà», senza spiegare come e perché questa lotta all’evasione dovrebbe avere risultati migliori di quelli del passato. L’idea di spostare risorse da un tipo di impiego a un altro per cercare così di far funzionare qualche meccanismo di stimolo, non è stata presa in considerazione. Ugualmente non si sono tenute in alcun conto le ultime notizie congiunturali che indicano un preoccupante rallentamento dei consumi delle famiglie già prima della manovra. Continuare su una linea esclusivamente restrittive non solo equivale a versare sale sulle ferite ma può cancellare le speranze per il futuro e aumenta le probabilità di una nuova recessione.

E’ naturale che, in questa situazione, la Commissione Europea abbia ieri diplomaticamente espresso «dubbi» - che celano un giudizio pesantemente negativo - su questa «miracolosa» lotta all’evasione, dalla quale dovrebbe derivare un gettito che, nelle stime del governo, è prodigiosamente aumentato nel giro di pochi giorni senza che si spieghi da che cosa derivi questo prodigio. La reazione dei mercati è stata assai meno diplomatica: la differenza nella quotazione dei titoli decennali del debito pubblico italiano rispetto a quelli tedeschi (ritenuti i più sicuri d’Europa) ha raggiunto il 3,3 per cento, il che significa che, al fine di cautelarsi contro il «rischio Italia», per prestare denaro a lungo termine allo Stato italiano i mercati esigono un tasso di interesse più che doppio di quello che richiedono per prestar denaro allo Stato tedesco. Si tratta del differenziale più alto da quando la Banca Centrale Europea ha attivato gli acquisti concordati per difendere le quotazioni.

In un’atmosfera mondiale di malessere diffuso e di diffusa sfiducia che ha portato ieri la quotazione dell’oro a un ennesimo record, l’Italia appare in più colpita da uno specifico e grave «malessere italiano», fatto di miopia e disorientamento, preoccupazione e sfiducia, al quale contribuisce anche la scarsità di proposte coordinate e complete provenienti dall’opposizione. Per superarlo occorre prima di tutto prenderne atto e non rifugiarsi, come gran parte del mondo politico, in una rassegnata ignoranza o in un’arrogante indifferenza.

mario.deaglio@unito.it

La mossa dei pm: sentire Berlusconi come parte offesa


Prossimamente, forse già la settimana ventura, i pubblici ministeri di Napoli che indagano sulla presunta estorsione a Silvio Berlusconi chiederanno di ascoltare il presidente del Consiglio come «parte offesa». Potrà scegliere data e luogo dell'incontro (il codice prevede che avvenga nella sede del governo), ma non se rispondere o meno alle domande degli inquirenti, come ha fatto quando s'è trovato nelle vesti di indagato o di testimone inquisito in procedimenti connessi.
Per i sostituti procuratori Vincenzo Piscitelli, Francesco Curcio ed Henry John Woodcock è quasi una mossa obbligata, perché da quella testimonianza potranno arrivare riscontri o smentite alla ricostruzione fatta finora. Dopo che il settimanale Panorama, di proprietà della Mondadori e quindi di Berlusconi, ha anticipato la notizia dell'indagine napoletana, il premier ha spiegato allo stesso giornale che non ci fu alcun ricatto ai suoi danni ma solo il suo desiderio di «aiutare una persona e una famiglia con bambini in gravissime difficoltà economiche». Una versione che non può bastare ai pubblici ministeri, i quali probabilmente estenderanno le loro domande ai rapporti tra il presidente del Consiglio e il presunto estorsore Valter Lavitola.

In particolare c'è un episodio che ha destato sospetti e che gli inquirenti intendono chiarire: come mai il 5 luglio scorso il giornalista-imprenditore si sia attivato per recapitare al premier «dei telefoni "sicuri", cioè con schede sudamericane con i quali evidentemente il Lavitola, ignaro di essere proprio lui sotto controllo, ritiene di poter parlare tranquillamente». La consegna avvenne attraverso Alfredo, «stretto collaboratore del presidente Berlusconi», e quando Lavitola ordina al suo assistente Rafael di portare gli apparecchi «si preoccupa di precisare che il materiale va consegnato personalmente ad Alfredo e di dire, nel caso fosse necessario, che la cosa è stata direttamente concordata con il presidente». Con Rafael, Lavitola si raccomanda: «Ovviamente, non far vedere che sono telefoni! Mettili in un pacchetto chiuso... magari toglili dalle scatole... Mettili in una cartellina, in un raccoglitore, in qualche cosa che non si veda che cosa sono!».

Alfredo è l'uomo che la sera del 13 luglio prende un telefono (forse proprio uno di quelli considerati «sicuri»), chiama Lavitola e poi gli passa il capo del governo. È molto probabile che anche Alfredo sia chiamato a testimoniare nell'inchiesta, così come in tempi brevi sarà ascoltata Marinella Brambilla, «da molti anni responsabile della segreteria personale di Silvio Berlusconi e oggi funzionario della presidenza del Consiglio». La donna dovrà rispondere sulla «interlocuzione privilegiata» che aveva con Lavitola, ma soprattutto sulle consegne di denaro camuffato in fotografie nelle conversazioni intercettate, di cui si occupava personalmente. È Marinella, ad esempio, che il 23 giugno risponde a una telefonata di Lavitola e dice: «Ok, allora riusciamo a stampare dieci foto, mandami... chi mi mandi il solito Juanino tuo?». Gli inquirenti non hanno dubbi che quelle dieci foto da stampare fossero in realtà centomila euro.

Tra i testimoni che presumibilmente dovranno sfilare davanti ai pubblici ministeri ci sono anche gli avvocati di Tarantini e dello stesso Berlusconi: Giorgio Perroni, Nicola Quaranta e Nicolò Ghedini. Da alcune telefonate emerge - secondo l'accusa - che i legali fossero a conoscenza dei «cospicui, ingiustificati e illeciti» pagamenti di Berlusconi a Tarantini, e il giudice dell'indagine preliminare ipotizza scenari ancor più inquietanti che devono essere chiariti attraverso nuove indagini. Il magistrato sottolinea «l'accertato e obiettivo "coinvolgimento" dei difensori del Tarantini nonché di quello della persona offesa (cioè Berlusconi, ndr ), avvocato Nicolò Ghedini», e spiega che «il rilievo da attribuire a quel coinvolgimento» dev'essere valutato alla luce «delle ulteriori investigazioni». Infine giustifica il divieto temporaneo d'incontro con i difensori imposto agli arrestati, «non potendo escludersi il pericolo che i patrocinatori, a prescindere da chi sarà nominato, siano veicolo di manovre inquinanti».

Gio. Bia.
02 settembre 2011

«Sabina e Lele, tutti sistemati Adesso Silvio parli con me»


«Sabina è sistemata tutta la vita, se vedi la sua casa dici non è possibile perché sembra la casa di Onassis... Lele Mora ha avuto 4 milioni di euro e Emilio Fede se n'è intascati 800... Ed io non ho mai chiesto un c...! Io sono sempre andato, attraverso te, con i piedi di piombo... Ora mi fai andà a parlà con lui, perché io sono sicuro che io e lui, davanti, da soli, a me lui non mi dà 500, perché lui mi conosce, sa che Gianpaolo Tarantini prende i soldi dall'Eni, prende i soldi da Finmeccanica... lui lo sa che io li prendo, a me ne servono 5 domani? Lui lo sa che io ne prendo 20, perché lui lo sa come so capace io a prenderli i soldi, io li ridò tutti e 5». È il 17 luglio scorso. Gianpaolo Tarantini ha appena scoperto che Valter Lavitola ha preso da Berlusconi 500 mila euro destinati a lui, ma gliene ha consegnati soltanto 100 mila. Lo chiama e al telefono la sua rabbia esplode. Lavitola è in Sudamerica, Tarantini insiste perché gli faccia incontrare il premier. La Sabina di cui parla dovrebbe essere la Began, soprannominata l' Ape regina proprio per essere stata una delle «favorite» del presidente del Consiglio. Fu proprio lei - più volte indicata come una delle «reclutatrici» per le feste a palazzo Grazioli e a Villa Certosa - a far incontrare l'imprenditore barese con Berlusconi. E Tarantini la prende ad esempio per quello che anche lui vuole ottenere. Una strategia che condivide con sua moglie Nicla, visto che la donna - indicata nell'ordinanza come amante di Lavitola - racconta nelle conversazioni intercettate di essere già stata nella residenza romana di Berlusconi per avere soldi e chiede di poterci tornare. Un piano andato a buon fine visto che - come rivela Tarantini nel memoriale che sarà consegnato oggi ai magistrati di Napoli dal suo nuovo legale Alessandro Diddi - con Berlusconi ci sono stati due incontri oltre a quello con la moglie: uno a marzo, l'altro agli inizi di agosto proprio per ottenere l'intera cifra.

«Lele Mora gli fa schifo»
Nella telefonata del 17 luglio Tarantini rivendica di voler trattare direttamente con Berlusconi, ma Lavitola cerca di convincerlo a non fare mosse azzardate, sottolineando come un incontro ci sia già stato.
Lavitola: Gianpà scusa, ma noi ci siamo andati e quello là ti ha fatto così.
Tarantini: E tu gli hai detto 500, perché se parlavo io gli chiedevo 3 milioni e quello diceva "si". Ti assicuro.
Lavitola: Gianpà se tu gli chiedi 3 milioni, quello ci cacciava fuori a tutti e tre
Tarantini: Ma che cosa dici? Ma tu non... con chi stai parlando, ma tu lo conosci a quello?
Lavitola: no, io non lo conosco, per fortuna che lo conosci tu
Tarantini: e allora agli altri sì e a me no? Io so' il coglione de tutta la storia?
Lavitola:
ma no, Gianpà io non ci credo agli altri, di tutte queste...
Tarantini: come non ci credo... stanno negli atti i bonifici a Lele Mora
Lavitola: ma lascia perdere, ma tu lo sai qual è il rapporto di Lele Mora con lui o non lo sai?
Tarantini: quale, che gli faceva schifo, te lo dico io che vivevo là dentro, io dormivo a casa sua... gli faceva schifo, gli faceva vomitare
Lavitola: vabbè Gianpà, lascia stà, allora c'hai ragione tu.
Tarantini: allora la casa di Sabina è una finta. Cioè, la casa di Sabina, dove vive ora, è finta.
Lavitola: ma non lo so, io la casa di Sabina non lo so, comunque io ti dico che per quella che è la mia esperienza, tu vai là e gli vai a chiedere tre milioni, quello ti caccia fuori a pedate.
Tarantini: ma io non glieli chiedo. Io a lui gli voglio dire una cosa, mi voglio mettere di fronte e gli voglio dire: «Presidè io non c'ho una lira, sono disperato, sto facendo sta c... di operazione, non ci sta, nel frattempo, per favore, mi vuoi mantenere come Cristo comanda, senza avere rotture di c..... di nessun genere?» Mi deve dire: «No»? Io non ci credo
Lavitola: Gianpà, quello che cosa ti deve dire? Ti deve dire: «lo sto facendo», com'è vero che lo sta facendo
Tarantini: oh! Ma io non voglio avere rotture di c...
Tarantini si mostra preoccupato di avere subito i 500 mila euro. Lavitola gli assicura di averli messi «su un conto chiuso in Uruguay». Tarantini lo invita a non sottovalutarlo: «Ricordati che io a vent'anni andavo in barca con D'Alema e a trenta dormivo da Berlusconi»

Tre incontri dal premier
Nel memoriale Tarantini racconta di aver conosciuto Lavitola «perché i nostri figli vanno a scuola insieme» e di avergli manifestato le sue difficoltà economiche. Ammette di aver ottenuto i 20 mila euro al mese e poi dice di aver chiesto di vedere Berlusconi anche se cerca di negare ogni intento ricattatorio. Poi racconta nel dettaglio i tre incontri: «Il primo fu organizzato nel novembre 2010 a palazzo Grazioli e partecipò soltanto mia moglie; Berlusconi si mostrò dispiaciuto per il clamore mediatico subito dalla mia famiglia. Inizialmente il ruolo di Lavitola mi sembrò genuino, poi assai meno sincero. L'impossibilità di parlare direttamente con il Presidente, per molteplici e intuitive ragioni, mi ha costretto a usarlo come tramite. A marzo 2011, dopo molte insistenze, ci accompagnò ad Arcore. Io ero emozionatissimo e lo ringraziai per gli aiuti che ci faceva pervenire». Il terzo incontro avviene a palazzo Grazioli, Tarantini ha saputo pochi giorni prima che Lavitola si è tenuto 400 mila euro: «Chiesi personalmente scusa al Presidente per aver dubitato della sua generosità. Mi confermò di aver dato già da tempo la somma a Lavitola, dando immediatamente incarico di consegnarla a mia moglie che poteva iniziare un'attività lavorativa».

I pm di Bari e la D'Addario
Nella
conversazione del 17 luglio Tarantini si mostra informato su quanto accade a Bari per l'inchiesta in cui è indagato per favoreggiamento della prostituzione per aver portato trenta ragazze a pagamento alle feste di Berlusconi nel 2009. Il giorno precedente sul quotidiano Libero è stata pubblicata un'intervista a Patrizia D'Addario che dice di essere stata «usata» per danneggiare Berlusconi.
Tarantini:
è stato fatto per non chiudere le indagini, per non mandare l'avviso di conclusione, così non escono intercettazioni.
Lavitola: che c'entra questo?
Tarantini: perché così riapre il caso, riapre l'indagine.
Lavitola: il pm?
Tarantini: e certo!
Lavitola: embè, è che vantaggio ha il pm a riaprire le indagini, scusa.
Tarantini: no, il vantaggio ce l'abbiamo noi. L'ha fatto apposta Laudati (il procuratore di Bari ndr ) questo, perché, si sono messi d'accordo: nel momento in cui riaprono l'indagine e non mandano l'avviso di conclusione, non escono ... non diventano pubbliche le intercettazioni.
Lavitola: ah, dici tu.
Tarantini: sì e pure Nicola l'ha detto, pure Perroni l'ha detto oggi.

Le ragazze e i soldi
Il Nicola di cui parla Tarantini è l'avvocato Nicola Quaranta che lo difende insieme al collega Giorgio Perroni. Di loro Tarantini parla in altre due conversazioni agli inizi del luglio scorso proprio con riferimento ai rapporti con «il Procuratore».
Tarantini: ho parlato ora con Nicola, di Bari, l'avvocato che ha parlato l'altro giorno... ti dissi che andava a parlare al Capo... là c'è un problema grosso... per telefono come faccio a dirti ste c... di cose... hanno fatto un putiferio... hanno trascritto tutto, cosa che non dovevano fare...
Lavitola: ah...
Tarantini: le mie e le sue e quello lui, il Capo stava cacato nelle mutande, ha detto ti prego, aiutatemi... allora siccome questo dice che non se la può più tenere questa cosa finale, la deve per forza mandare... e se và... dice che non è quello che è uscito il mese scorso, due... sei mesi fà, dice che sono terrificanti... gli ha spiegato anche tutto gliele ha letto, si è molto aperto, gli ha detto tutto... tu mi devi fare un piacere, perché tra l'altro lui gli ha detto a Nicola che lui non poteva farlo, o meglio non sapeva come farlo, di avvisare l'avvocato di Milano, di Roma, quello mio...
Lavitola rifiuta e in una successiva conversazione Tarantini, riferendosi al procuratore aggiunge: «Lui ha detto a Nicola che il suo ruolo è fallito perché lui era convinto di archiviarla». E poi spiega perché sono preoccupati per le intercettazioni di Bari che si riferiscono a Berlusconi: «Ci sono telefonate tra me e le ragazze in cui loro mi dicono che lui il giorno prima gli ha dato i soldi».

Fiorenza Sarzanini
02 settembre 2011

IL CANCELLIERE


Fidarsi delle leggi e delle istituzioni


Almeno oggi l'abbiamo fatta franca. Domani, chi lo sa: la nostra via è piena di trappole, ci vuol poco a mettere un piede in fallo. Ma sono trappole di Stato, inganni tessuti da Sua Maestà la Legge. Come l'idea di revocare il riscatto della laurea e del servizio di leva ai fini pensionistici, con buona pace dei 665 mila italiani che ci avevano creduto, sborsando anche fior di quattrini. O come la trovata speculare del Pd, che ha proposto una tassa aggiuntiva del 15% per chi aveva profittato dello scudo fiscale del 2009, confidando nella garanzia di pagare non più del 5% sui capitali rientrati dall'estero.

Insomma di volta in volta cambiano le vittime, non l'abitudine di stracciare i patti stipulati con l'una o l'altra categoria di cittadini. Eppure quest'abitudine inocula un veleno nella nostra convivenza, perché ci insegna a diffidare delle istituzioni, e a disprezzare in ultimo tutto ciò che è pubblico, di tutti. C'è infatti un principio che in ogni Stato di diritto regola i rapporti fra governanti e governati: il principio dell'affidamento. Non è scritto nero su bianco nei testi normativi, tanto non serve, sarebbe come scrivere che la legge è fatta di parole. Ciò nonostante, la Consulta vi si è riferita in 500 casi, mentre in altre centinaia di decisioni ha usato l'espressione «buona fede», «fiducia», «correttezza» e via elencando. D'altronde pure la Costituzione evoca il concetto di lealtà (art. 120), non meno che la fedeltà e l'onore (art. 54). Non è un caso, così come non è affatto fortuita l'assonanza fra leale e legale. Altrimenti - dice Pericle ad Alcibiade, in un dialogo che ci ha trasmesso Senofonte - la legalità sleale diventerebbe una sopraffazione.

Quante volte ce n'è invece toccata l'esperienza? Succede quando le leggi parlano ostrogoto per non farsi capire, per occultare regalie a questa o a quella lobby. Quando si travestono per mostrarsi caste e sante (la legge n. 194 del 1978, quella che ha depenalizzato l'aborto, s'intitola «Norme per la tutela sociale della maternità»). Quando mettono in circolo 35 mila fattispecie di reato - come avviene in Italia - sicché un poverocristo può inciamparvi senza nemmeno sospettarne l'esistenza. Quando sono retroattive, stabilendo oggi le regole di ieri (così trasformando l'innocenza in una colpa, e degradando i giudici ad altrettanti poliziotti, come osservava Montesquieu). Quando ipocritamente si qualificano leggi d'interpretazione «autentica» (furono appena 6, nei primi quarant'anni del Regno d'Italia; ne sono state approvate 150, nei primi quarant'anni della Repubblica), per conseguire effetti retroattivi senza dichiararlo. Quando frodano i risultati d'un referendum (come sul finanziamento pubblico ai partiti, abrogato nel 1993 dagli italiani, riesumato sotto mentite spoglie da una legge del 1997). O infine quando revocano promesse dettate dalla legislazione preesistente.

Non che la lealtà alloggi nelle tombe. Le situazioni cambiano, la borsa della spesa non è sempre tintinnante. E c'è inoltre da pensare a quelli che verranno, ai diritti delle generazioni future cui si riferisce la Carta di Nizza del 2000. Ma c'è una condizione, una soltanto, che può farci accettare la revoca degli impegni assunti dallo Stato. Eguaglianza, ecco il suo nome. La legge leale è una legge eguale, che non separa i figli dai figliastri.

Michele Ainis
01 settembre 2011