giovedì 26 febbraio 2009

Non usate il caso Battisti per rimuovere i vostri «anni di piombo»


di Bernand Henri-Levy

Occorre ripeterlo ancora una volta?
La persona di Cesare Battisti non è qui in questione. Ignoro se abbia commesso o no i crimini che gli sono imputati, e che lui nega strenuamente dall’inizio. E odio in generale tutto quel terrorismo di cui egli si fece propagandista e per il quale non trovo, né mai troverò, circostanze attenuanti. Detto questo, vedo le reazioni della stampa da quando il ministro brasiliano della Giustizia, Tarso Genro, ha deciso di accordargli l’asilo politico nel suo Paese.

Osservo, in Italia, uno strano clima d’isteria all’idea di veder fuggire un uomo che abbracciò, come migliaia di altri, la tesi imbecille della «lotta armata», ma di cui si sta facendo - sic - il peggior criminale degli anni di piombo, l’incarnazione del loro orrore, la personificazione del male, il diavolo.

E credo che occorra riaffermare ancora una volta - a qualunque costo, e anche se la faccenda sembra marginale o secondaria rispetto alla crisi sociale, alla povertà in aumento o all’esplosione di proteste in Guadalupe - un certo numero di principi.

1. L’Italia è, senza possibile dubbio, una grande democrazia. Ma anche alle più incontestabili democrazie accade di nascondere punti d’imperfezione e zone d’ombra. Gli Stati Uniti e la pena di morte… La tortura, in Francia, all’epoca della guerra d’Algeria... L’Inghilterra minata, per decenni, da una guerra civile irlandese che sembrava non potesse risolversi se non nel sangue e nelle leggi d’eccezione... Ebbene, proprio allo stesso modo l’Italia, nell’urgenza della lotta antiterrorista degli anni 1970, si è dotata di un arsenale legislativo in cui figurava, in particolare, una legge sui pentiti capace di far acquistare a un uomo tutta o parte della sua impunità caricandone il peso su qualcun altro. È quanto è accaduto a Cesare Battisti. È sulla parola di pentiti (tra cui il capo del suo gruppo, il torbido Pietro Mutti) che è stato condannato vent’anni fa al carcere a vita. E a distanza, ora che si è usciti dallo stato d’emergenza ed è giunto il momento di lenire le ferite, vi è qui qualcosa di inaccettabile.

2. Tra i punti critici della democrazia italiana c’è un’altra stranezza, quella legge sulla contumacia che fa che un imputato, condannato in sua assenza e poi catturato dalla giustizia, vedrà applicarsi meccanicamente la pena pronunciata allora senza avere la possibilità, come in Francia o in Brasile, di essere giudicato di nuovo. Fu Battisti, durante quel processo in contumacia, rappresentato da un avvocato che avesse egli stesso, dal suo esilio messicano, doverosamente incaricato a tale scopo? No, dice giustamente Fred Vargas, che con l’ausilio di perizie grafologiche ha mostrato ai brasiliani che sussiste più di un dubbio sull’autenticità di quel mandato.
E, soprattutto, la difesa di un avvocato non potrà mai sostituire completamente la comparizione davanti a un giudice - faccia a faccia, parola contro parola - di un uomo su cui pesano presunzioni di crimini così terribili.
Qualsiasi cosa abbia fatto o potuto fare, trent’anni fa, il futuro autore di «Cargo sentimentale», aveva anche lui diritto, almeno una volta, di incontrare i propri giudici. Ed è perché quel diritto non gli era stato offerto, e che il codice penale italiano stabilisce che egli sarebbe andato, in caso di estradizione, direttamente alla casella «prigione a vita», che sarebbe stato giusto accordargli - anche se il termine sembra improprio, anche se può apparire scioccante - lo statuto di «rifugiato politico».

3. Non si affronta un problema così enorme come quello degli anni di piombo italiani fabbricando un mostro, incollandogli sulla schiena la totalità dei crimini della sua organizzazione, cucendogli addosso, sulla pelle, l’intero ammasso dei peccati di un’epoca di cui fu solo una pallida comparsa, producendo insomma un capro espiatorio la cui esecuzione giudiziaria darebbe il sentimento di essersi sdebitati e assolti, con poca spesa, dal lavoro di rimemorazione e di lutto.
Tuttavia è ciò che ha fatto Silvio Berlusconi facendo uscire dal cappello, cinque anni fa, quel nome di Battisti che tutti o quasi avevano dimenticato.
È ciò che fa quella parte dell’opinione pubblica italiana che preferisce cancellare, accusando il solo Battisti, la terrificante complessità di un’epoca storica in cui si affrontarono i terrorismi di estrema sinistra, di estrema destra, e gli intrighi mafiosi di uno Stato che strumentalizzava gli uni e gli altri (si veda il film «Il Divo», che Paolo Sorrentino ha appena consacrato all’inossidabile Presidente del Consiglio di quelli e degli anni successivi, Giulio Andreotti). Tutto questo non fa bene né all’Italia di oggi né alla lotta contro il terrorismo di domani, né, infine, alle vittime che non hanno niente da guadagnare, niente, a veder gettare in pasto, a saldo di ogni conto, dei colpevoli incerti.

Non so se sia questo a essersi detto, e in questi termini, il ministro della Giustizia del Presidente Lula. Ma credo che la sua decisione sia stata saggia. Credo che sia irragionevole scatenarsi contro un Brasile trasformato (e con quale disprezzo!) in una repubblica delle banane più nota «per le sue ballerine che per i suoi giuristi». Perché la verità di ciò che non sarebbe mai dovuto diventare «l’affare Battisti» è questa: poco importano, in questo ambito, le persone; poco importa che abbiano un bell’aspetto, buona stampa, buona reputazione, e che ispirino o no simpatia; i princìpi sono i princìpi solo se non ammettono eccezioni.
(traduzione di Beppe Sebaste)

24 febbraio 2009

Tabacci: Berlusconi ha sventrato la Costituzione

testo raccolto da Olga Piscitelli
23-02-2009

Quella che segue è la trascrizione dell'intervista che Sandra Bonsanti ha fatto a Bruno Tabacci, vicepresidente della commissione bilancio alla Camera, ospite della scuola di formazione politica di LeG a Pavia, sabato 21 febbraio.

Sandra Bonsanti: Cosa ne pensi di Franceschini nuovo segretario Pd?
Non dobbiamo usare perifrasi, dice Sandra. Intanto vi ringrazio per l’invito e per impegnare un sabato sera in queste conversazioni.
Ho parlato con Franceschini questa sera, per fargli gli auguri di buon lavoro. La sua elezione è un fatto assolutamente transitorio. La fusione a freddo non è riuscita, non ha portato i rusìltati attesi da quelli che si credevano, io non ci ho mai creduto fin dall’inizio, tanto che ho fatto una distinzione molto forte nei confronti di un amico come Marco Follini, quando ha fatto la scelta di passare al pd. Il problema politico dell’Italia è quello di trovare una sua normalità, non siamo certo dentro una situazione normale. Un problema, che si prolunga ormai da tre lustri, con l’affermarsi di Berlusconi. Non ne voglio parlare male per definizione, do per scontato che ci sia un comune sentire… Ma la cosa che è preoccupane è che sul pensiero del liberismo, della fuoriuscita dalla Costituzione e sull’equilibrio faticosamente trovato dopo la guerra anche la sinistra ha dato un duro colpo. Oggi ci troviamo come dice il vostro presidente onorario, Gustavo Zagrebelsky, di fronte a una Costituzione mutilata, che mantiene un impianto parlamentare ma di fatto ha percorso una deriva presidenzialista senza avere i contrappesi propri delle democrazie presidenziali.
Berlusconi che è stato eletto con una legge che prevede premio di maggioranza, con il 47 per cento dei voti, e controlla un parlamento come mai a nessuno è capitato, in più ha concentrazione di potere enorme, grazie alla totale acquiescenza dei poteri forti.
Disponendo appunto di un potere illimitato, si lamenta di non avere potere sufficiente, cioè la butta in politica.
Di fronte alla crisi così rilevante che attraversa tutto il mondo occidentale dice di non avere poteri sufficienti. Ad oggi, ha operato con 35 decreti leggi su cui ha posto voti di fiducia. Credo che la Costituzione l’abbia sventrata al punto di trasformare i criteri di urgenza e straordinarietà propri dei decreti legge in criteri di ordinarietà. Cioè il Parlamento si riunisce ogni venerdì, e fa decreti. C’è un inseguimento dei problemi, non una ricerca delle soluzioni. Un dispiegamento di annunci: stupri, ronde, ecc. Il fatto che lo Stato si ritragga per usare queste forme surrettizie dà conto di un’idea preoccupante, non è buon segno. Però Berlusconi è stato scelto da chi lo ha votato, non posso fare sconti a nessuno. Possiamo ricostruire la storia dal ’94 ad oggi per fare il punto sui furbetti che hanno cercato di cavalcare la storia, immaginando che anche i principi potessero essere calpestati. Il problema è che quando si tratta di principi, e si crede di fare i furbi, di saper portare anche la distorsione a normale sentire, non si sa come può finire.
Mi era capitato di andare a trovare Veltroni in Campidoglio, pochi giorni dopo la sua primaria, per dirgli che il primo problema era riportare la legge elettorale entro l’alveo di una struttura costituzionale di tipo parlamentare, perché tutto quanto era accaduto fin lì, compresa l’elezione diretta dei governatori, era di stampo presidenziale, anche la commissione bicamerale di D’Alema era presidenzialista e che siccome era difficile trovare un equilibrio, si sposava la leadership. Berlusconi su questi terreni è più capace di altri.
Dissi a Veltroni, guarda che se insisti sulla storia del Sindaco d’Italia, il sindaco d’Italia lo farà lui.
Lo ritengo responsabile di aver promosso sul campo uno che in piazza San Babila a Milano era considerato matto quando aveva annunciato dal predellino la costruzione di un nuovo partito
, unificando quelli che c’erano – era settembre – ottobre 2008. Ora risalire la china è cosa complicata. E’ macabro anche tutto questo approfittare della durezza della crisi.

Già, approfittiamo della crisi, dicono in molti. Che vuol dire?
Qualcuno pensa che siccome Berlusconi non è in grado di governare la crisi, allora si deve approfittarne, immaginando che la crisi possa darci una mano. Questo discorso è complesso e interpella le modalità di vita dell’occidente. La situazione della leva finanziaria applicata alla cosiddetta finanza creativa credo abbia prodotto una quantità enorme di titoli tossici in circolazione, sul modello delle catene di Sant’Antonio di una volta. Sole che le catene si rompono e quando si rompono, si spezzano a metà. Gli americani in particolare, ma anche noi non abbiamo scherzato, abbiamo tutti vissuto al di sopra delle nostre possibilità, negli ultimi 15 anni, continuando a indebitarci. L’idea che potessero essere i cinesi votati a mantenere gli occidentali, oggi non regge più.
Si tratta di ripensare il nostro modello di sviluppo: questo comporta di ritornare alle riflessioni che facevano i nostri genitori. Forse occorre pensare alle dinamiche demografiche: quanti siamo, e come viviamo.

Non ha creduto fin dall’inizio nel progetto Pd, ma adesso prevedi che questi riusciranno prima o poi a mantenere la fisionomia del pd o vedi un nuovo dividersi, uno staccarsi di una parte che magari può avvicinarsi a voi?
Non credo che la crisi del partito democratico sia superabile, perché l’impostazione è su modello bipartitico un po’ ereditato dai modelli anglosassoni che non si addicono alle nostre tradizioni. Avere spinte in quella direzione è stato un errore. Il partito a vocazione maggioritaria voleva dire questo: ma la vocazione maggioritaria è stata più forte nel partito che Berlusconi ha costruito in quattro e quattr'otto.
Senza una riarticolazione non può cambiare nulla. Tanto che oggi c’è una crescita di valore della Lega, come forza di contestazione all’interno dell’equilibrio berlusconiano, su tematiche inaccettabili, neppure riconducibili a un disegno di una qualche anche modesta cultura di governo. Eppure c’è chi pensa di poter cavalcare quei temi, da qui tutta una serie di ambiguità, come quelle sul federalismo. Invece di andare in profondità, si preferisce lisciare il pelo in direzione del gatto.
Nel nostro paese ci dono quattro o cinque aree politiche che devono poter vivere e non dobbiamo lasciarle soffocare. Con Bersani non ho difficoltà a trovare punti d’incontro, ma non posso accettare che Bersani faccia il mio capo. E se non può fare il mio capo non può fare neppure quello di Letta. Tolti Franceschini che ha avuto esperienza con i cristiano-sociali che lo rende più duttile o Rosy Bindi, non è che incorpori la storia democristiana e te la mangi… Ci vogliono provare e ci provassero, però non andranno da nessuna parte.
Berlusconi che è molto più rude e per esempio in casi come quello Englaro riesce a catturare in modo strumentale anche cose sulle quali la cultura laica, anche se cristianamente ispirata, dovrebbe essere prudente e più rispettosa, dice che lui ha capacità di movimento e di stumentalizzazione che è enorme, rispetto alle quali l’idea di rispondere da questa parte con il partito unico, è del tutto velleitaria. Poi possono darsi tutte le vocazioni maggioritarie che vogliono, ma fanno il gioco di Berlusconi, tanto che Berlusconi ritiene di scegliersi anche gli avversari di comodo: Di Pietro e Travaglio è quello che serve a lui per dire ecco, volete affidare l’Italia a loro? Questo nasconde l’enormità delle sue contraddizioni e dei suoi conflitti, ma lo fa con abilità enorme. Non per nulla l’unico che lo ha battuto in questi anni e per ben due volte è il professor Romano Prodi che non mi pare venga da una tradizione diversa da quella che ho calpestato io, ci sarà pure una qualche ragione…

Il federalismo è da sempre uno dei tuoi cavalli di battaglia, a che punto siamo, pensi che la situazione sia raddrizzabile o che si vada verso lo sfascio del Paese, anche dal punto di vista finanziario?
Giovedì sono intervenuto, si è aperta la discussione generale. Questo è disegno di legge che origina dal governo fatto da Calderoli e Bossi e dal ministro dell’economia Tremonti. Ha avuto un primo voto al Senato ora arriva al Senato. L’altro giorno si è avviato il dibattito in commissione. Il mio intervento che è stato il primo ha tentato di smontare l’impianto di questo federalismo, perché poi io sono un sostenitore dell’autonomia e il mio pensiero politico e la mia esperienza personale si riconosce nell’intuizione di Sturzo. Ma questo federalismo è un manifesto politico, per la Lega è il terzo tempo dopo la secessione e la cosiddetta devoluzione di alcune materie alle regioni, della rottura dello schema unitario. Io sono un federalista, ma europeo. Penso che l’unico federalismo cui si deve guardare è quello degli stati uniti d’Europa, non lo sminuzzamento della realtà italiana. Questo è manifesto ideologico della Lega, utile per le elezioni europee, Si basa su un presupposto: che al Nord si pagano più tasse rispetto ai servizi che si anno e che il grave sarebbe che noi manteniamo i “terroni”. Dagli studi fatti, si deduce che il muoversi della spesa procapite è del tutto diverso e che con 5 regioni a statuto speciale si può controllare il livello della spesa procapite regione per regione: la regione che spende di più è il Trentino, regione del Nord, se non sbaglio, poi c’è il Friuli e poi la Valle d’Aosta che unisce ai contributi degli italiani anche le attività del casinò. Non c’è una funzione virtuosa al nord e una viziosa al sud. Ci sono regioni al sud dove le cose vanno molto male e la qualità della spesa è pessima, penso alla Calabria, ma questo non è il modo di risolvere il problema, piantando bandierine su slogan vuoti, ma andando in profondità. Una volta c’era l’imposta di famiglia che rappresentava dfino al ’74 l’imposta principe dei comuni. Veniva concordata attraverso serie di segnali che andavano per esempio sul tenore di vita. L’applicazione era scaricata sulle spalle degli impiegati comunali. Con l’introduzione di decreti a favore della spesa storica (decreti Stammati), dal ’75 si preferì un’altra strada. Ma fino ad allora c’era un confronto diretto tra interesse dell’amministrazione e difesa del cittadino, del capofamiglia che voleva spendere sempre meno. C’era anche allora evasione, ma non ai livelli di oggi. Abbiamo centralizzato la spesa e ridotto i controlli. L’autonomia non è libertà di spendere, l’autonomia è complessiva se c’è anche controllo delle entrate. Nell’ottica di Calderoli si pensa di fare arrivare un po’ di soldi in più alle regioni del Nord conservando i vantaggi del cosiddetto riequilibro alle regioni del sud, mantenendo i vantaggi delle regioni a statuto speciale. Guardate, i conti non tornano, delle due l’una: o questo è un manifesto ideologico, oppure se è vera, devono aumentare le tasse.

Ci sono due voci su cui riflettere: il 28-29 per cento dell’economia italiana è in nero; per l’Istat il 18,5 per cento è economia non censita, irregolare. Se considerate 1600 miliardi di euro il dato complessivo del pil, il 18,5 è una somma vicino ai 300. Poi l’Istat aggiunge di non aver indagato l’economia informale, quella minuta, che sfugge ad ogni controllo che dovrebbe essere, secondo me, quella parte tollerata della nostra economia, quasi un elemento di flessibilità, e che sono altri 90, in più ci sono quasi 100-120 miliardi che è il fatturato della malavita spa. Se sommate queste tre voci, trovate che tutti gli anni c’è una riduzione della base imponibile enorme, per cui chi paga le tasse trova le aliquote insopportabili e chi non le paga, non gliene frega niente.
In più ci sono 3 milioni di lavoratori irregolari, in nero, prevalentemente extracomunitari e concorrono a fare il Pil, senza esistere. Ora il federalismo vuole fare emergere queste due voci? Se sì, probabilmente si troverebbero risorse per spalmare su scala nazionale, si può fare un patto nuovo, ma se l’obiettivo non è questo, se si deve inventare la storia dei terroni, badate che a Milano sono 160 mila i lavoratori in nero.. Non puoi pensare di fare la morale, quando nelle valli bergamasche hai il padroncino che ha sfruttato un po’ di lavoratori di colore a pochi euro e poi pensa che alla sera li deve nascondere perché danno fastidio alla vista…
Sotto di noi ci sono un miliardo di africani premono. Vivono con 80 centesimi al giorno quando noi spendiamo due euro per ogni capo di bestiame in Europa. Questi che passano il deserto libico e s’imbarcano scommettendo sulla loro vita e noi dovremmo pagare Gheddafi sperando che fermi la tratta di disperati di questa proporzione. Ma come? Coi fucili?
Quello che viene disconosciuto nelle condizioni della crisi di oggi è che noi negli ultimi 35 anni abbiamo avuto un raddoppio demografico mondiale. Siamo passati dai tre miliardi a sei e 100. La serie storica per i demografi è questa: ai tempi di Cristo c’erano 300 milioni di persone; nell’anno 1000 poco più di 300 milioni, il primo miliardo scatta nel 1800. Nel 1970 la terra ha tre miliardi di abitanti, nel 2005 ne ha sei miliardi e 100 milioni. Nel 2030 sono attesi otto miliardi. Dei 6 e 100 di oggi, tre sono concentrati in Asia, India e Cina e penisola indocinese. Poi c’è un’altra considerazione da fare: il cittadino cinese consuma un centesimo dell’energia di un cittadino americano, in termini di metri cubi di gas e barili di petrolio. Se il cinese volesse fare l’americano, ci vorrebbero quattro pianeti per reggere alla domanda di energia. Qui sta il problema della crisi. Altro che titoli tossici. Cosa è successo? Poiché i cinesi producevano molto di più di quel che consumavano, hanno utilizzato quei guadagni per sostenere i debiti degli americani. I mutui subprime li tiravano dietro ai cittadini americani. E così forse scopriremo per le carte di credito. Ma l’operazione non regge più. Non possiamo più vivere al di sopra delle nostre possibilità.
Per fare un discorso di questa natura, che nessuno vorrebbe sentirsi dire, ci vuole un’autorità morale indubbia, non solo politica. Berlusconi non può farlo. Sostiene anzi che il problema della crisi è legata a come i giornalisti hanno informato. E che se gli italiani cambiano il loro modello di consumo invece di aiutare l’uscita della crisi s’ingabbiano ancora di più. E’ il principio del venditore di almanacchi di Leopardi. Il venditore incontra il passante e tenta di piazzargli l’amanacco nuovo. Perché dice quello? Perché l’anno che viene è migliore di quello che è passato. Però il 2009 è peggiore del 2008. E come faccio a comprare gli almanacchi di Berlusconi?

Una sconfitta cercata a lungo


Giovanni Sartori,
25-02-2009

Povera sinistra. Peggio messa di come è non potrebbe. E l'onda lunga che l'ha portata al tracollo viene da lontano, da molto più lontano di quanto i commentatori ricordino.
L'altro giorno l'elezione di Dario Franceschini a nuovo segretario del Pd è stata una decisione sensata e forse l'unica possibile. Ma il salvataggio viene rinviato a elezioni primarie che dovrebbero spazzare via la vecchia nomenklatura e miracolosamente scoprire nuovi leader. Le primarie sono state una fissazione di Prodi; e sinora si sono rivelate un enorme dispendio di energie senza frutto, che non hanno fondato o rifondato un bel nulla. Per carità, riproviamo ancora. Ma non illudiamoci che scoprano ignoti né quello che non c'è. A oggi ogni capopartito ha allevato i suoi e cioè potenziato la sua fazione, la sua corrente, promuovendo gli obbedienti (anche se deficienti) e cacciando gli indipendenti (anche se intelligenti). Pertanto la crisi di leadership della sinistra è una realtà dietro la quale non è detto che si nascondano geni incompresi, geni repressi.
Il guaio risale al fatto che per una trentina di anni abbiamo avuto la più grande sinistra dell'Occidente, che era però egemonizzata dal Pci e forgiata dallo stalinismo di Palmiro Togliatti. Non era una sinistra addestrata a pensare con la sua testa, ma invece ingabbiata nel preconfezionato di un dogmatismo ideologico. Caduta la patria sovietica, quel pensare e pensarsi che altrove ha rifondato la sinistra su basi socialdemocratiche da noi non si è risvegliato. La fede comunista si è semplicemente trasformata in un puro e semplice cinismo di potere; e il non pensare ideologico, il sonno dogmatico del marxismo, si è semplicemente trasformato nella sconnessa brodaglia del «politicamente corretto». Una brodaglia nella quale anche il semplice buonsenso brilla per la sua assenza.
Dunque la malattia è grave e di vecchia data. Una malattia che coinvolge anche — passando al versante pratico del problema — l'erosione dei bacini elettorali tradizionali della sinistra. In passato la sinistra era, in tutta semplicità, il partito del proletariato operaio. Quel proletariato non esiste più. Lo ha sostituito un sindacalismo che in passato obbediva al partito, ma che ora lo condiziona. Domanda: il collateralismo o condizionamento sindacale conviene davvero, oggi, alla «sinistra di governo » (come diceva Veltroni)? Ne dubito. La Cgil è oramai un sindacato antiquato «di piazza e di sciopero», abbandonato dai giovani, che rappresenta i pensionati (la maggioranza dei suoi tesserati), che difende gli sprechi e anche i fannulloni. E siccome siamo al cospetto di una gravissima crisi economica, la sinistra non la può fronteggiare appesantita dalla palla al piede della Cgil. O così mi pare.
Altra domanda, questa volta sul collateralismo (dico così per dire) con la magistratura. Fermo restando che l'indipendenza del potere giudiziario è sacrosanta, il fatto resta che gli italiani sono indignati per la sua lentezza e inefficienza. Prodi si vanta di avere vinto due elezioni. Allora ci spieghi perché, in vittoria, non abbia alzato un dito per aiutare e anche costringere la giustizia a funzionare. La sinistra fa bene a difendere il potere giudiziario dagli assalti interessati di Berlusconi. Ma fa male a non difendere un cittadino così mal servito da una giustizia, diciamolo pure, ingiusta.

Referendum fuori dall'election day Vittoria leghista, costo 400 milioni



Quattrocento milioni di euro: 112 volte la somma dell'8 per mille distribuita nel 2008 alle organizzazioni di assistenza umanitaria. Ecco quanto costerà, secondo gli economisti de lavoce.info, il rifiuto di inserire il referendum elettorale tra le varie consultazioni (europee, comunali, provinciali…) raggruppate nell'election-day del 6 e 7 giugno. Risultato: ci porteranno a votare molto probabilmente tre domeniche di fila.

Obiettivo, neppure tanto segreto: stufare gli elettori e far saltare il quorum. Così da conservare la legge attuale, definita dal suo stesso ideatore «una porcata». Peccato. Peccato perché la scelta del governo di rompere finalmente con l'andazzo che per decenni aveva sparpagliato le elezioni su una infinità di date diverse era stata apprezzata, sull'uno e l'altro fronte degli schieramenti, da tutti coloro che hanno chiari due punti. Il primo: lo Stato, specialmente in questi tempi di vacche magre, deve risparmiare più soldi possibile. Il secondo: lo stillicidio di continue scadenze elettorali ha troppo spesso frenato (a volte fino alla paralisi) chi stava al governo impedendogli di muoversi senza l'ossessione di essere punito al primo esame, volta per volta cavalcato dai vincitori di turno.

Erano anni che da più parti si invocava l'election day. E anni che, a seconda delle convenienze del momento, si mettevano di traverso questo o quel partito. Finché Roberto Maroni, qualche tempo fa, aveva spiegato: «Il Consiglio dei ministri ha approvato la mia proposta: si voterà insieme per le Europee, per oltre 4000 Comuni e per 73 Province. Per fare questo abbiamo anticipato al sabato la mezza giornata di votazioni che di solito è di lunedì, sia per le Amministrative sia per le Europee».

Alleluja. Ma il referendum? Ottocentoventimila persone, 320 mila più del necessario, avevano firmato ai banchetti in piazza di Mario Segni e Giovanni Guzzetta per cambiare il «porcellum», la legge elettorale che perfino il leghista Roberto Calderoli, suo promotore, aveva definito «una porcata». E intorno alle tre idee di base (premio di maggioranza alla lista più votata alla Camera, premio di maggioranza alla lista più votata al Senato e divieto delle candidature multiple, che consentivano ai leader eletti in più collegi di optare per l'uno o per l'altro scegliendo di fatto chi fare subentrare e chi no) si erano schierati in tanti. Di destra e di sinistra. Da Arturo Parisi a Gianfranco Fini, da Stefania Prestigiacomo ad Antonio Di Pietro.

Va da sé che Mario Segni, già scottato l'anno scorso dal rinvio della consultazione deciso per la caduta del governo Prodi, l'infarto della XV legislatura e le elezioni anticipate, vive la scelta del Viminale con rabbia e sconcerto: «L'election-day il 7 giugno col Referendum sarebbe stato un'ottima cosa, ma l'election day col Referendum una settimana dopo, stretto tra la prima tornata elettorale e il secondo turno delle Amministrative la domenica seguente, è una vera presa per i fondelli». Che alla Lega non piaccia il Referendum si sa: se passassero i «sì» ai quesiti studiati da Guzzetta il Carroccio rischierebbe di esser preso in mezzo. Calderoli, un mese fa, era stato chiarissimo: «Perché dovremmo accettare un sistema che forza tutti ad entrare in due soli listoni? Berlusconi ha già difficoltà a fare il Pdl, figuriamoci se ci obbliga a entrare in un unico cartello elettorale». Quindi, patti chiari amicizia lunga: «Se qualcuno dei nostri alleati volesse sostenere quei quesiti sappia che qualcuno nella maggioranza potrebbe anche votare contro il governo».

L'obiezione formale è nota: un referendum mischiato in mezzo ad elezioni europee, comunali e provinciali rischia di «confondere» gli elettori. Risposta dei referendari: ma non è forse la destra ad additare ogni giorno a modello gli Stati Uniti d'America? Bene: in trentasei degli States, in contemporanea con le ultime presidenziali che hanno visto il trionfo di Barack Obama, gli americani hanno votato su 153 referendum. Dal matrimonio gay (in California) all'assimilazione dell'aborto all'omicidio (Colorado), dall'abrogazione del diritto all'interruzione anticipata della gravidanza (South Dakota) all'uso medico della marijuana (Michigan) fino, nello stato di Washington, al suicidio assistito.

Lo stesso Roberto Maroni del resto, quando stava all'opposizione, la pensava in maniera diversa. Basti tornare all'aprile del 2001, otto anni fa, quando l'allora premier Giuliano Amato rifiutò di abbinare le elezioni in arrivo il 13 maggio, che avrebbero visto il trionfo del Cavaliere e della sua coalizione, con il referendum sulla famosa devolution lombarda indetto da Roberto Formigoni e caro alla Lega. «Una vendetta meschina », sibilò Ignazio La Russa. «Si voterà anche a costo di sistemare dei seggi in piazza», tuonò il futuro ministro dell'Interno, «se si inventasse un rinvio illegittimo per decreto, la Regione Lombardia è pronta ad installare altri seggi e altri scrutatori per i referendum regionali, vicini a quelli delle elezioni». Altri tempi, altri interessi. Formalmente legittimi, per carità. Purché sia chiaro: collocare il referendum elettorale nella domenica in mezzo tra le Europee e i ballottaggi delle Amministrative per puntare al fallimento del quorum costerà appunto agli italiani, stando ai calcoli di lavoce. info, circa 200 milioni di euro in più di spese dirette («quanto fin qui impegnato per la social card») più altri 200 di oneri indiretti. Totale: 400 milioni. Ottanta in più di quei 322 dati nel 2008 dall'Italia, il più tirchio dei Paesi occidentali, in aiuti al Terzo Mondo.

Gian Antonio Stella
25 febbraio 2009

Sconfitti da Berlusconi

L'ESPRESSO
di Gigi Riva

La sinistra italiana ha demonizzato il premier. Non ha capito che dietro di lui ci sono una cultura e un blocco sociale. L'analisi del politologo francese
Colloquio con Marc Lazar
Solo dopo una disamina impietosa dei mali che affliggono la sinistra nel mondo il professor Marc Lazar, 56 anni, docente a Sciences Po (Parigi) e alla Luiss di Roma, si trattiene dal recitarne il de profundis per lanciare un segno di ottimismo: "Sia chiaro, la sconfitta non è ineluttabile. Se questa intervista l'avessimo fatta dieci anni fa la domanda iniziale sarebbe stata: ma la destra è morta?". Nel 1997 dei 15 paesi che formavano allora l'Europa 13 erano retti dalla sinistra che oggi governa solo in 8 su 25 (e in altri 7 fa parte di una coalizione). Erano i tempi di Jospin in Francia, Blair in Inghilterra, Schroeder in Germania e Prodi in Italia. Poi è partita la valanga della destra. A cui si può rispondere solo con un motto: "Lavorare, lavorare, lavorare per costruire un'offerta politica credibile e alternativa". Marc Lazar, francese, ci conosce bene, è appena uscito per Rizzoli il suo libro 'L'Italia sul filo del rasoio, la democrazia nel Paese di Berlusconi'. Ha seguito la nascita del Pd, il tracollo delle politiche, la disfatta sarda e avverte: "Veltroni si è dimesso ma non illudetevi che il problema sia solo lui. Riguarda tutta la classe dirigente e si declina in cinque punti".

Professor Lazar, vediamoli questi punti.
"1. Leadership. La gente ha faticato a comprendere il perché della guerra Veltroni-D'Alema. È il ritorno del vecchio che oscura il nuovo che si sta costruendo;
2. Strategia. Il Pd non è uscito dal dilemma se fare un'opposizione dura come vuole Di Pietro o responsabile. E così perde di volta in volta l'elettorato radicale o quello moderato;
3. Alleanze. Non ha sciolto il dubbio se guardare alla sua sinistra o al centro;
4. Identità. Cosa è il Pd? Farà parte o no del Partito socialista europeo? Che tipo di narrazione fa se davanti ha una destra che gioca molto sulle emozioni e sui sentimenti? Narrare non significa far sognare, ma scegliere la mobilitazione che si vuole suscitare;
5. Sociologia dell'elettorato. Votano il Pd le persone che sceglievano il Pci un tempo, del centro Italia, legate a categorie precise del settore pubblico, istruite, che abitano nelle grandi città, hanno più di 50 anni e non vanno a messa. Si è perso il contatto con i ceti popolari, coi giovani precari che rappresentano un tema cruciale".

Forse bisognerà dichiarare fallita la fusione fredda tra l'anima cattolica e quella comunista.
"È la grande questione che si pone adesso. Non so come sarà risolta. Forse la Margherita avrà la tentazione di riprendersi la propria indipendenza e i Ds anche perché è difficile fare politica comune avendo troppe differenze. Ma la scissione sarebbe ancora più disastrosa, sarebbe una marcia indietro".

Non è che ora il disastro non ci sia.
"Capisco l'obiezione ma si frustrerebbero le speranze dei tre milioni che votarono per le primarie e credevano di intraprendere un percorso. ll paradosso sta nel fatto che con la crisi economica si poteva pensare a un'opportunità per la sinistra. Ma è un paradosso apparente. Le cose non sono così meccaniche e il passato lo dimostra".

Quale passato?
"Dopo il 1929, a parte la Francia del Fronte popolare, ci fu piuttosto una spinta verso l'estrema destra".

I mali della sinistra italiana sono comuni a quelli della sinistra nel mondo?
"Solo in parte. C'è una specificità vostra che riguarda il ritardo di comprensione di cosa sia il berlusconismo. Si è creduto che riguardasse solo la persona, invece dietro c'è un'omogeneizzazione culturale e un blocco sociale che lo sostiene. Strano non averlo individuato per chi si è nutrito degli insegnamenti di Gramsci. Il berlusconismo è un misto di valori contraddittori, liberismo e protezionismo, Chiesa e comportamenti individuali lontani dalla dottrina cattolica, modernità e tradizione. Il blocco sociale di imprenditori, artigiani e commercianti ha riconosciuto quei valori. La sinistra come reagisce? Diabolizzando il personaggio e poi lamentandosi del popolo che non è all'altezza della grandezza della sinistra. E vorrebbe, come diceva ironicamente Bertolt Brecht, 'sciogliere il popolo' che non capisce".

E come dovrebbe reagire invece la sinistra?
"Avanzando la sua offerta politica. In tutta Europa crescono insicurezza sociale e xenofobia e si deve rispondere con i propri argomenti, solidarietà sociale, sensibilità verso i più poveri, partecipazione. Se il mio ragionamento è buono sarà capito, non c'è solo il vento di destra. Cito il caso Eluana Englaro, per fare un esempio. Anche i sondaggi hanno dimostrato che la cattolica Italia era per una separazione chiara tra lo Stato e la Chiesa, eppure il Pd per sue ragioni molto interne ha tenuto un profilo basso, ha rinunciato ad appoggiarsi al comune sentire".

E qui torna la questione dei valori.
"La sinistra europea tutta, dopo la fine delle ideologie, non ha pensato ai valori. Che sono importanti. Adesso ha perso anche la battaglia culturale nella società. Mi viene in mente quello che diceva Norberto Bobbio nel 1955: 'Io credo che a qualcuno che ci guardasse dal di fuori noi daremmo l'impressione di persone che sanno benissimo come la società italiana deve essere ma non sanno com'è'. Ancora oggi mi sembra una frase giusta".

Eppure solo dieci anni fa, per tornare al ragionamento dell'inizio, la sinistra vinceva.
"Si era, negli anni '90, all'interno di un piccolo ciclo positivo che ha permesso alla sinistra di andare al potere perché aveva saputo rinnovarsi. L'idea vincente fu quella del social-liberismo, che coniugava welfare e mercato, aveva come orizzonte la costruzione europea. La spinta propulsiva del social-liberismo si è esaurita per diversi fattori. Intanto l'usura del potere e poi l'euroscetticismo se non l'eurofobia, le perplessità degli operai e i giovani verso la nuova dottrina a causa della crescita delle ineguaglianze e della precarietà".

Adesso in che ciclo siamo?
"Se quello che ho descritto era un piccolo ciclo, siamo tornati in un grande ciclo che dura almeno dagli anni '70 e che ha provocato i grandi mutamenti sociali che conosciamo. E allora non basterà trovare un nuovo leader, ma bisognerà ricostruire completamente la sinistra a partire dai pilastri dei valori riconosciuti".

Ma nel Pd è difficile trovare valori condivisi da tutti. E regna il caos, se persino nelle roccaforti rosse del centro Italia, a Bologna e Firenze, vincono le primarie per il candidato sindaco due personaggi che non arrivano dai Ds.
"Si è detto tanto dello scontro di civiltà. Nella sinistra europea, in particolare in quella italiana, è ancora più forte lo scontro fra generazioni. Capisco che per l'attuale classe dirigente non sia facile suicidarsi, ma se il Pd non sarà capace di dare una risposta a questa aspirazione di rinnovamento, saranno altri guai".

Perché in Europa non spira il vento che ha fatto vincere Obama in America?
"L'elemento centrale della vittoria di Obama è l'audacia. Come diceva Danton durante la rivoluzione francese, in politica ci vuole l'audacia, ancora l'audacia, sempre l'audacia. Nessuno pensava all'inizio potesse essere il candidato vincente, ha usato parole d'ordine nuove, come green economy, ha indotto gli americani a spendersi nel cambiamento".

Significa che la sinistra vince se si radicalizza come dimostra anche Zapatero in Spagna?
"Se radicalizzarsi significa ricorrere a ricette del passato no. Se significa coniugare elementi della propria tradizione politica con l'innovazione sì. Poi si pensa al leader, che però non deve essere l'albero che nasconde la foresta. Il problema del passaggio di leadership non è semplice. Basta guardare all'Inghilterra e ai travagli della staffetta Blair-Brown e al partito socialista francese col dualismo Royal- Aubry. La destra accetta più facilmente, per ragioni ideologiche, il principio dell'autorità del leader, la sinistra invece no".

La sinistra è anche più portata a frammentarsi.
"Vero in Italia, Francia e Germania. Davanti alle difficoltà si scinde, mentre la destra si unifica. La destra ha fatto un grande lavoro, coi suoi think tank (in Italia 'Fare futuro' e 'Magnacarta') ha lavorato pragmaticamente nella costruzione dei suoi valori. Se la sinistra vuole rivincere deve fare altrettanto. E lavorare duro sul suo progetto"
(19 febbraio 2009)

Trasporti: scioperare sarà più difficile


Arriva lo sciopero «virtuale» nei servizi essenziali, in particolare nei trasporti. E anche «referendum preventivi» e «adesione anticipata» da parte del lavoratore. È quanto prevede la bozza di disegno di legge «per la regolamentazione e prevenzione dei conflitti collettivi di lavoro con riferimento alla libera circolazione delle persone» allo studio del ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, e che sarà all'attenzione del prossimo Consiglio dei Ministri.

VIRTUALE - La delega al governo prevede, tra l'altro, «l'istituto dello sciopero virtuale, che può essere reso obbligatorio per determinate categorie professionali le quali, per le peculiarità della prestazione lavorativa e delle specifiche mansioni, determinino o possano determinare, in caso di astensione dal lavoro, la concreta impossibilità di erogare il servizio principale ed essenziale».

TRASPORTI - Per proclamare uno sciopero nel settore dei trasporti sarà inoltre necessario un referendum consultivo preventivo obbligatorio. A meno che non si tratti di proclamazioni da parte di sindacati che hanno più del 50% di rappresentatività. In aggiunta, nei servizi di particolare rilevanza, serve anche l'adesione preventiva da parte del singolo lavoratore. Il disegno di legge prevede «l'introduzione dell'istituto del referendum consultivo preventivo obbligatorio, a meno che non si tratti di proclamazioni da parte di organizzazioni sindacali complessivamente dotate di un grado di rappresentatività superiore al 50% dei lavoratori, e della dichiarazione preventiva di adesione allo sciopero stesso da parte del singolo lavoratore almeno con riferimento a servizi o attività di particolare rilevanza».

AUTOTRASPORTO - Il ddl intende regolamentare anche lo sciopero nel settore dell'autotrasporto attraverso l'attribuzione di specifiche competenze e funzioni di natura arbitrale e conciliativa, anche obbligatorie o su richiesta delle parti, alla nuova «Commissione per le relazioni di lavoro», a cui spetteranno compiti di raccordo e scambio di informazioni con le autorità competenti per l'adozione della ordinanza di precettazione, nonchè di un potenziamento del coinvolgimento delle associazioni degli utenti e della corretta informazione agli utenti anche attraverso tv e giornali. Saranno inoltre vietate forme di protesta o astensione dal lavoro «lesive» del diritto alla mobilità e alla libertà di circolazione: per questo nei contratti e negli accordi collettivi relativi a servizi non essenziali saranno stilate specifiche formalità e procedure per la proclamazione.

SINDACATI - Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, conferma la disponibilità del suo sindacato alla riforma del diritto di sciopero, ma solo nel sistema dei trasporti, ed invita il governo «a non andare oltre» e la Cgil «a non rimangiarsi quanto stabilito nel documento unitario». Concorde con la linea di Bonanni anche l'Ugl. «Se è solo per il trasporto va bene e credo che tutte le organizzazioni sindacali daranno serenamente il loro contributo», ha detto il segretario generale dell'Ugl, Renata Polverini.

25 febbraio 2009

Sciopero nei trasporti: ecco cosa cambia


Una nuova normativa per regolamentare gli scioperi nel settore dei trasporti. E' quella che presenterà in un ddl il ministro del Welfare Maurizio Sacconi nel prossimo Consiglio dei ministri. Ecco i punti principali:

1) REFERENDUM CONSULTIVO OBBLIGATORIO
Le nuove norme prevedono il referendum consultivo preventivo obbligatorio prima dello sciopero, a meno che non si tratti di proclamazioni da parte di organizzazioni sindacali complessivamente dotate di un grado di rappresentatività superiore al 50% dei lavoratori. Per servizi o attività di particolare rilevanza è prevista anche la dichiarazione preventiva di adesione allo sciopero stesso da parte del singolo lavoratore.

2) SCIOPERO VIRTUALE
Per alcune categorie professionali le quali, per le peculiarità della prestazione lavorativa e delle specifiche mansioni, determinino o possano determinare, in caso di astensione dal lavoro, la concreta impossibilità di erogare il servizio principale ed essenziale, arriva lo sciopero virtuale. Lo sciopero virtuale prevede che un lavoratore dichiari l'astensione dal lavoro ma in realtà presti comunque la sua attività, perdendo però la retribuzione. Questa, insieme alla somma che deve erogare l'azienda, viene poi destinata a fini sociali. In questo modo non si danneggiano i cittadini e si fa comunque una pressione sull'azienda.

3) NORME ANTI-EFFETTO ANNUNCIO
E' prevista la comunicazione con un ampio anticipo della revoca dello sciopero.

4) NUOVA COMMISSIONE E NUOVI POTERI
Al posto della Commissione di garanzia nascerà la Commissione per le relazioni di lavoro a cui saranno attribuiti competenze di natura arbitrale e conciliativa. Avrà anche il compito di verificare l'effettivo grado di partecipazione agli scioperi e scambierà informazioni con le autorità amministrative competenti per l'adozione della ordinanza di precettazione.

5) TIPI DI PROTESTE VIETATE
Addio all'occupazione di strade, autostrade linee ferroviarie o aeroporti in seguito a uno sciopero. E' previsto infatti anche il divieto di forme di protesta o astensione dal lavoro lesive, anche per la durata o le modalità di attuazione, del diritto alla mobilità e alla libertà di circolazione anche attraverso l'individuazione, nei contratti e negli accordi collettivi relativi a servizi non essenziali, di specifiche formalità e procedure per la proclamazione.

6) AUTOTRASPORTO
Regole specifiche riguarderanno l'autotrasporto, con riferimento specifico alle prestazioni essenziali da garantire e la durata massima delle astensioni nel comparto.

7) SANZIONI
Il governo sarà delegato a rivedere e aggiornare il regime sanzionatorio, (le multe), nel caso di violazione delle regole sul conflitto da parte dei promotori del conflitto, delle aziende che tengono comportamenti sleali e dei singoli lavoratori, con specifico riferimento al fenomeno degli scioperi spontanei. Le sanzioni individuali previste dalla normativa sulla regolamentazione del diritto di sciopero sono riscosse da Equitalia e non più dai datori di lavoro.

25 febbraio 2009

Pasticcio Democratico

L'ESPRESSO
di Marco Damilano

Dopo l'elezione di Franceschini, il Pd guarda già a ottobre. Quando si sceglierà un segretario vero. Ma è il futuro stesso del partito a essere a rischio Il pacco di tesserine magnetiche giace lì, malinconicamente abbandonato in uno scatolone al pianterreno di largo del Nazareno: sopra c'è un'immagine della manifestazione del Circo Massimo dello scorso 25 ottobre. Tanta gente, le bandiere del Pd, la scritta 'Grazie"' e la firma di Walter Veltroni. In memoria dell'unica giornata davvero felice dei suoi 16 mesi di segreteria: il popolo democratico arrivato da tutta Italia per applaudire Veltroni su un podio in stile Obama, una pedana in mezzo alla folla. Era raggiante Walter, quel giorno. Al punto da strapazzare i suoi critici: "State sempre lì a ravanare, attaccati ai vostri schemini: dalemiani, veltroniani.". E invece, appena quattro mesi dopo, martedì 17 febbraio, il Circo Massimo è un ricordo sbiadito, di quelle bandiere non resta nulla. Al secondo piano del Nazareno si scatena la resa dei conti più drammatica, con le dimissioni di Veltroni dalla guida del partito nato dalle ceneri di Ds e Margherita.

È l'8 settembre del Pd. Lo sciogliete le righe. Il tutti a casa. Con l'incubo sempre più reale del crack. L'abisso: l'implosione del progetto, il dissolvimento del partito, la scomparsa della principale forza di opposizione. Anche se la guerra contro la destra berlusconiana che ha conquistato anche la Sardegna di Renato Soru continua, o dovrebbe continuare. Ma con chi? Nelle ore dell'abbandono di Veltroni i capi e i capetti, generali e caporali di questa armata allo sbando chiamata Pd, danno il peggio di sé. Generali in fuga. Colonnelli tentati dal salto di grado ma impauriti da se stessi. Attendenti di campo in ritirata. Sfrecciano le berline, sorride tirata Giovanna Melandri, sorride più largo Pierluigi Bersani, considerato il candidato numero uno alla successione in un congresso da convocare in autunno, dopo il nuovo prevedibile rovescio alle europee di giugno, è quasi allegra Anna Finocchiaro tra i banchi del Senato. E Paolo De Castro, l'ex ministro dell'Agricoltura che ora è presidente dell'associazione dalemiana Red, addirittura gongola: "E ora prendiamoci la segreteria!". Il 'partito romano', impersonato da Goffredo Bettini, si riunisce di buon mattino in un ufficio della Camera con il nucleo duro dei veltroniani della capitale: il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti, il segretario regionale Roberto Morassut, il deputato Michele Meta. La notizia delle dimissioni di Veltroni non si è ancora diffusa, Bettini la confida ai suoi esattamente come fece quasi due anni fa quando li convocò per annunciare che aveva convinto l'allora sindaco a rompere gli indugi e candidarsi alla guida del Pd.

Sono in pochi, in quel momento, a conoscere le decisioni del segretario. Veltroni sceglie di lasciare la sxegreteria a notte fonda, quando i risultati elettorali della Sardegna hanno cominciato ad assumere i contorni della catastrofe, l'ennesima dopo la sconfitta alle elezioni politiche, la perdita del Campidoglio contro Gianni Alemanno e la batosta abruzzese di dicembre. Ma l'idea di dimettersi matura prima del voto sardo. Nel fine settimana il segretario fa un giro di telefonate con i dirigenti più vicini sparsi in giro per l'Italia. E lì si capisce che ha deciso di mollare. Chi lo ascolta resta colpito: il Walter bonaccione, ottimista di natura, non esiste più. Al suo posto c'è un uomo stanco, deluso, amareggiato, stufo marcio di guidare il partito in queste condizioni. "Guardate solo cosa è successo oggi", si lamenta: "La mattina presento il piano anti-crisi del partito e incasso l'interesse delle categorie produttive. Il pomeriggio D'Alema va a Bologna e lo smonta pezzo per pezzo. Io costruisco la mattina e questi disfano la sera". Ed è inutile chiedergli di sfidare gli avversari interni con un congresso straordinario. "Non me la sento, non è nelle mie corde la guerra casa per casa per conquistare un delegato in più", ammette Veltroni: "E poi, se anche vincessi, cosa cambierebbe? Il giorno dopo ricomincerebbero da capo". Concetti ripetuti al momento delle dimissioni: "Un gioco al massacro, non ci potevo più stare. Si attaccava me per far fallire il progetto del partito. E con la candidatura di Bersani otto mesi prima del congresso e in piena campagna elettorale si è passata la misura. Basta".

Basta con i giochi di corrente. Basta con il logoramento sotterraneo. Basta con le manovre di chi voleva arrivare alle elezioni europee con Veltroni segretario per poi dargli il benservito. La mossa del leader serve a spiazzare i suoi coetanei. "Me ne vado io, ma si è chiuso il ciclo di una generazione. Con me devono andarsene tutti". Un sacrificio personale per travolgere l'intero gruppo dirigente del Pd degli ultimi 15-20 anni, in particolare i 'compagni di scuola' nati alla politica nella Fgci e alle Frattocchie, cresciuti nel Pci di Enrico Berlinguer, saliti ai vertici del partito dopo la caduta del Muro, arrivati al potere negli anni Novanta, con l'Ulivo di Romano Prodi. La stirpe dei Veltroni e dei D'Alema, insomma. Al momento di lasciare, 'zio Walter' non trova il tempo neppure di una telefonata di cortesia per 'zio Massimo', l'ex amico eterno rivale: D'Alema apprende delle dimissioni di Veltroni dalle agenzie. Lo stesso accade ai ministri dello sfortunato governo ombra che nessuno informa dell'addio del leader. E al corpaccione del partito sparso per l'Italia: sindaci, presidenti di regione, presidenti di provincia, segretari regionali. La notizia dell'addio arriva in periferia con Internet o sulle agenzie. "C'è stato un totale blackout comunicativo", impreca un segretario regionale: "Noi chiamavamo e a Roma non ci rispondevano al telefono". Neppure un sms per avvisare che tutto era compiuto, il segno della confusione cui si è arrivati. Tutti a casa, il re è in fuga, l'esercito in rotta, le truppe sul territorio non sanno che fare.

Eppure, il Pd doveva essere "il più grande partito riformista che la storia d'Italia abbia mai conosciuto", come ripeteva enfaticamente Veltroni ancora pochi giorni fa. O meglio, "il partito del XXI secolo". Il partito capace di costruire una nuova identità nazionale. Il partito 'fratello maggiore' degli italiani: affettuoso, comprensivo, affidabile. Come il suo leader. Che per la conferenza stampa di congedo, il 18 febbraio, ha scelto di tornare nel tempio di Adriano dove aveva celebrato la trionfale elezione a segretario il 14 ottobre 2007. Quella sera nella sala risuonava la colonna sonora, 'Mi fido di te' di Jovanotti e 'Imagine' di John Lennon. E alla fine Veltroni era apparso tra le colonne doriche, con il verde del nuovo partito acceso alle spalle. "Da oggi deve far paura la parola conservazione", aveva proclamato: "Il Pd dovrà durare decenni, non nasce da un leader e per un leader, ma dalle persone reali di questo Paese".

Invece, tante persone reali in un pugno di mesi hanno smesso di votarlo. E ora il Pd rischia di non arrivare al secondo anno di vita, percorso da minacce di scissione e dalla rabbia dei militanti. Perfino sulle modalità della dipartita i capicorrente sono riusciti a litigare. Divisi tra i sostenitori di un'assemblea costituente da convocare subito per eleggere Dario Franceschini segretario di transizione in carica fino al congresso di autunno. E alcuni veltroniani che si battono per andare subito alla conta, lanciando fin da ora una nuova classe dirigente. "Non possiamo affrontare i prossimi mesi senza leader. I capi attuali, i cinquantenni-sessantenni, hanno il terrore di non tornare più al potere, misurano la loro durata in mesi, se non settimane, ma hanno fatto il loro corso. Devono passare la mano a una nuova generazione che abbia il tempo di lavorare", scandisce lo stratega di Walter, Giorgio Tonini. Un percorso condiviso in periferia, dai potenti segretari delle regioni rosse, l'emiliano Salvatore Caronna, il toscano Andrea Manciulli, preoccupati di ritrovarsi con un gruppo dirigente nazionale debole e delegittimato alla vigilia del delicato voto amministrativo a Bologna e a Firenze, determinati a mettersi di traverso rispetto al 'tavolo delle correnti' che gestisce il partito a Roma. Solamente silenzio, invece, dalle regioni del Sud: si possono solo immaginare i pensieri di Antonio Bassolino, da cui Veltroni aveva pubblicamente preso le distanze appena tre settimane fa. Oggi don Antonio è ancora lì, al suo posto di governatore campano, Veltroni no.

Una rivolta che monta di ora in ora. Il segretario della Lombardia Maurizio Martina è tra i più netti a invocare un cambio di tutta l'attuale leadership: "Questa vicenda segna il collasso di un'intera classe nazionale. E per il dopo non ce la caviamo più scegliendo pezzi di quella classe dirigente. Le dimissioni di Veltroni trascinano giù tutta quella generazione. La soluzione Franceschini sarebbe un arroccamento. Ma noi siamo in frontiera, la frontiera non può aspettare la transizione". Traduzione: niente Bersani, niente Franceschini, voltare subito pagina per salvare il Pd. La soluzione alternativa, spiega Martina, è fare subito un congresso, scegliere con le primarie un nuovo leader e consegnargli i pieni poteri. "Un segretario che faccia il salto generazionale, che non sia di Roma ma venga dal lavoro sui territori, che abbia capacità di fare squadra". L'identikit assomiglia molto a Martina, classe 1978, il giovane segretario regionale non si tira indietro: "Il caso del trentenne Matteo Renzi, vincitore delle primarie a Firenze conferma che i vecchi riti, le vecchie logiche non reggono più. E che la mia generazione non può più stare a guardare. Se c'è uno spiraglio per muoversi, questo è il momento. Meglio fare un tentativo che continuare così".

Nello stretto giro veltroniano i trenta-quarantenni da lanciare non mancano: il portavoce Andrea Orlando, il ministro ombra Andrea Martella, Nicola Zingaretti. Anche se non tutti brillano per tempismo. Nelle ore delle dimissioni di Veltroni, ad esempio, Zingaretti spedisce un comunicato alle agenzie. Sulla crisi del Pd? No: il presidente della Provincia di Roma preferisce esternare su Sanremo, sulla canzone di Pupo 'L'opportunità' che, a dire di Zingaretti, "è una canzone bellissima che illumina di speranza la cappa di angoscia e di paura che ci sta permeando". E chissà se intende riferirsi ad altre cappe, e ad altre opportunità.

Così, nella corsa del cambio generazionale, potrebbero spuntare fuori altri nomi. Alcuni già noti, come il dalemiano Gianni Cuperlo, tra i più apertamente critici della gestione Veltroni. Altri ancora poco conosciuti, come il deputato di prima legislatura Francesco Boccia: pugliese, 40 anni, un discreto passato da attaccante nel Bisceglie, quattro anni alla London School of Economics, vicino a Enrico Letta e stimato da D'Alema, cattolico e con una passione per il Labour Party, uno che non si è mai vergognato a definirsi ulivista e prodiano e per questo coltiva un buon rapporto anche con Arturo Parisi. E già: il caos rimette in gioco anche il professore sardo, la Cassandra che da mesi profetizzava il disastro in perfetta solitudine. La convocazione dell'assemblea costituente che lui invocava da mesi è una sua piccola soddisfazione.

I capi storici, D'Alema in testa, si giocano davvero l'ultima partita. Bersani è chiamato a mettere subito sul tavolo le sue famose idee, se le ha, e la sua candidatura. Franceschini deve dimostrare di essere un leader. Enrico Letta guarda in direzione Udc. Francesco Rutelli è già con un piede fuori... Nelle ore del cupio dissolvi si capisce finalmente l'angoscia di Veltroni: il timore di finire nei libri di storia come colui che ha liquidato in meno di un anno un patrimonio di idee e passioni lungo un secolo. Il Pd è il suo sogno spezzato, la sua sfida interrotta, come si intitolavano i volumi che dava alle stampe negli anni della lunga corsa verso la leadership. Ma il dramma è appena all'inizio. Come in un'oscura maledizione, in soli 12 mesi il Pd ha consumato progetti, speranze, ambizioni, leader: prima Romano Prodi, poi Riccardo Illy, Renato Soru, infine Walter Veltroni. Ora rischia di divorare se stesso. E quel che resta della sinistra italiana
(19 febbraio 2009)

Come t'invento il vilipendio

MARCO TRAVAGLIO
L'ESPRESSO

La vicenda del presunto vilipendio del capo dello Stato da parte di Antonio Di Pietro si è rivelata, più che un equivoco, una figura barbina per l'Unione Camere Penali.

Bei tempi, quando la Lega Nord voleva "abolire i reati di opinione, residui del codice fascista". Ora il ministro leghista Maroni querela 'Famiglia Cristiana' che ha definito "razzista" non lui, ma una norma dell'ennesimo pacchetto sicurezza. E Gasparri, il noto stilnovista che definisce "cloaca" il Csm, dà il benvenuto a Obama dicendo che "la sua elezione farà contenta Al Qaeda" e incolpa Napolitano per la morte di Eluana, fa fuoco e fiamme per una vignetta di Vauro. Ma in questo revival di intolleranza colpisce la vicenda del presunto vilipendio del capo dello Stato da parte di Antonio Di Pietro durante la manifestazione del 28 gennaio in piazza Farnese. L'epilogo è noto: la fulminea richiesta di archiviazione della Procura di Roma, cui è bastato ascoltare il discorso integrale del leader dell'Idv per stabilire che s'è trattato di un gigantesco "equivoco".

Più che un equivoco, una figura barbina per l'Unione Camere Penali, che aveva denunciato l'ex pm per aver definito "omertoso e mafioso" il Quirinale. Ma, soprattutto, una figuraccia per l'intera stampa italiana, che aveva avallato quell'assurda interpretazione pur disponendo del filmato del discorso. Bastava un'occhiata per scoprire che Di Pietro aveva "rispettosamente" criticato il Quirinale per la firma al Lodo Alfano e più avanti, a proposito degli scandali che si susseguono in Parlamento, aveva aggiunto: "Il silenzio uccide, è un comportamento mafioso, per questo voglio dire quel che penso".

Parlava del proprio eventuale silenzio, non di quello di altri. Ma un'agenzia di stampa, manipolando e associando le due frasi, aveva scatenato una piccata quanto irrituale replica del Quirinale alle presunte "espressioni offensive" che in piazza nessuno aveva pronunciato. Col solito strascico di dichiarazioni sdegnate di politici di destra, centro, sinistra e persino dell'Idv, tutti ignari di quanto realmente accaduto.

Così la bufala aveva iniziato a galoppare travolgendo ogni rettifica e rimbalzando di tg in tg, di sito in sito, di giornale in giornale. 'Corriere della Sera': "Attacco al Colle, bufera su Di Pietro", "Una brutta deriva". 'Libero': "La mafia di Di Pietro. Accusa il Quirinale di atteggiamenti degni di Cosa Nostra". 'Il Giornale': "Questi han perso la testa. L'ex pm dà del mafioso a Napolitano". 'Il Riformista': "Vergogna Di Pietro. Definisce mafioso il comportamento di Napolitano".

Nel 2004 uno studio dell'Isimm, commissionato dalla Vigilanza Rai, accertò che "la maggior parte delle notizie politiche dei tg nasce dalle dichiarazioni dei politici": Tg1, Tg2 e Tg3 dedicano il 62,4 per cento dello spazio alle dichiarazioni dei politici, il 28,2 alle notizie e solo il 9,4 ai contenuti. In Francia la proporzione è di 23, 21 e 54; in Spagna di 20, 45 e 35; in Germania di 32, 49 e 19. In Italia insomma la notizia non è quel che accade nella realtà, ma ciò che dicono i politici. E se ciò che dicono i politici non corrisponde alla realtà, è sbagliata la realtà.
(20 febbraio 2009)

Deborah Secondini


MARCO TRAVAGLIO
L'UNITA'
ZORRO

L’on. Deborah Bergamini, già assistente di Berlusconi e poi dirigente Rai, ha tenuto una dotta lezione di diritto e privacy sul Corriere, per giustificare il suo emendamento che peggiora, se possibile, la legge-bavaglio di Angelino Al Fano, infliggendo fino a 3 anni di galera ai cronisti che pubblichino intercettazioni penalmente irrilevanti. Tipo quelle sul crac Hdc, in cui il sondaggista berlusconiano Luigi Crespi trattava con lei nel 2005 per un credito con Mediaset.
Piccolo problema: all’epoca la signora Deborah non lavorava più per Berlusconi, ma per la Rai, semprechè le due attività presentino ancora qualche differenza.
In veste di capo del Marketing Rai, “Debbi” si consultava col premier Berlusconi e coi capi delle tv Mediaset per concordare la “gestione” della morte di papa Woytjla per “dare alla gente un senso di normalità ed evitare un forte astensionismo alle elezioni”.
Presa col sorcio in bocca a fare “uso criminoso della tv pubblica pagata coi soldi di tutti”, come disse il suo Capo a proposito di Biagi, Luttazzi e Santoro, Deborah è ora una vestale del “diritto di ogni cittadino alla privacy” contro “i giornalisti che violano i diritti costituzionali diffondendo notizie sulla sfera privata”.
In realtà nelle sue telefonate non c’era nulla di privato, semprechè la Rai non sia stata privatizzata a nostra insaputa. Dunque chi le ha pubblicate ha esercitato il diritto costituzionale di informare. Strano che un’iscritta all’Ordine dei Giornalisti lo ignori. Forse è il caso che s’iscriva all’Ordine dei Censori, levandoci dall’imbarazzo di doverla pure chiamare “collega”.

La banda in divisa


di Nicola Biondo

Quello che stiamo per raccontare è un «processo nascosto». Un altro processo che - come quello che si tiene a Palermo contro il generale Mario Mori e il colonnello Obinu - è totalmente uscito dalle cronache. E anche in questo processo - che si celebra davanti all’ottava corte d’assise di Milano - tra gli imputati ci sono nomi importanti delle forze dell’ordine.

Uno è, anche qua, il colonnello Obinu. Un altro nome, il più importante, è quello del generale Giampaolo Ganzer, attuale comandante del Ros, il Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri. E, se la sua posizione non fosse stata stralciata, ci sarebbe anche un magistrato: Mario Conte. In tutto gli imputati sono ventidue, accusati di reati gravissimi: associazione delinquere armata dedita a importare e vendere enormi quantità di droga (eroina, coca e hashish) in tutta Italia.

Il primo a sentire puzza di bruciato fu un giudice Armando Spataro, allora sostituto procuratore a Milano. Nel gennaio del 1994 ricevette da Ganzer, col quale all’epoca aveva un rapporto di amicizia e stima, la richiesta di un’autorizzazione a ritardare il sequestro di una partita di droga. «Mi disse che il Ros disponeva di un confidente colombiano che aveva rivelato l’arrivo nel porto di Massa Carrara di un carico di 200 chilogrammi di cocaina. Era destinata alla piazza di Milano e il confidente era disposto a fornire al Ros le indicazioni necessarie per seguire il carico fino a destinazione e catturare i destinatari della merce».

Spataro firmò decreto di ritardato sequestro. Ma i piani del Ros cambiarono: l’operazione infatti fu messa in atto. Fin qua niente di strano. Ma, dopo aver compiuto l’operazione, il Ros non diede più informazioni. Insospettito, Spataro si presentò negli uffici romani del Raggruppamento operativo speciale e chiese notizie attorno al sequestro dei due quintali di cocaina. Gli fu mostrata della droga conservata in un armadio. Si trattava solo di leggerezza nella gestione dei reperti? Di sciatteria? Quando, molti mesi dopo, Ganzer gli prospettò l’ipotesi di vendere quella droga a uno spacciatore di Bari, Spataro decise di informare il capo della procura e alcuni suoi colleghi. E ordinò la distruzione della droga.

Il processo ruota attorno a questi comportamenti. Il Ros li presentava come tecniche investigative e, in effetti, di tanto in tanto effettuava operazioni antidroga. Secondo i giudici, invece, gli stessi carabinieri erano diventati protagonisti del traffico e le «brillanti operazioni» non erano altro che delle retate di pesci piccoli messe in atto per gettare fumo negli occhi all’opinione pubblica. Un elemento fondamentale per l’inchiesta che ha portato al processo fu acquisito nel 1997 a Brescia dal giudice Fabio Salamone.

Un esponente della malavita, Biagio Rotondo, detto «Il Rosso» gli raccontò che nel 1991 due carabinieri del Ros lo avvicinare in carcere e gli proposero di diventare un confidente nel campo della droga. In realtà, secondo l’accusa, questi confidenti (tra il 1991 e il 1997 ne furono reclutati in gran numero) venivano utilizzati come agenti provocatori, come spacciatori, come tramiti con le organizzazioni dei trafficanti.

«Il Ros - scrivono i giudici nel rinvio a giudizio - instaura contatti diretti e indiretti con rappresentanti di organizzazioni sudamericane e mediorientali dedite al traffico di stupefacenti senza procedere né alla loro identificazione né alla loro denuncia... ordina quantitativi di stupefacente da inviare in Italia con mercantili o per via aerea, versando il corrispettivo con modalità non documentate e utilizzando anche denaro ricavato dalla vendita in Italia dello stupefacente importato. Denaro di cui viene omesso il sequestro». «Si tratta - annota la Procura di Milano - di istigazione ad importare in Italia sostanze stupefacenti». Al giudice Salamone questo quadro è stato confermato, in alcuni importanti aspetti, da due sottufficiali dei carabinieri che figurano tra gli imputati.

Sempre secondo l’accusa, i comportamenti illeciti furono coperti e agevolati dal magistrato Mario Conte, che allora lavorava a Bergamo: il suo ruolo nelle «operazioni antidroga» era fondamentale perché, con la sua firma, forniva ai Ros la copertura legale. «Con Obinu e Ganzer - si legge nella richiesta di rinvio a giudizio - il sostituto procuratore Conte promuove, costituisce, dirige, organizza l’associazione a delinquere. Ne delinea il modus operandi. Gestisce la collaborazione dei trafficanti Enrique Luis Tobon Otoya (colombiano ndr.), Ajaj Jean Chaaya Bou (libanese ndr.) e Biagio Rotondo, agevolandone l’attività anche durante i periodi di detenzione. Fornisce un contributo rilevante con direttive e provvedimenti, emessi anche al di fuori della competenza territoriale. Partecipando personalmente, in più occasioni, ad interventi operativi».

E c’è di più perché quando l’inchiesta di Salomone decolla, Conte viene trasferito proprio a Brescia, nell’ufficio accanto a quello del collega che lo sta indagando. Oggi Conte, rinviato a giudizio nel 2005 con gli uomini del ROS, per motivi di salute non figura tra gli imputati e sarà processato a parte.

Non è solo una storia di droga. Secondo l’accusa tra le mani degli ufficiali sono anche passate molte armi. Come il carico della nave «Bisanzio», giunta Ravenna da Beirut nel dicembre 1993 che, oltre a migliaia di chili di stupefacente trasportava 119 kalashnikov, due lanciamissili, quattro missili e numerose munizioni, venduti in cambio di una somma di denaro di cui si è persa ogni traccia. Due erano gli acquirenti, la cui posizione è stata archiviata, entrambi legati alla famiglia mafiosa calabrese dei Macrì-Colautti. Perché è stato fatto tutto questo?

La procura di Milano lo spiega con poche inequivocabili parole: «Per pervenire a brillanti operazioni di polizia in attuazione di un metodo sistematico che consentiva di conseguire visibilità e successo». Carriera e visibilità. Ma anche soldi. Quasi tre miliardi di lire provenienti dalla vendita della droga, di cui il PM Conte e gli ufficiali del ROS, tra i quali Ganzer e Obinu, avrebbero «omesso il sequestro e la documentazione sulla successiva destinazione, appropriandosene». Simile sorte sarebbe toccata a svariati chili di stupefacenti che, importati in Italia dagli uomini in divisa, sarebbero finiti sul mercato.

Il «processo nascosto» era iniziato da quasi due anni quando, il 29 agosto 2007, il principale teste d’accusa si suicidò nel carcere di Lucca. Biagio Rotondo, «Il Rosso», era stato arrestato cinque giorni prima con l’accusa di detenzione abusiva di arma e ricettazione perché, durante un controllo dei carabinieri, all’esterno del ristorante dove lavorava era stata trovata una vecchia pistola nascosta in un tovagliolo.

Prima di togliersi la vita, Rotondo scrisse una lettera indirizzata ai magistrati. Il pubblico ministero Luisa Zanetti l’ha letta il 20 settembre 2007, nell’aula dove si celebra il processo: «Confermo che tutto quello che ho detto corrisponde a verità. È un momento tragico per la mia vita, sono fallito come tutto e ritrovarmi in carcere senza aver fatto nulla è per me insopportabile. Vi scrivo per farvi che non vi ho mai tradito e che la fiducia in me è stata ben riposta. Vi chiedo scusa per questo insano gesto...Spero che mi ricorderete con simpatia».
inchiesta@unita.it

25 febbraio 2009

Raiset, la grande abbuffata

MARCO TRAVAGLIO
24 febbraio 2009
Ora d'aria
l'Unità
23 febbraio 2009

Le dimissioni di Veltroni e le convulse giornate del Pd, o di quel che ne resta, culminate nell’elezione di Franceschini a nuovo segretario, hanno oscurato una vicenda che forse meriterebbe qualche riflessione e spiegazione: quella del nuovo Cda Rai. Non si vede perchè il Pd abbia partecipato all’ennesima abbuffata di poltrone in base alla legge Gasparri, anziché restarne fuori e battersi per cambiare la legge e departitizzare la Rai. Ma c’è dell’altro. Il vecchio Cda, nominato nel 2005, era composto da 5 esponenti del centrodestra (Petroni e Urbani di FI, Malgieri di An, Bianchi Clerici della Lega, Staderini dell’ Udc) e 4 del centrosinistra (Petruccioli e Rognoni dei Ds, Rizzo Nervo della Margherita, Curzi del Prc). Quello nuovo ne avrà 5 del centrodestra (Verro e Gorla di FI, anzi di Mediaset, Bianchi Clerici della Lega, Rositani di An, cui presto si aggiungerà il solito Petroni, pure lui di FI, nominato dal Tesoro), 3 del Pd (Rizzo Nervo e Van Straten, scrittore e soprattutto compagno di vacanze di Veltroni, cui dovrebbe aggiungersi il nuovo presidente: o Petruccioli o Pietro Calabrese) e 1 dell’Udc (De Laurentiis).

In apparenza nulla cambia: l’Udc ora sta all’opposizione, o almeno così dice,e il Pd ha deciso di regalarle la quarta poltrona riservata alle minoranze, tagliando fuori l’Idv e la galassia della sinistra (che hanno almeno il doppio dei consensi dell’Udc). Scelta davvero curiosa: i rovesci elettorali del centrosinistra in Abruzzo e in Sardegna che han portato alle dimissioni di Veltroni hanno visto l’Idv e la sinistra alleate col Pd, mentre l’Udc marciava ora sola ora addirittura con la destra. Se, puta caso, l’Udc rientrasse all’Ovile delle Libertà, come chiede l’azionista di maggioranza Totò Cuffaro, il centrodestra si ritroverebbe con 6 consiglieri su 9.

Del resto già ora c’è da dubitare che il consigliere Udc Rodolfo De Laurentiis, da anni membro della Vigilanza Rai, si batterà contro l’occupazione berlusconiana della tv pubblica. Finora anzi s’è sempre associato agli anatemi del berlusconismo più oltranzista contro i pochi programmi liberi sopravvissuti. Il 9 marzo 2007, per esempio, De Laurentiis attaccava alzo zero Michele Santoro: “Annozero dimostra che ormai non è rimasto altro mezzo che l'aggressione e l'intolleranza. Calpesta la sensibilità altrui in nome di un'ideologia che vuole accampare diritti a tutti i costi. Il programma a senso unico di Santoro non risparmia nemmeno il credo religioso dei cattolici con continue picconate”. Il 21 maggio 2007 tornava alla carica in una nota congiunta coi pasdaràn berlusconiani Butti e Lainati: “Santoro è in pieno delirio di onnipotenza. Fa finta di non capire e si lancia in invettive giustizialiste contro i vertici dell'azienda”. Se questo è un consigliere d’opposizione, figurarsi quelli di governo.

Nuova generazione di motori a caccia del web sconosciuto


di RICCARDO BAGNATO

LA PUNTA di un iceberg. Meno del 10 per cento per cento di tutto il Web esistente. E' quanto - secondo alcune autorevoli ricerche - riescono a indicizzare in realtà i migliori motori di ricerca online. E il restante 90 per cento? Lo chiamano "Deep Web", ovvero il Web profondo, invisibile, non raggiungibile grazie agli attuali motori di ricerca. Ma che alcune nuove tecnologie promettono di poter rendere disponibili a breve.

Quanto è profondo il Web? Difficile dirlo. Secondo l'azienda Bright Planet, che nel settembre 2001 ne ha sondato le profondità, "Deep Web" sarebbe un vero e proprio pozzo di San Patrizio, un miniera d'oro, un'immensa foresta vergine a confronto del giardinetti di casa a cui ci avrebbero abituati i normali motori di ricerca. Per altri sarebbe addirittura la nuova frontiera del Web. Tanto che gli stessi numeri uno della ricerca, da Google a Yahoo!, negli ultimi anni stanno moltiplicando gli sforzi per capire come indicizzare questo immenso patrimonio altrimenti irraggiungibile, e quindi renderlo disponibile ai propri utenti.
D'altra parte stiamo parlando delle informazioni archiviate e organizzate in database, dei contenuti consultabili soltanto su siti protetti da password, o delle tante pubblicazioni scientifiche e non in PDF che non hanno ancora trovato un solo lettore disposto a segnalarne la presenza con un link.

Già, perché gli attuali motori di ricerca ogni giorno perlustrano il Web alla ricerca di nuove pagine da offrire tra i risultati delle nostre ricerche, e lo fanno essenzialmente seguendo uno dopo l'altro i link presenti nel Web per mezzo di software ad hoc chiamati spider ("ragni") o crawler ("scansionatori"). Così facendo rintracciano le pagine web esistenti, ricostruendo di volta in volta un rapporto di senso fra loro, riuscendo a suggerire successivamente quale potrebbe essere il risultato più utile, sulla base del numero di link e del tipo di link che rimanda a quella determinata pagina o documento. Al contrario, se verso una pagina o un documento non esiste nessun link, quella stessa pagina o documento non verrà raggiunto, e di conseguenza sarà ignorato.

Peccato che in questo modo si perdono milioni di informazioni utili. La Bright Planet stima che il 54 per cento del Web profondo è costituito dai risultati che ottiene un utente in seguito a una richiesta effettuata consultando ad esempio un orario di volo. Ed è per questo che BigG & Co. non sono in grado di rispondere pienamente a domande come: "Qual è la tariffa più conveniente da Milano a Londra per il prossimo giovedì?", così come denuncia il New York Times che sul fenomeno "Deep Web" ha appena pubblicato una breve inchiesta.

Novità in arrivo? Recuperare questo capitale di informazioni irraggiungibile è sicuramente lo scopo di Anand Rajaraman, cofondatore di Kosmix, una start-up creata per l'appunto per la ricerca nel web profondo, fra i cui investitori c'è addirittura Jeffrey P. Bezos, amministratore delegato di Amazon.com. Ma non è il solo ad interessarsi all'argomento. La professoressa Juliana Freire, dell'Università dello Utah, ha infatti lanciato il progetto DeepPeep, che sfrutta un algoritmo apparentemente capace di simulare le modalità con cui la mente umana ragiona, così da ovviare a quel maldestro cammino che porta i vari spider o crawler a scansionare il Web link dopo link. E infine c'è il progetto Openarchives.org, promotore del protocollo OAI-PMH, con cui si cerca di indicizzare i documenti sui motori di ricerca inviando loro metadati in formato Xml, in modo da rendere più appetibili e comprensibili i contenuti anche in assenza di link. Per ora, tuttavia, l'unica cosa certa è che oltre il 90 per cento delle informazioni online non sono disponibili attraverso i normali motori di ricerca. Rimane forse da domandarsi: e se lo fosse? E' un traguardo auspicabile?

(25 febbraio 2009)