lunedì 30 marzo 2009

"Italia tra i paesi più a rischio"


di ALBERTO D'ARGENIO

Italia, Spagna e Grecia saranno le nazioni europee più colpite dai cambiamenti climatici. Soffriranno agricoltura, industria alimentare e turismo, tre pilastri economici dei paesi mediterranei. Ma ci saranno anche problemi di approvigionamento idrico ed energetico, di salute pubblica, di erosione delle coste e di tenuta delle infrastrutture. E' questo, in sintesi, il quadro da disaster movie che la Commissione Ue renderà pubblico mercoledì prossimo, a pochi giorni dalla convocazione di un vertice straordinario sul clima da parte del presidente Usa Barack Obama.

Appuntamento per preparare al meglio il summit di Copenaghen del prossimo autunno, quando il mondo intero sarà chiamato a mettere nero su bianco una strategia per bloccare l'innalzamento delle temperature (l'Europa lo ha già fatto).

Ma, bisogna rassegnarsi: per quanto riusciremo a mitigare l'effetto serra, i disagi arriveranno lo stesso (e meno faremo, più saranno). Ecco perché mercoledì l'Ue lancerà la strategia sull'"adattamento": da un lato bloccare gli sconvolgimenti climatici (Kyoto 2) e dall'altro prepararsi a convivere con quelli che inevitabilmente arriveranno.

Un piano che l'Italia, come i vicini del Mediterraneo, dovrà prendere molto sul serio, visto che da qui alla fine del secolo il nostro sarà uno dei Paesi più colpiti dalla rivoluzione del clima. Colpa di ondate di caldo, incendi, flessione del turismo, calo della produzione agro-alimentare e scarsità di acqua potabile. Anche la vita nell'Europa del Nord cambierà, ma con un mix di novità positive e negative. Il tutto costerà all'Ue oltre sei miliardi di euro all'anno fino al 2020, cifra che entro il 2060 potrebbe arrivare a 63.

"La portata dell'impatto varia da regione a regione. In Europa - scrive la Commissione Ue - quelle più colpite saranno la parte meridionale del continente e il bacino del Mediterraneo. A rischio anche Alpi, isole, aree costiere, urbane e pianure densamente popolate". Un identikit dell'Italia che, pur senza essere citata nel rapporto, viene indicata come a rischio nelle varie cartine che lo accompagnano, come quelle sulla flessione delle colture e delle riserve di acqua potabile.

E ad essere duramente colpito sarà anche il turismo, con la diminuzione di neve nelle zone alpine (non bisogna farsi ingannare da un singolo inverno nevoso) e l'aumento delle temperature nel bacino mediterraneo, con tanto di erosione delle coste, diminuzione del pesce, deterioramento della qualità dell'acqua, aumento esponenziale di meduse e alghe.

Soffrirà anche l'agricoltura, con perdita di fertilità e carestie. Rischiano le foreste, la pesca, l'acquacoltura e gli ecosistemi marini. In pericolo le coste e le infrastrutture, sempre più colpite da fenomeni meteo estremi e da inondazioni (la loro capacità di adattarsi al climate change potrebbe diventare un requisito nell'assegnazione degli appalti). Gli sconvolgimenti delle temperature avranno effetti anche sulla salute animale, vegetale e umana, con un aumento di malattie e infezioni specialmente per anziani, bambini e malati cronici. Andrà in crisi il sistema dell'energia (ci sarà una maggiore richiesta e, nel Sud Europa, una diminuzione di produzione idroelettrica). Per non parlare dell'immigrazione, che gli sconvolgimenti climatici faranno aumentare.

E' per tutti questi motivi che mercoledì Bruxelles lancerà un appello alla classe politica continentale: "E' fondamentale sviluppare politiche che permettano il massimo livello di adattamento visto che il mercato da solo non sarà in grado di farlo". E per farcela da oggi al 2012 si dovranno studiare al meglio gli effetti del cambiamento climatico, per poi passare all'azione dal 2013 integrando ogni aspetto delle politiche europee all'adattamento.

(30 marzo 2009)

Vattimo: viva i giustizialisti. Corro con Tonino Di Pietro


30/3/2009 (8:32
JACOPO IACOBONI

Gianni Vattimo, il filosofo italiano più conosciuto nel mondo, «orgogliosamente comunista», si candida alle europee. Ma con Antonio Di Pietro. L’evento lo mette di buon umore, il professore sorride. È seduto nel salotto della sua casa torinese e sta leggendo La Stampa, la pagina a fumetti dedicata nella sezione culturale alla Tav. «Sì, ci siamo visti con Di Pietro, ci starò. Bisogna solo definire se corro nel nord ovest o anche altrove. Sa, mi candido ma mi piacerebbe anche essere eletto...». La notizia si fa pretesto, si discute del momento attuale dell’Italia, del giustizialismo, dell’età berlusconiana, della destra, della fine della sinistra, della laicità perduta. Su ognuno di questi titoli Vattimo articola riflessioni che sicuramente non possono essere tacciate di scarsa franchezza. «Diranno che vado con i giustizialisti? Ma questo è il loro lato buono! L’Italia dei Valori è l’unica opposizione verosimile che esiste oggi. Sì, io resto comunista, ho tantissimi amici nelle formazioni che si dicono comuniste, ma questa legge del quattro per cento li costringe ad alleanze innaturali, forse comunque infruttuose. Rischio di essere l’ultimo comunista al Parlamento europeo».

Come si sia arrivati a tanto, lo spiega con un insieme di osservazioni. La prima è che Tonino se l’è andato a cercare. Con piglio abbastanza spregiudicato. Tra il raffinato intellettuale e il contadino in trattore e canottiera pare esser nato un feeling che può esser narrato sotto il sempiterno titolo: intellettuali e popolo. «Poi vede, lui si dice analfabeta ma non è affatto così bestia come dicono. E avevo già deciso di votarlo. Tra l’altro, in alcune formazioni che avrei potuto votare, per esempio quella di Claudio Fava, corrono uomini come Bobo Craxi...». Tra l’inventore del pensiero debole e il patrono della sintassi debole, en passant alfiere del giustizialismo, si potrebbe immaginare un qualche fossato, perlomeno nei riferimenti culturali. Ma non è detto. «Io su moltissime cose sono d’accordo con Di Pietro, per esempio è l’unico a coltivare un antiberlusconismo adamantino. Anche il cosiddetto carattere giustizialista del suo partito, in un Paese in cui il premier ha tutti i tratti dell’incompatibilità - altrove sarebbe stato persino ineleggibile - mi pare un pregio». Ci sarebbe l’ostacolo del populismo, cosa c’entra tutto questo con un comunista? «Questo rilievo lo posso anche capire, Vattimo va con l’antipolitica. Però nello stesso tempo ci è stato detto per anni che, per combattere Berlusconi, occorreva condividerne qualcuno dei tratti, o no? La verità sa qual è? Che io ho una posizione da Cln, anche nel Cln si erano messi insieme comunisti, liberali, democristiani perché avevano un compito comune: battere un fascismo; con tutte le ovvie differenze tra il fascismo e la situazione di oggi».

Sul principale partito di opposizione inutile far conto, ragiona il filosofo. «Il Pd è il realtà il Pdc, una democrazia cristiana peggiore, nessuna concorrenza con il centrodestra su leggi come il testamento biologico, totale accettazione delle pretese della Chiesa». Anche il suo compagno di studi di gioventù Umberto Eco, che il loro comune amico Edoardo Sanguineti da ragazzo sfotteva col soprannome di «cardinale», mostra sempre più insofferenza per la scarsa laicità dei democratici? «Io non parlo da un po’ di queste cose con Eco, credo che lui sia ormai un ex cattolico, anche se ha scritto un libro col cardinal Martini, e se oggi è diventato anticlericale fa solo quello che deve. Io no, sono da sempre un cristiano antipapista! Rimpiango quasi che non ci siano stati i cosacchi a San Pietro, adesso è tardi». E sulla Chiesa avrebbe una ricetta severa: «L’unico modo per salvarla sarebbe sovvertirne le attuali gerarchie. Il Papa sul preservativo ha detto delle baggianate, come posso riconoscerne poi la vocazione al dialogo? Il discorso teologico sulle leggi naturali è fatto solo per imporre quelle leggi a chi non crede». La conversazione transita sugli ultimi, inattesi baluardi di laicità. Sul Fini elogiato da Eugenio Scalfari. Vattimo osserva: «Non avrei mai pensato che Fini fosse l’ultima speranza per la sinistra. Io questo congresso del Pdl l’avevo considerato una pagliacciata, probabilmente sbagliando. Mi vergogno un po’ a dirlo, ma quando vedo uomini come Gasparri mi chiedo se appartengano all’umano, anche se so che è sbagliato, poco caritatevole e poco democratico. Però non voglio rinunciare - perciò ho scelto Di Pietro - alla differenza morale tra destra e sinistra, tra quelli di qua e quelli di là, che continuo a trovare moralmente repellenti». Ci sarebbe il problema che, è considerazione diffusa a sinistra, Di Pietro è di destra. «Ma sa, la destra fascista non esiste più; magari esistono picchiatori di destra, ma ce ne sono anche nell’estrema sinistra. Quanto alla destra conservatrice, onesta, lei l’ha sentita, al congresso del Pdl? Io no. Non ho ascoltato alcun discorso onesto, per esempio, sulla crisi. L’unico che ne ha parlato, ed è infatti il migliore tra loro, è stato Giulio Tremonti, però che vuole, poi anche lui è un amico delle banche...»

Stefania Prestigiacomo "Obama rilancia? Non ci credo"


30/3/2009
ROBERTO GIOVANNINI

Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, il presidente Barack Obama sembra intenzionato a fare sul serio sulla questione del clima.
«C’è un grandissimo attivismo a livello internazionale, in vista della conferenza Onu di Copenhagen. L’approccio degli Stati Uniti - coinvolgere anche i paesi emergenti, non solo quelli industrializzati - è quello giusto. Sia al G8 dell’Ambiente di Siracusa che al G8 della Maddalena cercheremo un coinvolgimento ampio. Ma il negoziato vero si farà a Copenhagen. È lì che si prenderanno gli impegni per il 2020 e oltre».

Il presidente Bush, sul clima, «remava contro»; se ora gli Stati Uniti prendono in mano il confronto cambia tutto, no?
«Senz’altro. Ma non sarà nel forum dei 16 Paesi o al G8 che si chiuderà l’accordo. La discussione sarà in sede Onu, e verterà sull’aiuto economico che i paesi sviluppati metteranno in campo per aiutare i paesi in via di sviluppo ed emergenti a tagliare le emissioni. Tuttavia, dagli Stati Uniti non arrivano segnali molto incoraggianti per chi avrebbe a cuore un impegno forte sul clima. Dal Congresso Usa arrivano reazioni molto tiepide, per non dire fredde, alle proposte di Obama sul clima e l’ambiente».

Eppure il presidente sembra intenzionato a fissare obiettivi molto ambiziosi di riduzione delle emissioni di gas serra. Persino più ambiziosi di quelli stabiliti dall’Europa con il “20-20-20”, ovvero un taglio del 20%, entro il 2020, delle emissioni di CO2 rispetto al 1990, e un aumento del 20% per le fonti rinnovabili.
«Sarebbe molto positivo, perché se gli Stati Uniti fossero su questa linea l’accordo globale sarebbe vicino. E anche i nostri sacrifici che oggi servono a ben poco - visto che l’Europa incide solo per il 6% sulle emissioni globali - diventerebbero più che simbolici. Gli Usa sono il paese che inquina di più al mondo; un cittadino americano consuma tre volte l’energia che consuma un europeo; l’Italia ha un livello di efficienza energetica che gli Stati Uniti se la sognano. A quel che ci risulta, l’amministrazione Obama pensa a un obiettivo molto più modesto sui gas serra: tornare entro il 2020 alle emissioni del 1990. E nel Congresso non mancano le voci che suggeriscono prudenza, vista la terribile crisi economica in atto. Io non sono molto ottimista sull’eventualità di un accordo globale. E senza accordo globale, il pacchetto europeo rischia di essere una beffa».

Del resto, ministro, lei in tante occasioni ha espresso perplessità molto forti sulla riduzione delle emissioni, sulla realizzabilità del protocollo di Kyoto e sull’utilità del «20-20-20» europeo.
«L’Italia comunque rispetterà gli impegni che si è assunta: abbiamo un interesse strategico a investire nelle fonti rinnovabili, ci serve renderci più autonomi per il fabbisogno energetico, investendo nel nucleare, e per noi il risparmio e l’efficienza energetica è fondamentale. Sul pacchetto europeo abbiamo fatto una battaglia di merito: nella ripartizione degli oneri tra i paesi Ue, all’Italia erano stati assegnati obiettivi assolutamente esagerati. Dovevamo tutelare il nostro interesse».

Eppure, gli obiettivi di Kyoto stabiliti per l’Italia sono lontanissimi. Non ce la faremo mai a centrarli.
«C’è poco da dire, la tendenza non è certo quella virtuosa: rispetto al 1990 nel 2012 dovremmo ridurre le emissioni del 6,5%, invece a oggi sono cresciute del 12%. È vero pure che ora sono in campo molti investimenti nelle fonti rinnovabili, nella riconversione energetica. E stiamo passando ai raggi X tutte le principali industrie: devono rispettare certi parametri altrimenti dovranno chiudere».

Davvero? Chiudere?
«Sono prescrizioni. Realisticamente è dura per Kyoto, ma un’inversione di tendenza c’è stata, in vista dell’obiettivo 2020. Il problema è che bisogna fare politiche concrete, non stabilire vincoli e basta. Noi ci stiamo muovendo: gli aiuti per l’auto, gli incentivi per l’efficienza energetica, anche il piano casa che prevede la ricostruzione “ecologica” degli immobili».

Se non ce la facciamo, bisognerà pagare una salata multa...
«Lo vedremo. Non rassegniamoci. Io penso che il trend è stato invertito, che si è capito che stiamo operando in concreto».

E se Barack Obama proponesse obiettivi molto più ambiziosi per salvare il pianeta dal riscaldamento globale, l’Italia dirà di sì?
«Non credo che sarà oggetto del G8. Il nostro impegno c’è già, è il “20-20-20” europeo. Ma serve un accordo globale, e la chiave è il modo in cui i paesi industrializzati aiuteranno quelli emergenti e in via di sviluppo».

Studiare più a lungo fa bene al cervello


30/3/2009

Sudare su libri e quaderni più a lungo fa bene al cervello. Sembra addirittura che l’aumentata frequenza scolastica obbligatoria negli ultimi 50 anni potrebbe ridurre i tassi di demenza fra gli anziani. Un team di ricercatori britannici ha confrontato le abilità mentali di un gruppo di oltre 14 mila “over 65”, scoprendo che quelli che erano andati a scuola più a lungo ottenevano alla fine i risultati migliori. Ecco perché gli studiosi dell’Università di Cambridge sono convinti che, allungando ulteriormente la durata della scuola dell’obbligo, si potrebbe, in qualche modo, proteggere la mente dal rischio di demenza.

Nel loro studio i ricercatori hanno confrontato i risultati ottenuti nei test di prontezza mentale da 9 mila “over 65” nel 1991 con quelli di 5 mila coetanei analizzati nel 2002. Tutti sono stati sottoposti a esami ad hoc per rilevare i primi segni di demenza. Ebbene, i ricercatori hanno identificato un piccolo ma significativo aumento della prontezza mentale delle persone del secondo gruppo, che hanno frequentato la scuola dell’obbligo più a lungo degli altri.

Già era noto che la demenza è meno frequente in persone che hanno studiato più a lungo, questo perché lo studio aumenta il numero delle connessioni neurali. Ma per la prima volta una ricerca “fotografa” l’effetto della scolarizzazione: nel 1947 in Gran Bretagna la scuola dell’obbligo finiva a 15 anni, nel 1972 si è passati a 16 anni. E due anni fa il Governo ha annunciato che entro il 2015 si sarebbe arrivati a 18 anni.

«L’aumento dei livelli di educazione scolastica che abbiamo osservato - scrivono gli studiosi su ’Aging, Neuropsychology and Cognition’ - è coerente con la variazione della durata della scuola dell’obbligo in Gran Bretagna». Ma non è tutto. Secondo i ricercatori altri elementi sono risultati protettivi: il fatto di aver subito meno attacchi cardiaci, il consumo di farmaci anti-ipertensivi, il fumo e un miglioramento dell’alimentazione nei primi anni di vita sono tutti fattori che, secondo i neurologi, possono aver contribuito a proteggere le abilità mentali del gruppo del 2002.

«La demenza si manifesta - spiega David Llewellyn, responsabile della ricerca - quando il declino cognitivo arriva al punto di interferire con la capacità delle persone di portare a termine compiti “base”, come cucinare».

«Ma i cambiamenti iniziano molto prima. Questi studi sono importanti perché potrebbero influire su cosa è probabile che accada nel futuro», aggiunge. Non solo. Modificare ulteriormente i limiti di età per poter lasciare la scuola sarebbe utile, secondo Llewellyn, «per migliorare le abilità cognitive degli anziani, e anche per ridurre i tassi di demenza».

Scoperti i neuroni del successo


26/3/2009

Un team di scienziati statunitensi ha individuato con precisione i neuroni dell’ippocampo che segnalano al cervello le informazioni sul risultato - positivo o meno - ottenuto in un test di apprendimento. In pratica, le cellule cerebrali che monitorano il successo e quelle che comunicano un fallimento. Lo studio, condotto finora sulle scimmie e pubblicato su Neuron, apre la strada alla comprensione delle funzioni selettive delle cellule nel cervello dei primati. E può fornire importanti contributi alla ricostruzione del processo attraverso cui un risultato può influenzare l’apprendimento successivo.

Insomma, farci capire in che modo impariamo dalle esperienze precedenti. L’ippocampo ha un ruolo chiave nell’acquisizione di nuovi ricordi da fatti, avvenimenti e relazioni. Precedenti studi avevano mostrato che proprio i neuroni dell’ippocampo segnalano l’acquisizione di nuove associazioni tra gli oggetti, alterando il tasso in cui spediscono i loro segnali elettrici.

Ma non è tutto. Alcuni neuroni di quest’area hanno anche la funzione di interruttori, in grado di segnalare le conseguenze di una risposta a un test. «Per capire bene il loro funzionamento abbiamo registrato l’attività dei neuroni dell’ippocampo mentre alcune scimmie imparavano nuove associazioni tra oggetti e luoghi», spiega Wendy Suzuki, del Center for Neural Science della New York University.

La ricerca ha permesso di identificare due popolazioni di neuroni che segnalano i risultati ottenuti nel corso del test. Due gruppi distinti di cellule, che - come le luci a un telequiz - si accendono alternativamente in caso di successo o errore.

Circa la metà di queste cellule, in particolare, si attiva dopo una risposta giusta, mentre l’altra metà lo fa solo in caso di fallimento. Inoltre soltanto i neuroni del successo - e non quelli dell’errore o quelli di controllo - traducono le informazioni sull’apprendimento aumentando le loro proprietà di risposta agli stimoli.

Questi risultati suggeriscono, secondo i ricercatori, che le cellule del successo e dell’errore nell’ippocampo servono due tipi distinti di funzioni di monitoraggio, legate al risultato di un esame. «Questi elementi ottenuti dallo studio non solo aumentano la nostra comprensione dei segnali nell’ippocampo, ma suggeriscono una strada attraverso la quale la segnalazione di un risultato positivo possa influenzare nuove fasi di apprendimento», conclude la Suzuki, sottolineando la necessità di ulteriori ricerche per chiarire e comprendere appieno questi meccanismi.

QUEI MISTERIOSI PENTAGRAMMI DI COLORI


Il mondo dei writers
Aldo Maturo

Ormai non mi sfuggono. Nella mia città li conosco quasi tutti e nelle altre città, bloccato nel traffico o in attesa di un semaforo verde, li vedo dovunque si trovino, su un grigio muraglione, sotto un cavalcavia, lungo i squallidi muri che costeggiano una ferrovia, sulla parete di un terrazzo al primo piano. Sfrecciano anche davanti agli occhi, istoriati sul vagone di un treno o di una metropolitana.

Erano solo macchie informi colorate, fino a quando non ho cercato di capire: parlo dei “graffiti”, quella esplosione di lettere intrecciate ed annodate tra di loro in cui spesso l’argento sfuma nel nero e il rosso ciliegia si miscela col giallo dando vita a fantasmagorici giochi di colori che creano una composizione policroma inutilmente decifrabile.

E’ un fenomeno che caratterizza il nostro tempo, in equilibrio instabile tra una diffusa illegalità metropolitana ed una espressione ermetica della ricerca e della riaffermazione di se stessi.

Non parlo naturalmente dei segni informi, delle sigle monocromatiche che si susseguono in maniera ottusa e ripetitiva sui muri puliti, sui pali, sulle cabine telefoniche, sui cartelli stradali o sulla saracinesca chiusa di un negozio. In questo caso non vi è alcun dubbio che gli autori sono vandali frustrati in cerca di visibilità che segnano il territorio come i cani segnano il loro.

Gli uni alzano la mano con il pennarello per violentare con uno sgorbio ciò che non gli appartiene, gli altri alzano la gamba posteriore per lasciare ai loro simili il segno indelebile del loro maleodorante passaggio. Il messaggio è lo stesso: ci sono anch’io.

Eppure i graffiti moderni traggono la loro origine proprio da una sigla. Pare che a Los Angeles la usassero i lustrascarpe per non ritrovare ogni giorno il proprio angolo occupato da altri. Nacque così la consuetudine di segnare il posto con un simbolo o con una sigla. Molti anni dopo, a Manhattan, un ragazzino di 17 anni, di origine greca, comincia a segnare i vagoni delle metropolitane con una strana scritta, “TAKI 183”, disegnata con un grosso pennarello. La cosa non passa inosservata se lo stesso New York Times nel 1971 ne fa oggetto di un articolo.

Un po’ alla volta questa forma di rappresentazione grafica si diffonde e diventa patrimonio comune del sottoproletariato di colore, di origine latina o africana, che abita i quartieri più desolati, ai margini della metropoli in senso reale e metaforico. A Brooklyn e nel Bronx vengono bombardati di colore i muri delle periferie urbane, delle fabbriche, degli edifici fatiscenti e disabitati. Dalle sigle si passa alle scritte gigantesche, con lettere panciute e colori sempre più aggressivi, quasi a simboleggiare la rabbia degli autori che armati di bombolette tentano di dare una identità a quelle borgate tanto degradate e diverse dalla opulenza e dal lindore del centro urbano.

Milioni di turisti in visita alla Grande Mela non possono non vedere e travasare in Europa quelle immagini colorate. Le grandi capitali, come in un gigantesco effetto domino, vengono contaminate, Parigi diventa il centro europeo dei graffiti, seguita da Londra, Monaco, Amsterdam. A Milano, e poi in Italia nei primi anni ’80, i graffiti diventano una forma di messaggio politico appannaggio soprattutto dei movimenti studenteschi e dei Centri Sociali.

I graffiti esplodono in prossimità o in concomitanza di alcuni megaconcerti e diventano, per i loro autori, sinonimo di trasgressione, di malcontento, di libertà espressiva, tanto da rappresentare – per altro verso – un’emergenza per tutte le amministrazioni pubbliche. Qualche città tenta di arginare il fenomeno cercando di cooptarlo: New York, Parigi e Londra mettono a disposizione dei writer migliaia di metri quadri di spazio, su vecchi muri o palazzi in disuso.

Altre città, come Milano, seguono la strada della tolleranza zero. Un senatore leghista presenta un disegno di legge che prevede pene e sanzioni più che triplicate ed alimenta una caccia al graffitaro che farebbe intascare al cittadino che lo denunzia parte della contravvenzione. I risultati sono invero molto modesti.

E’ la riprova che il fenomeno va affrontato in maniera diversa per cercare di capirlo e di contenerlo. La tolleranza zero è condivisibile per quelle forme di vandalismo che prendono di mira i musei,i monumenti, i treni, le grandi vetrate pubbliche o private, i muri delle abitazioni,etc. Alle sanzioni di carattere pecuniario andrebbe aggiunto l’obbligo di ripulire ciò che si è imbrattato, come forma di lavoro socialmente utile.

Un discorso a parte meritano i graffiti-murales, veri giochi di colore che danno una dignità a tanti muri scalcinati e scrostati. Queste forme espressive devono essere oggetto di studio perché possono essere recuperate verso scopi più intelligenti e creativi. Sempre a Milano,per esempio, i commercianti di alcune zone, per evitare che le saracinesche dei negozi venissero deturpate da sigle informi, hanno invitato i writer a decorarle interamente ottenendo il duplice risultato di caratterizzare le strade ed evitare di tinteggiare di continuo, perché i disegni di un writer, in genere, non vengono coperti da un altro writer.

Se da un’indagine dell’ Eurispes condotta su un campione di circa 6000 ragazzi tra i 12 ed i 19 anni è risultato che i graffiti (non quelli vandalici) piacciono al 76% degli interpellati e il 44% di questi li considera una forma d’arte, allora il problema non può essere rimosso. Come tutti i fenomeni di massa va studiato, sia pure come forma d’arte minore, ne vanno esaminati i risvolti e la valenza sociale, per evitare che degeneri per assurgere solo a simbolo di riappropriazione esclusiva e vandalica del territorio.

La Maison en Petits Cubes (Partt 1of 2)

La Maison en Petits Cubes (Part 2 of 2)

domenica 29 marzo 2009

Libertango from "The Tango lesson "

E 'il trailer di Sally Potter girato per lanciare il suo bellissimo film "La Lezione di Tango" (1997). The notes of one of Astor Piazzolla's masterpieces, Libertango, are played by Yo-yo Ma, who also appears in the clip. Le note di uno dei capolavori di Astor Piazzolla, Libertango, vengono riprodotti con Yo-Yo Ma, che appare anche nel video

C'era una volta...

LUZ

C'era una volta...
"Un re!" diranno subito i miei piccoli lettori.
No, ragazzi, avete sbagliato. C'era una volta una Scheda Madre, un foglio di carta grigia, pesante, molto sussiegosa che aveva un compito speciale da assolvere, era stata chiamata nientedimeno che in Italia per le prime elezioni, un paese di dolci colline e che per ogni dove affacciava sul mare, accarezzato da pini e prati verdi, un lungo stivale che sarebbe stato bene alle zampette del gatto che indossava quelli delle sette leghe, e invece ahimé, era stato calzato prima da un re piccolo e maligno chiamato Pippetto e poi da un duce strillone che tanti lutti aveva portato in quella terra di miele.
Il popolo affamato e stracciato dopo una guerra durata ben cinque anni si trascinava, nonostante tutto, festante per le strade, inciampando nei calcinacci ed esplodendo di tanto in tanto al fragoroso "bum" di una bomba mezza sotterrata. Ma tant'è, qualche tavoletta di cioccolato e qualche pagnotta in più cominciava a vedersi, inframmezzata da una bomba dolce che deflagrava senza danni nelle bocche degli italiani e che rispondeva al nome di chewin gum, o al più onomatopeico cingomma.
Un bel giorno di giugno, in maniche di camicia gli uomini, in fiori setosi le donne, con un filo di rossetto sulle bocche e i seni sospirosi dal primo voto della loro vita, sciamarono nelle scuole per scrivere sulle schede, che nel frattempo la Madre sussiegosa aveva partorito a milioni, la voglia di non avere più né Pippetto né quel coglioncello del figlio Umberto sul trono, il duce strillone intanto era stato appeso a testa in giù e sparato.
Nacque la signora Repubblica che per ringraziare la Scheda Madre, di tanto in tanto la richiamava insieme ai suoi pargoli che nel frattempo si erano abbelliti con colori pastello, rosa e giallino.
Nel frattempo, gli italiani, che straccioni erano rimasti nell'animo, si compravano case e firgoriferi, lavatrici e automobili, dimenticando ben presto gli omini rissosi che li avevano governati e portati alla guerra. Passarono gli anni, i crateri delle bombe furono ricoperti, come pure i corpi dei martiri di cui ogni anno si ricordava la memoria con corone d'alloro che si seccavano a terra per i successivi dodici mesi. I vecchi si ripiegavano come tronchi contorti e i bimbi nascevano sempre più capricciosi ed egoisti. Ed ecco che in un giorno qualunque di primavera apparve un altro omino, ma né grandi né piccini si allarmarono, dimentichi di Collodi e di un passo di quel capolavoro che è Pinocchio che recita così: "Figuratevi un omino più largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella d'un gatto che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa".
In un batter d'occhio la metà degli italiani decise di andare nel Paese dei Balocchi e fu accontentata, e anche quando poco tempo dopo spuntarono orecchie d'asino a iosa, nessuno voleva rinunciare ai giri di giostra e ai lecca lecca gratis.
La signora Repubblica e la sua amica Costituzione tremavano, sapevano che la loro vita era appesa a un filo e che ben presto avrebbero avuto la testa tagliata. Al contrario, la Scheda Madre era imperturbabile, a lei bastava sapere che sarebbe sciamata ancora insieme ai suoi figlioli lungo le coste e sui monti di quel buffo paese, certa del timore reverenziale di cui era da 60 anni oggetto. Si specchiava, di profilo sottilissima, di piatto si dispiegava invece grande come un lenzuolo e con un arricciar di naso sbuffava quando il malcapitato elettore la richiudeva per il verso sbagliato. Era diventata aristocratica, invidiosa, classista e razzista, aveva capito che l'omino era ricco sfondato e voleva a tutti i costi essere ammessa alla sua presenza e far parte del suo entourage. Così, scrocchiando e stridendo, soffiava nelle orecchie di uomini e donne che mordicchiando la matitina si macchiavano le labbra di inchiostro copiativo e alla fine, stufi di quel sospiro stonato finivano per fare una bella croce sul simbolo del nuovo padrone del Paese.
La Scheda Madre nel giro di pochi anni era diventata malvagia, un miscuglio di strega di Biancaneve, Regina di Cuori, matrigna di Cenerentola e Crudelia Demon! Sfarfalleggiava in lungo e in largo affetta da un delirio di onnipotenza che non aveva pari.
Viveva accovacciata nella sua scatola d'onore, con il ventre gonfio di nuovi bambini, perché di lì a poco sarebbe stata chiamata addirittura in Europa, le orecchie aguzze ed enormi per carpire le voci degli italiani, quand'ecco un colloquio breve tra una madre e una figlia:
"Mamma tra poco ci sono le elezioni, vai a votare?"
"Sì, certo, non potrei mai tirarmi indietro"
La Scheda sorrideva, mostruosa.
"Ma che voti?"
"Lo sai, a sinistra"
"Ma sei convinta, lo fai con piacere?"
"Con piacere? No, guarda, quel giorno uscirò e andrò a votare, ma se in quel momento al posto della scheda avessi in mano un litro di latte e due euro per pagare per me sarebbe lo stesso."
La Scheda Madre si afflosciò, con uno schiocchio liquido abortì i milioni di figlioli che aveva in grembo e diventò di nuovo un grigio, modesto foglio di carta.
E l'omino? Direte voi?
Purtroppo l'omino campò ancora tanti anni, ma arrivò un giorno che le fate di tutte le fiabe del mondo si arrabbiarono davvero e unite le bacchette magiche scaraventarono l'omino, che poi si chiamava Silvio, e tutti quelli che lo avevano votato nel Mare che circondava lo stivale; ma siccome quei grulli nel frattempo erano diventati ciuchini, ben presto l'acqua si riempì di pelli che gli abitanti dell'Italia rimasti illesi utilizzarono per fare tamburi.
Così in una sera d'estate alla luce di immensi falò, su tutte le coste si ballò e si cantò in tante lingue diverse, si fecero lunghi girotondi che si snodarono per l'intera penisola, e mentre i violini e le trombe gorgheggiavano, i pianoforti sgranavano note che si libravano in aria e i tamburi suoni sordi che rimbalzavano da una collina all'altra, la signora Repubblica e la sua amica Costituzione si fecero l'occhiolino ed offrirono una soffice poltrona e un frappè al cioccolato alla Signorina Pace. Non a caso tutte e tre erano donne.

Meno male che Fini c'è


di EUGENIO SCALFARI

Era stato concepito come un congresso-show e così si è svolto, ma sarebbe grave errore interpretarlo solo come un evento mediatico. Il Popolo della libertà ha ancora l'apparenza d'un partito di plastilina, malleabile e manipolabile con facilità, ma ha un'armatura di ferro costituita da interessi largamente diffusi nella società italiana: le partite Iva, le piccole imprese, il lavoro autonomo, le clientele del Sud e delle isole, i disoccupati e i giovani in cerca di lavoro. A suo modo è un blocco sociale che crede di aver trovato la sua rappresentanza e la sua tutela nel carisma berlusconiano.

Lo show fa parte della rappresentazione, serve a celebrare il Capo che oggi sarà incoronato; ha anche i suoi aspetti impietosi che rivelano lo spirito del luogo. Uno di tali aspetti l'abbiamo colto nell'esibizione dei quattro giovani che hanno parlato in apertura del congresso. Non tanto per i discorsetti che hanno letto quanto per i gesti di commento del Capo seduto in platea. Quando uno di essi l'ha chiamato eroe lui ha alzato il dito pollice in segno di euforica approvazione e di nuovo l'ha alzato quando un altro ha aggiunto che tutto quanto di buono è stato fatto in Italia lo si deve soltanto a lui. Il giorno dopo, durante il discorso di Fini nei suoi passaggi più dissenzienti, la maschera del Capo era del tutto diversa: un sorriso-smorfia gli increspava le labbra e il teleschermo diffondeva quell'immagine di evidente fastidio che le parole del presidente della Camera gli suscitavano.

Intanto la colonna sonora dello show passava dall'inno di Mameli all'inno alla gioia beethoveniano per affidare alla canzone "Meno male che Silvio c'è" la conclusione della sigla musicale.

Un'altra osservazione, per restare ancora sullo show: nella grande platea predominavano le bionde e nelle primissime file i giovani e le giovani di bell'aspetto perché al Capo piacevano così e così è stato fatto. Alcune (attendibili) malelingue dicono che per esaurire in modo conveniente i 56 posti a sedere di ogni fila, gli organizzatori siano anche ricorsi ad appositi centri di ricerca di figuranti e comparse, ma forse non è vero.
Ci sarebbe molto altro materiale per irridere, ma sarebbe inadatto a commentare un congresso serio e importante; perciò cambiamo registro.

La prima conclusione da trarre contrasta con quanto dicono alcuni attendibili sondaggi circa la durata del nuovo partito quando il suo leader non sarà più Silvio Berlusconi. Quei sondaggi dicono a forte maggioranza che il partito si dissolverà, non sopravviverà al suo fondatore. Ma a noi sembra sbagliato. La fusione con Alleanza nazionale non gli porta idee diverse con le quali confrontarsi, ma gli porta una prospettiva di durata che va oltre la sua leadership. Questo sì, è il plusvalore che Forza Italia, se fosse rimasta sola, non aveva. An è meno liquida di Forza Italia, perciò ha maggior resistenza al trascorrere del tempo e questo è il valore aggiunto di questa fusione.

Perciò, quale che sarà il leader che verrà dopo Berlusconi, il partito nato oggi ci sarà ancora per lunghi anni e non sarà facile smontare il blocco sociale che intorno ad esso si è coagulato. In altri tempi l'abbiamo creduto ma oggi crederlo ancora sarebbe profondamente sbagliato. La sinistra si dovrà confrontare a lungo e seriamente con questa realtà a cominciare da subito se ci riuscirà.

La parola popolo è stata quella più pronunciata nei vari interventi congressuali e soprattutto nel discorso di apertura del premier. Il quale ha fatto di quella parola il pilastro della sua concezione politica e istituzionale. Il popolo sovrano esprime il leader. Nel caso nostro è piuttosto il leader che ha costruito politicamente quel popolo, questo merito (o demerito) gli va onestamente riconosciuto.
Tra il popolo e il leader non ci sono intermediari e se ci sono vanno spazzati via o conservati come semplici simboli senza funzioni.
Il popolo si esprime plebiscitando il leader e votando per il suo partito e instaura in Parlamento, nelle Regioni, nei Comuni, la legittima dittatura della maggioranza che è lo strumento tecnico per trasformare in norme giuridiche e atti di governo le decisioni del Capo.

Nel suo discorso di apertura Berlusconi ha fatto un elenco dei valori comuni a tutto il Popolo della libertà. Il primo valore è, ovviamente, la libertà stessa. Il secondo la modernizzazione. Il terzo la meritocrazia. Il quarto l'identità nazionale a formare la quale entrano in gioco il mito della romanità, i Comuni e le Repubbliche marinare del medioevo, il Rinascimento, il Risorgimento, De Gasperi e ovviamente la Chiesa, Craxi e infine lui, il nuovo eroe (scusate se torno ad usare questa parola ma essa fa parte integrante della sostanza della concezione politica berlusconiana).
In quel lungo discorso di 90 minuti manca del tutto una menzione. Si parla di libertà, si parla di democrazia, si parla di Costituzione, si parla di giustizia sociale, ma non una menzione e neppure il concetto della divisione dei poteri. Cioè di stato di diritto. Cioè di controllo. I poteri di controllo politico del Parlamento. I poteri di controllo costituzionale del Capo dello Stato e della Corte. I poteri di controllo di legalità della magistratura.
Neppure un cenno alla natura indipendente di tali poteri. Si parla invece diffusamente del potere sovraordinato del leader scelto dal popolo di fronte al quale tutti gli altri debbono essere subordinati, rotelle d'un ingranaggio, o debbono scomparire perché inutilmente lenti, frenanti, ostacolanti, incompatibili con la cultura del fare.

Il fare non è un obbligo, è inerente alla vita di ciascuno, il fare costituisce il senso stesso della vita. Una vita inerte è una non vita. Non è dunque una cultura, quella del fare, ma un fattore biologico come il respiro, il movimento, il desiderio, la speranza. Insomma il senso.
Oppure il fare è una nevrosi, un'egolatria, un'ipertrofia dell'io, che per realizzarsi deve sopra-fare: fare intorno il deserto, sbarazzarsi dei corpi intermedi, di ogni opposizione, di ogni stato di diritto, di ogni organo di controllo. Perciò l'aspirazione e l'evocazione d'un consenso che superi il 50 per cento degli elettori.
Le monarchie di diritto divino, quelle dell'"ancien régime", erano collegate al popolo senza intermediari, in lotta perenne contro i Parlamenti e contro i nobili. Lo Stato faceva tutt'uno col patrimonio del Principe, che riuniva in sé il potere di fare le leggi e di eseguirle oppure di ignorarle a suo piacimento. Le monarchie costituzionali (lo dice la parola stessa) furono tali perché soggette alla Costituzione. Perché la magistratura conquistò l'indipendenza. E i Parlamenti divennero i destinatari delle scelte del popolo sovrano.
Tutto questo per dire che la concezione politica di Silvio Berlusconi fa a pugni con l'obiettivo della rivoluzione liberale da lui indicato come il fine principale del Popolo della libertà.

Ma ci sono altre ragioni per le quali quella rivoluzione non si farà e non s'è mai fatta: gran parte degli interessi agglomerati e rappresentati dal centrodestra sono contrari ad essa così come gli sono contrari gran parte degli interessi rappresentati dalla sinistra. Perciò i tentativi di rivoluzione liberale in questo paese sono sempre falliti. Per il conservatorismo innato nella destra e nella sinistra. Li ha sostenuti soltanto il riformismo nei brevissimi periodi in cui ha governato: nel quindicennio giolittiano del primo Novecento, nella fase riformatrice di De Gasperi-Vanoni, nelle regioni centro-settentrionali guidate dall'egemonia socialdemocratica del Partito comunista e nel triennio prodiano del 1996-'98 abbattuto dalla sinistra.
C'è ancora una pepita di riformismo nel Partito democratico che stenta tuttavia a farne un valore condiviso dai suoi aderenti. Sarà una lotta lunga e dura.
Quella di Berlusconi è più facile perché fa appello ad una costante psicologica degli italiani: l'antipolitica. In nessun paese dell'Occidente l'antipolitica è un sentimento così diffuso e questa è una delle cause che ha ridotto la politica ad un livello poco meno che abietto; è un corpo separato e quindi aggredito e aggredibile da tutte le disfunzioni e da tutti gli inquinamenti.

Nel secondo giorno il congresso del Popolo della libertà ha cambiato faccia con il discorso congressuale di Gianfranco Fini. Non sembri una sviolinatura al "compagno" Fini, premio di consolazione ai disagi della sinistra, ma è invece un'analisi oggettiva d'un intervento degno di un uomo politico che ormai ha acquisito lo spessore d'un uomo di Stato.
Gran parte di quel discorso Fini l'aveva già pronunciata al congresso di scioglimento del suo partito pochi giorni fa, ma averlo ripetuto al congresso del nuovo partito in presenza del suo re incoronato e del suo pubblico devoto e osannante è un atto di coraggio che non si può sottovalutare.
All'inizio ha dovuto bruciare qualche grano d'incenso alla lungimiranza di Silvio, alla perseveranza e alle capacità di Silvio, alla sua lealtà e qualche altro grano di assenzio nei confronti della sinistra, della sua incapacità riformatrice e del suo sguardo perennemente rivolto al passato. (Ma Fini ha voluto dimenticare che vengono dalla cultura della sinistra alcune regole di mercato come la creazione della Consob e dell'Autorità antitrust, l'obbligo di trasparenza delle società quotate in Borsa, la legge sull'Offerta pubblica di acquisto-Opa e infine la massima delle riforme della storia italiana, l'abbandono della lira e l'adozione dell'euro. Non sono fatti che smentiscono le sue affermazioni, onorevole Fini ?).
Ma poi è cominciata la parte vera del discorso ed è allora che il volto del Capo si è impietrito nel sorriso-smorfia e la variazione somatica è apparsa anche evidente sui volti dei suoi ex colonnelli di An.
Fini ha detto che il nuovo partito dev'essere pluralista. Che su Berlusconi, capo indiscusso, incombe però il compito di garantire quel pluralismo. Che è necessario intraprendere una riforma costituzionale per instaurare una democrazia governante. Ha insistito tre volte su questo binomio e la terza volta l'ha scandito perché entrasse nella memoria degli ascoltatori. E ne ha spiegato il senso: maggior potere al governo e al premier per governare con la rapidità richiesta dai tempi; ma anche maggiori poteri di controllo democratico al Parlamento. Se non è governante la democrazia affonda, se non è democratica si trasforma in autocrazia. Le due parole stanno insieme o affondano insieme.
Ha parlato del principio di legalità (che Berlusconi non aveva neppure nominato) come dire dello stato di diritto. Ha auspicato che il Partito democratico si riconsolidi ricordando che esso è portatore di valori necessari ad una democrazia compiuta. Ha descritto come sarà l'Italia tra dieci anni, pluri-etnica, pluri-religiosa, pluri-culturale, e quindi la necessità di prepararsi a questi eventi soprattutto nella scuola, nelle norme di integrazione e nel rispetto dei diritti ai quali debbono corrispondere i doveri sia dei cittadini che degli immigrati. Ha ricordato il diritto di esser curati anche per gli immigrati clandestini.

Il finale a sorpresa l'ha introdotto con una citazione latina: "In cauda venenum". E poi: "La legge che avete votato al Senato sul testamento biologico è una cattiva legge, lede i diritti di libertà. So di essere in minoranza su questa questione e sul mio concetto di laicità dello Stato, ma mi auguro che ci ripensiate".
Così ha concluso. Se avesse un Apicella, forse gli scriverebbe una canzone e la intitolerebbe "Meno male che Fini c'è" ma forse lui invece di alzare il pollice, gliela strapperebbe in faccia. O almeno così si spera.

(29 marzo 2009)

Berlusconi, dal congresso solo applausi


di ALESSIO SGHERZA

Berlusconi è sceso da poco dal palco mentre le reazioni al suo discorso di insediamento come presidente del nuovo Popolo della Libertà iniziano ad arrivare. L'unico commento critico dall'interno è di Roberto Menia (ex An) che sottolinea l'assenza di risposte, nell'intervento del premier, alle questioni sollevate ieri da Gianfranco Fini: "E' stato - ironizza Menia - un discorso didascalico. Ho apprezzato ieri Fini che ci ha dato delle sollecitazioni alle quali immaginavo il premier avrebbe risposto oggi. Forse lo farà domani...".

A parte questa voce dissonante, dai rappresentati del nuovo partito è un coro unanime di apprezzamenti. In cui ognuno sottolinea elementi diversi. "Penso che il passaggio fondamentale - commenta Roberto Formigoni - sia quando Berlusconi dice che devono essere fatte le riforme. Le abbiamo fatte in passato e le hanno cancellate. Auspichiamo che l'opposizione non sia sul no pregiudiziale". Sulla stessa linea il capogruppo Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto: "Sulle riforme istituzionali non riusciamo a capire qual è il punto di equilibrio del Partito democratico e Berlusconi è stato chiarissimo: ci auguriamo di farlo in due ma non ci faremo arrestare dai veti".

Berlusconi non ha parlato del referendum? Giusto così, secondo Italo Bocchino, vicecapogruppo Pdl alla Camera: "Ha eluso la questione perché credo che come presidente del consiglio abbia il dovere di farlo. Il governo deve decidere la data e dunque è parte in causa". E sul testamento biologico, altra questione evitata dal premier? Bene anche quello: "E' una legge di iniziativa parlamentare - continua Bocchino - quando Berlusconi parla lo si accusa di invadere il campo del parlamento, quando tace per rispettare il parlamento lo si accusa di non aver parlato, dobbiamo metterci d'accordo".

Matteoli, sulla questione testamento biologico, preferisce commentare: "Berlusconi si era già espresso precedentemente per la libertà di coscienza, una presa di posizione molto chiara che condivido completamente". La Boniver spiega che "la tenace capacità dimostrata in 15 anni da Berlusconi fa ben sperare che le tante agognate riforme, di cui l'Italia ha un disperato bisogno, potranno realizzarsi". Si allinea la Gelmini: "Quello di Berlusconi è stato un messaggio di speranza e di fiducia che guarda soprattutto alle nuove generazioni".

Da Udc e opposizione arrivano le critiche. "L'intervento di Berlusconi - sostiene Pier Ferdinando Casini - ha ricalcato il discorso della discesa in campo del '94. Solo che Berlusconi da allora la metà del tempo l'ha passata a Palazzo Chigi e dice oggi le stesse cose di allora come se fosse Alice nel paese delle meraviglie. Ma tutte le cose che chiede avrebbe dovuto farle lui, non mi pare che nessuno glielo abbia impedito".

La senatrice Anna Finocchiaro (Pd) ragiona sulle ripercussioni del discorso di Fini ieri sul Berlusconi di oggi: "E' evidente che le parole di Fini hanno messo in difficoltà il premier, costringendolo a reticenze e incertezze su tante cose, a partire ad esempio dal testamento biologico e dal referendum". Pier Luigi Bersani (Pd): "Molta retorica, molta autocelebrazione, un'ennesima auto apoteosi di Berlusconi, le parole sulla crisi sono state di una distanza stellare dalla realtà".

Il carico da novanta lo mette, come sempre, Antonio Di Pietro. "Da Berlusconi - dice il leader dell'Italia dei Valori - un tipico discorso da vero e proprio ducetto: vuole azzerare la Costituzione e diventare il padre padrone della sua nuova 'azienda Italia'. Propone la riforma dei regolamenti parlamentari al solo fine di eliminare definitivamente quel che lui considera un inutile ingombro, ossia l'opposizione; pretende che vengano dati maggiori poteri al Premier, cioè a lui, così avrà mano libera su quello che lui percepisce come una zavorra: la democrazia. Insomma - chiude Di Pietro - dopo il controllo dell'informazione, l'attacco all'indipendenza della magistratura, l'indebolimento del sindacato, ecco il potere assoluto".

(29 marzo 2009)

L'inceneritore e l'acqua santa del vescovo


29/3/2009
LORENZO MONDO

Benedizione negata all’inceneritore che ha preso il via ad Acerra. Il vescovo Giovanni Rinaldi ha ribadito così la sua avversione all’impianto che, oltre a smaltire una significativa quantità di rifiuti, rappresenta un evento di portata simbolica: un’inversione di marcia rispetto all’inerzia davanti a una emergenza ambientale che ha sfigurato l’immagine di Napoli e della Campania. Il vescovo reputa che l’inceneritore sia dannoso per la salute del suo gregge. Peccato che a pensarla come lui siano poche centinaia di dimostranti che fanno oggetto della protesta anche le discariche e i siti di stoccaggio. Vien da chiedersi quali altri rimedi propongano, oltre ai costosi convogli di immondizia avviati in Germania.

Berlusconi esulta, con buone ragioni, dopo avere posto termine ai mille ritardi che hanno ostacolato la realizzazione dell’opera. Ha ricevuto tra l’altro i complimenti del Presidente della Repubblica e gli applausi, concessi magari controvoglia, di Bassolino e della Iervolino. L’assessore regionale al Turismo, Claudio Velardi, si spinge più in là, celebrando la sconfitta di una «dannosa cultura del no». Non si capisce, davanti a questo schieramento, confortato dalla maggioranza dei cittadini, l’impuntatura del vescovo di Acerra. Fatta salva la libertà del dissenso e il diritto di impartire a piacere una benedizione, non si tratta di questione che riguardi la retta dottrina. Qui valgono soltanto le competenze di natura tecnico-scientifica, la fiducia che bisogna accordare, sia pure con l’onere della prova un esperto come il sottosegretario alla Protezione civile Guido Bertolaso, il quale sostiene che le emissioni di fumo ad Acerra saranno inferiori a quelle di una normale centrale elettrica.

Può un vescovo contestare aprioristicamente queste affermazioni? Non sembra un atteggiamento illuminato assumere posizioni populistiche, sposare le indiscriminate proteste che giungono da comunità non esenti, come dimostrato in molti casi, da infiltrazioni camorristiche. E che, in ogni caso, ubbidiscono a una strenua difesa del proprio «particulare». La buona fede non giustifica l’imprudenza, che non appartiene, se non erro, alle virtù teologali.

Il coma dell'anima


BARBARA SPINELLI
29 MARZO 2009

Non è solo il corpo a esser sequestrato, dalla legge che il Senato ha approvato sul testamento biologico. Molte cose giuste sono state scritte sullo Stato espropriatore, ma la presa di possesso oltrepassa l’organico. È la vita a essere sequestrata, nel suo scabroso intreccio tra materia e spirito, corpo e anima. Più precisamente, è l’idea che da millenni ci facciamo del vivere bene, che non è mero vegetare ma vivere pensando, ragionando, capendo chi soffre. In questo viver bene, il pensiero della morte è, oltre che centrale, il più vitale dei pensieri. Non è il finale segmento della strada terrena, ma quel che le dà profondità, sapore. Per la filosofia antica, a cominciare da Platone, l’esistere saggio consiste proprio in questo: nel prepararsi alla morte, l’anima impara a esser «tutta raccolta in sé»; s’abitua a vivere «senza impacci», più liberamente sceglie la virtù.

Socrate parla nel Fedone di questo prepararsi e lo chiama esercizio di morte, melete thanatou: allenamento, meditazione. Un po’ più tardi, Seneca e Marco Aurelio diranno che ci si allena vivendo ogni giorno come fosse l’ultimo: non per fatalismo ma per aguzzare l’intelligenza, la perfezione.

Posso vivere bene o male il mio giorno: ma se è l’ultimo il bene peserà di più e anche il male, non potendolo più riparare. Il testamento biologico doveva essere proprio questo: una preparazione del fine vita e un ripensare la vita stessa, un rammemorarla, un predisporre autonomamente la sua conclusione in caso di non-coscienza, senza ledere il prossimo e senza dipendere da tutori non scelti. Doveva essere un esercizio di morte: un atto del vivere bene.

La legge approvata in Senato, se non sarà cambiata dalla Camera, non lo permette. La Dichiarazione anticipata non è vincolante (articolo 7 della legge), e contro la nostra volontà dovremo esser nutriti e idratati artificialmente. La legge e lo Stato non si limitano a gestire al nostro posto i corpi, ma meditano, si esercitano, vivono insomma, al nostro posto. Chi si esercita a morire è sentinella - il verbo greco ha la stessa radice. Vivere bene è vigilare su di sé, darsi da soli una legge (questo è: auto-nomia). È lo Stato a divenire ora sentinella, non solo ai confini d’un territorio geografico ma alle frontiere stesse dell’essere. Diventa bio-potere, bio-politica: due parole che Michel Foucault coniò nei primi Anni 70, quando studiò la clinica e la metamorfosi della medicina. Il sovrano che decide della vita e della morte non lascia solo vivere ma «fa vivere»: complice della tecnica, della scienza, di una Chiesa sbandata, determina i cicli vitali. Beppino Englaro non ha torto quando dichiara: «Adesso lo Stato si crede Dio». Fini, parlando della legge ieri al Congresso Pdl, ha ammonito contro lo Stato etico e l’abbandono dello Stato laico.

Molto più del corpo è dunque in gioco. Sono in gioco l’essere dell’uomo e l’antichissima arte medica, già in mutazione secondo Foucault dalla fine del ’700. È quel che fa capire Umberto Veronesi, quando il 18 marzo dice in Senato: «La medicina tecnologica moderna è in grado di spostare il termine della vita al di là della morte naturale, introducendo una vita artificiale che permette agli organi del corpo umano di rimanere vitali, anche senza attività cerebrale, senza coscienza, senza pensiero, senza vista, udito, parola». Nutrimento e idratazione forzati dei comatosi non sono trattamenti terapeutici ma «forme di sostegno vitale», dice la legge, e anche questo è opinabile. Il trattamento forse non è terapeutico ma di sicuro è sanitario (Veronesi ha descritto crudamente l’inserimento di tubi nei corpi), e fa violenza anch’esso alla natura e a Dio. Foucault parla, a proposito della nascita della clinica, della fine della medicina aspettante e dell’avvento della medicina interventista, tecnologica. Il medico aspettante non rompe il rapporto con la natura. Spera di dominarla meglio, ma conosce il limite, non punta ad annullare la morte, la sua necessità. I rivoluzionari del ’700 crearono le cliniche non solo istituendo un nuovo clero - i medici pagati con i beni confiscati alla Chiesa - ma presumendo addirittura di abolire la malattia.

Quando lo Stato s’impadronisce dell’esercizio di morte non nega all’uomo solo la libertà. Gli toglie la responsabilità: quella di riconoscere la finitezza dell’essere. Per questo non è appropriato parlare esclusivamente di diritti calpestati. Calpestato è il senso del dovere che impregna il viver bene, se è vero che il pensiero della morte, per chi voglia redigere il più importante dei testamenti (quello che riguarda non gli averi, ma l’essere) è meditazione sul proprio presente e memoria di una vita fatta di emancipazioni.

Il contrario dell’esercizio di morte è l’indifferenza e dunque più fondamentalmente: la perdita di controllo su di sé, l’anticipato coma dell’anima. Per lo Stato che monopolizzando ogni cosa si sostituisce alla natura, il cittadino comatoso è l'ideale. Non contano l'uomo e i suoi modi scritti o verbali di allenarsi alla morte. Conta il corpo nudo, «gettato lontano» nelle cliniche, come scrive Rilke nel Malte Laurids Brigge. Contano il sovrano, e le macchine con cui esso piega la volontà delle persone. Quella che viene strappata all’uomo, in realtà, è la condizione di maggiorità (la sua Mündigkeit, direbbe Kant). Non a caso il sottosegretario Eugenia Roccella paragona il comatoso irreversibile, trafitto anche senza volerlo da sonde nutritive, a un neonato nutrito col biberon.

Chi immaginava un vero testamento biologico dovrà ricordarlo. Come quel neonato dovrà vedersi da ora in poi allo specchio, se la legge passerà: infantilizzato, dotato di diritti dell’infanzia ma gettato nella prigione del coma senza aver potuto sventare in tempo lo stato di minorità. Dovrà vedersi non come bamboccione ma addirittura come lattante, titolare di diritti ma privo di responsabilità.

La maggiore età è per Kant la facoltà che ciascuno possiede di determinare se stesso, di parlare e pensare per proprio conto in indipendenza e libertà, di sfuggire la minorità. È così comodo esser minorenni, e lusinghiero per chi ci vorrebbe poppanti: «A far sì che la stragrande maggioranza degli uomini (e con essi tutto il bel sesso) ritenga il passaggio allo stato di maggiorità, oltreché difficile, anche molto pericoloso, provvedono già quei tutori che si sono assunti con tanta benevolenza l’alta sorveglianza sopra costoro. Dopo averli in un primo tempo istupiditi come fossero animali domestici e aver accuratamente impedito che queste pacifiche creature osassero muovere un passo fuori dal girello da bambini in cui le hanno imprigionate, in un secondo tempo mostrano a esse il pericolo che le minaccia qualora tentassero di camminare da sole» (Kant, Risposta alla domanda: cos'è l'Illuminismo?).

Chi aspira alla maggiorità si guarderà dall’esaltare valori supremi, che sempre hanno qualcosa di guerresco: abbassando ogni altro valore, il Valore Supremo diventa Unico. Il bello delle costituzioni è di ammettere le contraddizioni (c’è il valore della vita, ma anche il rispetto dell’autodeterminazione personale). Trovare un equilibrio tra valori significa non vederne più di supremi. È una delle forme del viver bene, e della laicità.

Vivere bene vuol dire anche, per chi auspica veri testamenti biologici, ascoltare punti di vista diversi (come fa la Costituzione). È vero che togliere cibo e acqua è rischioso eticamente: se mi affido a un medico, devo non temere - lo diceva il filosofo Jonas - che si trasformi in boia, servendo magari interessi estranei (i trapianti, il desiderio di sbarazzarsi dei vecchi in società senescenti). È vero che urge perfezionare le terapie del dolore, perché spesso più che morire temiamo il soffrire. Sono obiezioni sostanziali; vanno ascoltate: purché il malato non sia ridotto a lattante.

Furboni galattici


di Roberto Rossi

Associazione per delinquere, estorsione, esercizio illegale dell’attività medica, truffa. Bandita dal Kazakhstan, messa sotto accusa in Francia, Germania, Belgio, oggi Scientology è forse il più controverso e ricco “movimento religioso” esistente. Tom Cruise, Katie Holmes, John Travolta, Kelly Preston, l’attrice e cantante Juliette Lewis, Priscilla Presley, i musicisti Chick Corea e Isaac Hayes, la lista delle star di Hollywood che la seguono è lunga. Così come le denunce davanti ai magistrati.

In tutta Europa, Italia compresa. Dove Scientology è presente con 11 “chiese”, oltre 20 “missioni”, un fatturato, stimato in difetto, che varia dai 10 ai 50 milioni annui. E un seguito di 5mila persone. Tutti devoti alle parole di L. Ron Hubbard. Uno scrittore di fantascienza che nel 1954 fondò la setta. Con una peculiare teoria: gli esseri umani sarebbero spiriti esiliati sulla Terra dall’Imperatore Xenu, che 75 milioni di anni fa governava sui 26 pianeti della Confederazione galattica. Lo scopo di Scientology è, quindi, liberare dai traumi legati a questa esperienza e recuperare le reali capacità della mente. Attraverso un cammino chiamato «Ponte verso la libertà». Che prevede livelli di «auditing» (33) per raggiungere lo stato di «clear» («ripulito») e, in seguito, quelli di «OT» («tethan operante»). Ad ogni livello nuovo materiale. A pagamento. Il culto del denaro è un credo molto in voga in Terra e, come pare, anche nella Confederazione galattica.

Punto “A”: «Fare soldi». Punto “B”: «Acquisire più soldi tramite stanziamenti per le spese (teoria dei fagioli)». Punto “C”: «Non impegnarsi in spese che vadano al di là delle future possibilità di pagare». (...) Punto “J”: «Fare soldi». Punto “K”: «Fare più soldi». Punto “L”: «Fare in modo che altre persone producano così da fare più soldi». Ecco il credo che orienta gli interni di Scientology incaricati di raccogliere fondi. La «policy» dominante delle finanze scritta dal fondatore Ron Hubbard. Sta in documento revisionato e classificato ed è il succo, l’essenza, dell’organizzazione. Una vera e propria multinazionale. Che aggancia il suo pubblico con diverse forme di reclutamento. Molte di queste occulte, tramite una serie di associazioni che operano nel campo della scuola, dell’assistenza ospedaliera, del volontariato, che si insinuano nell’imprenditoria, nella cura delle tossico dipendenze, sponsorizzati anche da istituzioni, sindacati e associazioni di categoria, con i quali firmano contratti per corsi di miglioramento della personalità, di analisi del comportamento. Che altro non sono se non porte. Porte d’ingresso a Scientology.

Gli «studenti» di Narconon “Narconon”, ovvero «Non narcolessia», è una di queste. Fa parte di “Able” (Association for Better Living and Education), un’associazione che raccoglieva anche i gruppi “Criminon” ed “Education”. Il primo dedicato al recupero di carcerati, il secondo contro l’analfabetismo. Esperienze in parte chiuse in Italia. Al contrario di quella di Narconon. Che si dovrebbe occupare del recupero dei tossicodipendenti. In Italia ne esistono sei: Il Gabbiano (Lecce), Astore (Pesaro), Alfiere (Pesaro), Albatros e Falco (Cosenza) e il Grifone (Catania). Di questi solo il primo, a Nardò in provincia di Lecce, ha avuto un riconoscimento formale dalla regione Puglia nel 2005. Ed è proprio in virtù del riconoscimento pugliese, il 18 luglio scorso, in un incontro organizzato dal sottosegretario con delega alle tossicodipendenze Carlo Giovanardi, Narconon ha acquisito ufficialmente il diritto di parola in un contesto governativo. Una sorta di lasciapassare per la V Conferenza nazionale sulle tossicodipendenze che si è tenuta a Trieste dal 12 al 14 marzo. C’è voluta un’interrogazione parlamentare (a firma Lenzi) e la presa di posizione di alcune associazioni del settore, come Itaca Italia, per sollevare il caso.

Questo perché Narconon è generalmente considerata fuori da ogni consesso scientifico e istituzionale. Non divulga dati, metodi e risultati. Non si conosce neanche il numero di tossicodipendenti che vi transitano e non è ammessa nel Forum of Civil Society, un coordinamento di 35 grandi associazioni che operano sulle dipendenze costituito dalla Commissione europea. Mentre le altre strutture sono periodicamente controllate e retribuite dallo Stato (con una retta di 45 euro al giorno), Narconon non ha forme di controllo. Vende un presunto programma disintossicante per 20mila euro senza dichiarare il suo legame con Scientology. Il che è un controsenso. Perché ciò che in effetti si vende, dopo aver fatto superare la crisi di astinenza a colpi di massicce dosi di vitamine e saune (non sono consentite medicine), sono una serie di corsi base per entrare nella setta. «I Narconon - si legge in un documento interno di Able di qualche anno fa - finora hanno sempre fornito un ottimo flusso di studenti per le organizzazioni di Scientology».

Tra ospedali.... La guida che dà suggerimenti sulla «disseminazione», cioè su come avvicinare le persone, è contenuta in un documento dell’”Hubbard Communication Office”. Dopo il contatto personale e la vendita di libri, il terzo suggerimento scritto è quello del «contatto da ospedale». «Questo è molto vecchio, non viene quasi mai provato ed è sempre un successo strepitoso», si legge. «Usando un tesserino (...) l’auditor si introduca in un qualsiasi ospedale non settario (...) non dica sulla sul processing (su Scientology, ndr) e dica solo che si vuole occupare dell’anima della gente (...). Non scegliete dei casi in condizioni pessime, inconsci. Puntate sulla corsia di traumatologia e quella di maternità». Che gli ospedali siano un buon centro di reclutamento lo dimostra un accordo siglato, qualche anno fa, tra il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani (Ccdu) e la Federazione Europea per il Volontariato “Tuttinsieme”, che al Molinette di Torino fa assistenza volontaria.

Ed è proprio il Ccdu una delle associazioni più presenti di Scientology. Sostiene di combattere gli abusi perpetrati dalla psichiatria e per la difesa dei diritti umani. È uno dei fondamenti di Hubbard. La psichiatria, in quanto abuso del diritto umano, è da «eradicare». Uno dei cavalli di battaglia è stata la campagna contro il farmaco Ritalin - usato per la cura dell’Adhd (Attention Deficit Hyperactivity Disorder), il disturbo da deficit di attenzione e iperattività nei bambini - denominata «Perché non accada». Aveva avuto il patrocinio della Rai, del Codacons e del Rotary club. Il che aveva permesso al Ccdu di tenere lezioni in comunità centri terapeutici e anche scuole pubbliche.

...e Confindustria Per l’ingresso in queste ultime Scientology ha un altro canale: l’Applied Scholastics, che promuove nel mondo laico i diversi aspetti della dottrina ma che in realtà vende la «Tecnologia di Studio di Ron Hubbard». Nel 1999 ha avuto l’autorizzazione dal ministero della Pubblica istruzione a formare insegnati tramite l’Ancim (Associazione nazionale centro istruzione moderna) con sede a Castelnuovo di Porto vicino Roma. Sempre l’Ancim ha stipulato qualche anno fa con una serie di comuni del reatino collaborazioni per la promozione della cultura svedese. Ma Scientology si è mossa anche tra le forze dell'ordine. Attraverso il gruppo «Giovani in divisa» che nel 2004 ha creato un progetto con il quale, si legge nel sito, ha aiutato i giovani a «superare esami per accedere in corpi di polizia». L’ultimo di questi progetti è stato a Forlì per la formazione dei Vigili Urbani.

Anche il mondo imprenditoriale non ne è immune. Attraverso la Wise (World Institute of Scientology Enterprises) si cerca di convertire aziende alla dottrina offrendo una finta tecnologia di management e di analisi della personalità sui neo assunti. Ad esempio, attraverso il ramo dell’Hubbard College of Administration, Scientology ha ottenuto contratti con la Confindustria di Siracusa e Ragusa, ma anche un contratto con la società di gestione degli aeroporti di Catania. Si legge nei siti ufficiali che sponsorizzano l’evento: «Si offrono tariffe agevolate con sconti fino al 20% su tutti i servizi offerti dall'Hubbard College of Administration di Catania, ma soprattutto un check-up aziendale gratuito». Che proprio servizi non sono. Sono ingressi. Porte occulte che aprono al mondo di Scientology. Nel quale si entra ma si esce con difficoltà.
rrossi@unita.it

28 marzo 2009

Missione compiuta


MARCO TRAVAGLIO
ZORRO
L'UNITA'
29 MARZO 2009

Cinque anni fa, dopo quattro di governo, Berlusconi era politicamente morto: perdeva tutte le elezioni (europee, regionali, provinciali, comunali, circoscrizionali) ed era 10 punti sotto il centrosinistra nei sondaggi.
Poi qualche furbone Ds ebbe la bella pensata di scalare la Bnl con i furbetti del quartierino e di farsi pure beccare.
Risultato: un anno dopo Berlusconi pareggiò le elezioni condannando Prodi a subire i ricatti dell’ultimo partitucolo.
Eppure il governo Prodi, tra una «spallata» berlusconiana e l’altra, non cadeva.
E nel novembre 2007 il Cainano era di nuovo politicamente defunto: s’accompagnava a una Brambilla qualsiasi e fondava un partito qualsiasi sul predellino della sua Mercedes.
Bastava aiutare gli ex alleati in fuga ­ Bossi, Fini e Casini ­ a seppellire quello che l’«amico Gianfranco» chiamava «la comica finale».
Invece l’astuto Uòlter aiutò il cadavere a risorgere.
Ora che Al Tappone viene incoronato imperatore, per capire tutto basta leggere l’intervista di Massimo Calearo, genialmente candidato dal Pd, che plaude sul Corriere alla legge «salva-assassini», cioè alla controriforma Pdl della sicurezza sul lavoro: «Non è con la prigione per gli imprenditori che si evitano le tragedie come quelle della Thyssen».
Ora Calearo dovrebbe spiegare quando mai un imprenditore, fra i tanti che condannano a morte i loro operai e poi ne spostano il cadavere da dentro a fuori il cantiere per inscenare il «tragico incidente», sia finito in prigione.
Casomai non ne trovasse nemmeno uno, dovrebbe rettificare la sciocchezza che ha detto.
O, in alternativa, iscriversi al Pdl.

Vertice dei ministri del Lavoro: in allarme sindacati e industriali. Solo Sacconi chiede ancora cautela


Sono a Roma per discutere del futuro dell'occupazione, i 14 ministri del lavoro che partecipano al G8 allargato. Fino al 31 marzo, Italia, Canada, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Russia, Stati Uniti, Brasile, India, Messico, Sud Africa, Cina ed Egitto, avranno tempo per studiare strategie comuni su come affrontare la crisi e le sue ripercussioni sulla vita delle persone. Insieme a loro, ne discuteranno il segretario generale dell'Ocse Angel Gurria, il direttore generale dell'Ilo Juan Somavia, il primo vice direttore del Fmi John Lipsky e il commissario europeo per gli affari sociali Vladimir Spidla.

Si dovranno rimboccare le maniche, visto che gli ultimi dati diffusi proprio dall'Ocse, parlano di un tasso di disoccupazione che entro il prossimo anno potrà superare il 10 per cento. Si tratta, calcola invece il sindacato mondiale delle Global Unions, di 200 milioni di lavoratori che potrebbero ritrovarsi in condizioni di povertà estrema, in particolare nei Paesi in via di sviluppo ed emergenti, dove non esistono ammortizzatori sociali. Anche secondo l'Ilo, la recessione che abbiamo di fronte sarà «prolungata» e sostiene che prima che il mercato del lavoro si riprenda dovranno passare almeno «quattro o cinque anni».

Non sono solo i sindacati e gli studiosi del lavoro a dirsi preoccupati. Anche il vicepresidente di Confindustria, Alberto Bombassei dice che «la crisi è reale e ci obbliga ad indicare interventi precisi, fermi, chiari e soprattutto rapidi» perché può «mettere a rischio non solo la tenuta dei sistemi produttivi, ma anche quella dell'intero tessuto sociale, per le conseguenze sull'occupazione, la perdita di patrimoni industriali importanti e la dispersione di talenti».

L'unico che continua a negare l'evidenza, purtroppo, è il nostro ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi. Per lui le parole d'ordine continuano a essere «cautela», «prudenza», «ottimismo». «Sarei cauto – dice al G14 – con le diverse previsioni che continuano a essere prodotte perchè spesso le stesse organizzazioni che le fanno sono costrette a correggerle. Non aiuta – aggiunge – il continuo prodursi di previsioni in sequenza l'una con l'altra». «Non so – insiste – se l'Italia sia più lenta nel creare posti di lavoro ma di sicuro è più lenta nel perderli». «La crisi – dice ancora – è innanzitutto una crisi di fiducia dunque è essenziale ricostruire il circolo della fiducia partendo innanzitutto dalla persona. I governi - ha concluso - si sono occupati molto dei mercati finanziari ma il meglio che dobbiamo pretendere ci impone di avere a riferimento le persone. Ciò significa che le politiche sociali e di tutela attiva della persona deve costituire parte integrante delle politiche economiche».

29 marzo 2009

Berlusconi: «Riforme e poteri al premier»


ROMA - Le riforme istituzionali, la necessità di dare più poteri al premier, le ottimistiche previsioni sull'uscita dalla crisi, le elezioni europee. La terza e ultima giornata del congresso fondativo del Pdl, come la prima, è tutta di Berlusconi, che ha pronunciato un lungo discorso conclusivo (71 minuti), dopo l'acclamazione all’unanimità a presidente del Pdl. Assente Fini, ma l'entourage del premier assicura che la sua assenza era prevista e non va caricata di significati politici. Dal Cavaliere non una parola sul bio-testamento e sul referendum elettorale di giugno, argomenti centrali dell'intervento pronunciato sabato dal presidente della Camera.

BERLUSCONI - «Grazie per la vostra fiducia e amicizia, per l'affetto - attacca Berlusconi dal palco -. Mi avete affidato una entusiasmante responsabilità, quella di guidare il Pdl. Mi auguro di essere all'altezza, cercherò di non deludervi mai». Il premier ringrazia Fini per avergli riconosciuto «una lucida follia» («Un po' matto lo sono davvero») e attacca l'opposizione citando le parole di Tremonti: «Questa sinistra è arretrata e faziosa, fa opposizione al paese».


RIFORME ISTITUZIONALI - L'intervento del premier entra nel vivo e il tema principale è quello delle riforme istituzionali: «La Costituzione va rivitalizzata e arricchita. Una delle missioni della nostra maggioranza è ammodernare l'architettura istituzionale dello Stato». Parlando delle riforme, il neopresidente del Pdl lancia strali contro l'opposizione: «Le riforme andrebbero fatte in due, ma dopo le esperienze di questi anni c'è molto da dubitare sulla serietà della nostra controparte. Se ci sarà un atteggiamento di confronto, sarò il primo a rallegrarmene e a darne atto ai leader della minoranza; ma nel frattempo la nostra maggioranza e il Pdl non possono sottrarsi al dovere di fare la loro parte». Berlusconi ribadisce l'urgenza di modificare la seconda parte della Costituzione, «senza stravolgerla».

«PREMIER? POTERI FINTI» - «Noi la riforma istituzionale l’avevamo già fatta, completata nel 2005, ma la sinistra, la stessa che oggi plaude alla richiesta di riforme, impedì di raggiungere la maggioranza dei due terzi del Parlamento e promosse il referendum che abolì quella riforma. La conclamata volontà costituente degenerò in una campagna di insulti, in ridicole accuse di regime. Ora le riforme per la modernizzazione delle istituzioni le stiamo facendo con la nostra maggioranza». «La Costituzione - continua Berlusconi - assegna al presidente del Consiglio dei poteri quasi inesistenti. In altri Paesi, invece, il premier ha poteri veri: in Italia ahimè ha solo poteri finti e così il governo non può intervenire con prontezza e lo Stato non può funzionare. Il Paese ha bisogno di governabilità».


«FUORI DALLA CRISI» - Altro argomento, la crisi economica. «La prima, indefettibile missione del governo è portare l'Italia fuori dalla crisi», senza lasciare indietro nessuno, e ci sarà «un prestito d'onore per tutti i giovani che vorranno aprire un'impresa». Berlusconi parla del federalismo («Una riforma importante, non un tributo alla Lega di Bossi»), sottolineando che «ci sarà una riduzione delle spese inutili e tutto ciò che sarà risparmiato verrà utilizzato per diminuire le tasse». Sul contestato piano-casa: «Sarà dedicato anche e soprattutto ai giovani». Sull'istruzione: «La scuola non sarà più un ammortizzatore sociale. Il titolo di studio non sarà più un pezzo di carta, ma garanzia di lavoro e le famiglie meno fortunate dovranno poter scegliere tra istruzione statale e privata. Saranno premiate le università con gli standard migliori, la selezione del corpo docente non deve essere più una riserva privata per parenti e amici». Sulle donne: «C'è una disparità occupazionale e salariale a danno delle donne, in Italia c'è una questione femminile da risolvere». Sull'ambiente, dopo aver ribadito il via libera alla proposta di Obama di ospitare il forum mondiale e luglio alla Maddalena: «Bisogna far rispettare il divieto di lordare le strade con mozziconi e cartacce, di imbrattare i muri. Dobbiamo riportare le nostre città al decoro».

ELEZIONI EUROPEE - Berlusconi cita l'«ultimissimo sondaggio: siamo al 44% e non ci possiamo accontentare. La società che abbiamo costruito sopravviverà ai nostri fondatori». Il Pdl - sottolinea - «dovrà essere una fucina di idee e di programmi. Tutto questo se non diviene correntismo è lievito della democrazia». Rivendica un merito: «Abbiamo introdotto in politica la vera moralità del fare. Che un eletto non rubi è il minimo, ciò che bisogna pretendere è che onori il programma assunto con i cittadini». Infine, guardando avanti alle elezioni europee e annunciando la propria candidatura a capolista del Pdl, lancia il guanto della sfida a Dario Franceschini: «La mia candidatura è una candidatura di bandiera, una bandiera dietro la quale un vero leader chiama a raccolta il suo popolo. Sarebbe bello che anche il leader dell'opposizione, se è lui stesso un leader, facesse altrettanto». «Le prossime elezioni europee sono molto importanti - conclude -. Puntiamo a diventare il primo gruppo nel Ppe». Un discorso di 71 minuti, interrotto da una sessantina di applausi. Alla fine il premier invita i ministri e i dirigenti del partito a salire sul palco per rivolgere un saluto ai seimila delegati e oltre tremila ospiti. Con la promessa di «portare il Paese fuori dalla crisi economica» e di «cambiare l’Italia difendendo la democrazia e la libertà».

COORDINATORI - Prima di Berlusconi hanno parlato i tre nuovi coordinatori del Pdl, Sandro Bondi, Ignazio La Russa e Denis Verdini. Durante l'intervento del ministro della Difesa sullo schermo vengono proiettate le immagini del video «Grazie ragazzi», dedicato ai militari italiani in occasione della festa del 4 novembre. La Russa parla «agli amici della Lega»: «Sono convinto che si possa trovare un percorso, ma devono sapere che vanno rinnovate le formule di intesa per una più vicina e forte assimilazione. La competizione non è un male ma non può non essere ad armi tra pari tra alleati. Non può dunque essere quella in cui tocchi sempre al Pdl di farsi da parte, perché noi dobbiamo dare delle risposte ai nostri elettori». Un pensiero è rivolto a Casini: «Il percorso verso il bipolarismo per noi è irrinunciabile, lo dico all'Udc». Nel suo intervento Verdini ha parlato della forma dello Stato, preannunciando le parole del Cavaliere: «Penso che non sia un fatto eversivo parlare della seconda parte della Costituzione e puntare al presidenzialismo».

STATUTO - In apertura dei lavori è stato approvato lo statuto del Pdl, 4 i voti contrari e 5 gli astenuti sui 5.820 delegati. Per effettuare la votazione, avvenuta per alzata di cartellino giallo, è stato fatto salire sul palco il notaio Antonio Patella, che ha verificato la correttezza delle procedure e l'assenza di ricorsi. Con tre voti contrari e 2 astenuti è stato eletto il collegio dei probiviri, composto da nove membri. La sala piena di bandiere tricolore e bandiere bianche con lo stemma azzurro del Popolo della Libertà, assenti i giorni scorsi.

29 marzo 2009