giovedì 29 aprile 2010

Bersani a Fini: "Noi disperati? Lui sia coerente" E il leader Pd attacca il ddl intercettazioni


Polemizza con Fini che definisce la sinistra "disperata". E annuncia una opposizione durissima al dl intercettazioni. Il leader democratico Pier Luigi Bersani, dai microfoni di Rainews24 parla anche di riforme e del "patto repubblicano" attorno alla Costituzione. "E' un appello che ho rivolto non solo al presidente della Camera e prima del suo strappo. Servono riforme ancorate alla Costituzione ed intorno ad essa si può costruire un patto repubblicano".

Sulle mosse del presidente della Camera si interroga anche Massimo D'Alema. Che, intervistato dal Corriere della Sera, sostiene che sarebbe un "errore" non comprendere che Fini è un interlocutore". Bersani, invece, è più freddo: "Faccia quello che ritiene, io credo però che debba mostrare la sua coerenza in passaggi parlamentari come i temi economici o norme come quella sulle intercettazioni e la giustizia". Il presidente della Camera, secondo Bersani, "solleva problemi veri ma dentro uno schieramento dove è impossibile risolverli, quindi questo battibecco avrà scarsi esiti pratici". Ma D'Alema la vede diversamente: "'La crisi che si e' aperta nel centrodestra è vera e profonda, non è uno scontro personale o una sceneggiata, e ci sono alcuni temi su cui serve uno "spirito bipartisan".

Poi il segretario del Pd torna sul tema della riforme. Le stesse che D'Alema giudica "impossibili" in questa legislatura. "La nostra proposta nasce dal tema: ci vogliamo convincere che il meccanismo di deformazione populista della nostra democrazia, che prometteva decisioni, è la ragione vera per cui le decisioni non le prendiamo? Vogliamo accelerare in curva, discutendo la bozza Calderoli? Io rivolgo a tutte le forze attente a questo problema, politiche, sociali e culturali, un tema di attenzione: dobbiamo riformare un meccanismo istituzionale ancorandolo saldamente ai principi della nostra costituzione. Attorno a questo bisogna fare il patto repubblicano, che agirà negli appuntamenti parlamentari e mi auguro anche nel Paese" dice Bersani. Per D'Alema, invece, I'ostacolo vero non è Fini "ma la posizione di Berlusconi. Per fare riforme serie e stabili è del detto evidente che serva un dialogo vero fra le forze politiche. Mentre Berlusconi vuole un monologo, non un dialogo".

Infine, sul dl intercettazioni, il segretario del Pd definisce la la norma "fin qui insufficiente". Per Bersani "non si può indebolire uno strumento essenziale per indagini come quelle di mafia. Se resta così sarà opposizione dura".

(29 aprile 2010)

Pdl, scontro aperto sulle dimissioni di Bocchino Il vicecapogruppo: "Il premier mi ha epurato"


"Berlusconi ha chiesto la mia testa. Non esiste un solo partito democratico dove possa accadere ciò che è accaduto oggi". Italo Bocchino accompagna così la lettera di dimissioni da vicepresidente vicario del gruppo del Pdl alla Camera. Una missiva che sembrava poter stemperare il clima di tensione all'interno del partito del Cavaliere. Che, dopo le accuse di Bocchino, riesplode con violenza. E' lo stesso esponente 'finiano' a svelare il retroscena: "C'è stata una direttiva di Berlusconi durante Ballarò - spiega ai giornalisti - che chiedeva la mia testa. Berlusconi commette un grave errore che è quello di colpire il dissenso, colpire chi è in vista per educarne cento. Ma questo non porterà il partito lontano".

L'ex vicecapogruppo è un fiume in piena: "Berlusconi è ossessionato da me. E' da almeno un anno che chiede la mia testa, perchè ritiene che non possa esserci uno non allineato. Berlusconi mi ha pure chiamato per dirmi di non andare in televisione. Che un leader chiami un dirigente per dirgli questo, è una cosa che non esiste al mondo. In una telefonata, con toni concitati, mi ha pure detto: 'Farai i conti con me'".

Il sito di Generazione Italia rilancia lo sfogo di Bocchino. Che nega di essere in cerca di "poltrone" ("sarò uno degli 11 vice e continuerò a lavorare per un Pdl diverso da quello attuale"), puntando il dito contro l'attuale condizione del partito: "Sta diventando il partito della paura, altro che partito dell'amore. Forse Berlusconi ha portato alle estreme conseguenze una famosa frase del Principe di Machiavelli: 'Dal momento che l'amore e la paura possono difficilmente coesistere, se dobbiamo scegliere fra uno dei due, è molto più sicuro essere temuti che amati".

Berlusconi attacca Fini. "Fini umanamente mi ha tradito". Così alcuni senatori che ieri sera erano a cena a palazzo Grazioli, riassumono quanto detto da Berlusconi parlando della tensione con il presidente della Camera. Quanto alle divisioni interne al Pdl, il premier avrebbe sottolineato come la lealtà al governo si misurerà all'interno delle Aule parlamentari quando ci saranno i provvedimenti da votare. Per il premier poi ha rilanciato il tema della riforme da fare nei prossimi tre anni: da quella costituzionale, a quella della giustizia e la riforma del fisco.

Le reazioni. Prima dell'accusa di Bocchino, la scelta dell'esponente finiano era stata accolta con un certo favore dentro il centrodestra. "Ha fatto bene, aveva esagerato. E anche la vicenda Fini si è già ridimensionata, il clima si è rasserenato" taglia corto il leader della Lega Nord, Umberto Bossi. Per il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, Bocchino "non è una vittima". "E' stato un gesto di responsabilita - dice Fabio Granata, anch'egli finiano - Ora, visto che c'è una situazione di stand by nel partito dopo la direzione, è giusto che ci sia uno stand by anche nel gruppo. Ma è anche chiaro che non ci debbono essere forzature. Non si pensi di calare dall'alto un altro vicecapogruppo vicario. Da adesso in poi le decisioni nel gruppo si prendono votando".

"Ho apprezzato il gesto di chiarezza e dignità. Gli va ascritto onore al merito ma vedo già parecchi avvoltoi volteggiare, ci sono già 5-6-7 candidati per il suo posto" afferma Roberto Menia, uno dei più critici nei confronti di Bocchino. 'Domani - raccontato un altro finiano - il Secolo sottolineerà l'importanza del gesto di Bocchino che si è sacrificato per la pace e per il bene del Pdl, nella speranza che poi non ci sia, dall'altra parte (dagli ex Fi così come da Feltri) una nuova campagna di aggressione". Per la sostituzione del vicecapogruppo i tempi, viene spiegato ancora, non saranno brevi: "Ora è meglio lasciare le cose così, che decantino da sole. Per il vicario ci sarà tempo. Ma questa volta la sua indicazione dovrà essere ratificata dall'assemblea".

(29 aprile 2010)

Bocchino: «Epurato da Berlusconi» Il premier: «Con me è stato insolente»


«C'è stata una direttiva di Berlusconi durante Ballarò che chiedeva la mia testa. C'è un evidente tentativo da parte di Berlusconi in prima persona di arrivare a un'epurazione mia per colpire l'area a me vicina». Lo ha detto Italo Bocchino conversando con i cronisti alla Camera dopo aver presentato le sue «dimissioni definitive» dalla carica di vice presidente vicario del Pdl.

Diversa l'interpretazione della vicenda che avrebbe dato lo stesso premier durante la cena di mercoledì sera a Palazzo Grazioli con alcuni parlamentari del Pdl. «Ho chiamato Bocchino l'altra sera quando doveva andare a Ballarò. Con me è stato anche un po' insolente. Gli ho detto che non si può andare in tv a fare sceneggiate coinvolgendo il partito. Tutti nel Pdl devono capire che non si può sputtanare il partito». Poi ha proseguito il capo del governo secondo quanto viene raccontato all'agenzia Agi: «A volte mi verrebbe voglia di mollare tutto, non si può passare tutta una giornata a discutere per questioni di partito. Io ho un Paese da governare e problemi internazionali da affrontare ed è deprimente perdere così tanto tempo per certe cose. Io comunque non sono un irresponsabile e vado avanti. Sarà il partito ad affrontare certe cose».

BOCCHINO - «Berlusconi mi ha chiamato la sera che dovevo partecipare a Ballarò. Aveva toni concitati e mi ha detto: 'Se vai, farai i conti con me. Dopo vedrai...'. Berlusconi commette un grave errore che è quello di colpire il dissenso, colpire chi è in vista per educarne cento. Ma questo non porterà il partito lontano», ha affermato Bocchino. «Non esiste un solo partito democratico dove c'è un gruppo parlamentare in cui non è stato approvato il regolamento interno, non è stato eletto un direttivo, non c'è procedura democratica ma si dà vita a processo sommario e si arriva all'epurazione. Possono toglierci tutti i posti di responsabilità che abbiamo», ha aggiunto Bocchino, «ma continueremo a combattere la nostra battaglia dall’interno. I presidenti delle commissioni non sono in discussione, a meno che Berlusconi non decida altre epurazioni».

CICCHITTO - Dopo le dichiarazioni di Italo Bocchino, è sceso in campo Fabrizio Cicchitto ad assicurare che non c'è stata nessuna epurazione. «Consideravo chiuse la vicenda e le polemiche con le dimissioni di Italo Bocchino e con le dichiarazioni di alcuni colleghi che hanno affermato trattarsi di un atto di distensione», ha spiegato in una nota. «Per favorire la distensione da parte mia non solo ho scelto di revocare l'assemblea del gruppo ma mi ero anche astenuto da ogni comunicato», ha ricordato. «Purtroppo, non mi sembrano affatto distensive le dichiarazioni di Bocchino su inesistenti tentativi di epurazione da parte del presidente Berlusconi», ha sottolineato. «In effetti, l'onorevole Bocchino fra dimissioni, ritiro di dimissioni, riproposizione delle medesime e, adesso, con queste nuove affermazioni, contribuisce a creare un clima di polemica permanente», ha insistito.

IL CASO - Il caso-Bocchino era esploso dopo lo scontro tra Berlusconi e Gianfranco Fini avvenuto la settimana scorsa alla direzione nazionale del Pdl. In un primo tempo il vice capogruppo aveva annunciato le proprie dimissioni, condizionate però all'elezione di nuovi vertici. Un modo per «contarsi» all'interno del partito. Ma il capogruppo Fabrizio Cicchitto aveva replicato seccato che se cade il presidente viene meno il vicario, e non il contrario. Berlusconi, dal canto suo, aveva fatto intendere di voler chiudere la vicenda in tempi rapidi, dando il via libera alla convocazione dell'assemblea del gruppo del Pdl. Dopo una serie di contatti, è stato Cicchitto a convocare ufficialmente la riunione. Una decisione motivata dallo stesso capogruppo al suo vice con una lettera che sin dalle prime righe dà il senso del clima che regna all'interno del Pdl: «Caro Italo, alla tua lettera di dimissioni fa seguito una tua nuova lettera (preceduta da pubbliche dichiarazioni non proprio distensive) con cui pretendi semplicisticamente e con motivazioni astruse e non condivisibili di ritirare le tue dimissioni, apparse su tutti i giornali e televisioni con voluto effetto mediatico». Ha replicato lo stesso Bocchino: «Ho confermato le mie dimissioni per far comprendere che il problema è politico e non di posti. Questo permetterà di contrastare il centralismo carismatico che dà prova della sua esistenza». Ha commentato il ministro della Difesa e coodrinatore del Pdl, Ignazio La Russa: «Bocchino ha preso una saggia decisione che ha fatto seguito a una situazione che stava diventando insostenibile».

IL PREMIER: «VEDREMO LEALTÀ DI FINI» - Durante la cena con i parlamentari Pdl, Berlusconi avrebbe parlato anche di Fini. «Abbiamo constatato che tra di noi non c'è più amicizia, ora vediamo se c'e lealtà da parte sua. Lealtà nei confronti del Pdl ma soprattutto degli elettori. Vedremo se sarà leale in Parlamento. È chiaro che se qualcuno vuole assumersi la responsabilità di far cadere questo governo lo si vedrà in Parlamento e a quel punto la strada per le elezioni sarà l'unica possibile».

Redazione online

29 aprile 2010

Scajola: «Non mi lascio intimidire»


«Non mi lascio intimidire». Così il Ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola interviene nella polemica sulle indiscrezioni circa l'acquisto di un immobile a Roma. «Nella vita possono capitare cose incomprensibili. E questa è addirittura sconvolgente. Colpisce con una violenza senza precedenti il mio privato e la mia famiglia», afferma il Ministro aggiungendo: «Registro un attacco infondato e senza spiegazione, per una vicenda nella quale non sono indagato, a danno di chi lavora tutti i giorni per difendere, nel suo ruolo, le ragioni e gli interessi del nostro Paese. Non sono abituato alla dietrologia e quindi non voglio credere che dietro a tutto questo vi siano oscuri manovratori o disegni preordinati. Per rispetto alla Magistratura che sta lavorando, non posso dire nulla sul merito di quanto apparso sui giornali. Resta la grande amarezza per il fatto che si sia arrivati a coinvolgere addirittura i miei figli. La mia coscienza è pulita. Proseguo con la massima serenità il mio lavoro».

LA VICENDA - Il nome del ministro spunta in uno dei nuovi filoni dell'inchiesta condotta dalla procura di Perugia sugli appalti per i cosiddetti Grandi eventi. L'inchiesta ruota intorno a centinaia di assegni circolari emessi dopo che l'architetto Angelo Zampolini aveva versato in banca, in vari periodi, poco meno di tre milioni di euro. Titoli in parte poi utilizzati - è emerso dagli accertamenti - per l'acquisto di vari immobili da parte di altri soggetti. L'ipotesi sulla quale stanno lavorando i pubblici ministeri del capoluogo umbro Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi è che il denaro per gli assegni sia riconducibile a Diego Anemone, il costruttore considerato una delle figure centrali dell'inchiesta sugli appalti per i Grandi eventi. Per lui ha infatti lavorato Zampolini. Nel corso dell'indagine, gli investigatori hanno raccolto le testimonianze dei proprietari degli appartamenti pagati anche con gli assegni circolari emessi da Zampolini. Dagli accertamenti non è risultato alcun rapporto tra questi soggetti e l'architetto. Tra le operazioni oggetto del filone d'inchiesta quelle per l'acquisto di case da parte di Claudio Scajola e del generale della guardia di finanza Francesco Pittorru, entrambe risalenti al 2004. Agli atti dell'inchiesta le testimonianze dei proprietari delle abitazioni che hanno sostenuto di avere ricevuto gli assegni circolari come parziale saldo della vendita. Un altro degli assegni di Zampolini oggetto dell'indagine è stato invece utilizzato - sempre in base all'indagine - per l'acquisto di un'abitazione del figlio di Angelo Balducci, Filippo.

Redazione online

29 aprile 2010

«Soldi in nero con 80 assegni per l’immobile di Scajola»


I pubblici ministeri di Perugia rilanciano e svelano le nuove carte. Il ricorso contro l’ordinanza del giudice che ha respinto la richiesta di arresto del commercialista Stefano Gazzani, dell’architetto Angelo Zampolini e del commissario dei Mondiali di nuoto Claudio Rinaldi — indagati per aver partecipato alle attività di corruzione e riciclaggio nella gestione degli appalti per i Grandi eventi — elenca i riscontri alle accuse. Individua la traccia dei conti esteri intestati ai funzionari pubblici. Ricostruisce il percorso dei soldi utilizzati dal costruttore Diego Anemone per acquistare, tra il 2004 e il 2006, gli appartamenti poi intestati all’attuale ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola e al generale della Guardia di finanza Francesco Pittorru, al quale l’imprenditore chiedeva di tenerlo aggiornato sullo sviluppo delle inchieste avviate sul suo conto.

E così contesta la decisione secondo cui non è competente la Procura di Perugia: «Tutti i reati di cui si discute appaiono di competenza di questa autorità giudiziaria per la loro connessione con il reato associativo del quale è concorrente esterno anche il magistrato Achille Toro», il cui coinvolgimento aveva determinato il trasferimento in Umbria dell’inchiesta avviata due anni fa a Firenze. In particolare i magistrati ritengono che i tre siano inseriti in quella «cricca» di cui fanno parte l’ex provveditore alle Opere pubbliche Angelo Balducci, il suo successore Fabio De Santis, il funzionario delegato alla gestione del G8 a La Maddalena Mauro Della Giovampaola e lo stesso Anemone, che sarebbe riuscito ad accaparrarsi la fetta più grossa dei lavori. E per questo chiedono ai giudici del Riesame, che decideranno l’11 maggio, di riconoscere la loro titolarità a proseguire le indagini e disporre la cattura degli indagati.

Le ammissioni dell’architetto

Zampolini, interrogato la scorsa settimana, ha confermato il passaggio dei soldi transitati sul suo conto che era già stato ricostruito nei dettagli dalla Guardia di finanza, specificando di aver ricevuto da Anemone il denaro. Ma ha detto di non conoscere per quale motivo fossero stati acquistati immobili poi intestati al politico di Forza Italia e all’ufficiale delle Fiamme gialle in servizio presso l’Aisi, il servizio segreto civile. Del trasferimento delle somme all’estero destinate ad Angelo Balducci e Rinaldi si sarebbe invece occupato Gazzani. I pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi accusano i due funzionari di aver «autorizzato i lavori di implementazione del Salaria Sport Village di proprietà dello stesso Anemone e di Filippo Balducci (figlio del funzionario, ndr) abusando dei poteri connessi alla loro carica, in violazione della legge che gli stessi poteri prevedeva e a favore della società che ne traeva un indebito risparmio quantificato in 9 milioni di euro. Atto in relazione al quale ricevevano dalla parte privata la corresponsione di denaro per una somma allo stato non determinata che veniva girata in conti esteri intestati ai pubblici ufficiali». In particolare Rinaldi avrebbe ricevuto soldi su un conto aperto a San Marino, ma il suo avvocato Titta Madia spiega di aver «già depositato una memoria che dimostra come quei soldi, depositati da sua madre, non fossero affatto destinati a lui».

Le case regalate

La prima operazione per l’acquisto di un immobile risale al 6 luglio 2004. I magistrati l’hanno ricostruita nei dettagli. Quel giorno «Zampolini versa 900 mila euro in contanti su un conto dell’agenzia 582 della Deutsche Bank di Roma». Subito dopo «ottiene l’emissione di 80 assegni circolari all’ordine di Barbara e Beatrice Papa per valuta corrispondente, per l’acquisto nell’interesse di Claudio Scajola di un immobile intestato al suddetto». Accusano i pubblici ministeri: «In questo modo trasferiva denaro e compiva operazioni tali da ostacolare l’identificazione della loro provenienza da delitti contro la pubblica amministrazione». Secondo le verifiche compiute dalla Guardia di finanza la casa sarebbe costata circa un milione e mezzo di euro e la somma gestita dall’architetto sarebbe stata versata «in nero». L’indagine mira adesso a verificare per quale motivo Anemone abbia deciso di comprare un appartamento di prestigio per Scajola, all’epoca ministro dell’Attuazione del programma, dopo essere stato ministro dell’Interno fino al 2 luglio 2002 quando si era dimesso dopo la pubblicazione di sue frasi offensive nei confronti di Marco Biagi, il giuslavorista assassinato a Bologna dalle Brigate rosse.

Ma Guardia di finanza e carabinieri del Ros devono verificare se il passaggio dei soldi possa essere legato proprio agli appalti che lo stesso Anemone aveva ottenuto dal Viminale. Il ministro Scajola si dice «disgustato per la violazione del segreto istruttorio». Lo stesso meccanismo per il trasferimento del denaro Zampolini lo aveva già utilizzato il 2 aprile 2004. In quel caso l’architetto aveva «versato 285 mila euro in contanti presso la stesso istituto di credito e ottenuto l’emissione di 29 assegni circolari all’ordine di Monica Urbani per valuta corrispondente, per l’acquisto nell’interesse di Francesco Pittorru da destinare a Claudia Pittorru, figlia del suddetto». Anche due anni dopo, esattamente l’8 giugno 2006, Zampolini si occupa di un acquisto per conto del generale. Infatti «versa 520 mila euro sul conto corrente e ottiene assegni circolari all’ordine di Rosa e Daniela Arcangeletti, Rosa Anna e Nello Ruspicioni per l’acquisto di un immobile intestato allo stesso Pittorru e alla moglie Anna Maria Zisi».

Il finanziamento dei film

Nel registro degli indagati di Perugia è finito anche Lorenzo Balducci, il figlio attore del provveditore alle Opere pubbliche, per alcuni affari gestiti con Gazzani. Reato contestato: riciclaggio. In particolare il commercialista è accusato di aver «fatto versare denaro in contanti pari a un milione e duecentomila euro dal cognato Achille Silvagni intestato alla società "Stefano Gazzani Communications srl" di cui Silvagni è amministratore unico e facendo poi emettere assegni per un totale di un milione e centomila euro intestati alla Blu International. Compiva operazioni tali da ostacolare l’identificazione della loro provenienza da delitti contro la pubblica amministrazione poiché destinatario finale della somma appare essere stato Lorenzo Balducci che la Blu International aveva contrattualizzato per il film Uccidimi, opera mai realizzata». Proprio al giovane, l’architetto Zampolini avrebbe provveduto a intestare un appartamento acquistato nel 2004. Si legge nel capo di imputazione: «Versava sul proprio conto corrente della Deutsche Bank agenzia 582 denaro contante per 435 mila euro che nei giorni successivi permetteva l’emissione di assegni all’ordine di Manfredi Geraldini per valuta corrispondente, per l’acquisto nell’interesse di Angelo Balducci di un immobile intestato a Lorenzo Balducci».

Le false fatture

Tra i destinatari di soldi gestiti dal commercialista ci sono altri pubblici ufficiali, tra cui Della Giovampaola. I magistrati contestano al professionista «di aver emesso nel corso dell’anno 2009, in concorso con Michele D’Amelio legale rappresentante della società "Mi.Da", fatture relative a operazioni inesistenti in favore di Della Giovampaola, Caterina Pofi, Valerio Sant’Andrea per un importo complessivo di 1 milione e 120 mila euro». Le fatture avevano come oggetto collaborazione professionale prestata con riferimento ai lavori realizzati nell’ambito delle opere realizzate per il G8 a La Maddalena, emesse al solo fine di documentare costi inesistenti per abbattere il reddito imponibile degli utilizzatori. Di fatto tutti hanno agito su consiglio e istigazione di Gazzani in qualità di commercialista, che procacciava la società nel cui nome emettere le fatture false e che provvedeva alla gestione del fittizio pagamento degli importi fatturati, che in realtà venivano restituiti ai soggetti utilizzatori, decurtati dall’Iva ». Di questi soldi le fatture per Della Giovampaola sono tre, ognuna per un imponibile di 250 mila euro e dunque per un totale di 750 mila euro.

Fiorenza Sarzanini

29 aprile 2010

mercoledì 28 aprile 2010

Propaganda e bavaglio


27/04/2010

Un'informazione come quella del Cinegiornale Luce: la voce fuori campo che spieghi le meraviglie del nucleare - inquadrati operai operosi alle macchine del progresso - silenzio assoluto invece sulle indagini e sul malaffare, sui corrotti i corruttori e sulle cricche. Fino a 4 anni di carcere e multe in grado di far chiudere i giornali per chi sgarra.

Bavaglio e propaganda, ecco cosa ci aspetta. Sette italiani su dieci davanti alla tv a vedere le strette di mano con Putin, non una parola sulle mafie, su quelli che ridono quando l'Italia crolla e si arricchiscono così.

Il bavaglio è pronto, si comincia ad annodare da oggi. Si toglie la voce ai giornalisti e si taglia il welfare. Ieri la maggioranza ha bocciato le «misure straordinarie per il sostegno del reddito e la tutela di determinate categorie di lavoratori». Che sarebbero state destinate, per esempio, ai dipendenti dell'ex Eutelia: migliaia di lavoratori da mesi senza stipendio, senza neppure la cassa integrazione. Senza lavoro e senza voce.

Questa è l'Italia. Tre letture, oggi, sul nostro giornale a illuminare il quadro economico, politico, sociale. Vincenzo Visco, Rossana Rossanda, Alex Zanotelli.

Visco, in un articolo per il "Cantiere" che abbiamo aperto da settimane, descrive un quadro fitto di dati: l'assenza di un dibattito serio e onesto sulla situazione economica, dice, «è un errore gravissimo che sta compiendo il governo, ma neanche l'opposizione sembra pienamente consapevole della situazione». Negli anni passati abbiamo provveduto a restringere i salari e i costi del lavoro e a sostenere le esportazioni riducendo tasse e contributi. Dobbiamo aiutare (e indurre) le imprese a raggiungere dimensioni accettabili o continuare a sussidiare con decine di miliardi di euro le nostre micro imprese attraverso l'evasione fiscale tollerata e protetta? «Per risolvere problemi che non si riescono ad affrontare da oltre 10 anni - impossibile enunciarli nel clima di violenta e artificiale conflittualità in cui viviamo - non può essere utile perseguire un bipolarismo "temperato", in luogo della contrapposizione violenta e intollerante a cui ci siamo abituati (e di cui il Pd è essenzialmente la vittima designata)?».

Rossanda, in un passaggio dell'intervista: «Non credo a un ritorno al fascismo puro e duro, senza libertà di associazione (e quindi senza elezioni, partiti e sindacati) né di parola (quindi senza stampa). Il limite accettabile per l'Europa a moneta unica è quello della maggioranza attuale - un liberismo socialmente crudele e nazionalmente velleitario. Fini ne fa parte, il trattato europeo gli va benissimo e viceversa, mentre Bossi e Berlusconi fingono di attaccarlo e stanno diventando imbarazzanti». «Dinanzi a una crisi del centrodestra temo che sarebbe terribile, una coalizione tipo Cln con dentro Montezemolo, Casini, Fini e Bersani».

Alex Zanotelli sulle Rosarno d'Italia, infine. «Il razzismo è utilizzato a scopi di propaganda dalle forze politiche di sinistra e di destra. La situazione attuale ha origine nella Turco-Napolitano (1998), che ci ha regalato i Centri di permanenza temporanea, quei lager dove abbiamo rinchiuso gli immigrati. Seguita dalla Bossi-Fini che considero immorale e non-costituzionale, perché non riconosce gli immigrati come soggetti di diritto ma, esclusivamente, come manodopera a basso prezzo da poter rispedire, a tempo debito, al mittente». Da leggere e rileggere, stamani, al sit davanti al Senato per difendere la libera informazione.

PRESUNZIONI

Arbitrato, governo battuto alla Camera


Tensioni nell'Aula, accuse contro i finiani

Il governo è stato battuto per un solo voto (225 contro 224) alla Camera su un emendamento del Pd all'articolo 31 (arbitrato) del Ddl sul lavoro. A pesare sul risultato l'assenza di ben 95 deputati del Pdl. Sfiorata la rissa dopo che Giancarlo Lehner ha accusato il finiano Antonino Lo Presti di aver organizzato una trappola sul voto. "Ma quale imboscata dei finiani! Ti devi vergognare a dire queste cose!", è stata la risposta del deputato, vicino a Gianfranco Fini. Qualche spintone e qualche parola di troppo e per poco i due non sono venuti alle mani proprio in Transatlantico. A dividerli è stato il deputato del Pdl, Simone Baldelli. Ad arrabbiarsi anche Fabio Granata che è andato dallo stesso Baldelli per far presente l'assurdità dell'accusa. "Dite a Berlusconi che se manda avanti questi personaggi finisce male...", è stato lo sfogo di Lo Presti.

Ironico il segretario del Pd Pierluigi Bersani: "Non so se si sono estesi i finiani...". Poi ha aggiunto: "Viene quasi da augurarsi che qualcuno avesse compreso bene la portata della questione: il nostro emendamento era nel solco delle indicazioni del presidente della Repubblica. Direi quasi un omaggio".

Il relatore, Giuliano Cazzola, che aveva dato parere contrario così come il governo, ha immediatamente chiesto una sospensione dei lavori. Esponenti di maggioranza che erano intervenuti in dichiarazione di voto avevano sottolineato come l'emendamento potesse "scardinare" le norme sull'arbitrato, attualmente in fase di revisione dopo che il presidente della Repubblica Napolitano aveva rinviato il testo del provvedimento alle Camere. Dopo mezz'ora di sospensione, alla ripresa dei lavori Cazzola ha chiesto l'accantonamento dell'articolo 31, perché la commissione Lavoro non è ancora riuscita ad accertare l'impatto dell'emendamento sulla normativa.

L'emendamento, a prima firma di Cesare Damiano, modifica un passaggio del nono comma dell'articolo 9. Laddove si affermava che "le commissioni di certificazione accertano la effettiva volontà delle parti di devolvere ad arbitri le controversie che dovessero insorgere in relazione al rapporto di lavoro", il testo dell'emendamento prevede che la norma riguardi le controversie "insorte", non quelle che "dovessero insorgere", quindi quelle già in atto, non quelle ancora a venire.

Alla maggioranza mancavano due deputati per bocciare l'emendamento. Non sembra essere stata neanche un''imboscata' delle opposizioni che avevano in Aula alla Camera dieci parlamentari in meno rispetto a questa mattina. A pesare sull'esito della votazione soprattutto le assenze nelle file del Pdl che, oltre ad avere 45 deputati in missione, ha registrato 50 assenti contro i tre della Lega. Significativi anche i vuoti nelle file del Pd: 12 in missione e 23 assenti.

La seduta è stata di conseguenza sospesa come richiesto da Cazzola: riprenderà al termine della riunione del comitato dei Nove, che dovrà decidere sul prosieguo dei lavori.

(28 aprile 2010)

Bimba sopravvive alla «cubomedusa» E' la prima volta che qualcuno si salva



E' uno degli animali più letali del mondo: in Australia una bambina di dieci è stata attaccata dalla terribile «cubomedusa», detta anche «vespa di mare». Ma si è miracolosamente salvata. Con i suoi micidiali tentacoli la medusa killer può uccidere un uomo in meno di tre minuti. Il suo veleno, infatti, può provocare un attacco cardiaco. Assidua frequentatrice delle acque australiane, fa più vittime dei temutissimi squali bianchi. Per la scienza è il primo caso di qualcuno che sopravvive ad un simile attacco.

PRIMO CASO - Per medici e zoologi è quasi un miracolo: Rachael Shardlow stava nuotando nel fiume Calliope, nei pressi della città australiana di Gladstone (Queensland), quando d'improvviso è stata attaccata dalla velenosissima cubomedusa. Le gambe della bambina erano completamente avvolte dai tentacoli dell'animale quando è stata estratta dall'acque dal fratello tredicenne. Faticava a respirare, non vedeva più nulla e infine ha perso conoscenza. Il fatto risale al dicembre scorso. Alla scienza non è noto nessun caso nel quale qualcuno si sia salvato da un attacco di queste proporzioni, ha riferito ora lo zoologo Jamie Seymour alla tv australiana: «Quando vedi una vittima che ha toccato una vespa di mare con tanti tentacoli, di solito si trova già nella camera mortuaria», ha spiegato l'esperto, che da vent'anni studia le meduse alla università James Cook del Queensland. Le bruciature sarebbero state «terribili».

LE CICATRICI - Dopo l'attacco la ragazzina è rimasta in ospedale per sei settimane. E le tante cicatrici sugli arti inferiori dei pungiglioni testimomiano ancora oggi quel drammatico momento, ha spiegato il papà Geoff Shardlow all'emittente australiana Abc. La famiglia si è accorta che a risentirne è stata in questo periodo la sua memoria a breve termine. Ciò nonostante, Rachael non avrebbe riportato nessun danno cerebrale: «Le sue facoltà cognitive sono a posto», ha sottolineato Shardlow.

TENTACOLI LETALI - Alcune specie di cubomedusa sono particolarmente velenose e dunque temute. Certe sono piccole quanto un'unghia, hanno però tentacoli lunghi anche tre metri. In acqua sono trasparenti e quindi difficili da vedere. Le vittime di un'aggressione cadono in uno stato di shock, subiscono un attacco cardiaco e infine affogano. Non esiste un antidoto per il veleno che attacca cuore, sistema nervoso e pelle. Alla cubomedusa si attribuiscono ufficialmente 63 morti.

Elmar Burchia

28 aprile 2010

Lettera aperta della scrittrice albanese Elvira Dones

ELVIRA DONES

"Egregio Signor Presidente del Consiglio, le scrivo su un giornale che lei non legge, eppure qualche parola gliela devo, perché venerdì il suo disinvolto senso dello humor ha toccato persone a me molto care: "le belle ragazze albanesi". Mentre il premier del mio paese d'origine, Sali Berisha, confermava l'impegno del suo esecutivo nella lotta agli scafisti, lei ha puntualizzato che "per chi porta belle ragazze possiamo fare un'eccezione."

Io quelle "belle ragazze" le ho incontrate, ne ho incontrate a decine, di notte e di giorno, di nascosto dai loro magnaccia, le ho seguite da Garbagnate Milanese fino in Sicilia. Mi hanno raccontato sprazzi delle loro vite violate, strozzate, devastate.

A "Stella" i suoi padroni avevano inciso sullo stomaco una parola: puttana. Era una bella ragazza con un difetto: rapita in Albania e trasportata in Italia, si rifiutava di andare sul marciapiede. Dopo un mese di stupri collettivi ad opera di magnaccia albanesi e soci italiani, le toccò piegarsi. Conobbe i marciapiedi del Piemonte, del Lazio, della Liguria, e chissà quanti altri. E' solo allora - tre anni più tardi - che le incisero la sua professione sulla pancia: così, per gioco o per sfizio.

Ai tempi era una bella ragazza, sì. Oggi è solo un rifiuto della società, non si innamorerà mai più, non diventerà mai madre e nonna.

Quel puttana sulla pancia le ha cancellato ogni barlume di speranza e di fiducia nell'uomo, il massacro dei clienti e dei protettori le ha distrutto l'utero.

Sulle "belle ragazze" scrissi un romanzo, pubblicato in Italia con il

titolo Sole bruciato. Anni più tardi girai un documentario per la tivù svizzera: andai in cerca di un'altra bella ragazza, si chiamava Brunilda, suo padre mi aveva pregato in lacrime di indagare su di lei.

Era un padre come tanti altri padri albanesi ai quali erano scomparse le figlie, rapite, mutilate, appese a testa in giù in macellerie dismesse se osavano ribellarsi. Era un padre come lei, Presidente, solo meno fortunato. E ancora oggi il padre di Brunilda non accetta che sua figlia sia morta per sempre, affogata in mare o giustiziata in qualche angolo di periferia. Lui continua a sperare, sogna il miracolo.

E' una storia lunga, Presidente...

Ma se sapessi di poter contare sulla sua attenzione, le invierei una copia del mio libro, o le spedirei il documentario, o farei volentieri due chiacchiere con lei. Ma l'avviso, signor Presidente: alle battute rispondo, non le ingoio.

In nome di ogni Stella, Bianca, Brunilda e delle loro famiglie queste poche righe gliele dovevo. In questi vent'anni di difficile transizione l'Albania s'è inflitta molte sofferenze e molte ferite con le sue stesse mani, ma nel popolo albanese cresce anche la voglia di poter finalmente camminare a spalle dritte e testa alta. L'Albania non ha più pazienza né comprensione per le umiliazioni gratuite.

Credo che se lei la smettesse di considerare i drammi umani come materiale per battutacce da bar a tarda ora, non avrebbe che da guadagnarci.

Questa "battuta" mi sembra sia passata sottotono in questi giorni in cui infuria la polemica Bertolaso, ma si lega profondamente al pensiero e alle azioni di uomini come Berlusconi e company, pensieri e azioni in cui il rispetto per le donne é messo sotto i piedi ogni giorno, azioni che non sono meno criminali di quelli che sfruttano le ragazze albanesi, sono solo camuffate sotto gesti galanti o regali costosi mi vergogno profondamente e chiedo scusa anch'io a tutte le donne albanesi.

Elvira Dones

Spifferi, correnti e preferenze


Faccio sempre fatica, confesso, a seguire la mobilità mentale del Cavaliere. D’un tratto scopre che le correnti sono la «metastasi », il cancro dei partiti. Ma di che si preoccupa? Lui non ha mai avuto un partito che si dichiarasse partito. Il Nostro esordì con Forza Italia (esortazione sportiva per le gare all’estero) e poi inventò il Pdl, che vuol dire «popolo » (non partito) della libertà. Un po’ è che un partito vero Berlusconi non l’ha mai costruito né fatto funzionare (in Germania sarebbe da sempre fuori legge, proibito). Ma è soprattutto che i sondaggisti gli hanno spiegato che la parola partito è impopolare. Per la verità anche la sinistra si è buttata per un po’ sulla botanica (la Quercia, l’Ulivo, la Margherita); ma un sussulto di dignità l’ha riportata a chiamare partito quel che partito è.

Ora ci risiamo con le cosiddette «correnti» interne di partito. Il nome viene proibito. Ma la cosa? In latino la parola che precede «partito» è stata per secoli «fazione». Poi la fazione è man mano diventata una componente interna del partito. In inglese si dice ancora faction, i tedeschi dicono Fraktion. I più melliflui democristiani hanno dolcificato fazione in «corrente ». Ma come si fa ad adoperare ancora una parola che ci compromette con un bieco passato? Io stavo meditando di proporre «spiffero». Purtroppo gli eventi mi hanno scavalcato. La sinistra ha scoperto le «fondazioni» — e quasi ogni leader ha la sua — mentre Berlusconi per una volta tanto era impreparato. Siccome sinora ha avuto un aggregato di genuflessi convocati solo per applaudirlo, ha soltanto potuto decretare, su due piedi, che non solo le correnti in casa sua sono proibite, ma che fanno male alla salute. Ma il problema per gli italiani non è questo. Forse sanno che un partito, qualsiasi vero partito, è sempre suddiviso in correnti, «spifferi», o come i sondaggisti vorranno che si dica. Né è affatto male che sia così. Il problema non è, diciamo, di pluralismo interno ma è la virulenza, slealtà e scorrettezza (o meno) con la quale si dispiega. Però il problema che oggi gli italiani più sentono è quello delle preferenze: il fatto che l’elettore non può «preferire» sulla scheda chi preferisce. A loro sentire questa è una gravissima lesione dei loro diritti.

Ora, è vero che nel proporre i candidati i partiti sostanzialmente li impongono ai loro elettori. Resta però il fatto che fino al 1991 noi le preferenze multiple (tre o quattro) le abbiamo avute, e che un referendum Segni-Pannella le ha cancellate (lasciandone una sola) il 9 giugno 1991 con una travolgente maggioranza del 96 per cento dei votanti. E anche la residua preferenza unica venne poco dopo cassata a furor di popolo.

Allora a che gioco giochiamo? Prima le preferenze le aboliamo, ora ci sembrano un salvatutto. Io, a suo tempo, votai contro la proposta referendaria per le preferenze multiple. E torno a spiegare perché, visto che il tema delle preferenze è collegato al tema delle «correnti» che Berlusconi proibisce. Occulti o palesi che siano, qualsiasi organizzazione si organizza in sottogruppi di potere che ambiscono al potere. Io favorivo, quando c’erano, le preferenze multiple perché consentivano accordi tra «cordate» di aspiranti atte a pacificarle. Ridurre la preferenza a una sola aggrava, invece, il cannibalismo tra le correnti. Ciò ricordato (nessuno sembra ricordarsene) mi chiedo se saremo mai coerenti e contenti.

Giovanni Sartori

28 aprile 2010

“Casa Scajola valeva più di 600 mila euro”. Zampolini: Anemone mi incaricò di trattare


di Marco Lillo

Ora anche Angelo Zampolini scarica Claudio Scajola. E la situazione per il ministro dello Sviluppo economico si fa nera. Zampo, come lo chiamava il costruttore Anemone, è l’uomo degli assegni circolari usati - secondo i pm - per l’acquisto della casa del ministro. È indagato per riciclaggio mentre Scajola non è iscritto (anche perché se lo fosse gli atti andrebbero al Tribunale dei ministri). Secondo l’ipotesi dei pm i soldi del conto provengono da Diego Anemone, il capo della “cricca” per il quale aveva lavorato alla progettazione del circolo Salaria Village. Zampolini, tra mille dubbi, ha accettato di parlare con il Fatto Quotidiano e ci ha detto due cose importanti: “Anemone mi incaricò di cercare e trattare l’appartamento del ministro” e “il prezzo reale della casa di Scajola è molto più alto dei 610 mila euro dichiarati nell’atto”.

L’architetto, che secondo l’ipotesi investigativa avrebbe fatto da schermo ad Anemone coprendo con il suo assegno la reale provenienza dei soldi usati per pagare una parte del prezzo di casa Scajola, con queste parole rifila tre colpi al ministro: innanzitutto smonta la sua versione sulla compravendita della splendida casa con vista sul Colosseo; in secondo luogo denuncia un’evasione fiscale per decine di migliaia di euro da parte di un ministro della Repubblica e infine, con il riferimento ad Anemone, apre scenari inquietanti nei quali si intravede qualcosa di più di un semplice tentativo di nascondere al fisco il valore della casa.

Se fosse vero quello che dice Zampolini (e che coinciderebbe con le dichiarazioni della parte venditrice, le sorelle Papa, da quello che risulta al Fatto) siamo di fronte a un ministro che evade le tasse e poi, quando viene pescato con le mani nella marmellata, non racconta i suoi rapporti con un imprenditore arrestato per corruzione e, infine, mente ai cittadini.

In un paese normale, in assenza di risposte convincenti, Scajola si sarebbe dovuto dimettere. In Italia, invece, si appresta a gestire un programma di investimenti nel nucleare di una decina di miliardi di euro.

Dopo la pubblicazione della notizia “Un assegno da 500 mila euro dell’architetto Zampolini messo a disposizione dal costruttore Diego Anemone per il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola”, la stampa si è accontentata della replica ufficiale: “Le notizie sono totalmente destituite di fondamento. L’unico immobile che la mia famiglia possiede in Roma ove abito, è stato acquistato con regolare contratto ed è stato pagato, per la quasi totalità dell’importo, con un mutuo ancora in essere e, in minima parte, con bonifico dal mio conto corrente. Escludo categoricamente, quindi, che sia stata versata alcuna somma in mio favore per tale vicenda o per qualsiasi altra”.

Dopo avere lanciato la notizia (danneggiando l’inchiesta) i grandi quotidiani hanno mollato la presa. Il Fatto è andato avanti. Prima ha chiesto al notaio Gianluca Napoleone l’atto di vendita, e poi, ha bussato alla porta dell’architetto Zampolini (che si trova nello stesso palazzo al piano terra). Ha aperto la porta un gentile signore sulla cinquantina con i modi di un gentleman inglese e una vaga somiglianza con Luciano Rispoli. Zampolini ha precisato di avere avuto “rapporti sporadici” con Anemone. “Il mio nome figura nel cartellone dei lavori del suo circolo Salaria Village ma più che altro perché Anemone voleva avere un grande nome. Non sono il suo architetto, né il suo direttore dei lavori”.

Zampolini ci mostra la foto appesa alla parete di una grande opera dei Mondiali di nuoto del 2009, gestiti da Angelo Balducci, ma precisa “quell’appalto è stato vinto da una società diversa da Anemone. Il mio rapporto con lui è stato sporadico”. E allora perché la casa di Scajola, secondo gli investigatori, è stata pagata con gli assegni circolari del suo conto? “Anemone mi chiese di cercare queste case (per Lorenzo Balducci e Scajola) e io purtroppo l’ho fatto. Pensavo di fare solo un compromesso per fermarle”. In sostanza, secondo Zampolini, l’assegno circolare era mirato a bloccare la casa con un compromesso, ma poi i soldi gli sono stati rimborsati.

“Prima dell’interrogatorio la situazione era seria”, spiega, “ma poi ho portato ai pm le prove documentali del fatto che i soldi sul mio conto escono e rientrano esattamente nella stessa quantità”. Ed è proprio questo il problema centrale dell’indagine. Se Zampolini non ha pagato, si chiedono i pm, di chi sono allora i soldi (più di 400 mila euro) usati per coprire gli assegni usati per la casa del Colosseo?

Su questo Zampolini si fa sfuggente: “Ho spiegato tutto ai pm. Ma chiedete al mio avvocato Grazia Volo, che era presente all’interrogatorio”. Una cosa però la dice: “È chiaro che quella casa non è stata pagata 610 mila euro ma molto di più”. Le agenzie immobiliari della zona concordano: “Conosco bene quel palazzo”, spiega Simone Sisti, agente che ha trattato molti immobili in zona, “un primo piano di circa 180 metri quadrati (la casa del ministro è di 9,5 vani catastali, ndr) nel luglio 2007 poteva valere circa un milione e 300 mila euro. Oggi invece il suo prezzo si aggira sul milione e 600 mila”. Nel luglio del 2004, nell’atto che pubblichiamo qui accanto, il ministro dichiara di pagare 610 mila euro. Il problema è chi ha messo la differenza. Oggi Zampolini, che fece l’assegno per coprire il nero, dice: “A me è stato restituito tutto. Non potevo sapere se i soldi erano del ministro Scajola o no”.

IL PASTICCIACCIO DELLE DIMISSIONI DI BOCCHINO


Lo strappo per candidarsi alla guida del gruppo Pdl al posto di Cicchitto

di Marco Palombi

Dimissioni? Le ho scritte. Anzi no, ho scritto al gruppo che le formalizzerò quando verrà convocata l’assemblea per rinnovare tutte le cariche. Il papocchio dell’addio di Italo Bocchino alla vicepresidenza vicaria dei 270 deputati del PdL è tutto qui. Il finiano si richiama all’articolo 8 del regolamento interno sostenendo che se decade lui va a casa anche il capogruppo Fabrizio Cicchitto e, se è così, lui si candida a prenderne il posto “per contare le forze della minoranza”. I berlusconiani però non sono d’accordo: l’articolo 8 non lega affatto il capogruppo al vice, Bocchino si dimetta e lo sostituiremo. Vista l’impasse, s’è deciso di fare una pausa di un paio di settimane “anche per interpellare i vertici del partito – è sempre Bocchino a parlare - e comprendere come si può uscire da questa situazione evitando scontri all’interno del gruppo parlamentare”.

Lo stesso presidente della Camera, intervistato a “Ballarò” (e oggi sarà a Porta a Porta) è intervenuto sull’argomento, difendendo Bocchino: “Deciderà l'onorevole Cicchitto, il direttivo del gruppo, mi auguro il vertice del partito. L'onorevole Bocchino, molto correttamente a mio modo di vedere ha dato la sua piena disponibilità presentando le dimissioni, ora attendiamo le decisioni che il vertice del gruppo e del partito prenderanno”. Per Silvio Berlusconi, invece, si tratta di “vecchia politica”, di “una farsa”: più che irritato è “annoiato”, lascia trapelare il suo staff, e a risolvere la faccenda in prima persona non ci pensa nemmeno, se ne occupino “democraticamente” gli organi del partito.

In questa furia pacificatoria, però, la guerriglia rischia di scoppiare tra i finiani. Roberto Menia, ad esempio, Bocchino non lo può vedere da un pezzo e in queste settimane la situazione è peggiorata. Già all’indomani del famigerato scontro in tv con Maurizio Lupi, lo affrontò nel cortile di Montecitorio a brutto muso: “La devi smettere, hai già fatto abbastanza danni”. Ieri, saputo che Bocchino annunciava la sua candidatura a capogruppo, è sbottato: “Alla riunione nella sala Tatarella (lunedì, ndr) Fini ci ha detto che Italo si sarebbe dimesso per rasserenare gli animi. Oggi fa finta di dimettersi per poi candidarsi un attimo dopo... Siamo alla sceneggiata napoletana. Io non ci sto a farmi prendere per i fondelli in questa maniera: se si va veramente alla resa dei conti, vuol dire che mi candido pure io”. Alla fine Menia, esuberante sottosegretario triestino, è andato a protestare pure con Fini, reo di non scaricare Bocchino: quello lo ha blandamente rimproverato per la piazzata, ma alla fine ha allargato le braccia (“sei ingovernabile”). Ostenta tranquillità un uomo assai vicino al presidente della Camera come Enzo Raisi: “Un conto sono i personalismi e un conto sono le divisioni. Noi non siamo una corrente, siamo un arcipelago: abbiamo il vantaggio di poterci espandere molto e lo svantaggio di creare delle aspettative d’altro genere. L’unica sintesi, comunque, è quella di Fini”. E Fini in questo momento sostiene Bocchino, perché sua è l’unica poltrona di qualche peso nel partito occupata da un uomo della minoranza. E’ proprio questo il punto. Il presidente della Camera sa che l’unico modo per uscire vivo dalla lite col Cavaliere è avere il tempo di organizzare la sua corrente dentro al PdL, organizzarla in vista del congresso e in vista della fase finale della legislatura, in cui gli scontenti aumentano sempre esponenzialmente. Non si parla solo dei parlamentari. “L’arcipelago” si sta strutturando anche in regioni, province e comuni: sono già quattrocento, ad esempio, gli amministratori locali che hanno firmato il documento “Io sto con Fini” sul sito di Generazione Italia. La poltrona di Bocchino rientra in questa strategia di sopravvivenza. Il presidente della Camera lavora quindi affinché tutto resti com’è: Cicchitto e il suo vice sono stati entrambi “nominati” grazie ad un accordo Forza Italia-An, se cade uno se ne va anche l’altro e si va ai voti. Solo che Cicchitto a farsi rieleggere non ci pensa nemmeno: sa che nell’urna rischia di trovare le decine di schede bianche di chi non lo stima e ne uscirebbe comunque dimezzato. L’esito più naturale, dunque, è il classico “tarallucci e vino”. Sempre nell’ambito della lotta per la sopravvivenza va catalogato l’incontro avuto ieri da Fini coi leghisti Cota e Calderoli: non voglio affossare il federalismo fiscale, gli ha spiegato, chiedo che se ne discuta in Parlamento tenendo conto anche delle nostre posizioni.

Umberto Bossi ha capito e ha già abbassato i toni: “Non faccio la guerra al presidente della Camera”.

Finiani alla prova del fuoco E il Pdl risponde con la fiducia


MA LA BATTAGLIA IN PARLAMENTO PREOCCUPA I BERLUSCONES
NAPOLITANO RICHIAMA I MAGISTRATI: ECCESSI DI PROTAGONISMO

di Sara Nicoli

Una botta al cerchio e una alla botte. Giorgio Napolitano sente crescere il clima di scontro tra governo e magistratura, avverte che la contrapposizione potrebbe rivelarsi esiziale anche per le sorti della legislatura e complice un clima sempre più incandescente nel Pdl. Così si muove in prima persona per richiamare alla misura e al rispetto reciproco i due poteri dello Stato. Ma intanto al Senato si vivono ore di grande tensione. Nonostante le assicurazioni arrivate da alcuni esponenti finiani di primo piano, come Andrea Augello, i berluscones temono che la prossima settimana, quando il ddl intercettazioni arriverà in aula a Palazzo Madama, il piccolo gruppo dei neo dissidenti del Pdl in quota Fini possano mettere in ponte iniziative tali da rendere complicata la rapida approvazione del ddl e il suo altrettanto rapido passaggio alla Camera. E siccome la paura è vera e reale, in ambienti Pdl si starebbe già pensando all’eventualità di porre la questione di fiducia, ben sapendo che Fini e i suoi non si prenderebbero mai la responsabilità di far cadere il governo senza avere alcuna garanzia sul futuro. Ma sarebbe un modo per spiazzarli e metterli in difficoltà obbligandoli all’isolamento. Ma ci sono troppe incognite. Casomai, sosteneva ieri un finiano alla Camera, se di fiducia si dovrà parlare, sarà proprio a Montecitorio che “varrà la pena contarsi e decidere, su un provvedimento così delicato, se chiudere qui la legislatura; ma non lo vuole nessuno, Fini per primo”. Sarà. Ma la tensione è alta al Senato. Dove ieri uno dei 14 finiani più agguerriti, Maurizio Saia, ha fatto ripetutamente le pulci al famoso “emendamento D’Addario” presentato dal relatore Centaro, quello che vieta le registrazioni fraudolente, arrivando al punto di ottenerne il ritiro da parte dello stesso relatore.

Il che ha voluto significare che anche i berluscones sentono il fiato sul collo dei finiani. Insomma, un clima da guerriglia, incandescente. E non solo al Senato. Alla Camera l’aria è la stessa. E proprio sentendo montare questo clima di nervi scossi che comprende anche la magistratura che Napolitano ha deciso di intervenire direttamente con un richiamo all’ordine e alla disciplina molto forte. Strigliando sia politici che magistrati (ma colpendo di più questi ultimi), Napolitano è partito lancia in resta contro una certa magistratura e i suoi “eccessi di protagonismo”, intimando alle toghe di “fare autocritica”. Poi, però, ha fatto una leggera retromarcia. E pur ribadendo che “quella del magistrato è una funzione che esige equilibrio”, ha ammesso che alcuni comportamenti criticabili certo non giustificano “l’ingiusta delegittimazione di cui i magistrati sono stati vittima”. Ma non è bastato a sedare la rabbia dei magistrati che è emersa dalla piccata risposta arrivata a stretto giro di posta dall’Associazione Nazionale Magistrati. "Il momento dell'autocritica è presente - ha replicato infatti il presidente dell’Amn, Luca Palamara - certo è difficile farla quando si è oggetto di attacchi e insulti. Per primi - conclude - rispettiamo tutte le altre istituzioni e l'autonomia del Parlamento: un rispetto che diamo e che chiediamo". A Napolitano, evidentemente, preme di stemperare il clima di contrapposizione tra governo e magistratura soprattutto in vista della prossima approvazione della legge sulle intercettazioni e della futura riforma della giustizia. E visto il clima che si respira anche nel Pdl, l’operazione è quella di richiamare al rasserenamento degli animi per evitare il peggio. “È necessario – ha infatti concluso - stemperare le esasperazioni e le contrapposizioni polemiche" che da anni caratterizzano il nodo, 'delicato e critico', dei rapporti tra politica e giustizia”. Rapporti che anche ieri hanno vissuto momenti di grande fibrillazione. Mentre alla Camera si consumava lo psicodramma delle dimissioni di Italo Bocchino, “condizionate, però, alle dimissioni di tutti i vertici del gruppo”, il presidente della Camera Fini riceveva proprio il presidente dell’Amn, Palamara, portatore di una richiesta su cui la terza carica dello Stato si è trovato immediatamente in sintonia.

“Le riforme della giustizia da fare con urgenza – ha detto sempre Palamara – sono quelle per ridare funzionalità al sistema”. Niente a che vedere, dunque, con quanto vuole Berlusconi. L’incontro di ieri a Montecitorio, dunque, ha ulteriormente rafforzato l’asse tra Fini e i magistrati che a questo punto contano sulle sue “esili” truppe per rendere complicato l’iter di alcune proposte di legge dei berluscones assai sgradite alle toghe. La prima in lista è proprio quella sulle intercettazioni su cui, tuttavia, i finiani non hanno intenzione di pestare più di tanto sull’acceleratore. A meno che non succeda qualcosa di diverso. E, ormai, nessuno dorme più sonni tranquilli.