mercoledì 30 giugno 2010

AMICI MIEI


Concorso esterno con i mafiosi fino al ‘92: sette anni a Dell’Utri “Sconto” rispetto al primo processo. Il pg: “Sono stupito”

di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

Non erano farneticazioni, ''tesi fanatiche'' o ''teorie inesistenti''. Questa volta il salvagente giudiziario non è arrivato. Per la seconda volta, in appello, i giudici confermano che la mafia, in Parlamento, ha il volto di Marcello Dell'Utri. Un volto ''double-face''. La condanna a 7 anni (sconto di due anni rispetto al primo grado), emessa ieri in un'aula gremita di giornalisti dice chiaramente che il senatore del Pdl è stato un fiancheggiatore di Cosa Nostra, ma solo fino al 1992, l'anno delle stragi siciliane. Per il periodo successivo, cioè quello che abbraccia le bombe del '93 e la nascita di Forza Italia, non c'è prova che Dell'Utri sia stato un concorrente mafioso. Dopo cinque giorni di camera di consiglio, la Corte d'appello di Palermo, presieduta da Claudio Dall'Acqua (a latere Salvatore Barresi e Sergio La Commare), ha confermato il giudizio di responsabilità per concorso in associazione mafiosa nei confronti del braccio destro di Berlusconi, ma ha cancellato dal castello accusatorio la cosiddetta ''stagione politica'': quella che dal '92, a suon di tritolo, traghettò il Paese dalla Prima alla Seconda Repubblica. Per i giudici, il fatto, e cioè il patto mafia-politica con Dell'Utri tra i protagonisti, ''non sussiste''. Una certezza raggiunta dalla Corte senza aver ascoltato in aula Massimo Ciancimino, figlio del mafioso don Vito, che pure del dialogo tra i boss e pezzi delle istituzioni è stato testimone diretto.

Sospetti e scontenti

È un sentenza, ''all'italiana'', così ora dicono le parti, che non assolve e non condanna pienamente Dell'Utri, ma che di fatto allenta i sospetti sul ruolo di Forza Italia nel periodo dello stragismo mafioso. Perché se è vero che dal '92 in poi Dell'Utri non è più considerato un attivo concorrente di Cosa Nostra, allora è vero anche che perdono consistenza giuridica i suoi rapporti – pur testimoniati dai molti collaboratori (Giuffrè, Cannella, Cucuzza, Calvaruso) – con i boss di Brancaccio Giuseppe e Filippo Graviano, condannati per le stragi del '92 e del '93, che sono datati essenzialmente anni Novanta e costituiscono il fulcro delle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, dalle quali le nuove indagini su quel biennio di bombe hanno tratto un ulteriore impulso. Una sentenza che lascia tutti insoddisfatti. Non è soddisfatta la difesa, che puntava ad un'assoluzione piena e ora, per sminuire la sconfitta, la butta sulle presunte pressioni mediatiche subìte dalla Corte. E anche se l’avvocato Nino Mormino sottolinea come la sentenza faccia calare “una pietra tombale sulla presunta trattativa tra Stato e mafia”, il suo collega Pietro Federico non perde tempo per scaricare la palla su ''condizionamenti da parte di campagne di stampa'', respinte dagli stessi giudici con un inusuale comunicato letto in aula. Non è soddisfatto il pg Nino Gatto , che si dice ''stupito, perché Spatuzza non è stato tenuto nella giusta considerazione'', ma soprattutto perché quel ''gradino in grado di contribuire a costruire un pezzo di storia insanguinata del Paese'', da lui invocato nella replica finale,''questa sentenza non lo ha salito''. Non è pienamente contento, ovviamente, neppure Dell'Utri che pur non nascondendo la ''soddisfazione per l'esclusione (dal processo, ndr) di tutto ciò che riguarda le ipotesi dal '92 in poi'', ha definito ''pilatesca'' la sentenza.

Una foto in bianco e nero

Dell'Utri amico dei mafiosi, dunque, ma fino al '92. Il verdetto di appello restituisce la foto in bianco e nero di un intelligente bancario palermitano, con numerose amicizie tra i boss, che dagli anni '70, e fino al '92, ha vissuto fianco a fianco con Berlusconi gestendo in prima persona i rapporti e le pressioni che dalla Sicilia salivano sino a Milano nella stagione iniziale del riciclaggio mafioso. Quando i boss Stefano Bontade e Mimmo Teresi spediscono ad Arcore Mangano, per poi seguirlo nel capoluogo lombardo con valigie cariche di miliardi del narcotraffico da investire nella rampante imprenditoria lombarda. Sono gli anni della paura dei rapimenti, delle minacce, delle estorsioni, ma anche della grande avventura delle ''antenne'', condotta sempre in tandem da Berlusconi con Marcello , al quale è affidata la raccolta pubblicitaria a nove zeri. Dell'Utri amico dei boss perdenti e poi – negli anni Ottanta – degli alleati dei Corleonesi di Riina. In quegli anni, e arriviamo nel 1990, il capo di Publitalia, ormai polmone finanziario della Fininvest, media, ''per ragioni umanitarie'' dicono i suoi avvocati, le richieste estorsive dei mafiosi precedute dagli incendi ai negozi Standa di Catania. Il Muro di Berlino è appena crollato, e Berlusconi , dopo il mattone e l'etere, si prepara a vivere la sua terza vita da politico. Anche in questo Dell'Utri resta al suo fianco, anzi, come rivela Ezio Cartotto, ex esponente Dc assoldato dalla Fininvest, lo spinge verso la ''discesa in campo''. Siamo nella primavera del '92, parte l'operazione Botticelli ma qui, il verdetto di appello ferma l'orologio della giustizia. Tocca adesso alla Cassazione l’ultima parola su questa lunga vicenda giudiziaria.

FORZA MAFIA



Concorso esterno in associazione mafiosa. L’appello conferma la condanna di Marcello Dell’Utri, colui che nel ‘93 assieme a Berlusconi fondò Forza Italia

di Peter Gomez

La pornografica esultanza con cui buona parte del Pdl ha accolto la nuova condanna di Marcello Dell’Utri per fatti di mafia, spiega bene in che tipo di realtà criminale viva ormai la classe dirigente del nostro Paese. Prima ancora di averne letto le motivazioni i berlusconiani festeggiano perché, secondo loro, il verdetto dimostra come tra l’ideatore di Forza Italia e Cosa Nostra non vi è stato un patto politico. Anche a voler credere a questa tesi, i coriferi del Cavaliere sorvolano però su un punto. Fondamentale. Dell’Utri, pure secondo i giudici d’Appello, è stato fino al 1992 l’anello di congiunzione tra la mafia e il “mondo finanziario e imprenditoriale milanese”. Cioè la Fininvest di Berlusconi.

Il senatore azzurro lavora al fianco del Cavaliere dal 1973. Ancor più del corruttore di giudici Cesare Previti è suo sodale e amico. E proprio per conto di Berlusconi ha versato denaro agli uomini del disonore. Soldi che l’attuale premier donava, secondo l’accusa, per mantenere buoni rapporti. Tanto che la parola “regalo” è stata trovata nella contabilità della famiglia mafiosa di San Lorenzo, accostata alla voce Canale 5. Dell’Utri, salvo una breve parentesi, è stato poi al fianco di Berlusconi quando questi fondava le sue televisioni.

Fatti simili, tra chi dice di richiamarsi all’esempio di Borsellino, dovrebbero indurre a due riflessioni. Ancor oggi, visto che il Cavaliere in Tribunale si è avvalso della facoltà di non rispondere, ogni ipotesi, anche la peggiore, sulle origini delle sue fortune è valida. E ancora: un Paese può essere governato da chi regalava milioni a un’organizzazione di assassini, mentre altri imprenditori dicevano di no? Da ieri, a destra, chi è uomo e non ominicchio o quaquaraquà ha il dovere di rispondere. Prima che sia troppo tardi.

Pronto, chi parla?




di Marco Travaglio

Il prossimo ministro per i Rapporti con la Mafia festeggia con mezzo Pdl la condanna ad appena 7 anni per concorso esterno: forse, conoscendosi, s’aspettava l’ergastolo. Il suo addetto stampa Minzolingua apre il Tg1 su Taricone, poi spaccia la condanna per mafia del braccio destro del premier per un trionfo della difesa, disseminando la parola “assoluzione” in titoli e servizi, mentre la giureconsulta da riporto a Palermo strilla che “la Corte non ha creduto alla pubblica accusa… non ha creduto a Spatuzza, subito peraltro smentito da Filippo Graviano… ha spazzato via la costruzione accusatoria… crolla tutto…”. Ma non riesce a spiegare come mai, se crolla tutto, il pover’uomo s’è beccato 7 anni.

Intanto il premier s’interroga un po’ inquieto su una frase del legale di Dell’Utri, Nino Mormino, che pare il sosia di Salvo Lima: “Dell’Utri è stato condannato solo per quanto avrebbe fatto prima del ‘92 per proteggere dalla mafia Berlusconi e le sue aziende…”. E su quella complementare dell’amico Marcello: “Mangano resta il mio eroe: non so se io, trovandomi al suo posto in carcere, riuscirei a resistere senza fare nomi…”. E chissà che non cominci a parlare qualcuno che in carcere è recluso da un pezzo. Già, perché la sentenza di ieri non era attesa soltanto dai politici, ma pure dai mafiosi, che fra l’altro sono gente seria. Anche loro, come chiunque abbia occhi per vedere, dovevano aver capito che una Corte più benevola, a Dell’Utri, non poteva capitare.

A parte le biografie dei tre giudici svelate dal Fatto (ma a Palermo le conoscono tutti), bastava seguire le loro mosse per farsi un’idea: no alla testimonianza di Massimo Ciancimino, apoditticamente ritenuto “contraddittorio” senza nemmeno sentirlo o guardarlo in faccia, rinunciando così, a prescindere, a un possibile riscontro alle parole di Spatuzza; no alle carte della Dda di Reggio Calabria sui rapporti telefonici tra Dell’Utri e il clan Piromalli nel 2008, perché un conto è la mafia e un altro la ‘ndrangheta; nessuna domanda a Filippo Graviano per saggiarne la credibilità quando ha provato a smentire Spatuzza (bastava chiedergli se avesse mai fatto parte di Cosa Nostra, lui avrebbe risposto di no e tutto sarebbe finito lì).

Facile prevedere che a Dell’Utri le cose sarebbero andate meglio in appello che in tribunale. Ma nessuno sapeva di quanto. Ora che si è buscato 7 anni al posto di 9, il mafioso serio non può non porsi una domanda: se il sistema, pur in circostanze così propizie, non riesce neppure a salvare se stesso proteggendo l’ideatore di Forza Italia e padre fondatore della Seconda Repubblica, dove troverà la forza di mantenere le promesse lasciate in sospeso?

La questione non riguarda tanto i mafiosi in libertà che, tra scudi fiscali e leggi anti-pentiti e anti-intercettazioni, non se la sono mai passata meglio. Quanto i mafiosi detenuti che, a parte il contentino della chiusura di Pianosa e Asinara, attendono ancora la ciccia: una scappatoia all’ergastolo o almeno al 41-bis. Fra questi c’è Giuseppe Graviano, vero capo di Spatuzza che, lungi dallo smentirlo, al processo ha preso tempo, lamentandosi per il 41-bis e riservandosi di parlare e decidere che dire in un secondo tempo.

Ora il suo potere contrattuale, con l’assoluzione di Dell’Utri per il post-1992, aumenta a dismisura: se le parole di Spatuzza (in aggiunta a quelle di Giuffrè e agli innumerevoli fatti documentati degli anni ‘90) non sono bastate ai giudici per provare il nuovo patto Stato-mafia, che accadrebbe se parlasse Graviano? I mafiosi non badano al diritto, che ritengono inutile sovrastruttura, ma alla prassi, cioè ai rapporti di forza e potere. Sono gli ultimi marxisti su piazza. Se Dell’Utri rischia di finire in galera, vuol dire che il sistema è tutt’altro che un monolite granitico, anzi si sta sbriciolando. Come la Prima Repubblica nel 1992, quando la giustizia apparve per la prima volta uguale per tutti e infatti i mafiosi cominciarono a parlare. C’è un vecchio detto, in Sicilia: “Ad albero caduto, accetta accetta”. Dell’Utri lo conosce bene. Berlusconi potrebbe impararlo presto.

Sette anni, ne dimostra di più


dal Blog di Marco Travaglio

Dunque, anche per la Corte d’appello di Palermo, Marcello Dell’Utri è un mafioso. Dopo cinque giorni di battaglia in camera di consiglio, i giudici più benevoli che lui abbia mai incontrato hanno stabilito quanto segue: fino al 1992, prima in casa Berlusconi, poi nella Fininvest, poi in Publitalia, ha sicuramente lavorato per Cosa Nostra (la vecchia mafia dei Bontate e Teresi, e la nuova mafia dei Riina e Provenzano) e contemporaneamente per il Cavaliere palazzinaro, finanziere, editore, tycoon televisivo.

Dopo il 1992, cioè negli anni delle stragi politico-mafiose e della successiva nascita di Forza Italia (un’idea sua), mancano le prove che abbia seguitato a farlo per il Cavaliere politico. Questo, in attesa di conoscere le motivazioni della sentenza, è quanto si può dire a una prima lettura del suo dispositivo.

Qualche sito e qualche cronista (tra cui, sorprendentemente, quello di Sky) si sono subito affannati a concludere che “è stato smentito Spatuzza”: ma questo, finchè non saranno note le motivazioni, non lo può dire nessuno. Molto più probabile che i giudici abbiano stabilito, com’è giusto, che le sue parole – né confermate né smentite – da sole non bastano, senza riscontri. Riscontri che avrebbe potuto fornire Massimo Ciancimino, se i giudici Dell’Acqua, Barresi e La Commare avessero avuto la compiacenza di ascoltarlo, prima di decidere apoditticamente, senza nemmeno averlo guardato in faccia, che è “inattendibile” e “contraddittorio”.

Riscontri che già esistevano prima che Spatuzza e Ciancimino parlassero: oltre alle dichiarazioni ultra-riscontrate di Nino Giuffrè e altri collaboratori sul patto Provenzano-Dell’Utri, è proprio sul periodo successivo al 1992 che i magistrati hanno raccolto la maggiore quantità di fatti documentati e inoppugnabili: le intercettazioni del mafioso Carmelo Amato, provenzaniano di ferro, che fa votare Dell’Utri alle europee del 1999; le intercettazioni dei mafiosi Guttadauro e Aragona che organizzano la campagna elettorale per le politiche del 2001 e parlano di un patto fra Dell’Utri e il boss Capizzi nel 1999; le agende di Dell’Utri che registrano due incontri a Milano col boss Mangano nel novembre del 1994, mentre nasceva Forza Italia; la raccomandazione del baby calciatore D’Agostino per un provino al Milan, caldeggiato dai Graviano e propiziato da Dell’Utri; e così via. Vedremo dalle motivazioni come i giudici riusciranno a scavalcare questi macigni.

Ora, per Dell’Utri, il carcere si avvicina. Quello di oggi è l’ultimo giudizio di merito sulla sua vicenda: resta quello di legittimità in Cassazione, ma le speranze di farla franca attraverso una delle tante scappatoie previste dall’ordinamento a maglie larghe della giustizia italiana sono ridotte al lumicino. La prescrizione, per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa doppiamente aggravato dall’elemento delle armi e da quello dei soldi, scatta dopo 22 anni e mezzo dalla data ultima di consumazione del reato: quindi dal 1992. Il calcolo è presto fatto: se la Cassazione deciderà che davvero il reato si interrompe nel 1992, la prescrizione scatterà nel 2014-2015, quanto basta alla Suprema Corte per confermare definitivamente la condanna a 7 anni. Che non potranno essere scontati ai domiciliari secondo la norma prevista dalla ex Cirielli per gli ultrasettantenni (Dell’Utri compirà 70 anni nel 2011), perché non vale per i reati di mafia (altrimenti sarebbero a casa anche Riina e Provenzano).

Se invece la Cassazione cassasse senza rinvio la condanna, Dell’Utri avrebbe risolto i suoi problemi. Ma c’è pure il caso che la Cassazione cassi la sentenza con rinvio, accogliendo il prevedibile ricorso della Procura generale contro l’assoluzione per i fatti post-1992. Nel qual caso si celebrerebbe un nuovo appello, ma per Dell’Utri sarebbe una magra consolazione: rinvierebbe soltanto di un paio d’anni l’amaro calice del carcere, visto che, allungandosi il periodo del suo reato, si allungherebbe anche il termine di prescrizione. Semprechè, naturalmente, non venga depenalizzato il concorso esterno in associazione mafiosa.

Questa sentenza, per quanto discutibile, compromissoria e anche un po’ furbetta, aiuta a comprendere la differenza che passa tra la verità giudiziaria e quella storica, politica, morale. Nessuna persona sana di mente potrebbe credere, alla luce del dispositivo, che Cosa Nostra sia un’accozzaglia di squilibrati che si alleva un concorrente esterno, lo infiltra nell’abitazione e nelle aziende di Berlusconi per tutti gli anni 70 e 80 fino al 1992 e poi, proprio quando diventa più utile, cioè quando s’inventa un partito che riempie il vuoto lasciato da quelli che avevano garantito lunga vita alla mafia fino a quel momento, lo scarica o se ne lascia scaricare senza colpo ferire.

Una banda di pazzi che per un anno e mezzo mettono bombe e seminano terrore in tutt’Italia per sollecitare un nuovo soggetto politico che rimpiazzi quelli decimati da Tangentopoli e dalla crisi finanziaria e politica del 1992, e quando questo soggetto politico salta fuori dal cilindro non di uno a caso, ma del vecchio amico Dell’Utri, interrompono le stragi, votano in massa per Forza Italia, ma rompono i rapporti col vecchio amico Dell’Utri, divenuto senatore e rimasto al fianco del nuovo padrone d’Italia.

I giudici più benevoli mai incontrati da Dell’Utri, dopo cinque anni di appello e cinque giorni di camera di consiglio, non hanno potuto evitare di confermare che, almeno fino al 1992, esistono prove insuperabili (perfino per loro) della mafiosità di Dell’Utri. Cioè dell’uomo che ha affiancato Berlusconi nella sua scalata imprenditoriale, finanziaria, editoriale, televisiva. E che nel 1992-’93 ideò Forza Italia, nel 1995 fu arrestato per frode fiscale e nel 1996 entrò in Parlamento per non uscirne più.

Intervistato qualche mese fa da Beatrice Borromeo per il Fatto quotidiano, Dell’Utri ha candidamente confessato: “A me della politica non frega niente. Io mi sono candidato per non finire in galera”. Ecco, mentre i giudici di Palermo scrivono le motivazioni, ora la palla passa alla politica. Un’opposizione decente, ma anche una destra decente, semprechè esistano, dovrebbero assumere subito due iniziative.

1) Inchiodare Silvio Berlusconi in Parlamento con le domande a cui, dinanzi al Tribunale di Palermo, oppose la facoltà di non rispondere. Perché negli anni 70 si affidò a Dell’Utri (e a Mangano)? Perché, quando scoprì la mafiosità di almeno uno dei due (Mangano), non cacciò anche l’altro che gliel’aveva messo in casa (Dell’Utri), ma lo promosse presidente di Publitalia e poi artefice di Forza Italia? Da dove arrivavano i famosi capitali in cerca d’autore degli anni 70 e 80? Si potrebbe pure aggiungere un interrogativo fresco fresco: il presidente del Consiglio è forse ricattato o ricattabile anche su queste vicende (ieri il legale di Dell’Utri, Nino Mormino, faceva strane allusioni al prodigarsi del suo assistito fino al 1992 per “salvare dalla mafia Berlusconi e le sue aziende”)?

2) Pretendere le immediate dimissioni di Marcello Dell’Utri dal Parlamento. Quello di oggi non è un avviso di garanzia, una richiesta di rinvio a giudizio, un rinvio a giudizio, una sentenza di primo grado: è la seconda e ultima sentenza di merito. Che aspetta la politica a fare le pulizie in casa? Che i carabinieri irrompano a Palazzo Madama per prelevare il senatore e condurlo all’Ucciardone?

Il Consiglio d’Europa boccia la legge bavaglio: “Favorisce mafia e corruzione”


Terza bocciatura internazionale al ddl intercettazioni. Dopo gli Usa e l’Ocse, oggi è il Greco a dire "in Italia i politici, per ragioni personali, approvano leggi che favoriscono corruzione e mafie"

Mentre in Italia, a stretto giro di ruota dalla condanna per fatti di mafia di Marcello Dell’Utri, le polemiche sulla legge bavaglio riprendono furiosamente quota, dall’estero arriva la terza bocciatura al disegno di legge sulle intercettazioni . Dopo quella del Dipartimento di giustizia americano, e quella dell’Ocse, è il Greco (Gruppo di Stati contro la corruzione) a prendere posizione. “Questa legge potrà creare gravi difficoltà alla lotta alla criminalità organizzata”, dice in un’intervista esclusiva a ilfattoquotidiano.it, Drago Kos, ex dirigente della polizia slovena, detto lo zar della guerra alle tangenti, dal 2002 Presidente di questo importante organo interno al Consiglio d’Europa, che ha il compito di sorvegliare le politiche nella lotta alla corruzione e identificare le lacune nelle norme, indicando i provvedimenti da prendere.

Il Greco comprende 46 paesi membri (45 Stati europei e gli Stati Uniti d’America). L’Italia ha aderito il 30 giugno 2007. E’ la seconda volta che il Greco esprime preoccupazione per una legge approvata in questa legislatura. L’allarme era già scattato per la prima versione del Lodo Alfano. Quella voluta da Silvio Berlusconi e riguardante la sospensione dei processi per le più alte cariche dello Stato. Allora l’organizzazione internazionale aveva espresso il timore che la norma mettesse i bastoni tra le ruote alla lotta alla corruzione e violasse un principio elementare: quello di uguaglianza. Un timore fondato, tanto che il 7 ottobre 2009 la Corte Costituzionale lo ha bocciato.

Signor Kos, qual è la situazione europea della lotta alla corruzione?
La lotta alla corruzione in Europa va a due velocità: da un parte le nuove democrazie che necessitano di norme specifiche e di un controllo sulla realizzazione delle pratiche anti corruzione, dall’altra parte le vecchie democrazie che si trovano a un livello migliore, tranne Spagna, Italia e Grecia. Negli ultimi anni la situazione della corruzione in Europa si è aggravata invece di migliorare. Molti Stati combattevano la corruzione solo per soddisfare le richieste europee e non per produrre un cambiamento interno anche di tipo sociale, inoltre la crisi è un terreno ideale per l’aumento della corruzione perché aumenta il livello di pressione sull’economia

E l’Italia a che punto è nella lotta alla corruzione?
La situazione da voi è molto particolare, primo perché il livello di corruzione e criminalità è molto alto, secondo perché la classe politica non vuole riconoscere la gravità del problema e terzo perché sempre la classe politica invece di incrementare la lotta alla corruzione, per ragioni personali, approva norme che la ostacolano.

Come il Lodo Alfano che voi avevate bocciato nella vostra ultima relazione?
La Corte ha fatto bene a dichiararlo incostituzionale e questa è semplicemente la prova che il tra i poteri dello Stato il ramo giudiziario è sano.

E ora a che cosa si riferisce?
L’Italia oggi deve affrontare un’altra minaccia: la legge che ostacola le intercettazioni e le limita a una durata di 75 giorni e punisce i giornalisti che pubblicano le intercettazioni. Non si può seriamente combattere la corruzione né il crimine organizzato se il provvedimento che autorizza le intercettazioni può durare solo 75 giorni. In secondo luogo, la minaccia ai media di una sanzione in caso di pubblicazione delle intercettazioni non può essere una soluzione. Io non sono d’accordo con la pubblicazione dei verbali. Questa, però, è una responsabilità dei magistrati che devono evitare fughe di notizie. E’ chiaro. Qualsiasi giornalista al mondo, se riuscisse ad averle, scriverebbe le intercettazioni che si pubblicano da voi.

Nel nostro paese corruzione e mafia sono spesso sinonimi…
Proprio per questo la nuova legge potrà creare gravi difficoltà nella lotta alle mafie. Ufficialmente non è applicabile alle indagini sulla criminalità organizzata, ma non si può mai sapere quando si iniziano delle indagini se queste porteranno a casi che riguardano i clan.

Quindi condivide la posizione del Consiglio Superiore della Magistratura e dell’Associazione Nazionale Magistrati?
Questo è quello che ci suggerisce la nostra esperienza: quando iniziano le investigazioni non si sa mai dove porteranno. Con il nuovo ddl si parte, invece, dal presupposto che potrai lavorare solo 75 giorni. E in 75 giorni spesso non è possibile nemmeno formulare una ipotesi d’imputazione. Mi spiace dirlo, ma saranno tempi duri per il sistema giudiziario italiano.

Ritiene che la legge sulle intercettazioni sia in contrasto con i principi del Greco? Ritiene che sia in contrasto con principi costituzionali?
La legge è certamente in contrasto con i principi di Greco. Non posso esprimere giudizi specifici sulla costituzionalità di una legge nel vostro ordinamento, ma si deve tenere conto di questo: ci sono principi fondamentali da bilanciare che sono diritti umani e quindi validi per tutti. Da un lato il diritto alla privacy, dall’altro lato il diritto fondamentale dei cittadini italiani a vivere in una realtà sicura e informati. Questi principi vanno bilanciati. Non si può proteggere un diritto fondamentale in modo tale da violare un altro diritto fondamentale a volte anche più importante, come la libertà di cronaca e di espressione. Sono certo che se la legge dovesse passare qualcuno in Italia solleverà questione di costituzionalità e i vostri giudici costituzionali avranno un compito molto duro da affrontare.

martedì 29 giugno 2010

Concorso esterno in associazione mafiosa il reato che divide giudici e politica


Le diverse sentenze della Cassazione, a sezioni riunite, hanno di volta in volta costruito riferimenti giurisprudenziali utili. Manca ancora il sostegno di norme del codice penale che sanciscano il profilo netto del reato

di CARLO CIAVONI

La sentenza d'Appello che condanna a 7 anni di carcere il senatore del Pdl Marcello Dell'Utri, per concorso esterno in associazione mafiosa, riaccenderà molto presto il lungo e complesso dibattito dottrinale sul profilo giuridico di questo reato associativo. Dibattito che s'impose durante la lunga stagione terroristica vissuta nel nostro Paese. Gli studiosi si dividono da anni sulla sua definizione, fino a spingere le contrapposizioni su due fronti estremi: il primo che assimila le condotte di chi è parte integrante dell'associazione mafiosa, con quelle di chi partecipa solo occasionalmente, ma in piena coscienza, alla societas sceleris. Il secondo con una visione delle cose che invece traccia un identikit differente del sostenitore esterno, basando prima di tutto il ragionamento sul concetto di legge penale, ereditata dal Diritto Romano, secondo il quale non c'è né crimine né pena senza legge scritta.

In assenza di una norma del codice penale, da un reato del genere, dicono altri insigni giuristi, si è dentro o si è fuori: non ci possono essere alternative in uno stato di diritto, che trae origine da solidi principi Costituzionali.

Sul concorso esterno ci sono stati finora soltanto pronunciamenti delle sezioni riunite della Corte di Cassazione. In tutti i casi sono state messe in rilievo le lacune legislative, da colmare con norme capaci di individuare soprattutto un aspetto: e cioè i comportamenti di una persona la quale, pur non facendo parte organica di un'associazione criminale, con la sua condotta, di fatto, finisce per consentire il raggiungimento degli "obiettivi delittuosi". In assenza di un profilo giuridico netto del reato di concorso esterno, dunque, la discussione dottrinale fra studiosi e operatori del diritto prosegue.

L'orientamento prevalente, al momento, nella ricerca della definizione di una condotta "partecipativa interna" distinta da quella "esterna ed eventuale", considera decisivi due elementi: quello oggettivo, cioè l'inquadramento stabile nella cosca mafiosa e l'elemento psicologico, decisamente più evanescente, identificabile nel dolo che si sostanzia nella coscienza di appartenere organicamente ad un progetto criminale, aggiunto al ruolo specifico nella concreta attuazione del reato. Fino a quando non sarà colmato il vuoto legislativo, tuttavia, nonostante i pronunciamenti della Cassazione, il profilo di questo reato rimarrà opaco e sfumato.

(29 giugno 2010)

Mozione di sfiducia da Pd e Idv "Vicenda oscura e inqualificabile"


Franceschini: "Non basta la rinuncia al legittimo impedimento". Di Pietro: "Per la dignità del Parlamento". Bossi: "Caso chiuso". Necessaria la firma di almeno 63 deputati, poi il voto per appello nominale. L'Udc contrario

Pd e Idv presenteranno insieme alla Camera una mozione di sfiducia nei confronti del ministro per il Decentramento, Aldo Brancher. Il presidente del gruppo democratico, Dario Franceschini, ha lanciato l'iniziativa raccogliendo l'adesione immediata dell'Italia dei valori. L'Udc si è invece chiamato fuori per non dover sottoscrivere una mozione unitaria con l'Idv.

"La nomina del ministro Aldo Brancher - ha spiegato Franceschini - assume caratteri sempre più oscuri, da chiarire immediatamente. Non basta la rinuncia al ricorso al legittimo impedimento, la vicenda resta inqualificabile". Il capogruppo democratico ha precisato che il suo partito presenterà una mozione di sfiducia individuale sulla base dell'articolo 115 del regolamento della Camera, che prevede la sottoscrizione di almeno 63 deputati per le mozioni di sfiducia, nonché il voto per appello nominale. "Comincerà subito la raccolta delle firme - ha garantito - e ci impegneremo affinché il sostegno sia il più ampio possibile. Se nel frattempo il ministro Brancher decidesse di dimettersi, farebbe un servizio al Paese".

I cronisti hanno chiesto a Franceschini se la mozione sarà unitaria per i gruppi parlamentari di opposizione. "Le mozioni di sfiducia - ha risposto - non le sottoscrivono i gruppi parlamentari, ma i singoli deputati. Noi presentiamo la mozione e poi chiederemo di sottoscriverla al maggior numero di deputati possibile".

Il partito di Antonio Di Pietro ha in ogni caso assicurato la sua adesione. Il presidente dei deputati dell'Idv, Massimo Donadi, si è detto "molto soddisfatto" dell'iniziativa. "E' passata la nostra linea - ha affermato - la rinuncia al legittimo impedimento non ha spostato di un virgola la questione politica e questa vergogna istituzionale si può cancellare solo con le dimissioni del ministro Brancher''. Donadi ha quindi osservato che se fosse vero il veto dell'Udc per una mozione unitaria, si tratterebbe di un "episodio patetico"

L'Idv ha anche annunciato che presenterà domani un'interrogazione al governo per avere chiarimenti sui motivi della nomina a Brancher di ministro e quali siano le funzioni per lui previste, visto che sulle deleghe non c'è ancora chiarezza. "In questo momento non occorrono distinguo - ha precisato Di Pietro - ma è fondamentale che ogni singolo parlamentare risponda alla sua coscienza e ai cittadini su un atto di una gravità inaudita. Brancher è stato nominato ministro solo per non farsi processare e questo è un atto non solo immorale ma che umilia profondamente le istituzioni e la democrazia. Noi ci appelliamo a tutti i deputati, al di là degli schieramenti, affinché appongano le loro firme su un atto di sfiducia che potrà ridare dignità all'azione politica di questo Parlamento".

Più sintetico il commento di Umberto Bossi: "Il caso Brancher? "E' chiuso, basta". Il ministro delle riforme per il federalismo ha deciso di non commentare la mozione di sfiducia e si è limitato a dire che "è stato fatto un errore sulle deleghe".

Il settimanale "Famiglia Cristiana" ha invece espresso un giudizio molto duro sul caso. L'editorialista Beppe del Colle ha definito Brancher un "ministro del nulla", nominato "in funzione dell'ennesima legge ad personam, per sottrarre i politici alla giustizia, mentre si tradisce la Costituzione sui temi della legge uguale per tutti, della libertà di stampa e dei fini sociali in tema di economia di mercato. La maggioranza è divisa su tutto, tranne che sull'ossequio devoto (almeno a parole) al capo del Governo. Che differenza con la politica di alcuni anni fa''.

(29 giugno 2010)

Dell'Utri condannato a sette anni riconosciuti i rapporti con Cosa nostra


Questo il verdetto della Corte d'appello presieduta da Claudio Dall'Acqua (a latere Salvatore Barresi e Sergio La Commare). La sentenza assolve però il senatore del Pdl per "le condotte successive al 1992"

di SALVO PALAZZOLO

Sette anni di carcere per Marcello Dell'Utri, ma è assolto per le "condotte successive al 1992, perché il fatto non sussiste". Questo il verdetto della seconda sezione della Corte d'appello di Palermo presieduta da Claudio Dall'Acqua (a latere Salvatore Barresi e Sergio La Commare). In primo grado, il senatore del Pdl era stato condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Oggi, dopo cinque giorni di camera di consiglio, i giudici d'appello riscrivono la sentenza in uno dei punti più delicati del processo, quello della trattativa che secondo la Procura e il Tribunale sarebbe intercorsa fra l'organizzazione mafiosa e Marcello Dell'Utri alla vigilia della nascita di Forza Italia.

La Corte ritiene invece provato che Dell'Utri intrattenne stretti rapporti con la vecchia mafia di Stefano Bontade e poi, dopo il 1980, con gli uomini di Totò Riina e Bernardo Provenzano, almeno fino alla stagione delle stragi di Falcone e Borsellino nel 1992.

Eccoli, allora, i capisaldi della condanna. Innanzitutto, l'assunzione del boss palermitano Vittorio Mangano per fare da stalliere nella villa di Arcore di Silvio Berlusconi. "Attraverso la mediazione di Dell'Utri e del mafioso Gaetano Cinà - aveva ribadito il procuratore generale Nino Gatto poco prima che i giudici entrassero in camera di consiglio - Mangano assicurò protezione contro l'escalation dei sequestri a Milano". Nell'autunno 1974, l'arrivo di Mangano sarebbe stato sancito da un incontro fra Dell'Utri, Berlusconi e i capimafia palermitani Stefano Bontade e Mimmo Teresi, nella sede della Edilnord. I giudici della corte d'appello hanno evidentemente creduto al pentito Francesco Di Carlo, che ha svelato di essere stato presente a quell'incontro.

La sentenza di primo grado sosteneva pure che prima del 1980 Dell'Utri aveva fatto da tramite per gli investimenti a Milano di Stefano Bontade, all'epoca uno dei padrini più influenti di Cosa nostra palermitana, che era alla ricerca di aziende pulite del Nord Italia in grado di riciclare i miliardi di lire provenienti dal traffico internazionale di droga.

Il senatore Dell'Utri non era presente alla lettura della sentenza nell'aula bunker di Pagliarelli ed ha preferito aspettare la decisione della corte d'appello a Como. Poi ha commentato la sentenza in una conferenza stampa a Milano. Per lui, il sostituto procuratore generale Nino Gatto aveva chiesto una condanna anche più alta di quella inflitta in primo grado, 11 anni. E aveva fatto un appello finale ai giudici: "E' il potere a essere giudicato (...) Voi potete contribuire alla costruzione di un gradino, salito il quale forse, e ripeto forse, si potranno percorrere altri scalini che potranno fare accertare le responsabilità che hanno insanguinato il nostro Paese. Oppure lo potete distruggere questo gradino".

Il riferimento del procuratore generale era a quelle indagini delle Procure di Caltanissetta, Palermo e Firenze che di recente hanno ricevuto nuovi spunti dalle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza: l'ex killer oggi pentito ha parlato di "garanzie" che sarebbero state offerte nel 1993 dal "compaesano" Dell'Utri e da Berlusconi, alla vigilia della nascita di Forza Italia. L'assoluzione di Dell'Utri per le vicende successive al 1992 suona adesso come una sconfessione di Spatuzza, ma su questo punto bisognerà attendere le motivazioni della sentenza per capire se i giudici della corte d'appello hanno valutato il pentito del tutto inattendibile, oppure se si sono limitati a ritenere il suo contributo non determinante, perché sulla trattativa politica-mafia ha riferito in fondo solo quanto appreso da uno dei suoi capi, Giuseppe Graviano.

Di certo, però, nel processo Dell'Utri non era solo Spatuzza a parlare di un accordo politico-mafioso in vista della nascita di Forza Italia. Nella sentenza di primo grado, che aveva portato alla condanna del senatore di Forza Italia, una parte rilevante era rappresentata dalle dichiarazioni di Nino Giuffrè: l'ex fedelissimo del capo di Cosa nostra Bernardo Provenzano aveva parlato del sostegno elettorale dei boss in cambio di "garanzie" che sarebbero state offerte da alcuni intermediari. Adesso, la sentenza di appello sembra mettere in discussione anche quelli che erano ormai ritenuti i capisaldi delle ultime inchieste sulla trattativa fra mafia e politica durante la stagione delle stragi del 1993.

(29 giugno 2010)

La verità fa paura


Berlusconi attacca di nuovo gli organi d'informazione. Siamo davanti a un premier che usa i vertici internazionali per regolare i conti domestici. Teme la pubblica opinione. Ma noi continueremo a fare il nostro mestiere. Perché i cittadini vogliono sapere, per poter giudicare

di EZIO MAURO

IL tycoon delle televisioni ha paura dei giornali. Da San Paolo, dov'è in visita di Stato, il Presidente del Consiglio ieri ha trovato modo di attaccare gli organi d'informazione (quelli che non controlla e che non possiede, naturalmente, abituato com'è alla totale obbedienza televisiva), denunciando "una disinformazione totale e inconcepibile, da molti mesi a questa parte". Poi ha lanciato una proposta inedita: "Bisogna fare uno sciopero dei lettori e insegnare ai giornali italiani a non prenderli in giro".

Siamo dunque davanti ad un Premier che usa i vertici internazionali per regolare i conti domestici con il potere d'informazione, che non è ancora interamente oggetto del suo dominio, e che lo spaventa perché introduce elementi di verità e di critica nel paesaggio televisivo: dentro il quale il leader coltiva il senso comune nazionale, canale di egemonia e di consenso. In Occidente, non si è mai visto un Capo di governo impegnato ad eccitare una impossibile rivolta populista per far tacere le (poche) voci critiche che rompono il coro.

Tutto ciò è ancora più grave se si pensa che l'uomo politico in questione è anche editore, perché non ha mai voluto dismettere il controllo proprietario pieno ed effettivo sulle reti televisive di sua proprietà e sui suoi giornali, variamente appaltati. Che spettacolo, per i brasiliani e gli italiani.

Siamo davanti ad un Presidente del Consiglio che teme la pubblica opinione. E a un editore che teme i giornali.

Possiamo assicurarli entrambi (spaventati dalla verità, e dalla libertà) che continueremo a fare il nostro mestiere: perché i cittadini vogliono sapere, per poter giudicare. E non prendono ordini dal Premier su cosa bisogna leggere, nell'Italia berlusconiana.

Il Pdl solidale con Dell'Utri dopo la condanna "Forza Italia non c'entra con la mafia"


Il Pdl prova a dare una lettura "leggera" alla condanna appena inflitta dalla Corte d'Appello di Palermo al senatore Marcello Dell'Utri, responsabile di aver imbastito rapporti con la mafia. E' un coro unanime quello del partito del Cavaliere, dove è una gara a fare quadrato intorno al fedelissimo del premier. Ma non solo. Nella sentenza lo stato maggiore del Pdl legge lo smontarsi di quell'accusa, pesantissima, che legava la nascita di Forza Italia (nel 1994) alla mafia.

"La Corte d'Appello ha smontato tutta la letteratura di fantascienza su cui gran parte della sinistra giustizialista e del network mediatico di supporto avevano lavorato per una decina d'anni" dice il portavoce del Pdl, Daniele Capezzone. Anche il capogruppo al Senato, Gaetano Quagliarello, commenta la sentenza: ''Da una Corte che ha ammesso in un pubblico dibattimento i deliri di Spatuzza sui suoi incontri al bar Doney non ci si poteva aspettare molto di diverso, anche se i teoremi dell'accusa sembrano uscire ridimensionati da questo giudizio. Il fatto che un Procuratore Generale abbia sollecitato una sentenza non per stabilire se una persona abbia violato o meno il codice penale in base a prove e riscontri, ma per riscrivere una pagina di storia del Paese e contribuire ad aprirne delle altre, in una democrazia matura dovrebbe essere visto come sintomo di una profonda patologia, e destare indignazione".

Sempre di aperta e incondizionata solidarietà parla anche Fabrizio Cicchitto: "La sentenza di condanna a Dell'utri non ha la potenzialità giuridica per poter aprire nel presente un attacco politico-giuridico alle nuove entità politiche scese in campo dopo il 1994". Tema su cui punta anche il finiano Italo Bocchino: "La sentenza smonta il teorema tutto politico di un collegamento tra le stragi mafiose e la nascita di Forza Italia. A Dell'utri va la nostra solidarietà per questo ulteriore e difficile passaggio giudiziario".

Anche il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, mostra piana solidarietà per Marcello Dell'Utri: "E' una persona perbene, sono certa che nel terzo grado di giudizio riuscirà ad ottenere giustizia. Il reato di concorso esterno in associazione mafiosa è un'anomalia tutta italiana, spesso usato per processi di tipo politico in mancanza di prove".

Dall'opposizione si leva la voce di Antonio Di Pietro: "La condanna penale è personale, ma la condanna politica c'è tutta e riguarda il partito di Silvio Berlusconi, Forza Italia, nato in virtù di un rapporto non occasionale tra uno dei suoi fondatori, Marcello dell'Utri, e la mafia". Il senatore del Pd Giuseppe Lumia, componente della Commissione antimafia si dice convinto che "anche di fronte ad una assoluzione vi erano tutti gli elementi per espellere Dell'Utri dalla politica e dalle istituzioni".

(29 giugno 2010)

Dell'Utri, lo strappo dei giovani del Pdl "I nostri eroi sono Borsellino e Falcone"


Passano pochi minuti dalla condanna a sette anni di carcere del co-fondatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri e una nota della Giovane Italia Sicilia (ex Azione Giovani, movimento giovanile del Pdl) apre una polemica all'interno del partito del Cavaliere. Se i big del partito si schierano compattamente con Dell'Utri, i giovani siciliani e Azione Universitaria puntano i piedi. Uscendo dal coro. "Oggi più che mai sentiamo l'esigenza di avviare una profonda riflessione all'interno del partito dopo questa condanna che rimane gravissima soprattutto per un uomo impegnato in politica - si legge in una nota della Giovane Italia Sicilia - Non ci uniremo al solito coro di solidarietà già tristemente visto negli anni scorsi per i politici condannati. Il nostro movimento giovanile non può rimanere in silenzio davanti a fatti che minano la credibilità di un intero partito".

Ma non basta. Per i giovani siciliani va subito accolta la proposta del ministro Giorgia Meloni (ex An) "sulla introduzione nello statuto del Pdl di una norma che preveda il no alla ricandidatura vita natural durante e l'espulsione per chi è stato condannato in via definitiva per corruzione e mafia”.

Parole che scatenano l'irata reazione di Costanza Castello, coordinatrice dei club giovanili del Pdl-Sicilia: "Siamo letteralmente allibiti per l'uscita quanto meno impropria dei sedicenti giovani del Pdl siciliano. Noi che rappresentiamo la parte evidentemente liberale e garantista ne prendiamo nettamente le distanze".

Ma da Azione Universitaria arriva un nuovo affondo: "Mentre Dell'Utri continua a definire un eroe il mafioso Vittorio Mangano, noi affermiamo con orgoglio che gli eroi dei giovani siciliani sono persone come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino".

(29 giugno 2010)

La sentenza su Dell'Utri Una decisione attesa 13 anni


Pena ridotta a sette anni. La sentenza della seconda sezione penale della corte d'appello di Palermo nei confronti del senatore del Pdl Marcello Dell'Utri sigilla la chiusura ufficiale del "secondo atto" di uno dei processi più seguiti negli ultimi anni nel nostro Paese.

Il processo. Istruito a Palermo nel 1997, il processo di primo grado si concluse l'11 dicembre del 2004, dopo 257 udienze, con una sentenza di condanna a 9 anni di reclusione (il sostituto procuratore generale, Nino Gatto, ne ha chiesti 11) che indicava il senatore come un uomo a metà strada fra il mondo della ricca finanza milanese e i più efferati contesti legati a Cosa Nostra. L'appello è iniziato nel 2006.

Dell'Utri, Mangano e Cosa Nostra. A tirare in ballo il nome di Dell'Utri era stato il pentito Salvatore Cancemi già nel 1994, parlando di un altro personaggio che gravitava nell'orbita del Cavaliere sin dai primi anni '70: Vittorio Mangano. Questi, ufficialmente stalliere nella residenza di Berlusconi ad Arcore, era in realtà un vero e proprio "uomo d'onore" ben conosciuto negli ambienti mafiosi palermitani, portato a Milano alla corte del premier proprio dal senatore. Ma quello con Mangano non era l'unico contatto dell'esponente del Pdl con personaggi di spicco di Cosa Nostra.

Stando alle dichiarazioni dei pentiti Tommaso Buscetta e Nino Giuffrè, Dell'Utri avrebbe avuto rapporti di amicizia anche con storici capimafia come Gaetano Cinà e Stefano Bontade, facendo da vera e propria "cerniera fra potere mafioso, politico ed economico".

Il progetto Forza Italia. La mafia, in particolare, lo avrebbe usato fin dagli anni '70 come tramite per entrare a pieno titolo in grandi affari edilizi del nord come Milano 2. L'accusa ha inoltre sempre puntato il dito contro il rapporto fra Dell'Utri e i boss di Brancaccio, Giuseppe e Filippo Graviano. Questi contatti, riconducibili ai primi anni '90, sarebbero stati finalizzati a dettare le più importanti linee guida del progetto politico di Forza Italia, fondato proprio in quegli anni.

(29 giugno 2010)

FEDERICA, ULTIMA DAMA BIANCA DEL CAVALIERE


FRANCESCA ROMANA E LE ALTRE COLPITE DA CELEBRITÀ INDOTTA

di Luca Telese

Cherchez la femme. Anzi: Cherchez la dame blanche. Chissà che cosa c’è in questa alchimia di forme, colori e materie: il bianco dei vestiti, il biondo dei capelli, la soffice morbidezza del silicone. Chissà che cosa succede a Silvio Berlusconi quando alcuni, o tutti questi ingredienti si combinano e la sua grazia di Stato si sposa con lo stato di grazia delle pulzelle che gli girano vorticosamente intorno, come api attratte dal miele.

Il giallo di Federica. Adesso siamo tutti lì, a interrogarci sul ruolo dell’ultima arrivata: Federica Gagliardi, la fanciulla biancovestita di 28 anni che è apparsa al fianco del premier sulla scaletta del volo di Stato, a Toronto, impegnata – si presume – in una missione diplomatica collaterale al G8. Siamo tutti lì, a scandagliare le scarne linee della sua biografia: il ruolo di portavoce di un consigliere comunale del Pd (nel 2006) lo stesso che oggi – ingrato – la definisce “molto appariscente”, e le rimprovera l’ingenua vanteria di qualche tresca con un calciatore. Quattro anni fa ne faceva la sua più stretta collaboratrice, adesso, ingenerosamente, le si rimprovera “una predilezione, irrintracciabile in labbra e décolleté, per il chirurgo estetico”. Adesso siamo lì a chiederci chi fossero i 24 anonimi che la votarono alle elezioni comunali, candidata – nientemeno – nelle liste dell’odiata Italia dei Valori. E invece dovremmo interrogarci su questo eterno ritorno, su questo appassionante saggio sul decadentismo che è il romanzo carnale del berlusconismo nella sua fase senile. Francesca Romana chi? Il bello è che tutto iniziò per un equivoco, uno scambio di persona. Nella torrida estate del 2002 il mitico Sestini, fotografo dal teleobiettivo implacabile, immortalò una fanciulla bianca mano nella mano del premier nel giardino della Certosa. La foto era ingrandita, e dunque sgranata. Il volto non era perfettamente distinguibile. Il Corriere della Sera, sparò la foto in prima pagina, l’onorevole Beppe Giulietti gridò allo scandalo: “Cosa ci fa nel giardino del presidente Deborah Bergamini, responsabile Marketing della Rai, ma un tempo dipendente del premier a Mediaset?”. Giulietti voleva dire che si trattava di uno scandaloso “conflitto di interessi”. Solo che si trattava di conflitto di altra natura. Se non altro perché la Bergamini non c’entrava nulla. Furono gli stessi uomini di Palazzo Chigi a precisare che la fanciulla ritratta era una giovane 22enne, e che rispondeva al nome di Francesca Romana Impiglia. Ovviamente, subito dopo, tutti si chiesero: “E chi è Francesca Romana Impiglia?”. Gli storici del costume riuscirono a ricostruire, anche in questo caso, un rocambolesco romanzetto d’appendice: si trattava della figlia di un dirigente di Forza Italia, che era stata individuata dal Cavaliere allo sbarco dalla nave azzurra nel porto di Ancona, durante la memorabile campagna elettorale porto a porto. Francesca Romana, poi, era stata smistata presso il movimento giovanile sotto l’occhio vigile di un talent scout come Simone Baldelli. E mesi dopo, a Natale – galeotta la visita pastorale per gli auguri delle buone feste – in una giornata passata nella sede degli azzurrini, era tornata davanti agli occhi del Cavaliere. Miracolo. Dall’incontro all’epifania bianca nella villa della Certosa il passo era stato breve. E la reazione non meno intensa, visto che Veronica dalle Bermuda si rifiutò di tornare in villa, e che nacque allora la leggenda metropolitana del flirt vendicativo con Cacciari, con tanto di caso diplomatico tra Berlusconi e il premier Rasmussen. La bianca “rossa”. E che dire di Angela Sozio, “la rossa” del Grande Fratello. Fino al 2009 era nota soltanto per le abluzioni in topless nella vasca della casa di Cinecittà. Poi, ancora una volta, entrarono in campo il fattore estate e lo scenario idilliaco della Certosa. Questa volta appollaiato sul ramo c’era l’implacabile Salvatore Zappadu. Oggi pubblicò una prima sequenza a metà fra il goliardico e il poetico. In due degli scatti si vedeva Berlusconi di spalle e di fronte, mano nella mano, con Angela nei vialetti fioriti del bel parco. In un’altra foto si vedeva il Cavaliere con quattro fanciulline, fra cui Angela, sedute sulle ginocchia. Noi non lo sapevamo ancora, ma era già nato il mito di “Papi”. Le stesse fanciulle, più tante altre, fra cui un’altra biondo-bianca – l’ex soubrette Barbara Matera oggi approdata al Parlamento di Bruxelles – ce le ritrovammo tutte nella scuola quadri del Pdl, pronte a diventare delle statiste. E poi – ancora una volta – fermate da un colpo di scena grandguignolesco: il proclamo infuocato di Veronica: “Ciarpame senza pudore”.

Anche stavolta, a far detonare l’ira della moglie offesa, con tanto di epistolario consegnato a Repubblica, era stato un servizio fotografico di cui era protagonista una fanciulla bianco-vestita. Si trattava di Noemi Letizia, altra anonima assurta alla gloria mediatica, un personaggio che pareva fatto apposta per entrare nel catalogo Casanovista della letteratura di Marco Travaglio e del suo best-seller “Papi”. Le relazioni delle fanciulle bianche con Berlusconi sono sempre una turbinosa sliding door, un fuoco ustorio che innalza alla gloria, ma che può anche bruciare esistenze. Una di loro, Virginia Saint Just di Teulada, finì persino in un processo e in un libro della Kaos edizioni, per il cortocircuito che si era creato tra il marito e il premier. I settimanali rosa la rintracciarono per interviste-confessione in cui Virginia spiegava di essere stata bruciata dall’incontro con Papi. Innamorata, stravolta, passata vorticosamente da una sicura carriera in Rai a un lavoro di commessa e addirittura al desiderio della morte. Francesca Romana è diventata giornalista al Tg4, e moglie amorevole, dopo un matrimonio in cui Berlusconi era amorevole testimone di nozze. Noemi è entrata in una routine di semigloria: l’indimenticabile premio al “Talento che verrà” a Valva, i fotogossip sulle infiltrazioni di silicone e sulla mastoplastica addittiva regalata per il suo compleanno. Non sappiamo cosa augurare a Federica, che adesso finisce nell’occhio del ciclone, sulla lama a doppio taglio della celebrità indotta. Buona fortuna, di certo ne ha bisogno.

Gli scandalizzati fuori tempo massimo


di Bruno Tinti

Adesso tutti si accorgono che il legittimo impedimento è una norma vergognosa; adesso che lo invoca Brancher. Perché debba essere vergognosa per Brancher e accettabile per B. e altri amici suoi che in futuro se ne avvarranno proprio non si capisce. B. ha avuto il tempo di andare alle feste di Noemi, di ricevere pollastre ben disposte a Palazzo Chigi e a villa Certosa, di cenare con molte e di scoparsene qualcuna, di divorziare dalla moglie e di contrattare con lei l’assegno di mantenimento nel corso di riunioni presumibilmente lunghe e faticose. Perché non potesse trovare un po’ di tempo per farsi processare per la corruzione di Mills (processo già tutto istruito e che si sarebbe risolto in due o tre udienze) resta incomprensibile. A meno che proprio questa non sia la ragione: condanna sicura, figuraccia internazionale. Non dico perdita di faccia sul piano nazionale perché le sentenze di assoluzione in quanto colpevole di reati prescritti gliela avrebbero dovuta far perdere da una vita; e invece sempre qui sta. Dunque il legittimo impedimento è una porcata, per dirla con Calderoli; una porcata oggettiva, non a corrente alternata: vergogna per Brancher, “uovo di Colombo” in attesa dell’agognato Lodo Alfano costituzionale (Vietti-Udc dixit) quando serve a B.

Un affare da gentiluomini

Altro profilo che desta perplessità è la reazione del presidente della Repubblica. Ma cosa credeva Napolitano, quando ha firmato quell’obbrobrio giuridico e costituzionale che è il legittimo impedimento? Che quella massa di autentici gentiluomini che se lo sono cotto e mangiato ne avrebbe usufruito con moderazione e nel rispetto della verità dei fatti (cioè quando fosse stato davvero sussistente)? E perché avrebbero dovuto prepararselo in tutta fretta quando c’era già l’articolo 486 del Codice di procedura penale? Non lo sapeva, non glielo avevano detto che era già prevista per chiunque la possibilità di ottenere un rinvio del processo? Chiunque si fosse trovato nell’oggettiva impossibilità di presenziare all’udienza poteva chiederne il rinvio; chiunque, qui sta l’incostituzionalità manifesta della legge, che prevede una sinecura solo per pochi privilegiati. Non ci ha pensato che B&C sapevano benissimo che motivi legittimi per non farsi processare non ne avevano e che solo con quella legge-porcata gli sarebbe riuscito di scappare dai processi, quelli attuali e soprattutto quelli futuri? E oggi si scandalizza per Brancher? E perché non si è scandalizzato per B, quando è scappato dal processo Mills?

Colpevoli e prescritti

Il fatto è che motivi per scandalizzarsi ce ne sono di ben più gravi. Ministro della Repubblica è stato nominato un tizio che è stato processato per falso in bilancio e finanziamento illecito al Psi, e che alla fine è stato “assolto” in Cassazione (dopo essere stato condannato in Appello) grazie alla prescrizione. Dunque era colpevole ma i reati erano prescritti. Ma come si può nominare ministro uno così? Non è questo il vero scandalo? Come stupirsi se chi commette tranquillamente reati, quando, guarda caso, si trova implicato in nuovi fatti delittuosi, briga con il suo padrone per salire sul carro della famiglia di B&C, così buona e caritatevole, così pronta ad accogliere a braccia aperte chi ha problemi con la giustizia? Soprattutto se questi problemi ce li ha per averla favorita (l’accusa è che proprio B. sia stato l‘utilizzatore finale della intercettazione tra Fassino e Consorte, illecitamente sottratta).

La foglia di fico e l’impunità

Così se il caso Brancher è l’occasione di scandalizzarci, ma ben venga. Se Napolitano si accorge che c’è un uso strumentale della legge per conseguire l’impunità, è un po’ tardi; ma è sempre meglio che mai. Se i cittadini cominciano a sospettare che i politici si votano le leggi che gli servono per delinquere in santa pace, magari possiamo cominciare a sperare che sia il momento buono per il cambiamento: la politica intesa come servizio e non come potere. Poi si pensa ai sondaggi di B. che, anche fatta la debita tara, qualche consenso glielo riconoscono e ci si scoraggia un po’: ma cosa bisogna fare perché non sia possibile essere nominato presidente del Consiglio dei ministri?

MINISTRO DI NULLA


Brancher non ha deleghe: a 10 giorni dalla nomina non si sa di cosa si occupa.
Nel Pdl scoppia il caso congressi

di Caterina Perniconi

“Ribadisco il mio parere assolutamente fermo contro la richiesta di dimissioni”. Non vuole lasciare la poltrona neanche davanti all’evidenza di essere rimasto solo. Il neoministro Aldo Brancher, dopo dieci giorni dalla nomina, non ha ancora ricevuto le deleghe ufficiali. Notizia confermata ieri da Roberto Calderoli: non ci sono, “non chiedetelo a me, passa sempre almeno un mese di regola dopo il giuramento”. In realtà non esistono tempi definiti per la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dei compiti del ministro. Ma, secondo gli esperti, se di un nuovo dicastero c’era davvero bisogno e le idee erano chiare, bastavano 48 ore. E allora si rinnova la domanda che il pubblico ministero di Milano, Eugenio Fusco, ha posto in aula: “Brancher è ministro di che cosa?”. La questione è aperta e potrebbe restare tale fino al rientro del premier in Italia, previsto per il 5 luglio. Perché le deleghe del ministro al Decentramento e la Sussidiarietà dovrebbero arrivare dal “dono” di alcune competenze relative al ministero di Umberto Bossi (Riforme), di quello di Roberto Calderoli (Semplificazione) e di quello di Raffaele Fitto (Autonomie locali). Tutti e tre sono restii a cedere una fetta del loro potere al nuovo arrivato. Bossi, infatti, anche ieri ha evitato di nominare Brancher, parlando solo di federalismo in salsa padana, e di trasferimento dei ministeri al Nord, ricorrendo, in caso contrario, alla solita minaccia dei fucili.

Poltronissima

La mediazione di Gianni Letta, a quanto pare, non è sufficiente. In più Palazzo Chigi ha dovuto smentire le parole di Berlusconi riportate dai giornali: “Si va da improbabili chiacchierate di fronte a tazzine di caffè – hanno scritto in una nota ufficiale – a giudizi e commenti sul caso Brancher e sul Quirinale che il presidente Berlusconi non ha mai pronunciato né pensato”. Eppure un pensiero deve averlo fatto, o più probabilmente lo avranno fatto i suoi avvocati, interpretando la vicenda giudiziaria Brancher come un possibile boomerang che poteva mettere a repentaglio il lodo salva-premier, qualora la Corte costituzionale si fosse pronunciata sulla legittimità. Ma per adesso, nessuna ipotesi di dimissioni per il neoministro, e la mozione di sfiducia delle opposizioni è ancora in alto mare.

I fronti aperti

Al rientro, Berlusconi non troverà sul tavolo solo la questione Brancher. I finiani, infatti, stanno giocando la loro battaglia su altri due fronti, quello delle intercettazioni, dove la presidente della Commissione Giustizia, Giulia Bongiorno, sta cercando di allungare i tempi del provvedimento, e quello della manovra, dove la rivolta dei governatori costringerà Giulio Tremonti a numerosi passi indietro. Berlusconi, però, non vuole concedere lo scacco matto a Fini, che per voce dei suoi chiede ormai ogni giorno i congressi territoriali. “Il Pdl esiste? – si è domandato ieri il vicepresidente dei deputati Pdl (finiano) Carmelo Briguglio – oppure a un anno e più dalla nascita si è ridotto a un ufficio di presidenza e a una consulta per la Giustizia? Si vorrebbe applicare la disciplina interna in un partito senza iscritti, senza riunioni della direzione, senza congressi sul territorio? Nel partito che non c’è, non può passare il principio che bisogna fare le regole per gli altri, come quella che hanno cittadinanza solo le correnti del presidente o degli amici del presidente”. Eppure c’è chi dice di essere certo di quando la corrente vicina al presidente della Camera consumerà lo strappo col Pdl: “Il trasloco dei finiani ci sarà il prossimo 25 luglio – afferma il deputato Giancarlo Lehner, che nota anche la coincidenza storica (il 25 luglio 1943 il Gran Consiglio del Fascismo votò l’ordine del giorno Grandi che costrinse Mussolini a lasciare la poltrona di capo del governo) – prima traslocano dal Pdl, meglio è per gli italiani”.

Ma per la finiana doc Angela Napoli, quella di Lehner è solo una provocazione: “Non c’è una bella atmosfera, e probabilmente non vedono l’ora di farci fuori, ma per adesso non c’è nessun 25 luglio in vista. Forse sono loro che ci vogliono vedere da un’altra parte. Di certo, col clima che c’è tutto può accadere”.