sabato 30 ottobre 2010

Carceri: è emergenza umanitaria

Rai, Santoro mantiene Vespa


Porta a Porta costa il doppio di Annozero, ma Bruno guadagna 5 volte Michele. Il costo di Porta a Porta per ogni mille ascoltatori è quasi il doppio di quello di Annozero

Sarà anche un’azienda pubblica, ma è pur sempre una società per azioni. Eppure scoprire quali sono i prodotti di successo della Rai e quali i bidoni è impresa da agenti segreti, perché i costi (e le perdite) dei singoli programmi sono tra i segreti meglio custoditi del Paese. Ma incrociando i dati ufficiali, si riesce comunque a rompere il muro di riservatezza che circonda viale Mazzini.
Se consideriamo il 2009, ognuna delle 29 puntate annue di Annozero costa 194 mila euro e viene vista in media da quasi cinque milioni di persone (4.942.370) con uno share del 20,08 per cento. I costi vengono interamente coperti dai ricavi pubblicitari, che sono più del triplo: consultando il listino prezzi della Sipra, la concessionaria per la pubblicità della Rai, vediamo che ogni spot di Annozero della durata di 30 secondi, nell’autunno 2009, è stato venduto a prezzi oscillanti tra i 59 mila e i 66 mila euro. Annozero vende di media 20 spot per un totale di 600 secondi a serata.

Il listino prezzi degli spot

Su Rai1 Porta a Porta, il programma di Bruno Vespa, va in onda 110 volte all’anno più speciali estivi. Il costo della trasmissione è 70 mila euro a puntata, che lievitano a 84 mila quando passa in prima serata. L’ascolto medio è del 16,44 per cento di share con 1 milione e mezzo di telespettatori (1.410.314). Porta a porta riesce a vendere in media soltanto 360 secondi di pubblicità a serata al prezzo (dati Sipra dell’autunno 2009) di 28 mila euro ogni 30 secondi. 28 mila euro contro circa 60 mila: ma il confronto tra la “redditività” di Santoro e quella di Vespa deve tener conto del fatto che vanno in onda in orari e su reti diverse, Rai1 è più forte di Rai2, ma la seconda serata per gli inserzionisti vale molto meno del prime time . Si può però calcolare quanto devono pagare i telespettatori che pagano il canone per ciascuna delle due trasmissioni. I costi diAnnozero, spalmati sui contribuenti, sono di 30 centesimi di euro ogni mille ascoltatori, per Porta a porta si spendono invece 50 centesimi. Solo L’Ultima parola, la trasmissione settimanale di Gianluigi Paragone in seconda serata su Rai2, costa più di quella di Vespa tra i programmi di informazione: 70 centesimi ogni mille ascoltatori se consideriamo i dati forniti dal conduttore stesso, 98 centesimi secondo quanto risulta al Fatto Quotidiano. Le altre principali trasmissioni d’informazione della Rai sono, in proporzione, meno care: Report di Milena Gabanelli costa 40 centesimi ogni mille ascoltatori (e 139 mila euro a puntata) e Ballarò di Giovanni Floris 27 centesimi (e 110 mila a puntata). Ecco gli ascolti: quasi 4 milioni in media col 15,54 per cento di share per Ballarò, e quasi tre milioni per Report (12,22 per cento di share), entrambi su Rai3.
Nonostante la Sipra si rifiuti di fornire i dati complessivi e dettagliati, sappiamo che Report, a novembre dell’anno scorso, ha venduto 720 secondi di pubblicità per ogni puntata. Prezzo: 55mila euro ogni 30 secondi. Ballarò ha venduto 360 secondi, proprio come Porta a porta, con la differenza però che gli inserzionisti hanno pagato per Floris 54mila euro ogni 30 secondi, circa il doppio che per Vespa. C’è però una variabile cruciale, e dunque riservatissima, per valutare nel concreto se un programma per la Rai è un affare o una palla al piede.

Lo sconto top secret

Quando l’azienda vende gli spazi pubblicitari agli inserzionisti, infatti, concede sconti del 40 o 50, persino 60 per cento. Si possono solo fare ipotesi: il pubblico di Santoro, per esempio, è più pregiato perché più giovane (nella fascia 43-53 anni), in quello di Vespa abbondano invece i pensionati, a basso reddito e dunque target secondario per la pubblicità. E’ fisiologico, quindi, che la Rai cerchi di incoraggiare l’acquisto di blocchi pubblicitari là dove sono meno redditizi, con vendite in blocco a prezzi scontati (possibili perché Porta a Porta va in onda molto spesso). Infatti al contrario di tutti gli altri programmi, che sono settimanali, Vespa occupa quattro sere a settimana (quando hanno cercato di ridurle a tre, Vespa ha risposto “lascio la Rai”). Un monopolio dell’informazione di Rai1, che non lascia spazio ad altre iniziative, nonostante gli ascolti inferiori agli standard della rete: se la media di Rai1 è del 21,15 per cento di share, Vespa col suo 16,44 per cento di ascolti va sotto quasi di cinque punti.

Anche l’Ultima parola abbassa la media di rete (di 1,1 punti di share) portando a casa 759 mila spettatori a fronte della media di 976 mila che ha Rai2 in seconda serata. Perde anche Lucia Annunziata su Rai3: il suo In mezz’ora, in onda nella fascia difficile della domenica pomeriggio (su Rai1 e Canale 5 ci sono i contenitori di varietà) , viene seguito dal 7,77 per cento di share rispetto a una media di rete dell’8,54 per cento. Ma la trasmissione dell’Annunziata non viene interrotta da break pubblicitari, inizia subito dopo il tg e viene seguita solo da promo di altri programmi di Rai3, dunque non pagati. Questo significa che i 25 mila euro lordi, cioè il costo di ogni puntata, non vengono coperti da alcun ricavo.

Gli stipendi non sono però proporzionati ai risultati di ascolto: in testa c’è infatti Bruno Vespa, con i suoi 2,12 milioni di euro all’anno. Vespa ha aumentano il suo stipendio base da 1,2 a 1,6 milioni di euro per 100 puntate, a cui aggiungere gli extra per le prime serate. Nella classifica seguono Santoro (662 mila euro) e Floris (500 mila euro di media). Anche se ha raccontato in diretta di guadagnare “solo mille euro lordi a puntate”, Paragone somma il gettone per la conduzione all’ingaggio da 160 mila euro lorde per la vicedirezione di Raidue. Lucia Annunziata incassa invece 8 mila euro lordi a puntata, la Gabanelli soltanto 150 mila all’anno, sempre lordi.
(1. Continua)

Di Beatrice Borromeo e Carlo Tecce


Critiche da tutta l'opposizione e da Confindustria dopo la rivelazione delle telefonate del premier per far rilasciare la minorenne marocchina. Ma a preoccupare Berlusconi, più di tutto, è l'insofferenza allo scandalo dell'alleato leghista

“Ma come gli viene in mente di chiamare la Questura? Un uomo del governo non può farlo, è a dir poco inopportuno”. Umberto Bossi è fuori di sé per la vicenda Ruby in cui è rimasto coinvolto l’alleato Berlusconi. Ed ha ormai maturato la volontà di scaricarlo, staccando definitivamente la spina a un esecutivo continuamente costretto a occuparsi dei guai privati del premier.

Guai giudiziari e donne.
Patrizia D’Addario, Noemi Letizia e Ruby. Per il senatùr la minorenne è il sassolino che annuncia la frana e ai suoi detta la linea: “Dobbiamo prepararci, il Governo tecnico è alle porte”. Un Bossi rassegnato al risultato minimo: arrivare fino a febbraio, quando diventeranno operativi i decreti sul federalismo. “A noi basta così”, ha detto Bossi, secondo quanto riporta Repubblica raccontando la riunione del federale leghista ieri in via Bellerio. “Silvio cadrà a gennaio”, secondo il senatùr. Da sempre attento agli umori dei Palazzi, Bossi assiste all’intensificarsi dei rapporti tra l’Udc e il Pd, con la sponda di Futuro e Libertà che sta facendo pressioni sempre più forti su Gianfranco Fini affinché si decida a disarcionare definitivamente Berlusconi. E il presidente della Camera, di fatto, ha alzato un po’ il tiro negli ultimi giorni sulla giustizia.

Ora l’argomento che accomuna tutti è l’abuso di potere. Il presidente del Consiglio che alza il telefono per fare pressioni sui vertici della Questura milanese per far rilasciare una minorenne con precedenti di furto, è un’immagine che non può essere lasciata sbiadire. Lo sa Fini, lo sa l’opposizione con Pierluigi Bersani che trova la forza di scagliarsi apertamente contro quanto accaduto chiedendo le dimissioni del premier. “Le notizie che emergono da Milano – ha detto il segretario del Partito democratico – ci dicono una cosa chiara: Berlusconi non può stare un minuto di più in un ruolo pubblico che ha indecorosamente tradito”. E ancora: “L’Italia ha una dignità che non può essere messa a repentaglio, ha dei problemi seri che devono essere finalmente affrontati in un clima di serietà e di impegno; il tempo è finito, bisogna aprire una fase nuova”. Così come già Antonio Di Pietro e l’Idv avevano chiesto ieri le dimissioni del premier.

Ma agli attacchi politici oggi si è aggiunta la posizione dura del presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia: “L’azione del Governo non c’è; il parlamento non legifera, non si riesce ad eleggere il presidente della Consob”. Il paese “è in preda alla paralisi” e la politica deve “ritrovare il senso di dignità delle istituzioni”, ha detto tra gli applausi dei giovani industriali riuniti a Capri. Renato Schifani, presente in sala, ha tentato di difendere il Governo. O meglio, ha ripetuto il leit motiv del Pdl quando lo spettro della crisi prende forma: “Il paese non può permettersi fasi di instabilità”.

Secondo il presidente del Senato si devono “evitare crisi di sistema irreversibili e ciascuno, di ogni ordine e grado è chiamato all’esercizio del buon senso e della ragionevolezza”. Richiamo alla responsabilità che Marcegaglia non accetta e rimanda al mittente: “
Se ogni giorno il dibattito politico viene travolto da questioni che nulla hanno a che fare con un’agenda seria, noi ci arrabbiamo e ci indigniamo”. Neanche il messaggio di “pace” inviato da Sandro Bondi è bastato. Il coordinatore del Pdl ha invitato tutti “a pensare ai problemi veri del paese”. Dimenticando chi è stato a telefonare in Questura a Milano invece di occuparsi dei “problemi veri del paese”.

Berlusconi si occupa di salvare Ruby anche e più dei “problemi reali”. Che sia stato lui in persona ad interessarsi alla ragazza è confermato anche dalla stessa
Nicole Minetti, che la notte del 27 maggio si precipita alla questura di Milano per portare via la giovane. Racconta a Repubblica l’ex igienista dentale, ora consigliere regionale in Lombardia, di avere ricevuto dal premier due telefonate nel corso di quella notte. La prima, che la invitava ad andare in questura. La seconda, a missione compiuta, perché prendesse in affido la ragazza.

Ma quelle all’ex igienista dentale non sono le uniche telefonate che il premier fa nella notte del 27 maggio. Come ricostruito dal capo di gabinetto della questura
Pietro Ostuni negli atti dell’inchiesta, in via Fatebenefratelli arriva una telefonata, mentre è in atto il fotosegnalamento della ragazza, fermata per furto. E’ Ostuni stesso a prenderla. Il primo a parlare è un uomo che si qualifica come caposcorta del presidente del Consiglio: “So che da voi c’è una ragazza”, esordisce. Poi aggiunge: “Anche il presidente la conosce, anzi aspetta che adesso te lo passo”. Berlusconi interviene al telefono e dice: “Dottore, volevo confermare che conosciamo questa ragazza, ma soprattutto spiegarle che ci è stata segnalata come parente del presidente egiziano Mubarak e dunque sarebbe opportuno evitare che sia trasferita in una struttura di accoglienza. Credo sarebbe meglio affidarla a una persona di fiducia e per questo volevo informarla che entro breve arriverà da voi il consigliere regionale Nicole Minetti che se ne occuperà volentieri”. Cosa che puntualmente avviene. Passano pochi giorni però, e la ragazza è ancora nei guai, quando litiga con la donna brasiliana che la ospita temporaneamente. Solo a quel punto Ruby viene effettivamente affidata ad una comunità protetta di Genova, dopo che ripetute telefonate alla Minetti vanno a vuoto.

di Davide Vecchi e Fabio Amato


Critiche da tutta l'opposizione e da Confindustria dopo la rivelazione delle telefonate del premier per far rilasciare la minorenne marocchina. Ma a preoccupare Berlusconi, più di tutto, è l'insofferenza allo scandalo dell'alleato leghista

“Ma come gli viene in mente di chiamare la Questura? Un uomo del governo non può farlo, è a dir poco inopportuno”. Umberto Bossi è fuori di sé per la vicenda Ruby in cui è rimasto coinvolto l’alleato Berlusconi. Ed ha ormai maturato la volontà di scaricarlo, staccando definitivamente la spina a un esecutivo continuamente costretto a occuparsi dei guai privati del premier.

Guai giudiziari e donne.
Patrizia D’Addario, Noemi Letizia e Ruby. Per il senatùr la minorenne è il sassolino che annuncia la frana e ai suoi detta la linea: “Dobbiamo prepararci, il Governo tecnico è alle porte”. Un Bossi rassegnato al risultato minimo: arrivare fino a febbraio, quando diventeranno operativi i decreti sul federalismo. “A noi basta così”, ha detto Bossi, secondo quanto riporta Repubblica raccontando la riunione del federale leghista ieri in via Bellerio. “Silvio cadrà a gennaio”, secondo il senatùr. Da sempre attento agli umori dei Palazzi, Bossi assiste all’intensificarsi dei rapporti tra l’Udc e il Pd, con la sponda di Futuro e Libertà che sta facendo pressioni sempre più forti su Gianfranco Fini affinché si decida a disarcionare definitivamente Berlusconi. E il presidente della Camera, di fatto, ha alzato un po’ il tiro negli ultimi giorni sulla giustizia.

Ora l’argomento che accomuna tutti è l’abuso di potere. Il presidente del Consiglio che alza il telefono per fare pressioni sui vertici della Questura milanese per far rilasciare una minorenne con precedenti di furto, è un’immagine che non può essere lasciata sbiadire. Lo sa Fini, lo sa l’opposizione con Pierluigi Bersani che trova la forza di scagliarsi apertamente contro quanto accaduto chiedendo le dimissioni del premier. “Le notizie che emergono da Milano – ha detto il segretario del Partito democratico – ci dicono una cosa chiara: Berlusconi non può stare un minuto di più in un ruolo pubblico che ha indecorosamente tradito”. E ancora: “L’Italia ha una dignità che non può essere messa a repentaglio, ha dei problemi seri che devono essere finalmente affrontati in un clima di serietà e di impegno; il tempo è finito, bisogna aprire una fase nuova”. Così come già Antonio Di Pietro e l’Idv avevano chiesto ieri le dimissioni del premier.

Ma agli attacchi politici oggi si è aggiunta la posizione dura del presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia: “L’azione del Governo non c’è; il parlamento non legifera, non si riesce ad eleggere il presidente della Consob”. Il paese “è in preda alla paralisi” e la politica deve “ritrovare il senso di dignità delle istituzioni”, ha detto tra gli applausi dei giovani industriali riuniti a Capri. Renato Schifani, presente in sala, ha tentato di difendere il Governo. O meglio, ha ripetuto il leit motiv del Pdl quando lo spettro della crisi prende forma: “Il paese non può permettersi fasi di instabilità”.

Secondo il presidente del Senato si devono “evitare crisi di sistema irreversibili e ciascuno, di ogni ordine e grado è chiamato all’esercizio del buon senso e della ragionevolezza”. Richiamo alla responsabilità che Marcegaglia non accetta e rimanda al mittente: “
Se ogni giorno il dibattito politico viene travolto da questioni che nulla hanno a che fare con un’agenda seria, noi ci arrabbiamo e ci indigniamo”. Neanche il messaggio di “pace” inviato da Sandro Bondi è bastato. Il coordinatore del Pdl ha invitato tutti “a pensare ai problemi veri del paese”. Dimenticando chi è stato a telefonare in Questura a Milano invece di occuparsi dei “problemi veri del paese”.

Berlusconi si occupa di salvare Ruby anche e più dei “problemi reali”. Che sia stato lui in persona ad interessarsi alla ragazza è confermato anche dalla stessa
Nicole Minetti, che la notte del 27 maggio si precipita alla questura di Milano per portare via la giovane. Racconta a Repubblica l’ex igienista dentale, ora consigliere regionale in Lombardia, di avere ricevuto dal premier due telefonate nel corso di quella notte. La prima, che la invitava ad andare in questura. La seconda, a missione compiuta, perché prendesse in affido la ragazza.

Ma quelle all’ex igienista dentale non sono le uniche telefonate che il premier fa nella notte del 27 maggio. Come ricostruito dal capo di gabinetto della questura
Pietro Ostuni negli atti dell’inchiesta, in via Fatebenefratelli arriva una telefonata, mentre è in atto il fotosegnalamento della ragazza, fermata per furto. E’ Ostuni stesso a prenderla. Il primo a parlare è un uomo che si qualifica come caposcorta del presidente del Consiglio: “So che da voi c’è una ragazza”, esordisce. Poi aggiunge: “Anche il presidente la conosce, anzi aspetta che adesso te lo passo”. Berlusconi interviene al telefono e dice: “Dottore, volevo confermare che conosciamo questa ragazza, ma soprattutto spiegarle che ci è stata segnalata come parente del presidente egiziano Mubarak e dunque sarebbe opportuno evitare che sia trasferita in una struttura di accoglienza. Credo sarebbe meglio affidarla a una persona di fiducia e per questo volevo informarla che entro breve arriverà da voi il consigliere regionale Nicole Minetti che se ne occuperà volentieri”. Cosa che puntualmente avviene. Passano pochi giorni però, e la ragazza è ancora nei guai, quando litiga con la donna brasiliana che la ospita temporaneamente. Solo a quel punto Ruby viene effettivamente affidata ad una comunità protetta di Genova, dopo che ripetute telefonate alla Minetti vanno a vuoto.

di Davide Vecchi e Fabio Amato

"Silvio mi disse: vai in questura e chiedi di prenderla in affido"


«Come sto? Provi lei a immaginare lo stato d'animo di una che legge sui giornali che è indagata per favoreggiamento della prostituzione... Cioé... Io... capisce?». Nicole Minetti vive in apnea da quarantotto ore. Il telefono non smette di squillare, gli incontri con gli avvocati, l'occhio vigile sui ritagli di giornale e sui lanci di agenzia. Il Ruby-affaire l'ha travolta: entrata in politica sei mesi fa - è consigliere regionale lombardo del Pdl - quando Silvio Berlusconi le offrì la candidatura nel listino Formigoni, l'ultima cosa che avrebbe immaginato è di ritrovarsi, a 25 anni, in mezzo a uno scandalo a luci rosse.

Conferma, innanzitutto, di essersi presentata in questura la sera del 27 maggio per portare via Ruby?
«Sì, certo, ero io».
Come andarono le cose?

«Il presidente (Silvio Berlusconi, ndr) mi ha chiamata chiedendomi di andare in questura per risolvere la situazione».
E lei lo ha fatto.

«Si, mi sono presentata là, in veste di persona maggiorenne che conosceva Ruby. Ho spiegato che sarebbe venuta via con me. Mi sono resa disponibile, facendo da garante».
Ma non è bastato, ci voleva l'autorizzazione del procuratore dei minori di turno.

«Esatto, l'ho riferito al presidente. Poi mi ha richiamato, quando ero fuori dalla questura e mi ha pregato di prenderla in affido. Altrimenti non l'avrebbero lasciata. Quindi sono rientrata e, una volta ottenuto l'affido, la cosa si è sbloccata».
Scusi, lei accetta di prendere in affido una ragazza marocchina fermata per un furto e portata in questura. Come minimo dovevate essere amiche.
«No,
Ruby non è una mia amica e non l'ho mai ospita a casa mia. Era una persona in difficoltà e per questo ho accettato di prendermi cura di lei».

Beh, vi conoscevate, comunque.
«La conoscevo come ho conosciuto molte persone che lavorano o si sono affacciate nello spettacolo».

Nicole Minetti, bellezza mora, prima di lavorare come igienista al San Raffaele ha collezionato alcune apparizioni tv (Scorie, Colorado café). Poi, dopo l'aggressione in piazza Duomo, l'incontro con Berlusconi in ospedale. Nicole (liceo classico, laurea con 110 e lode, dieci anni passati nella scuola di danza della madre) era già iscritta al Pdl, «attratta dal carisma del Cavaliere».
Può raccontare come è continuata questa vicenda dalla notte del 27 maggio a oggi?
«No, questo per ora non glielo posso dire».
Girano voci discordanti sul suo rapporto con Ruby. Qualcuno sostiene che vi frequentavate da un po'.
«Gliel'ho già detto, non era una mia amica».
C'è addirittura chi dice di avere visto Ruby assieme a lei negli uffici del Consiglio regionale.
«Ma figuriamoci, Ruby non ha mai messo piede in Regione».
Teme che questa storia possa danneggiarla? È preoccupata?
«Non voglio parlare di come sto, non adesso. E comunque provi a pensare come posso sentirmi di fronte a una roba del genere...»

(30 ottobre 2010)

Caso Ruby, il bluff del Cavaliere Tra Procura e finto affidamento


di PIERO COLAPRICO E GIUSEPPE D'AVANZO

NON è successo niente, vuol fare credere Berlusconi. È vero, telefona al capo di gabinetto della questura di Milano, lo fa per tirare fuori dai guai la sua giovanissima amica marocchina. È accusata ancora una volta di furto, ma è persecutorio vedere in questa mossa un abuso di potere, perché poi le regole in questura sono state rispettate fino in fondo, no? Dunque, nessun illegalismo. Karima Heyek, 17 anni, "alias Ruby Rubabaci", alias "Ruby Rubacuori", doveva essere affidata a qualcuno e Berlusconi ha soltanto indicato, come un buon padre di famiglia, come una persona di buon cuore, a chi affidare la minorenne (che, fino a quel momento, pensava fosse maggiorenne).

Prima di intervenire su quel funzionario, il Cavaliere si è preoccupato di spedire in via Fatebenefratelli una sua amica, Nicole Minetti, 25 anni, igienista dentale diventata consigliere regionale. È questo che, raccontando una menzogna e ipotizzando un iperbolico incidente internazionale, chiede alle 23 del 27 maggio il premier al capo di gabinetto: affidate la ragazza, che è nipote del presidente egiziano Hosni Mubarak al consigliere regionale, che tra qualche minuto sarà da voi.

Ora qui s'incontra una prima incoerenza. Nicole Minetti, in tutte le dichiarazioni di queste ore, sostiene di non aver mai ospitato in casa sua Ruby.

"Conosco Ruby come conosco numerose altre persone del mondo televisivo. Ci tengo a precisare che con la signorina Ruby non ho rapporti di amicizia, né l'ho mai ospitata in casa mia". Quindi, delle due l'una. O Ruby è stata affidata alla Minetti e Nicole non ha assolto al suo impegno. Oppure Ruby non è mai stata affidata effettivamente alla Minetti. Lei è soltanto uno "schermo", l'asso truccato che il Cavaliere gioca nella sua affannosa partita.

C'è un unico luogo dov'è possibile sciogliere il dilemma. E' la riservatissima procura dei minori di Milano. Le regole prevedono infatti che sia il sostituto procuratore di turno, interpellato dalla polizia, ad autorizzare il rilascio del minore: per indirizzarlo in un luogo preciso e protetto, o sotto la tutela di una persona affidabile. La risposta che si raccoglie al tribunale dei minori sul "caso Ruby" è questa: va controllato se le disposizioni che quella notte il sostituto procuratore dà alle forze di polizia sono state rispettate.

Già porre in questi termini la questione rivela che c'è quanto meno una possibile sconnessione tra le indicazioni di quella notte del sostituto procuratore e le mosse di chi decide, alle 2 del 28 maggio, di lasciare andare via la diciassettenne Ruby con Nicole Minetti. Una Ruby che finirà poi in una specie di porto di mare, di quei posti che terrorizzano i buoni padri di famiglia: la casa di una ragazza brasiliana dall'incerto mestiere, incapace - per usare le formule del tribunale dei minori - di offrire la tutela doverosa e necessaria. Anzi, Ruby e la coinquilina si accapiglieranno per una gelosia sessuale con tale violenza da rendere necessario l'intervento degli agenti d'una volante per "lite in condominio", come si legge nella relazione di servizio.

Il tableau giustifica una prima approssimata radiografia dell'abuso di potere di Silvio Berlusconi. A cominciare da una bizzarria. E' irragionevole e anomalo che il premier telefoni personalmente al capo di gabinetto di via Fatebenefratelli nella notte tra il 27 e 28 maggio per tirare fuori dai guai l'amica minorenne accusata di furto. C'è un eccesso d'urgenza nel suo intervento precipitoso. Un'angosciosa pena. Una concitazione che, nelle ore successive, travolgerà la routine della questura di Milano per riaffiorare nelle forme dell'apprensione oggi, quando i protagonisti affastellano contraddittorie ricostruzioni della loro amicizia con Ruby. Che cosa spinge Berlusconi a muoversi direttamente? Che cosa teme? Senza nessun moralismo, ci si può chiedere: possibile che il capo del governo, che vuole proteggere una giovanissima amica che si è messa nei guai, non abbia accanto nessuno, a Palazzo Chigi, al ministero dell'Interno, nel suo staff ristretto che sbrighi affari border line di quel tipo, con la telefonata giusta al numero giusto? Sembra incredibile, ma pare di no.

Chi conosce il Cavaliere sostiene che si è mosso da solo "perché è sempre ghe pensi mi". Sembra troppo che il superomismo del Cavaliere si eserciti con un evento in apparenza alquanto trascurabile. Forse l'evento non è trascurabile, per il Cavaliere. E c'è chi avanza un'altra ipotesi: il premier vede materializzarsi, con la presenza di Ruby in questura, il fantasma che i suoi consiglieri più affidabili gli hanno da tempo annunciato. Prima o poi, qualcuna di queste amiche ti tradirà.

Ruby ha tutte le caratteristiche per combinare un pasticcio catastrofico per il premier (e non è affatto detto che questo non stia accadendo). Parla troppo. E' fantasiosa. Ha un talento particolare a confondere e mescolare il vero con il falso. Ma è sufficientemente intrigante e si fa voler bene. E' ragionevole che sia questa leva che spinge Berlusconi a muoversi in prima persona e con irruenza. Nella relazione che è stata consegnata al ministro dell'Interno, Roberto Maroni, si legge anche l'ora e la modalità dell'intervento del capo del governo, che avviene a poche ore dalla lite in strada tra Ruby e la ballerina trentunenne Caterina P., che lavora con l'agenzia Lele Mora.

L'amica del premier le ha rubato 3mila euro, è andata via da casa sua con due anellini e le magliette della ragazza. E Caterina P., che alle 18.15 l'ha riconosciuta in un centro benessere di corso Buenos Aires, chiama il 113 "per fare arrestare la ladra. Ruby - racconta la bruna Caterina - sale su un taxi, che segue la volante, e io che non ho nemmeno un euro vado a piedi per fare la denuncia. Non vedrò più Ruby, né so ancora oggi delle indagini sul furto, si sono dimenticati tutti dei soldi trafugati a me da quella lì, una da paura, veniva a cercarla certa gente che ho i brividi ancora adesso". Non è, insomma, Ruby esattamente la "brava gente" che frequenta le ville e i palazzi del premier, secondo il premier.

Ora c'è un nodo ben stretto da sciogliere. Chi ha avvisato il presidente del consiglio del fermo di Ruby? Si conosce la versione della ragazza: al momento dell'intervento della polizia nel centro benessere è presente un'amica comune, che allerta Nicole Minetti. Questa ricostruzione è però contraddetta dalla Minetti: non conosco così bene Ruby, in realtà è stato Berlusconi a chiamarmi e a dirmi di andare in via Fatebenefratelli. E' una versione che ne sostiene un'altra che si raccoglie in questura: ai minori noi non togliamo il telefono cellulare. Può essere dunque stata Ruby a telefonare direttamente al capo del governo. Un'ipotesi non stramba perché Ruby ha certamente il numero del caposcorta di Berlusconi: nelle indagini della procura milanese - i tabulati sono stati richiesti già da tempo - ci sono i riscontri di molte telefonate tra i due cellulari.

Ricapitoliamo. Tra le 18.15 (Ruby arriva in questura) e le 23 (Berlusconi parla con il capo di gabinetto) comincia una partita a due. Ruby è nei guai, si rivolge all'amico Silvio. Silvio si attiva. Chiama Nicole Minetti. Le ordina di andare in questura.

E' un'ora prima di mezzanotte quando, come ha anticipato il Corriere della Sera, il capo di gabinetto della questura di Milano riceve una telefonata dal "caposcorta" di Berlusconi. L'ufficiale si limita a presentarsi e ad annunciare al funzionario che gli sta per passare il capo del governo. Ora è Berlusconi che parla. Quel che gli dice, il Cavaliere lo ripete in queste ore in pubblico: "Ho voluto dare aiuto a una persona che poteva essere consegnata non a una comunità o alle carceri, che non è una bella cosa, ma data in affidamento. Siccome mi aveva rappresentato un quadro di vita a dir poco tragico, l'ho aiutata. Tutto qui".

Berlusconi vuole dimostrare che il suo intervento è stato trascurabile, forse inutile. Non si accorge di confessare la sua vera intenzione: cambiare le carte in tavola. Determinare un esito diverso da quel che egli temeva potesse essere, immaginava dovesse essere: la ragazza ristretta in una comunità, o addirittura in gattabuia. E' questo l'incubo del Cavaliere, quella notte. Come avrebbe potuto reagire quella ragazza imprevedibile, che tre mesi prima era stata con lui alla festa di San Valentino ad Arcore? E che, ancora a marzo, aveva passato la notte a Villa San Martino? Che cosa avrebbe potuto raccontare? Che cosa si sarebbe potuta inventare? Meglio metterla al sicuro. Meglio piazzarle accanto una persona di fiducia, in grado di controllarne le mattane. Berlusconi sceglie Nicole Minetti, una sua creatura, inventata dal niente da lui e che a lui deve tutto.

La questura di Milano e, non c'è dubbio, il ministro dell'Interno in Parlamento (risponderà a un question time) sosterranno che "sono state eseguite tutte le ordinarie procedure previste dal protocollo per i casi di rintraccio di persona minorenne. Solo dopo che la questura ebbe accertata la mancanza di posti presso le comunità della zona, dopo l'autorizzazione del magistrato competente e con il consenso della giovane marocchina, ella fu affidata alla signora Minetti". Né poteva essere diversamente, se si dà retta a Berlusconi. Che dice: "Non ho influenzato assolutamente nessuno. Non avrei potuto pensare di esercitare un potere che non ho. Tra l'altro tutti sanno che in Italia il primo ministro non ha nessun potere". Come se fosse del tutto trascurabile per un funzionario dello Stato - nel nostro caso, il capo di gabinetto della questura di Milano - ricevere nel cuore della notte la telefonata del presidente del consiglio che gli chiede se è in stato di fermo una "egiziana" e se la si può affidare a una signora che presto arriverà lì, "da voi", magari senza lasciare traccia del passaggio della ragazza. Quindi nessuna foto, nessun verbale. Berlusconi ridimensiona. In fondo, che avrò fatto mai?, domanda.

Che cosa succede in questura tra le 23 (Berlusconi chiama) e le 2.00 (Ruby esce) lo si conosce leggendo le relazioni di servizio, oggi nel fascicolo dei pubblici ministeri che indagano per sfruttamento della prostituzione Lele Mora, Emilio Fede, Nicole Minetti. Raccontano gli agenti: la giovane funzionaria di turno nella centrale operativa arriva trafelata nel corridoio del piano terra, dove si affaccia l'ufficio del "Fotosegnalamento". Secondo la prassi, Ruby deve appoggiare le dita sulla lastra fotografica che si collega al Cerved, il cervellone del ministero dell'Interno. Questa semplice operazione consente agli agenti di dare un'identità a chi è sprovvisto - come lei - di documenti ed è stato già ospite - come lei - di una questura italiana. Consente di conoscere in tempo reale quali sono i precedenti penali e se - come lei - ci si è allontanati da una casa-famiglia. La relazione inviata al ministro Maroni conferma che questo protocollo è stato rispettato. Quel che non è chiaro nel soggiorno di Ruby in questura non è il rispetto formale delle procedure, ma l'esito delle procedure. Qui affiora più di qualche dubbio. Che nesso c'è tra una marocchina minorenne con residenza a Letojanni, Messina, scappata dalla comunità La Glicine per farsi randagia di lusso a Milano, accusata di furto in più d'una occasione, e nientemeno che - parola del presidente - la nipote dell'egiziano Hosni Mubarak? E' un fatto che questa storia del prestigioso e fasullo legame familiare non viene raccontato alla procura dei minori. E' un fatto che quella notte la polizia interpella il sostituto di "turno minori", più volte. E' un fatto, però, che quelle disposizioni, in quelle ore, saranno com'è prassi soltanto orali. Diventeranno rapporto scritto il giorno successivo. E' un fatto che la procura della Repubblica ha acquisito questo documento per verificare se c'è una corretta corrispondenza tra le disposizioni impartite a voce tra il 27 e 28 maggio dal magistrato alla polizia e quel che effettivamente la questura ha fatto. Tasto dolente è sempre il ruolo di Nicole Minetti, alla quale - come abbiamo visto - la polizia affida Ruby, ma che una volta in strada se ne lava le mani.

Una volta in strada Nicole, sostiene Ruby, non si comporta come il consapevole affidatario che si deve occupare di lei. Nicole è lì perché c'è stata mandata: ora sono passate le due e Nicole ha soltanto un'ultima faccenda da spicciare. Deve chiamare Berlusconi, che l'ha spedita lì, aggiornarlo su quanto accaduto, rassicurarlo che Ruby non gli è ostile, anzi gli è riconoscente. Silvio rabbonisce la ragazza: ti voglio bene anche se non sei egiziana e non sei maggiorenne. Come dire, non ce l'ho con te, ti voglio ancora bene anche se mi hai mentito. Addirittura sulla nazionalità. Peggio, sull'età. L'asso truccato calato dal premier ha fatto la sua parte nel gioco affannoso di quella notte anche se la questura, forse avventurosamente, ancora oggi si ostina a sostenere che Nicole Minetti sia stata l'affidataria della minorenne marocchina. Nella prossima settimana, si verrà a capo della questione. In fondo, non è un'operazione complicata. La procura di Milano dovrà confrontare le disposizioni del sostituto procuratore dei minori e i verbali e le condotte della polizia. Sullo sfondo, i tabulati delle telefonate ricevute e fatte dagli attori di questa storia che è meno cristallina di quanto vuol far credere il Cavaliere e ha solo una certezza: l'abuso di potere che ha deformato il lavoro della polizia.

(30 ottobre 2010)

Come ti inquino le prove


L’on.le Ghedini ha annunciato che agirà “nelle opportune sedi giudiziarie” nei confronti della giornalista Claudia Fusani (alla quale va tutta la mia solidarietà), rea, a suo dire, di aver prospettato in un suo articolo che egli, in qualità di difensore (non si capisce di chi), avrebbe “nel corso d’indagini difensive incontrato decine di persone per concordare la versione e per istruirle su cosa dire”.
Lascio ai magistrati la valutazione del caso specifico ma, forse, è giunto il momento
di riflettere meglio sulle conseguenze negative, per la ricerca della verità e per la corretta acquisizione delle prove, a cui può portare la nuova disciplina delle “indagini difensive preventive”, varata dieci anni addietro.
Recita l’art. 391 nones c.p.p.: “L’attività investigativa può essere svolta anche dal difensore che ha ricevuto apposito mandato per l’eventualità che si instauri un procedimento penale”.
Lo scopo dichiarato è quello
di assicurare alla difesa la possibilità di compiere indagini in proprio per tutelare meglio il suo assistito.
COSÌ PERÒ si corre il concreto rischio oggettivo (ripeto “oggettivo” cioè oltre l’intenzione del difensore) che le indagini difensive, specie se “preventive” (cioè svolte ancor prima che l’Autorità giudiziaria sia venuta a conoscenza della commissione
di un reato) rischiano di inquinare gli accertamenti che dovrà poi svolgere il Pubblico ministero.
Si immagini (ripeto, si immagini, senza alcun riferimento a fatti e persone reali) il caso
di un potente personaggio delle istituzioni (mettiamo, un presidente del Consiglio) che – dopo aver commesso un reato (ipotizziamo un abuso d’ufficio per aver preteso che la Polizia rilasciasse subito una giovane borseggiatrice colta in flagrante) – incarichi il suo avvocato di fiducia di accertare se qualcuno possa averlo visto o possa riferire qualcosa di compromettente contro di lui. Il difensore fa diligentemente il suo mestiere e interroga tutte le persone che potrebbero riferire qualcosa contro il suo potente assistito.
Quale serenità d’animo possono mai avere le persone “sentite” dal difensore
di colui che devono accusare?
Si badi bene, il problema non è l’avvocato che svolge diligentemente il suo mandato difensionale, ma la concreta possibilità che viene data ai responsabili
di qualsiasi reato (e quindi anche ai mafiosi e ai potenti) di poter avvicinare i possibili testimoni prima ancora che questi possano essere sentiti dai magistrati, anzi, prima ancora che la notizia dei reati pervenga all’Autorità giudiziaria.
NON CI VUOLE Frate indovino per capire che, in questo modo, ogni autore
di delitti (anche i più efferati, come può essere il favoreggiamento o lo sfruttamento della prostituzione minorile) cerchi di sapere, per tempo, se ci sono testimoni a suo carico. E, quindi, si attivi in tutti i modi nei loro confronti – con minacce, pressioni, intimidazioni, promesse, regalie, favori – per indurli a non riferire i fatti ai magistrati o a riferirli in modo conforme alla volontà dell’autore dei reati, anche se difforme alla realtà. Ovviamente, la colpa non è dell’avvocato perché questi, per legge (e anche questa è una “chicca” tutta da giustificare), ha il diritto-dovere di riferire al suo cliente il risultato delle proprie indagini difensive.
Può capitare così che quest’ultimo – magari perché è presidente del Consiglio – prometta a un ufficiale
di Polizia una rapida carriera, a patto che questi eviti di arrestare la borseggiatrice e assicuri alla giovane ladra un futuro radioso nel mondo dello spettacolo.
Il tutto per nascondere sotto il tappeto fatti e comportamenti che comprometterebbero la sua onorabilità personale e il suo ruolo pubblico.
Insomma e in definitiva, pongo un quesito tecnico senza volermi addentrare in alcun caso specifico: davvero la suddetta norma che prevede le cosiddette “indagini preventive difensive” è una norma
di garanzia e non si stia rivelando, invece, un sistema perverso per aggirare la legge, legalizzando l’inquinamento probatorio?
Credo che un dibattito su tale questione, oggi più che mai, possa diventare attuale.

Marcegaglia, affondo su Berlusconi "Ritrovare il senso delle istituzioni"


Duro richiamo del quotidiano dei Vescovi italiani “Avvenire” al premier Silvio Berlusconi che ieri ha pubblicamente rivendicato la libertà e difeso con orgoglio il proprio stile di vita e il suo rapporto con le donne, sottolineando di non essere intenzionato a cambiare alcunchè. «Noi siamo convinti -scrive il giornale della Cei in un editoriale siglato dal direttore Mario Tarquinio dedicato al caso Ruby- che l’Italia e gli italiani si aspettino da chi siede al vertice delle Istituzioni dello Stato la dimostrazione di sentirsi gravato oltre che di un indubbio e legittimo potere, di doveri stringenti. Sobrietà personale e decoroso rispetto di ciò che si rappresenta sono quelli minimi. E riguardano tanto il linguaggio quanto lo stile di vita».

Ma il monito più duro arriva da Emma Marcegaglia: «Il Paese è in preda alla paralisi, l’azione del Governo non c’è in un momento molto difficile per l’economia», dice. Marcegaglia, che commenta gli ultimi scandali chiedendo alla politica di «ritrovare il senso della dignità delle istituzioni», chiede anche di riprendere «l’agenda delle riforme vere per ridare crescita e occupazione al Paese». Secondo Marcegaglia, tuttavia, «Confindustria non dice che la responsabilità è del presidente del Consiglio. Bisogna - chiarisce - che la politica nel suo complesso reagisca».

L’affondo di Avvenire segue a ruota quello di Famiglia Cristiana che in un commento pubblicato online sull’ «ultima bufera» sul premier e «la sua corte di ragazze» non ha usato giri di parole. Nelle «ondate di reazioni», secondo il settimanale dei Paolini, «ne manca una che faticheremmo a definire, qualcosa che sta fra la tristezza civile e la pietà umana». «Non assistiamo soltanto a una tegola sulla testa del Berlusconi politico, primo ministro in carica e aspirante al Quirinale», afferma, «nè stavolta si può parlare di complotto giudiziario, o tanto meno poliziesco»: per Famiglia Cristiana, le testimonianze esistenti, «alcune opinabili ma altre, ahimè, documentate», creano «un duplice ordine di problemi».

Il primo è «politico» e riguarda «la credibilità, meglio ancora la dignità, dell’uomo che governa il Paese; i riflessi sulla vita nazionale e sui rapporti con l’estero; l’esempio che dall’alto viene trasmesso ai normali cittadini». I quali, incalza il settimanale, «non si sognano nè trasgressioni nè festini, ma da oggi dovranno abituarsi alle variazioni pecorecce sul ’bunga bungà». L’altro problema, per Famiglia Cristiana, è quello personale del premier: «È la condizione che già la moglie, Veronica Lario, aveva pubblicamente segnalato. Uno stato di malattia, qualcosa di incontrollabile anche perchè consentito, anzi incoraggiato, dal potere e da enormi disponibilità di denaro». «Incredibile che un uomo di simile livello e responsabilità non disponga del necessario autocontrollo - afferma il diffuso settimanale cattolico -. E che il suo entourage stia a guardare».

Non è certo la prima volta che Famiglia Cristiana prende di mira i comportamenti del premier. Nell’agosto scorso aveva parlato in modo tranciante degli «uomini che hanno scelto la politica per sistemare se stessi e le proprie pendenze» e stigmatizzato come «vero disfattista» chi «è allergico al rispetto di regole e istituzioni», prendendosela poi con «la politica degli stracci» e l’uso dei dossier per «polverizzare gli avversari». Tanto che in piena vicenda Fini aveva descritto come regola del «berlusconismo» quella per cui «chi dissente va distrutto». Recentemente se l’era presa con la barzelletta con bestemmia, definendola «un’offesa a tutti i cattolici».

Anche nel caso di oggi non mancano le reazioni del Pdl. Il portavoce Daniele Capezzone parla di «insulto», «violenza verbale» e «criminalizzazione morale» e rileva che «in un momento in cui già tanti gettano benzina sul fuoco, anche Famiglia cristiana intende partecipare all’aggressione selvaggia in corso contro Silvio Berlusconi come politico e come persona». Per il coordinatore del partito Sandro Bondi si sono superati «i limiti della correttezza professionale e della rispettosa prudenza propria dei cattolici, che impone di non trarre conclusioni abnormi e volgarmente offensive come quelle ricavate dal settimanale paolino, sulla base di notizie già smentite e ritenute infondate». Antonio Di Pietro, invece, rincara ulteriormente la dose: «Non possiamo continuare ad affidare il Paese ad un personaggio degno solo di stare in un’osteria e non a palazzo Chigi». Il leader Idv annuncia quindi una richiesta di chiarimenti al governo sul fatto se il premier «abbia veramente abusato della sua posizione governativa, telefonando alla Questura e se abbia dichiarato il falso in favore della ragazza». In base alla risposta, aggiunge «decideremo se presentare una mozione di sfiducia».

Marcegaglia: «L'Italia è alla paralisi»


Un Paese in preda alla paralisi, azione del governo assente in un momento molto difficile per l'economia. È un nuovo duro intervento quello che la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia ha pronunciato al convegno dei giovani imprenditori a Capri, sollecitando un «cambiamento di passo».

SFIDUCIA - «A Genova avevo detto che la nostra pazienza stava finendo - ha ricordato la numero uno degli industriali -, a Prato avevo detto che finalmente qualcosa si era mosso, con l'elezione del ministro dello Sviluppo economico, ma ora ci risiamo, una nuova ondata di fango lambisce la credibilità delle istituzioni e del governo. C'è un senso di sfiducia forte, un senso di smarrimento. L'Italia è in preda alla paralisi». Marcegaglia rincara la dose: «Per non perdere posizioni competitive il Paese non deve perdere il senso di sé e in questo momento il rischio mi sembra forte. Se ogni giorno il dibattito politico viene travolto da questioni che nulla hanno a che fare con un'agenda seria, noi ci arrabbiamo e ci indigniamo». E rivendica: «Anche in questa situazione difficile, quando la sostanza e lo stile si allontanano da una soglia minimale di decoro, la nostra azione è di misurare parole e di parlare di cose serie».

DIGNITÀ - «È necessario ritrovare il senso delle istituzioni e il senso della dignità, altrimenti non si va avanti - aggiunge Marcegaglia, con un probabile riferimento alle ultime polemiche sulla vita privata del premier Berlusconi -. La politica deve riprendere il senso delle istituzioni, altrimenti l'Italia non ce la fa». In ogni caso, spiega, «Confindustria non dice che la responsabilità è del presidente del Consiglio, bisogna che la politica nel suo complesso reagisca». Come? Riprendendo «l'agenda delle riforme vere per ridare crescita e occupazione al Paese: fisco, ammortizzatori sociali, ricerca e innovazione e infrastrutture». In particolare, «la riforma fiscale bisogna assolutamente farla: bisogna tagliare la spesa pubblica, fare la lotta all'evasione e trovare risorse per ridurre le tasse al lavoro e alle imprese». Iniziative difficili da attuare, dato che «il governo non c'è, a parte qualche iniziativa singola. Il Parlamento non legifera più. Non si riesce nemmeno a eleggereil presidente della Consob». Poi una dura critica ai "movimenti" dentro il Parlamento: «È piuttosto squallido che molti deputati della maggioranza pensino al loro futuro, a dove andare di qua e di là, piuttosto che all'oggi del Paese. È inaccettabile». Anche se, sottolinea Marcegaglia, «non mancano ministri che fanno bene il loro mestiere».

NO ELEZIONI - Ma la leader degli industriali ribadisce anche il suo no all'ipotesi di elezioni anticipate: «Continuo a pensare che andare a votare in questa situazione è molto complicato. Resto dell'idea che non si debba andare alle elezioni, perché ad aprile c'è il piano di crescita e competitività da approvare in Europa. Abbiamo bisogno di serietà e che si facciano le cose per il Paese».

MARCHIONNE - Infine, un forte sostegno a Sergio Marchionne: «Confindustria è chiaramente a supporto della Fiat - dice Emma Marcegaglia -. Quel che sta facendo Marchionne è riportare l'attenzione sui problemi di competitività delle imprese. Non penso che la Fiat voglia lasciare l'Italia. Io sono d'accordo con lui, ma è anche vero che ci sono tante imprese che continuano, a ragione, a investire nel nostro Paese».

Redazione online
30 ottobre 2010

AMORE E PSICHE

DI CHI E' LA COLPA?

Come ti inquino le prove


di Antonio Di Pietro

L’on.le Ghedini ha annunciato che agirà “nelle opportune sedi giudiziarie” nei confronti della giornalista Claudia Fusani, rea, a suo dire, di aver prospettato in un suo articolo che egli, in qualità di difensore (non si capisce di chi), avrebbe “nel corso d’indagini difensive incontrato decine di persone per concordare la versione e per istruirle su cosa dire”.

Lascio ai magistrati la valutazione del caso specifico ma, forse, è giunto il momento di riflettere meglio sulle conseguenze negative, per la ricerca della verità e per la corretta acquisizione delle prove, a cui può portare la nuova disciplina delle “indagini difensive preventive”, varata dieci anni addietro.

Recita l’art. 391 nones c.p.p.: “L’attività investigativa può essere svolta anche dal difensore che ha ricevuto apposito mandato per l’eventualità che si instauri un procedimento penale”.

Lo scopo dichiarato è quello di assicurare alla difesa la possibilità di compiere indagini in proprio per tutelare meglio il suo assistito.

COSÌ PERÒ si corre il concreto rischio oggettivo (ripeto “oggettivo” cioè oltre l’intenzione del difensore) che le indagini difensive, specie se “preventive” (cioè svolte ancor prima che l’Autorità giudiziaria sia venuta a conoscenza della commissione di un reato) rischiano di inquinare gli accertamenti che dovrà poi svolgere il Pubblico ministero.

Si immagini (ripeto, si immagini, senza alcun riferimento a fatti e persone reali) il caso di un potente personaggio delle istituzioni (mettiamo, un presidente del Consiglio) che – dopo aver commesso un reato (ipotizziamo un abuso d’ufficio per aver preteso che la Polizia rilasciasse subito una giovane borseggiatrice colta in flagrante) – incarichi il suo avvocato di fiducia di accertare se qualcuno possa averlo visto o possa riferire qualcosa di compromettente contro di lui. Il difensore fa diligentemente il suo mestiere e interroga tutte le persone che potrebbero riferire qualcosa contro il suo potente assistito.

Quale serenità d’animo possono mai avere le persone “sentite” dal difensore di colui che devono accusare?

Si badi bene, il problema non è l’avvocato che svolge diligentemente il suo mandato difensionale, ma la concreta possibilità che viene data ai responsabili di qualsiasi reato (e quindi anche ai mafiosi e ai potenti) di poter avvicinare i possibili testimoni prima ancora che questi possano essere sentiti dai magistrati, anzi, prima ancora che la notizia dei reati pervenga all’Autorità giudiziaria.

NON CI VUOLE Frate indovino per capire che, in questo modo, ogni autore di delitti (anche i più efferati, come può essere il favoreggiamento o lo sfruttamento della prostituzione minorile) cerchi di sapere, per tempo, se ci sono testimoni a suo carico. E, quindi, si attivi in tutti i modi nei loro confronti – con minacce, pressioni, intimidazioni, promesse, regalie, favori – per indurli a non riferire i fatti ai magistrati o a riferirli in modo conforme alla volontà dell’autore dei reati, anche se difforme alla realtà. Ovviamente, la colpa non è dell’avvocato perché questi, per legge (e anche questa è una “chicca” tutta da giustificare), ha il diritto-dovere di riferire al suo cliente il risultato delle proprie indagini difensive.

Può capitare così che quest’ultimo – magari perché è presidente del Consiglio – prometta a un ufficiale di Polizia una rapida carriera, a patto che questi eviti di arrestare la borseggiatrice e assicuri alla giovane ladra un futuro radioso nel mondo dello spettacolo.

Il tutto per nascondere sotto il tappeto fatti e comportamenti che comprometterebbero la sua onorabilità personale e il suo ruolo pubblico.

Insomma e in definitiva, pongo un quesito tecnico senza volermi addentrare in alcun caso specifico: davvero la suddetta norma che prevede le cosiddette “indagini preventive difensive” è una norma di garanzia e non si stia rivelando, invece, un sistema perverso per aggirare la legge, legalizzando l’inquinamento probatorio?

Credo che un dibattito su tale questione, oggi più che mai, possa diventare attuale.

Lo sterco del diavolo abita in Vaticano


La tormentata parabola della Chiesa nel suo rapporto con economia e denaro, aiuta a capire qualcosa anche sui nostri tempi

di Riccardo Chiaberge

Nell’Europa del Medioevo non esistevano leggi anti-riciclaggio, ma l’Inferno funzionava molto meglio di adesso e il girone degli usurai era affollato di buoni finanzieri cristiani come Ettore Gotti Tedeschi. Fenus pecuniae, funus est animae, “il profitto del denaro è la morte dell’anima”, aveva ammonito a suo tempo papa Leone Magno. Chi presta soldi in cambio di interessi, si legge in un manoscritto anonimo del Duecento, commette un peccato gravissimo contro la natura, “pretendendo di generare denaro dal denaro, come un cavallo da un cavallo o un mulo da un mulo”. E nel suo manuale per confessori il vescovo inglese Tommaso di Cobham rincara la dose: “L’usuraio punta a guadagnare senza lavorare, addirittura dormendo; ciò va contro il precetto del Signore che ha detto: ‘Con il sudore del tuo volto mangerai il pane’”.

SE LA CHIESA medievale divide la società in tre classi, uomini di preghiera, guerrieri e lavoratori, il predicatore francese Giacomo di Vitry ne aggiunge una quarta: i professionisti dell’usura. “Essi non partecipano al lavoro degli altri uomini e perciò non subiranno il castigo degli uomini, ma quello dei diavoli. La quantità di denaro che hanno guadagnato con l’usura corrisponde alla quantità di legna inviata agli Inferi per bruciarli”.

Chissà quanta legna sarebbe necessaria per un Madoff o un Tanzi. Certo, le fiamme eterne per gli strozzini erano di ben scarsa consolazione per le loro vittime, che non potendo contare sulla giustizia degli uomini dovevano affidarsi a quella del Padreterno. Talvolta, però, la punizione arrivava in anticipo: si racconta di ricchi prestasoldi privati dell’uso della parola in punto di morte, in modo da non potersi confessare (ma forse si avvalevano della facoltà di non rispondere al sacerdote), o colpiti da infarto senza avere il tempo di pentirsi. E un domenicano di Lione narra un episodio spettacolare: “Nell’anno del signore 1240, a Digione, un usuraio volle celebrare le sue nozze con grande sfarzo... Mentre i due promessi sposi felici stavano per entrare in chiesa accadde che una statua di pietra raffigurante un usuraio trascinato all’Inferno dal Diavolo si staccò e cadde con tanto di borsa sulla testa dell’usuraio in carne e ossa, uccidendolo”.

Tornando al succitato Gotti Tedeschi, attuale capo dello Ior, paragonarlo agli usurai del XIII secolo sarebbe ridicolo prima che ingiusto. Ma la storia millenaria della Chiesa e del suo rapporto tormentato e ambivalente col mondo dell’economia ci aiuta a capire tante cose anche sulla realtà dei nostri tempi. Lo stesso giorno in cui il Tribunale del riesame di Roma confermava il sequestro di 23 milioni di euro a carico della banca vaticana per certe movimentazioni sospette, il presidente interveniva a un convegno su etica e finanza promosso dall’Osservatore Romano e puntualmente ripreso dal laico Sole 24 Ore. E parafrasando il famoso passo del Vangelo di Marco sul cammello e la cruna dell’ago, si lanciava in un’ardita ipotesi teologica: “Il ricco, per entrare nel regno dei cieli deve diventare ancora più ricco, perché se la ricchezza non viene creata il rischio è poi di distribuire la povertà”. Anche se la ricchezza è frutto di speculazione, o peggio di frodi ai danni dei risparmiatori? Anche quando la gobba del cammello è gonfia di titoli tossici o di conti correnti intestati a prestanome?

COME RICORDA il grande medievista Jacques Le Goff nel suo Lo sterco del diavolo. Il denaro nel Medioevo (Laterza, pagg. 220, euro 18,00), l’unico modo di evitare l’Inferno, per un usuraio, era la restituzione del maltolto. Cosa che non avveniva di frequente, malgrado i fulmini del clero: come diceva re Luigi IX il santo, “è una pessima cosa appropriarsi dei beni altrui perché restituirli è così arduo che la sola pronuncia della parola rende strozza la gola a causa delle r che contiene, le quali rappresentano i rastrelli del demonio che sempre trascinano indietro coloro che hanno deciso di restituire i beni altrui”.

Poi con lo sviluppo dei commerci, l’aumento della circolazione monetaria e la crescita dell’indebitamento anche il mondo ultraterreno ebbe bisogno di ampliamenti, sicché fu istituito il Purgatorio, dove pure speculatori e strozzini avevano una chance di redenzione. Un regime di carcere meno duro, con possibilità di riduzione della pena per buona condotta. I più abili e meritevoli riescono a strappare un Lodo ad personam e vanno dritti in Paradiso senza fare anticamera. Basta qualche opera di bene o un oratorio dedicato alla Vergine. Tipico il caso degli Scrovegni, ricchi mercanti padovani del XIII secolo. Dante schiaffa il padre, Rainaldo, nel girone degli usurai, ma il figlio Enrico, che consolida il business di famiglia, espia la propria opulenza con un gesto esemplare di caritas: investe un mucchio di quattrini in una cappella affrescata da Giotto, raccomandando che il ciclo dei vizi e delle virtù non appaia punitivo verso la sua categoria. Come biasimarlo? Dopotutto, gli Scrovegni del Duemila non lasciano all’umanità chiese affrescate, ma ville ad Antigua e si comprano la benevolenza del clero vietando le unioni gay.

Peraltro è difficile mandare all’inferno i mercanti se ci si mostra più avidi di loro. Oltre a dover venire a patti con le leggi dell’economia, fin dal Medioevo la Chiesa diventa essa stessa una potenza economica che ha sempre più fame di “pecunia”. È ancora Le Goff a ricordarci che fu il trasferimento ad Avignone, agli inizi del Trecento, a far impennare le spese della Santa Sede. Sale il numero dei dignitari della corte (tra 400 e 500, un centinaio in più rispetto all’ultimo papa romano, Bonifacio VIII) e Clemente V arriva a spendere ben 120 mila fiorini all’anno, di cui 30 mila solo “per la gestione domestica del suo palazzo tra stipendi, cibo, cera, legna, bucato, fieno, mantenimento dei cavalli ed elemosine”. E le entrate? A parte le somme che vescovi e abati devono pagare al momento della nomina, il grosso proviene dai “censi” corrisposti dal re di Napoli e da altri signori italiani e dall’obolo di San Pietro versato dai regni scandinavi. “Tutte queste imposte – osserva lo storico – vengono saldate di malavoglia dai debitori nonostante il frequente ricorso alla scomunica”. Per forza: sai che gusto foraggiare dei papi che pensano solo a costruire palazzi sontuosi e ad armare eserciti per difendere le loro terre. Il fisco pontificio è una sanguisuga che ricorre a ogni mezzo per rimpinguarsi, inclusa la Peste nera che si abbatte sull’Europa dal 1348: “I benefici di molti titolari morti durante l’epidemia – ricorda Le Goff – vanno ad alimentare direttamente le finanze della Chiesa”. E quando non sanno a cosa appigliarsi, tirano in ballo la lotta alle eresie, spauracchio sempre buono per giustificare confische, procure e gabelle. E poi ci lamentiamo dell’otto per mille e dell’esenzione dall’Ici...

OGGI BENEDETTO XVI tuona giustamente contro il potere distruttore dei “capitali anonimi che pongono l’uomo in schiavitù” e predica l’avvento di un “mercato buono”, una specie di non profit universale che ricongiunga le sfere della giustizia e della carità. Ma il suo messaggio perde credibilità se la finanza vaticana, lo Ior o la Propaganda Fide si comportano con la stessa cupidigia e scarsa trasparenza dei capitalisti senza Dio. Come scrive Monsignor Giuseppe Casale, arcivescovo emerito di Foggia-Bovino, in un suo coraggioso libello (Per riformare la Chiesa, edizioni La Meridiana, pagg. 76, euro 12,00), “la povertà è per la Chiesa un discorso teologico prima che sociologico”. Dopo la fine dell’alleanza trono-altare la Chiesa cattolica non ha ritrovato la strada del Vangelo e oggi, “nella opulenta società dell’Occidente aiuta i poveri, ma resta quasi impermeabile alla scelta della povertà per se stessa. Il culto a Dio giustifica il barocchismo di vesti liturgiche e di insegne episcopali. La necessità di sostenere opere pastorali spinge a servirsi dei meccanismi della finanza moderna”. A rischio di incappare nelle maglie della giustizia come i tanti peccatori in doppiopetto che maneggiano troppo disinvoltamente lo “sterco del diavolo”.

La lunga battaglia del Secolo per evitare la chiusura


IERI PORTE APERTE IN REDAZIONE.
LA DIRETTRICE PERINA: SE I SOLDI NON ARRIVANO ENTRO MARTEDÌ PORTEREMO I LIBRI IN TRIBUNALE

di Luca Telese

Telecamere, microfoni, un nugolo di giornalisti, proprio in mezzo alla redazione, tutti i redattori de Il Secolo d’Italia seduti e silenziosi nelle loro postazioni. È questa immagine vagamente surreale, di redattori che diventano una notizia invece di scrivere una notizia, il fotogramma che racconta l’ultimo atto della guerra civile in corso dentro al centrodestra.

Ecco il resto dello scenario: il giornale che fu di Alleanza nazionale sull’orlo della chiusura, una riunione fiume dei garanti incaricati di amministrare il patrimonio che dura tre giorni. Il particolare grottesco di un notaio che aspetta in una stanza adiacente, come un infermiere del pronto soccorso, di poter medicare il ferito (ovvero di emettere l’atto che consentirebbe al giornale di salvarsi) ma che invece non riesce ad intervenire.

In ballo ci sono 300 mila euro, quelli che dovrebbero essere erogati subito perché le casse sono completamente vuote e non c’è più nemmeno un euro per pagare gli stipendi. E poi c’è una seconda tranche di 600 mila euro che dovrebbe rimpinguare il capitale sociale in attesa che arrivi il finanziamento pubblico, già previsto dai fondi della Presidenza del Consiglio. Flavia Perina, la direttora de Il Secolo se ne sta in mezzo alle scrivanie circondata da giornalisti che la tempestano di domande, come un capitano coraggioso conradiano sul ponte di una nave in tempesta. A un certo punto allarga le braccia e dice: “Se questi soldi non arrivano, martedì prossimo saremo costretti a portare i libri contabili in tribunale, il che vuol dire rischiare il fallimento”. Le risponde in serata uno degli amministratori, Roberto Petri: “Non è vero nulla, sta drammatizzando senza motivo”.

Certo. Se il giornale chiude nessuno vuole lasciare le impronte. E l'altro paradosso è che il quotidiano non ha mai venduto come ora: da circa mille copie a quasi tremila, decine di articoli ripresi dagli altri giornali. Certo, è anche una guerra di nervi, un continuo braccio di ferro mediatico. Ieri mattina Il Secolo si è presentato in edicola con una copertina nera e un titolo di battaglia: “Ci vogliono cancellare”.

Sia la direttrice, sia il condirettore, Luciano Lanna, sanno benissimo che ciò che può spostare gli equilibri a loro favore, è il senso di appartenenza di tanti militanti dell’ex An, che vedrebbero come un paradosso il fatto che la fondazione che oggi gestisce i soldi del partito costringesse il quotidiano alla chiusura non erogando questo finanziamento. Allo stesso modo, la linea difensiva di Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri, i due dirigenti più importanti dell’ala che è rimasta nel Pdl con Berlusconi: non è che non si vogliano dare i soldi al giornale, ma che c’è stato un “errore materiale” nella compilazione del verbale dell’assemblea di gestione. La risposta della Perina è caustica: “Ma quale errore materiale? Quel testo per ora nemmeno c’è, perché non è stato ancora scritto!”. Insieme a lei e a Lanna, in redazione ieri c’erano anche il viceministro Adolfo Urso e il deputato Antonio Bonfiglio, che coordina le truppe di Futuro e libertà nel Lazio: è il segnale che per i finiani la sopravvivenza del giornale è questione di vita o di morte. A giudicare dal tenore delle mail e dei messaggi che arrivano in redazione, il grido di allarme è andato a segno: “Non sono d’accordo con la vostra linea – scrive un lettore – ma riterrei folle che il giornale cessasse le pubblicazioni” . Il nodo, ovviamente, è la linea , che finora è stata filo finiana e critica con Berlusconi. Ma anche su questo la Perina ha disinnescato l’atto di accusa: “Ho già detto che se vogliono, sono disponibile ad accettare la nomina di un vicedirettore di loro fiducia”. Forse è per questo che nel pomeriggio di ieri le dichiarazioni di Gasparri e La Russa sembravano più concilianti. “È giusto dare soldi al Secolo – diceva il capogruppo alla Camera – anche se è di parte”. Aggiungeva il ministro della Difesa: “ Hanno fatto bene a salvarlo, anche se sta diventando un house organ”.

Tranquillizzanti persino se non fosse che i soldi non ci sono ancora. Ma anche la direttrice ha qualche munizione da sparare: “Si sono dati i soldi della Fondazione ai giovani del Pdl per finanziare le loro iniziative – spiega la Perina – e perfino al partito di Berlusconi per finanziare la compagna elettorale. Possibile che li lesinino a noi?”. Solo dopo questo weekend sapremo se i soldi arriveranno davvero, "entro martedì" come assicura Petri. O se il giornale – dopo essere sopravvissuto alle bombe degli anni di piombo e all'assassino del suo fattorino, Angelo Mancia – è destinato a chiudere stritolato dal Caimano.