mercoledì 30 marzo 2011

Processo breve, blitz Pdl: “Si voti subito”


Intanto avanti con l’impunità. Potrà pure cascargli il mondo addosso, ma Silvio Berlusconi non perde di vista l’obiettivo personale. E così il Pdl ha chiesto – e ottenuto – per voce di Simone Baldelli, di invertire l’ordine del giorno della seduta dell’aula della Camera ed esaminare e votare immediatamente il provvedimento sul processo breve scatenando la bagarre in aula. Quindici i voti di scarto che porteranno il provvedimento ad essere esaminato subito. Contro la richiesta di inversione dell’ordine del giorno si sono espressi i deputati di Pd, Idv, Fli e Udc.

Dopo la richiesta i deputati dell’opposizione avevano abbandonato i lavori del comitato dei nove della commissione giustizia in protesta contro il tentativo “di strozzare i tempi del dibattito” sul processo breve. Intanto in aula partiva il coro ”vergogna, vergogna”. Dopo l’intervento del capogruppo del Pd
Dario Franceschini, che ha espresso il parere contrario del suo gruppo, i deputati del Pd si sono alzati in piedi per applaudire e subito dopo è partito il coro.

”La proposta del Pdl – aveva detto il capogruppo del Pd – scrive una pagina inedita di violenza parlamentare e di abuso della maggioranza. Una doppia violenza”. Oggi, ha ricordato Franceschini, Berlusconi andrà a Lampedusa “seguito dalle telecamere e quella visita non è per risolvere il problema di quell’isola, è per coprire il processo breve”. Poi l’attacco più duro:
“Dov’e’ l’urgenza di varare il processo breve? Significa mandare in prescrizione migliaia di processi, liberare i criminali, lasciare impuniti imputati di violenza carnale solo perchè sono incensurati”.

Dopo l’intervento di Franceschini, dai banchi dell’opposizione tutti i deputati si sono alzati in piedi urlando “vergogna, vergogna!”. Dal Pdl immediato il coro di risposta: “Buffoni, buffoni!”. Solo dopo qualche minuto, e sotto la minaccia di sospendere la seduta, il presidente
Gianfranco Fini è riuscito a riportare l’ordine.

Ma il Pd è intenzionato a portare la protesta anche fuori da Montecitorio. Per questo il segretario
Pier Luigi Bersani ha lanciato per oggi pomeriggio alle 18 un sit-in davanti a Montecitorio. Al presidio saranno presenti, oltre a Bersani, il vicesegretario Enrico Letta, la presidente Rosy Bindi, e i capigruppo di Camera e Senato, Dario Franceschini e Anna Finocchiaro.

B ai suoi – subito il processo breve

L’ordine di scuderia era arrivato direttamente dall’alto. Ieri, mentre l’unità del governo andava al macero sull’emergenza immigrazione, a Palazzo Grazioli il Cavaliere dava indicazioni precise ad Alfano; avanti a marce forzate sul processo breve, i nodi sulla responsabilità civile dei magistrati potranno anche essere sciolti con maggior calma, ma è meglio portare a casa la prescrizione breve prima che la maggioranza alla Camera dia segnali di cedimento. Che, peraltro, già si avvertono. E, allora, ecco che ieri – via sms – è arrivata ai deputati Pdl un’improvvisa convocazione per stamattina alla Camera.

In sostanza, all’interno del Pdl si sono create delle forti pressioni intorno al testo Pini sulla responsabilità civile dei magistrati, difficoltà che qualcuno aveva legato a un presunto intervento del Quirinale che, invece, non c’è stato. Quello che c’è, piuttosto, è che la Lega, in questo momento, non vorrebbe creare ulteriori motivi di frizione con la magistratura. E non potendo far nulla sul processo breve, perché serve direttamente a Berlusconi, ha chiesto proprio a Pini, il relatore leghista, di “limare” il testo per renderlo più vicino ai dettami dell’Europa. Comunque una marcia indietro, anche se il relatore ha negato che si tratti di un dietrofront.

Eppure, si è saputo che sarà reinserito “il dolo e la colpa grave” e verrà introdotta “la violazione manifesta del diritto” nell’accertamento della responsabilità del giudice. Ma ancora c’è comunque qualcosa che non convince e che farebbe tirare i tempi troppo per le lunghe; la priorità, d’altra parte, è la prescrizione breve.

Che oggi è entrata nel vivo. Con una modifica sostanziale annunciata ieri dal relatore,
Maurizio Paniz, come se si trattasse di una rivoluzione che invece non è. Spiega, infatti, Angela Napoli di Fli: “La legge cambierà nome, non più processo breve – ha spiegato la deputata finiana – ma ‘disposizioni in materia di spese di giustizia, danno erariale, prescrizione e durata del processo’. D’altra parte, ormai nel testo c’è solo la norma sulla prescrizione che serve a Berlusconi, quindi se non si modifica il titolo non corrisponde più al contenuto”.

Nessun’altra modifica prevista. Nonostante i tentativi dell’opposizione, Paniz non ne ha voluto sapere di mettere mano ad altri punti controversi del testo, dunque la nuova norma ad personam per B. potrebbe essere licenziata dalla Camera anche entro la fine di questa settimana. Il successivo passaggio al Senato è considerato puramente “tecnico”, dunque la prescrizione breve dovrebbe diventare legge per la fine d’aprile. In tempo per far chiudere il processo Mills entro fine maggio.

Paniz si è detto convinto che non ci saranno problemi “sulla firma del capo dello Stato perché non c’è nulla di incostituzionale”. Si vedrà. Il fattore politico lo determineranno i Responsabili con la loro presenza. Qualcuno, anche ieri pomeriggio alla Camera, ipotizzava possibili “segnali” al Cavaliere sul voto finale.

S.O.S. TATA

martedì 29 marzo 2011

I tedeschi licenziano i politici



GIAN ENRICO RUSCONI


Quello che accade in Germania si spiega ben al di là degli errori politici di Angela Merkel. È la crescente scollatura tra un nuovo esigente elettorato e un ceto politico, certamente professionale e competente, ma che non sa più interpretare le ansie e le attese dei cittadini. La cancelliera Merkel lo aveva oscuramente intuito, ma ha sbagliato nella risposta politica. È difficile dire ora se si tratta di un errore correggibile. La Merkel si sta giocando il suo destino politico e probabilmente quello dell’intero sistema politico partitico tedesco così come ha funzionato sinora. Si sta verificando infatti un mutamento irreversibile. Per un’analisi significativa della nuova situazione tedesca occorre quindi tenere insieme tutti gli elementi: la nuova sensibilità dei cittadini, il mutamento degli equilibri politici, gli errori strategici e tattici della Merkel. Cominciamo da questi ultimi. L’errore politico più serio della Merkel è avere un alleato sbagliato - il partito liberale di Guido Westerwelle - che la danneggia anziché sostenerla. Dalla mancata riforma fiscale al nucleare. Usciti vincitori dalle ultime elezioni generali con una baldanza che era sopra le righe, i liberali hanno avanzato programmi ambiziosi (riduzione delle tasse, riforma del sistema sanitario) che si sono rivelati impraticabili e controproducenti. Da qui i continui conflitti interni alla coalizione che la Merkel ha cercato di smussare anziché risolvere. Quella che sembrava una mediazione era in realtà una rimozione momentanea del conflitto. Le cose non sono andate meglio recentemente a proposito della neutralità tedesca nella crisi libica. La convergenza tra la Cancelliera e il ministro degli Esteri Westerwelle non è avvenuta sotto il segno di una scelta meditata, ma con la preoccupazione di giustificarsi presso gli alleati occidentali. La decisione di starsene fuori non è dispiaciuta ai tedeschi, che in questo momento ritengono di avere problemi più urgenti cui pensare. Ma da una Cancelliera che tra le sue priorità conclamate mette sempre il rafforzamento dell’Europa e il ruolo consapevole della Germania nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ci si aspettava un atteggiamento meno elusivo. Da qui l’appannamento di immagine di una donna che aveva sempre dato l’impressione di essere risoluta e chiara anche nei momenti di dissenso. È stato con questa immagine che la Cancelliera si è presentata ai suoi concittadini come vincente sulla questione che più le sta a cuore: la tenuta e la riorganizzazione del sistema economico-finanziario europeo con un solido apparato di controlli. Ma la cosa non sembra avere impressionato gli elettori che si chiedono se in Europa è passata davvero la linea Merkel. Non ne sono del tutto convinti, in ogni caso non sembrano entusiasti dello stato di salute dell’euro. Ma sono rassegnati: per la Germania l’Europa è una costosa necessità. Ecco perché quella che la Merkel riteneva fosse la sua carta elettorale vincente non ha funzionato. In compenso ha rivelato una fatale incertezza nella politica dell’energia nucleare che in questo momento è ciò che sta più a cuore agli elettori tedeschi. L’idea di convocare un «consultorio etico» per ripensare ancora una volta l’intera questione del nucleare, che alla maggioranza dei tedeschi è assolutamente chiara, è sembrato un pretesto per prendere tempo. Il resto lo ha fatto l’incauta sortita del ministro dell’Economia (anche lui un liberale) che ha lasciato capire che la ventilata ritirata dal nucleare era una mossa elettorale. È questo atteggiamento che è stato punito - al di là della sostanza - proprio per lo stile elusivo dei politici. Il punto è importante. La chiave di lettura della batosta elettorale subita dalla Cdu nel Baden-Württemberg non è soltanto la preoccupazione per le centrali nucleari, ma anche e soprattutto l’insensibilità e l’ostinazione mostrate dalla classe politica locale e regionale nel lungo braccio di ferro per un macro-progetto attorno al centro ferroviario di Stoccarda. Un progetto disapprovato da una consistente parte della popolazione, ma soprattutto percepito come un’arrogante imposizione della classe politica. Si è parlato di «problemi di comunicazione» - in realtà si è assistito a un duro e serio confronto di opinioni, rimasto irrisolto e irrigidito. Si è risolto con le elezioni. La cancelliera Merkel (per convinzione o per lealtà di partito) si è schierata apertamente da una parte, sostenendo il gruppo dirigente locale. Lo ha pagato duramente. Doveva farlo? Poteva evitarlo? Da questo braccio di ferro è uscito vincente il partito dei Verdi che nominerà il presidente dei ministri di uno dei Länder più importanti della Germania e governerà con la socialdemocrazia, come anche nella Renania-Palatinato. In prospettiva si profila in autunno la possibilità di un cambio analogo anche nella capitale Berlino. Sarebbe indirettamente un altro duro colpo per la Merkel, a meno che nel frattempo non abbia un imprevedibile scatto di fantasia politica. In ogni caso sarebbe un errore pensare il futuro in una logica di giochi partitici vecchia maniera (dopo tutto la coalizione rosso-verde non è affatto una novità in Germania). La lezione di questi giorni è la virtuale mobilitazione di cittadini pronti a impegnarsi direttamente sui grandi problemi, che ritengono vitali, senza delega in bianco ai professionisti politici, a meno che questi non abbiano imparato la lezione.


Caso Ruby, Clooney e le ministre Gelmini e Carfagna tra i testi della difesa


Ruby, Karima El-Marough, la giovane marocchina al centro dell'inchiesta milanese sui presunti festini a luci rosse, è stata citata come testimone dalla Procura in vista del processo a carico di Silvio Berlusconi e che si aprirà il prossimo 6 aprile. Ruby è stata citata come testimone anche dalla difesa che sta per depositare l'elenco dei testimoni. È quanto emerge negli ambienti giudiziari dove, martedì mattina, sia la Procura che i legali del premier hanno presentato i loro testimoni alla Cancelleria dei giudici della quarta sezione penale.

132 I TESTI DEI PM - In tutto sono 132 i testimoni citati dalla Procura di Milano. Nella lista depositata dai procuratori aggiunti Ilda Boccassini, Pietro Forno e dal pm Antonio Sangermano oltre a quello della giovane marocchina compaiono i nomi delle altre 32 ragazze maggiorenni che, secondo l'accusa, avrebbero partecipato ai presunti festini a luci rosse ad Arcore. Tra i vari testi convocati in aula ci sono anche l'ex questore di Milano Vincenzo Indolfi, il capo di gabinetto Pietro Ostuni e gli altri funzionari e agenti (anche Giorgia Iafrate) presenti negli uffici di via Fatebenefratelli nella notte tra il 27 e il 28 maggio scorsi quando Ruby venne fermata per via di un furto e poi, dopo le telefonate del presidente del Consiglio e del suo caposcorta, affidata al consigliere regionale del Pdl Nicole Minetti. Nell'elenco della Procura compaiono anche i nomi della stessa Minetti, dell'agente dei vip Lele Mora, del direttore del Tg4 Emilio Fede ed anche i genitori di Karima El Mahroug in arte Ruby Rubacuori.

CLOONEY E I TESTI DELLA DIFESA - Compaiono invece anche i nomi dei ministri Maria Stella Gelmini, Mara Carfagna, Franco Frattini e Giancarlo Galan nella lista dei 78 testimoni citati dalla difesa di Silvio Berlusconi. Nell'elenco oltre ai parlamentari del Pdl Paolo Bonaiuti, Valentino Valentini e Maria Rosaria Rossi, sono stati convocati come testi Elisabetta Canalis e George Clooney, le showgirl Aida Yespica e Belen Rodriguez e la conduttrice televisiva Barbara D'Urso. Le ministre Gelmini e Carfagna sono state citate in merito alla loro partecipazione a «cene-serate presso la residenza di Arcore di Berlusconi e sulle modalità di svolgimento di tale eventi conviviali». Inoltre le due ministre sono state convocate in merito alle «modalità e tempi» nei quali avevano conosciuto Karima El Mahroug e su dove si trovassero e come abbiano trascorso la serata del 14 febbraio 2010 quando, secondo l'accusa, per la prima volta Ruby partecipò a una festa a villa San Martino.

LE TELECAMERE - I pm milanesi sono contrari all' ingresso delle telecamere in aula per riprendere il processo a carico di Silvio Berlusconi per il caso Ruby. A quanto si è appreso, infatti, i procuratori aggiunti Ilda Boccassini e Pietro Forno e il pm Antonio Sangermano ritengono che la presenza delle telecamere nel corso del dibattimento e, in particolare, durante l'esame dei testimoni potrebbe in qualche modo influire sulle dichiarazioni dei testi e sul processo. Attorno al processo a carico del presidente del Consiglio, imputato per concussione e prostituzione minorile, si è già sollevato un clamore mediatico e decine e decine di network televisivi, anche internazionali, hanno chiesto l'autorizzazione a poter effettuare videoriprese in aula. Il presidente del collegio della quarta sezione penale, Giulia Turri, ha accolto la richiesta avanzata dalla Rai, che si è offerta anche a nome delle altre testate, di portare due telecamere in aula, riprendere il processo e poi, a spese della stessa Rai, fornire le immagini agli altri network. Ciò per evitare un sovraffollamento di telecamere dentro l'aula. Se i pm sono contrari alle riprese, saranno però i giudici, dopo aver ascoltato anche il parere della difesa, a decidere sull'ingresso delle telecamere. Un'altra questione che potrebbe essere posta è quella di una celebrazione di un dibattimento a porte chiuse dato che la parte offesa, Ruby, era minorenne all'epoca dei fatti che sono al centro del processo. Anche su questa questione, che potrà essere sollevata dalle parti, alla fine comunque decideranno i giudici.

Redazione online
29 marzo 2011

Schiaffo ingiustificato


A certe esclusioni l'Italia non è nuova, ma quella che si è consumata ieri sera risulta talmente clamorosa da autorizzare alcune domande scomode per noi e per altri. Alla vigilia dell'odierna conferenza di Londra che dovrebbe finalmente indicare una chiara strategia politica nella campagna di Libia, i massimi responsabili di Usa, Francia, Gran Bretagna e Germania si consultano in videoconferenza. Sarebbe sciocco dire che queste cose non vanno fatte. Esse avvengono regolarmente prima di vertici di ben minore importanza. Ma che il telefono dell'Italia non squilli, questo non rientra in una visione pragmatica della campagna di Libia.

Non si tratta di velleitarismi, ma di valutare fatti concreti: l'Italia ha aperto le sue basi alla coalizione e comanda l'embargo navale Nato; l'intelligence italiana dà un contributo rilevante alle azioni dei nostri alleati; l'Italia è investita dalla prima conseguenza del conflitto libico, l'arrivo sulle nostre coste di un notevole numero di migranti. Davvero, in queste condizioni, può essere considerata comprensibile o accettabile la sua esclusione da un contatto importante e altamente simbolico per il messaggio che contiene (e che è rivolto anche ai libici)? Davvero la signora Merkel, astenuta all'Onu, non partecipante alle operazioni, lontana dalla scena, va presa a bordo e noi no?

È inevitabile pensare che abbia prevalso un doppio desiderio: quello di rafforzare l'intesa franco-britannica già rinsaldata ieri con una dichiarazione a due, e l'altro di rilanciare il rapporto franco-tedesco che serve, malgrado le sconfitte elettorali, tanto a Sarkò quanto alla Merkel. Mentre Obama, tutto impegnato a fare retromarcia, da queste dispettose alchimie europee deve essersi tenuto alla larga. E se poi il tutto servirà a favorire una redistribuzione degli accordi petroliferi, nessuno dei convitati si metterà a piangere.

Ma qui, dopo la sacrosanta indignazione, viene il momento di riflettere su noi stessi. Sapevamo da prima che il peso dell'Italia odierna sulla scena internazionale non è dei più rilevanti e del resto non è mai stato, anche in passato, tale da metterci tra i Grandi. A guardar bene, però, la crisi libica ha aggiunto qualcosa. I maggiori Paesi occidentali (Germania inclusa?) concordano nell'auspicare e nel ricercare a suon di bombe la caduta di Gheddafi. Berlusconi invece prima si dice addolorato per il Raìs e annuncia che i nostri aerei non spareranno, poi rinuncia all'iniziale idea della mediazione e per bocca del ministro Frattini cerca un dialogo negoziale simile a quello che cercano gli altri, perché non considera possibile la permanenza di Gheddafi al potere.

Una situazione di stallo militare sul terreno può ancora dare ragione ai primi istinti del governo. Ma, avendoli poi modificati, oggi diamo l'impressione di stare in altalena, cosa che in guerra non ispira fiducia. La speranza è che la conferenza di Londra serva da chiarimento anche della posizione italiana. Anche se Frattini avrà motivi più che sufficienti per far presente che l'emarginazione dell'Italia dal pre-vertice, benché agevolata da errori che si potevano evitare, rimane un autentico schiaffo.

Franco Venturini
29 marzo 2011

IL CONVITATO DI PIETRA

Bagnetto penale


di Marco Travaglio

Uno legge il sito del Corriere: “B. in Tribunale, bagno di folla e ‘nuovo predellino’”. E si fa l’idea che una fiumana di fans abbia risposto alla cartolina precetto dei sottosegretari-badanti Santanchè e Mantovani per scortare il Cainano tra due ali di folla al processo Mediatrade.

Poi, per fortuna, il sito del Fatto informa: 49 persone, in parte noti figuranti presi a nolo dal Biscione, hanno accolto il premier all’ingresso del Tribunale e all’uscita erano saliti addirittura a un centinaio. Compresi cronisti, fotografi, cameraman, curiosi e uomini della scorta che avvolgevano l’ometto con un modello portatile di giubbotto antiproiettile, anzi antisputo. E lui sul predellino a salutare i fotografi e i passanti.

Più che un bagno di folla, un bagno penale. Anzi, un bagnetto.

Non male, per uno che vanta una popolarità del 110 per cento. La verità è che si sta rapidamente estinguendo: evapora pezzo dopo pezzo.

Sarà per quel malaugurato 17° anniversario della prima vittoria elettorale (28 marzo ‘94), ma non gliene va bene una.

In famiglia l’hanno interdetto.

Al governo è commissariato da Tremonti, Bossi, Maroni e La Russa.

Alla Camera è ostaggio di Romano, Pionati e Scilipoti.

Chiunque passi nei suoi dintorni è colto da sfighe bibliche.

Persino Maldini, il calciatore, è finito a giudizio per corruzione. E la Merkel, che dire della povera Merkel? Sabato Frattini Dry sostiene di “avere delle idee” e per dimostrarlo annuncia a Repubblica un “piano italo-tedesco” per la Libia. Un’idea come un’altra, per carità. Il guaio è che la Germania non ne sa nulla: secondo Repubblica, “il piano Frattini imbarazza i tedeschi”. Anzi, “li spiazza”. Perché, molto semplicemente, non sono stati avvertiti. Infatti fanno sapere che loro parlano “con tutti i partner internazionali”.

L’asse Roma-Berlino (Tokyo ha abbastanza guai per conto suo) è un’invenzione di F.F.: un asse del water (da cui gli “imbarazzi” di stomaco tedeschi).

Ma basta la nomination frattiniana per condannare la Merkel a una disfatta elettorale mai vista.

Pare che ora la cancelliera abbia pregato il governo italiano di non citarla mai più, se non per dichiarare guerra alla Germania. È gelosa di Sarkozy che – da quando B. e gli house organ bombardano la Francia e Ferrara minaccia di sganciarsi su Parigi come arma batteriologica – si sta riscattando in Libia: la rivolta con le bandiere francesi va a gonfie vele, anche perché B. sta di nuovo con Gheddafi.

Terrore invece a Lampedusa: si mormora che, non bastando i disastri combinati da Maroni e Frattini Dry, voglia occuparsene direttamente B. Che, nell’attesa, manda avanti la Michela Vittoria Brambilla per lanciare dalle colonne del Giornale “un ultimatum alla Tunisia”: “Basta sbarchi”. Già ci pare di sentire la risposta dei tunisini terrorizzati: “Se no?”. Se no – avverte la triglia salmonata – “si arresterà qualunque tipo di promozione del turismo in Tunisia da parte nostra”.

Mecojoni, se dice a Roma. Anche il Giornale di Olindo Sallusti dà il suo contributo: rivela che i profughi sono “clandestini radical chic” e “griffati”: uno porta “il cappellino Adidas” e in un servizio di Annozero si scorge addirittura “un paio di scarpe che potrebbero essere Nike”. Ergo, bando alle ciance: questi sono ricchi sfondati (e pure “poligami”, denuncia la Maglie), ma si travestono da disperati per dar noia al governo. Dunque – spiega sempre il Giornale di zio Tibia – “la strada non può che essere quella che aveva ispirato la proposta fatta da Berlusconi, Bossi e dallo stesso Tremonti anni fa”. Una proposta preveggente, visto che fu lanciata “anni fa”, prima delle rivolte in Nordafrica: “Destinare una quota dell’Iva, via volontariato, per aiutare’ chi viene da quei paesi, ma ‘in casa loro’...”. In una parola: “Sussidiarietà internazionale”. Nessuno sa che diavolo significhi “destinare una quota dell’Iva via volontariato”, ma fa lo stesso. A Lampedusa c’è la guerra civile e il governo fa la supercazzola.

Alta tensione a Lampedusa, i rimpatri forzosi accendono la protesta dei migranti


Nuovi arrivi sull'isola siciliana, ma anche sulle coste del ragusano. Non si placa la protesta dei residenti. Dopo il blocco del porto di ieri, oggi alcuni cittadini sono entrati nell'aula del consiglio comunale

Ennesima giornata di tensione a Lampedusa. Con i residenti che protestano e i migranti che temono i rimpatri forzosi. Proprio questo è l’elemento che rischia di dare fuoco alle polveri di una situazione già al limite. Dalla mattinata, infatti, il via vai sui moli del porto è stato più intenso del solito. Anche le forze dell’ordine non ostentano più la tranquillità dei giorni scorsi. E il motivo sta nelle notizie rilanciate da giornali e tv sull’iniziativa del governo di inviare sei motonavi con l’obiettivo di svuotare l’isola. Il piano è stato reso noto due giorni fa direttamente dallo stesso Bobo Maroni per il quale ” se la Tunisia non rispetterà gli impegni presi per bloccare le partenza, procederemo con i rimpatri forzosi”. Concetto contemplato nel programma varato dall’Unità di crisi del ministero e che domani sarà valutato in consiglio dei ministri. Il progetto però non prevede, almeno per ora, alcuna indicazione certa sulla destinazione dei profughi, i quali da giorni vivono tra paura e incertezza. Sulla questione, pesano anche le decisioni delle regioni. In questo momento il Viminale ha individuato 13 siti per allestire centri provvisori. Ma se l’ok non arriverà, il ministero provvederà a mettere in moto la nave San Marco e quelle della flotta Grimaldi che, imbarcati donne, uomini, e bambini, faranno rotta su Tunisi. La situazione, dunque, è al limite. Tanto che lo stesso Viminale ha già predisposto un aumento di forze dell’ordine per gestire il problema dell’ordine pubblico.

La rabbia monta a tal punto che ieri sera si è verificata una rissa tra gruppi di tunisini. Insomma, l’operato del governo e del Viminale non sembra in grado di sanare l’emergenza senza strappi. A gettare benzina sul fuoco arrivano poi le parole del governatore siciliano Raffaele Lombardo, il quale boccia l’ipotesi della “paghetta” per favorire il ritorno in patria, ma anche quella dei rimpatri forzati. La sua soluzione è tanto semplice quanto inquietante: bloccarli in mare.

La protesta dei residenti

Non si ferma nemmeno la protesta dei residenti. Pochi minuti fa, infatti, è stata occupata l’aula del consiglio comunale a Lampedusa. Alcuni abitanti, che chiedono il trasferimento in altri posti dei 5 mila migranti presenti nell’isola, hanno affisso striscioni di contestazione al governo. “Non è razzismo, ma sopravvivenza” c’è scritto in un grande manifesto sopra la tribuna del consiglio comunale. In un altro si legge: “State distruggendo il nostro futuro”, mentre in uno striscione all’ingresso del municipio è disegnato un barcone con la scritta: “governo” e poi “arriverà”. Nell’aula è in corso un’assemblea con decine di studenti che oggi non sono andati a scuola. Alcune madri propongono la chiusura del polo didattico per paura che i loro figli possano venire a contatto con i tunisini che bivaccano nella zona. Una donna ha raccontato che davanti la sua abitazione, vicino la Casa della Fraternità ci sono circa 500 migranti che fanno i bisogni fisici per strada.

Nuovi sbarchi

Intanto, durante la notte sono arrivati altri 454 ia Lampedusa. I primi 190 sono sbarcati poco prima della mezzanotte: si tratta per lo più di eritrei, tra cui molte donne e bambini, soccorsi dalle motovedette della guardia costiera e della guardia di finanza, coordinate dalla Capitaneria di porto. Dal secondo barcone sono arrivati 149 tunisini, scortati in porto da un guardacoste, altri 115 sono sono stati soccorsi, da due guardacoste, e giunti in porto alle 3.25. Nel barcone anche diversi bambini, tra cui cinque neonati, il più piccolo di due mesi. I migranti sono stati trasbordati sulle motovedette della guardia costiera e della finanza in condizioni difficili, col mare mosso. Eritrei, somali ed etiopi sono stati trasferiti nell’ex base Loran, dove ci sono già un centinaio di minori e donne tunisine.

Ma l’allarme non è solo a Lampedusa. Un peschereccio con circa 300 migranti a bordo, fra i quali anche donne e bambini, è approdato nella notte a Pozzallo, in provincia di Ragusa. Lo rende noto l’ufficio relazioni esterne della Guardia Costiera. Il barcone si è incagliato a 50 metri dalla riva e alcuni migranti hanno raggiunto la riva a nuoto, dando l’allarme e riferendo che il numero delle persone a bordo è di circa 500: un dato che – sottolinea il luogotenente Massimo Maccheroni della Guardia Costiera – sarà verificato nelle prossime ore. Sono in corso le operazioni di salvataggio. Dal peschereccio sono sbarcati finora circa 200 migranti, fra i quali 5 donne e 5 neonati, come precisa la Guardia Costiera. L’imbarcazione, lunga 35 metri, si è incagliata a Punta del Regiglione, a due miglia marine da Pozzallo. I migranti vengono trasbordati con un gommone di grandi dimensioni dal peschereccio a una motovedetta della Guardia Costiera che, dopo aver prestato una prima assistenza, li accompagna nel porto di Pozzallo. Sul posto è arrivato anche un rimorchiatore che viene utilizzato come base per le operazioni di soccorso che sono tuttora in corso.

GOLEM - NOTIZIE DI STAMPA

IL DIRETTORE ROBERTO ORMANNI

IL DIRETTORE ROBERTO ORMANNI

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Editoria: In rete "Golem, dalla notizia all'informazione"

Sul primo numero un'analisi dei magistrati Maurizio Fumo e Italo Ormanni sull'accesso in magistratura e la separazione delle carriere

Roma, 28 MAR (Il Velino) - Il concorso in magistratura produce cattivi magistrati, e la separazione delle carriere e' un progetto che provochera' soltanto un enorme spreco di

denaro. Questi due dei temi affrontati nel primo numero inrete di "Golem, dalla notizia all'informazione", il settimanale telematico di approfondimento e aggiornamento professionale. I magistrati Maurizio Fumo, presidente della commissione dell'ultimo concorso in magistratura, e Italo Ormanni, fino a tre mesi fa Capo dipartimento per gli Affari di Giustizia con il ministro Alfano e ex procuratore distrettuale antimafia del Lazio, affrontano rispettivamente i problemi nella selezione dei magistrati e l'effettiva utilita' della separazione delle carriere di giudici e Pm. Il portale (www.goleminformazione.it ) offre commenti, documenti integrali, articoli e opinioni su diversi temi, tra i quali la giustizia, l'economia, il fisco, la sanita' e l'editoria.

Contiene inoltre una sezione satira, con vignette, storie illustrate e articoli in collaborazione con la Scuola Romana dei Fumetti. Il primo numero di Golem affronta, tra l'altro, il tema delle conciliazioni giudiziarie, che rischiano di rivelarsi un affare per chi le organizza e inutili per risolvere i problemi di sovraccarico di lavoro dei tribunali.

Pubblica inoltre una nota dell'Ufficio studi del Senato, a cura di Giampiero Buonomo, sul divieto, imposto alle assicurazioni dalla giustizia europea, di pretendere tariffe piu' alte per le polizze stipulate dalle donne, nonche' un articolo sull'accordo "capestro" che l'Italia ha firmato con il Paul Getty Museum per il rientro di opere d'arte illecitamente acquistate dal museo statunitense. Infine, l'ex direttore di carceri Luigi Morsello e' autore di un articolo sull'emergenza penitenziaria che negli ultimi vent'anni e' servita soltanto a spendere, male, centinaia di milioni di euro e il magistrato Paolo Di Marzio fa il punto sulla responsabilita' del medico. (com/asp)

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GIUSTIZIA: ORMANNI, SEPARAZIONE CARRIERE E' SPRECO DENARO

FUMO, CONCORSO MAGISTRATURA PRODUCE CATTIVI MAGISTRATI

(ANSA) - ROMA, 28 MAR - No alla separazione delle carriere in magistratura, un ''progetto che provochera' soltanto un enorme spreco di danaro''. E' il parere dell'uscente Capo dipartimento per gli Affari di Giustizia del ministero di via Arenula Italo Ormanni. Il magistrato, che e' anche ex procuratore distrettuale antimafia per il Lazio ed ex procuratore aggiunto a Roma, affida il proprio pensiero in materia in una lunga intervista pubblicata nel primo numero di ''Golem, dalla notizia all'informazione'', portale di giustizia, economia, fisco e satiracon vignette realizzate in collaborazione con la Scuola romana dei fumetti.

Golem (www.goleminformazione.it ) affronta anche il tema del concorso in magistratura. In questo ambito interviene il presidente della commissione dell'ultimo concorso, Maurizio

Fumo, secondo il quale l'impostazione attuale ''produce cattivi magistrati''.

Inoltre, il tema delle conciliazioni giudiziarie, che ''rischiano di rivelarsi un affare per chi le organizza e inutili per risolvere i problemi di sovraccarico di lavoro dei tribunali''. (ANSA).

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EDITORIA: IN RETE "GOLEM, DALLA NOTIZIA ALL'INFORMAZIONE" =

(AGI) - Napoli, 28 mar. - Sul primo numero una analisi dei magistrati Maurizio Fumo e Italo Ormanni sull'accesso in magistratura e la separazione delle carriere. Questi due dei temi affrontati nel primo numero in rete di "Golem, dalla notizia all'informazione", settimanale telematico di approfondimento e aggiornamento professionale. I magistrati Maurizio Fumo, presidente della commissione nell'ultimo concorso in magistratura, e Italo Ormanni, fino a tre mesi fa Capo dipartimento per gli Affari di Giustizia con il ministro Angelino Alfano ed ex procuratore distrettuale antimafia del Lazio, affrontano rispettivamente i problemi nella selezione dei magistrati e l'effettiva utilita' della separazione delle carriere di giudici e pm. Il portale (www.goleminformazione.it ) offre commenti, documenti integrali, articoli e opinioni su diversi temi, tra i quali la giustizia, l'economia, il fisco, la sanita' e l'editoria. Contiene inoltre una sezione satira, con vignette, storie illustrate e articoli in collaborazione

con la Scuola Romana dei Fumetti. Il primo numero affronta, tra l'altro, il tema delle conciliazioni giudiziarie, che rischiano di rivelarsi un affare per chi le organizza e inutili per

risolvere i problemi di sovraccarico di lavoro dei tribunali.

Pubblica inoltre una nota dell'Ufficio studi del Senato, a cura di Giampiero Buonomo, sul divieto, imposto alle assicurazioni dalla giustizia europea, di pretendere tariffe piu' alte per le

polizze stipulate dalle donne. Infine, l'ex direttore di carceri Luigi Morsello e' autore di un articolo sull'emergenza penitenziaria e il magistrato Paolo Di Marzio fa il punto sulla responsabilita' del medico". (AGI)

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281901 MAR 11

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GOLEM - EDITORIALE DI ROBERTO ORMANNI

lunedì 28 marzo 2011

Siamo il pilastro dell'alternativa


Ecco la mia intervista pubblicata questa settimana su Gli Altri.

«Ma quale comunista! Sono cose che diceva Gesù e sono scritte nel Vangelo». Accostamento ardito, e un po' blasfemo. Peraltro il Messia scacciò i mercanti dal tempio, Antonio Di Pietro s'accontenterebbe di cacciare i “pirati” dal mercato. Dove per “mercato” s'intende quello dell'economia, che il leader dell'Italia dei Valori certo non rinnega, ma neppure beatifica. E per “pirati” i capitani d'industria che sfruttano e delocalizzano, celando le proprie malevole intenzioni dietro il paravento della recessione globale. Stato sociale, diritti e beni universali. Se è giusto come è giusto – nel marasma dei dissesti planetari – non perdere di vista l'ombelico della nostra misera Italia, allora da lì bisogna partire, da una ricetta per «uscire dalla crisi». Un pacchetto di riforme per un nuovo welfare, che faccia rifiatare le imprese e restituisca dignità al lavoro. Da questa «battaglia di civiltà», insieme alla campagna referendaria contro il nucleare, la privatizzazione dell'acqua e il legittimo impedimento, passa la costruzione dell'alternativa al berlusconismo, che il leader dell'Italia dei Valori immagina interna al perimetro del centrosinistra, in un recinto schiettamente bipolare. Unico problema: l'ostracismo del Pd: «Ci snobbano, ci mettono all'angolo. Vorrebbero fare a meno di noi, salvo poi accorgersi che portiamo avanti programmi ragionevoli e condivisibili».

Onorevole, gli attriti col Pd non fanno più notizia. Cos'è che non funziona nei rapporti con i dirigenti democratici?
Con il Partito Democratico vi è purtroppo un rapporto ancora limitato ad esigenze “numeriche” più che programmatiche. Questo perché nel Pd le troppe anime che vi convivono non riescono a trovare un punto di incontro su molti temi dell’agenda politica, fra cui lavoro, economia, ambiente ed energia. Soltanto poche settimane fa il Pd osteggiava i tre referendum sostenuti dall’Italia dei Valori, dicendo che avrebbero aiutato Berlusconi. Oggi invece prendo atto che li hanno fatti propri. Ma è un’intestazione fittizia a scopo di lucro elettorale.

“Dare da bere agli assetati...”. In piazza ha citato il Vangelo. Ma sull'acqua pubblica il Pd prende tempo. Bersani è un cattivo cristiano?
Che le devo dire, i problemi del Pd sono conosciuti, mentre le soluzioni non sono conoscibili. Ma non spetta a me intervenire sui loro distinguo. Quello che posso confermarle è che l’Italia dei Valori si muove all’interno di un recinto bipolare e dentro il bipolarismo intende costruire un programma alternativo a Berlusconi. Bisogna salire un gradino alla volta, non avere fretta di fare il passo più lungo della gamba e accontentarsi di partire dal minimo comune denominatore dell’alleanza. Mi lasci dire però che il nostro partito è mal tollerato. A differenza di quanto avviene nella maggioranza, dove la Lega è vissuta come anomalia ma viene coccolata, l’Idv nel centrosinistra viene letteralmente bistrattata. C’è nei nostri confronti un ostracismo continuo e credo sarebbero molto più contenti se non ci fossimo, perché siamo la coscienza critica su alcune politiche ambigue e su alcuni comportamenti poco chiari a livello territoriale. Ma recriminare serve a poco, l’Italia dei valori deve consolidare la propria forza soprattutto nell’elettorato. Alla fine contano i numeri: più siamo forti più possiamo far pesare le nostre idee nell’elaborazione di linee programmatiche all’interno del centrosinistra.

Quando allude a “politiche ambigue” e “comportamenti poco chiari” sul territorio viene in mente il caso di Napoli.
Io penso semplicemente che la candidatura di Luigi De Magistris possa essere più forte e vincente rispetto a quella indicata in extremis dal Pd. Noi siamo stati limpidi nella nostra proposta: essendo venuta a mancare, attraverso il caso delle primarie, l’individuazione del candidato comune, abbiamo sentito il dovere di avanzare una nostra candidatura, non di bandiera e non di facciata, che potesse rappresentare un esempio di buona amministrazione, all'insegna della discontinuità. E con ottime chances di risultare vincente. Ma abbiamo anche detto sin d’ora che siamo pronti ad appoggiare l’altro candidato al ballottaggio, se dovesse prevalere: lasciamo agli elettori, al primo turno, decidere quale sia la scelta migliore. Come vede anche in questo caso la nostra posizione è stata male interpretata in nome di quel risentito ostracismo cui accennavo prima.

Anche Sel ha fatto lo sgambetto a De Magistris. Nella consultazione interna la maggioranza degli iscritti vendoliani ha scelto il candidato del Pd...
Non lo considero affatto uno sgambetto. È una decisione democraticamente assunta, che noi rispettiamo, ma che non ha implicazioni definitive: rimettiamo agli elettori di Sel una valutazione più complessiva e più concreta al momento del voto. In ogni caso il nostro impegno è fare una campagna non contro un pezzo del centrosinistra, ma in alternativa al centrodestra. Siamo sicuri che al secondo turno troveremo un punto di incontro.

Nei suoi riguardi, lo ha fatto capire prima, non sono così premurosi. Nelle due uniche realtà in cui l'Idv ha avanzato una candidatura autonoma, Napoli e Campobasso, il Pd ha alzato barricate.
Spero che alla provincia di Campobasso si possa ancora raggiungere un accordo, ma quel che è successo lì è paradossale. Pensi che l’Idv ha il doppio dei voti del Pd. Abbiamo proposto la candidatura del massimo responsabile del partito, mentre il Pd non è riuscito ad avanzare nessuna alternativa propria e si è appellato a una consulente del governatore del Molise Iorio, di centrodestra. Questa signora è venuta a casa mia a Montenero di Bisaccia a propormi riservatamente di rompere la coalizione, di appoggiare lei in contrasto col Pd e in accordo con il Terzo Polo. Le ho detto testuali parole: “Non posso rompere la coalizione, non posso tradire il mio impegno col Pd”. Per tutta risposta lei è andata dai dirigenti democratici e ha realizzato l’accordo contro di me, nonostante io abbia avvisato il segretario Bersani senza ricevere alcuna risposta. Credo che questo episodio, al di là del comportamento discutibile e interessato del soggetto in questione, sia abbastanza paradigmatico. Pur di farmi un dispetto sono caduti nella trappola. Un comportamento deplorevole, ma mi auguro che questa posizione rientri.

Non c'è solo la partita delle amministrative. Su alcuni temi, in particolare sul mercato del lavoro, nel centrosinistra ci sono sensibilità differenti. Brucia ancora la lacerazione sul caso Fiat?
Noi chiediamo al Pd di iniziare un confronto programmatico su questo capitolo fondamentale, ribadendo la posizione di principio dell'Idv: no allo scontro lavoratori-impresa, perché ognuno dei soggetti di questo rapporto è essenziale per la vita dell’altro. Non si può chiedere alle imprese di lavorare in perdita, altrimenti chiudono baracca e se ne vanno; non si può chiedere al lavoratore di diventare un moderno schiavo. Per questo servono politiche per il lavoro e politiche fiscali. La peggiore anomalia del terzo millennio è la falsa interpretazione del concetto di flessibilità. La flessibilità può essere un valore aggiunto solo laddove si presenti come reale opportunità per chi la pratica, non se la si subisce “obtorto collo”. Oggi quattro lavoratori su cinque sono costretti a cercarsi un nuovo impiego: in molti casi si tratta di un escamotage del sistema dell’impresa per avere la mano libera sui dipendenti, sbarazzandosene come fossero spazzatura, merce usa e getta. Per questo noi abbiamo fatto una proposta che prevede la flessibilità come opportunità ma non come forca caudina: deve essere un’esperienza a termine che porti a un risultato positivo e non alla fine del lavoro. Ho parlato con il personale della nuova compagnia aerea Cai, mi hanno detto che l’azienda prende tutti a contratti a termine e poco prima della fine dell’ultima proroga utile, ossia i trentasei mesi, anziché stabilizzare il lavoro assume altro personale a termine. Ecco quindi che vi è un abuso della ratio della norma per interessi personali.

Nel libro curato insieme al responsabile lavoro Maurizio Zipponi (gratis con “Gli Altri” la prossima settimana, ndr) emerge il ritratto di un’Italia in ginocchio: imprese che soffrono ma anche imprese che fuggono, che approfittano del paravento della crisi per fare “macelleria sociale”. Come si tampona l'emorragia?
Noi riteniamo che bisogna fare un salto di qualità nella difesa dello stato sociale, del lavoratore e dell’impresa in difficoltà, e che si passi dall’attuale ricorso indistinto alla cassa integrazione guadagni ai contratti di solidarietà. Allo Stato costa la stessa cifra, mentre l’azienda può mantenere il suo know how e il proprio bacino di maestranze e il lavoratore, a parità di retribuzione, può avere la speranza di una soluzione positiva e non di un’agonia a perdere, come accade con la cassa integrazione. Per quanto riguarda il sistema dell’impresa bisogna abbattere i due grandi mostri, l’iniquità fiscale e l’evasione fiscale, che rendono impossibile una leale concorrenza. È proprio la sopravvivenza di oligopoli che genere la diseconomia del sistema e una sostanziale disuguaglianza. La nostra proposta è riassumibile nel 20-20-20: far salire al 20% la tassazione della rendita finanziaria, ridurre al 20% la tassazione sui redditi da lavoro e aumentare del 20% gli stipendi nel giro dei prossimi tre-quattro anni.

Le daranno del pazzo bolscevico.
Sia chiaro: io sono per la libera concorrenza, ma uno Stato che si definisce civile non può avallare la legge del più forte.

L'attenzione ai temi sociali e del lavoro è il perno attorno a cui è ruotata la “metamorfosi” del suo partito, il cui unico faro è stato per lunghi anni il legalitarismo. Cosa è cambiato?
In parte questa metamorfosi c'è stata: siamo passati da un partito nato con l’obiettivo di rilanciare il tema della legalità nel nostro paese – nel momento in cui Berlusconi e il berlusconismo stavano distruggendo la Costituzione, in particolare l’articolo 3 – ad un partito che vuole presentarsi come forza di governo e non solo di opposizione. Non vogliamo essere contemporaneamente l’uno e l’altro, come ha tentato di fare Rifondazione con Prodi e come sta accadendo adesso per la Lega: vogliamo proporre l’alternativa all’interno del centrosinistra e riteniamo che quest’alternativa passi per l’individuazione di alcune priorità. Una di queste è il lavoro. Ma ci sono anche l’ambiente, l’energia, l’economia. Rispetto alle origini la legalità non è più il perno del programma, ma un presupposto imprescindibile. L’Italia dei Valori, da un paio d’anni a questa parte, sta svolgendo un lavoro costante per progettare un’uscita dalle macerie del berlusconismo. Siamo ai colpi di coda di un regime che è una via di mezzo tra il drammatico – per i lavoratori, per l’ambiente, per l’economia – e il ridicolo – per il bunga bunga, le “olgettine” di turno e i baciamano con Gheddafi.

Appunto, Gheddafi. Che giudizio dà della crisi libica e dell'intervento militare?
L’Italia dei Valori si è astenuta sulla mozione del Pdl perché voleva vederci più chiaro sulle reali intenzioni che ci sono dietro. Abbiamo sempre detto che avremmo rispettato le risoluzioni delle Nazioni Unite, ma nei limiti delle stesse risoluzioni e non oltre i loro contenuti. Invece ci sono state violazioni, discrasie tra la lettera della risoluzione e le azioni concrete poste in essere dai governi, vi è stata una corsa in avanti rispetto al mandato Onu, senza copertura. Le Nazioni Unite hanno dato incarico ad una coalizione internazionale – e non ai “volenterosi” – di imporre la no-fly zone, senza che vi fosse un massacro della popolazione libica. Nei giorni scorsi si è fatto qualcosa di più, bombardando Tripoli, le postazioni della contraerea militare, e direttamente Gheddafi. Insomma, un’operazione militare di guerra per rovesciare un regime. Credo che per questo ci voglia un mandato specifico delle Nazioni Unite. E a questo punto non vedo perché puntare solo sulla Libia e trascurare gli altri stati totalitari. Non c’è nulla di più ipocrita di ciò che sta avvenendo in queste ore, e non solo nell’ambito del governo italiano. Fino a quando il piatto ricco si realizzava con Gheddafi al potere, si è chiuso un occhio, anzi due. Ora che il colonnello non serve più abbiamo trovato tanti piccoli La Russa che si sono buttati a fare il gioco della guerra.

Si alza il sipario su una tragedia e cala su un'altra. Già si parla meno del Giappone e del rischio nucleare. Il governo italiano lavora per disinnescare la mina del referendum, magari con l'escamotage di una moratoria...
Dobbiamo impedire che sui referendum venga messo il silenziatore. Le vicende della Libia hanno già fatto passare nel dimenticatoio il dramma dei morti in Giappone e la questione delle centrali nucleari. Tutti quelli che remano contro il referendum hanno interesse a che non se ne parli, che si arrivi in modo soft a quella consultazione elettorale per far saltare il quorum. Noi dobbiamo reagire a questo tentativo di mettere il bavaglio. Il mancato accorpamento con le elezioni di maggio, oltre all'enorme spreco di denaro pubblico, è stato un primo segnale. Ora temo che il governo abbia in mente qualche altro raggiro.

I referendum del buon senso


“Dar da bere agli assetati”, ha detto Gesù Cristo. Non ha mica aggiunto “soltanto se hanno i soldi per pagarsela”. Non è Marx a insegnarci che l’acqua è il primo bene comune e che farla diventare una fonte di profitto è una bestemmia. E’ il Vangelo. E per chi non è né marxista né credente, basta il semplice buon senso. Due cose appartengono a tutti e non si possono mai trasformare in proprietà privata di qualcuno: l’aria e l’acqua. Perché l’aria e l’acqua sono la vita e la vita non può essere venduta a qualche imprenditore privato.

I furboni che pensano di arricchirsi o di fare arricchire qualche cliente con la privatizzazione dell’acqua dicono che nessuno mette in discussione il fatto che l’acqua sia un bene pubblico. E’ solo la gestione che diventerà privata. Bella presa per i fondelli! Sai che me ne faccio dell’acqua pubblica se quando apro i rubinetti non scende niente perché non ho pagato la bolletta ai privati che si occupano della gestione.

Queste sono le solite bugie. La verità è che vogliono fare diventare l’acqua un bene privato con cui qualcuno si arricchirà e qualcun altro dovrà sudare per comprarsi quello che è sempre stato un diritto inalienabile di tutti i cittadini e di tutte le persone al mondo.
Oggi pomeriggio l'Italia dei Valori sarà a Roma a manifestare per il sì ai due referendum che vogliono impedire di privatizzare l’acqua e a quello che vuole difendere l’aria dall’inquinamento nucleare. Noi dell’Italia dei valori abbiamo raccolto le firme per quest’ultimo, il Forum dei movimenti per l’acqua pubblica per i primi due, ma la battaglia è la stessa. Perché gratta gratta anche dietro alla decisione assurda di riportare il nucleare in Italia ci sono soldi. Tanti, tantissimi soldi.

L’energia nucleare, oltre a essere pericolosissima, costa tanto e rende poco. Se guardiamo le cose dal punto di vista del Paese, riaprire le centrali ora che tutti le stanno chiudendo e lo stesso governo tedesco dice che bisogna eliminarle al più presto è la scelta più suicida che ci sia. Ma dal punto di vista dei pochi privati che ci si riempirebbero le tasche è vero il contrario. Per loro sarebbe un affare d’oro. Però solo per loro.

Questo governo, a parte difendere il presidente del consiglio dalla giustizia, non fa quasi niente. Ma quel poco che fa lo fa nell’interesse di pochi e a danno di moltissimi. E’ un governo che vuole arricchire qualche amico, alleato e cliente facendo dell’acqua una proprietà privata e imponendo al Paese una scelta disastrosa e avvelenata come il nucleare. Già solo per questo dovrebbe andarsene a casa al più presto.

Ma siccome non lo farà dovremo essere noi, i cittadini, la democrazia, a impedirgli di realizzare questi progetti scellerati votando sì ai referendum del 12 e 13 giugno: due sì per l’acqua, uno contro il nucleare, e l’ultimo per liberarci di chi l’acqua e l’aria vuole togliercele.


La guerra nascosta


Con tutto il rispetto per i morti nella guerra di Libia, sembra che gli organi di informazione non vedessero l'ora di poter far passare in secondo o terzo piano il problema del nucleare giapponese.
Ve ne siete accorti? Da una settimana sembra che a Fukushima non stia succedendo più niente. San Gheddafi ha fatto la grazia e del nucleare meno se ne parla, meglio è. Ogni giorno leggiamo che da questo o quel reattore sta uscendo un po’ di fumo, una volta bianco, l’altra nero, e che volete che sia?
Intanto, il governo fa finta di averci ripensato con la trovata della moratoria di un anno e la lobby nuclearista è tornata all’attacco. Quasi sempre con una pubblicità subdola e nascosta, facendo parlare in televisione quasi chi è a favore del nucleare e solo qualche volta gli scienziati che sono contrari, anche se hanno vinto il Nobel come Rubia. Oppure con editoriali che ci spiegano come senza il nucleare tra pochi decenni moriremo tutti di freddo. Ce n’è uno anche oggi sul “Corriere della Sera”, firmato da Giovanni Sartori. Dice che in Giappone è successo quello che è successo per colpa del terremoto, dunque basta costruire le centrali in zone sismicamente sicure per stare tranquilli.
Peccato che zone tanto sicure non esistano, come concluse nel 2003 una commissione nominata dall’allora presidente americano Bush proprio per trovare da qualche parte del mondo posti dove si potessero costruire le centrali senza rischiare niente. Quelli tornarono alla Casa Bianca e dissero: “Ci dispiace tanto presidente, ma posti così non ce ne stanno”. E peccato pure che i terremoti siano uno dei principali fattori di rischio, ma non il solo. Che succede se un terrorista pazzo riesce a fare saltare una centrale nucleare, o se un dittatore messo alle strette decide di vendicarsi prendendo di mira le centrali nucleari?
L’idea che hanno in mente è chiara: fare finta che il peggio sia passato e che il governo stia studiando nuove misure di sicurezza a prova di tutto, e intanto bombardare i cittadini con pubblicità esplicite e occulte sperando così che il referendum non raggiunga il quorum. Dopo di che ricominceranno come prima e come se a Fukushima non fosse successo niente.
Poi però, capita che di colpo, come è successo oggi, ci tocchi leggere che in quella centrale il livello di radioattività è salito di dieci milioni di volte oltre il normale. proprio così. Non è un errore di stampa. Dieci milioni di volte! Vuol dire che in Giappone le cose non solo non stanno migliorando come ci fa credere il sistema dell’informazione ma sono al contrario molto più gravi di quanto non ci abbiano detto sinora e di quanto non ci dicano nemmeno oggi.
Ormai si parla di 25.000 morti complessivi e del fatto che gli esperti giapponesi temono effetti permanenti sull'ecosistema giapponese e mondiale. Ecco perché parlo di “guerra nascosta”. Perché quando si tratta di questa, che è una vera e propria guerra, la stampa internazionale si comporta in maniera non chiara, e le televisioni, specie quelle italiane, peggio. Nascondono informazioni che dovrebbero essere invece diffuse a tutti i cittadini in modo che possano decidere con piena coscienza di causa se questo rischio folle lo vogliono correre o no. Minimizzano i rischi, persino quando la catastrofe è già successa come a Fukushima. Non dicono mai che al nucleare ci sono alternative molto più sicure e molto meno costose.
Per questo non bisogna abbassare la guardia nemmeno di un centimetro. A giugno, col referendum, possiamo battere questa pazzia e cancellare l’incubo nucleare. Ci riusciremo se sapremo battere la disinformazione e i trucchi con cui questo governo cerca di convincere i cittadini a fregarsene e a non andare a votare per niente. Ma quando in ballo c’è la vita nostra e dei nostri figli fregarsene è un delitto

Una legge contro i giudici


La legge sulla responsabilità civile dei giudici è particolarmente subdola, perché traveste il suo obiettivo, che è semplicemente affibbiare una mazzata alla magistratura, dietro argomentazioni apparentemente ragionevoli e obiettive.
Oggi su “Repubblica” il magistrato e scrittore Giancarlo De Cataldo ha smontato e sbugiardato una per una quelle argomentazioni false dimostrando così a che serve in realtà l’emendamento Pini sulla responsabilità dei giudici.
Credo che dare a questo articolo la massima divulgazione sia una cosa utile per tutti e soprattutto alla verità. Per questo ho deciso di pubblicarlo anche sul mio blog.

LA CATTIVA LEGGE CHE VUOLE PUNIRE LE TOGHE
di Giancarlo De Cataldo
(tratto da La Repubblica del 28/03/2011)

"Proviamo a esaminare i principali argomenti portati a sostegno dell'ormai famoso emendamento-Pini.
Numero uno: i giudici che sbagliano devono pagare. Da come la cosa viene presentata, sembra che non esista alcuna forma di responsabilità. Falso. La responsabilità esiste, e prevede che, in caso di dolo o colpa grave, sia lo Stato a indennizzare il cittadino.
Obiezione, e argomento numero due: appunto, il giudice non paga mai di tasca propria.

Falso. Lo Stato ha diritto di rivalsa sul giudice.

Obiezione, e argomento numero tre: allora godete di un privilegio castale che vi rende diversi da tutti gli altri cittadini, medici, architetti, ingegneri, i quali, si sa, pagano di tasca propria.

Falso. Ci sono almeno due categorie di cittadini che non pagano 'di tasca propria'.

Il personale direttivo, docente, educativo e non docente delle scuole materne, elementari, secondarie e artistiche risponde dei danni provocati dagli alunni soltanto in caso di dolo o colpa grave nella vigilanza degli stessi. La causa si propone contro lo Stato che, se ha torto, paga. E poi, sempre che esistano dolo o colpa grave, si puo' rivalere sul singolo, dirigente, insegnante o bidello che sia. Motivo: evitare che la scuola, della quale si riconosce la preziosa, essenziale funzione sociale, diventi una palestra di ritorsioni.

Quanto alla seconda categoria di cittadini che 'non pagano di tasca propria', ne fanno parte gli amministratori dei partiti politici, i quali, in virtu' di un articolo della legge sul finanziamento, 'rispondono delle obbligazioni assunte in nome e per conto del partito solamente nei casi di dolo e colpa grave'. A pagare per il partito insolvente, in altri termini, e' lo Stato. Che adempie alle obbligazioni dei partiti attraverso un fondo di garanzia costituito presso il Ministero dell'Economia e delle Finanze, per la precisione presso il Dipartimento del Tesoro. Motivo: il riconoscimento del ruolo centrale dei partiti nella vita politica. Scuola e partiti sono dunque essenziali al funzionamento della societa', e godono di un regime particolare. I giudici no.

Quarto argomento: dolo e colpa grave non bastano. Deve essere sanzionato l'errore giudiziario in se'. E infatti l'emendamento Pini introduce la categoria della 'violazione manifesta del diritto' come fonte della pretesa di risarcimento.

Osservazione di buon senso: il concetto di 'manifesta violazione del diritto' e' un motivo di ricorso in Cassazione. L'ultimo grado di giudizio esiste proprio per questo, per porre rimedio, all'interno del sistema, ai possibili deficit interpretativi delle norme. Per dirla in termini d'altri tempi, la famosa funzione 'nomofilattica' della Cassazione. Qui l'emendamento Pini smaschera il suo autentico sostrato culturale. Lo fa nella parte in cui prevede l'abrogazione di un'altra norma, quella che esenta il giudice da responsabilita' per 'l'attivita' di interpretazione di norme del diritto e valutazione del fatto e delle prove'. Il diritto secondo l'on. Pini e' mera applicazione della legge. Tesi antica e quanto mai controversa, cara, per intenderci, a Robespierre: in era cibernetica la si potrebbe declinare affidando il giudizio alle macchine e mandando l'uomo a casa. Ci sarà pure un motivo se ancora non ci siamo arrivati.

Quinto argomento: l'ampliamento della responsabilità ci viene imposto dall'Europa.

Falso, e decisamente tendenzioso. Gli organismi consultivi del Consiglio d'Europa, a partire dalla Carta di Strasburgo del 1998, raccomandano a tutti gli Stati membri di evitare la citazione diretta in giudizio del magistrato, e sconsigliano l'adozione di formule vaghe e indeterminate come 'negligenza grossolana' e via dicendo. La sentenza della Corte di Giustizia Europea che si invoca oggi tratta della responsabilità per violazione del diritto comunitario non del singolo, ma dello Stato. Circostanza che fu autorevolmente ribadita dal governo attualmente in carica quando, il 20 novembre 2008, rispose a un'interpellanza parlamentare degli onorevoli Mecacci, Bernardini e altri, testualmente affermando che 'la normativa posta dalla legge 117/88 (sulla responsabilita' dei magistrati) come rilevato anche dalla dottrina, non e' in contrasto con la decisione della Corte di giustizia richiamata nell'interrogazione'.
Tutti possono cambiare idea, ovviamente. Nel 2000 cambiarono il codice penale perche' i giudici davano pene troppo basse agli incensurati, e bisognava dare un segnale repressivo.
Oggi agli incensurati offrono il processo breve. Tutti possono cambiare idea. Ma e' bene saperlo.

Sesto, e ultimo argomento: il popolo vuole che il giudice paghi di tasca propria.

Vero. Contro questo argomento c'e' poco da opporre. Trent'anni di bombardamento mediatico hanno scavato a fondo nelle coscienze degli italiani. Da che mondo è mondo ogni processo è una scelta fra due parti. Alla fine c'e' sempre chi vince e chi perde. Da che mondo è mondo lo sconfitto se la prende con il giudice che gli ha dato torto. Da domani avrà al suo fianco, in questa nobile battaglia, la legge".