sabato 30 luglio 2011

Berlusconi si prepara a scaricare Tremonti "Non muovo un dito per difenderlo"

di ALBERTO D'ARGENIO

"Non muoverò nemmeno un dito per difenderlo". Silvio Berlusconi non ha dubbi: il soldato Tremonti non va salvato. Anzi. Se lascia tanto meglio. E poi, è l'incauta certezza che si respira nel Pdl in queste ore, "uno che lo sostituisca lo troviamo subito".
Una convinzione granitica che Berlusconi ha già sbattuto in faccia allo stesso Tremonti. Per la precisione martedì scorso, giorno delle dichiarazioni di
Marco Milanese sull'affitto pagato in contanti che hanno aggravato la posizione del superministro. Che quando, allarmato, ha chiamato Palazzo Grazioli, dall'altro filo del telefono trova un premier in formato mastino. "Dici che devo difenderti perché altrimenti ti dimetti?", gli dice adirato il Cavaliere. "Se vuoi dimettiti pure, io le tue dimissioni le accetto anche ora!". E ancora: "Non mi pare che tu in passato ti sia speso molto per difendere me".
I rapporti tra i due sono ormai ai minimi storici. Gli scontri sulla manovra, i sospetti degli ultimi mesi sulle aspirazioni del Professore di Sondrio lievitano. Ma nel governo e nel Pdl nessuno trema. Anzi, la maggior parte dei dirigenti del partito la pensa esattamente come Berlusconi. Basta scorrere le agenzie per rendersene conto. Ieri, ad esempio, a sostenere pubblicamente il ministro c'erano solo
Nitto Palma, l'ultimo arrivato nell'esecutivo, e Rotondi. Si narra dell'ira del premier nel leggere che Tremonti lo accusa di averlo fatto pedinare per giustificare il suo trasloco a casa di Milanese. Tant'è che il fedelissimo Osvaldo Napoli parla di "dichiarazioni di un uomo molto preoccupato", mentre Crosetto attacca la Guardia di Finanza per sgonfiare i sospetti sul premier e puntare il mirino su Via XX Settembre.

Ecco che nelle ultime ore nell'Inner Circle del Cavaliere cade anche l'ultimo tabù: Tremonti non è più il salvatore della patria, quello che pur con tutti i suoi difetti ha garantito la tenuta della nostra economia. Oggi l'analisi è contraria. "Non mi pare che senza di lui non si possa affrontare la situazione visto che con lui le cose stanno come sappiamo", è la nuova linea dettata dal Cavaliere. E ancora: "Siamo certi che lui non sia parte del problema anziché la soluzione?".
Un ragionamento accennato dal premier anche al Quirinale. Nel partito in molti mordono il freno, vorrebbero affondare subito il ministro ma l'ordine impartito dal premier è chiaro: "Non dobbiamo fare niente per difenderlo ma nemmeno per attaccarlo perché nessuno si deve assumere la responsabilità delle sue dimissioni. Devono essere una sua scelta". L'antidoto per disinnescare le temute obiezioni del Colle alle dimissioni del titolare dell'Economia nel pieno della tempesta finanziaria e la tentazione di parte della Lega di sfruttare l'uscita di scena di Tremonti per far cadere il governo. Confermano dalle parti di Via dell'Umiltà: "Tremonti va difeso tiepidamente con la consapevolezza che proteggiamo il partito e il governo, non lui".

Che il ministro sia a fine corsa lo pronosticano ormai in molti: "Mezzo parlamento chiede le sue dimissioni, l'altra metà, cioè noi, tace...", dice chi ha parlato con Berlusconi. Completa il discorso un big del governo quando dice "
non sappiamo se Tremonti psicologicamente reggerà il caos nel quale è finito". Questo il clima nel Pdl, nel quale nelle ultime ore c'è più di un ministro si toglie un sassolino dalla scarpa: "Ma che bella sorpresa ci ha fatto Tremonti: sono tre anni che ci dà lezioni e ora guarda un po' cosa viene fuori su di lui...". Insomma, le grandi manovre per scaricare Tremonti sono ormai avviate.

E sono già partite le consultazioni per non farsi cogliere di sorpresa dall'eventuale passo indietro dell'uomo che da un decennio incarna la politica economica del berlusconismo. A fine settembre la Camera voterà sull'arresto di Milanese e il Cavaliere è convinto che l'odio verso il ministro porterà a un
nuovo voto segreto, come nel caso di Alfonso Papa. Con esito analogo: la galera. Epilogo che farebbe ulteriormente precipitare la posizione di Tremonti. Per sostituirlo c'è chi pensa a Lorenzo Bino Smaghi, anche se il mister X sognato dal Cavaliere porta il nome di Mario Monti. In un sol colpo avrebbe un economista di spessore internazionale e toglierebbe alla sinistra il cavallo per sostituirlo a Palazzo Chigi. Anche per questo l'idea dell'interim era solo una provocazione.

(30 luglio 2011)

Norvegia, la Lega sospende Borghezio "Obbedisco. Ma non ho sbagliato"

Il Consiglio federale della Lega ha deciso di sospendere dal partito l'europarlamentare Mario Borghezio per le sue dichiarazioni sulla tragedia di Oslo . La sospensione è di tre mesi. Borghezio decade anche da presidente del Carroccio in Piemonte. "Oggi in consiglio federale c'è stata una discussione sui temi organizzativi interni alla Lega", ha detto il ministro dell'Interno Roberto Maroni, lasciando la sede della Lega in via Bellerio. E Borghezio ha confermato.

AUDIO: ''Idee di Breivik condivisibili''


"Confermo di essere stato sospeso dal partito per tre mesi, mi ha comunicato la notizia il segretario della Lega del Piemonte Roberto Cota. Sono un soldato politico e quindi non mi resta che obbedire e accettare il provvedimento che ovviamente non condivido, perché sono totalmente innocente", ha detto l'eurodeputato della Lega. "Proprio nel momento in cui le autorità norvegesi - ha aggiunto l'esponente del Carroccio - hanno dimostrato di comprendere la mia buona fede accettando con grande generosità e rispetto le mie scuse e le mie condoglianze, la giustizia padana funziona in maniera irremovibile e severa. Da buon padano - ha concluso Borghezio - apprezzo che abbiano pensato che chi sbaglia paga, ma io non ho sbagliato".

La procura di Milano aveva già aperto un'inchiesta conoscitiva sulle sue dichiarazioni. Secondo quanto è stato confermato, si tratta di un'indagine a modello 45, ovvero senza titolo di reato e senza indagati. Borghezio aveva definito addirittura 'ottime' alcune delle idee di Breivik, il 32enne norvegese, autore della strage di venerdì, diffuse dall'attentatore sul web poche ore prima dell'attentato.

Nel primo pomeriggio l'esponente leghista aveva detto di essere appena tornato dall'ambasciata di Norvegia, dove era andato a portare le sue scuse per l'effetto delle sue frasi "male interpretate", anche se, aveva ammesso, "stavolta l'ho fatta un po' fuori dal vaso". Sulle presunte 'fratture' interne al suo partito aveva dichiarato: "Bossi ci ha detto sempre, fin dall'inizio di essere operai della politica". Una "frattura vera, politica, non c'è. Semmai ci sono leghisti che discutono su opinioni diverse ma che hanno un obiettivo comune".

E se anche esistessero dei problemi, "ritengo che sia dovere di ogni buon leghista stare dalla parte di Bossi senza se e senza ma". La "nostra ragione sociale - aveva insistito - non è quella della scelta del capogruppo ma lavorare per dare più libertà possibile alla Padania". In ogni caso, "conosciamo al saggezza e la lungimiranza di Bossi" che sarà in grado di "archiviare ogni polemica", anche quella sui ministeri con il Capo dello Stato. Iniziativa che peraltro "non ha niente di eversivo".

Ma oggi sei europarlamentari della lega Nord si sono dissociati dalle parole del loro collega. "Nessuna teoria politica, né filosofica, né religiosa può giustificare l'uccisione di persone innocenti come avvenuto a Oslo - affermano in una nota Giancarlo Scottà, Fiorello Provera, Oreste Rossi, Mara Bizzotto, Claudio Morgante, Lorenzo Fontana -. Una tragedia che rappresenta la negazione di ogni principio di convivenza civile e la degenerazione folle degli estremismi. Così come, da sempre, condanniamo con forza le stragi del fanatismo islamico e l'uccisione di civili per motivi politici o religiosi, oggi esprimiamo il nostro sdegno e la solidarietà ai parenti delle vittime e al popolo norvegese".

(29 luglio 2011)

Lega: ministeri trasferibili per legge Bossi: via il ticket, aumenti il tabacco

La Lega replica a Napolitano. E insiste sui ministeri al Nord. Se ne è parlato nel Consiglio federale del Carroccio che si è tenuto in serata a Milano. E si è detto che il loro trasferimento è già, di fatto, "previsto per legge". A questo proposito, raccontano diversi partecipanti alla riunione, sono stati citati l'articolo 2, comma 4, del decreto Ministeriale del 29 ottobre 2001 e il Regio decreto numero 33 del 1871. In queste norme, "è stato sottolineato nel corso della riunione, si stabilirebbe che Roma è sede del governo, ma non si parla dei ministeri". Poi in serata, si è aggiunta anche l'ironia del capo della Lega, Umberto Bossi che ha risposto a una domanda sulle critiche di Napolitano alla sede distaccata dei ministeri con una battuta: "Un po' di pubblicità non guasta".

In un intervento sulla Padania, il ministro per la Semplificazione normativa, Roberto Calderoli, ha poi spiegato le ragioni e le necessità che hanno portato alle "sedi periferiche di rappresentanza operativa" del governo, "ferma restando Roma Capitale". Perché, ha spiegato, così il governo è sempre più vicino ai cittadini. La sua è una risposta ai rilievi mossi dal Capo dello Stato , Giorgio Napolitano, e mette in luce da un lato la conformità delle leggi che hanno portato a tale decisione, dall'altro gli effetti benefici dell'operazione. "L'istituzione di sedi periferiche - si legge nell'anticipazione del quotidiano lumbard - intende rispondere all'esigenza di assicurare una più significativa presenza sul territorio degli uffici del governo, attraverso moduli organizzativi per lo più dedicati all'interlocuzione fra i cittadini e le amministrazioni".

L'articolo 2, comma 4, del decreto Ministeriale del 29 ottobre 2001, 'Organizzazione interna del Dipartimento per le riforme istituzionali e la devoluzione della Presidenza del Consiglio dei Ministri', pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 273 del 23 novembre 2001 recita che "Il Ministro può avvalersi di sedi periferiche per lo svolgimento delle competenze del Dipartimento".

"Le funzionalità aggiuntive delle nuove sedi periferiche - scrive ancora il ministro per la Semplificazione normativa, sottolineando che "comunque non ci saranno costi aggiuntivi" - saranno di diverso tipo, si pensi in particolare all'esigenza di dare voce ai vari soggetti della società civile, ma anche all'esigenza di rilanciare il nostro Paese in un rapporto più diretto con le realtà economiche e produttive, in un'ottica di rilancio del Paese".

Il sindaco di Roma però non è d'accordo e incalza: "La risposta, ancora una volta, deve essere la stessa. Questa idiozia non passerà", afferma in una nota Gianni Alemanno replicando alla Lega sulla vicenda dei ministeri al nord. "E' incredibile che questa vicenda continui a essere alimentata dalla Lega di Bossi. La Lega ha collezionato una serie incredibile di figuracce da quando ha intrapreso questa strada. Non c'è alcun consenso neanche al nord su questa proposta, eppure - conclude - si continua a insistere con una ottusità incredibile".

E intanto dal consiglio federale leghista che si è svolto oggi in via Bellerio e fuoriuscito un richiamo a "rispettare la linea del segretario federale" destinato a tutti gli esponenti del partito, anche a livello locale, e un invito ai parlamentari a rispettare le indicazioni di voto del segretario federale e del gruppo. A quanto si è appreso è stata anche illustrata la bozza di una lettera con cui la Lega illustra le ragioni del decentramento dei ministeri a Monza dopo il richiamo del presidente Napolitano sulla questione.

Il Consiglio federale si è anche occupato della questione del ticket sanità, che la Lega non vuole, dando mandato a Bossi di trovare soluzioni per poter evitare ai cittadini il pagamento. E il senatur per recuperare quei soldi propone invece di aumentare il prezzo del tabacco. "Il ticket sanitario non lo vogliamo - ha detto il segretario della Lega alla festa del Carroccio di Concorezzo -. Io posso piuttosto aumentare il costo del tabacco visto che in Italia costa meno che in tutta Europa. La sanità è importante". E per questo si possono recuperare i fondi "aumentando il prezzo di sigari e sigarette - ha sottolineato Bossi-. Io fumo il sigaro ma di fronte alla sanità sono disposto a pagare di più il mio vizio". Il capo della Lega ha ammesso che si tratta di un "viziaccio" per cui brontolano sua moglie e i figli e che i medici gli hanno detto di evitare "ma io - ha concluso - dico che di qualcosa bisogna morire".

Poi in serata, Bossi, partecipando a una festa della Lega in Brianza, ne ha avute per tutti. Dopo la battuta per Napolitano sui ministeri decentrati, ha parlato anche di Tremonti: "Lui - ha detto - non può abbandonarci. Senza di noi dove va?". Scherzando Bossi ha anche detto di aver fatto incorniciare una delle banconote con cui Tremonti ha pagato la propria scrivania a Villa Reale. Poi ha detto la sua sulla guerra in Libia: Berlusconi non voleva la guerra. E' il presidente della Repubblica che l'ha voluta, giusto per non fare nomi". E ancora: "Noi abbiamo chiesto di ridurre le tasse, bisogna trovare i soldi e abbiamo pensato di trovarli non partecipando a guerre". Il primo passo in questa direzione è il fatto che "a settembre cessa la guerra con la Libia che è costata un miliardo". "In America la Camera ha negato ad Obama i soldi per la guerra - ha proseguito - e la dobbiamo pagare noi? Che si arrangino! Quando finiscono i soldi finiscono le guerre e noi i soldi li abbiamo finiti da tempo".

Nella scaletta del senatur non poteva mancare l'emergenza rifiuti: "I rifiuti di Napoli glieli abbiamo messi in quel posto". Ha ripetuto che il decreto fatto in Cdm prevede che l'immondizia sia portata nelle regioni vicine ricordando che già Napoli ha riempito le discariche delle città vicine. "E' una sfortuna - ha aggiunto - abitare in una città come Napoli per quanto riguarda i rifiuti". Ora il decreto è in commissione dove "la sinistra ha presentato un emendamento per spostare i rifiuti al nord. La battaglia - ha avvertito- è tutta da fare ancora". Poi ha detto di non ritenere che "i napoletani buttino i rifiuti dalla finestra. Sono i sindaci che non facevano il loro dovere, che non controllavano. Qualcuno ha lasciato correre. Ma se la magistratura è più interessata a cose politiche che a chi fa il suo dovere..."

E infine, ancora Napolitano: "Con il presidente della Repubblica ho sempre avuto un ottimo rapporto e intendo mantenerlo", ha detto Bossi lasciando la festa del Carroccio a Concorezzo, in Brianza.

(29 luglio 2011)

venerdì 29 luglio 2011

Si fa presto a dire laurea

BRUNO TINTI

Abolire il valore legale della laurea. Mi piacerebbe che se ne discutesse in maniera laica, senza preconcetti.

Valore legale della laurea significa che ogni laureato ha una qualifica equivalente: tutti medici, avvocati, ingegneri, che abbiano studiato in un’Università prestigiosa o scadente. Il riconoscimento statale della laurea li mette tutti sullo stesso piano. Non è ragionevole.

Un’Università è prestigiosa o scadente in funzione del livello di preparazione assicurato e dunque dei suoi docenti. Le caratteristiche della progressione in carriera nelle Università italiane sono state oggetto, da sempre, di molte critiche. Il che significa che la qualità dei docenti non è garantita. Ma la laurea ha lo stesso valore per tutti, che abbiano studiato con il prof. Eccelso o con il prof. Modesto.

Il numero delle Università cresce costantemente, in funzione dell’incremento del numero degli studenti. L’Italia è sempre più un popolo di laureati. Questo significa un incremento della spesa pubblica. È ovvio che non è possibile sostenerlo all’infinito.

Il valore legale della laurea non garantisce uguaglianza nell’accesso al mondo del lavoro. Tutti i laureati possono partecipare ai concorsi pubblici; così come avverrebbe in un sistema che non richiedesse la laurea come titolo di legittimazione a parteciparvi; il successo dipende, in entrambi i casi, dalla preparazione dei candidati, non dal titolo formale. E l’impresa privata opera di fatto una distinzione tra le lauree conseguite nelle Università più prestigiose e le altre, infischiandosene solennemente del valore legale della laurea. In pratica non vi è differenza tra un sistema e l’altro.

La “privatizzazione” dell’Università comporta una gerarchia tra i titoli di studio: il laureato di Yale o Harvard (per fare l’esempio classico) sarà ricercato dal mercato con preferenza su quello di Poggiofiorito di Sotto. Il che penalizza i laureati di Poggiofiorito, magari ingiustamente. È vero, però, che anche questi possono dimostrare la loro preparazione in colloqui o esami preliminari, cui tuttavia può non essergli garantito l’accesso. Sotto questo profilo l’abolizione del valore legale della laurea desta perplessità.

Frequentare un’Università privata costa tanti soldi; tanto più alto è il livello, tanto più costa. Il che automaticamente esclude la maggior parte degli studenti. Il che è un male, naturalmente. Ma va anche considerato che la corsa alla laurea non è un bene: abbassa il livello qualitativo dei laureati, incrementa a dismisura la concorrenza, diminuisce il livello delle retribuzioni e delle prestazioni professionali. E poi bisogna tener conto del fatto che, nei paesi che adottano questo sistema, esistono una serie di misure studiate per facilitare l’accesso agli studenti meno abbienti: borse di studio, prestiti dello Stato da rimborsare quando si comincia a lavorare.

Conclusione: la proposta non è da buttar via. Certo, occorre prevedere un sistema che garantisca l’istruzione universitaria anche ai non ricchi (se meritevoli). Ma gente che ha inventato il processo breve con organizzazione giudiziaria invariata probabilmente privatizzerà l’istruzione universitaria senza preoccuparsi troppo delle strutture di sostegno connesse.

Il Fatto Quotidiano, 29 luglio 2011

E’ la stampa, bellezza! “Chi tocca Silvio muore”


Nuovo appuntamento con il talk show del fattoquotidiano.it. Dal caso Tremonti a l’affare monegasco che coinvolse Fini l’estate scorsa, sembra che ci sia una sorta di maledizione che grava sui possibili successori di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi.

Ospiti in studio Mario Baldassarri di Futuro e libertà, Maria Teresa Meli del Corriere della Sera, Fabrizio Rondolino, editorialista de Il Giornale e Luca Telese de Il Fatto Quotidiano

Nitto Palma: “Sul processo lungo tante inesattezze. L’amicizia con Previti? Sono fatti miei”


“Il processo lungo appena passato al Senato? Si dicono tante inesattezze”. Così dichiara il neoministro della Giustizia, Francesco Nitto Palma, ai microfoni de ilfattoquotidiano.it. Nel giorno del processo lungo appena passato al Senato, il Guardasigilli spiega: “Sul processo lungo c’è stata tanta discussione mediatica e tante inesattezze, ma non avrà nessun effetto deflagrante”. E alla domanda sull’amicizia con Cesare Previti e gli emendamenti salva processi a favore dell’amico avvocato, Nitto Palma risponde: “Non ho firmato le leggi ad personam che lei mi affibbia e l’amicizia con Previti, oppure io come testimone di nozze di Palamara, sono fatti privati, da ieri sono fedele solo alla Costituzione”.
Servizio di Irene Buscemi

La “cassaforte” di Filippo Penati

DAVIDE VECCHI

L'associazione Fare Metropoli, fondata dall'ex capo della segreteria politica di Pierluigi Bersani, ha raccolto finanziamenti per decine di migliaia di euro. E' gestita da un solo dipendente e in pochi nel partito la conoscono. Tra i finanziatori: Gavio, Sarno, Bmg comunicazione, Banca di Legnano

A Milano tra gli iscritti e funzionari del Partito democratico non la conosce quasi nessuno. Non è segreta, ma molto riservata. Nessun sito web, nessun numero sull’elenco telefonico, un ufficio di appena quattro stanze sempre vuote. Eppure Fare Metropoli è la cartina di tornasole per capire la storia dei rapporti, incestuosi secondo la magistratura, tra Filippo Penati e il sistema delle imprese. Si, perché questa associazione culturale senza scopo di lucro, nata nel dicembre del 2008 a ridosso delle elezioni provinciali, è uno dei canali attraverso cui l’ex capo della segreteria politica di Pier Luigi Bersani ha ricevuto, in gran segreto, finanziamenti per decine e decine di migliaia di euro. Soldi regolarmente registrati nei bilanci dell’associazione (non pubblici) che venivano versati anche da imprese e professionisti ai quali la Provincia aveva concesso appalti, incarichi, consulenze. I fondi raccolti venivano poi anche girati al comitato elettorale di Penati. Quindi registrandoli nei rendiconti ufficiali come provenienti dall’associazione. Rendendo così impossibile sapere da dove realmente arrivavano i finanziamenti.

L’elenco è custodito nella sede di Fare Metropoli, al terzo piano di via Galileo Galilei 14. I movimenti maggiori, come ilfattoquotidiano.it può documentare, sono concentrati nei mesi tra febbraio e maggio 2009. Le elezioni si sono tenute il primo fine settimana di giugno.

L’associazione viene creata il 30 dicembre 2008. Presidente è Pietro Rossi. Già designato da Milano Serravalle (quindi Penati) come consigliere d’amministrazione della società Tangenziali Esterne di Milano Spa. Dove siede anche Bruno Binasco, l’imprenditore arrestato nel 1993 per aver finanziato illecitamente il Pci tramite il “compagno G”, Primo Greganti, e oggi indagato dalla Procura di Monza che ritiene abbia finanziato illecitamente con 2 milioni di euro Penati nel 2010. Binasco, storico braccio destro di Marcellino Gavio, è amministratore delegato della cassaforte del gruppo dell’imprenditore scomparso del 2009: gestisce oltre mille chilometri di autostrade, fattura 6 miliardi di euro ed è primo azionista di Impregilo.

Alla campagna elettorale di Penati contribuisce anche Renato Sarno, tra i perquisiti mercoledì scorso per l’inchiesta della procura di Monza. Nel maggio 2009 stanzia a favore dell’allora candidato presidente un importo superiore a 40mila euro. Nel collegio dei revisori dell’associazione, tra gli altri, viene nominato Antonio Franchitti, con incarichi anche in diverse società in cui la Provincia è tra gli azionisti di riferimento: Autostrada Pedemontana, Milano Serravalle, Agenzia Sviluppo Milano Metropoli e altre.

Fare Metropoli, ufficialmente, chiede, ricevendoli, contributi per “l’attività culturale” che svolge. Anche se, in realtà, non ha mai organizzato alcun tipo di evento. In compenso i fondi arrivano. Da numerose società e da diverse enti. La Banca di Legnano, ad esempio, nel giugno 2009 stanzia diecimila euro. Alla guida del Cda dell’istituto di credito siede Enrico Corali. Lo stesso Corali nominato pochi mesi prima da Penati nel consiglio di amministrazione di Expo 2015 come rappresentante della Provincia. Contributi arrivano anche dalla Bmg comunicazione. La società che nel novembre 2007 ha ottenuto dalla Provincia un appalto da 95 mila euro. Gara in cui figurava come unica concorrente. L’elenco è lungo. E per ogni singolo nome è stato registrato il motivo del finanziamento. Dalla semplice donazione alla quota versata per l’iscrizione. E poi: campagna elettorale, elezioni Filippo Penati, contributi volontari, finanziamento eventi culturali e altro. Documenti custoditi in via Galileo Galilei. Dove è registrato il comitato elettorale “Lista Penati Presidente” ma dove mai nessun incontro pubblico è avvenuto. Né la sede è stata utilizzata per incontri con la stampa durante le due campagne elettorali che hanno impegnato negli ultimi anni l’ex capo della segreteria politica di Bersani: le provinciali 2009 e le regionali contro Roberto Formigoni nel 2010.

Su Internet si trova solamente una traccia di vita relativa all’associazione: la deputata democratica Lucia Codurelli appunta sul calendario del suo blog un “incontro Mauri” il 28 febbraio 2011 alle ore 14.30 in via Galilei. Un incontro politico. Ma non pubblico. Tra la deputata eletta in Lombardia e Matteo Mauri. Un fedelissimo dell’ex presidente della Provincia di Milano, tra i più fidati assessori dell’era penatiana a Palazzo Isimbardi. Mauri, dopo la vittoria di Bersani alle primarie, viene portato da Penati nella segreteria politica nazionale. Dove ancora siede. Anche dopo le dimissioni di Penati del novembre 2010, rassegnate dopo la sconfitta di Stefano Boeri (candidato del Pd fortemente voluto e sponsorizzato da Penati) alle primarie di Milano contro Giuliano Pisapia.

In pochi hanno avuto modo di entrare nella sede dell’associazione. Molti esponenti locali del Partito democratico non ne conoscono neanche l’esistenza. Pochi hanno avuto il privilegio di visitare l’ufficio che affaccia su Porta Nuova. Pochissimi hanno libero accesso, solo i collaboratori più stretti dell’ex presidente.

Ma di tutto questo Penati, cui abbiamo chiesto un incontro, non ha voluto rilasciare dichiarazioni ufficiali. L’ex vicepresidente del consiglio regionale anche ieri ha ribadito la sua totale estraneità dai fatti che gli sono addebitati dalla Procura di Monza. Insiste nel bollare le accuse degli imprenditori Pasini e Di Caterina come pure invenzioni. Soprattutto, confermano i pochi fedelissimi rimasti al suo fianco, Penati si sentirebbe una sorta di “agnello sacrificale”, una semplice pedina usata per colpire il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, di cui ha guidato la segreteria politica fino al novembre 2010. Ora però c’è anche l’associazione Fare Metropoli.

Da Il Fatto Quotidiano del 28 Luglio 2011

Caso Penati, “Così raddoppiarono le cubature all’ex Falck di Sesto San Giovanni”

Il racconto dell'imprenditore Piero Di Caterina, accusato di essere il collettore delle tangenti: "Il sindaco Oldrini era già d'accordo, ma l'assessore no"

Relazioni e tangenti per ottenere il raddoppio delle volumetrie da costruire sulle aree ex Falck di Sesto San Giovanni. Se all’origine dell’operazione, attorno al 2000, è il costruttore Giuseppe Pasini – stando alle sue accuse – ad aver dovuto pagare l’allora sindaco Filippo Penati, nel 2006 i protagonisti di un copione quasi identico sono diversi.

C’è il costruttore Luigi Zunino, che è subentrato a Pasini nella proprietà dell’immensa area industriale dismessa. E dall’altra parte ci sono i nuovi vertici del comune di Sesto San Giovanni: il sindaco Giorgio Oldrini, il potente direttore generale Marco Bertoli, che occupa la posizione tuttora e fin dall’era Penati, e l’assessore Pasqualino Di Leva, dimessosi nei giorni scorsi, appena raggiunto dall’avviso di garanzia. E naturalmente c’è l’onnipresente imprenditore sestese Piero Di Caterina. Come tra Pasini e Penati, anche tra Zunino e il comune di Sesto è lui l’intermediario. E racconta tutto nei lunghi verbali dell’inchiesta, ora a disposizione di alcuni imputati (pur con molti omissis).

Di Caterina riferisce ai magistrati che l’imprenditore tarantino Stefano Miccolis lo aveva informato della situazione. Il re delle bonifiche Giuseppe Grossi, al lavoro a Sesto per conto di Zunino, aveva problemi di rapporti con l’amministrazione locale: “A quell’epoca Grossi era già presente sul territorio di Sesto, nel senso che aveva avuto alcuni incontri con il sindaco Oldrini e con Bertoli. Di Leva in quel periodo non era in buoni rapporti con Oldrini ed era molto incavolato perché Oldrini teneva i rapporti con Grossi in via autonoma. (…) Nel corso dell’estate 2005 Miccolis mi chiamò e mi disse che sarei dovuto andare in Sardegna dove lui si trovava con Grossi e che mi avrebbero inviato l’elicottero per andare giù”.

Grossi spiega a Di Caterina che Zunino punta a costruire sull’area non i 650 mila metri quadrati concessi a Pasini ma il doppio: un milione e trecentomila metri quadrati (obiettivo che fu poi effettivamente raggiunto). “Grossi mi disse – prosegue Di Caterina – che sull’operazione il sindaco Oldrini e Bertoli erano d’accordo mentre Di Leva si metteva di traverso. Mi chiesero una collaborazione per convincere Di Leva. Ho riferito a Di Leva del mio incontro e lui si è mostrato entusiasta. (…) In quel momento Grossi non aveva accesso a Di Leva e faceva arrivare a Di Leva i messaggi attraverso me. Dissi a Grossi che Di Leva era disponibile a incontrarlo. Ci siamo visti al ristorante Del Pesce a Dalmine, alla presenza di Grossi, Camozzi, Di Leva e mia. In questo incontro si è parlato del progetto e del suo valore. Grossi ha esposto le difficoltà e Di Leva anche. Grossi ha promesso che se fosse passato il progetto non sarebbe stato con le mani in mano. Anzi il progetto doveva passare perché tutti ci stavano lavorando. In questi incontri si faceva riferimento alle delibere che avrebbe dovuto assumere la giunta”.

Rapidamente si arriva a parlare di soldi, e subito alle modalità di trasferimento dei fondi. Racconta Di Caterina: “A un certo punto Di Leva mi disse che aveva necessità di 1,5 milioni di euro per fare fronte alle difficoltà finanziarie della Pro Sesto e di due giornali locali, precisamente la Gazzetta e Il Diario. (…) Ci siamo trovati un paio di volte con Grossi e Camozzi e abbiamo ragionato su come fatturarli. Rappresentai a Camozzi l’esigenza di dare i soldi alla Pro Sesto e ai giornali gestiti da Di Leva e Camozzi disse che non era possibile e che dovevamo trovare un’altra forma, ed elaborammo il contratto di marketing territoriale che fu approvato anche da Di Leva. L’importo del contratto coincideva con la richiesta di Di Leva. A questo punto venne pagata la prima tranche di 750 mila euro e intanto una piccola parte per circa 30 mila euro fu effettivamente spesa sul territorio”. E qui comincia il noioso racconto di come far arrivare i soldi non alla Pro Sesto o ai giornali, ma direttamente, in contanti nelle tasche di Di Leva.

di Gianni Barbacetto e Giorgio Meletti

Tutti i finanziatori del sistema Penati

DAVIDE VECCHI

Dalla Banca Popolare di Milano guidata da Ponzellini alle società di Sarno, Di Caterina e Binasco: ecco chi ha aiutato l'associazione culturale Fare Metropoli e la campagna elettorale 2009 per le Provinciali dell'ex braccio destro di Bersani

“Io sono una persona onesta dottore, sono un ex operaio”. Pietro Rossi garantisce di non sapere nulla dei movimenti di Fare Metropoli, l’associazione attraverso cui Filippo Penati ha finanziato la sua attività politica girando ai suoi due comitati elettorali i fondi ricevuti anche da imprenditori e amici in rapporti con la Provincia da lui guidata. Dalla Corsica, dove è in vacanza, Rossi ci tiene a dirsi disponibile a “parlare con calma, quando torno”. Al telefono anticipa di non aver mai conosciuto Di Caterina e che sì “Binasco lo conosco certo, ma ne parleremo a Milano”. Nel frattempo sente la necessità di chiamarsi fuori: “Io non ho rubato niente eh, mai niente”. Rossi è stato nominato presidente dell’associazione con l’atto costitutivo del 30 dicembre 2008. Frequentava gli uffici di via Galileo Galilei 14, ha sempre presieduto le assemblee dei soci, nominato consulenti, tenuto i rapporti con il commercialista Angelo Carlo Parma, è a conoscenza dei bonifici, degli assegni, dei versamenti in contanti (sempre per importi inferiori a 12.500 euro, limite fissato dal decreto anti-riciclaggio poi ridotto a 5 mila dal 31 maggio 2010) di cui l’associazione e i comitati elettorali di Penati hanno beneficiato. E ha firmato le lettere con cui Fare Metropoli ringraziava i benefattori dei contributi stanziati “a favore dell’attività culturale della nostra associazione”.

Ne ha firmate parecchie, di lettere. Perché i contributi, versati a colpi di piccole quantità, hanno generato un flusso complessivo di diverse centinaia di migliaia di euro. Il bilancio dell’associazione non è pubblico. E i versamenti sono stati regolarmente registrati. Dai conti di Fare Metropoli sono usciti contributi ai due comitati elettorali di Penati, uno per la lista l’altro per la candidatura alla presidenza della Provincia. In via Galilei sono custoditi gli elenchi di quanti hanno contribuito, forse anche a loro insaputa, alla campagna elettorale dell’ex capo della segreteria politica di Pier Luigi Bersani.

C’è la Banca Popolare di Milano guidata da Massimo Ponzellini. E la banca di Legnano, il cui cda è presieduto da Enrico Corali, nominato da Penati nel board di Expo 2015. C’è la Stilo immobiliare finanziaria srl, di cui rappresentante è l’amico Antonio Percassi, il costruttore bergamasco ex calciatore da poco presidente anche dell’Atalanta, che è anche amministratore unico della Finser Spa, altra società che versa contributi alla galassia politica penatiana. In Finser siede anche Vittorio Bianchi, amministratore delegato della Stilo immobiliare. Versa contributi anche il gruppo Intini, gigante delle costruzioni di Sesto San Giovanni, in rapporti con Penati sia nella sua veste da sindaco dell’ex Stalingrado d’Italia, prima, sia da presidente della Provincia.

Il gruppo Intini partecipa attivamente a Fare Metropoli attraverso due sue società per azioni: Sma e Milanopace. Quest’ultima sta realizzando il complesso edilizio “Le torri del Parco” che prevede investimenti per 100 milioni di euro ed è stato progettato dall’architetto Renato Sarno, uno dei perquisiti mercoledì scorso per l’inchiesta della procura di Monza che vede indagato per corruzione, concussione e finanziamento illecito Penati. Anche il gruppo Sarno finanzia l’attività culturale di Fare Metropoli e la campagna elettorale dell’ex vicepresidente del consiglio regionale. A finanziare Penati ci sono anche società e partecipate riconducibili a due imprenditori: Pietro Di Caterina e Bruno Binasco. Il primo ha raccontato alla procura di Monza di aver versato tangenti per milioni di euro proprio all’ex capo della segreteria politica del Partito Democratico. Di Caterina ha creato dal niente una fortuna grazie ad appalti pubblici e costruzioni a Sesto San Giovanni. Titolare dell’azienda di trasporti Caronte srl mette anche a disposizione alcuni pullman per la campagna elettorale. Anche quando Walter Veltroni, nella sfida del 2008 contro Silvio Berlusconi, decide di girare in pullman l’Italia sale su mezzi della Caronte.

Il secondo, Bruno Binasco, è il factotum del gigante Gavio. Un universo che tra autostrade e costruzioni fattura oltre sei miliardi di euro ed è primo azionista di Impregilo. Binasco è indagato dalla Procura di Monza per aver finanziato illecitamente con 2 milioni di euro nel 2010 Penati. Il sistema ipotizzato dagli inquirenti è lo stesso usato nel 1993, quando venne arrestato per aver finanziamento illecitamente, con 150 milioni di lire di mancata restituzione di interessi su una caparra immobiliare, il Partito comunista tramite il “compagno G” Primo Greganti. Binasco, oggi, siede nel cda della società Tangenziale Esterne di Milano Spa (partecipata della Provincia) insieme a Pietro Rossi, nominato da Milano Serravalle. I due, come ha riconosciuto Rossi, si conoscono. E certo, come dice, “non c’è nulla di male”. Perché l’associazione era “in regola” e comunque “io non ho rubato niente”, insiste Rossi. Al massimo, “sarà malcostume” ma ci vediamo quando torno.

da Il Fatto Quotidiano del 29 Luglio 2011

Gli sponsor di Tedesco? Franceschini e Vendola

ALLA WEB-TV DEL FATTO QUOTIDIANO, IL SENATORE ACCUSA: “TUTTI SAPEVANO CHI AVEVANO DI FRONTE”

di Chiara Paolin

La vita di Alberto Tedesco cambiò in una notte di primavera, quella tra il 27 e il 28 aprile del 2005. A mezzanotte, come nelle favole, Nichi Vendola lo chiamò al telefono per fargli una proposta da sogno: vuoi diventare assessore alla Sanità per la mia giunta che presento domattina? Hai due ore di tempo per rispondere, ma dimmi di sì.

Tedesco, la cui famiglia gestisce da decenni il business milionario delle forniture medicali in Puglia, vide subito un piccolo problema narrativo in quella storia, e l’altra sera lo ha raccontato al web talk de ilfattoquotidiano.it, “È la stampa bellezza!”.

“Dissi a Vendola che i miei figli avevano le aziende in quel settore, e lui rispose che avremmo trovato una soluzione. Servivo io per cambiare il sistema, insisteva, così alla fine decisi di accettare”.

La versione del governatore sul punto è nota: Tedesco avrebbe promesso di blindare i suoi rapporti con le aziende di famiglia risolvendo brillantemente il conflitto d’interesse. Nonostante un riassetto del gruppo, da cui comunque non uscirono tutti i familiari, le polemiche continuarono - grazie all’Idv - mentre il Pd nazionale pensò di premiare l’assessore convocandolo direttamente a Roma.

“Nel 2008 fu Dario Franceschini, vicesegretario del partito, a chiamarmi. Mi offrì il nono posto nella lista Pd pugliese, quindi si trattava di una candidatura di servizio perché sarebbe stato impossibile farmi eleggere così in basso. Accettai per spirito di coesione. E comunque allora non si sapeva che ci fosse un’indagine in corso nei miei confronti”.

DARIO FRANCESCHINI conferma: “Lo chiamai, ma fu una sola telefonata cui non ricordo nemmeno se rispose subito sì o no. Dal partito regionale mi spiegarono la necessità di avere il suo nome, e comunque non sapevo nulla all’epoca delle sue attività d’imprenditore”.

Dunque la vicenda, benché giunta alle cronache nazionali, non aveva colpito la memoria di Franceschini. Un vero peccato, perché quando nel 2009 il senatore pugliese Paolo De Castro venne messo in lista dal Pd per le europee, a ereditare il seggio romano fu proprio lui, il cenerentolo Tedesco, quello che si salva sempre quando la situazione sembra ormai disperata: dimessosi a febbraio da assessore perché finito sotto inchiesta a Bari per gestione poco trasparente degli appalti nella sanità regionale, a luglio si ritrovò in un battibaleno senatore.

“Che dovevo fare? Appena avuta la notizia dell’indagine mi dimisi subito da assessore - spiega Tedesco -, poi però la nomina di De Castro mi portò a Roma. Direi che il Pd ha sempre saputo chi sono”.

Frecciata rivolta a chi, come Rosy Bindi e Anna Finocchiaro, ha cercato di marcare una differenza per spiegare la - presunta - devianza del senatore nel manipolare appalti e poltrone: Tedesco ha un passato da socialista, non è un vero piddino. Più giudizioso Franceschini: “Fu un errore sottovalutare le conseguenze della candidatura di De Castro - dice ora -. Certo la sua nomina a responsabile Ue dell’agricoltura ci ha dato ragione, ma avremmo dovuto calcolare meglio il peso della ricaduta”.

Veleni P4, Roma vuole mangiarsi Napoli

GIANCARLO CAPALBO
GIANDOMENICO LEPORE

Alla fine lo scontro, covato per mesi, è esploso. La Procura di Roma e quella di Napoli dialogano ormai con lettere nelle quali si contendono i fascicoli più delicati e a suon di interviste e comunicati dal tono apparentemente felpato, ma che lasciano trapelare diffidenza e risentimento.

Tutto inizia ieri di prima mattina: L'Espresso lancia l'anticipazione della sua intervista al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo. Il coordinatore dell'antimafia romana abbandona il consueto riserbo e consegna le pagelle alle procure italiane. Promosse quelle che lavorano e producono centinaia di milioni di euro in confische e restituzioni (ovviamente la sua, anzi lui stesso) e bocciate le altre procure che invece fanno parlare solo i giornali. “Molto raramente”, dice Capaldo a Lirio Abbate, “le inchieste della Procura di Roma compaiono sulla stampa in modo scandalistico proprio perché c'è un costume corretto dell'ufficio. Se compaiono è per l'importanza oggettiva delle inchieste e non per il clamore, un po' provinciale, che qualcuno vuole dare alle proprie indagini". Ogni riferimento a Henry John Woodcock è ovviamente casuale e non voluto. Ovviamente Capaldo precisa al collega Lirio Abbate che non ce l'ha con una procura in particolare ma poi, aggiunge una nella domanda successiva sui colleghi napoletani che indagano su fatti avvenuti a Roma: “La competenza è importante”, spiega Capaldo, “non è un fatto burocratico, è un primo aspetto di legalità, il paese difetta di legalità e la magistratura deve dare l'esempio di una legalità complessiva”. Eccolo il punto. La competenza. Quale sarà la procura che difetta di legalità e indaga su fatti romani?

Non è un mistero che la Procura di Roma vuole sfilare a quella di Napoli l’indagine sulla P4. A marzo, due giorni dopo una riunione nella quale si erano fatti raccontare cosa bolliva nel pentolone di Woodcock e Curcio, stranamente il procuratore capo di Roma Giovanni Ferrara scrisse una lettera al collega napoletano Giandomenico Lepore per chiedergli di mollare le 18 mila pagine piene di verbali e intercettazioni. Lepore rispose picche e sembra che tra i magistrati che la presero meno bene a Roma c’era proprio il dottor Capaldo.

La posizione di Capaldo e Ferrara, motivata con ragioni tecniche, non è uscita certamente rafforzata dalle recenti rivelazioni di Marco Milanese sul pranzo del dicembre scorso al quale il deputato Pdl avrebbe partecipato con il pm Capaldo e il ministro Tremonti a casa dell’avvocato Luigi Fischetti. Proprio ieri si è appreso che su quel pranzo il Csm vuole vederci chiaro. Alcuni consiglieri togati hanno chiesto di aprire una pratica affidata alla Prima commissione del Consiglio, quella che si occupa di valutare l’incompatibilità e le inchieste riguardanti i magistrati. Tre giorni prima del pranzo, Capaldo aveva sentito un teste che aveva puntato il dito contro Milanese, anche se il pm di Roma ha detto che prima della verbalizzazione di quelle parole si era alzato lasciando solo il collega Paolo Ielo.

“Non c'è nulla di illecito – ha commentato Capaldo con L’Espresso – solo i malpensanti possono credere che si sia parlato di fatti giudiziari. L’incontro tra un giudice e un ministro non è un fatto illecito”. In serata è arrivata la replica del procuratore di Napoli: “Non penso – ha detto Lepore – che Capaldo si sia riferito, anche indirettamente, alla Procura di Napoli, che essendo la più grande procura d’Italia, non ha bisogno di ricercare clamori un pò provinciali”. “Nel caso mi sbagliassi – conclude il capo dei pm napoletani – preferisco non aggiungere altro per evitare, è il caso di dirlo, 'clamori provincialì. Peraltro la Procura di Napoli collabora con quella di Roma e ci sono stati continui scambi di atti e informazioni con il procuratore aggiunto Alberto Caperna e con il sostituto Paolo Ielo”.

I nomi di Capaldo e Ferrara non sono citati.

M. L.

Finmeccanica e nuova cricca “Così pagavamo i politici”




Nelle carte dell'inchiesta i verbali dell'imprenditore Di Lernia e i soldi all'ex ministro Aldo Brancher e all'Enav. Ma anche gli appalti milionari per gli aeroporti di Punta Raisi a Palermo e Linate a Milano

Giornata nera per Finmeccanica, la società controllata dal ministro Tremonti, leader nel settore dell’aeronautica civile e militare. A mettere in crisi lo staff che fa capo al presidente Pier Francesco Guarguaglini, da sei mesi iscritto sul registro degli indagati per frode fiscale e false fatturazioni, non è stato soltanto il tonfo in borsa che ha fatto crollare il titolo del 17%, ma un verbale secretato che risale a pochi giorni fa chiuso nel cassetto del pm Paolo Ielo che indaga sugli appalti Enav, la sua consociata più importante dal quale emerge lo scenario devastante di una nuova Tangentopoli con fiumi di denaro che non passano più direttamente dagli imprenditori, ai politici, ma vengono distribuiti attraverso l’intermediazione prezzolata dei cda di enti pubblici.

I soliti uffici
Fin dall’inizio dell’intricata storia con appalti pilotati e tangenti si è sospettata l’esistenza di fondi neri destinati a finanziare la politica. Anche attraverso i buoni uffici di strani personaggi come il tatuato Lorenzo Cola, superconsulente di un manager come Guarguaglini, si era detto che la storia di Finmeccanica era la storia di “un sistema”, di cui tuttavia si conoscevano soltanto alcuni spezzoni. A metterli insieme, almeno a rendere il racconto più comprensibile, è stato nell’ultimo interrogatorio che risale a pochi giorni fa Tommaso Di Lernia, un “self made man” che ha iniziato la sua scalata da semplice muratore, poi ha messo in piedi una piccola azienda, che alla fine è diventata una holding in grado di assicurarsi appalti da centinaia di milioni come la ristrutturazione dell’aeroporto di Punta Raisi a Palermo, di Linate a Milano e perfino la costruzione di una grande Muraglia in Libia, con funzione di argine nei confronti degli immigrati clandestini. Muraglia che non si più costruita vuoi per la guerra in Libia, vuoi per l’arresto dello stesso Di Lernia, raggiunto in inverno da un ordine di cattura mentre si trovava negli Usa dove aveva cercato rifugio, a quanto racconta nel verbale, per sottrarsi alla voracità dei suoi benefattori. Appalti che prima ancora di essere ottenuti sono costati all’imprenditore svariati milioni.

Un assaggio della portata devastante delle sue affermazioni l’aveva già data nell’interrogatorio di garanzia reso di fronte al gip Anna Maria Fattori l’11 luglio scorso, integralmente pubblicato ieri dal Fatto quotidiano, in cui descrive per filo e per segno il ricatto che ha consentito a Guarguaglini, benché segretamente indagato, di essere confermato al vertice di Finmeccanica lo scorso marzo. Era stato proprio Cola a minacciare Marco Milanese di rivelare “tutte le porcate” di cui si era reso responsabile sotto l’ombrello protettivo del ministro dell’Economia – dalla vendita dello yacht alla casa di via Campo Marzio dove anche Tremonti abitava – se avesse continuato a manovrare per mettere al suo posto l’amico Flavio Cattaneo.

Gli estremi dei bonifici
Ma nell’interrogatorio segreto è andato più in là ed ha consegnato al pm Ielo gli estremi di prelievi e bonifici dei soldi versati a manager e funzionari di Enav per ottenere gli appalti. Circa un milione di euro in tutto tra politici e funzionari dell’Enav. Le sue dichiarazioni vanno prese con le molle e sono secretate. I nomi fatti sono quelli dell’amministratore delegato Enav, che secondo lui avrebbe avuto come riferimento politico l’Udc, Guido Pugliese e del consigliere Enav ed ex deputato di Forza Italia, Ilario Floresta. Dopo l’arresto dell’imprenditore Marco Iannilli, che pagava i manager per gli appalti Enav, Di Lernia ha raccontato di avere preso il suo posto pagando, a suo dire, anche Floresta con una somma di 15 mila euro. Di Lernia ha parlato anche di versamenti estero su estero in banche di Cipro e San Marino, con l’unica eccezione di una tangente versata in Egitto e forse finalizzata all’appalto grande Muraglia.

Altri tre milioni li avrebbe invece consegnati a Lorenzo Cola, il cui ruolo sembra essere proprio quello del collettore di fondi, da distribuire a funzionari Enav e Finmeccanica ma anche a politici.
Un fiume di denaro che come tanti rivoli ingrossavano il corso delle tangenti alla cui foce troviamo uomini e partiti di centro destra. Le parole di Di Lernia sono molto scivolose e meritano approfondimenti e riscontri. Nel verbale, non con riferimento a questioni di soldi, si fa anche il nome del ministro dei Trasporti Altero Matteoli, ex An passato al Pdl, che sarebbe stato anche lui un referente sul versante politico degli imprenditori interessato ad appalti nell’aeroporto di Venezia. A un deputato, referente di Guido Pugliese (amministratore delegato di Enav), era destinata la quota per l’Udc. Nel verbale c’è anche il nome dell’ex ministro Romano Brancher, molto vicino a Guarguaglini, cui Di Lernia sostiene di avere versato per un certo periodo 15mila euro al mese, che però erano regolarmente fatturati perché destinati al finanziamento di un’associazione.

“Non pagavo soltanto io, pagavano tutti, se non si voleva uscire dal giro”, ha raccontato Di Lernia che ieri Marco Milanese ha querelato per l’accusa di ricevere da Angelo Proietti – il costruttore che ha ristrutturato gratis l’appartamento di via campo Marzio – 10mila euro al mese per pagare l’affitto della stessa casa. Replica l’avvocato Natale Perri, difensore di Di Lernia: “La nostra risposta è stata l’avvio di un procedimento per ottenere la restituzione del milione e 900 mila euro che Di Lenia ha sborsato per compare una barca il cui vero valore non supera i 700 mila euro”.

Una barca di guai
I soldi della barca li aveva tirati fuori proprio lui, Di Lernia, perché Massimo De Casare titolare dell’Eurotec era soltanto un prestanome, di fatto un suo dipendente.
Nel verbale davanti al Gip Anna maria Fattori, Di Lernia ha insistito sul capitolo Proietti sostenendo di avere appreso da Lorenzo Cola che proprio l’imprenditore edile titolare della Edil Ars avrebbe versato 10 mila euro al mese a Milanese per l’affitto della casa abitata dal ministro Tremonti. E pare che anche nel verbale segretato del pm Ielo abbia parlato di versamenti a Milanese.

di Rita Di Giovacchino e Marco Lillo

da Il Fatto Quotidiano del 29 luglio 2011

Senato verso il voto sul processo lungo L’ultimo regalo ad personam per B.

SARA NICOLI

Alle undici si voterà la 48esima fiducia posta dal governo del Cavaliere. Ma nella fretta i berluscones sbagliano riscrivere l'emendamento commettendo errori di diritto. Per questo, una volta arrivato alla Camera, il documento dovrà essere riscritto dalla maggioranza

Pongono la (48esima) fiducia a sorpresa, temendo di non riuscire a portarsi a casa prima della chiusura del Senato, l’ultima legge a favore del Cavaliere, il processo lungo. Ma nella fretta spasmodica di mettersi in tasca il risultato, sbagliano clamorosamente a riscrivere l’emendamento cuore dell’articolato (Mugnai) commettendo marchiani errori di diritto che costringeranno poi la maggioranza, una volta alla Camera, a rimetterci le mani. E, a ricominciare tutto daccapo.

Una figuraccia enorme, che vanifica ogni sforzo degli uomini di Berlusconi di costruire un articolato tale da permettere agli avvocati del Cavaliere di allungare a dismisura le liste dei testimoni per raggiungere serenamente la prescrizione di tutti i suoi principali processi. Quindi stamattina alle 11 voteranno un’inutile fiducia, posta anche per timore di non riuscire davvero a controllare le mosse della Lega, e poi se ne andranno tutti in vacanza. Con un pugno di mosche in mano.

È stato il senatore dell’Idv, l’avvocato
Luigi Li Gotti, a mettere in aula la maggioranza spalle al muro, raccontando ai pochissimi presenti rimasti ad ascoltare un dibattito totalmente inutile dopo la presentazione della fiducia da parte del governo (in aula erano in 13) in quale errore fosse incorsa la compagine degli avvocati berlusconiani di stanza a Palazzo Madama; in pratica, confondendo i numeri di alcuni articoli del codice di procedura penale, quelli legati al reato di strage e quelli sul sequestro di persona con le successive aggravanti, i berluscones in commissione Giustizia hanno escluso dai benefici penitenziari coloro che hanno commesso una strage “se è morto il sequestrato”.

Insomma, un papocchio giuridico, una svista che si tramuta in un mostro giuridico e inficia tutta la legge. Il relatore del processo lungo, Roberto Centaro del Pdl, ha provato fino all’ultimo a convincere le opposizioni a far finta di nulla, consentendogli di mettere mano all’errore, ma il no è stato netto, anche perché il regolamento non lo consente e i funzionari di Palazzo Madama si sono opposti con vigore. Morale; una fiducia sprecata e un buco nell’acqua per il Cavaliere che non potrà vedersi approvata la sua legge entro ottobre, come avrebbe voluto, in modo da mandare a gambe per aria i processi Mills, Mediaset e Mediatrade.

Ma quello di ieri, se possibile, è stata l’ennesima prova di una maggioranza totalmente allo sbando, minata al suo interno e gravata da un’unica, vera urgenza oltre a quella di omaggiare ancora Berlusconi con una legge ad personam; andare in vacanza il prima possibile. Con
Renato Schifani, presidente del Senato, vero regista di una grottesca commedia degli equivoci che ha fatto andare su tutte le furie il Pd e ha lasciato perplessa anche la Lega. In un primo momento, infatti, si è offerto di fare da garante del dibattito, evitando di contingentare i tempi, ma minacciando comunque di farlo se le opposizioni avessero tentato manovre ostruzionistiche. Poi, in sua assenza, il governo è arrivato a porre la fiducia, consentendo a Rosi Mauro, la pasionaria leghista che presiedeva l’aula, di chiudere di botto il dibattito che solo più tardi si è riavviato, ma con “solo delle anime morte, non più di una quindicina di senatori – racconta Pancho Pardi dell’Idv – che non avevano alcuna voglia di stare lì”.

È stato in questa atmosfera surreale, da “ottundimento dei sensi” (sono sempre parole di Pardi, ndr) che
Felice Casson, ha sparato alzo zero contro la maggioranza: “Vorrei dare un consiglio agli avvocati di Berlusconi – ha detto l’ex pm di Venezia – anche se non ne avrebbero bisogno; di portarsi nei processi a Milano tutte le escort della città, quindi centinaia e centinaia di persone: possono star sicuri che con la nuova norma di legge il giudice non potrà assolutamente dirgli di no. Sia in Internet sia sulle pagine gialle se ne possono trovare centinaia e centinaia”.

Anche dell’Amn, che aveva parlato di normativa capace di “avere effetti devastanti, fino a rischiare la paralisi di tutti i procedimenti pendenti” ma a Montecitorio, a settembre, la strada del processo lungo si annuncia tutta in salita;
Giulia Bongiorno, presidente della Commissione Giustizia della Camera ha già detto che per lei è un provvedimento “inaccettabile”.

da Il Fatto Quotidiano del 29 luglio 2011

Processo lungo, Senato approva la fiducia

Duro scambio di accuse durante le dichiarazioni di voto tra opposizione e maggioranza. Li Gotti dell'Idv: "Il fango vi schiaccerà, dal popolo avrete i meritati calci nel sedere". Gasparri: "Se cercate il regime guardatevi allo specchio"

Il governo incassa al Senato la fiducia sul processo lungo con 160 sì, 139 no. Hanno votato contro Pd, Idv, Udc, Mpa, Api e Fli. A favore, Pdl, Lega e Coesione Nazionale. Il ddl adesso passa all’esame della Camera per l’approvazione definitiva.

Il testo modifica alcuni articoli del codice di procedura penale (articoli 190, 238 bis, 438, 442 e 495) in materia di giudizio abbreviato e di delitti punibili con la pena dell’ergastolo. La norma al centro della polemica politica è quella che ha fatto ribattezzare alle opposizioni il ddl “processo lungo”: prevede la possibilità per la difesa di presentare lunghe liste di testimoni e di non considerare più come prova definitiva in un processo la sentenza passata in giudicato di un altro procedimento. Anche se, quest’ultima norma, non vale ad esempio per i processi di mafia e terrorismo. Per i condannati all’ergastolo per reati di strage e per sequestro di persona, qualora vi sia stata la morte del sequestrato, la legge prevede una stretta dei benefici di cui i condannati potranno usufruire solo dopo aver scontato 26 anni di carcere.

Rimane poi la misura presente già nel testo approvato alla Camera che dà il nome alla legge sull’inapplicabilità del giudizio abbreviato ai delitti puniti con la pena dell’ergastolo: in pratica per chi è condannato al carcere a vita non ci sarà più la possibilità, avvalendosi del giudizio abbreviato, di avere la sostituzione dell’ergastolo con la condanna a 30 anni di carcere. Le norme contenute nella legge si applicano ai processi in corso, tranne quelli già chiusi in primo grado. La legge dovrà essere approvata alla Camera per il via libera definitivo. Ed entrerà in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta ufficiale.

In aula stamani il nuovo ministro della Giustizia,
Francesco Nitto Palma, ha fatto il suo esordio in occasione del voto. Il ministro, che è anche senatore, ha partecipato ai lavori seduto ai banchi del Governo. Numerosissimi i parlamentari che vanno a complimentarsi con lui stringendogli la mano per la nomina.

Durante le dichiarazioni di voto al Senato l’intervento più duro è arrivato da
Luigi Li Gotti dell’Italia dei Valori. ”Il corpo della politica è invasa dalle metastasi per colpa vostra, siete causa dell’antipolitica. Affondate nella sfiducia del popolo italiano, sarete ricordati come la pagina più buia della Repubblica. Ora fiduciatevi, non cadrete in piedi, ma con le spalle al popolo cercando di evitare i meritati e sacrosanti calci nel sedere”, ha detto il senatore dell’Idv, trasformando il suo discorso in una requisitoria. “Siete espressione di un potere arrogante che protegge il capo assoluto. Avete sbagliato – afferma – sempre senza commettere errori, cioè senza incorrere nell’errore di fare qualcosa di giusto. Una condizione unica. Voi siete i berlusconiani, cioè l’espressione della malattia di un Paese”. Anna Finocchiaro del Partito Democratico si è rivolta ai banchi della maggioranza e ha ammonito il Pdl: “Quando sfilerete sotto quel banco per dire il vostro sì, sentirete sul collo il piede del padrone, dentro di voi qualcosa ribollirà”.

Dai banchi della maggioranza ha risposto
Maurizio Gasparri. “Non accettiamo lezioni di moralità da chi non ha titolo per impartirne. Se un regime c’è lo si vada a cercare a Sesto San Giovanni dove di padre in figlio i sindaci alimentano un sistema di illegalità che riguarda la vostra storia”, ha detto il presidente dei senatori del Pdl, riferendosi alla vicenda che ha coinvolto Filippo Penati.“Se cercate il regime guardatevi allo specchio e lo troverete nel vostro passato e nel vostro presente”.

Il porticciolo delle nebbioline

di Marco Travaglio

Ma come parli? Le parole sono importanti!” urlava Nanni Moretti in un suo film. Su come parla Bersani ci ha illuminati ieri Barbara Spinelli, a proposito dell’etichetta di “macchina del fango” ai giornali che lo criticano.

Ma l’andazzo berlusconiano di qualificare la cronaca e la critica come “fango”, “attacco”, “veleno”, “delegittimazione” sta contagiando settori della magistratura.

L’Espresso ospita un’intervista al procuratore aggiunto e capo della Dda di Roma Giancarlo Capaldo, contitolare di quasi tutte le più scottanti inchieste degli ultimi anni. Dalla P3 a Fastweb al versante romano del caso Milanese.

Capaldo parla come i politici: si fanno “troppe intercettazioni” che finiscono col produrre “gossip” e “dossier ricattatori”, col “mettere in piazza la vita privata delle persone” e soprattutto “portano gli indagati a non parlare più al telefono dei loro traffici” (ammesso e non concesso che sia vero, siamo in pieno non-sense: se gli indagati parlassero di più ma li si intercettasse di meno, il saldo sarebbe comunque zero).

Poi attacca a testa bassa i colleghi napoletani che hanno il torto di aver raccolto a verbale le dichiarazioni di Marco Milanese, deputato tremontiano, che racconta una cena con lui e Tremonti: a suo avviso “creano processi paralleli o coincidenti” e si prestano a manovre per “delegittimare il nostro lavoro riportando alla mente l’idea del ‘porto delle nebbie’ che non c’è più”.

Poi aggiunge che fantomatiche “altre procure non vedono bene che Roma sia la sede giudiziaria più importante d’Italia, come se Roma volesse appropriarsi di cose che non le appartengono”.

Capaldo passa per il “buono” fra i capi dell’ex porto delle nebbie, che si è appena liberato del “cattivo” Achille Toro, beccato un anno fa ad avvertire alcuni inquisiti della “cricca” della Protezione civile delle indagini.

Ora però si scopre quel pranzo di metà dicembre 2010, pochi giorni dopo la notizia che Milanese era indagato a Napoli, organizzato dall’avvocato Fischetti con Tremonti, Capaldo e lo stesso Milanese.

Si dirà: Capaldo non indagava su Milanese. Già, ma proprio questo è il problema: a quel tempo la sua Procura aveva già raccolto possibili notizie di reato su Milanese.

Ne aveva parlato Marco Iannilli, arrestato per l’affare Mockbel e coinvolto nell’inchiesta Finmeccanica.

E ne aveva riparlato Fabrizio Testa, nominato consigliere dell’Enav proprio grazie a Milanese, raccontando di essersi interessato per far comprare la barca del braccio destro di Tremonti da un imprenditore in cambio della sua “protezione politica”.

Invece di iscrivere Milanese nel registro degli indagati, Capaldo ci andò a cena con Tremonti a casa Fischetti.

E sempre a casa Fischetti – racconta l’imprenditore Alfonso Gallo ai pm di Napoli – si svolsero altre cene per pilotare il trasloco delle indagini sulla P4 da Napoli a Roma.

Sarà un caso, ma a marzo di quest’anno la Procura di Roma propose informalmente a quella di Napoli di trasferire il fascicolo per competenza nella Capitale.

In effetti è curiosa quest’ansia degli inquisiti eccellenti di tutta Italia di approdare a Roma.

La città è molto bella, ma forse gli inquisiti ne apprezzano altre virtù, meno turistiche e più giudiziarie.

Capaldo, sull’Espresso, parla di un “attacco, attraverso la mia persona, anche al mio Ufficio”. Parole bizzarre, visto che a pranzo con Tremonti e Milanese ci è andato lui, non l’ufficio.

Una leggerezza? Può darsi.

È vero, come dice Capaldo, che “Milanese non era ancora indagato a Roma”. Ma lo era a Napoli, lo sapevano tutti e forse avrebbe dovuto esserlo anche a Roma (come lo fu poi per iniziativa di un altro pm romano ma di scuola milanese, Paolo Ielo). E comunque era più volte citato nei verbali raccolti dal suo Ufficio solo tre giorni prima.

Ora, per carità, può darsi che il Fodria (Forze Oscure della Reazione in Agguato) cospiri per “attaccare” e “delegittimare” il dottor Capaldo e, attraverso la sua persona, l’Ufficio. Ma se evitasse di pranzare con indagati, i terribili cospiratori faticherebbero un po’ di più.