domenica 28 agosto 2011

Avvenire contro radicali e massoni


MARCO POLITI

Finalmente risplende la verità. Ici. 8 per mille, esenzioni lecite o illecite? La spiegazione è semplice. Contro la Chiesa è in atto un complotto, anzi l’aggressione di un serpente a due teste. L’una è radicale, l’altra è massonica. Così tutto è chiaro e i fedeli cattolici, fra i quali pure abbondano interrogativi in proposito, stiano tranquilli. I nemici della Chiesa cercano un “bersaglio da additare all’odio popolare”.

Esplosa la discussione sull’evasione fiscale degli enti ecclesiastici e i sovvenzionamenti statali alla Chiesa, l’Avvenire perde le staffe. Un fondo del direttore attacca radicali e giornalisti, colpevoli di “spacciare leggende nere e cifrati anatemi contro la Chiesa” e denuncia un fantomatico “ordine di attacco… dev’essere detto che la salvezza dell’Italia in crisi sta nel colpire la Chiesa”. Una pagina interna evoca il “mobbing mediatico”.
Questi nemici aizzati dai radicali sono spietati. Vogliono (secondo l’editoriale di Avvenire) fulminare di tasse “mense dei poveri, case di accoglienza, oratori, ostelli, scuole, musei”.

L’arcidiavolo è il segretario radicale Staderini, la metà della “campagna anti-Chiesa”. Ma è troppo poco. C’è un’altra metà occulta. Voilà. Gustavo Raffi, Gran Maestro del Goi, la “più antica e numerosa comunione della massoneria italiana”.
Dan Brown si dia da fare. È già pronta la trama di un film. Staderini suggerisce all’Avvenire come altri demoni complottatori: “Gatto Silvestro, Gargamella, Lupo Ezechiele e la Regina di Biancaneve”.

Per restare con i piedi per terra conviene ricordare pacatamente all’Avvenire che sul Fatto Quotidiano è stata posta sin dall’inizio una domanda fondamentale, che circola nelle teste di tanti cittadini credenti e diversamente credenti. La Chiesa è disponibile o no – di fronte al rischio di crack dell’Italia – a rinunciare volontariamente a una parte delle sovvenzioni statali derivanti dall’8 per mille, visto che tagli pesanti sono imposti a settori vitali come sanità, istruzione, enti locali? È una domanda non acrimoniosa, che nulla disconosce dell’impegno della Chiesa per i più deboli.

Il fondo di Avvenire non dà risposta. È un mutismo ostinato. Silenzio continua a esserci sulla stortura del doppio conteggio dell’8 per mille, che utilizza anche le “quote” del sessanta per cento di contribuenti che non vogliono dare soldi alle confessioni religiose o a iniziative umanitarie dello Stato, lasciando al bilancio statale la loro quota di Irpef. Silenzio sulla possibilità, prevista dalla legge istitutiva, di ricalcolare insieme (Stato e Chiesa) il gettito per l’istituzione ecclesiastica. Silenzio sull’obbligo imposto a Stato ed enti locali di pagare due volte la missione dei sacerdoti: una volta con l’8 per mille e un’altra volta ancora con convenzioni per stipendiare il clero in ospedali, case di cura e carceri. Silenzio sull’urgenza di eliminare le zone grigie di elusione fiscale per attività commerciali. Silenzio sulla necessità che le diocesi presentino un bilancio pubblico dei propri beni mobili e immobili come avviene in altri paesi europei.

Il vicepresidente del Senato Emma Bonino dichiara che gli atti della commissione parlamentare, incaricata di supervisionare la revisione triennale del gettito dell’8 per mille, sono coperti dal segreto. Mente il vicepresidente del Senato? E se non mente, Avvenire concorda sull’urgenza di rendere pubblici i dati?

È facile agitare il vessillo della demonizzazione, più difficile – in Italia almeno – discutere di soldi e di tasse oggettivamente, senza le categorie di amico o nemico. La posizione dei diavoli radicali è che l’Ici si debba pagare per ogni attività commerciale. Escluse quelle di culto e cura delle anime, formazione del clero, scopi missionari, catechesi, educazione cristiana, assistenza, beneficenza, educazione. Si fatica a vedere in questa formulazione un odio per la Chiesa. Sul giornale dei vescovi un onesto parroco romano scrive di pagare le tasse su un appartamento donato alla parrocchia. Basterebbe un cenno dei vescovi per aprire un’indagine in ogni diocesi.

L’Avvenire di ieri ci regala però una perla, da non perdere. L’Opera romana pellegrinaggi – ci informa – “ha sede in Vaticano” e “paga le tasse dovute alla sua attività in territorio italiano”. Delizie del linguaggio monsignorile. L’Opera romana pellegrinaggi è un efficiente e imponente operatore di turismo religioso. Il suo bilancio è sconosciuto. I suoi introiti ancora di più. Ora è ribadito che ha sede in un paradiso fiscale non previsto dal concordato. È “romana” in tutto per tutto, ma basta un saltino e sparisce oltreconfine. “È bella la domenica”, dicono a Genova.

Il Fatto Quotidiano, 28 agosto 2011

Il caso Bersani


LUCA TELESE

Insomma, Pierluigi Bersani, quando deve far filtrare quattro frasi sul caso Penati dice: “Non mi capacito“. Quando gli fanno qualche domanda sulla vicenda del suo braccio destro aggiunge che “la decisione sul fatto che Penati debba rinunciare o meno alla prescrizione spetta solo a lui“. Il segretario del Pd dice che le carte del processo saranno vagliate da una commissione del Pd (una commissione!) diretta da Luigi Berlinguer (Luigi Berlinguer!). E a chi gli chiede conto della famosa acquisizione delle azioni dell’autostrada Gavio Serravalle risponde con un ruggito: “Se qualcuno accosta il mio nome a quella vicenda querelo!“. Alla collega Sandra Amurri oppone un silenzio tombale (mentre un dirigente che é al suo fianco la invita carinamente ad andare ad Arcore) al collega Stefano Feltri, che la mattina gli chiedeva se almeno lui avrebbe rinunciato alla prescrizione per farsi giudicare, Bersani aveva detto: “Non lo so, non so giudicare“.

C’é qualcosa di sconcertante e di drammatico in questo combinato disposto di arroganza ed amnesie, di debolezza disarmante e protervia. Provo a mettermi nella testa di Bersani: io, se fossi lui, direi come tanti di voi, che Penati deve rinunciare alla prescrizione (che scatta solo grazie alle leggi salva-corrotti di Berlusconi). Oppure, con molto coraggio difenderei Penati, sempre se fossi convinto della sua innocenza. Convocherei una conferenza stampa, con Penati (se resta nel Pd deve spiegare qualcosa ai suoi militanti), e lo obbligherei a rispondere a tutte le domande dei giornalisti (non ha risposto a nessuna domanda fino ad oggi, solo fatto filtrare dichiarazioni e veline difensive). Darei l’esempio facendo altrettanto. Un leader che non ha nulla da nascondere, in tutto il mondo, fa così. Un leader che vuole governare, in tutto il mondo, fa così. Ma siccome siamo in Italia, e il caposcuola in materia giudiziaria é Silvio Berlusconi, la procedura che si adotta é il codice di Arcore:
1) Negare tutto
2) non rispondere a nulla
3) dire solo quello che conviene dire
4) insultare o minacciare chiunque non si accontenti del Codice.

Insomma, come scrive giustamente oggi Gian Paolo Pansa, c’é un pezzo di sinistra che quando finisce nei guai, con l’unica gradevole differenza di non insultare i giudici, tende ad assumere modelli e stilemi da paese delle banane. Ci sono accuse e sospetti drammatici, che si addensano sulla testa dei suoi dirigenti, e il leader del Pd si avvale della facoltà di non rispondere. Siccome penso che Bersani malgrado tutto questo sia una persona seria, provo a immaginarmi perché. La prima risposta che posso dare é: non ci riescono. Non sono moderni. Non sono in grado di gestire un crisi mediatica perché non hanno la cultura della trasparenza. La seconda cosa che penso, e mi dispiace, é che sono doppiopesisti. Il retroscena psicologico é questo: siccome noi ci riteniamo al di sopra di ogni sospetto, non possiamo accettare l’idea (e le domande) che non partano dall’assunto della nostra assoluta presunzione di innocenza. É un bel meccanismo di ribaltamento: non siamo noi che dobbiamo chiarire delle zone d’ombra, dicono questi dirigenti, é il giornalista che fa una domanda che non parte dalla presunzione di innocenza che diventa impuro, anzi ostile, anzi si merita di “Andare ad Arcore” se insiste. É un bel dramma.

Ecco perché la strategia diventa prendere tempo, rilasciare dichiarazioni-brodino, ogni tanto incazzarsi, e poi magari farsi intervistare da un Giornalista “amico” che parte dalla presunzione di innocenza e dal postulato della tua impossibilitá di sbagliare e ti chiede solo quello che vuoi tu. Bene, siccome in questi anni noi non abbiamo fatti sconti a nessuno, non si capisce perché dovremmo farli a chi pretende di non essere giudicato. Siccome abbiamo sulla testa (io personalmente, insieme a tre eroici colleghi de il Fatto) la richiesta di tre milioni di euro di risarcimento di una ministra salmonata che “si é ritrovata” il fidanzato all’Aci (che lei controlla) e non tollera che il nostro giornale racconti questa storia, siccome abbiamo raccontato tutto di Anemone e delle tapparelle di Bertolaso, siccome abbiamo strappato la pelle a Scajola per la casa a sua insaputa, siccome non ci fermiamo davanti alle panzane di Tremonti, dobbiamo dire a Bersani, molto sinceramente. Caro Pierluigi, faremo anche a te tutte le domande che ti vanno fatte. E ti chiederemo cento volte conto di quel “Non lo so, non si giudicare“, quando ti domandano delle furbizie difensive di Penati.

Tu non sei Caterina Caselli. Tu puoi pure essere stupito e addolorato di quello che salta fuori da una inchiesta e offenderti per una domanda. Quando saltano fuori inchieste e tangenti sul suo ex braccio destro, un leader deve prendere posizione. Una qualsiasi, ma la deve prendere. E, se posso permettermi, l’unica cosa che non può fare, é mettersi nelle mani di una commissione di garanzia diretta (!) da Luigi Berlinguer (!). Sei uno che vuole governare l’Italia, mica l’Unione sovietica.


di Paola Zanca

“Quando ho letto le dichiarazioni di Penati ho avuto una reazione spontanea: non si può di fronte a una modifica dell’accusa da concussione a corruzione cantar vittoria perché in questo modo si evita la galera. Come si fa a dire ‘si sgretola l’impianto, eccetera eccetera... ’ Calma, lo dovrai dimostrare”. Così, Enrico Rossi, governatore della Toscana ha acceso il computer e trasmesso via Facebook all’ex vicepresidente della Regione Lombardia Filippo Penati la sua “pena” e la sua “rabbia”.

Possiamo chiamarli “anticorpi democratici”?

Noi non abbiamo una differenza genetica, siamo uomini come tutti gli altri. Però, c’è un però.

Quale?

Possiamo adottare una serie di comportamenti che segnino la differenza.

Primo.

Qualsiasi amministratore pubblico coinvolto in vicende giudiziarie in attesa della sentenza non si opponga alla ricerca della verità.

Tradotto?

Penati avrebbe fatto meglio a stare zitto. Le sue parole mi sono sembrate quanto meno inopportune.

Secondo.

Dimettersi da qualsiasi incarico pubblico. Non basta prendere le distanze dal Pd, servono anche le dimissioni dal Consiglio regionale: lui è stato eletto nelle liste del Pd, che ha fatto dell’etica la sua ragione di vita.

E se non se ne va?

Se resta a fare il consigliere il partito deve fare in modo che sia chiaro che non ha più niente a che fare con noi.

Finora il partito non lo ha detto.

Serve che il Pd prenda le distanze in maniera molto forte. Le dichiarazioni che ha fatto Bersani mi pare che almeno in parte vadano in questa direzione.

A Rimini Bersani ha anche detto di non avere elementi per dire se al posto di Penati rinuncerebbe alla prescrizione. Lei ne ha?

La galera è una cosa seria, non chiedo a Penati di avvalersi della rinuncia alla prescrizione perché non so cosa farei al posto suo, bisognerebbe trovarcisi. Certo, un politico non è un semplice cittadino e avrebbe il dovere di assumersi delle responsabilità. Potrebbe scattare un meccanismo per cui “tanto più sono onesto, tanto più mi oppongo al fatto di essere arrestato”. Però qui mi fermo, perché è un tema che riguarda la coscienza personale.

Quella del segretario Pd le sembra una risposta imbarazzata? Penati era capo della sua segreteria politica...

Non mi pare che Bersani mostri imbarazzo, e questo mi fa confermare la fiducia in lui, mi fa supporre che non abbia niente a che fare con questa storia. All’epoca scelse Penati perché era un esponente di successo della sinistra al Nord.

Sui guai giudiziari di alcuni esponenti democratici Bersani è arrivato a parlare di “macchina del fango”.

Il problema è essere netti, e prima lo si fa meglio è. La questione morale bisogna che diventi una discriminante per tutti. Se il caso Penati deve essere una cartina di tornasole, però, mi pare che il Pd abbia adottato un comportamento serio, che Bersani non ne esca male.

Felice Casson, ex magistrato e senatore Pd, però dice che quello di Penati non è un caso isolato, che vicende simili si sono svolte anche in altre regioni.

È vero, ma parliamo di casi che non hanno nulla a che vedere con questo: qui la qualità e la quantità delle accuse è pesantissima, si arriva a inciuciare anche nella vita privata, se è vero il decadimento che sembra ci sia. Poi magari si scoprirà che è tutta una montatura, bene, ma io credo nella giustizia, magari ci mette tempo, ma alla fine rende onore. Se sarà tutto falso vorrà dire che ha avuto la pazienza di Giobbe, e io sarò il primo a dire che va riabilitato.

Ma come ha fatto il Pd a non arginare questa deriva?

La continuità tra politica e affari è intollerabile, e si verifica in particolare in quei settori come l’edilizia, l’urbanistica su cui da tempo la sinistra ha rinunciato a proporre una sua politica riformista.

Dice che il malaffare è proliferato anche per la mancanza di idee?

Una volta parlavamo delle ‘mani sulla città’, parlavamo di rendite... Nei Paesi dove le aree edificabili sono acquisite dal demanio e poi riassegnate, per esempio, l’interesse pubblico è più libero. Qui da noi si è teorizzata ‘l’urbanistica contrattata’ che fa proliferare quel tipo di rapporti assai discutibili dal punto di vista etico.

Da dove si ricomincia quindi?

La tenuta morale di una classe dirigente si costruisce in tanti modi. Con la passione ideale, la vigilanza, il controllo democratico, la partecipazione. Ecco io penso che ci vuole un partito strutturato, che selezioni la sua classe dirigente. Un partito dove in sezione sanno chi è Enrico Rossi, dove abita, cosa fa.

Adesso non è così?

Io mi ricordo una bellissima frase di Bersani: “Anche nel Pd bisogna stare con gli occhi aperti”. So anche che il nostro elettorato ci chiede molto di più.


PENATI FA LA FESTA AL PD


Nervi tesi all’apertura della kermesse democratica a Pesaro Militanti pochi (e stufi), Bersani glissa le domande

di Sandra Amurri

Ore 18.30. Pier Luigi Bersani arriva a inaugurare la Festa Democratica nazionale a Pesaro. Ad attenderlo poche persone se si escludono i dirigenti regionali e provinciali, i deputati e i senatori, gli assessori e i giornalisti. Circondato dalle telecamere in spalla agli operatori e dagli uomini della scorta è impossibile avvicinarlo. Quando si muove per raggiungere il nastro da tagliare, gli chiediamo se possiamo porgli qualche domanda. La risposta è: “Basta domande”. Però, mentre si incammina per passare in rassegna gli stand alle domande risponde, ma sono quelle del collega de La Stampa che – tenuti lontani dalla sicurezza – non ci è dato ascoltare. Non ci diamo per vinti.

AL TERMINE del breve tour di una Festa Democratica che nulla ha a che vedere con le gloriose Feste dell’Unità, mentre si sottopone al test che misura il grado alcolico nello stand sulla sicurezza stradale, riproviamo ad avvicinarlo. Niente da fare. Un dirigente dice: “Fa bene a non rispondere a voi che state bene ad Arcore”. Voi chi? Chiediamo facendo finta di non aver capito. “Voi chi? Voi del Fatto Quotidiano”. Parole che rimbalzano sul volto indifferente e sulla bocca che non fa una piega del segretario regionale del Pd Palmiro Ucchielli. Accanto a lui l’assessore regionale alla Sanità Almerino Mezzolani che invece un certo imbarazzo lo fa trasparire con un’alzata di ciglio. Questa la domanda che avremmo voluto fare al segretario Bersani: “Non crede che a Filippo Penati il partito debba chiedere di rinunciare alla prescrizione per evitare di essere espulso? In fondo per molto meno avete cacciato Villari che non voleva dimettersi dalla commissione di Vigilanza Rai...”. In verità Bersani aveva già risposto, si fa per dire, al Fatto Quotidiano che in mattinata per bocca del collega Stefano Feltri al meeting di Comunione e Liberazione di Rimini gli aveva chiesto se Penati doveva rinunciare alla prescrizione: “Sono scelte individuali, dal partito si è già dimesso e il Pd si augura che non restino zone d'ombra”.

E ancora: ma lei, Bersani, al suo posto rinuncerebbe alla prescrizione per farsi assolvere nel merito? “Non lo so, non so giudicare”. Qui alla Festa ha detto ai tg che si tratta di una questione personale che Penati dovrà affrontare e risolvere con i suoi avvocati, mentre il partito nel frattempo aprirà una commissione d’inchiesta interna. Neppure una parola sul fatto che Penati si sia autosospeso dal Pd e dalla carica di vicepresidente del Consiglio regionale della Lombardia ma non da quella di consigliere continuando così a percepire l’indennità prevista. Un tema comprensibilmente troppo imbarazzante visto che Penati non è una delle ultime file del partito, ma è stato il capo della segreteria politica del segretario, il braccio destro di Bersani.

Eppure la base, donne e uomini in carne e ossa che al Pci prima, al Pds e ai Ds poi, hanno dato l’anima e ora sono nel Pd, chiede di “eliminare” senza indugi chi sbagliando infanga una storia onorata. “Ci stanno facendo calare le braghe ma noi non ci stiamo. Qui bisogna tirare fuori gli attributi altroché” è la convinzione di Clara, 55 anni che per l’occasione ha indossato il vestito della festa che mostra con fierezza. Le fa eco Mario che di anni ne ha pochi di più: “Noi non siamo come quello lì, hai capito di chi parlo, no?, e siccome non siamo tutti uguali glielo dobbiamo dimostrare. Chi prende soldi in questo partito non ci deve stare, l’ho detto anche un’ora fa al circolo agli altri compagni”. Ma se i soldi li ha presi per il partito? “Allora che paghi il tesoriere, devono rispondere tutti quelli che hanno sbagliato. Che c’è di difficile da capire? Le mele marce fanno marcire il cesto: bisogna buttarle via” . Insomma loro vorrebbero che il segretario Bersani pronunciasse le stesse parole inequivocabili del governatore della Toscana Enrico Rossi: “Penati farebbe bene a dimettersi anche da consigliere e a stare zitto e rispondere solo nei Tribunali”. Ma il segretario prende tempo, vuole capire, non ha letto le carte, non sa giudicare, e intanto se la cava riducendola a una questione giudiziaria personale. E intanto il suo popolo, quello a cui si rivolge quando parla dalla Festa di Pesaro definendolo “perbene, capace di portare il Paese a una svolta”, chiede che la questione morale diventi una priorità come fortemente auspicava trent’anni fa Enrico Berlinguer. “La nostra forza è anche quella di organizzare una Festa in cui si discuterà dei problemi reali delle nostre proposte per uscire dalla crisi, sono i giovani che sono qui”. Pochi per la verità, se si escludono i ragazzi della band che suona jazz che lo hanno accolto.

PRIMA DI ARRIVARE a Pesaro Bersani ha pranzato a Jesi con alcuni industriali marchigiani, tra questi Gennaro Pieralisi area Pdl, ex presidente della Quadrilatero, società nata per la realizzazione di infrastrutture viarie tra Marche e Umbria, ai quali, ci racconta un dirigente del partito, ha anche chiesto un contributo per la Festa. Una Festa quella Democratica che ha smarrito la sua anima: centinaia e centinaia di donne e uomini che per giorni donavano il loro sudore dietro ai fornelli pensando di contribuire a costruire un mondo migliore per i loro figli. Oggi i loro figli, lo dice bene Clara “sono tutti a spasso: i nostri li abbiamo fatti studiare a forza di sacrifici, mentre quelli dei ricchi, dei politici, dei potenti stanno tutti con il sedere al caldo”.

Ora la Procura cerca la strada che porta a Roma


NELL’INCHIESTA SULLE AREE EX FALCK I MAGISTRATI CREDONO ALLA TESI DEL “DOPPIO BINARIO DI FINANZIAMENTO”, LOCALE E NAZIONALE

di Giorgio Meletti

I magistrati di Monza stanno cercando di capire se l’ampia e reiterata attività corruttiva ipotizzata a carico di Filippo Penati sia da ricondurre all’arricchimento personale o anche al finanziamento del partito (prima i Ds, poi il Pd). E se i soldi si fermavano alla federazione di Milano o proseguivano il loro cammino fino a Roma. Quest’ultimo è il punto più delicato dell’inchiesta, quello su cui i pm Walter Mapelli e Franca Macchia stanno cercando le prove. Finora ci sono solo forti indizi, basati sui fatti e sulla logica.

PRIMO INDIZIO. Il 28 aprile scorso i magistrati convocano Raffaella Agape, ex segretaria di Giordano Vimercati, braccio destro di Penati. Lei avverte della convocazione il portavoce di Penati Franco Maggi. Poi, intercettata al telefono con il marito prima della deposizione, dice: “Quello che so non glielo dico, faccio finta di non sa... io, io non so niente”. Va e in effetti non dice niente. Maggi rassicura Penati con un sms. La Agape, parlando con una persona amica, confida: “Ieri sera a casa mia è venuto Vimercati, chiaramente la cosa si è ripercossa su Roma, cioè, è un casino”. E aggiunge: “Hanno tutti i telefoni sotto controllo”. Anche lei. Commentano i pm, nella richiesta di arresto per Penati respinta dal gip: “Proprio il riferimento alle preoccupazioni romane dà spessore alla tesi del doppio binario di finanziamento per il piano di lottizzazione Falck: un primo flusso a Penati e (all’epoca) a Vimercati per le esigenze della federazione milanese, un secondo flusso alle persone indicate da Omer Degli Esposti e alle cooperative emiliane per il livello nazionale”.

Chi è Omer Degli Esposti? È il vicepresidente della Ccc di Bologna, big delle coop rosse del mattone. Ha raccontato ai magistrati Luca Pasini, figlio di Giuseppe, il costruttore che doveva edificare le ex aree Falck di Sesto San Giovanni, e che per l’operazione si vide chiedere 20 miliardi di lire da Penati: “Durante la trattativa conobbi Omer Degli Esposti e un certo Salami, come rappresentanti delle cooperative emiliane; ci venne infatti detto, mi pare da Vimercati, che le cooperative avrebbero garantito la parte romana del partito”. Notano i pm: “A dieci anni di distanza Vimercati e Degli Esposti sono ancora coinvolti nell’operazione non più come compagni di avventura di Pasini bensì di Bizzi”. Bizzi è l’imprenditore che ha recentemente acquistato l’area Falck da Luigi Zunino che l’aveva rilevata nel 2005 da Pasini.

Ed ecco Diego Cotti, all’epoca genero di Pasini, imprenditore ma militante del Pds, interessato alla carriera politica. È lui a mettere in contatto Penati con Pasini. Penati, secondo Cotti, vuole che siano imprenditori di Sesto a condurre il recupero dell’area Falck, perché più “controllabili”.

Dice Cotti ai magistrati: “Vimercati mi fece altresì presente che noi (nel senso del partito, ndr) eravamo decisi a indurre Falck a vendere l’area a soggetti di nostra scelta e che lui avrebbe accettato perché a sua volta interessato a entrare nella compagine degli Aeroporti di Roma (in via di privatizzazione, ndr).

SECONDO Cotti, Penati “fece altresì presente da subito che nell’affare avrebbero dovuto entrare anche le cooperative emiliane, più strutturate e più vicine al partito, non quelle locali che sarebbero eventualmente entrate in un secondo momento”. Pasini avrebbe preferito lavorare con le coop locali, che conosceva e stimava. Ma non c’è niente da fare. “L’inferiorità del privato”, commentano i pm, è accentuata dalle dimensioni dell’operazione, tali da superare l’ambito locale e da imporre l’esigenza di rapportarsi, tramite le cooperative, al livello centrale del partito”.

Povera Stella


di Marco Travaglio

Finalmente Giovanni Stella, amministratore delegato di Telecom Italia Media e quindi di La7, noto esperto di banani, ha ufficializzato i motivi del mancato ingaggio di Michele Santoro.

In un’intervista al Giornale, il popolare “Canaro” spiega testualmente: “Con Santoro non abbiamo chiuso il contratto solo perché lui pretendeva libertà assoluta... facile chiedere la libertà con i soldi degli altri”.

Si prega di soffermarsi sui vocaboli “solo”, “pretendeva” e “libertà”.

Soltanto nello Stato semilibero di Bananas un dirigente di successo, braccio destro di un top manager del calibro di Franco Bernabè, può mettere nero su bianco, per giunta sul quotidiano del premier, che la libertà è una pretesa. Talmente assurda da giustificare di per sé (“solo”) il mancato approdo nella sua tv del giornalista televisivo più noto, affermato e redditizio presente sul mercato. Come se l’articolo 21 della Costituzione fosse un optional: “Tutti i cittadini hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.

Si dirà, e infatti Stella lo dice, che Santoro non voleva “nessun controllo su scaletta, ospiti e filmati”. E “nessun editore può dare carta bianca perché ha la responsabilità finale di quello che va in onda”.

Non sappiamo quali editori conosca, a parte se stesso, il dottor Stella, ma in tutto il mondo libero funziona così: l’editore sceglie i giornalisti a proprio gusto in base a criteri professionali; dopodiché questi lavorano come meglio credono, in base alle regole fissate dal contratto nazionale. Che prevede, appunto, libertà assoluta. Se poi l’editore non è soddisfatto di loro, li licenzia per giusta causa. E alla fine è il giudice a stabilire se la causa era giusta o no.

Ora, Stella voleva assumere Santoro a La7 perché gli era giunta voce che fosse un valido professionista autore di programmi di successo, con milioni di telespettatori e di introiti pubblicitari. Dunque non sono professionali né finanziari gli ostacoli che han fatto saltare la trattativa.

Stella esclude poi che fossero aziendali, per proteggere Telecom da rappresaglie governative (“Trovo singolare immaginare, come fa Travaglio, che si possa usare la piccolissima La7 come spauracchio per difendere il gigante Telecom”).

E nega anche che fossero politici (“Se mi avessero chiesto di non prendere Santoro per non dispiacere a Berlusconi, avrei dato le dimissioni”).

Dunque perché pretendeva – stavolta il verbo è appropriato – ciò che nemmeno la Rai di Masi&C. aveva mai ipotizzato, cioè di controllare “scaletta, ospiti e filmati”?

Temeva forse che Santoro trasmettesse materiale pornografico o comunque contrario al comune senso del pudore?

Non scherziamo.

E allora – filosofeggia Stella – “Le regole si applicano a tutti, da Lerner a Piroso, solo Mentana non deve riferire a me perché, in quanto direttore, si assume tutte le responsabilità”. Già, anche perché sarebbe curioso un telegiornale che, prima di andare in onda su fatti accaduti magari da tre minuti, deve sottoporre il dvd preregistrato all’imprimatur preventivo dell’editore.

Pare dunque che il problema fossero le eventuali cause e querele.

Ma anche questa scusa non regge: prima Mentana e poi lo stesso Santoro avevano offerto a Stella di assumersi ogni responsabilità legale sul programma santoriano.

A questo punto, spiace dirlo, rimane una sola spiegazione: la paura di Stella, o di Telecom tutta, che Santoro usasse la sua libertà per criticare i politici dai quali la concessionaria Telecom dipende.

Ricapitolando: noi di La7 siamo così liberi che, se qualcuno viene a parlarci di libertà, lo meniamo.

sabato 27 agosto 2011

PRESCRIZIONE, ULTIMO PRIVILEGIO DI CASTA



Perché è così facile uscire “puliti”

di Bruno Tinti

Così anche Penati è entrato nella Hall of Fame nostrana: anche lui è felicemente prescritto. Sarebbe andato in prigione perché reati ed “esigenze cautelari” c’erano; lo ha detto il Gip, condividendo le motivazioni del Pm alla richiesta d’arresto, sicché ci sono buoni motivi per pensare che sia proprio così.

E nemmeno si può dire che trattasi di giudici comunisti e che ci sia un complotto contro gli eletti dal popolo: Penati di sinistra è. C’è stata solo una piccola divergenza tra Pm e Gip. Secondo il Pm, Penati aveva costretto il costruttore Pasini a dargli le stecche (se vuoi lavorare mi devi dare una stecca; ma veramente. Ti ho detto: stecca o il lavoro lo fa un altro): concussione, da 4 a 12 anni, prescritta in 16 anni. Secondo il Gip, invece, Penati e Pasini si erano messi allegramente d’accordo (dai fammi lavorare e io ti do una stecca; ok ma che sia grossa): corruzione, da 2 a 5 anni, prescritta in 7 anni e mezzo. Le stecche sono state date fino al 2004; siamo a fine agosto 2011, dunque...

UNO NORMALE pensa: ma se Penati ha preso le stecche, che si tratti di concussione o di corruzione, non dovrebbe andare in galera? Chi se ne frega della prescrizione, delinquente è e delinquente resta. Lo si è scoperto tardi ma non è colpa di nessuno, Pasini adesso ha parlato. Proprio vero. Infatti, nei Paesi civili, quando si comincia il processo, di prescrizione non si parla più: oggi ti ho scoperto e oggi ti processo, potevi confessare prima e ti processavo 5, 10, 15 anni fa. Ma noi, che siamo più civili degli altri, la prescrizione continuiamo a farla marciare anche quando cominciamo il processo; il che produce tre risultati fantastici.

Primo. Siccome il processo si compone di indagini preliminari, udienza preliminare, giudizio in primo grado, giudizio in secondo grado e processo in Cassazione, è ovvio che è un po’ lunghetto: Angelino Alfano ha detto che lui aveva gli incubi per la durata del processo penale, in media 8 anni. Naturalmente, questa è la media. Un processo come quello di Penati, o del suo collega di Hall of Fame B., dura molto di più. Solo che un giudice non può dire “tanto questo processo non ce la facciamo a finirlo prima della prescrizione, inutile lavorarci su, chiudiamolo nel cassetto e chiasso finito”.

No, deve farlo comunque. Indagini, udienza preliminare, Tribunale, Appello; poi in Cassazione (B. insegna) tutto prescritto. Sudore, sangue e quattrini buttati dalla finestra. Con Penati è andata ancora bene, almeno ci siamo risparmiati processi inutili, la prescrizione era già maturata.

Secondo. Con questo sistema, nessuno che abbia un po’ di sale in zucca ricorre al patteggiamento. Imputato: “Accordiamoci su una pena piccolina e chiasso finito”. Pm: “Ok, ti toccherebbe il triplo o il quadruplo, ma almeno ci risparmiano un sacco di lavoro”. Ma perché uno dovrebbe accettare una pena, anche se piccolina, quando sa che bastano un po’ di soldi per gli avvocati e si prescriverà tutto, quindi manco un giorno si dovrà fare? Così, siccome già ci sono pochi processi, invece di risparmiarne qualcuno ne facciamo il doppio: tanto magistrati, soldi e tribunali ci escono dalle orecchie.

TERZO. Quando imputati sono i commendevoli appartenenti alla classe politica che ci ritroviamo, la tentazione di cambiare le regole è irresistibile: le leggi le facciamo noi, il Parlamento sovrano (veramenteB&c, poi il Parlamento asservito mette la croce dove gli dicono). Sicché diciamo che i termini di prescrizione sono dimezzati, sicuro che non ci condannerà più nessuno, non faranno a tempo. Adesso, fortunati come Penati, che manco gli comincia il processo, magari no; ma in Cassazione li freghiamo di sicuro.

E infatti, come tutti sanno, la legge 251/2005 (cd. ex Cirielli) ha dimezzato i termini. Prima la corruzione (il reato che il Gip ha detto che Penati ha commesso) si prescriveva in 15 anni; anche se il reato si scopriva tardi, come in questo caso, a mandarlo in prigione ce la si faceva ancora . Adesso, in 7 anni e mezzo, chi ce la fa? E nemmeno ce la si fa se un reato del genere si scopre subito: se anche Alfano dice che la durata media del processo è di 8 anni; e se il reato si prescrive in 7 e mezzo; è ovvio che si può delinquere impunemente.

PER ESSERE proprio sicuri che qualche giudice, lavorando di notte, non riesca a farcela, si sono inventati anche il processo lungo: voglio sentire 1547 testimoni; e tu giudice me li devi far citare tutti. Dici che così il processo dura 20 anni? Eh questa è la legge.

Chicca finale. Siccome controlliamo i mezzi d’informazione, e visto che in prigione non ci andiamo perché siamo prescritti, facciamo dire a tutti i nostri amici giornalisti (!) che B., Penati e altri C. sono stati assolti. Non è proprio vero, ma la gente ci crede. Così non solo questa gente delinque; non solo fa spendere soldi e tempo alla giustizia; non solo non va in prigione; ma, per la grande maggioranza dei cittadini, è anche innocente, vittima di giudici comunisti e di un sistema perverso che consente alla magistratura di sovvertire il consenso popolare.

Qui finisce che si diventa credenti per forza: nella giustizia divina.

Se Bossi cade il Carroccio va in mille pezzi


ELISABETTA REGUITTI

Il giornalista Gad Lerner è solidale con Umberto Bossi che sta male e non solo per essersi fratturato il gomito. “Ora che non conviene più a Berlusconi lo trattano come lo scemo del villaggio, l’idiota della politica. Vigliaccamente si dissociano dalle sue affermazioni (quelle di sempre sulla secessione). Libero e Il Giornale scrivono delle preoccupazioni tra i padani per le sorti del partito. Detto questo la Lega ha fallito e rischia una fine ingloriosa”.

Il Senatùr non può o non vuole lasciare la guida del partito?

Non può. Venendo meno la mitologia di Bossi si materializzerebbe una devastante frantumazione. Il trionfo dei localismi e dei potentati municipali. Umberto Bossi sente di dover combattere l’ultima battaglia per la sopravvivenza della Lega, a cui mancano i fondamentali della democrazia e dunque nessuno può succedere al capo.

È in crisi il progetto Lega?
Il movimento non può essere governato se non con la parodia, l’aggressività e la volgarità di Bossi e di quelli che lo scimmiottano. Ma il punto centrale è che se quando si parla di Veneto “bianco” (riferito al sistema cattolico ndr.) o di Emilia “rossa” (quella delle Coop ) le persone sanno a cosa ci si riferisce. Non mi risulta che a Varese o a Treviso esista un sistema o un imprinting tale da identificare il “sistema Lega”. A eccezione della presunta invasione islamica. I leghisti hanno cavalcato l’11 settembre 2001 con quali risultati?

Finirà, come ha scritto lo studioso Gilberto Oneto, che “il capo cadrà con il suo drappello di figuranti e tutto si risolverà come una grande flatulenza”?
A Oneto riconosco la grande coerenza e libertà intellettuale di uomo della Lega che non ha accettato poltrone. Diciamo che Umberto Bossi è un uomo abbandonato a se stesso.

Il Fatto Quotidiano, 27 agosto 2011

La follia del Pd


LUCA TELESE

Ogni tanto ci sono dei lettori che mi dicono: “Siamo d’accordo con tante cose che dici, ma non quando parli male del Pd!“. Io ribalto sempre questo assunto così: non mi sentirei credibile quando critico la destra, se non fossi altrettanto severo quando critico la sinistra. Anzi, lo sono di più, proprio perché é la parte che mi é vicina, per storia e per cultura politica. Sui giornali di questi giorni ci sono due esempi osceni, e abbastanza eloquenti degli errori fatali e del modo di fare politica che spianano la strada alla vittoria del centrodestra.

La Cgil della Camusso – grazie alla pressione della Fiom – fa una cosa giusta e proclama uno sciopero generale contro la finanziaria più iniqua del mondo? In un paese normale il principale partito di opposizione dovrebbe applaudire la segretaria della Cgil e sostenerla nella sua battaglia. Ma siccome abbiamo un gruppo dirigente miserabile, pauroso ed autoreferenziale, ecco che nel Pd inizia l’autoflagellazione masochistica: un documento di dirigenti che criticano la Cgil, una intervista di Marini che si dice turbato e sorpreso per lo sciopero (poverino), un segretario che non sapendo che pesci pigliare ritorna al suo atteggiamento classico: il ma-neanche. Morale della favola: il Pd, invece che sostenere lo sciopero lo boicotta. Perché, vi chiederete voi? Sono pazzi? Forse.

Ma la realtà é che quel partito, anzi, i suoi dirigenti, avendo come elemento strutturale il compromesso al ribasso fra anime e correnti, non può permettersi di “turbare” la Cisl e la Uil. Come se questi due sindacati, tanto cari ai dirigenti del Pd, non fossero strutturalmente schierati (é un dato tecnico) a sostegno del governo, e impegnati a fare da stampella a Sacconi.

La seconda follia é la vicenda Penati. Nell’anniversario dell’intervista di Berlinguer sulla questione morale, secondo una sentenza, uno dei principali dirigenti del partito, Filippo Penati, “si é comportato da delinquente” in una vicenda di corruzione che lo vede protagonista di gravi indizi di colpevolezza. In un paese normale un dirigente che si trova in questa condizione e si proclama innocente rinuncia alla prescrizione, e i suoi compagni di partito gli chiedono di fare questo o lo isolano come un lebbroso. In questa Italia di inizio secolo, invece, tutti fanno finta di nulla, e il segretario di quel partito tuona contro “le macchine del fango” dicendo “Abbiamo capito bene“. Pure noi, abbiamo capito. Il dramma della sinistra é questo.

Filippo Penale


di Marco Travaglio

Finora, di fronte alle gravissime accuse mosse a Filippo Penati da alcuni imprenditori e dalla Procura di Monza, il segretario del Pd Pierluigi Bersani che due anni fa l’aveva nominato capo della sua segreteria aveva avuto buon gioco a esprimere fiducia nella magistratura e nello stesso Penati.

Ora però sul caso delle tangenti a Sesto San Giovanni s’è pronunciato un gip, un giudice “terzo”. Dunque, in un Paese serio, un partito serio dovrebbe cacciare Penati su due piedi, in attesa del processo. Perché il giudice terzo ha stabilito che le accuse sono fondate.

Ma, mentre la Procura le qualificava come concussione – l’estorsione del pubblico ufficiale, punita con pene più alte e prescrizione più lunga – il gip Anna Magelli le considera corruzione, reato punito con pene più basse e prescrizione più breve. Dunque, sebbene sia accertato che ancora a metà maggio Penati tentava di inquinare le prove avvicinando il costruttore Giuseppe Pasini, uno dei suoi accusatori, ha stabilito che non può essere arrestato perché il reato è prescritto: i fatti finora accertati vanno fino al 2004 e la corruzione si prescrive in 7 anni e mezzo.

Due precisazioni.

1) Fino al 2005 la corruzione si prescriveva in 15 anni, poi la ex Cirielli la tagliò a 7 e mezzo. Quindi Penati s’è salvato grazie al centrodestra che quella legge sciagurata approvò per falcidiare i processi a B., e poi – si capisce – al centrosinistra che si guardò bene dal cancellarla quando tornò al governo. Sono ridicoli, dunque, gli alti lai del Pdl e dei suoi house organ (Libero: “Penati non viene arrestato per un cavillo”; il Giornale: “Penati salvato dal carcere”).

2) La derubricazione della concussione in corruzione non sposta di un millimetro la responsabilità contestata a Penati: in entrambi i casi, è certo che ha preso soldi da imprenditori in cambio di favori. Muta invece – da vittime a complici – la responsabilità dei costruttori che l’avrebbero pagato: essi, comprensibilmente, sostengono di essere stati da lui costretti a pagare per poter lavorare; il gip ritiene invece che non fossero “in soggezione” o “intimoriti”, ma abbiano “profittato dei meccanismi criminosi” partecipando al “sistema del mercanteggiamento dei pubblici poteri e della pratica delle tangenti”.

Dunque non si comprende il motivo dell’esultanza di Penati, che è riuscito a dichiarare: “Si sgretola e va in pezzi la credibilità dei miei accusatori, le cui dichiarazioni relative alla concussione si sono rivelate inattendibili”.

Si sgretola? Va in pezzi? Ma sta scherzando?

Il gip ha stabilito che Penati e il suo fedelissimo Vimercati incassarono da Di Caterina “1,5 milioni di euro fra il 1994 e il ’98” e altri “2,5 milioni sino al 2002-2003”. Per non parlare dei “locali notturni in viaggi nell’Est europeo” e allegre “nottate in Svizzera” che il costruttore dice di aver pagato al braccio destro di Bersani. Tant’è che il gip definisce Penati “disponibile a intervenire anche in epoca recente nell’interesse di Di Caterina per soddisfarne le richieste sui sindaci”.

Di fronte a parole come queste, un politico serio si scaverebbe un buco e si seppellirebbe. Lui invece esulta come un B. qualunque.

A questo punto la solita paraculata della doppia fiducia nei giudici e nell’indagato non regge più. Bersani dovrebbe subito intimare pubblicamente al suo fedelissimo di rinunciare alla prescrizione e farsi processare oltre i termini, tanto più se è convinto che le accuse siano così deboli. Stiamo parlando di corruzione, non di reati bagatellari o di opinione. E stiamo parlando dell’ex numero 2 del Pd, già presidente della Provincia di Milano, candidato governatore e vicepresidente del Consiglio regionale. Al contempo il Pd dovrebbe battersi per una legge anticorruzione che rada al suolo la Cirielli, alzi le pene ed equipari corruzione e concussione (come il Fatto chiede da quand’è nato). In caso contrario, sarà difficile dare del qualunquista a chi dice che i politici sono tutti uguali. Se il Pd vuol essere considerato diverso, faccia qualche sforzo per esserlo.

PATRIMONIALE DI SOLIDARIETÀ



di Bruno Tinti

Che cos’è il “contributo di solidarietà? Una superimposta sul reddito. I meriti di questa soluzione sono la progressività e la generalità. La superimposta cresce con l’ammontare del reddito: 5% di 10.000 è cosa diversa da 5% di 100.000. E si applica a tutti i contribuenti, il che è giusto: art. 53 della Costituzione. Il problema è che chi evade le imposte rappresenta un reddito minore di quello effettivo; e quindi il suo 5% produrrà una somma minore di quella che dovrebbe pagare secondo giustizia. Mentre chi non evade paga proprio tutto il dovuto; il che non è giusto, sempre per via dell’art. 53 della Costituzione. Il “contributo di solidarietà” perpetuerebbe quindi l’ingiustizia finora consumata nei confronti dei lavoratori dipendenti e dei pensionati che sono gli unici contribuenti italiani che non evadono le imposte; e che sono anche i più poveri. Sicché sarebbe non solo giusto ma furbo abbandonare un’idea così cretina. Ma allora i soldi dove li prendiamo? Con una patrimoniale. Mentre è facile nascondere quello che si guadagna (per il popolo della partita Iva), è impossibile nascondere quello che si possiede. Intendiamoci bene: è possibile attribuire ad altri la titolarità di un bene; ma non è possibile nasconderne l’esistenza. E allo Stato non importa chi pagherà l’imposta patrimoniale (percentuale del valore del bene); lo paghi pure la società immobiliare, l’armatore, la ditta: “pecunia non olet”. E se la società proprietaria è estera (il solito yacht con bandiera panamense)? Niente paura, in attesa che si accerti a chi detta società lo ha affittato, prestato, regalato etc, lo sequestriamo. Certo, se chi è a bordo decide di pagare il dovuto, allora non c’è problema. Qual è il vantaggio? Che i beni hanno un valore obiettivo: il 5% del valore di una casa, di un terreno, di un immobile commerciale o industriale, di uno yacht o di un’automobile quello è; con qualche approssimazione, ma, come si dice a Roma, “stà a badà al capello”. Qui sì che ci sarà progressività e proporzionalità: chi ha di più pagherà di più. Vogliamo scendere un po’ più nel dettaglio? Come si valuta il valore degli immobili? Catastalmente. Si sa che il catasto non è proprio aggiornatissimo ma abbiamo bisogno di soldi, pochi, maledetti e subito. Come si valuta il valore degli yacht e delle automobili: prezzo di mercato. Una Porsche del 2000 non vale i 150.000 euro che costa il corrispondente modello del 2011. C’è pieno di riviste con quotazioni di questo genere di beni; facciamo una media dei listini proposti dalle 3 o 4 più note e abbiamo il valore cui applicare la patrimoniale. Possono esserci anche altri sistemi: per esempio ci si fa dire dalle società di assicurazione per quanto sono assicurati yacht e automobili. Il che mi fa venire in mente che il parco beni da tassare con la patrimoniale potrebbe essere aumentato. Magari qualcuno possiede quadri, gioielli, opere d’arte. E certamente le ha assicurate. Bene, facciamocelo dire dalle società di assicurazioni. E se le ha assicurate all’estero? Qui ci va un po’ di autorevolezza internazionale; terreno su cui, bisogna riconoscere, siamo debolucci. Nell’attesa di ottenere un bell’elenco dai Lloyds di Londra, dovremo soprassedere. È anche vero però che i Paesi Ue sono un po’ tutti nella stessa barca. La lotta di uno Stato che vuole seriamente mettersi a posto magari interessa anche gli altri. E allora, hai visto mai, qualche aiutino arriva.

venerdì 26 agosto 2011

Attenti, la Germania è stufa


di Marco Onado

In fondo al tunnel della crisi europea non si vede la luce, ma solo la crescente rigidità della posizione tedesca, sempre più convinta di aver fatto fin troppo per i Paesi che non hanno rispettato i sacri principi del rigore fiscale. Mercoledì è sceso in campo niente meno che il capo dello Stato, Christian Wulff, che ha detto papale papale che gli acquisti di titoli di Paesi in difficoltà operati dalla Bce sono “giuridicamente discutibili”, in altre parole mettendo in discussione l’operato recente e futuro dell’istituzione di Francoforte. Un’affermazione gravissima sul piano politico, ma non del tutto sorprendente. Basta leggere l’ultimo bollettino della Bundesbank per capire che Berlino dista ormai anni luce da quanti ogni giorno chiedono ai governi europei soluzioni coraggiose e condivise, a cominciare dagli eurobond, per porre fine a una spirale che rischia di travolgere l’intera costruzione monetaria e politica.

L’integralismo monetario della Bundesbank

A QUELLE richieste la Bundesbank,sempre più arroccata nel suo integralismo monetario, risponde come il Vaticano di Pio IX: “Non possumus” o, se preferite, “abbiamo già dato”, riferendosi al piano da 109 miliardi deciso il 21 luglio scorso per salvare la Grecia. Il guaio è che quel piano si è rivelato subito tardivo e insufficiente, come tutte le risposte precedentemente elaborate dalla politica europea. Non a caso proprio da quel giorno è cominciato il contagio verso Spagna e Italia e il tracollo in Borsa delle banche europee.

Eppure la bocciatura dei mercati non smuove la posizione tedesca di un millimetro. Con teutonica testardaggine, la Bundesbank insiste e lancia tre messaggi chiarissimi. Innanzitutto, ci dice che l’accordo di fine luglio “trasferisce rischi sostanziali ai Paesi che forniscono gli aiuti e ai loro contribuenti” e dunque contribuisce a rendere comuni all’intera area i rischi causati dai Paesi con finanza allegra. Dunque, aprite bene le orecchie: “Fintanto che le politiche fiscali verranno decise da governi democraticamente eletti a livello nazionale, i rischi e i pesi relativi saranno sempre più sopportati dalla Comunità in generale e dai Paesi finanziariamente solidi in particolare, senza essere adeguatamente controbilanciati da poteri concreti di intervento sulla sovranità delle politiche nazionali di bilancio”. Di qui il primo messaggio: con il faticoso accordo del 21 luglio abbiamo tirato la corda del consenso tedesco al limite di rottura. Oltre non si andrà e la Bundesbank, direttamente e come componente del Sistema europeo di banche centrali, si adopererà in ogni modo per mantenere la sua posizione.

Osserva inoltre la banca centrale tedesca che non è in discussione alcuna revisione dei trattati europei che affronti alla radice questo problema e dunque c’è il rischio concreto che alcuni Paesi aumentino ulteriormente il loro debito, indebolendo senza rimedio le istituzioni dell’unione monetaria, cioè la Banca centrale europea, “chiedendole di assumere un atteggiamento troppo accomodante”. E qui c’è il secondo messaggio, ancora più chiaro e forte per Mario Draghi, rinforzato dal presidente tedesco in persona, caso mai gli fosse sfuggito qualcosa.

Ma secondo le migliori regole, la coda è ancora più velenosa. Sostiene la Bundesbank che il salvataggio di Stati membri “è ancora scolpito nel trattato europeo” fino a quando non vi sarà una sostanziale “resa (surrender nel testo inglese) della sovranità fiscale dei singoli Paesi”. Insomma il terzo messaggio è ancora più minaccioso e suona più o meno così: arrendetevi alla disciplina tedesca e affidate a un’autorità centrale la politica di bilancio, sottraendola ai vostri governi e ai vostri parlamenti, oppure stringete la cinghia fino a quando avrete messo i conti in ordine.

Il rischio recessione dietro l’angolo

POCO IMPORTA se la cura da cavallo imposta a una parte sempre più ampia dell’unione monetaria può causare una recessione che inevitabilmente si ripercuote sull’economia e sul sistema finanziario tedesco. Ancor meno importa che sia stata la Germania (insieme alla Francia) a ignorare in passato il sacro principio del trattato europeo che impedisce deficit pubblici superiori al 3 per cento. Senza fare neanche un plissé, come direbbe Jannacci, la Bundesbank, per bocca di Angela Merkel, richiede anzi che tutti i Paesi europei si impegnino costituzionalmente al pareggio di bilancio, come se questo bastasse a placare la tempesta e facendo finta che violare la Costituzione sia più grave di violare il trattato costitutivo dell’Unione europea. Le ruvide certezze tedesche non sono sfiorate neppure dal sospetto che l’oltranzismo rischia sempre di essere scavalcato a destra. Nei giorni scorsi la Finlandia ha negoziato con la Grecia un accordo-capestro che impone la costituzione di riserve in oro e valuta a fronte del prestito ottenuto. Lunedì l’Olanda ha immediatamente dichiarato di voler seguire la stessa strada. Il prossimo chiederà un’ipoteca sul Partenone. E poi? Persino Moody’s ha dichiarato che l’Europa è ormai in chiaro conflitto di interessi quando tratta con la Grecia e gli altri Paesi in difficoltà. Se le agenzie di rating pontificano sul conflitto di interessi, è segno evidente che siamo arrivati al fondo e le speranze di una risposta politica chiara e forte da parte dei governi europei sono ormai ridotte al lumicino. Come ha scritto Stefano Micossi su voxeu.org  , stiamo rischiando davvero di “perdere il paziente”. Ma è l’inevitabile risultato di una politica rigida che vuole solo la resa dei Paesi in difficoltà e anche senza l’onore delle armi. Se almeno Sarkozy si ricordasse, nei suoi incontri con Angela Merkel, cosa ha risposto il suo antenato Cambronne quando gli chiesero di arrendersi.

Tutti a scuola con il metodo Minetti



di Flavia Perina

Caro direttore, ha colpito molto i quotidiani del centrodestra un’indagine di Uni  versitanet.it   su oltre sedicimila studenti italiani secondo cui il 48 per cento è disposto a offrire prestazioni sessuali in cambio del superamento di un esame o di un test di ammissione. Il Giornale, sempre attento a questi argomenti pruriginosi, l’ha pubblicata con grande evidenza tuonando contro i danni “della non educazione familiare, scolastica e sociale degli ultimi trent’anni”. Secondo Anna Maria Bernardini De Pace la colpa è della dissennata stagione dei diritti: “Il diritto delle donne, del bambino, dei padri, delle minoranze, dei disabili (…) del sei politico e dell’essere dovunque siano gli altri senza mai passare attraverso il merito, la fatica, la differenza”.

Molto divertente. A me risulta che la legittimazione del diritto a usare il proprio corpo per superare i concorrenti ha origini molto più recenti. Fino a pochi mesi fa era uno dei cavalli di battaglia del centrodestra che ingaggiò sul tema una vera battaglia culturale, organizzando persino manifestazioni pubbliche all’insegna delle mutande appese. L’alfa e l’omega di quella straordinaria “kulturkampf” furono un articolo di Piero Ostellino in difesa delle donne “consapevoli di essere sedute sulla propria fortuna” e determinate a “farne partecipe chi può concretarla”, e lo sdoganamento della prostituzione come sistema di promozione politica da parte dell’on. Giorgio Stracquadanio.

Cito a memoria: “È assolutamente legittimo che ognuno di noi utilizzi quel che ha, l’intelligenza o la bellezza che siano per fare carriera”, e anche un deputato o una deputata si fossero venduti per un posto in lizza non ci sarebbe niente di censurabile.

Ora che l’indagine di Universitanet rivela lo straordinario successo di queste indicazioni, perché rinnegarle? Il 57 per cento delle studentesse e il 39 per cento degli studenti che “sarebbero pronti a prendere scorciatoie hot” per ottenere l’ammissione a una facoltà non sono figli del ’68 ma di quello straordinario 2010 in cui metà degli opinionisti del Paese si diede da fare per santificare il “metodo Minetti” e per accusare di vetero-moralismo chi, soprattutto fra le donne, avanzava critiche per quel tipo di selezione. Dopo quella stagione ci sono temi – il merito e i valori – su cui il centrodestra dovrebbe semplicemente evitare di intervenire. Si è giocato una volta per tutte la possibilità di farlo. La famosa scuola sessantottina, contro cui hanno straparlato per anni, persino se fosse stata la caricatura che descrivono – bivacchi in aula, promozioni garantite a tutti, insegnanti dediti alla droga e alla propaganda politica – sarebbe meglio della “scuola dei furbi” che il sistema berlusconiano ha stabilmente insediato ai piani alti e bassi della nostra società, dove la fatica e il sacrificio ci sono, sì, ma solo per i poveri, i brutti, gli sfigati che non hanno un parente assessore o per quella modesta percentuale che si ostina a pensare di potercela fare senza scorciatoie e senza vendersi.

Quanto al “6 politico”, la sua più compiuta realizzazione sta nei “diplomifici” tipo Cepu che offrono titoli di studio a pagamento per chi può staccare un assegno. L’avrà inventato il ’68, ma oggi lo incarna il Trota, l’universitario più fortunato d’Italia che può permettersi lezioni universitarie a domicilio per non perdere tempo. Il sedicente partito del merito se n’è accorto?

Formigoni mannaro, di notte azzanna la Minetti


“PER NOI ERA SOLO QUELLA DEL COLORADO CAFÈ”. POI SUGGERISCE LE DIMISSIONI DEL PREMIER. DI MATTINA NEGA

di Silvia Truzzi

Un errore è tanto più pericoloso quanta più verità contiene”, scrive Amiel. In questo genere di sbaglio, inguainato in una delle sue leggendarie camicie, è incappato il pio governatore della Lombardia. Che mercoledì sera, round midnight, a fine cena, è passato a salutare i giornalisti, incontrati per caso nello stesso ristorante. Al Basilico eravamo una decina, tra colleghi della carta stampata, siti web e tv. Roberto Formigoni si avvicina, non si siede, ma s’intrattiene una mezz’ora scarsa e ci racconta, senza farsi pregare, le sue opinioni su Napolitano, sul calciomercato, sulle amiche del premier, sul governo, su se medesimo (l’ego non difetta). Versione del governatore della Lombardia: “Silvio Berlusconi è ancora una risorsa. Ha capacità di leadership e il governo ha la forza, la capacità e il dovere di andare avanti fino alla scadenza della legislatura. Berlusconi poi ha governato molti anni e nel 2013 sarà lui a decidere. Il solo pensiero di sue dimissioni in un momento così complesso della politica e dell’economia internazionale è fuori di ogni razionalità e procurerebbe gravi danni al Paese. La mia ambizione, che è anche il mio dovere, è quella di contribuire al processo di rinnovamento del mio partito, ancorandolo sempre più alla nostra base elettorale e ai valori del Ppe. Non mi candido a leader del governo. Ho una certa considerazione di me stesso ma oggi il presidente del consiglio è uno dei lavori più ingrati”. Di seguito, quello che veramente ha detto nella notte riminese, salvo smentirlo una manciata di ore dopo, fedele al motto kantiano “il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”. Di Berlusconi: “Il centrodestra può vincere le prossime elezioni politiche a patto che entro Natale Berlusconi faccia un discorso a reti unificate per annunciare che non intende ricandidarsi. Se lui facesse questo gesto raccoglierebbe l’approvazione di molti nostri elettori. Io non posso pensare di “farlo fuori”: pugnalare Silvio sarebbe come pugnalare un padre anche se Berlusconi non è un padre per me. Ma qualsiasi altra ipotesi, che non preveda il ritiro di Berlusconi e lo svolgimento di una consultazione nel partito per scegliere il prossimo candidato premier, finirebbe per consegnare l’Italia al centrosinistra”.

POI GLI ABBIAMO chiesto di questioni di sua diretta pertinenza, tipo la consigliera dentale Nicole Minetti: “La sua elezione ci ha danneggiato più del caso Ruby. Perché in fondo la gente pensa che ognuno a casa sua può fare quello che gli pare. Ma l’idea che lo stipendio della Minetti lo pagano i contribuenti fa arrabbiare i cittadini. Chi poteva immaginare che la candidata alla Regione non era solo una protagonista di Colorado Cafè?”. Né lui né noi, è vero: ma essere una soubrette di per sé non dovrebbe far curriculum per entrare nel parlamento regionale... A questa osservazione Formigoni alza le spalle, sorride, ammicca, parla della solita innocua raccomandazione. E alla domanda se potrebbe essere lui uno dei candidati alla premiership, s’illumina e ci confida, con aria complice: “Ho fatto dei sondaggi e ho scoperto di essere forte nel nord e abbastanza forte nel sud, mentre, paradossalmente, sono più debole nell’ex Stato Pontificio”. Poi comincia a parlar di sé in terza persona (è vero): “Formigoni ha sempre preso migliaia di voti, molti più di Cl”. Ma un collega obietta che forse al sud non è così popolare come crede. E allora risponde: “Sono stato capo del Movimento popolare per dieci anni. Formigoni terrà sempre conto del sud, è un cattolico. E poi l’importante è che al sud tengano conto di lui”. Ce n’è anche per Napolitano (domenica il Presidente ha inaugurato il meeting con un intervento che non era proprio una carezza al governo): “Ha fatto un bel discorso ma poteva farlo ovunque, anche alla festa dei Carabinieri. A noi piace che chi viene qui accetti di confrontarsi con la nostra storia e la nostra identità. E’ una condizione che abbiamo imposto a Spadolini - era la seconda edizione del meeting - quando al primo presidente del Consiglio laico della Repubblica chiedemmo di misurarsi con noi su temi nostri”.

SALUTI, convenevoli e arrivederci: Formigoni se ne va. E naturalmente chi può, perché il giornale è ancora aperto, manda immediatamente il pezzo. Così verso l’una e 20 le dichiarazioni di Formigoni sono online sulinkiesta.it   e la mattina dopo nella seconda edizione di Repubblica, a pagina   14  . Che succede allora? Che Formigoni si precipita a telefonare al quasi padre B, con cui - ci tiene a precisare - “ha un rapporto ottimo e abbondante”. E gli racconta l’incidente: “Silvio, è successo a me quello che accade pure a te con i giornalisti... ”. Poi riconvoca i cronisti per dare “un’aggiustatina” alle sue esternazioni: “Non è un articolo di Repubblica che può pretendere di stravolgere le mie posizioni. Il mio pensiero su Silvio Berlusconi, il Pdl e sulle mie aspirazioni è molto chiaro e ho avuto modo di spiegarlo in alcune interviste e dichiarazioni ufficiali”.

Le verità notturne alla luce del sole hanno tutt’altro colore. Una cosa che succede anche nella Città vecchia di De André: “Vecchio professore cosa vai cercando in quel portone / quella che sola ti può dare una lezione / quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie / quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie”.