
Finita con l’Ulivo l’idea della faticosa costruzione delle stabili coalizioni di progetto, dopo un anno passato a ripetere con Veltroni “prima-il-programma-prima-il-programma” sembra che il mio partito abbia intonato la marcia “quel-che-conta-sono-le-alleanze”, un altro modo per dire che quel che conta è vincere.
Sono stato intervistato da questo giornale pochi giorni fa. E tuttavia sento la necessità di tornare almeno su un passaggio che ritengo in questi giorni cruciale. Mi riferisco alla denuncia della montante pretesa della totale autonomia della politica cioè della affermazione di un potere fine a se stesso, alla ricerca della vittoria a tutti i costi. Ora, sarà pure vero che in politica la conquista del potere è una precondizione indispensabile.
Senza un progetto chiaro e appassionante, si finisce tuttavia per tornare esattamente alla casella dalla quale pensavamo di esserci allontanati, quando Andreotti ci spiegava che “il potere logora chi non ce l’ha” dimenticando che logora invece ancora di più chi non riesce a spiegare che cosa ne farà.
E’ questo che il Pd non riesce ancora a comunicare: il progetto nuovo di un partito nuovo capace di rispondere alla profonda crisi del Paese. Un progetto che riconosca che la crisi attuale è certo nel suo esito economica, ma, nel mondo e nel nostro Paese, è soprattutto una crisi politica, una crisi delle regole legali e delle regole morali, la crisi della nostra capacità di governare le contraddizioni che la ricchezza e l’avidità hanno prodotto.
Di questo vorrei parlare con gli amici pugliesi anziché di primarie e di alleati.
Come dimenticare infatti che è dalla Puglia che sono venuti all’Italia nell’anno sciagurato che si è chiuso i segnali più allarmanti della nostra crisi: dalle malversazioni nella sanità, ai conflitti di interessi tra politica e imprenditoria, senza parlare degli squallidi scambi tra beni pubblici e prestazioni private che hanno visto coinvolti esponenti politici locali e nazionali, in Puglia e a Roma.
E’ la Puglia che in quest’anno ha fatto da sfondo all’accusa che, destra o sinistra sono in fondo uguali, e ha alimentato la tentazione di fare del federalismo fiscale uno strumento non per risolvere ma per chiudere la questione meridionale e gettare poi la chiave.
Questo per limitarci alla Puglia.
Perché se lo sguardo si volge altrove, lo spettacolo non è certo migliore. Penso solo come ultimo esempio al cosiddetto esperimento di un nuovo equilibrio in Sicilia totalmente indifferente al principio che solo il voto dei cittadini può varare o rovesciare il governo di tutti.
E’ di questo che mi piacerebbe leggere o dibattere: di come un’alleanza con un partito invece che con un altro possa rispondere a questa crisi. Non di come sommare i voti, costi quel che costi, perché tanto quello che conta è vincere. Di quale direzione scegliere, non di come scegliere chi deve guidarci delegando a lui la scelta della direzione. E invece siamo ancora a dividerci su cose che dopo vent’anni dovrebbero essere da tempo alle nostre spalle: a dividerci sulle primarie mentre ribadiamo che esse sono comunque iscritte nientedimeno che nel nostro Dna, a dividerci sulla necessità di reintrodurre una legge proporzionale mentre proclamiamo di essere comunque per una legge che metta la scelta dei governi nelle mani dei cittadini.
E’ questa la linea che ci manca.
Non ci mancano le proposte per affrontare singolarmente i problemi economici del Paese che Bersani va illustrando con efficacia in abbondanza. Quella che ci manca è una linea politica che batta la resa morale, una linea di riscatto che affronti alla radice perché riconosce la radice politica della crisi del Paese, una linea di lunga durata che chiede progetti e soggetti di lunga durata, non alleanze occasionali e variabili scelte solo per vincere. E non perché una proposta manchi, ma perché la proposta, quella che viene avanzata da dirigenti autorevolissimi come D’Alema a nome del partito, non è quella per la quale il partito è nato, né una sulla quale il partito abbia avuto la possibilità di decidere con una forza titolata a ridefinire il profilo iniziale del Pd “restituendo” come dice D’Alema al Pd il profilo che avevano i partiti prima del Pd, prima dell’Ulivo e prima del maggioritario, per consentire finalmente ai partiti, cioè ai capipartito, di governare il Paese.
E’ su questa proposta che il Pd deve ancora decidere, decidere se affidarsi a una politica orgogliosa della sua autonomia professionale che chiede alla società delega, adesione e appartenenza di parte, o promuovere una politica che si faccia strumento per raccogliere dalla società idee, passioni e partecipazione da trasformare in progetto per tutti.


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