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Da Veltroni, che una volta voleva andare in Africa, arriva una proposta per la migrazione “selettiva”
di Furio Colombo
L’alternativa è semplice e spietata: o la vita comincia dalla Lega (con la sua visione claustrofobica di confini piccoli e chiusi) e allora bollare con i punti l'esistenza di un immigrato ha un senso, come marchiare i capi di bestiame di una mandria; o la vita comincia dall'integrità delle persone, esseri umani in mezzo ad altri esseri umani: attese, sogni, vite progetti, speranze. E subito si capisce che la classifica a punti dati e tolti da cui dipendono futuro e destino di un uomo o di una donna non si può accettare. Mai esistiti codici a punti o Costituzioni a punti, dal diritto romano in avanti, con le eccezioni di dittature legate al culto assoluto di qualcosa o di qualcuno. Il vuoto di cultura, persino al livello minimo di scuola media della Lega, spiega molte credenze, molte penose superstizioni e disastrose soluzioni come le impronte digitali ai bambini rom e le classi separate.
Ma colpisce, come una botta disorientante, la improvvisa inclusione della misurazione a punti degli immigrati che fa irruzione nelle nuove posizioni del Partito Democratico, così come sono state presentate da Walter Veltroni ed Enrico Letta ad un'assemblea del PD che non si è ribellata (9 ottobre 2010). È come se i Democratici americani decidessero di rubare ai Repubblicani l'idea di tagliare le tasse ai ricchi. Si tratta di visioni opposte della vita. La vera questione è: uomini e donne, con i loro bambini, sono venuti da noi (“noi” è questo Paese, queste città, il luogo che amiamo e che, con naturale partigianeria , consideriamo “buono” e “civile”) attraversando pericoli mortali e pagando tutto ciò che possedevano e una sofferenza grandissima per sfuggire alla fame e al massacro. E noi ci riserviamo di stabilire, al momento dell'arrivo e poi giorno per giorno, se vanno bene o se vanno male, per spingerli, un po' più avanti o un po' più indietro, con il sistema dei punti. Noi chi? Alcuni di noi, a cui viene data questa strana autorità. Perché strana? Perché questi giudici-non giudici, queste autorità arbitrarie e occasionali, quando ti spingono avanti non guadagni niente, stai dove eri arrivato. Ma i punti “cattivi” possono spingerti indietro fino all'espulsione, fino a morire. È un giudizio universale, quello della vita a punti, in cui tutto di te è sotto processo in ogni istante. Ma è un giudizio universale senza Dio. È un continuo, infinito, processo civile e penale, ma senza appello, senza codici, senza avvocati e senza giudici. Ci sono solo autorità burocratiche e improvvisate, con un potere immenso e nessuna regola.
Una proposta lontana dalla realtà
STUPISCE il distacco dalla realtà, un doppio distacco. Il primo è che nel mondo a punti – giustamente così caro alla Lega, agli xenofobi e alle destre estreme d'Europa– il peggiore degli italiani è già piazzato dove tenterà faticosamente di arrivare, punto dopo punto, il migliore dei migranti. Dunque, vi sono due umanità: quella nata “nel territorio” anche con le peggiori predisposizioni; e quella nata in Eritrea che, se perde il concorso a punti, viene rimandata a morire, perché c'è guerra, pena di morte e arbitrio totale nel luogo da cui è fuggito. E se è una donna, infibulazione. Riflettiamo sul fatto che anche noi, cittadini superiori, viviamo nell'arbitrio. Ogni italiano lo riconosce e lo sperimenta ogni giorno. L'Italia è ancora, purtroppo, una società distorta e caotica dove persinoicittadinipiùprobicercano ogni giorno “un santo in paradiso”.
Dirò subito che ciò che stupisce e disorienta è la credibile buona fede di questa proposta. All'assemblea del Partito Democratico di Busto Arsizio Enrico Letta ha detto: “Dobbiamo finirla con lo scambio fra pochi controlli e pochi diritti”. Pochi controlli? Mai verificato che cosa succede a Brescia, a Varese, ad Adrio, a Tradate, persino sui tram di Milano?
Trascrivo dal testo proposto a Busto Arsizio da Walter Veltroni: “Si tratta di una politica migratoria selettiva: l'ammissibilità legata a una valutazione delle caratteristiche degli immigrati. (…) Età, sesso, stato civile, istruzione, specializzazione, conoscenza della lingua, della cultura, dell'ordinamento del Paese si combinano in un punteggio o valutazione della ammissibilità dei candidati all'immigrazione”.
Letta e il “partito della conservazione”
SPIEGA Andrea Sarubbi, deputato Pd, tra i più generosi e impegnati nel sociale, nel suo blog del 9 ottobre 2010: “Noi dobbiamo essere quelli capaci di proporre uno scambio fra tanti diritti (con l'obiettivo finale della cittadinanza) e tanti controlli. Parlare di immigrazione in modo più pragmatico e meno ideologico potrà disorientare qualcuno. Ma è un rischio che dobbiamo prenderci, se non vogliamo essere in eterno – e cito Enrico Letta – il partito della conservazione dell'esistente”. “Conservazione”: la stessa parola che usa Marchionne per definire i sindacati che gli resistono. Certo, i testi che ho appena citato – e tutto ciò che sulla “nuova immigrazione” secondo il Pd hanno detto Letta e Veltroni in quella assemblea – disorienta profondamente chi scrive. Devo ricordare un altro brano del blog di Sarubbi: “Una volta che li ha fatti entrare [gli immigrati, ndr] lo stato deve mettere i soldi. Soldi sull'integrazione, soldi sui progetti di inclusione, soldi sui servizi, magari attingendo ai contributi versati dagli stessi immigrati”. Appello generoso, accanto al gelo della vita a punti. Ma qui il pragmatico che vuole scuotersi di dosso la polvere dell'ideologia deve accettare l'unità di misura del pragmatico: la realtà.

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