martedì 4 gennaio 2011

Bombe, servizi segreti e rapporti politici La strategia della tensione della ‘ndrangheta


Gli attentati al procuratore Di Landro sono il filo rosso che unisce il terzo livello della mafia calabrese, la più potente e raffinata del mondo. Ecco, allora, la cronaca di un anno, il 2010, vissuto in nome di un attacco frontale delle cosche allo Stato

“La criminalità non si può vincere solo con le sentenze o con i provvedimenti restrittivi”. Il procuratore generale di Reggio Calabria Salvatore Di Landro definisce “il 2010 un periodo orribile che passerà alla storia della città dello Stretto”. All’incontro organizzato ieri dal movimento “Reggio non tace”, Di Landro parla di “situazione drammatica che non sappiamo se e quando finirà. La criminalità organizzata è scesa in campo in un momento storico preciso, perché la magistratura è diventata più forte”.

L’anno che si è appena chiuso, infatti, è stato caratterizzato dalla “strategia della tensione”. Bombe, proiettili, lettere di minacce e bazooka. Tutto fa brodo in un disegno criminale in cui la ‘ndrangheta è solo uno degli attori assieme alla massoneria, alla politica e ai servizi deviati. Ripercorriamo, allora, i fatti più eclatanti.

3 gennaio 2010: l’attentato alla Procura generale

Ancora deve spuntare l’alba. Un boato in via Cimino, in pieno centro storico. La città si sveglia stordita. Una bombola a gas collegata a un panetto di tritolo viene lasciata la notte del 3 gennaio davanti alla porta della Procura generale. Attacco allo Stato. Un messaggio alla magistratura che, da mesi, ha messo le mani sul terzo livello. Ancora siamo lontani dalle manette. Ma il loro tintinnio, per via delle voci che si rincorrono, si avverte da tempo in città. Un messaggio alla magistratura, al nuovo corso della Procura generale ma anche a una Direzione distrettuale antimafia che si è spinta in avanti. Una telecamera riprende tutto. Due persone, a bordo di uno scooter, arrivano in via Cimino. Accendono la miccia e posizionano la bomba davanti alla porta d’ingresso. Trenta secondi e l’ordigno esplode.

21 gennaio: paura per il corteo del presidente della Repubblica

Diciotto giorni ancora. Il 21 gennaio, in via Ravagnese, viene fatta ritrovare una Fiat Marea nera imbottita di armi. L’auto si trova a poche centinaia di metri dall’aeroporto, lungo il tragitto del corteo presidenziale. A Reggio c’è il Capo dello Stato Giorgio Napolitano. Da lì a poco sarebbe dovuto passare nei pressi di via Ravagnese. Per la prima volta entra in scena il commercialista Giovanni Zumbo. Una figura strana intercettata pochi mesi più tardi con Giovanni Ficara a casa di Giuseppe Pelle mentre informava i due boss circa le inchieste “Crimine” e “Infinito” delle Dda di Reggio e di Milano.

Da amministratore di beni confiscati alle cosche a consulente dell’ex assessore regionale Alberto Sarra (oggi sottosegretario del governatore Scopelliti), Zumbo vanta amicizie importanti nei servizi segreti e contatti preziosi con uomini del Ros. L’unico accertato, però, è quello con l’appuntato dei carabinieri Roberto Roccella. A lui, il commercialista-talpa dà la notizia della Fiat Marea di via Ravagnese, abbandonata lì con le portiere aperte e con armi “confezionate” per lanciare un messaggio chiaro alla magistratura e allo stesso tempo per far ricadere la colpa su Pino Ficara, il cugino odiato di Gianni “reale” regista della “tragedia”.

Per quelle armi vengono arrestati prima il meccanico Francesco Nocera (condannato in primo grado a 4 anni) e poi l’imprenditore Demetrio Domenico Praticò, accusato di associazione a delinquere di stampo mafioso e detenzione di armi. È già in carcere, invece, Giovanni Ficara finito in manette poche settimane prima nell’ambito dell’operazione “Reale”.

Febbraio criminale

A inizio febbraio una lettera di minacce e una cartuccia vengono recapitate al sostituto procuratore della Dda Giuseppe Lombardo. Un’intimidazione che arriva qualche giorno dopo la requisitoria del processo “Testamento”. Ma soprattutto è di Lombardo l’inchiesta “Meta” che, a luglio, stroncherà la ‘ndrangheta reggina facendo luce sulla modifica degli accordi del 1991 tra le cosche uscite dalla seconda guerra di mafia. La stessa inchiesta del Ros che porta alla sbarra 42 persone, importanti imprenditori della città e pezzi da novanta delle famiglie mafiose come Pasquale Condello alias “il Supremo”, Pasquale Libri e Giuseppe De Stefano. Sono loro i tre mammasantissima attorno a cui ruotano tutti gli affari sporchi della città, dalle estorsioni agli appalti pubblici. Coinvolti anche esponenti di primo piano della politica. Nell’ombra, forse, qualche testa pensante, pupara di un sistema che ha trasformato Reggio in un pantano senza fine. Consiglieri comunali che vengono intercettati mentre barattano posti di lavoro e consulenze con voti e tessere di Forza Italia. Nell’informativa del Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri finisce di tutto, le conversazioni tra due imprenditori che indicano in Consolato Scopelliti, in arte “Tino”, colui che prende le “mazzette” dalle imprese che vincono gli appalti al Comune. Comune retto dal fratello, Giuseppe Scopelliti che, stando sempre dall’informativa del Ros, viene visto partecipare a un pranzo al ristorante dove si festeggiava l’anniversario di matrimonio dei genitori di due imprenditori reggini in odor di mafia, uno dei quali arrestato nell’operazione “Meta”. A quel pranzo partecipa anche il boss Cosimo Alvaro, l’unico sfuggito alla cattura a fine maggio.

Poche settimane prima del blitz, una seconda lettera minatoria indirizzata al sostituto Lombardo che fa il paio con il proiettile al sostituto della Dda Antonio De Bernardo (intercettato all’ufficio postale di Montebello Jonico) e con la busta recapitata al procuratore Pignatone al Cedir, il palazzo che ospita gli uffici giudiziari ma anche i parcheggi delle auto blu. La “mano nera” arriva anche lì dove la sorveglianza è h 24. Le blindate del procuratore generale Di Landro e del sostituto Adriana Fimiani vengono manomesse mentre sul parabrezza dell’auto del procuratore di Palmi Giuseppe Creazzo viene lasciato un proiettile.

Luglio: il maxiblitz

Mentre il governo approfitta per continuare con le passerelle in Prefettura, la magistratura reggina continua a lavorare in un territorio che, per dirla alla Di Landro, “è di frontiera e lo sarà sempre”. Le indagini vanno avanti, parallelamente a quelle di Milano. Il 13 luglio scattano gli arresti: in provincia di Reggio e in Lombardia 300 persone finiscono in manette per associazione mafiosa.

Un agosto caldissimo

Il 26 agosto, la ‘ndrangheta alza nuovamente il tiro. Sempre due persone a bordo di uno scooterone piazzano un ordigno davanti al portone dell’abitazione del Procuratore generale Di Landro, da pochi minuti rientrato a casa. Sventrato l’ingresso del palazzo. Lo Stato, latitante fino ad ora, si è accorto che il magistrato “preso di mira” non aveva una scorta, ma una semplice tutela. Dopo otto mesi dalla prima intimidazione, nessuno presidiava la sua abitazione. La tensione è altissima. Da Gerace, alle 3 di notte, Nicola Gratteri senza scorta rientra a Reggio e presiede il vertice notturno con le forze dell’ordine. Partono le indagini che, già l’indomani mattina, finiranno sulla scrivania del procuratore Vincenzo Antonio Lombardo.

Ottobre: arriva l’esercito

Occorrerà arrivare al 5 ottobre, quando viene fatto trovare un bazooka “per Pignatone” a poche centinaia di metri dal Cedir, affinché il governo mandi l’esercito a Reggio Calabria. Un presidio “discreto” degli uffici giudiziari e delle abitazioni di alcuni magistrati che consentirà alle forze dell’ordine di impiegare più uomini nelle strade. In riva allo Stretto, da qualche settimana, si è aperta una nuova stagione di pentiti. Decidono di collaborare con la giustizia prima Roberto Moio, genero del boss Giovanni Tegano, e poi il boss Nino Lo Giudice, detto il “Nano”. Proprio quest’ultimo, viene arrestato pochi giorni dopo il rinvenimento del bazooka nell’ambito di un’altra indagine. Il 15 ottobre decide di collaborare e confessa di essere l’autore delle due bombe alla Procura generale e di essere il responsabile del lanciarazzi abbandonato nei pressi del Cedir. Inizia a fare i nomi dei complici, e gli uomini della Mobile arrestano Antonio Cortese. Sarebbe stato lui il bombarolo secondo la ricostruzione del pentito che, comunque, sembrerebbe non avere avuto grossi interessi personali per intraprendere, da solo, una guerra con lo Stato.

E così ieri il grande corteo di Reggio è stata l’ultima forte risposte della società civile. “Una guerra che si può vincere”, dice il procuratore aggiunto Michele Prestipino, pochi minuti prima del corteo di “Reggio non tace” che ha realizzato anche un video in occasione dell’anniversario della prima bomba di via Cimino. Il magistrato ha esortato la società ad abbandonare l’omertà e non farsi condizionare dalla paura: “I mafiosi sono preoccupati di perdere il consenso, di non avere più presa in mezzo alla gente”.

Intanto, in questi mesi, Nino Lo Giudice sta continuando a collaborare. Sta parlando dei rapporti tra ‘ndrangheta e politica giurano i magistrati reggini che hanno riempito già centinaia di pagine dei verbali. Sulle bombe e sulla strategia della tensione il quadro non è ancora completo. La procura di Catanzaro continua a indagare per definire i contorni di un’azione che, certamente, non può essere stata architettata dal solo “Nano”. Il sospetto è che la “il regista”, magari un insospettabile, sia altrove e che, forse, sia stato già iscritto nel registro degli indagati.

di Lucio Musolino

Sui diritti fondamentali non c'è referendum che tenga



Noi dell’Italia dei Valori riteniamo che i referendum sono fondamentali e importanti, infatti ne abbiamo promossi tanti anche noi, purché non vengano fatti sotto la spada di Damocle del ricatto. È chiaro che nel caso di quello indetto nella fabbrica di Mirafiori, il lavoratore che si trova a dover scegliere tra l’andare a casa o accettare condizioni al ribasso rispetto a propri diritti fondamentali non può che votare SI. Ma chi deve difenderlo? Chi deve farsi carico dei suoi diritti come parte debole della catena industriale?
Noi dell’Idv crediamo che più siamo, per far sì che la vicenda Fiat trovi uno sbocco positivo per tutti, meglio è. Non siamo a priori contro le imprese, senza le quali non ci sarebbe nemmeno il lavoro, vogliamo però che il sistema industriale rispetti le regole del gioco e che queste non vengano cambiate di volta in volta per favorire gli interessi di una sola parte, ovvero dei datori di lavoro, a discapito dei lavoratori. Il sindacato ha una funzione essenziale che è quella di difendere la parte più debole. Ci auguriamo perciò che anche le altre forze politiche escano allo scoperto, non per alimentare lo scontro, ma per trovare una soluzione condivisa. Quella che noi proponiamo oggi è un tavolo comune in cui vengano rimessi in discussione questi accordi separati, queste soluzioni trovate dall’azienda soltanto a suo vantaggio, costringendo gli operai ad accettarle con la minaccia di chiudere. Oggi è successo a Mirafiori, ma un domani potrebbe accadere ad altri stabilimenti e poi anche ad altre imprese. La legge della giungla, dove vince sempre il più forte, può giovare al sistema finanziario ma penalizza i cittadini che devono arrivare a fine mese e hanno bisogno di lavorare.
La Fiom non può fare altro, rispetto a quello che sta facendo, ovvero difendere i diritti di coloro che vengono costretti da una normativa capestro a votare SI al referendum indetto a Mirafiori. Noi dobbiamo rispettare il voto dei lavoratori ma non ci possiamo arrendere, dobbiamo continuare a denunciare che si tratta di voti ottenuti con un ricatto e che ci sono accordi che violano la Costituzione. Una soluzione che prevede che non si può più scioperare o partecipare ad organizzazioni sindacali è un’esplicita violazione degli articoli 39 e 40 della Carta Costituzionale. Quindi anche se dovesse vincere il SI al referendum, ancor di più dovremo stare dalla parte dei lavoratori che si troverebbero in una situazione compromessa.
In quest’ottica l’impegno dell’Italia dei Valori non è di alimentare lo scontro e di scegliere una parte, penalizzando l’altra, ma di favorire il compromesso, di responsabilizzare le istituzioni, il governo ma anche il Parlamento, affinché possano indurre aziende come la Fiat a mantenere la produzione in Italia. Il problema di fondo, infatti, è la delocalizzazione, che un domani potrebbe riguardare anche altre aziende. Il governo dovrebbe convincere la Fiat che lasciare la produzione in Italia è conveniente anche per i suoi interessi e non solo per quelli dei lavoratori.
Chiediamo al governo di convocare immediatamente un tavolo unitario. Da una parte serve ad assicurare alla Fiat incentivi e regole tali da permetterle di competere con le altre realtà mondiali, dall’altra deve chiedere all’azienda di lasciare le produzioni in Italia, perché di una Fiat grande finanziariamente che però sposta la produzione all’estero, licenziando e mettendo in cassa integrazione i suoi operai, il sistema Italia ci fa poco o niente.
Noi, come partito, ci impegniamo a batterci in tutte le sedi che ci competono: abbiamo depositato un disegno di legge sulla rappresentanza sindacale, abbiamo chiesto a tutti i nostri eletti nei consigli comunali, provinciali e regionali, di presentare mozioni all'ordine del giorno in difesa dei lavoratori, così che nelle prossime settimane se ne discuta in tutta Italia. Inoltre crediamo che in questi accordi ci siano violazioni di legge macroscopiche, e cercheremo di portare questo fatto all'attenzione delle sedi giudiziarie competenti.
Il 28 gennaio saremo in piazza, non soltanto per difendere i diritti dei lavoratori ma più in generale per rilanciare un tema, emerso anche dopo le proteste degli studenti: esiste un disagio sociale nel nostro Paese, un crescente divario tra i pochi che stanno troppo bene e i molti che stanno troppo male. Questo non vuol dire fare i comunisti, sono principi di un buon cristiano: distribuire le ricchezze, in modo che ci sia un tozzo di pane per tutti.

Bruckner 7 Adagio (Furtwängler BPO 1942) 1/3

Tutti uguali (in Israele)


di Marco Travaglio

Casomai i giudici della Consulta necessitassero di illuminazioni in vista della sentenza sul legittimo impedimento, suggeriamo la lettura delle ultime cronache da Israele, dove l’ex presidente della Repubblica Moshe Katzav (Likud, centrodestra) è stato appena condannato per stupro e molestie sessuali su nove impiegate del suo ufficio durante il suo mandato, dal 2000 al 2007.

Le indagini sono durate 4 anni, il processo un anno e mezzo: l’ex capo dello Stato s’è difeso gridando al complotto politico-mediatico e alla persecuzione per motivi religiosi (in quanto ebreo sefardita), ma s’è ben guardato dal dire una parola contro i giudici, che alla fine hanno creduto alle sue accusatrici e ai riscontri portati dalla polizia. E che ora dovranno quantificare la pena: Katzav rischia 16 anni di reclusione, che sconterà in galera.

A questo punto qualcuno (italiano, s’intende) si porrà alcune domande, tratte dal consueto repertorio che accompagna (in Italia, s’intende) i processi ai politici.

Come ha potuto Katzav svolgere serenamente le sue funzioni, dividendosi fra il palazzo presidenziale e l’aula di tribunale?

Come hanno osato i giudici calpestare il primato della politica e sostituirsi al popolo?

Com’è possibile che l’uomo più potente d’Israele non fosse coperto dall’immunità che (come si racconta in Italia, s’intende) in tutte le democrazie protegge le alte cariche per metterle al riparo dalle incursioni giudiziarie?

Le risposte sono semplici, quasi disarmanti.

Nel 2007, quando finì sotto inchiesta, Katzav poteva avvalersi dell’immunità che copre il capo dello Stato per i delitti connessi alle funzioni fino al termine del mandato. E restare al suo posto, magari invocando la presunzione di non colpevolezza fino a sentenza definitiva. Invece, forse perché gli veniva da ridere a sostenere che stuprare segretarie rientri tra le funzioni presidenziali, forse per un soprassalto di dignità, preferì dimettersi a pochi mesi dalla scadenza naturale. Al suo posto il Parlamento elesse un esponente dell’opposizione, il laburista Shimon Peres.

Katzav affrontò l’incriminazione e poi il processo come un normale cittadino. Per evitare il carcere, si dichiarò colpevole di accuse minori, altrimenti l’avrebbero pure arrestato.

Ora, insieme alla condanna (non solo per i reati sessuali, ma pure per le menzogne raccontate ai giudici, che in Italia sono un diritto della difesa, mentre in Israele costituiscono reato di “ostruzione della giustizia”), s’è visto ritirare il passaporto: deve tenersi a disposizione, perché appena sarà fissata la pena, finirà in carcere. Di lì potrà fare appello nel secondo e ultimo grado di giudizio: la Corte suprema. Che raramente riforma le sentenze di primo grado.

Ricapitolando: in Israele non c’è immunità automatica né legittimo impedimento per nessun’alta carica dello Stato, nemmeno per reati commessi durante il mandato e connessi a esso (due anni fa anche il premier Ehud Olmert, inquisito per presunti finanziamenti illeciti, lasciò il governo per sottoporsi alla giustizia e al suo posto fu eletto il suo avversario Benny Netaniahu). Figurarsi per quelli commessi da un premier prima e al di fuori delle funzioni (come nel caso B.).

Commento del premier Netaniahu, compagno di partito di Katzav: “E’ un giorno molto triste, ma anche un giorno in cui si dimostra che ogni cittadino israeliano è uguale di fronte alla legge e ogni donna è la sola padrona del suo corpo”.

Commento del quotidiano Haaretz: “Il nostro sistema legale ha dovuto decidere se l’uomo scelto per essere il cittadino numero uno di Israele ha gli stessi diritti sessuali un tempo garantiti ai signori feudali, ai re e ai principi”.

Commento di Fiamma Nirenstein, giornalista filoisraeliana e deputata del Pdl, sul Giornale di B.: “La fiducia nei giudici in Israele è incrollabile. La decisione della Corte serve da monito: qui non esistono signori feudali e sovrani assoluti. L’intoccabilità non è di casa”.

Signori della Corte costituzionale, ci siamo capiti?

lunedì 3 gennaio 2011

La Corte dei Conti dura con Masi "Restituisca alla Rai 700mila euro"


LEANDRO PALESTINI

Comincia male il 2011 per il direttore generale della Rai Mauro Masi. La Corte dei Conti gli contesta di aver procurato un danno erariale alla Rai, l'azienda che dirige e che ha i conti in rosso. La Corte quantifica il danno in 680mila euro, che il dg Rai dovrebbe pagare di tasca propria per gli "esborsi ingiustificati" a carico dell'azienda legati alla cessazione del rapporto di lavoro dell'ex conduttrice del Tg1 Angela Buttiglione e Marcello Del Bosco (direttore di Radiorai fino all'agosto 2009). Cifre record per dei pre-pensionati: 935 mila euro per la Buttiglione (sarebbe andata comunque in pensione nel 2010) e 700mila euro per Del Bosco. Il vice procuratore generale Massimo Di Stefano a dicembre ha depositato gli atti dell'istruttoria e chiesto la condanna del dg Rai.

L'udienza è fissata per il 7 aprile. Masi dovrà difendersi dall'accusa di aver pagato con soldi pubblici un discutibile "patto di non concorrenza e obbligo di riservatezza della durata di due anni successivi alla cessazione del rapporto di lavoro". Alla Buttiglione oltre all'incentivo (515mila euro) sono stati dati 420mila euro per astenersi da attività concorrenti alla Rai dopo il licenziamento; per Marcello Del Bosco allo scivolo (435 mila euro) si sono aggiunti 260 mila euro, sempre per un patto di non concorrenza.

La Corte dei Conti si è messa in moto dopo gli esposti del consigliere
Antonino Rizzo Nervo (area Pd), evidenziando gli "strani casi" della Buttiglione (direttore della testata giornalistica regionale Rai fino all'ottobre 2009) e di Del Bosco. La Corte nel censurare l'esborso "ingiustificato" praticato da Masi ricorda che "la decisione del Cda Rai di rimuovere i due giornalisti, senza decidere una ricollocazione adeguata al tipo di incarichi rivestiti in precedenza, implica di per sé l'insussistenza del timore che essi intraprendessero attività concorrenti in grado di danneggiare l'azienda". Immotivato quindi l'esborso di ulteriori 680mila euro da parte del servizio pubblico per un "patto di non concorrenza". Sul tema degli sprechi Rai, la magistratura contabile ha passato ai raggi X anche i casi di dirigenti Rai "cessati" da precedenti incarichi e "rimasti privi di collocazione" o "ricollocati con ritardo, continuando peraltro a percepire lo stipendio". Si parla delle vicende del direttore di RaiTre Paolo Ruffini e dell'ex dg Rai Claudio Cappon. Ruffini era rimasto senza incarico dal 25 novembre 2009, intraprendendo un contenzioso giudiziario con l'azienda, e la Corte segnala un "ulteriore danno erariale pari alla retribuzione corrisposta al dirigente durante il periodo in cui era rimasto senza incarico". Il magistrato Massimo Di Stefano ricorda che un "ulteriore danno erariale deriva dalla mancata ricollocazione del dottor Claudio Cappon", ex direttore generale Rai. Masi, pur di allontanare dirigenti sgraditi, ha insomma prodotto cause di lavoro costose e votate al fallimento. Paolo Ruffini è stato reintegrato alla guida di RaiTre il 20 luglio 2010 da un giudice del lavoro. Claudio Cappon è stato nominato ad di NewCo Rai International.

(03 gennaio 2011)

La legge “salva Berlusconi” sul legittimo impedimento alla prova dei fatti


Il prossimo 11 gennaio la Corte Costituzionale deve stabilire se la legge sul “legittimo impedimento” che il Presidente del Consiglio si è fatta appositamente confezionare per non farsi processare ( legge 7 aprile 2010 n. 51) violi o meno la Costituzione italiana.
Noi dell’Italia dei Valori riteniamo di sì: viola sia l’art. 3 (tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge) che l’art. 138 della Costituzione (la decisione di accordare un particolare status immunitario al Presidente del Consiglio andava eventualmente presa con legge costituzionale e non con legge ordinaria).
In questi giorni abbiamo già avuto modo di conoscere l’orientamento di qualche giudice della Corte costituzionale e precisamente quello del giudice Luigi Mazzella, il quale ha informato i suoi colleghi che, a suo dire, la legge non sarebbe incostituzionale. Per intenderci, Mazzella è quello stesso giudice che, facendo molto inorridire i cultori della sacralità della Corte Costituzionale, tempo addietro aveva organizzato a casa sua, unitamente ad un altro giudice costituzionale, Paolo Maria Napolitano, una cena con il Presidente del Consiglio Berlusconi e con il Ministro della Giustizia Alfano.
E’ anche trapelata la notizia secondo cui il relatore della causa, Sabino Cassese, potrebbe prospettare ai colleghi una sentenza «interpretativa di rigetto», vale a dire che la Corte darebbe un sostanziale via libera al legittimo impedimento, a patto però che a decidere se accordare o meno il rinvio dell'udienza sia il giudice dopo una verifica, caso per caso, dell'impedimento stesso.
Se così fosse sarebbe, con tutto il rispetto per i giudici della Corte, una soluzione pilatesca che non risolverebbe affatto il problema in quanto la previsione del “legittimo impedimento da valutare caso per caso dal giudice”, da una parte già esiste nel nostro ordinamento e vale per tutti (art. 420 ter c.p.p.: quando risulta che l’assenza dell’imputato è dovuta ad assoluta impossibilità di comparire per caso fortuito, forza maggiore o altro legittimo impedimento, il giudice, con ordinanza, anche d’ufficio, rinvia ad una nuova udienza), dall’altra non risolverebbe affatto il problema di Berlusconi (il quale vuole una legge che assicuri il rinvio sine die dei suoi processi, senza alcuna possibilità per il giudice di sindacare se effettivamente il giorno fissato per la causa sia davvero impedito a parteciparvi).
Si dirà: ma allora, al di là delle parole, anche nel caso in cui la Corte Costituzionale dovesse emettere una “sentenza interpretativa di rigetto”, Berlusconi potrebbe essere processato.
Non è detto. Anzi è sottinteso il contrario. L’art. 420 ter cpp. prescrive che l’impedimento dell’imputato a comparire davanti al giudice, per essere rilevante, deve essere “assoluto” e “attuale”, presupponendosi quindi sia uno “specifico accertamento del fatto”, che la valutazione da parte del giudice se l’impedimento addotto dall’imputato sia reale o immaginario. Invece, la legge sul legittimo impedimento n. 51/10 esclude sia lo “specifico accertamento del fatto” che “l’attualità” e “l’assolutezza” del medesimo. Insomma, farebbe uscire dalla finestra (il processo a Berlusconi) ciò che astrattamente entrerebbe dalla porta (la possibilità di processarlo).
Che fare, allora?
Qualcosa si può ancora fare e ci può pensare direttamente il popolo italiano (salvo che non ci pensi già da subito la Corte Costituzionale in uno scatto d’orgoglio in difesa della Costituzione): si può cancellare “in radice” la legge 51/10 attraverso il referendum abrogativo della legge.
Il referendum non è solo possibile ma è già una realtà.
Sì, perché l’estate scorsa, mentre gli altri partiti facevano le “cicale”, noi dell’Italia dei Valori abbiamo raccolto quasi un milione di firme per promuovere il referendum abrogativo della legge n. 51/10 sul legittimo impedimento.
Il referendum ha già superato lo scorso 20 dicembre il vaglio della Corte di Cassazione che ha riconosciuto la validità e regolarità della sottoscrizione delle firme da noi raccolte.
Il prossimo 11 gennaio la Corte Costituzionale dovrà valutarne l’ammissibilità, valutazione che non potrà che essere positiva, non fosse altro perché la stessa Corte già si è espressa in tal modo in occasione dell’analogo referendum sempre proposto dall’Italia dei Valori nei confronti del precedente “Lodo Alfano” (legge 23 luglio 2008, n. 124).
Il 2011, quindi, può essere l’anno che segna la fine dell’era Berlusconi: basta che la maggioranza degli elettori lo voglia per davvero.
Ma gli italiani lo vogliono per davvero? Tutto dipende dal grado e dall’intensità con cui il “virus del berlusconismo”, frutto di continue promesse da marinaio e di pressante disinformazione di regime, è riuscito a contagiare le loro coscienze.
Noi dell’Italia dei Valori crediamo che la parte sana del paese sia ancora maggioranza e ad essa chiediamo di non rinunciare e di non arrendersi proprio ora che siamo quasi alla fine della via crucis: facciamo in modo che, attraverso la partecipazione massiccia al referendum, la prossima Pasqua sia anche la resurrezione della democrazia e della legalità nel nostro paese!

LETTERA APERTA AL DIRETTORE DE IL CITTADINO DI LODI

Caro Direttore,

ho atteso invano che la segreteria provinciale dell’IdV spendesse una parola in difesa di Antonio Di Pietro e, salvo errori, sul suo quotidiano non ho letto niente.

Per paradosso le critiche, feroci, vengono dall’interno del partito e portano la firma di Luigi De Magistris, Sonia Alfano europarlamentari e Giulio Cavalli consigliere regionale.

A mio giudizio tre beneficati di Antonio Di Pietro.

Luigi De Magistris, relegato a giudice presso il tribunale penale di Napoli sarebbe rimasto nel cono d’ombra in cui era stato relegato, ingiustamente o meno non interessa.

Sonia Alfano sarebbe rimasta una oscura funzionaria della regione Sicilia e sindacalista. Vero è che dopo l’uccisione del padre Beppe da parte della Mafia si è data un gran daffare, motivo per il quale ha ricevuto minacce e le è stata assegnata la scorta. Senza, tuttavia, Antonio Di Pietro non sarebbe andata molto lontano.

Buon ultimo in ordine di tempo Giulio Cavalli, nato nel 1977, attore, scrittore, regista, uomo politico, assurto alla notorietà per le minacce di stampo mafioso reiteratamente ricevute in conseguenza della sua attività di denuncia, dinamicissimo (ha appena 33 anni), l’anno scorso viene eletto consigliere provinciale (3.836+528 preferenze). L’elezione a consigliere regionale lo proietta irresistibilmente verso la notorietà mediatica, presentando il suo libro “Nomi, cognomi e infami”, il più noto dei tre libri scritti fra il 2007 e il 2010.

Domanda: questi tre uomini politici sarebbero potuti essere candidati da altre formazioni politiche, il PD a esempio? Io non lo so, so che fanno parte dell’Italia dei Valori, mi sembra siano alquanto ingrati. E ciò accade nel momento in cui due sciagurati lasciano l’IdV per confluire nel gruppo misto della Camera e votano la fiducia a Berlusconi.

Scrivono una lettera aperta, ben nota, chiedono di partecipare al processo decisionale nel delineare i candidati dalla prossime politiche generali, pur sapendo bene che l’attuale, infame, legge elettorale obbliga i segretari partito a formare le liste c.d. “bloccate”. Iniziativa a mio giudizio improvvida che mette in grave difficoltà Antonio Di Pietro, fondatore del partito, che ha sventato attacchi furiosi reiterati, senza rendersi conto, forse, che un formazione politica così giovane ha ancora bisogno di una figura carismatica, non ancora emersa in alternativa a Di Pietro.

C’è di più. Danno (involontariamente?) man forte a Paolo Flores d’Arcais, direttore del mensile MICROMEGA, al quale sono abbonato, che per la seconda volta tenta di forzare la mano, senza riuscirci, ad Antonio Di Pietro, prefigurando sciagure se il partito non si spersonalizza. Per ultimo si inventa anche un sondaggio a risposte multiple, del tutto privo di validità scientifica e, udite udite, quando la risposte positive, scarse nelle prime 48 si impennano, si beve la frottola degli sms inviati agli iscritti (io, iscritto, non ho ricevuto nulla) per ‘alterare’ i risultati del sondaggio, il tutto ripreso da Repubblica (è notorio che a Eugenio Scalfari Antonio Di Pietro non piace, con una punta di arroganza intellettuale). Ciò accade in un panorama politico in cui solo il PD non reca il nome del leader nel simbolo, percorso da un quindicennio almeno di lotte intestine che lo impediscono.

Non so se la segreteria regionale ha speso parole in difesa, però ho letto argomentazioni significativi sul blog di Di Pietro e sul Fatto Quotidiano. Particolarmente significativo l’ultimo articolo di Bruno Tinti (Procuratore della Repubblica aggiunto di Torno, in pensione dal 2008), il quale ricorre al paradosso per dimostrare che in molte aree geografico/politiche è molto difficile fare scelte che prevedano la candidatura di persone di specchiata onestà e competenza.

Da eccellente P.M. specializzato nei reati finanziari, articola una analisi molto sofisticata.

Inizia così: “Nell’arcinota lettera che De Magistris, Alfano e Cavalli hanno scritto a Di Pietro c’è una frase che mi ha fatto pensare: “ … Chi spera che l’Idv torni un partito del 4 % per poterlo amministrare come meglio crede…” Delle insinuazioni sull’amministrazione del partito ho già scritto. Ma è la storia del 4 % che mi ha fatto riflettere. Dunque, Idv deve diventare un grande partito, 25, 30% e forse più. Sarebbe bellissimo, li facciamo tutti a strisce. Come si fa? Con tanti voti. E come si fa ad avere tanti voti? Qui cominciano i problemi.”

Prosegue parlando della sua novella esperienza di conferenziere, nel cui ambito incontra spessissimo una prima categoria di persone, che “sanno poco, esperienze professionali modeste, cultura approssimativa. In compenso grande attivismo, luoghi comuni, tono di voce elevato, slogan di una superficialità irritante. Riscuotono grande successo: parlano alle pance, non alle teste.”.

Poi ci sono “i professionisti della politica, gente che ne ha fatto un mestiere e che, in vari modi, spesso con promesse illecite o più direttamente con denaro, ha accumulato pacchetti di voti. Per loro un partito vale l’altro: esibiscono la loro dote e si offrono, come al mercato. Anche questi servono molto per raggiungere soglie di consenso elevate.”.

A questo punto trae una prima conclusione: “Non c’è dubbio che, imbarcando gli uni e gli altri, Idv potrebbe diventare un partito che “conta” e aspirare a posti di governo. Insomma potrebbe entrare nel giro grosso. La domanda è: poi, di questa gente, che cosa ne fa? Nella migliore delle ipotesi è inutile, nella peggiore (ma probabile) pericolosa.”.

A questo punto inizia la provocazione, secondo la quale se il partito tornasse vicino al 4% non sarebbe poi un male, potendosi schierare liberamente in base alla qualità dei provvedimenti varati in Parlamento.

Tutto risolto? Nemmeno per idea, perché se cambia la legge elettorale e si torna al sistema delle preferenze, le persone descritte andranno a nozze, egemonizzeranno qualsiasi partito.

Quindi, la scelta di una legge elettorale premiante l’onestà, la capacità dei candidati designati è la ‘quadratura del cerchio’?

Qui arriva la provocazione finale. “Magari c’è una terza soluzione. Che è stata immaginata da uno scrittore di fantascienza, Robert Heinlein. Possono votare e assumere incarichi pubblici di alto livello (si chiama elettorato attivo e passivo) solo le persone che hanno lavorato gratuitamente (e onestamente) per un certo numero di anni al servizio dello Stato. Gli altri, liberi di godersi la vita; ma non si impiccino di politica.”.

Cosa voleva significare in realtà Bruno Tinti? In soldoni, che l’affermazione “ … Chi spera che l’Idv torni un partito del 4 % per poterlo amministrare come meglio crede…” è semplicemente una sciocchezza. Piaccia a non piaccia.

Luigi Morsello, già direttore del carcere di Lodi, Idv Lodi

Scandalo pedofilia, il 2010 è stato l’annus horribilis della Chiesa cattolica

VANIA LUCIA GAITO

I casi di abusi sessuali da parte dei preti hanno caratterizzato tutto il 2010. Tanto che i vescovi sono costretti ad ammettere di aver saputo e taciuto. Papa Benedetto XVI condanna le violenze. Ecco allora la cronaca, mese per mese, di uno degli anni più difficile per il Vaticano

Per la Chiesa cattolica il 2010 è stato un anno difficile. Soprattutto per lo scandalo degli abusi sessuali non più solo negli Stati Uniti ma anche in Europa. Dopo le migliaia di casi in Irlanda, denunciati nel 2009 dalle commissioni Ryan e Murphy, l’anno, appena passato, si è aperto con nuovi casi in Austria, in Belgio, in Olanda e in Germania.

In Germania sono coinvolte soprattutto le scuole cattoliche: per decenni, alcuni dei più prestigiosi istituti cattolici tedeschi sono stati il luogo in cui si sono consumate violenze sessuali agghiaccianti. Accuse di abusi e maltrattamenti anche nel Coro di Ratisbona, diretto dal fratello del pontefice, Georg Ratzinger, dal 1964 al 1993. Anche in Austria sono i collegi i luoghi in cui vengono maggiormente consumati gli abusi sessuali, ma anche le parrocchie e perfino le case. La drammaticità della situazione spinge il Vaticano ad istituire commissioni indipendenti d’inchiesta, ma non basta ad arginare la disaffezione dei fedeli. Nella sola Austria, il 42% dei cattolici abbandona la Chiesa.

Incapa
ci di affrontare gli avvenimenti, i vescovi sono costretti ad ammettere di aver saputo e taciuto, trasferendo i preti colpevoli da una parrocchia all’altra. Le dimissioni cominciano in Irlanda, dove tre vescovi lasciano l’incarico. Il vescovo belga, Roger Vangheluwe, si dimette confessando di aver abusato di un bambino. Anche il vescovo norvegese Georg Muller lascia dopo aver rivelato di aver violentato un chierichetto.

E mentre il Papa, nel corso del viaggio a Malta, incontra le vittime dei preti pedofili e in diversi discorsi pubblici condanna senza riserve la pedofilia clericale, il New York Times pubblica una serie di dossier che rivelano come i vertici del Vaticano e lo stesso Ratzinger pur essendo a conoscenza di casi molto gravi abbiano adottato la politica del silenzio e della copertura. La Corte Suprema degli Stati Uniti rifiuta di pronunciarsi sul diritto all’immunità della Santa Sede: il Vaticano può essere considerato civilmente responsabile degli atti di un prete accusato di abusi su minori.

Anche sul fronte italiano, sono oltre una decina i sacerdoti condannati per abusi sessuali. Lo stesso monsignor Crociata, segretario generale della CEI, per la prima volta ammette che il Vaticano ha ricevuto denunce su circa 100 casi di preti pedofili negli ultimi dieci anni. Ma è una stima per difetto. Infine, Wikileaks pubblica alcuni cablo che rivelano come, nel caso irlandese, il Vaticano, nonostante la sbandierata disponibilità a fare luce sullo scandalo dei preti pedofili e a collaborare con le autorità civili, non abbia permesso ai suoi uomini di testimoniare di fronte alla commissione chiamata a fare chiarezza sugli abusi commessi dai sacerdoti irlandesi.

Si chiude così un anno drammatico, che ha portato migliaia di fedeli a lasciare la Chiesa. E la disaffezione non potrà che continuare, finché il problema della pedofilia clericale non sarà affrontato alla radice, riesaminando il pesantissimo ruolo dell’educazione sessuofobica impartita nei seminari nella genesi di quella che ormai è considerata una vera e propria piaga. Ecco, dunque, la cronaca di questo annus horribilis della Chiesa

Gennaio

Il Vaticano sancisce l’obbligo di denunciare i preti pedofili alle autorità civili. Tuttavia tale obbligo vale solo per i Paesi in cui la legge già lo impone. Benedetto XVI riduce allo stato laicale don Marco Dessì, missionario condannato per abusi sessuali su diversi bambini del Nicaragua.

Febbraio

Arrestato Angelo Balducci, gentiluomo di Sua Santità. Nell’inchiesta emerge anche uno scandalo che porta in Vaticano. Secondo l’accusa, un religioso nigeriano del coro di san Pietro si occupa di reperire, per gli appetiti dell’ingegnere, giovani e ragazzi presentati, talvolta, come seminaristi.

Condannato in primo grado a 1 anno e 5 mesi don Paolo Biasi, per molestie ai danni di 4 bambine. Padre Aldo Nuvola, ex parroco nella chiesa Regina Pacis a Palermo, è rinviato a giudizio con l’accusa di avere tentato di ottenere prestazioni sessuali da un ragazzo di 17 anni.

Marzo

Mentre il Papa invia una lettera pastorale ai fedeli irlandesi, con una ferma condanna dei sacerdoti pedofili, il presidente della conferenza episcopale tedesca ammette che le diocesi hanno intenzionalmente taciuto per anni sui moltissimi casi di violenze commesse dai sacerdoti in Germania. Un giornale austriaco rivela una serie di abusi sessuali e fisici anche all’interno del rinomato coro dei Piccoli Cantori di Ratisbona. Negli Stati Uniti esplode il caso Murphy. I vertici del Vaticano, tra cui il futuro Papa Benedetto XVI, secondo il New York Times, occultarono gli abusi di un prete americano, sospettato di aver violentato circa 200 bambini sordi in una scuola del Wisconsin.

In Italia, è condannato in primo grado a 3 anni e 11 mesi don Pierpaolo Mologni, per aver abusato di un bambino disabile e per detenzione di materiale pedopornografico. Si prescrivono le accuse a don Giorgio Carli, ma la Cassazione lo condanna a un risarcimento di 750.000 euro. Rinviato a giudizio don Jesus Vasquez, sacerdote a San Nicola Manfredi (BN), per violenza sessuale su due bambini. Don Claudio Ballerini è condannato per la terza volta per atti osceni di fronte a minori.

Aprile

Georg Mueller, ex vescovo norvegese, confessa che è stato un abuso sessuale il motivo che lo ha spinto alle dimissioni. Si dimette anche il vescovo belga Roger Vangheluwe, dopo aver rivelato di aver abusato sessualmente di un ragazzo. Anche il vescovo irlandese James Moriarty, accusato di aver coperto in passato abusi sessuali lascia l’incarico.

Il Papa, incontrando alcune vittime dei sacerdoti maltesi, esprime la sua vergogna e il suo dolore per quello che le vittime e le loro famiglie hanno sofferto. Ma da oltreoceano arrivano nuovi scandali. Una lettera del 1985 firmata dal cardinale Joseph Ratzinger dimostra la resistenza opposta dal futuro Papa alla rimozione di padre Stephen Kiesle, che aveva molestato diversi bambini. Il cardinale Angelo Sodano bolla come “chiacchiericcio” le critiche a Chiesa e Pontefice per la gestione dello scandalo dei preti pedofili. Un sacerdote 40enne di origini indiane viene arrestato a Teramo per violenza sessuale su una bimba di 10 anni.

Maggio

La Chiesa italiana ammette di aver ricevuto denunce su circa 100 casi di preti pedofili negli ultimi dieci anni. La Cei, tuttavia, si rifiuta di far conoscere il numero dei preti successivamente sospesi secondo la legge canonica. Per la prima volta in Italia un vescovo è chiamato a testimoniare. Gino Reali, vescovo della diocesi di Porto Rufina, è chiamato in tribunale per chiarire come mai non abbia preso provvedimenti in merito alla vicenda processuale che vede imputato don Ruggero Conti, accusato di abusi sessuali.

Giugno

La Corte Suprema degli Stati Uniti rifiuta di pronunciarsi sul diritto all’immunità della Santa Sede, confermando la decisione della Corte d’Appello dell’Oregon di considerare il Vaticano come civilmente responsabile degli atti di un prete accusato di abusi su minori.

In Italia, viene ridotto allo stato laicale don Andrea Agostini, condannato nella primavera 2008 in primo grado a 6 anni e 10 mesi per molestie sessuali ai danni di dieci bambine (dai tre ai sei anni) che frequentavano l’asilo parrocchiale da lui diretto.

Luglio

Un ex sacerdote australiano John Sidney Denham, 67 anni, viene condannato a quasi 20 anni di carcere per aver abusato di almeno 25 ragazzi in diverse scuole, dove era responsabile delle punizioni disciplinari e nelle quali aveva creato un clima di terrore e depravazione.

Il New York Times pubblica un reportage di documenti interni alla Chiesa che svelano come Joseph Ratzinger, quando dirigeva la Congregazione per la dottrina della fede, fosse “parte di una cultura di non-responsabilità, negazionismo, e ostruzionismo della giustizia” di fronte agli abusi sessuali commessi da sacerdoti. Tra le rivelazioni spunta un vertice segreto avvenuto in Vaticano nel 2000 tra Ratzinger e i vescovi delle nazioni anglofone più colpite dagli scandali di pedofilia: Stati Uniti, Irlanda, Australia.

Settembre

La parrocchia del Sacro Cuore di Foggia e l’Istituto nazionale dei Salesiani di Roma sono citati come responsabili civili nel processo che vede imputato un prete, un salesiano di 79 anni, vice parroco al Sacro Cuore di Foggia, che avrebbe molestato 4 ragazzine che si confessavano con lui.

Scompare nel nulla don Matteo Diletti, prete bergamasco di 39 anni, a pochi giorni dall’udienza in Cassazione che lo vedeva imputato per abusi sessuali su una ragazzina di 13 anni. La cassazione confermerà la condanna a 4 anni.

Ottobre

I quotidiani in lingua fiamminga riportano 103 nuove denunce contro i preti pedofili belgi. Tuttavia, la chiesa belga non istituirà una nuova commissione d’indagine. In Italia, don Secondo Bongiovanni, sacerdote 56enne, viene condannato a Sondrio per abusi sessuali ai danni di un bambino di 12 anni.

Novembre

Il Papa ammette ritardi e coperture nella gestione del caso di Marcial Maciel, fondatore dei Legionari di Cristo, pedofilo, tossicomane e padre di diversi figli illegittimi.

Dicembre

Pubblicati i cablo WikiLeaks sul Vaticano. Secondo le rivelazioni, il Vaticano ha rifiutato di permettere ai suoi uomini di testimoniare di fronte alla commissione chiamata a fare chiarezza sugli abusi dei sacerdoti su minori in Irlanda. Non solo: la richiesta di presentarsi di fronte alla commissione Murphy “ha offeso molte persone in Vaticano. Pensano che l’Irlanda non abbia protetto e rispettato la sovranità vaticana durante l’inchiesta”, dice un cablogramma. Una giuria nel Delaware stabilisce un risarcimento di 30 milioni di sterline per un uomo stuprato più di cento volte da un prete cattolico. E’ la somma più ingente che sia stata mai assegnata a una singola vittima. In Italia, don Domenico Pezzini è condannato a dieci anni di carcere per aver abusato sessualmente di un minorenne originario del Bangladesh.

domenica 2 gennaio 2011

La fregatura l'ha presa Grillo.

di Sonia Toni

Che le verità scientifiche vadano divulgate in maniera comprensibile anche ai non addetti ai lavori, è "cosa buona e giusta" ma che si sfrutti la buona fede delle persone per guadagnarsi l'aureola in modo da trarne vantaggi personali, è certamente cosa alquanto deprecabile.

Attualmente ci sono soltanto due "scienziati", i cui nomi e facce compaiono più o meno di frequente negli spazi mediatici. Uno è l'arcinoto oncologo del jet set, tale Veronesi Umberto, le cui dichiarazioni sulla presunta pericolosità della polenta, del basilico e dell'innocuità dell'inquinamento hanno fatto ridere il modo accademico internazional-galattico; l'altro è quel Montanari Stefano, noto farmacista di Bologna trapiantato a Modena, che tre anni fa Beppe Grillo portò agli onori della cronaca dandogli l'opportunità di guadagnarsi fama di scienziato indomito.

Mai generosità fu ripagata con tanta ingratitudine.

Il farmacista e la scienziata (leggi: la moglie del farmacista: Antonietta Morena Gatti) conoscono Beppe e gli raccontano che gli stanno scippando un microscopio elettronico che avevano acquistato con soldi personali per un terzo del suo valore: il motivo? Alcuni risultati di indagini che avevano svolto, davano molto fastidio a certe industrie e università in combutta con queste. A riprova di questo bel discorso, gli mettono sotto il naso una lista di alimenti nella quale si elencano nomi di prodotti che contengono nano e micro particelle inorganiche di vario tipo e quindi assolutamente nocivi alla salute. Fra i vari prodotti (biscotti, omogeneizzati, farine, formaggi, merendine, pane, etc) spiccano nomi di marche molto conosciute sul mercato. "Allarmati dall'esito di queste analisi, abbiamo subito scritto alle aziende in causa per informarle in merito ai risultati del nostro lavoro e perché corressero ai ripari ma nessuno ci ha mai risposto". Grillo si indigna al racconto di tale nefandezza e, con lo spirito e l'entusiasmo che lo contraddistinguono fa partire una raccolta fondi per "ricomprare" ai due scienziati, il microscopio scippato.

La prima cospicua donazione viene fatta proprio da lui devolvendo l'incasso di una sua serata tolte le spese: circa 36.000 euro. La raccolta fondi viene effettuata attraverso la Carlo Bortolani Onlus che, nella figura del suo presidente, l'avvocato Marina Bortolani, mette a disposizione l'Associazione perché tutto avvenga nella maniera più veloce e regolare possibile. Nel frattempo il farmacista viene ospitato molte volte in molte piazze d'Italia sul palco di Grillo. La sua fama cresce, viene applaudito, intervistato, ripreso da varie tv, sentito in diverse radio, corteggiato da diverse signore/ine di ogni età, "toccato" da ammalati che chiedevano la sua benedizione taumaturgica, scocciato (come lamenta lui stesso) continuamente perché "non capisco perché mi facciano domande su tutti gli argomenti: io non sono un tuttologo, io mi occupo di polveri inorganiche". Il perché è molto semplice: se non vuoi che ti trattino da tuttologo, non fare il tuttologo. Ma al farmacista piace da morire, di fatto fare il tuttologo. E' un vizio al quale non potrebbe mai rinunciare, così come non potrebbe mai rinunciare al microfono e al palcoscenico dopo averne assaporato il gusto. Complice di questo destino mediatico, gioca la sua innata capacità di incantatore di serpenti. Nessuno parla e scrive meglio di lui e non mi riferisco solo all'aspetto sintattico e grammaticale del concetto ma soprattutto a quel talento addirittura geniale che lo rende sempre convincente. Insomma: quando lo senti parlare ti incanta e dubitare di quello che racconta è praticamente impossibile. Ma anche le bugie meglio architettate vengono prima o poi alla luce soprattutto quando si vuole impunemente perseverare nel prendere per i fondelli la gente.

A onor del vero, il farmacista non racconta bugie. Quello che fa è uno splendido lavoro di "taglia e cuci" verbale; una sorta di "montaggio" dei fotogrammi di un evento. Il pubblico che vede il film tagliato e montato da lui non si accorge delle scene mancanti e la sua abilità verbale completa l'opera di convincimento. E' talmente bravo in questo giochino che non ho potuto fare a meno di soprannominarlo il signore degli anelli (mancanti).

Ma come potrei affermare tutto questo senza portare degli esempi illuminanti? Ed eccone (solo) alcuni:

a) Non è mai stato provato che il primo microscopio fosse veramente anche di proprietà dei coniugi Montanari. Quando un gruppo di persone del meet up di Modena ha cercato di approfondire la questione chiedendo un confronto fra l'università di Modena e i ricercatori, il Montanari ha verbalmente dato la piena disponibilità all'incontro ma poi (dati i numerosi impegni...) la cosa non si è mai fatta. Da parte sua, l'università ha sempre dichiarato che il microscopio in oggetto era "parcheggiato" alla Nanodiagnostics in attesa che venisse allestito presso l'ateneo, un locale idoneo ad ospitarlo e che la dr.ssa Gatti era al corrente di tutto. Quindi, è vero che il primo microscopio è stato portato via dalla Nanodiagnostics ma non è vero che è stato uno scippo e, del resto non dovrebbe essere difficile provare la comproprietà di uno strumento del genere (avranno buttato via lo scontrino?).

Inoltre, il microscopio "scippato", la cui storia aveva commosso Grillo e migliaia di benefattori, la Signora Gatti ha continuato bellamente ad usarlo; cosa che fa tuttora (e lo sappiamo per ricerche personali non perché Montanari ci ha informato in merito);

b) La lista degli alimenti pieni di metalli che Grillo, in buona fede, ha pubblicato sul suo blog dandogli il massimo della visibilità, si è rivelata essere soltanto un escamotage mediatico; uno scoop senza il minimo valore scientifico, cosa candidamente confessata dal Sig. Montanari ad Attivissimo una volta terminata la raccolta fondi.

Nessuno scienziato con un minimo di serietà avrebbe fatto una cosa simile. E come si arrabbiava il farmacista quando ancora, dopo due o tre anni c'era chi, preoccupato, gli chiedeva notizie sugli alimenti di quella lista: "Ho già spiegato mille volte che quella lista non ha nessun valore scientifico!" tuonava. E perché l'hai fatta pubblicare, allora? Oltre a non avere rispetto per tutte le persone che l'hanno vista, che rispetto hai avuto nei confronti di Grillo che ti ha ospitato in casa sua? Inoltre, durante la stessa intervista e sempre "candidamente" il Montanari dichiara che le aziende alimentari non hanno mai risposto alle loro lettere "allarmate" semplicemente perché i due di Modena non hanno mai scritto. E di nuovo torna la verità part-time: i metalli nei prodotti sono stati trovati veramente ma non erano in tutti i pacchetti di quel prodotto o di quell'altro; confezioni prese a casaccio dai banchi del supermercato. Ci credo che quella lista non aveva nessun valore scientifico (e c'è ancora chi chiede informazioni in merito...).

c) Il Montanari dichiara di essere il proprietario del 75% dell'esem perchè durante la raccolta fondi ha girato in lungo e in largo facendo conferenze gratis e pagandosi pure le spese e che quindi, il contributo di Grillo all'impresa è finito con la sua prima donazione. E come sempre, la prima parte del racconto è vera ma la seconda no.

Se non fosse stato per Beppe Grillo, nessuno avrebbe mai conosciuto e dunque invitato Montanari e anche se questo gli dà molto fastidio, se ne deve fare una ragione: la sua notorietà, l'acquisto dell'esem, la fiducia che gli ha dato la gente fino alla sua discesa in politica, sono da attribuire a Grillo. Adesso addirittura dichiara che invece è stato Grillo ad aver sfruttato il suo nome per farsi pubblicità! Roba da matti. Il suo blog e i contratti con la casa editrice che gli ha pubblicato il libro "Il girone delle polveri" invece sono opera mia. Ma Montanari non conosce il significato della parola "riconoscenza" anzi, quando forse si accorge che qualcuno non gli è più utile perchè ha raggiunto (o crede di aver raggiunto) il suo scopo, non si accontenta di eliminarlo ma comincia a denigrarlo usando sempre la stessa tecnica: unire un fatto vero ad una falsità.

d) Beppe ed io abbiamo un figlio di 27 anni, Davide, che ad appena sei mesi si è ammalato di un tumore gravissimo. Operato e curato è miracolosamente guarito ma con delle conseguenze pesantissime. A tutt'oggi ha degli handicap molto gravi. Mi dispiace tirare in ballo questa storia tutta personale, ma la faccia tosta di certi individui mi indigna talmente tanto che proprio non riesco a passarci sopra e questo, comunque, aiuta parecchio a capire il "profilo" della persona.

Dunque, un paio di anni fa, la dr.ssa Gatti, in una conversazione telefonica mi chiede la disponibilità di usare il campione del tumore prelevato a mio figlio 26 anni fa per poterlo analizzare all'interno del progetto di ricerca sulle malformazioni fetali. Informo Beppe e decidiamo di acconsentire alla richiesta: a mio figlio non avrebbe portato il minimo giovamento ma se poteva servire alla causa, ok (per la cronaca, l'esito di tale analisi fu che in questo campione vennero trovate sostanze che la dr.ssa Gatti non conosceva).

Bene, dopo qualche mese, nel corso di una discussione via e-mail nata perché mi ero permessa di far notare che era giusto informare ogni tanto la gente sugli usi (pubblici e privati dell'esem), il farmacista, stizzito, ha avuto il coraggio di scrivermi che le analisi da loro eseguite sul campione di Davide potevo ritenerle un regalo perché il loro valore venale superava ampiamente la mia carità (si riferiva alla mia donazione per l'esem: come se la donazione l'avessi fatta a lui..!).

Oltre all'infamia imperdonabile di aver tirato in ballo nostro figlio e il suo handicap in un contesto in cui non c'entrava niente, il grande scienziato si era "dimenticato" che né io né Beppe gli avevamo chiesto nulla a tal proposito e che erano stati loro a chiedere a noi quella disponibilità. Già, la solita verità mescolata con la menzogna.

e) Da qualche tempo troneggia nel blog/vetrina del farmacista (a proposito: avete notato che sono state chiuse tutte le entrate dei commenti? Sembra un deserto. Montanari ha preferito censurare tutto piuttosto che ospitare critiche e domande scomode (che lui definisce insulti, ovvio): che tristezza! Ogni tanto fa capolino qualche commento rigorosamente selezionato fra quelli che lo incensano) l'invito a donare soldi per le loro ricerche attraverso un'associazione denominata "Ricerca è Vita". Punto primo: il nome è stato vergognosamente copiato dal mio Ricerca Viva, che avevo fondato anni prima proprio con i coniugi Montanari, il prof. Coccioni dell'università di Urbino e altri due amici di Canosa di Puglia. Quell'associazione fu chiusa quando mi resi conto delle falsità raccontate dal soggetto in questione, non prima di aver chiesto democraticamente agli altri soci se qualcuno voleva sostituirmi nella carica di presidente. Nessuno lo volle e l'associazione venne chiusa.

Punto secondo: nello statuto di questa onlus non ci sono accenni alla ricerca quindi - la legge è chiarissima su questo - la ricerca non potrebbero farla. Resta da capire come mai l'Agenzia delle Entrate della Toscana si sia resa "complice" di questa smaccata anomalia. Vedremo cosa dirà quando si deciderà a fare i dovuti controlli.

Punto terzo (il più bello): questa onlus "funziona" così: la gente dona soldi a Ricerca è Vita, di cui Montanari è socio fondatore; Ricerca è Vita richiede analisi (vere o fasulle?) alla Nanodiagnostics S.r.l (una società a scopo di lucro gestita dai coniugi Montanari/Gatti) che riceve a "saldo" di queste analisi i soldi donati alla onlus. La Nanodiagnostics S.r.l poi fatturerà alla onlus Ricerca è Vita per le analisi "effettuate": di fatto tutto finto e ricordatevi che io non mi sono inventata nulla: questo giochino è dichiarato da Montanari stesso e lo potete trovare sul suo blog

(http://www.stefanomontanari.net/index.php?option=com_content&task=view&id=1521&Itemid=1).

E' come se un avvocato socio fondatore di una Onlus che si occupa di diritti umani chiedesse di donare soldi alla onlus stessa dicendo chiaramente che poi questa Onlus fatturerà consulenze legali all’avvocato stesso. Ma vi sembra una cosa corretta?

f) Montanari sbraita di complotti e tradimenti ai suoi danni, accusando anche pesantemente ogni persona che, in passato lo ha supportato e poi (secondo lui) gli avrebbe voltato le spalle. Grillo, io, Marina Bortolani, tanti ragazzi di vari meetup, mentre nel mondo accademico, quando si parla di loro, quasi tutti prendono le distanze. Grillo lo ignora da anni, io l'ho denunciato per aver lavorato un anno per lui senza aver preso un soldo (ma lui adesso dichiara che io mi "ero offerta di fare volontariato") e la prossima udienza sarà a maggio prossimo, l'avvocato Bortolani gli ha fatto due denunce e una se la beccherà pure la dr.ssa Gatti, altri non so ma conosco tanta altra gente che di loro non vuole più sentir parlare. Tutti complottisti al soldo delle multinazionali che costruiscono inceneritori oppure nei comportamenti di Montanari c'è qualcosa che non va? Grillo ce l'avrebbe con lui da quando si è messo in politica: balle. Grillo a mio avviso, lo ignora per le falsità che ha raccontato fin dall'inizio, la presa in giro e le offese a nostro figlio. La truffa della donazione? Se Montanari non avesse raccontato la balla dello "scippo" del primo microscopio con annessa la lista scientificamente fasulla degli alimenti contaminati e le lettere alle aziende alimentari mai scritte (per non parlare della sua "consulenza" al progetto europeo Nanopathology, che all'ufficio preposto della UE non risulta), Grillo probabilmente non avrebbe mai fatto partire alcuna raccolta fondi e a quest'ora quel microscopio non esisterebbe nemmeno, oltre tutto, per legge, uno strumento di proprietà di una Onlus non può essere liberamente usato a scopo di lucro direttamente da dei privati e questo è quello che avveniva alla Nanodiagnostics S.r.l.

I due di Modena vogliono raccogliere soldi per le loro ricerche? Lo facciano chiedendo alla gente di mandare i soldi direttamente a casa loro perché questo è quello che REALMENTE avviene con il giochino della onlus Ricerca è Vita. Poi, loro dichiareranno che li usano per la ricerca ma, in tutta onestà, come esserne sicuri? Chi controlla? Chi può dire se i soldi ricevuti vengono usati per la ricerca o per comprare un'automobile o per pagare ad esempio i soggiorni in Australia nelle recenti estati sebbene il Sig. Montanari dichiari che “è da anni che non fanno più vacanza, tranne quest’estate in un agriturismo italiano”?

g) Da quando si sa della donazione, l'università di Urbino è stata seppellita dagli insulti di Montanari (sono dalla parte di chi inquina, non sanno usare il microscopio, non hanno i locali idonei, potrebbero aprire la facoltà di comicità, etc) ebbene, di fronte a queste critiche, ci credereste che i due di Modena, hanno chiesto alla suddetta università di essere assunti??? Anzi, in realtà non l'hanno chiesto, lo hanno posto come "condizione", cioè, in pratica, prima che l'esem prendesse il volo, hanno scritto che avrebbero ceduto il microscopio solo a certe condizioni, una delle quali è proprio questa: essere assunti all'università di Urbino. Ma come? Quell'università non era il peggio del peggio? Ovviamente queste condizioni non sono state neppure prese in considerazione dall'Ateneo che non ha fatto altro che esercitare i suoi sacrosanti diritti.

Ora l'esem si trova finalmente in un ente pubblico di rinomato prestigio a livello internazionale quale è l’Università di Urbino, e non presso una Srl che lo utilizza a scopo di lucro. Sarà finalmente a disposizione di tanti ricercatori che comunque lavoreranno per l'ambiente e la salute delle persone, quindi lo scopo del suo acquisto rimane invariato e se i due vorranno proseguire le loro ricerche potranno farlo: la dr.ssa Gatti presso l'università di Modena come fa da sempre e poi, se vuole, recandosi a Urbino periodicamente.

Il marito non abbiamo ancora capito se e quando fa ricerca; di certo rimane molto difficile occuparsi seriamente di ricerca e al tempo stesso girare per l'Italia continuamente.

Comunque, sempre per la storia che raccontava sui palchi di Grillo e che commosse migliaia di benefattori indotti a donare sulla base di un “una maniera per attirare l’attenzione” come l’ha definito Montanari, anche a lui spetta di diritto l’utilizzo del microscopio. Nessuno impedirà ad entrambi di usarlo ma non sarà più adoperato a scopo di lucro. E’ condicio sine qua non della clausola di donazione. Se non verranno fatte ricerche sulle nanopatologie con quel microscopio, la responsabilità sarà solo dei Sigg. Montanari e Gatti che decideranno in questo senso.

Gli accordi della FIAT violano la Costituzione repubblicana


L'ho già detto, lo ripeto e non mi stancherò mai di farlo. Le trattative e gli accordi sindacali possono mettere in discussione tutto ma non la Costituzione repubblicana. Quello è un confine che non si può oltrepassare. Lo si deve rispettare sempre, senza se e senza ma, senza provare ad aggirarlo da furbetti.
Gli accordi che la Fiat sta facendo passare in questi giorni, a Mirafiori ma anche a Pomigliano, violano la Costituzione repubblicana e per questo sono inaccettabili e irricevibili.
L’art. 40 della Costituzione afferma che lo sciopero è “un diritto individuale ad esercizio collettivo”. Significa che la decisione di scioperare o meno è una decisione individuale che ogni lavoratore deve poter prendere in piena e assoluta libertà. L’intesa di Mirafiori, che obbliga ogni dipendente a firmare un accordo in cui si impegna a non scioperare contro l’accordo stesso o contro qualche sua parte, viola la Costituzione.
L’art. 39 della Costituzione assicura sia la libertà sindacale che la rappresentatività delle varie organizzazioni sindacali “in proporzione dei loro iscritti”. A Mirafiori, invece, d’ora in poi non ci saranno più rappresentanze sindacali liberamente elette dai lavoratori ma “nominate” dai sindacati che firmano gli accordi. Siccome da che mondo è mondo gli accordi si firmano in due, sarà l’azienda a decidere chi può avere rappresentanza sindacale e poco male se si arriva al paradosso per cui il sindacato con la rappresentanza più numerosa finisce fuori dalla porta.
Così, oltretutto, si sostituirà alla elezione diretta e democratica una burocrazia sindacale nominata dall’esterno che nel medio e lungo periodo finirà per avere costi costi sull’azienda e ne indebolirà anche l’autonomia, perché sarà vincolata agli apparati sindacali. Sarà un bel danno per tutti, anche per la democrazia italiana di cui l’autonomia del sindacato è stata un pilastro. Questa geniale trovata di Marchionne e della Fiat non solo fa a pugni con la Costituzione: è solo dannosa e paradossale.
Oltre alla Costituzione, peraltro, l’accordo viola anche il codice civile e le normative europee consolidate. L’art. 2112 stabilisce che, in caso di cessione d’azienda, il passaggio dei lavoratori da un’azienda all’altra deve essere diretto. A Mirafiori invece, i lavoratori dovranno essere riassunti uno per uno e lo saranno solo se firmeranno l’accordo. A casa mia questo vuol dire violare la legge.
Ma se io dico queste cose, se difendo la legge e la Costituzione repubblicana, salta subito fuori qualcuno ad accusare me e quelli che la pensano come me di essere comunisti, legati alle vecchie idee della sinistra del Novecento e di non capire niente di modernità e società globale. Lo ha fatto proprio oggi anche Dario Di Vico sul “Corriere della Sera”.
Ma scusate tanto, che c’azzeccano in questo caso il comunismo e la sinistra del ‘900? Io non entro nel merito degli accordi sindacali, difendo il confine invalicabile e sacro della Costituzione repubblicana. Casomai dovrebbero accusarmi di essere settecentesco, perché i princìpi a cui mi rifaccio sono quelli della Rivoluzione francese, “Libertà, fraternità, uguaglianza”, e la mia bussola è la convinzione secondo cui la libertà non può essere messa a disposizione del mercato. Questo principio non è né comunista né di sinistra: è il presupposto delle Costituzioni repubblicane. Di tutte e anche della nostra.
Invece la società globale con questo discorso c’azzecca eccome. Di Vico dice che un operaio libero e con dei diritti che l’azienda deve rispettare costa più di uno schiavo senza diritti. Ma questo che significa? Che in nome della società globale dobbiamo entrare in competizione con la Cina e adottare il modello cinese, dove c’è un partito unico, un sindacato unico e lo sciopero è vietato? E’ questo che vuole? E’ questo che vogliono Fassino e D’Alema? Benissimo, basta cambiare la Costituzione e decidere che d’ora in poi siamo anche noi un regime a partito unico, sindacato unico e senza diritto di sciopero.
Caro Di Vico, scusa tanto ma la strada è un’altra. La modernità di cui tanti cianciano dalla mattina alla sera non vuol dire tornare al passato, a quando le Costituzioni ancora non c’erano e i diritti non esistevano. Vuol dire inventarsi un modello costituzionale che sia pure competitivo con quello schiavistico dei regimi. E chi l’ha detto che non si può fare? La Germania lo sta facendo, e non è mica un paese all’antica o comunista.
Dire che c’è uno scontro fra una sinistra che è ferma al ‘900 e una destra moderna significa raccontare una favoletta buona per incantare la gente e fare accettare quello che è inaccettabile. Lo scontro è fra un’imprenditoria che non è più capace di costruire macchine, e quindi di venderle, e tutte le forze democratiche che dicono a quegli imprenditori: “Se non siete capaci di costruire e vendere macchine non ve la potete cavare invocando il regime. Dovete saper fare voi il vostro lavoro. Dovete trovare una soluzione passando per la via maestra della ricerca, dell’innovazione e degli investimenti”.
La Fiom è una di queste forze, una delle principali e quella oggi presa più direttamente di mira. Ma quello che accade alla Fiom non è un caso isolato o estremo. E’ la punta di un iceberg che riguarda l’intero assetto democratico in questo paese. Oggi Maurizio Landini e la Fiom combattono contro l’instaurazione di un regime e noi dell’Idv combatteremo questa battaglia con loro. Al Senato abbiamo già presentato una legge sulla rappresentanza sindacale e sulla democrazia che chiede la piena applicazione dell’art. 39 della Costituzione, proprio uno di quelli che l’accordo di Mirafiori vorrebbe stracciare una volta per tutte.
Nei prossimi giorni incontrerò Landini per concordare la costruzione di un fronte di resistenza che duri nel tempo e per far prevalere le proposte dell’Idv sulla revisione democratica della rappresentanza nel mondo del lavoro.
Ma per costruire insieme questa resistenza dobbiamo anche sbugiardare la grande menzogna che la Fiat sta raccontando. Il film che ha per regista Marchionne e per comparse il governo e persino una parte importante del Pd non ha niente a che vedere con la realtà. Non è vero che in cambio del fare a pezzi la Costituzione e i diritti dei lavoratori la Fiat si prepara a restare e investire in Italia. Al contrario, tutto dimostra che il progetto è quello di spostare la testa tecnologica e innovativa negli Usa e il corpo produttivo nelle aree dove il lavoro costa pochissimo e gli Stati sovvenzionano con denari pubblico, come il Brasile, la Polonia o la Serbia. L’Italia verrà usata come grande mercato per la vendita delle auto e come fonte di reperimento di quattrini, per poi salpare verso altre spiagge lasciando questo paese cornuto e mazziato.

Lettera aperta al Forum nucleare italiano


Illustri Signori,

anch’io, come milioni di altri cittadini italiani, ho avuto modo di leggere un interessante quesito che, da un po’ di tempo, state pubblicando quotidianamente su tutti i maggiori organi di stampa e televisivi e state reclamizzando attraverso una massiccia pubblicità in ogni luogo (anche nelle stazioni ferroviarie).

Mi riferisco all’ammiccante domanda che proponete ai lettori “e tu che posizione hai?, rispetto all’opzione “favorevole” oppure “contraria” alla produzione di energia nucleare.

Il tema è di indubbia attualità giacchè la maggioranza parlamentare che sostiene l’attuale Governo Berlusconi ha reintrodotto – con la legge 23 luglio 2009 n. 99 - la possibilità di permettere la realizzazione nel territorio nazionale delle tanto vituperate centrali nucleari.

Ho usato il termine “reintrodotto”, perché è bene ricordare che tale possibilità era già stata esclusa dal popolo italiano, chiamato nel 1987 ad esprimersi con un referendum abrogativo di una analoga legge che all’epoca pure era stata emanata dal Parlamento italiano.

La domanda “e tu che posizione hai?, rispetto alla installazione di centrali nucleari nel nostro paese sarà nel 2011 una domanda centrale nel dibattito politico, culturale e scientifico che caratterizzerà il tema della produzione energetica giacchè – nel silenzio quasi totale degli organi di informazione – l’Italia dei Valori questa estate ha promosso, raccogliendo ben oltre le prescritte 500.000 firme di elettori, un nuovo referendum abrogativo della legge che ha reintrodotto le centrali nucleari.

Orbene, il suddetto referendum certamente si farà e si dovrà obbligatoriamente svolgere entro il prossimo mese di giugno (salvo che nel frattempo non si torni a votare, nel qual caso si svolgerà l’anno prossimo). Infatti, il mese scorso la Corte di Cassazione ha sancito la regolarità della sottoscrizione delle firme da parte di quasi 800.000 cittadini che hanno promosso il nuovo referendum abrogativo e soprattutto perchè il prossimo 11 gennaio di quest’anno la Corte costituzionale è chiamata a valutarne l’ammissibilità (e difficilmente potrà negarla, atteso che il quesito del nuovo referendum è sostanzialmente identico a quello del precedente, pure dichiarato ammissibile).

La “partita” tra i “favorevoli” ed i “contrari”, dunque, è appena cominciata e - proprio per tale ragione - è bene fissare da subito i “confini” entro cui il gioco può essere aperto, superati i quali il gioco diventerebbe scorretto ed illecito.

La prima regola è “giocare ad armi pari”: come non si può pretendere che una squadra di calcio si porti in campo anche il suo arbitro di fiducia, così non si può accettare che - sotto le mentite spoglie di organismo indipendente dall’impegnativo nome “Forum nucleare italiano”, autoqualificatosi addirittura come “associazione no-profit - si celino le più importanti aziende interessate all’installazione di centrali nucleari ed alla produzione di energia nucleare (tra cui, in ordine alfabetico, Alstom Power, Ansaldo nucleare, Areva, E.ON, EDF, Edison, Enel, Federprogetti, GDF Suez, Sogin, Stratinvest Energy, Techint, Technip, Tecnimont, Terna, Westinghouse).

Non vorrei essere equivocato: le suddette società hanno tutto il diritto di far valere le loro ragioni (che sono appunto a favore delle centrali nucleari) ma allora uguale diritto deve essere dato anche a chi la pensa diversamente da loro, e ciò soprattutto ora che ci accingiamo ad iniziare una serrata campagna referendaria.

Invece per coloro che – come noi - sono contrari all’installazione delle centrali nucleari vi sono due grossi handicap da superare.

Innanzitutto noi non disponiamo delle stesse enormi risorse finanziarie messe a disposizione dai suddetti gruppi industriali per favorire la campagna informativa lanciata dal loro “Forum” (stiamo parlando di milioni di euro).

In secondo luogo, il quesito proposto dal “Forum” (tu che posizione hai, favorevole o contrario all’energia nucleare?) è solo apparentemente neutro ma in realtà è sostanzialmente ingannevole, giacchè finalizzato solo ad un sottile ma perverso “gioco comunicativo”: quello di invitare il lettore ad informarsi meglio attraverso il sito “www.forumnucleare.it”.

Ebbene, basta andare su tale sito, per rendersi subito conto che lì non si fa alcuna informazione indipendente, non si dà alcun sostanziale spazio alle diverse prospettazioni, ma semplicemente si reclamizza a più non posso la tesi della “lobby dei nuclearisti”: il “cittadino-lettore-futuro elettore” viene “portato per mano” verso una tesi precostituita (le centrali nucleari sono belle, sono sicure, sono produttive, non inquinano) mentre nulla di significativo (salvo qualche frase fatta, qua e là) viene illustrato a favore di coloro che non vorrebbero vedere installate nel nostro paese le centrali nucleari (che, ricordo ai sordi ed ai ciechi, in occasione della precedente consultazione referendaria erano la maggioranza dei cittadini italiani aventi diritto al voto).

Volete una riprova? Provare a cercare su quel sito se sia mai stata data qualche informazione circa l’esistenza del referendum abrogativo – promosso dal partito Italia dei Valori - della legge che ha reintrodotto le centrali nucleari. Non ne trovate traccia, eppure dovrebbe essere l’argomento di dibattito più in evidenza giacchè fra qualche mese ci potrebbe essere addirittura un referendum abrogativo e comunque in quanto se ne è di recente occupata la Corte di Cassazione ed a giorni se ne dovrebbe occupare la Corte Costituzionale.

Il dubbio, a questo punto, appare legittimo e da qui la lettera aperta che ora rivolgo a voi Illustri Signori del Forum: voi - che siete esperti del settore (e della comunicazione) - sapete benissimo dell’esistenza del referendum promosso dall’Italia dei Valori, voi sapete benissimo che esso è già stato dichiarato legittimo dalla Corte di Cassazione, voi sapete benissimo che anche la Corte Costituzionale lo dichiarerà legittimo ed ammissibile. Voi, allora vi state semplicemente premunendo con una sottile ma capillare “opera di orientamento preventivo” dell’opinione pubblica, per tentare di arrivare all’appuntamento referendario con la “partita già vinta in mano”.

Ma questo è un gioco scorretto e truccato se non viene data la possibilità anche agli altri giocatori di giocarsi la proprie chances .

Chiedo allora – a nome del Comitato referendario IDV per l’abrogazione della legge che ha reintrodotto la possibilità di installare le centrali nucleari – agli organismi direttivi del “Forum nucleare italiano” di poter partecipare (unitamente ad una delegazione scientifica di antinuclearisti) ai lavori, alle discussioni e soprattutto alla stesura dell’informazione che state diffondendo per tutto il paese e ciò al fine di garantire la correttezza del referendum e le pari opportunità di valutazione per tutti i cittadini.

Chiedo anche, ma questa volta, non ai componenti del Forum ma agli organi di informazione (e soprattutto alla Rai che, in quanto servizio pubblico, ha il dovere di corretta informazione) di garantire al Comitato referendario le stesse opportunità che si sono autoassegante le aziende del Forum nucleare.

Chiedo inoltre agli organi di garanzia (AGCOM e Commissione parlamentare di vigilanza in testa) di far rispettare la legge, almeno a partire dal prossimo 11 gennaio, qualora, come speriamo, la Corte Costituzionale dovesse auspicabilmente dichiarare ammissibile il referendum abrogativo della legge che prevede le centrali nucleari.

Chiedo infine al Presidente della Repubblica di far rispettare il dettato costituzionale che garantisce ai cittadini di poter esercitare la democrazia diretta attraverso il referendum.

Posso sperare in una risposta dalle SS.LL? Non per me, ma per quegli 800.000 cittadini che hanno promosso, tramite l’Italia dei Valori, il referendum!

Grazie e buon anno!

Roma 1 gennaio 2011

Antonio Di Pietro