mercoledì 7 dicembre 2011

Manovra: da Pd proposte, non emendamenti Commissione: "Salvare pensioni più basse"


L'iter della manovra alla Camera è partito oggi con un primo ciclo di audizioni, mentre domani mattina inizierà la discussione generale. E dai partiti che sostengono il governo, per ora, arriva l'impegno a garantire tempi rapidi. Il testo, che è all'esame congiunto delle Commissioni Bilancio e Finanze di Montecitorio, approderà in Aula martedì della prossima settimana. Venerdì alle 11 scade il termine per gli emendamenti e il vaglio delle ammissibilità è invece previsto intorno alle 19 della stessa giornata. I relatori sono il deputato del Pdl Maurizio leo e il deputato del Pd Giampaolo Baretta. Martedì il testo sarà in Aula. Intanto la Commissione Lavoro della Camera ha chiesto di garantire la perequazione automatica sulle pensioni fino a tre volte il minimo, ossia fino a 1.400 euro: "Per quanto riguarda la perequazione automatica dei trattamenti pensionistici di cui all'articolo 24, comma 25 - sottolinea la Commissione - si valuti la possibilità di garantire una forma di copertura rispetto all'andamento del costo della vita anche ai trattamenti compresi tra due e tre volte il minimo". Dalla Lega Nord voto contrario al parere della Commissione, perché troppo "blando".

"Spero che ci sia solo un miniemendamento. Mi aspetto aggiustamenti, non stravolgimenti. Non ce li possiamo permettere", ha detto il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, che dopo l'apertura a modifiche sulla contingenza, davanti all'ipotesi di un maxiemendamento ha sottolineato ancora una volta la necessità di fare in fretta: "I tempi sono stati dettati dall'emergenza finanziaria. C'era necessità di fare in fretta e questo in qualche modo ha sacrificato il dialogo, ma potremo ancora migliorare".

Ma un'indicazione importante, su una possibile modifica, era arrivata dal vice della Fornero, Michel Martone: "Sta emergendo una proposta interessante sulla deindicizzazione delle pensioni 1secondo la linea aperta dal ministro Fornero. Il governo presterà attenzione, ma resta il problema dei saldi invariati", aveva detto a margine della commissione Lavoro alla Camera. "Il governo prende atto della proposta e del senso di responsabilità manifestato dalla Commissione di ragionare a saldi invariati in un momento di grande difficoltà", ha detto più tardi, commentando il parere della Commissione Lavoro sulla manovra in cui si chiede di garantire la perequazione automatica sulle pensioni fino a tre volte il minimo.

Il Pd, dal canto suo, garantisce tempi certi e la "massima velocità" per approvare la manovra e assicura che "non ci sarà l'assalto alla diligenza" con una montagna di emendamenti, ma propone "alcune correzioni mirate", annuncia il capogruppo
Dario Franceschini. E il segretario del partito, Pier Luigi Bersani, invita a non trasformare la manovra in una gara a chi presenta l'emendamento più popolare.

Consapevole del momento difficile si dice ancora una volta il capogruppo del Pdl,
Fabrizio Cicchitto: "Il decreto del governo Monti, che raschia il barile e che esprime una linea di 'lacrime e sangue' presenta aspetti che non ci convincono e lo voteremo per senso di responsabilità se il governo metterà la fiducia".

Il leader del Sel
, Nichi Vendola, spera in un'apertura da parte del governo e invoca l'adozione di misure più
eque nei confronti di lavoro e pensioni. ''Ci rivolgiamo al governo con atteggiamento rispettoso: apprezziamo il cambio di passo e di stile ma chiediamo di non rinunciare all'interlocuzione di merito'', ha detto Vendola

Promette battaglia il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro, che sul suo blog definisce "rigorosa, ma non equa" la manovra Monti e invita il Pd a fornire spiegazioni sul motivo per il quale non può essere modificata: "Abbiamo votato la fiducia, chiarendo subito che non poteva essere a scatola chiusa. Quando ci va di mezzo la vita di milioni di persone, non si vota proprio niente a scatola chiusa. “Chi ci critica - ha sottolineato Di Pietro -
deve saper dire perché è giusto mandare in pensione tanta povera gente con sei anni di ritardo e invece non sarebbe giusto rinunciare all'acquisto di 131 aerei da guerra, che ci costano 18 miliardi di euro".

Frequenze tv. Chiede di bloccare le frequenze tv gratis a "beneficio dell'indicizzazione delle pensioni che deve essere ripristinata anche a beneficio delle pensioni medio-basse e piccole abitazioni" Carmelo Briguglio, vicecapogruppo di Fli a Montecitorio: "Sono mesi che Fli chiede che si faccia un'asta regolare delle frequenze televisive. Oggi non ci interessa tanto che il cosiddetto beauty contest abbia come destinatario principale Mediaset, ma che questo pacco-dono è scandaloso perché si regala un bene pubblico di milioni di euro a fronte di una manovra che impone agli italiani durissimi sacrifici. Il governo Monti intervenga a bloccare questa operazione e predisponga un'asta regolare. La previsione dell'entrata vada a beneficio dell'indicizzazione delle pensioni che deve essere ripristinata anche a beneficio delle pensioni medio-basse e piccole abitazioni".

Dello stesso avviso è il deputato e capogruppo del Pd in commissione Trasporti e Telecomunicazioni alla Camera, Michele Meta: "Alla luce dei salti mortali che si chiedono agli italiani con la Manovra appena varata dal Governo non sussistono più le ragioni, discutibili già allora, del precedente Governo che ha scelto di assegnare 25 nuovi canali televisivi digitali, senza asta pubblica, ai principali soggetti imprenditoriali del Paese". E che la questione debba essere affrontata in modo serio è convinto il ministro dell'Istruzione, Università e ricerca, Francesco Profumo: "Credo che su questo tema sia necessario sedersi. Il Paese ha bisogno di riprogettarsi. Questo è un tema complicato, bisogna farlo partire da dati oggettivi e credo che sui dati oggettivi si possa ragionare".
(07 dicembre 2011)

"Mai più contro di noi, mai più senza di noi" Domenica le donne italiane scendono in piazza


di CARMINE SAVIANO

LO scorso 13 febbraio hanno stupito e incantato tutta l'Italia. Riempiendo le piazze italiane e quelle straniere con la loro dignità e il loro orgoglio. Madri, ragazze, professioniste e studentesse. Insieme per lanciare un atto d'accusa alle deformazioni che le azioni pubbliche e private di Silvio Berlusconi operavano sull'immagine e sulla visione del ruolo delle donne. E domenica il comitato Se Non Ora Quando 1 torna nelle strade. Si chiama "Se non le donne, chi?", la giornata di mobilitazione nazionale che avrà il proprio epicentro a Roma, in piazza del Popolo. Certo, Berlusconi appartiene al passato prossimo. Ma i messaggi da recapitare al nuovo governo Monti sono numerosi.

IL VIDEO DI PRESENTAZIONE DELL'11 DICEMBRE 2

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L'obiettivo della giornata è messo nero su bianco sul sito del comitato: "Vogliamo segnare questa stagione politica con la nostra forza, contare sulla scena pubblica, far capire che senza le donne non c'è crescita". E ancora: "vogliamo far capire che l'uscita dalla crisi passa attraverso il lavoro e il welfare per le donne, e che per questo serve una democrazia paritaria e una nuova rappresentazione della donna nei media". Poi identità e differenze rispetto alla manifestazione dello scorso febbraio: "Allora la molla che spinse un milione di ragazze e signore a scendere per strada fu il desiderio di dare visibilità a una questione femminile surriscaldata dallo scandalo escort".

E se oggi il nuovo governo offre uno stile diverso, "la condizione delle donne è rimasta la stessa". Flavia Perina, Futuro e Libertà: "Dopo la fine del governo Berlusconi il movimento può conquistare altri spazi e dialogare con tutti, senza più il rischio di esser bollato semplicemente come anti-berlusconiano". Quindi le proposte e le strategie per affrontare con efficacia la questione femminile. Proposte che dal palco di piazza del Popolo saranno tematizzate da Chiara Saraceno, Annamaria Testa e dalle tante giornaliste del movimento. Poi numerosi momenti musicali, con l'orchestra sinfonica di Europa Musica, e il pop di Paola Turci, Marina Rei, Emma Marrone e Erica Mou.

E se la macchina organizzativa è già a pieno regime, non cessa la produzione di documenti e contenuti multimediali. Tra gli altri, una lettera-manifesto indirizzata alle donne e agli uomini italiani: "Care donne che eravate in piazza con noi il 13 febbraio, a rivendicare dignità e rispetto, care tutte le altre, italiane per nascita o per scelta. Care donne singolari e plurali, diverse l'una dall'altra, sorelle, compagna, amiche, figlie e madri, stiamo di nuovo qui, tutte unite, perché tutte unite siamo una forza e con 'una forza è ora che facciano i conti. Tutti". E agli uomini: "La nostra forza è anche la vostra. È per un bene comune che stiamo lottando. Perché un paese senza la voce delle donne è un paese che va a finir male". E da qui lo slogan: "Mai più contro di noi, mai più senza di noi".

Le adesioni alla giornata di mobilitazione sono numerose. Partiti, associazioni, esponenti del mondo della cultura e dello spettacolo. E pullman raggiungeranno Roma da tante città italiane. Attiva anche una raccolta di fondi per sostenere l'iniziativa. Basta effettuare un bonifico sul c. c. intestato all'APS Se non ora quando, IBAN IT13Y0501803200000000155055 presso Banca Etica sede di Roma.

(07 dicembre 2011)

Rai, Minzolini a giudizio lunedì cda straordinario


Consiglio di amministrazione straordinario in Rai per il caso Minzolini: la seduta è stata fissata per lunedì prossimo. La decisione è stata presa questa mattina dallo stesso Cda di Viale Mazzini riunito con all'ordine del giorno altri argomenti, tra cui alcune nomine di vertice. La riunione di lunedì servirà a definire la posizione dell'azienda sulla delicata questione relativa al direttore del Tg1, ieri rinviato a giudizio per peculato , e l'apertura del processo è fissata per il prossimo 8 marzo.

Nei giorni scorsi il presidente della Rai, Paolo Garimberti, pur auspicando il non rinvio a giudizio di Augusto Minzolini "per una questione di immagine aziendale" si era detto pronto ad una convocazione straordinaria qualora ci fosse stato invece, come è avvenuto, il rinvio a giudizio. Sempre ieri la Rai ha deciso di costituirsi parte civile al processo.

Contro le misure di risanamento decise dall'azienda nel cda della scorsa settimana sono scesi in campo i sindacati: le sei sigle che rappresentano il personale non giornalistico della Rai (Slc-Cgil, Fistel-Cisl, Uilcom-Uil, Ugl-Telecomunicazioni, Snater e Libersind) hanno proclamato uno sciopero generale per il 22 dicembre prossimo.

(07 dicembre 2011)

Monti: "Molti sacrifici, ma italiani capiranno" Pensioni da rivalutare, il governo apre sul limite


La cosa più difficile che abbiamo dovuto chiedere sono i sacrifici ai pensionati più deboli. Mario Monti esordisce così alla prima domanda di Bruno Vespa a "Porta a porta". "Ho chiesto sacrifici pesanti agli italiani - ha detto Monti nel suo esordio televisivo - ma l'alternativa era il rischio di non poter pagare gli stipendi e le pensioni". Senza questi sacrifici, ha aggiunto, l'Italia avrebbe fatto la fine della Grecia "entro tre mesi".

VIDEO Monti: "Italiani capiranno" 1
LE MISURE DEL DECRETO 2 / DOSSIER 3

L'altro momento televisivo del governo è stato a Ballarò, dove il ministro del Welfare, Elsa Fornero, ha detto che il governo è pronto a rivedere l'indicizzazione delle pensioni (nei giorni scorsi si era parlato di spostare il tetto dai 935 ai 1.500 euro) se arriverà una proposta che assicuri la copertura garantendo il saldo della manovra.

VIDEO Fornero: "Pronti a rivedere indicizzazioni" 4

In base alla manovra, il blocco dell'indicizzazione delle pensioni (sopra quota 936 euro) vale 3,8 miliardi di risparmi nel 2012. Il ministro Fornero ha aperto a possibili modifiche, purché non si tocchino i saldi: "Se trovassimo altri soldi - ha detto Fornero - sarei felicissima di alzare il tetto delle pensioni a cui garantire l'indicizzazione". In Parlamento ci sono già proposte per alzare oltre l'1,5% il bollo sui capitali regolarizzati con lo Scudo Fiscale, per poter finanziare la rivalutazione delle pensioni fino a 2.000 euro.

Manovra in vigore - Intanto il decreto legge è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale e dunque tutte le disposizioni contenute nella manovra e ad effetto immediato sono in vigore, a partire dagli aumenti sui carburanti. 5

"Difficile intervento sulle pensioni". "Quando ho visto che, per fare una cosa seria e corposa che venisse capita dai mercati e dall'Europa - ha detto il premier a "Porta a Porta" - e che io avrei dovuto spiegare ai cittadini, occorreva chiamare a contribuire anche i pensionati con livelli molto bassi di pensioni, ci siamo sentiti molto in difficoltà".

VIDEO Monti: "I mercati sono bestie feroci" 6

Monti ha spiegato che da quella situazione si è deciso di "chiamare a contribuire anche chi aveva usufruito dello scudo fiscale". Alla domanda di Vespa sulle probabilità di successo dell'operazione, Monti risponde: "'Sì, certo che pensiamo di farcela perchè è vero che i capitali sono anonimi, ma sono presso banche, anche istituzioni finanziarie. Abbiamo visto che è possibile e sarà fatto".

Il premier: "Intervento su pensioni il più sofferto" 7

"Arrivo a comprendere gli scioperi". Sugli scioperi annunciati e le possibili proteste popolari in seguito alla manovra, Monti ha detto di comprenderli: "In passato ci sono stati scioperi, anche generali, per molto meno. Francamente capisco la reazione ma invito anche tutti a pensare cosa sarebbe accaduto al lavoro e alle pensioni senza questo intervento". "Con i mezzi che ci erano dati", ha aggiunto il premier, "abbiamo comunque fatto molta più redistribuzione di quanto non si sia mai fatto. Gli italiani capiranno".

"Ici? Anche la casa consuma". "La prima casa è una cosa importante per la vita dei cittadini", ha detto Monti in merito alla reintroduzione delle imposte sulla prima casa, "ma è anche una cosa che consuma risorse pubbliche: ci vogliono infrastrutture intorno alle case, le città costano. In tutti i paesi anche la prima casa contribuisce al mantenimento dei servizi pubblici".

"Poco margine per emendamenti". A proposito di possibilità di modifiche al decreto legge in tema di pensioni, Monti ha detto: "Il Parlamento è sovrano, il tempo è poco, i margini pochissimi". Secondo il premier, i saldi della manovra sono importanti quanto i contenuti: "Quando si parla di modifiche ed emendamenti, io dico che noi staremo in Parlamento con occhi e orecchie spalancate - ha spiegato - , ma se la caratteristica di questa pesante operazione politica economica e sociale è costruire un carico bilanciato verso l'equità, io come presidente del Consiglio e anche come ministro dell'Economia, non posso soddisfarmi se dicono che è cambiato il contenuto purché il saldo non cambi". Sui tempi di approvazione, Monti ha risposto: "E' prematuro dire se metteremo la fiducia ma ho già spiegato che la finalità è approvare la manovra in tempi brevi e senza modificarla molto".

"Non alzeremo l'Irpef". Alla domanda di Vespa sulle aliquote Irpef, Monti ha risposto: "Non le abbiamo alzate e non le alzeremo". Il premier ha poi spiegato come il governo abbia voluto spostare la tassazione dal lavoro e dalle imprese alle ricchezze, "per non deprimere la produzione". E sugli sgravi Irap: "La parola sgravi non è molto di moda in questo momento. Ma donne e giovani con l'Irap li abbiamo sgravati con le assunzioni per le aziende che assumono a tempo indeterminato".

Flessibilità e lavoro. Il prossimo cantiere del governo sarà il lavoro; e qui, ha detto Monti, la concertazione "sarà essenziale". Il premier ha però avvertito che "certe riforme del welfare devono essere fatte attraverso la modifica dello statuto" dei lavoratori e che comunque, anche guardando all'Europa, il tema fondamentale sarà quello di "combinare meglio la flessibilità nell'uso del lavoro da parte delle imprese, con una sicurezza legata non al mantenimento del particolare posto di lavoro, ma alla sicurezza del lavoratore".

"Benzina, aumento indispensabile". "L'aumento delle accise sulla benzina era indispensabile anche per l'esigenza del trasporto pubblico locale". Così Monti ha risposto a Bruno Vespa sugli aumenti dei carburanti.
Il premier ha comunque voluto sottolineare come accanto a queste misure che interessano molto i cittadini ce ne sono altre come ad esempio la tassazione "delle grandi liquidazioni dei dirigenti, finora tassati con aliquota media (23%) e che invece verranno tassati con una aliquota del 46%".

"Costi della politica? Gli interessi elettorali". Parando dei tagli alla politica, Monti ha detto che "il vero costo della politica, che l'Italia ha sperimentato sulla sua pelle, non è tanto quello di una politica costosa monetariamente ma quello di una politica che per decenni ha guardato ai propri interessi elettorali e non al futuro delle nuove generazioni. Questo è quello che vogliamo cambiare".

"Mercati, bestie feroci". "Dobbiamo domare i mercati, non demonizzarli", ha detto Mario Monti a Vespa. "I mercati sono delle bestie feroci, utili ma sbilanciate", ha aggiunto il premier. "L'Italia e altri paesi hanno accumulato troppo debito pubblico perché dopo la nascita dell'Euro i mercati si sono assopiti per anni e poi di colpo si sono svegliati, e ora sono imbizzarriti". Secondo Monti, "Si deve tener conto dei mercati altrimenti sono schiaffi alla stabilità". La politica se coordinata può avere il meglio dai mercati senza doversi inginocchiare".

"I giovani sono importanti". In tema di ricambio generazionale, Monti ha detto di capire il "disorientamento" di chi in forza della manovra "si trova a dover lavorare 5 anni in più". Ma la spesa sociale italiana è squilibrata, spiega il premier, e "dobbiamo tenere presente che c'è anche un'equità verso le generazioni future". Il premier ha aggiunto: "Sembra un discorso astratto, ma se i giovani non trovano lavoro è anche perché per decenni il mondo politico, per avere consenso assumeva e caricava sulle spalle degli italiani il peso che adesso c'è".

"Ripensare area Euro". "L'area dell'Euro ha bisogno di essere ripensata rapidamente", ha poi detto Monti: "L'Ue spalanchi gli occhi, i mercati spalanchino gli occhi per guardare a quello che ha fatto l'Italia. E lo ha fatto - ha sottolineato il premier - per se stessa oltre che per le esigenze europee", ridando al paese "titolo per partecipare da protagonista e non da osservatore ai vertici internazionali".

"Mamma mi diceva: alla larga dalla politica". Alla fine, il presidente del consiglio ha toccato un tema personale: "Il motto di mia madre era 'alla larga dalla politica' - ha raccontato - . Io sono stato fedele a questo motto ma poi è stata la politica che è venuta a me...". A Vespa che gli chiede come sua moglie abbia preso questo nuovo impegno, Monti risponde: "Mia moglie mi ha sempre incoraggiato anche quando è arrivata la proposta di nomina a commissario Ue e ci siamo trasferiti a Bruxelles. Ora siamo arrivati a Roma, mia moglie fa la sua parte e continua a sostenermi, ma non è certo contenta per gli orari che faccio".

Mentire al fisco, sanzione penale - Nella seconda parte di "Porta a porta", il viceministro all'Economia, Vittorio Grilli, ha annunciato che dal 1° gennaio "diventa reato mentire al fisco", mentre oggi ci sono solo ammende amministrative: "Dal primo gennaio 2012 - ha aggiunto Grilli - tutti gli operatori finanziari dovranno inviare i movimenti degli italiani per cui l'agenzia delle entrate sarà in grado di verificare e vedere eventuali anomalie". La notizia è stata ribadita dal sottosegretario alla presidenza del consiglio, Antonio Catricalà, nello studio di Ballarò.

(06 dicembre 2011)

giovedì 1 dicembre 2011

Pannolini e mezzibusti del Tg1 in una convention surreale


LORENZA GALEAZZI

Una finta edizione straordinaria del Tg1 condotta da Attilio Romita dedicata a pannolini e assorbenti della ditta Fater. Con tanto di interventi di Bush, Sarkozy e persino del Papa. Il tutto succede alla festa per i 50 anni della ditta di prodotti assorbenti

“Grande entusiasmo e scene di giubilo a Pescara per il cinquantesimo anno di attività di Fater Spa”. Con queste parole si apre l’edizione straordinaria del Tg1 proiettata a giugno 2008 in occasione delle celebrazioni per il compleanno di Fater, azienda abruzzese di prodotti assorbenti che racchiude marchi come Tampax, Pampers e Tempo. La scena è surreale: sul palco della convention c’è Franco Di Mare, conduttore di Unomattina e volto noto del piccolo schermo, che a un certo punto viene interrotto da un contributo mandato dalla regia. Annuncia: “Un’edizione straordinaria del Tg1” e in sottofondo si sente già la sigla del giornale della rete ammiraglia della Rai. Si spengono le luci in sala e sullo schermo appare il celebre conduttore Attilio Romita che apre il finto telegiornale interamente dedicato ai successi della ditta abruzzese. O meglio ai suoi prodotti: pannolini e assorbenti. Una pubblicità non occulta ma palese, che lo scorso anno è costata ai due giornalisti una sanzione da parte dell’ordine regionale del Lazio.

Il filmato della performance – imbarazzante a livello professionale e deontologico – finora non era mai stato diffuso. E anzi Attilio Romita aveva addirittura negato di averlo mai registrato, mentre Di Mare aveva sostenuto che il video era stato trasmesso a sua insaputa durante la convention della Fater. Adesso, però, il fattoquotidiano.it pubblica in esclusiva le immagini.

Una finta edizione straordinaria del Tg1 condotta da Attilio Romita dedicata a pannolini e assorbenti della ditta Fater. Con tanto di interventi di Bush, Sarkozy e persino del Papa. Il tutto succede alla festa per i 50 anni della ditta di prodotti assorbenti

“Grande entusiasmo e scene di giubilo a Pescara per il cinquantesimo anno di attività di Fater Spa”. Con queste parole si apre l’edizione straordinaria del Tg1 proiettata a giugno 2008 in occasione delle celebrazioni per il compleanno di Fater, azienda abruzzese di prodotti assorbenti che racchiude marchi come Tampax, Pampers e Tempo. La scena è surreale: sul palco della convention c’è Franco Di Mare, conduttore di Unomattina e volto noto del piccolo schermo, che a un certo punto viene interrotto da un contributo mandato dalla regia. Annuncia: “Un’edizione straordinaria del Tg1” e in sottofondo si sente già la sigla del giornale della rete ammiraglia della Rai. Si spengono le luci in sala e sullo schermo appare il celebre conduttore Attilio Romita che apre il finto telegiornale interamente dedicato ai successi della ditta abruzzese. O meglio ai suoi prodotti: pannolini e assorbenti. Una pubblicità non occulta ma palese, che lo scorso anno è costata ai due giornalisti una sanzione da parte dell’ordine regionale del Lazio.

Il filmato della performance – imbarazzante a livello professionale e deontologico – finora non era mai stato diffuso. E anzi Attilio Romita aveva addirittura negato di averlo mai registrato, mentre Di Mare aveva sostenuto che il video era stato trasmesso a sua insaputa durante la convention della Fater. Adesso, però, il fattoquotidiano.it pubblica in esclusiva le immagini.

In uno studio del tutto simile a quello del Tg1, Romita, dopo le immagini della folla in delirio per pannolini e assorbenti, comincia a lanciare i servizi. Il primo è dedicato alle reazioni internazionali, ed ecco Bush, Sarkozy e Putin intenti a santificare i prodotti portentosi dell’azienda di Pescara: se il presidente Usa in una conferenza annuncia fiero che “dietro ogni grande uomo c’è sempre un grande pannolone”, la risposta di Putin non è da meno: “Tutta la Russia vi ringrazia”. A quel punto il giornalista riprende la linea in studio per annunciare il prossimo servizio dedicato “ad alcuni abituali consumatori dei prodotti Fater”. Ed ecco Romano Prodi, Antonio Di Pietro, Rosy Bindie Maurizio Gasparri che rispondono a delle domande con la presidente del Pd che, suo malgrado, si trova a sottolineare come i pannolini “siano una garanzia per il cambiamento”. Inutile dire che i vari personaggi sono inciampati nel finto giornale di Romita a loro insaputa.

Se per gli “ospiti” internazionali ci pensa un finto doppiaggio a fargli pronunciare i claim scritti dai pubblicitari della Fater, per i politici di casa nostra il gioco è differente: le loro dichiarazioni sono state rimaneggiate da un abile montatore. Come nel servizio successivo, dove le telecamere del finto Tg1 si spingono addirittura Oltretevere per riprendere il saluto del Papa ai 1000 dipendenti dell’azienda. “Uomini e donne da cui dipende una qualità autenticamente umana di una convivenza”, dice Benedetto XVI alla folla festante in piazza San Pietro in occasione dell’Angelus. Mentre scorrono le immagini dei servizi lanciati dal conduttore, nella parte bassa dello schermo, come in un vero telegiornale, scorrono le ultim’ora, anche in questo caso improntate a un mix di marketing e goliardia. Sotto il faccione di Romita appaiono annunci come “si chiude oggi la maxi-inchiesta ‘Sederini asciutti’. Il presidente della Pampers confessa: ‘Siamo stati noi’”.

La messinscena dura poco più di sette minuti e il pubblico in sala sembra apprezzare. Chi invece non l’ha presa per niente bene sono i consiglieri dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio che dopo un lungo procedimento disciplinare hanno comminato la censura ai due dipendenti Rai coinvolti. Sì, perché ai giornalisti professionisti è vietato fare pubblicità. “I cittadini hanno il diritto di ricevere un’informazione corretta, sempre distinta dal messaggio pubblicitario e non lesiva degli interessi dei singoli”, recita la Carta dei doveri dei cronisti. Una norma deontologica probabilmente nota anche a un dipendente che ha ripreso la kermesse con il suo telefonino inviando le immagini all’Ordine dei Giornalisti. Lo stesso video che oggi, in forma anonima, è arrivato nella redazione Internet del Fatto Quotidiano. Fonti qualificate interne all’Ordine regionale del Lazio, dove i due giornalisti sono iscritti, raccontano che ai due è stata inflitta una pena lieve, come la censura, che non ha particolari ricadute sulla vita professionale dei due. Se Romita ha deciso di non impugnare la decisione del consiglio laziale, Di Mare ha fatto ricorso all’Ordine nazionale perdendo anche quello. Contattati telefonicamente il presidente dell’Ordine Nazionale, Enzo Iacopino, e dell’Ordine regionale del Lazio, Bruno Tucci, hanno preferito non commentare.

Il Fatto si era già occupato della vicenda il 4 dicembre del 2010. In quella occasione Di Mare confermava la proiezione del video durante la kermesse sostenendo però che fosse stata fatta a sua insaputa. “Ci sono rimasto male perché anche io non ne sapevo nulla. Mi sono subito scusato col pubblico”, diceva il conduttore di Unomattina. Affermazioni che trovano una secca smentita nelle immagini che documentano il tutto. Ancora più articolata la posizione di Romita: quando è stato contattato dal Fatto, un anno fa circa, sosteneva: “La Fater non l’ho mai sentita nominare, non ho registrato quel video e in questo tango non ci voglio entrare”. Difficile credergli ora che le immagini mostrano la sua faccia mentre annuncia fiero che “In due famiglie su tre c’è almeno un prodotto Fater”. Ricontattato dal fattoquotidiano.it, non vuole rilasciare nessuna dichiarazione. Si limita a dire che “la vicenda e ampiamente chiusa e rappresenta un’amabile cattiveria e una grave persecuzione contro la sua persona”. Al tentativo di un’ulteriore domanda sul perché avesse dichiarato il falso l’anno prima, lui, prima di riattaccare il telefono in faccia, minaccia querele. Pare di vederlo ancora quando con trasporto annuncia che i pannoloni Fater hanno “ridato dignità a una quota significativa della popolazione”.

I Minzopadrini


MARCO TRAVAGLIO

L’inviato del Tg1 Franco Di Mare, giornalista d’assalto e conduttore di Unomattina, annuncia tutto concitato “un’edizione straordinaria del Tg1”. Si spengono le luci, parte la storica sigla del Tg1 e appare il faccione ridanciano di Attilio Romita, seduto in studio uguale a quello del Tg1: “Grande entusiasmo e scene di giubilo a Pescara per il 50° compleanno di Fater Spa”, i cui pannolini – assicura il Ted Turner de noantri – “hanno ridato dignità a una quota significativa della popolazione”. Seguono 7 minuti di marchetta all’azienda abruzzese di assorbenti che riunisce i marchi Tampax, Pampers e Tempo. Poi, come in ogni tg che si rispetti, i commenti dei politici, italiani e internazionali. Sarkozy, Bush (“dietro ogni grande uomo c’è sempre un grande pannolone”), Putin (“tutta la Russia vi ringrazia”). E le dichiarazioni di Prodi, Gasparri, Di Pietro, Bindi, Veltroni. Infine Benedetto XVI, all’Angelus, benedice i pannolini e i loro creatori. Romita conclude con brevi ritratti encomiastici dei manager Fater, a partire dall’“inflessibile Sergio Cipolloni”. Sigla finale e la parola torna a Di Mare, che avvia il dibattito.

La penosa pantomima, un soffietto talmente smaccato che impedisce di distinguere il falso Tg1 da quello vero, è andata in scena tre anni fa al centro congressi di Pescara, a cura di due “giornalisti” del “servizio pubblico” con il logo del primo tg del “servizio pubblico”. All’epoca il direttore del Tg1 era Riotta, che non risulta aver tolto dal video i due uomini-sandwich degli assorbenti. Né risulta che la Rai abbia avviato per loro le pratiche del licenziamento. Solo un buffetto dall’Ordine dei giornalisti del Lazio, che anziché sospenderli o radiarli, li ha sanzionati con una ridicola “censura”. Eppure ai giornalisti è severamente vietato fare pubblicità (Mughini fu cacciato per uno spot): ma forse in questo caso “giornalisti” è una parola grossa.

Il video, scoperto da ilfattoquotidiano.it, è online da una settimana, ma Romita e Di Mare imperversano imperterriti su Rai1. Eppure un anno fa, quando il nostro sito lo interpellò, Di Mare disse che il finto Tg1 era stato trasmesso a sua insaputa (un caso Scajola bis) e lui ci era “rimasto male” e aveva “subito chiesto scusa”, mentre nel video lo si vede lanciare il servizio e, al termine, riprendere la linea per il dibattito coi dirigenti Fater senza batter ciglio. Romita addirittura dichiarò: “La Fater non l’ho mai sentita nominare, non ho registrato quel video”. E ora, preso col sorcio in video, sostiene di averlo girato pure lui a sua insaputa. Del resto chi dovrebbe rimuoverli dal video èMinzolini, che a sua volta avrebbe dovuto essere rimosso da almeno un anno: da quando il Fattorivelò lo scandalo dei suoi allegri tour per il mondo in dolce compagnia e nei più lussuosi hotel del pianeta, ovviamente a spese della Rai, pagando con carta di credito aziendale anche quando risultava fuori servizio, a volte facendosi rimborsare una seconda volta (con la diaria) le spese già saldate con la credit card.

L’altra sera, mentre il Tg1 precipitava al 16%, il Romita non conduceva perché si era fatto sostituire, avendo ben di meglio da presentare: la fiera dei gelatai a Longarone. E chi l’aveva autorizzato? Ma naturalmente Minzolini. Che ora, caduto il suo sponsor B., pare alla frutta: se martedì sarà rinviato a giudizio per peculato come chiede la Procura, forse il vertice Rai si deciderà a cacciarlo. Troppo tardi e anche troppo comodo: se finora nessuno aveva mosso un dito, è perché Minzo teneva in pugno i vertici aziendali. Forse perché è più potente di loro. O forse perché è diventato un comodo alibi per tutti gli altri che, finché c’è lui, possono fare tutto quel che pare a loro. Se ora chi l’ha nominato resterà al suo posto, non cambierà nulla. O forse sarà pure peggio. Come disse Petrolini al contestatore che gli sbraitava contro dal loggione, “io nun ce l’ho con te, ce l’ho col tuo vicino che nun te butta de sotto”.

Dimettersi entro l'anno: la tentazione dei parlamentari per evitare i tagli


C'è più di un mal di pancia, in queste ore, nei corridoi di Camera e Senato. Le nuove regole sui vitalizi spaventano molti parlamentari, in particolare quei peones che rischiano di non essere eletti nella prossima legislatura. Ed ecco che spunta l'idea maliziosa, la tentazione pericolosa: dimettersi entro la fine di dicembre per non incappare nella rigidità delle nuove regole. Le indiscrezioni sono state rilanciate in tv da Sky Tg 24.

Dal primo gennaio 2012, infatti, entrerà in vigore il sistema contributivo anche per chi è attualmente in carica. E soprattutto scatterà la nuova norma tagliola: niente assegno per chi ha meno di 60 anni, se si ha più di un mandato alle spalle; mentre chi ha accumulato un solo mandato dovrà attendere addirittura fino ai 65. In particolare sono nel panico quei 350 neoeletti che col nuovo sistema potrebbero rimanere del tutto esclusi dall'assegno: le regole saranno valide solo per l'ultimo anno di legislatura, quando non avranno ancora raggiunto quei 4 anni, sei mesi e un giorno che col vecchio sistema avrebbero garantito la "pensione". A meno che non venga adottata nelle prossime settimane una norma transitoria ad hoc.

Nei palazzi della politica, alcuni considerano l'ipotesi dimissioni solo una boutade. Di sicuro è una nuova fonte di nervosismo per i parlamentari, già alle prese con le impopolari misure imposte dal governo tecnico. Ma, per gli onorevoli tentati dalla furbata, c'è un ostacolo di non poco conto: le dimissioni devono essere approvate da un voto dell'aula. E, mentre soffia forte il vento dell'antipolitica, è difficile che l'assemblea possa dare il via libera a una simile fuga di massa.

(30 novembre 2011)

Bersani avverte il governo Monti "Non sia sordo alle nostre richieste"


"Non si non si tratta di porre condizioni. Si tratta di dire le proprie idee. Noi le abbiamo. Le presenteremo e ci aspettiamo che non si rimanga sordi e disattenti". Così Pier Luigi Bersani in un'intervista alla tv del partito Youdem. Alla vigilia della manovra a firma Mario Monti - pensioni in primis - , il segretario del Pd avverte il premier: "Noi conosciamo bene, meglio di altri, l'emergenza che deve affrontare il Paese e infatti abbiamo detto da tempo che saremmo finiti nei guai per via delle mancate risposte degli ultimi tre anni e sappiamo che bisogna fare uno sforzo collettivo". Insomma, per il leader del Nazareno è necessario "uno sforzo di tutti, ognuno deve prendersi le proprie responsabilità". Il Pd chiede una cosa però: "L'equità. Chi ha di più deve dare di più".

Quelle che chiede Bersani sono misure eque e non recessive. "Una delle cose che chiediamo è di non tenere al riparo chi ha di più questo è il nostro punto di partenza e cercare di fare in modo che queste misure che non saranno indolori siano il meno possibile recessive e abbiamo occhio alle esigenze di consumi, di redditi e delle situazioni più difficili e dei ceti popolari più ampi. I particolari li vedremo quando conosceremo precisamente le intenzioni del governo perchè finora si è discusso di supposizioni".

Perplesso sulla riforma pensionistica anche
Antonio Di Pietro. "E' certo che i lavoratori che hanno pagato per quarant'anni i contributi hanno diritto alla pensione indipendentemente dall'età anagrafica. Se proprio si deve intervenire sulla previdenza, si pensi alle pensioni pagate agli ex parlamentari che con pochi anni di legislatura, o addirittura pochi giorni, percepiscono redditi da pensione clamorosi e si colpisca invece chi ha quattro o cinque pensioni - commenta il leader dell'Italia dei Valori - Quando ci ha chiesto la fiducia, ci ha detto che al primo posto avrebbe messo la giustizia sociale. Ciò vuol dire che a pagare i conti devono essere coloro che non lo hanno mai fatto e non gli onesti lavoratori che hanno svolto quarant'anni di servizio effettivo e non figurativo".

Durissimo il segretario nazionale di Rifondazione comunista,
Paolo Ferrero, che torna ad attaccare l'esecutivo composto da "tecnocrati", e "messo lì dalla Banca centrale europea". "Stando alle indiscrezioni di questi giorni, quella che sta per essere varata sarà una manovra recessiva, con la quale continueranno a pagare i lavoratori e i pensionati. Siamo pronti allo sciopero generale".

Nel frattempo il capo dello Stato avverte: "C'è bisogno di un grande sforzo politico, morale, sociale per affrontare questa grave crisi che dobbiamo riuscire a vincere". Intanto, prosegue il lavoro di Monti sulla messa a punto delle misure anti-crisi che saranno varate dal Cdm di lunedì mattina. L'iter parlamentare della manovra dovrebbe iniziare dalla Camera, dove già la prossima settimana approderà il pacchetto di provvedimenti e il via libera dovrebbe esserci il 15 dicembre, per poi passare all'esame del Senato e concludersi, come chiesto dal governo, entro Natale.

(01 dicembre 2011)

Rai, stop sulle nuove nomine Garimberti: "Basta giochi politici"

Paolo Garimberti

"Quanto successo oggi in consiglio di amministrazione è scandaloso: un blocco di consiglieri della vecchia maggioranza ha improvvisamente bloccato le nomine. Basta giochini politici sulla pelle di dipendenti e spettatori che paralizzano il cda. O dimostriamo di saper prendere decisioni o andiamo a casa". Il presidente della Rai Paolo Garimberti non usa mezzi termini nel denunciare la situazione che si è creata oggi in Cda a viale Mazzini. Accusando la "politica politicante" di paralizzare l'attività dell'organo di amministrazione.

Il riferimento è al rinvio di alcune nomine perché dalla maggioranza di centrodestra è arrivato un improvviso stop a quello che invece sembrava dovesse essere ormai acquisito. Lo nomine in questione, proposte dal direttore generale
Lorenza Lei, riguardano la direzione sviluppo strategico (Carlo Nardello); la direzione risorse televisive (Valerio Fiorespino); la vice direzione abbonamenti (Giancarlo Biacca).

Nomine inserite nell'ordine del giorno dei lavori consiliari che come da prassi il dg ha fatto avere ai consiglieri 48 ore prima del Cda. "Fino a ieri sera era tutto definito - dice Garimberti - poi questa mattina la novità". La maggioranza di centrodestra, infatti, ha chiesto di spostare Nardello alle Risorse televisive e Fiorespino allo Sviluppo strategico. Richiesta respinta dal direttore generale Lei. Ne è seguita quindi la nuova richiesta dalla maggioranza di centrodestra di rinvio dell'argomento. Il presidente, per evitare il muro contro muro ha optato per il sì.

"E' uno scandalo ed è avvenuto per ragioni eminentemente politiche: far capire che la ex maggioranza è ancora maggioranza nel Cda. E' ora che lo spirito che sostiene il governo Monti entri anche nella Rai, una volta per tutte. Bisogna dire basta a questa politica politicante che continua a interferire nella vita dell'Azienda, bloccandone il funzionamento, in un momento delicatissimo in cui è in gioco il futuro della Rai e dei suoi dipendenti" dice adesso Garimberti.

E nuove tensioni agitano viale Mazzini. In considerazione di quello che potrebbe verificarsi nei prossimi giorni con la vicenda Minzolini : "Nel caso arrivasse un rinvio a giudizio sono pronto a convocare un Cda straordinario". E filtra anche l'indiscrezione che prima del cda odierno si sarebbe tenuta una riunione fra i consiglieri della precedente maggioranza di governo e i big del centrodestra
Roberto Maroni, Paolo Romani e Maurizio Gasparri.

(01 dicembre 2011)

I sindacati chiedono incontro con Monti Fornero: "Sì al reddito minimo garantito"

Elsa Fornero
Raffaele Bonanni

All'indomani della secca bocciatura della riforma delle pensioni, i sindacati tornano alla carica e chiedono al premier Mario Monti un incontro per trovare una soluzione. Ma il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, rassicura che il governo è disponibile al dialogo con le parti sociali prima del 5 dicembre: "Una delle misure" che sarà presentata lunedì al Cdm "sarà l'introduzione del metodo contributivo pro rata basato sull'uniformità di trattamento" e ha aggiunto che ci sarà "forse l'accelerazione di alcuni sentieri di adeguamento, per esempio dell'età pensionabile delle donne, che erano già stati adottati dal governo precedente". Sì, poi, al reddito minimo garantito, ha detto ancora la Fornero a margine del consiglio Affari sociali, precisando come quella del reddito minimo sia "una direzione verso la quale il governo lavorerà", inserendola in un pacchetto più ampio ancora da congegnare.

DOSSIER

Sindacati di nuovo all'attacco. Intervenire su pensioni e lavoro, sostiene il segretario generale della Cgil,
Susanna Camusso, senza un eventuale incontro sarebbe un errore: "Non abbiamo informazioni. Immaginiamo che il governo

sappia che ci sono materie, come le pensioni e il lavoro, su cui agire per decreto sarebbe molto complicato". "È molto grave che non ci sia alcun confronto" sugli interventi che il governo intende adottare sulle pensioni, dice il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni. "A noi - aggiunge chiedendo la convocazione - interessa trovare delle soluzioni". Poi, riferendosi alla dichiarazione di ieri della Camusso sul fatto che la soglia dei 40 anni fosse 'intoccabile', ha detto: "Ma che è un problema di Cabala? Spero invece che la Cgil si ponga l'obiettivo di avere un tavolo, come fa la Cisl". Di misura "palesemente ingiusta" in merito al superamento dei 40 anni di contributi per le pensioni di anzianità parla Luigi Angeletti, segretario della Uil: "I sindacati non possono essere d'accordo". Parole che ricordano quelle di Susanna Camusso, leader Cgil, secondo la quale "40 è un numero magico, che non può essere toccato".

Bonanni (Cisl): "Garanzie per chi non ne ha mai avute". Trovare soluzioni eque e, soprattutto, offrire garanzie a chi non ne ha mai avute. E queste, secondo Raffaele Bonanni, si possono trovare solo con un confronto tra parti sociali e governo: "Occorre trovare soluzioni che garantiscano coloro che non hanno mai avuto garanzie" e che "facciano distinzione fra lavoratori e lavoratori", sostiene Bonanni, anche perché, in seguito alle riforme precedenti, "non si è mai avuto il tempo di riequilibrare le pensioni". Per il segretario della Cisl è "bizzarro" il fatto che qualcuno dica che l'incontro non si può fare perché c'è fretta: assicura che, nel caso che comunque non si arrivi ad una 'faccia faccia' tra sindacati ed esecutivo, "noi faremo di tutto per dimostrare che anche questo governo si mette in scia di chi non vuole affatto trovare soluzioni che distinguano le persone".

Angeletti (Uil): "Superare 40 anni significa pagare a vuoto"
. Assolutamente contrario all'ipotesi dei contributi dopo i 40 anni si dichiara Luigi Angeletti: "I sindacati non possono essere d'accordo se si preannuncia il fatto che le persone che continuassero a lavorare dopo 40 anni di lavoro verserebbero contributi che non hanno alcun effetto sulla loro pensione, cioè praticamente pagherebbero contributi 'a vuoto', e non pochi perché in alcuni casi corrispondono ad un terzo del loro stipendio". "Quindi - avverte - come si fa a dire che questa soluzione è accettabile? È palesemente ingiusta". Per Angeletti bisogna, invece, ridurre le tasse sul lavoro: "Questa è la cosa più importante, che può consentire di aiutare la competititività delle imprese, aumentare i consumi ed evitare l'aumento della disoccupazione. Perché la cosa più equa - conclude - è quella di evitare che aumentino i disoccupati".

Fornero: "Riforma entro pochi giorni".
"Sulla spesa pensionistica, il governo ha in preparazione, e verosimilmente sarà annunciata entro pochi giorni, una riforma incisiva, ma che rispetta il principio dell'equità tra le generazioni", ha detto il ministro del Lavoro. "So che c'è molta attesa sul governo italiano e sulle azioni che prenderà, voglio assicurare che l'Italia aderisce convintamente agli obiettivi ambiziosi della strategia 2020 e che il governo considera lo spirito di partnership e la cooperazione con la Ue essenziali", ha aggiunto il ministro. L'Italia, ha spiegato, "è particolarmente impegnata nella riduzione del disavanzo e nella riduzione graduale ma credibile tra debito e pil e per raggiungere questo obiettivo il governo intende fare leva su rigore, crescita ed equità". Il rigore, ha precisato, "non fa riferimento solo ad una dimensione quantitativa, ma anche a una diversa cultura del rapporto tra individui e spesa pubblica, mentre l'equità prevede che le misure siano calibrate con l'attenzione all'equilibrio tra le generazioni". Il governo, poi, "si propone anche di correggere i difetti strutturali che hanno danneggiato la crescita del Paese". Ma "nell'immediato darà piena attuazione alle manovre dell'estate, completandole con gli interventi contenuti nella lettera Ue".

Camusso: "Da Confindustria atteggiamento più laico". Le imprese chiedono una riforma delle pensioni che ritardi l'uscita dalle aziende, ma poi vogliono liberarsi dei lavoratori meno giovani, ha sottolineato il segretario generale della Cgil in replica a Emma Marcegaglia : "Sulle pensioni dico a Confindustria che dovrebbe avere un atteggiamento più laico. Il problema che abbiamo- prosegue- sono i lavoratori che vengono cacciati dalle imprese dopo i 50 anni. Più che fare censure si impegnino loro a non aprire processi di mobilità".

(01 dicembre 2011)

Disporre della propria vita lusso supremo della civiltà

Lucio Magri

di ADRIANO SOFRI

E DI NUOVO qualcuno, qualche specialista, ci ammonisce: "Non siamo padroni della nostra vita". "Non siamo padroni", questa sì che è una bella espressione, sarebbe piaciuta anche a Lucio Magri. Ma se vogliono metterci in balia di un altro padrone, allora siamo pronti a rubargliela e riprendercela, "la nostra vita". Quando non si sia a questo punto, quando non si voglia pignorarci la vita, lasciamo diritti e doveri ai codici, avere e dare ai registri contabili. Teniamoci la contraddizione. Mi è preziosa la facoltà di scegliere se vivere o morire, e però mi fa disperare e ribellare l'eventualità che una persona che amo scelga di morire. Non solo: nessuna proclamazione sulla virtù del suicidio mi impedirà di desiderare che il mio prossimo improvviso, l'uomo della spalletta del ponte, rinunci al suo salto, e di tendergli una mano perché torni di qua.

Il suicidio è un sublime tema filosofico e un grandioso tema sociologico e statistico, ma è un altro affare nei fatti, e nei fatti i suicidi sono altrettanto diversi quante sono le persone che li compiono. Nei commenti a vicende come questa non vale la pena di attardarsi fra l'uno o l'altro partito preso religioso, che riescono a ripetersi imperterriti nella loro lingua morta. C'è una pena che cambia di colpo le cose, e non è affatto così condizionata dall'una o dall'altra fede, dall'esistenza o dall'assenza di una fede. Il suicidio assistito - prende un suono sindacale, come tutte le formule burocratiche. Ha un risvolto, il suicidio abbandonato, spoliato. Stiamo parlando oggi di un uomo vicino agli ottant'anni, che era andato e tornato, è andato e non è più tornato, dunque era libero. Ne aveva novantacinque
Mario Monicelli, che si schiantò davvero come il sarto di Ulm, e non si illudeva affatto di volare.

Ci sono due gruppi nei quali il suicidio infierisce: i giovani, e i carcerati. Mi colpisce un'affinità fra il suicidio degli adolescenti (la loro seconda causa di morte, se non sbaglio, dopo i disastri stradali) e quello dei detenuti che si ammazzano nei primi tempi della loro galera, spesso senza essere stati giudicati. Nella loro primavera, non alla fine di un inverno. La galera è fatta per indurre chi ci incappa (anche i guardiani) alla disperazione e all'insensatezza, dunque all'incombenza e alla tentazione del suicidio, e al tempo stesso è regolata in modo da simulare il divieto del suicidio. Vi tolgono la cintura dei calzoni e dell'accappatoio, il fornellino del gas, i vetri e tutto ciò che taglia. Basta pensare per un momento - immaginarlo, immaginarvisi - a uno che annodi di nascosto i lacci delle scarpe, ammesso che sia riuscito a tenerseli, e scelga con cura il minuto necessario a sventare lo sguardo d'altri in quella ressa, per capire che cos'è un suicidio non assistito. Si chiedono, i giornali, quale ultimo lago svizzero, quale ultimo pensiero abbiano attraversato la mente del morente: nella cella sordida cui alludo ogni energia estrema, ogni ultimo pensiero è riservato a un muro sporco e alla determinazione millimetrica necessaria a farcela. Ma questo non è un ennesimo articolo sul carcere, insinuato surrettiziamente nella commozione per la morte di Magri. Parlo di tutti, dei liberi, e del punto in cui prigionia e libertà si rovesciano l'una nell'altra. Il nervo più profondo del totalitarismo sta nella pretesa capricciosa che le democrazie riservano ai regolamenti penitenziari, salvo trasferirle ai testamenti biologici:
di impedirti di vivere e di impedirti di morire. Di renderti impossibile la vita e la morte. Le reti o le barriere piazzate lungo il Ponte di Spoleto o attorno alla Torre di Pisa servono a non sporcare il greto e il selciato, non a dissuadere i suicidi.

La lezione dello stoicismo, gli amici convocati, il convito, la conversazione e il commiato, resta magnifica, ma è davvero distante. Vicina a noi è l'aberrazione dei suicidi-omicidi, questa sì un'epidemia contagiosa e gregaria e orrenda, ebbra dell'illusione di non morire soli e non uccidere soli; ora imprevedibilmente riscattata da gesti oscuri come quello di Sidi Bouzid (la città tunisina dove un ambulante si diede fuoco dando il via alla "rivoluzione dei gelsomini", ndr.). Non si sceglie di morire come per una liberazione: questo è un eufemismo. Si sceglie, o ci si rassegna, a non poter più essere liberati. Che questo venga da una malattia senza riparo e piena di mortificazione, o da un'anima vedova e spezzata, o dall'offesa di una bambina cui siano stati tagliati a forza i capelli, non è questione da dibattito. Né la distinzione fra una malattia "terminale" e una depressione: certo che una depressione si può curare, ma credete che Magri non lo sapesse? Si può volere con ogni fibra di un corpo martoriato la vita fino all'ultimo istante, e si può ripudiarla anche quando si sia un corpo sano.

In ogni caso faremo di tutto perché i nostri cari, e magari il nostro prossimo, restino attaccati alla propria vita
. Ma desidereremo una Svizzera per noi e dunque per tutti. La ricetta, "Si sciolgono 15 grammi di pentobarbital di sodio in un bicchiere d'acqua...", non è cinica là e affabile qua, dove dev'essere spacciata di nascosto. È strana, la Svizzera, lo è proverbialmente. Ha le banche, i caveau, è neutrale e affarista. È terra di rifugio, neutrale e accogliente. Noi siamo, quanto a caveau, una Svizzera colossale, e quanto ad accoglienza, una penisola di piccole Svizzere clandestine, in cui si muore al nero. Certo la ricetta e la liceità dell'assistenza al suicida non tolgono il dolore, la disperazione e lo schianto. Immagino che anche in Svizzera una tromba delle scale possa attirare più che una bevanda antiemetica. Primo Levi era un chimico, avrebbe saputo come fare.

Voglio dire un'ultima cosa. Il lusso supremo della civiltà umana sta nel disporre di una propria vita personale, dunque di una propria personale morte. Vite e morti venivano e vengono spazzate e mietute all'ingrosso, senza riguardo all'età - anzi, con una predilezione per i giovani. Quando succede, si può provare a resistere oltre ogni limite immaginato, scampare, e cedere poi quando sia passata la tempesta, e le persone restituite a un loro destino individuale. Améry, Levi... Adesso stiamo pensando a uno di noi, che siamo appena diventati sette miliardi. Questo lusso prezioso è ogni giorno a repentaglio. Nelle altre pagine i titoli sull'euro, su Durban, su Teheran, parlano d'altro, parlano di quell'antico anonimo mercato all'ingrosso delle vite e delle morti.

(01 dicembre 2011)

Fmi rinvia missione italiana: "Prima le misure" Passera: "Dati dimostrano che il Paese è forte"

Corrado Passera

L'attesa per il pacchetto di provvedimenti anticrisi che il governo presenterà lunedì alla Camera coinvolge anche il Fondo monetario internazionale. L'Fmi ha deciso infatti di ripensare i tempi della sua missione tecnica di vigilanza rafforzata sull'Italia in attesa di conoscere le nuove misure. Lo ha riferito il facente funzioni di direttore del dipartimento relazioni esterne del Fmi, Gerry Rice. "Monti - ha spiegato - ha detto che ci sono delle scadenze importanti, che sarebbe opportuno considerare nel timing della missione".

La conferenza dei capigruppo di Montecitorio che si è riunita in mattinata, ha indicato un calendario di massima dei lavori, in attesa che sia il governo a comunicare in quale ramo del Parlamento approderà la manovra. Se, come è probabile, l'esame inizierà alla Camera, il testo arriverà in Commissione già dal 5 dicembre, mentre dal 12 dicembre e fino al 15 sarà all'esame dell'aula.

Sui provvedimenti che l'esecutivo intende inserire nella manovra continuano a fioccare indiscrezioni. L'ultima riguarda la possibilità di pagare la montagna di debiti arretrati della pubblica amministrazione nei confronti delle piccole e medie imprese - circa 90 miliardi di euro - con titoli di Stato. L'ipotesi, secondo quanto trapelato, sarebbe stata discussa ieri sera nell'incontro del ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera con imprese, banche, assicurazioni e cooperative su richiesta delle stesse imprese. "Ieri sera ho ascoltato tutte le proposte. Siamo in una fase di ascolto", ha precisato il ministro aggiungendo che "siamo in un momento molto difficile, stiamo rischiando sicuramente di rientrare in recessione".

Il governo, ha spiegato ancora Passera, è al lavoro "per affrontare l'emergenza numero uno che è quella del
disagio occupazionale". Il disagio, ha osservato, è infatti "molto più alto di quanto mostrino le statistiche" e coinvolge "una quota rilevantissima della società italiana".

Altro punto particolarmente delicato è quello della
previdenza. "Sulla spesa pensionistica, il governo ha in preparazione, e verosimilmente sarà annunciato entro pochi giorni, una riforma incisiva ma che rispetta il criterio di equità tra le generazioni," ha detto il ministro del Welfare Elsa Fornero parlando durante una deliberazione pubblica del Consiglio Ue dedicato alle questioni sociali in corso a Bruxelles. "Abbiamo ben chiari i difetti del nostro mercato del lavoro, il suo dualismo e i principi di flexicurity che dovrebbero ispirarne la riforma," ha aggiunto, precisando che l'azione del governo sarà centrata su rigore, crescita ed equità, laddove il "rigore non è solo basato su una dimensione quantitativa, ma anche su una diversa cultura del rapporto tra individui e spesa pubblica."

Intanto, malgrado la difficoltà del momento, dal capo dello Stato arriva l'esortazione ad avere fiducia. "Certamente l'Italia ce la farà, ce la deve fare", ha detto Giorgio Napolitano raggiungendo l'Università La Sapienza dove sarà presentato il libro che raccoglie i suoi discorsi per il 150/mo dell'Unità d'Italia. Un auspicio, quello del presidente della Repubblica, condiviso da Passera. "C'è un'Italia - dice il ministro - che continua a mettercela tutta, un paese che tiene meglio" e i dati sull'esportazione e la quota internazionale di commercio estero "dimostrano che il paese è forte". "Noi - ha aggiunto - possiamo sorprendere positivamente il resto del mondo, ci sono tutti gli estremi e la base delle nostre imprese" è quella su cui costruire. In un secondo momento Napolitano ha poi aggiunto: "C'è bisogno di un grande sforzo politico, morale, sociale per affrontare questa grave crisi che dobbiamo riuscire a vincere".

Ottimista anche Mario Monti: "La vastissima maggioranza che ha approvato il principio costituzionale del pareggio di bilancio testimonia la ferma volontà del Parlamento e di tutto il Paese nel proseguire sulla strada del risanamento strutturale della finanza pubblica", ha detto il presidente del Consiglio esprimendo soddisfazione per l'approvazione in prima lettura da parte della Camera dei Deputati del disegno di legge costituzionale sull'articolo 81 della Costituzione". "La comune volontà dei Paesi dell'Unione e delle istituzioni comunitarie di garantire durevolmente con norme costituzionali il consolidamento delle finanze pubbliche è un elemento decisivo per il superamento dell'attuale, difficile, crisi finanziaria che attanaglia l'Europ", ha sottolineato ancora il premier.

(01 dicembre 2011)

Berlino salverà l'Europa?


di BARBARA SPINELLI

DA QUANDO s'è inasprito l'attacco alla zona euro, il sociologo Ulrich Beck accusa la Germania di un peccato grave: l'euronazionalismo. Dimentica delle regole democratiche, spesso arrogante, Angela Merkel incarnerebbe "una versione europea del nazionalismo della Deutsche Mark", elevando a dogma continentale la propria cultura della stabilità. Per sua colpa i tecnocrati avrebbero soppiantato i politici europei.

Il veto opposto al referendum sull'austerità, annunciato e poi abbandonato dall'ex Premier Papandreou, testimonierebbe il divario apertosi fra Europa e democrazia. Sono molti gli indizi che sembrano dar ragione a Beck. La Merkel s'ostina a scartare proposte su un sostegno più attivo della Bce ai paesi in difficoltà, nonostante le obiezioni mosse nel suo stesso partito, nell'opposizione, perfino nel Comitato dei cinque Saggi (il Sachverständigenrat) incaricato di guidare i governi tedeschi nelle scelte economiche. Almeno due di loro, Peter Bofinger e Bert Rürup, si battono per una Bce più dinamica e per gli eurobond (non solo al fine di arginare la speculazione; anche per piani di rilancio che gli Stati non possono permettersi ma l'Unione sì). Romano Prodi ha detto, sul Messaggero: "È venuto ora il tempo che la Germania prenda una decisione su come vorrà utilizzare l'immenso potere raggiunto. Lo può usare a servizio di se stessa e dell'Unione europea, o contro se stessa e contro l'Europa". A Berlino, l'economista Henrik Enderlein non è meno duro: la Germania, dice, non ha capito che "l'euro non poteva vivere a lungo senza una comune politica fiscale, economica. Che non era un punto d'arrivo dell'integrazione, ma un punto di partenza".

Eppure la Germania non è stata sempre così riluttante, almeno in teoria. L'idea che l'euro fosse arrischiato, senza unione politica, affiorò più volte in passato - nella stessa Bundesbank, nella Corte costituzionale - e proprio ora che urge avanzare Berlino si ritrae, come inorridita da un ramarro. Iniziare avventure nuove in politica è difficile, quando il popolo impaurito si fa calmare da posizioni che hanno
il potere ansiolitico delle ortodossie o dei localismi. Meglio chiudersi in recinti, e dire tanti No.

Alcune denunce di Beck sono diffuse nelle sinistre europee (non la parte del suo discorso favorevole a un'Europa cittadina, sovranazionale), ma molti critici del
neo-nazionalismo tedesco non le condividono. Il referendum greco è da questi ultimi disapprovato non perché troppo democratico, ma perché chiedendo ai cittadini di pronunciarsi solo sui tagli di spesa, rischiava di usare il popolo anziché illuminarlo. Nessun cittadino ama i tagli, specie quando i più ricchi sono risparmiati. Se oggi venisse posta la vera questione ai greci ("Volete restare nell'euro?") non è detto che la risposta sarebbe negativa.

Quel che spesso viene trascurato, è che la cultura tedesca della stabilità non è un mostro, anche se radicalmente imperfetta perché orfana di un'autentica scelta europea. È una cultura che ha fatto della Germania l'unica alternativa non spietata ai modelli cinese e americano: è fondata sulla valorizzazione dei sindacati, su misure concordi contro le delocalizzazioni, su salari alti (Federico Rampini lo spiega bene in Alla mia sinistra). Anche la questione demografica, Berlino l'ha affrontata con saggezza: l'abbandono del diritto del sangue, che vietava agli stranieri nati in Germania d'esser cittadini tedeschi (un diritto "folle o assurdo", secondo Napolitano, tuttora valido da noi) risale al 2000. Mario Monti, parlando al Senato il 17 novembre, ha difeso una cultura non esogena della stabilità: "
Gli studi dei migliori centri di ricerca italiani avevano individuato le misure necessarie molto prima che esse venissero recepite nei documenti che abbiamo ricevuto dalle istituzioni europee".

I critici più seri del comportamento tedesco sanno queste cose, e sperano dunque che le regressioni siano reversibili. Le lentezze della Merkel sulla Grecia sono state sciagurate (l'anno e mezzo perduto ha scatenato l'odierno marasma) ma sono anche il segno che il male tedesco non è la volontà imperiale, ma l'incapacità di volere. All'ultimo minuto, Berlino non ha mollato Atene. È il motivo per cui non si può escludere una svolta, sia pur timida, al vertice dei capi di Stato o di governo dell'8-9 dicembre. A meno di crisi aggravata, il governo tedesco continuerà a respingere una
gestione comune del debito, dunque gli eurobond. A escludere che la Banca centrale europea diventi prestatore di ultima istanza. Ma qualcosa forse si muove: è successo il 23 novembre, quando Berlino ha visto pericolare i propri titoli di Stato, e toccato con mano la realtà. Se l'euro finisce sarà rovina anche per lei, che di una moneta più debole del marco ha profittato esportando al massimo.

La presa di coscienza potrebbe prender forme diverse, più o meno stabili o dannose. Il Cancelliere promette cose "molto impressionanti", e tra queste cose potrebbe esserci il ritorno all'antica convinzione europeista, secondo la quale occorre un'unione federale - specie fra stati dell'euro - perché si possa mettere in comune sforzi, sacrifici. A queste condizioni sì, la solidarietà è accettata: la paura che i soldi siano sperperati si attenuerebbe. Quel che potrebbe ripetersi, è la scommessa fatta con l'euro. Già allora la moneta tedesca era la più forte, e per spingere Kohl a sacrificare il marco sovrano fu necessario dare qualcosa in cambio: nacque così il Patto di stabilità e crescita. Lo stesso andrebbe fatto ora, per convincere la Merkel e il suo popolo. Oggi tocca fare un passo avanti ulteriore: se si vuole un Fondo salva-Stati davvero potente, urge dare alla Germania la garanzia che esso non faciliterà il lassismo e servirà a mettere sotto controllo la politica fiscale ed economica degli stati, che dovranno quindi rinunciare alla loro sovranità in materia. Tali garanzie dovranno valere anche per Berlino. Dice Alfonso Iozzo, economista e federalista militante: "Jean Monnet direbbe oggi: istituiamo subito un Governo provvisorio dell'Eurozona dotato dei poteri - a carattere federale come nel caso della moneta - per gestire l'Unione Fiscale: un governo che assicuri la stabilità finanziaria dei paesi che avranno così rinunciato alla piena sovranità, e avvii un nuovo ciclo di sviluppo". Non si otterrà questo: ma questo dovrebbe essere l'obiettivo.

La questione della Banca centrale europea prestatore d'ultima istanza è più complessa. Le resistenze non vengono solo da Berlino, ma dalle autorità monetarie europee. La Bce, dicono a Francoforte, è prestatore di ultima istanza nei confronti delle banche, non degli Stati. L'articolo 123 del Trattato di Lisbona vieta a Bce e banche centrali nazionali di prestare direttamente fondi ai governi. Questo significa che esse possono acquistare titoli solo sul mercato secondario, oggi instabile. È quello che la Bce ha fatto in questi mesi, anche se in misura limitata e senza certezze di continuità. L'assenza di certezza dà l'impressione di una Banca non affidabile come la Federal Reserve. I suoi difetti non sono imputabili solo a Berlino, ma difetti restano. La Germania che guida l'Europa è a un incrocio di strade. Può fare o disfare l'Unione. La disfa più che mai, quando sogna un piccolo nucleo di paesi risparmiatori: armato magari di eurobond, isola degli happy few. Sarebbe la soluzione più micidiale: getterebbe nel caos gli stati che usano l'euro, ma fuori dal cerchio magico.

Forse al prossimo vertice capiremo meglio dove voglia andare Berlino: se verso una spaccatura europea o un trattato più federale. Al centro, quella che Schmidt chiamava nel '96 l'"ipocondriaca paura tedesca del nuovo", unita ai timori che Berlino incute in Europa. Di questi timori il dispositivo centrale è la parola azzardo morale: quello che si corre quando i dilapidatori, perché assistiti o rassicurati, cessano di vigilare se stessi e disciplinarsi. Spetta alle istituzioni europee, e a tutti gli Stati, dimostrare che l'azzardo scema se accanto alla cultura della stabilità nasce una fiducia reciproca duratura, che solo l'unità politica dell'Europa può dare.

(01 dicembre 2011)