lunedì 2 marzo 2009

Energia ecosostenibile dai fiumi


Le fonti di energia pulita sono presenti in varie forme, ovunque intorno a noi, anche se spesso non ce ne accorgiamo nemmeno. Una tra quelle più facili e vantaggiose da sfruttare, ma ancora praticamente inutilizzata, è la differenza di salinità presente alla foce dei fiumi, là dove l’acqua dolce si incontra con l’acqua marina salata. I Paesi Bassi sono all’avanguardia nello sviluppo delle nuove tecnologie in questo campo, anche grazie alle caratteristiche del loro territorio, dove sono numerosi i fiumi che sfociano in mare. Ma è un'azienda norvegese ad applicare le ultime scoperte su larga scala, attraverso la costruzione di una vera e propria centrale elettrica.

L’ENERGIA OSMOTICA – Questo tipo di energia è detta energia a gradiente salino (o energia osmotica) e sfrutta il flusso spontaneo dell’acqua da una soluzione a concentrazione minore (acqua dolce) verso una più concentrata (acqua salata). Come riporta il New Scientist, il progetto di un nuovo tipo di batteria in grado di incanalare quest’energia è nato dagli ingegneri del Wetsus, centro olandese per le tecnologie idriche sostenibili. Per dare un’idea delle potenzialità di questa risorsa, nel caso specifico del Reno, che sfocia poco a sud di Rotterdam nel Mare del Nord, il processo chiamato «Blue Energy» sarebbe in grado di produrre 1 gigawatt di elettricità, sufficiente per alimentare 650 mila abitazioni. Un sistema del genere può essere applicato alla foce dei fiumi di tutto il mondo, dal Gange al Mississippi, senza causare danni all’ambiente nè all’ecosistema, e in futuro – a pieno regime – potrebbe arrivare a fornire fino al 7 per cento del fabbisogno energetico globale.

LA PRIMA CENTRALE – L’energia osmotica è nota da tempo. Nonostante ciò, sono stati necessari anni di studi per creare un sistema in grado di produrre elettricità sfruttando la differenza di concentrazione alla foce dei fiumi. Le difficoltà principali sono legate alla membrana di separazione tra acqua salata e dolce: alla fine degli anni ’90 sono nati i primi prototipi efficaci e solo ora i modelli più avanzati sono abbastanza efficienti da permettere la produzione di energia in modo redditizio. Dopo aver sperimentato in laboratorio il funzionamento dell’impianto e delle membrane, nei prossimi mesi l’azienda norvegese Statkraft attiverà il primo prototipo di centrale a energia osmotica su larga scala. Sarà situata a Tofte, una cittadina costiera vicino a Oslo (Norvegia), e avrà dimensioni relativamente piccole: in un’area grande come un campo da tennis, verranno installati 2 mila metri quadri di membrane che genereranno circa 4 kilowatt (una quantità di energia molto modesta). Sfruttando l’esperienza di Tofte, entro il 2015 l’azienda spera di riuscire a costruire una centrale più grande, in grado di produrre almeno 25 megawatt (il fabbisogno di circa 15 mila famiglie).

Valentina Tubino
26 febbraio 2009

Kenya: trovate impronte di ominidi di 1,5 milione anni fa





WASHINGTON -Scoperte in Kenya orme fossili di ominidi risalenti a 1,5 milioni di anni fa: sono le seconde più antiche finora rinvenute, e le prime a rivelare una camminata «moderna», cioè simile alla nostra. Le orme, che appartengono a un Homo ergaster, svelano infatti un piede anatomicamente simile a quello dell'uomo di oggi e, appunto, anche una camminata identica. La scoperta è stata effettuata da ricercatori della Rutgers State University of New Jersey e della Bournemouth University in Gran Bretagna, e si è conquistata la copertina della prestigiosa rivista scientifica «Science».

LA SCOPERTA - Le impronte sono state scoperte nei pressi di Ileret, nel nord del Kenya, e contengono informazioni sulla forma dei tessuti morbidi e sulla loro struttura che non sono normalmente accessibili nelle ossa fossilizzate. Gli autori dello studio hanno spiegato di aver trovato due serie di impronte, a cinque metri di profondità l’una dall’altra, separate da sabbia, limo e ceneri vulcanici, lasciate a distanza di almeno 10 mila anni. Alla luce delle dimensioni delle impronte e delle loro caratteristiche anatomiche moderne, gli studiosi hanno deciso di attribuirle all’Homo ergaster o al primo Homo erectus. Si tratta dei primi ominidi le cui proporzioni del corpo, gambe più lunghe e braccia più corte, sono paragonabili a quelle dell’Homo sapiens. Fossili dei resti dell’Homo ergaster o dell’Homo erectus sono già stati scoperti in Tanzania, in Etiopia, in Kenya e in Sudafrica con datazioni che corrispondono alle impronte trovate a Ileret.

27 febbraio 2009

Carabinieri e poliziotti «Le ronde vanno fermate»



ROMA — La definizione non lascia spazio agli equivoci: «Misura impraticabile». Così il Cocer dei carabinieri boccia le ronde e chiede un incontro al capo dello Stato e al presidente del Consiglio «per avere chiarimenti su tematiche che oggi offuscano la serenità dei nostri colleghi». Fanno sponda i sindacati di polizia, in particolare il Silp Cgil e il Sap (che da Torino denuncia: «I partiti cercano di lottizzare le ronde, per noi un ruolo di badanti»), che al governo si appellano affinché «non sia convertita in legge quella norma». Il fronte contrario è compatto, soprattutto dopo quanto è avvenuto a Padova con la rissa tra i leghisti di «Veneto Sicuro» e gli antagonisti del centro sociale «Pedro» e la Digos in mezzo a cercare di dividere i contendenti. E tenendo conto di quanto potrebbe avvenire nei prossimi giorni, con le associazioni di cittadini che in molte città si stanno organizzando per pattugliare parchi e strade.

A Napoli, dove gli abitanti del quartiere dove è stato arrestato Pasquale Modestino per lo stupro su un dodicenne avevano già annunciato ronde antipedofili, in tanti hanno chiamato il numero verde della Protezione civile, per chiedere una presenza davanti alle scuole dei propri figli. Oggi il debutto. Favorevole il sindaco di Cicciano, contrario quello di Massa di Somma, i Comuni che sono stati teatro delle ultime violenze. La rappresentanza dell'Arma è chiara: «Non è così che si risolvono i problemi della sicurezza». Un lungo comunicato entra nel dettaglio di quanto avvenuto nelle ultime ore e poi chiede risorse economiche «assegnate ormai da anni in misura sempre minore dalle varie Finanziarie alle forze dell'ordine», ma anche potenziamento degli organici perché «non si possono istituire ronde di vigilanza quando tra poliziotti e carabinieri mancano quasi 10 mila uomini». Per il Cocer «l'impianto sicurezza dev'essere basato su due pilastri fondamentali: l'incremento consistente delle risorse economiche al fine di migliorare gli standard operativi, logistici e tecnologici delle forze di polizia; la creazione immediata di nuovi istituti di pena al fine di scongiurare nuovamente l'ipotesi di un indulto, vanificando i notevoli sacrifici di magistrati, poliziotti e carabinieri».

Nei giorni scorsi i sindacati di polizia avevano espresso critiche forti sulla scelta di inserire le ronde nel decreto legge. E adesso Claudio Giardullo del Silp-Cgil ribadisce «la necessità di ripensare questa norma, perché bisogna evitare che la gente si faccia male per strada, ma soprattutto impedire che la gestione della sicurezza sia affidata ai partiti. E invece proprio questo sta avvenendo, con ronde politicizzate che non possono garantire né sul piano dell'imparzialità né su quello della professionalità». In ogni caso «è urgente, visto che il provvedimento è in vigore, varare il regolamento di attuazione in modo da vietare sponsor economici e politici e fissare le regole sugli equipaggiamenti. Bisogna impedire che la gente vada in giro con cani, bastoni, spray urticanti, caschi». Anche il segretario del Sap Nicola Tanzi evidenzia le difficoltà e sottolinea come «i centralini di questure e comandi dei carabinieri, così come i numeri di emergenza siano intasati dalle chiamate di chi segnala situazioni e chiede l'intervento delle forze dell'ordine. Noi non riusciamo a fare fronte e quando non arriviamo in tempo c'è chi interviene da solo. Una spirale pericolosa che va fermata con la massima urgenza».

F. Sar.
02 marzo 2009

La bona e la Sorbona

MARCO TRAVAGLIO
28 febbraio 2009
Zorro

Dunque, per quanto verosimile, la presunta gaffe di Berlusconi con Sarkozy “io ti ho dato la tua donna” non è vera. La prova televisiva ha dimostrato che Al Tappone s’è sporto verso il presidente francese per comunicargli: “Io comunque ho studiato alla Sorbona”. Sono trent’anni che, di tanto in tanto, lo ripete. Era uno dei suoi cavalli di battaglia alle convention dei piazzisti di Publitalia: “Ho studiato due anni a Parigi, alla Sorbona, e per mantenermi dovevo suonare e cantare nei locali della capitale francese. Fino a mezzanotte c’era un certo tipo di pubblico che chiedeva canzoni francesi. Poi, più tardi, arrivavano i marinai americani e io ero costretto a cantare canzoni napoletane tipo ‘Na voce, ‘na chitarra e ‘o poco ‘e luna… Tempi duri. I marinai spesso mi mostravano i pugni sotto il naso perché non gradivano che lasciassi il contrabbasso e, rendendo furibondo Confalonieri, mi mettessi a ballare con le ragazze bionde” (8 luglio 1989). Tempi eroici, indimenticabili. Peccato che, come ha appurato Giuseppe Fiori scrivendo la biografia del piccolo cazzaro brianzolo (“Il venditore”, ed Garzanti), Berlusconi non abbia mai studiato un solo giorno alla Sorbona: semmai alla Statale di Milano, facoltà - pare incredibile, ma è così - di Legge. Questo di mentire sempre e comunque e di taroccare tutto quanto lo riguardi, dalla pelata alla statura, dalle rughe alla carnagione, dai processi all’autobiografia, è il suo lato più fanciullesco e in fondo più simpatico. L’altro giorno si pensava che avesse raccontato una balla, ma non era vero: ne aveva raccontata un’altra.

Skype collaborerà con la polizia per inseguire i criminali sul VoIP


di MARCO MENSURATI e FABIO TONACCI

ROMA - Skype ha ceduto e ha annunciato che in futuro collaborerà con le forze di polizia per permettere di intercettare le telefonate. Il dietro front della società estone di telefonia web arriva dopo i ripetuti appelli di Eurojust, l'organismo europeo che coordina le indagini in materia di criminalità informatica. Appelli sollecitati in particolare dalla Direzione Nazionale Antimafia italiana.

L'allarme era partito da un'inchiesta di Repubblica che aveva dimostrato come decine di inchieste penali si fossero arenate davanti alla impossibilità tecnica di intercettare le telefonate fatte online attraverso Skype. Un modo di comunicare usato sempre più spesso da trafficanti e criminalità organizzata proprio per la protezione della privacy garantita dai sistemi di sicurezza di Skype che hanno raggiunto livelli militari.

"Skype è pronta a lavorare fianco a fianco di Eurojust in futuro". Poche parole, scritte in un comunicato stampa, che sono fondamentali per le procure di tutta Europa che da anni si sono scontrati con i "no" di Skype alle richieste dei codici di criptazione e della tecnologia adatta all'ascolto delle conversazione di sospetti e indagati.

"E' un passo avanti molto importante, già la prossima settimana sarà convocato il collegio per decidere come mettere in pratica questa collaborazione", dicono da Eurojust. Una dichiarazione che fa la gioia di Skype dopo il terremoto della settimana scorsa: "Skype è lieta che Eurojust abbia riconosciuto l'impegno della società a cooperare con le autorità giudiziarie e con le forze di polizia per quanto è legalmente e tecnicamente possibile", dicono dall'Estonia.

All'incontro della prossima settimana, saranno coinvolti tutti gli stati membri dell'Unione Europea, nonché la task force predisposta dal ministro italiano Maroni ed esponenti dell'Antimafia. Quello che si aspetta Eurojust è la concessione degli algoritmi e dei codici che permettano ai tecnici delle procure di superare i sistemi di sicurezza di Skype e decifrare i segnali digitali in modo da poter ascoltare le chiamate.
All'Aja però sono anche cauti. "Questo è solo un primo passo. Prima di cantare vittoria vogliamo verificare se questa disponibilità di Skype è reale". Anche in passato, infatti, l'azienda estone con sede legale in Lussemburgo aveva manifestato l'intenzione di collaborare, come nel 2006 durante un incontro citato dalla stessa Eurojust, ma poi si era sempre trincerata dietro motivi di carattere legale.

(27 febbraio 2009)

Nostri mali culturali


di Stefano Miliani

Dagli addosso alle ideologie e loro cantori che impediscono ai cittadini di godere della nostra arte e allo Stato di ricavar fior di quattrini dai musei. È con questa litania che il ministro dei beni culturali Sandro Bondi ha giustificato le dimissioni - fortemente caldeggiate da un suo articolo uscito lunedì sul Giornale - di Settis da presidente del consiglio superiore dei beni culturali. Eppure Bondi l’anno scorso, davanti alle commissioni cultura di Camera e Senato, suscitò interesse anche nell’opposizione perché disse di voler tener alta la bandiera, e le casse, della cultura. Ha risposto alle aspettative?

Vi segnaliamo qualche situazione concreta per valutare. E scusate se non si farà poesia.

Custodi in calo. Negli oltre 450 musei statali sono in servizio 4mila custodi. Negli ultimi quattro anni - dati Cgil - se ne sono andati in 2mila e non sono stati rimpiazzati. Altri 600 andranno in pensione. Il centro nord soprattutto ne soffre. Un concorso per assumerne 396 è ancora lontano dalla prova finale. E molti istituti riducono gli orari di apertura. All’isola d’Elba i Napoleonici ora chiudono mezza giornata e i festivi. A Firenze al Polo museale - che pure funziona e guadagna - hanno 500 custodi circa, ma ne servirebbe un 30-40% in più per non dover sbarrare qualche sala - lascereste in una stanza incustodita e frequentatissima non diciamo un Leonardo ma pure un Simone Martini o un Andrea del Sarto? - come sono costretti a fare agli Uffizi.

Detto tra parentesi: il manager Resca lamenta che nessun museo italiano sia tra i primi 10 per numero di visitatori al mondo. Gli Uffizi, prima Galleria in Italia, ne accolgono un milione e mezzo. Ma se si rapporta il dato con la superficie delle sale balzano al 2° posto. Non conta? All’Archeologico di Napoli, un gioiello, chiudono sale a rotazione perché questa è oggi la tendenza. E ancora: il museo di Reggio Calabria - lo riportava il Tempo - con i suoi bronzi di Riace è trascurato e non ci va nessuno. Cosa s’inventa il premier? Spedire le due statue - delicate - alla Maddalena per il G8. Bondi non protesta. Investimenti sul posto? Mah. Ancora: Resca si rammarica per i musei chiusi il 1° maggio. Saprà però bene che così vuole un decreto ministeriale per Natale, Capodanno e festa dei lavoratori. Come segnalava la Uil poco tempo fa, in una decina d’anni e fino al 2007 gli incassi sono balzati da 25 miliardi di lire a 106 milioni di euro con aperture lunghissime. Senza supermanager. Sia detto sussurrando: chi dirige museo prende 1.700-1.800 euro al mese.

Archivi e biblioteche soffrono. Alle biblioteche nazionali Nazionale di Firenze e Roma hanno il fiato grosso per distribuire i libri e documenti richiesti. Gli Archivi di Stato, esempio quelli di Lecce e Terni, arrancano per aprire il portone.

Archeologi globe trotter. Dovranno diventarlo, i soprintendenti: a fine anno ne rimarranno 6 per 24 soprintendenze. Un concorso per 11 dirigenti si è arenato per presunte irregolarità nelle commissioni. Gli archeologi in servizio sono 356, sarebbero 455 quelli in pianta organica, cioè necessari a compiere sopralluoghi, scavare, eccetera eccetera. Il ministero in 5 anni ha perso 6mila dipendenti - chi va in pensione non viene rimpiazzato - ed è sceso a 20.750.

Tagli micidiali. Bondi si era impegnato a far da baluardo. Settis ha quantificato: un miliardo di euro in meno nel prossimo triennio. La cifra, nei piani di Tremonti, pare molto superiore. E come mai il ministro non si è più fatto vedere al Consiglio superiore dei beni culturali dopo che a luglio 2008 un ordine del giorno votato all’unanimità lo invitava a controbattere a Tremonti e Brunetta? Altro interrogativo: Settis a luglio 2008 su Repubblica scrisse che la gestione dei beni culturali non funzionava, che i tagli avrebbero distrutto le soprintendenze e, con 761 milioni in meno, la tutela. L’ha ripetuto ora ed è successo il finimondo. Qualcuno dietro le quinte aspettava l’occasione per farlo cacciare?

Restauro, l’eccellenza dimenticata. Lo segnala periodicamente sul Giornale dell’arte Giorgio Bonsanti, ex soprintendente dell’Opificio delle pietre dure: qui l’Italia eccelle. Non a caso, sotto la guida del direttore generale Proietti, archeologo, il nostro Paese ha dato una bella mano alla riapertura del Museo nazionale di Baghad. Il ministero aiuta paesi come la Cina. Eppure la scuola dell’Opificio fiorentino sta per perdere 5 restauratori, non vede concorsi all’orizzonte, la scuola di alta formazione aspetta da 2 anni un regolamento per ripartire, per i restauri del 2009 il soprintendente Bruno Santi - che lascia il 1°marzo - denunciava fondi per appena 60mila euro.

Commissari civili. La prossima settimana arriverà quello alle soprintendenze archeologiche di Roma e Ostia. Dalla Protezione civile. A Pompei ne inviano uno nuovo, dalla Protezione civile, perché dopo un anno e mezzo di incarico rimuovono il precedente, Profili. La Protezione - rammentava Settis - rimedia ai cataclismi naturali. Non è che il cataclisma, per taluni, sia il giudizio affidato ai tecnici competenti in materia?
smiliani@unita.it

27 febbraio 2009

INQUILINI DEI BOSS

ROBERTO ORMANNI
LA GENTE D'ITALIA
16 gennaio 2009

In Italia – o meglio, nel Sud Italia – è esploso il problema degli affitti. Non si tratta della vecchia questione degli alloggi insufficienti ma di un fenomeno nuovo: la criminalità ha tra i suoi inquilini anche le istituzioni. E’ quello che succede quando il mercato immobiliare viene sempre più spesso controllato dai capitali illeciti che poco alla volta prendono il posto dell’economia lecita.
Due casi, emblematici, vengono dalla Calabria e dalla Campania. A Reggio Calabria il tribunale di sorveglianza paga l’affitto ad un imprenditore arrestato (e tra i beni sequestrati c’è anche lo stesso immobile dove ha sede l’ufficio giudiziario), e nel casertano i militari americani sono inquilini del boss della camorra Giuseppe Setola, condannato all’ergastolo e latitante fino a mercoledì scorso.
Cominciamo dalla Calabria.
Il Tribunale di Sorveglianza di Reggio è tra gli inquilini di Gioacchino Campolo, l’imprenditore noto come “Re Videopoker”, arrestato nei giorni scorsi dalla Dda calabrese. Tra le centinaia di immobili che Campolo ha acquistato, nel corso degli anni, con i proventi della sua attività e della contraffazione degli apparecchi che aumentavano in tal modo gli incassi, c’è anche la sede dell’ufficio giudiziario. Giudici e cancellieri sono, di fatto, a “casa Campolo” e il ministero della Giustizia paga l’affitto all’imprenditore arrestato. Ma grazie agli immobili, secondo gli inquirenti, Campolo si sarebbe anche reso disponibile per riciclare proventi della criminalità e, allo stesso tempo, avrebbe utilizzato il mercato immobiliare per entrare in contatto con la politica. Avrebbe affittato locali commerciali anche all'ex sindaco di Reggio Calabria Italo Falcomatà, morto alcuni anni fa per leucemia e estraneo all’inchiesta. Un locale in corso Garibaldi, la strada principale di Reggio Calabria, che dopo essere stato lasciato libero da Falcomatà è passato, sempre con un regolare contratto di affitto, a un altro ex primo cittadino di Reggio, Demetrio Naccari Carlizzi, genero di Italo Falcomatà e all’epoca vice sindaco. Naccari Carlizzi, attuale assessore regionale al Bilancio, utilizzò l’immobile come segreteria politica.Di sindaco in sindaco, dalle indagini è emerso che uno degli immobili sequestrati, l'ex Teatro Margherita, era stato utilizzato come segreteria politica nel corso delle campagna per le elezioni amministrative dall'attuale Sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Scopelliti. Va chiarito che gli esponenti politici non sono coinvolti nell’inchiesta. Campolo era inoltre, sempre secondo gli investigatori, in “buoni rapporti” con la cosca dei De Stefano, una delle più potenti della città di Reggio Calabria. “Gli esponenti della cosca De Stefano - spiega il procuratore di Reggio Giuseppe Pignatone - riuscirono a bloccare anche un tentativo di omicidio nei confronti di Campolo, che dava molto fastidio alle altre cosche. Fu l'intervento dei vertici della temutissima cosca a bloccare il progetto già avviato per ucciderlo”. È da un’intercettazione del gennaio 2008 che gli inquirenti scoprono che Campolo era al corrente del progetto di ucciderlo. I magistrati, dal canto loro, avevano raccolto sul punto le confessioni del collaboratore di giustizia Giovambattista Fracapane. Ma Campolo in una prima telefonata con la segretaria racconta che per due sere qualcuno lo ha seguito, e in una seconda conversazione del marzo 2008 legge al suo interlocutore alcuni passaggi del verbale del pentito di cui era venuto in possesso. L’imprenditore indica i dettagli, affermando che Mario Audino lo voleva ammazzare, che si recava da lui e lo “baciava”. E aggiunge che Audino aveva già preparato una Fiat Uno da utilizzare per l'omicidio. Infine conferma che a evitare l'omicidio sarebbe stato l’intervento del boss Orazio De Stefano.
Meno complicato, e per questo più “dirompente” il caso della Campania.
I militari della Us Navy di stanza ad Aversa pagano l’affitto delle loro abitazioni alla camorra casalese. Giuseppe Setola, il boss della cosiddetta “ala stragista” dell’ex clan Schiavone, ora clan Bidognetti, incassa diverse migliaia di euro dai gloriosi marines statunitense. Una situazione, come si dice, imbarazzante che era già venuta alla luce a settembre scorso e che ora si è riproposta (come i peperoni indigesti) nonostante le raccomandazioni e le formali richieste inoltrate nei mesi scorsi al governo italiano dall'ammiraglio Mark Fitzgerald, comandante in capo delle Forze statunitensi della Campania.
Gli investigatori campani dopo essersi fatti scappare, lunedì, Giuseppe Setola (poi arrestato 48 ore più tardi a Mignano Montelungo un comune del casertano), accusato di numerosi omicidi sul litorale domizio tra i quali la strage di extracomunitari dello scorso 18 settembre, già condannato all’ergastolo sia in primo che in secondo grado, che è riuscito a lasciare il suo covo a Trentola Ducenta attraverso un tombino mentre i carabinieri erano fuori la porta, mercoledì scorso hanno dato l’assalto, per la seconda volta, al patrimonio immobiliare di Setola, famiglia e soci.
Immobili per 10 milioni di euro, dicono gli investigatori, sequestrati al boss. Che si aggiungono ad altri 10 milioni di euro già sequestrati nei mesi scorsi. Tutti e due i sequestri si sono imbattuti in appartamenti che il boss ergastolano latitante accusato di omicidi plurimi aveva regolarmente dato in affitto ai militari Usa.
Questa volta si tratta di due ville delle quattro sequestrate insieme con tre appartamenti e le indagini svelano un “copione” identico a quello già andato in scena a settembre. In quell’occasione l’operazione “Principe Uno” (chissà chi sarebbe il principe) del 29 settembre portò al sequestro di altri villini e diversi appartamenti intestati, oltre che a Giuseppe Setola, anche al fratello Pasquale e alla cognata Giovanna Baldascino. Villette tanto carine che erano state affittate a militari (naturalmente ignari) della Us Navy.
Soldati e ufficiali che avevano preferito andare a vivere al di fuori della cittadella della marina militare satunitense realizzata a Gricignano d’Aversa, una zona di antiche tradizioni agricole alle quali si sono aggiunte le più recenti camorristiche, entrambi fiorenti. E così già a settembre gli investigatori chiesero la collaborazione delle autorita' statunitensi per esaminare i contratti di locazione custoditi nell'Housing Department della base di Gricignano, l’ufficio che si occupa dei rapporti tra proprietari ed affittuari di immobili. Un ufficio, nel quale operano impiegati italiani e statunitensi, che gestisce la banca dati degli immobili disponibili in varie zone della Campania e che vengono presi in affitto con contratti triennali.
Complessivamente in Campania ce ne sono poco più di 400 con contratti che prevedono il pagamento di canoni di locazione che vanno dai 1500 ai 3000 euro al mese, a seconda delle caratteristiche dell'immobile.
Dopo l’imbarazzante scoperta l'ammiraglio Mark Fitzgerald, il comandante in capo, ha espresso tutto il suo disappunto per la vicenda e ha chiesto, tra l'altro, al governo italiano “l'assistenza necessaria ad assicurare che il personale statunitense possa essere protetto dalle organizzazioni criminali e alloggiato in ambienti sicuri”.
Il comando statunitense ha inoltre deciso di vietare ai propri militari della marina americana la sottoscrizione di contratti di locazione di immobili in zone ad alta concentrazione della camorra. Un provvedimento che, evidentemente, non è stato rispettato da tutti, visto che a quattro mesi di distanza siamo punto e a capo con altre due ville. I beni sequestrati oggi a Giuseppe Setola erano intestati anche alla moglie Stefania Martinelli, arrestata già lunedì dopo la fuga del marito. Intestatari dei beni, che secondo l’accusa sono stati acquistati – naturalmente – con i proventi di estorsioni e traffico di droga (nessuno ha mai pensato che si trattasse di un investimento fatto con un prestito bancario o con i risparmi di una vita), erano anche il fratello di Giuseppe Setola, Pasquale, in carcere da tempo, la sorella Immacolata con il marito Mario Baldascino, i due cognati di Pasquale Setola, Giovanni Diana e Giuseppe Visone. Il provvedimento di sequestro di oggi e' stato adottato dal gip, su richiesta dei pm della Dda, Giovanni Conso e Raffaello Falcone, perché le persone indagate, sulla base delle indagini patrimoniali sul loro conto, sono tutte prive di redditi adeguati a giustificare il possesso dei beni oggetto del provvedimento della magistratura napoletana. Insieme con appartamenti a Casal di Principe ed a Cassino, un bar, terreni edificabili e terreni agricoli a Casal di Principe, sono state sequestrate anche otto autovetture di media e grossa cilindrata, tre moto e una società di impiantistica. I pubblici ministeri, hanno individuato i beni immobili da sequestrare anche grazie a una “dritta” dei pentiti Domenico Bidognetti, nipote di Francesco, uno dei capi storici del clan e predecessore di Setola, Alfonso Diana e Gaetano Vassallo.
Roberto Ormanni

Pragmatismo triste



di Franco Venturini

Se le buone intenzioni contassero più dei fatti, l'Europa avrebbe compiuto ieri un sostanziale passo avanti nella ricerca di una strategia anti-crisi. Esisteva il rischio di ricostruire il muro di Berlino vent'anni dopo la sua caduta? Non è andata così, perché ai soci dell'est che si erano riuniti per proprio conto prima del vertice di Bruxelles è stato ricordato che i «blocchi » non esistono più, che la solidarietà europea si manifesta caso per caso e che persino la presidenza ceca rifiuta l'idea di aiuti distribuiti su base regionale.

Il protezionismo affiorante minacciava di vanificare i benefici del mercato unico e di ingigantire il caos dell'ognun per sé? A Bruxelles la scomunica del protezionismo è stata unanime, e il mercato unico è stato descritto come insostituibile motore della ripresa e della crescita economica. Risultava impossibile mettere ordine nel settore bancario e riaprire il rubinetto del credito senza prima conoscere l'ammontare dei «titoli tossici » detenuti dagli istituti di credito e poter così elaborare risposte adeguate? I Ventisette hanno concordato una cornice comune europea, la Commissione eserciterà un ruolo di sorveglianza, e l'ipotesi della bad bank ha perso quota: oltre agli scettici della prima ora, anche in Italia perché Berlusconi non la ritiene necessaria e in Francia perché Sarkozy non la vuole.

Questo sarebbe il bilancio di Bruxelles, se le buone intenzioni contassero. Ma alle parole, con lo tsunami economico che incalza, è difficile fermarsi. L'est europeo rimane una bomba a orologeria, e il pericolo non è quello segnalato dal premier ungherese che ieri con una mano chiedeva 180 miliardi di aiuti e con l'altra paventava il ritorno della Cortina di ferro. Certo, l'est come blocco ha cessato di esistere. Ma proprio per questo le sue insolvenze sono legate a doppio filo con la salute delle banche «occidentali » che su quei mercati si sono gettate a capofitto dopo il precoce allargamento europeo del 2004.

Se Ungheria e Lettonia (i messi peggio) diventeranno Stati falliti, crescerà il rischio che l'Austria scivoli sulla stessa china, l'intento di dare regole nuove all'attività finanziaria diventerà ingestibile, e si dovranno moltiplicare nazionalizzazioni e aiuti d'emergenza. Il pericolo del muro, di un muro assai più contorto e discontinuo di quello di Berlino, resta in agguato. Il protezionismo è un male e il mercato unico è un bene. Ma chi ne dubitava? Il fatto è che l'unica alternativa al nazionalismo economico (e dunque al protezionismo) risiede in politiche comuni, quelle che l'Europa avrebbe dovuto mettere in essere.

Ma abbiamo dimenticato che quando Sarkozy (l'accusato di oggi) suggerì prima la creazione di fondi europei anti-crisi, e poi la valorizzazione dell'Eurogruppo e un governo comune dell'economia, fu la signora Merkel a dire nein onde evitare che la Germania pagasse per altri? Da lì, da quei rifiuti sono partite le vie nazionali alla crisi. E oggi è davvero difficile immaginare come possano essere fermate. Un esempio: Sarkò ha ritirato le clausole anti-delocalizzazione annesse ai massicci aiuti di Stato alla sua industria automobilistica. In cambio la Commissione ha approvato gli aiuti, legittimandoli. E noi dovremmo credere che le aziende automobilistiche francesi non ricorderanno egualmente quelle clausole, non le riterranno politicamente vincolanti? Il protezionismo, anche quello mascherato, si accentuerà con l'accentuarsi della crisi. E a salvare il mercato unico non basterà di certo la foglia di fico esibita ieri. Una «cornice europea» contro i titoli avvelenati. Benissimo.

Ma sembra di capire che dentro la cornice ogni Paese farà da sé, come sul resto. Il decantato coordinamento europeo diventerebbe allora ancor più labile, quello con gli USA risulterebbe impossibile, e a ciò nessun G-20 potrebbe porre rimedio. E poi, quanti sono questi veleni presenti nella pancia delle banche mondiali, tre volte il patrimonio delle banche stesse come ieri ha ipotizzato Berlusconi, di più, molto di più? L'Italia si sente al riparo, ma anche lei deve domandarsi come si farà a combattere il male se le banche di ogni latitudine continueranno a non indicare la sua gravità. Quello di ieri a Bruxelles è stato un tentativo di mettere d'accordo regole Ue sempre più in crisi e interventi pubblici sempre più massicci. Tentativo meritevole, ma fragilissimo davanti all'avanzare della crisi. E dopo, quando la tempesta sarà passata? Gli strappi saranno reversibili, oppure la Ue si scoprirà ridotta in macerie? Questo, oggi, sembra interessare poco. La casa brucia, bisogna spegnere l'incendio e si penserà poi ai danni che avranno fatto i pompieri. Per l'Europa è un pragmatismo triste.

02 marzo 2009

Scandalo velodromo


di Alessandro Ferrucci

Giù la testa, tapparelle chiuse e vetri aperti. C’è l'esplosione del Velodromo di Roma. Oltre 66mila metri quadri crollati sotto 1800 cariche di tritolo piazzate dal Genio militare: è il 24 luglio del 2008, sono le 17.50, e la storia di uno dei più avveniristici impianti per ciclismo da pista, costruito in occasione delle Olimpiadi del 1960, finisce in un attimo. Al suo posto deve nascere la «città dell’acqua, dello sport e del benessere», con piscine, un centro medico di diagnostica e riabilitazione motoria, un albergo e ancora e ancora... È business, dicono.

Se ne parlava da giorni, mesi, anni, tra i dubbi. In particolare dei comitati di cittadini, architetti e appassionati pronti a ribattere punto su punto a chi raccontava dei fanta milioni che sarebbero arrivati sul quartiere di Roma, simbolo dell’architettura fascista. Eppure il botto c’è stato. Forte, calibrato, spettacolare, «senza nessuna scossa rilevata dai sismografi», fanno sapere dalla Eur spa, la società proprietaria del Velodromo. Ma polveroso. Molto.

Per giorni le case dei dintorni sono state invase da una finissima coltre «che si era infilata dappertutto» racconta Cristina, una delle cittadine coinvolte. Con il fastidio direttamente proporzionato alla paura; la paura di aver inalato ingenti quantità di amianto. Anche perché è stato inatteso: l'esplosivo era stato piazzato il giorno prima, il 23, ma l’operazione bloccata per un ricorso al Tar. Poi però, l’ordine del Prefetto: «Fatele brillare, non sono più removibili e quindi pericolose». Boom. «E noi avvisati da un volantino appeso qua e là. Basta. Io camminava poco lontano e sono stata “assalita” dalla polvere. Se ci penso ancora, tremo. Ho paura della polvere-killer». Si, perché «dagli anni ‘30 fino alla legge del ’92, che ne ha proibito l’impiego, in Italia si utilizzava molto il cemento amianto» spiega la professoressa Gaia Remiddi, docente di progettazione e architettura urbana presso la facoltà di architettura de La Sapienza. «Era un materiale eccezionale: leggero, economico, resistente - continua -. E i tre responsabili del progetto, gli architetti Ligini e Ricci, più l'ingegnere Ortensi, ne facevano largo uso in tutte le loro realizzazioni». Compreso il Velodromo.

Per questo nel 2005 la Eur spa, di proprietà al 90% del Ministero delle Finanze e il resto del Comune, «effettua una mappatura a vista dei materiali» interviene Matilde Spadaro, consigliere del Municipio XII. Quindi via il gruppo elettrogeno e la centrale termica, pericolosi per gli operai impegnati nel mantenimento della struttura. Con un «però»: da quanto è emerso nella Commissione ambiente dello stesso Municipio, la ricognizione di circa quattro anni fa non fu finalizzata alla demolizione, come ha spiegato lo stesso Dott. Fulvio D’Orsi, responsabile dell’amianto per la Asl competente. Ecco, così, salire la preoccupazione di tutti coloro i quali sono coinvolti, compreso il professor Annibale Montana, geologo dell’Università di Roma3, e abitante all’Eur: «I miei punti interrogativi nascono da una vicenda vissuta in prima persona: nel 2004 con una mia studentessa ho visitato l’impianto. Tutto bene. Mentre i problemi sono sorti nel momento un cui ho chiesto la possibilità di effettuare dei prelievi di calcestruzzo. Era per una una ricerca. La riposta del responsabile, Filippo Russo, fu un secco no. Immotivato, direi anche maleducato». Nessuna accusa diretta da parte del professore «non ho le prove, ci mancherebbe, rilevo solo un comportamento alquanto anomalo. Da spiegare». Dubbi, e ancora dubbi. Motivati da dati allarmanti sul mesoteliamo: secondo una sentenza del 2008 della Cassazione, il cancro ai polmoni può arrivare a prescindere della quantità e del tempo di esposizione all’asbesto.

Insomma, bastano pochi granelli per «assicurarsi» un tumore alla pleura, incurabile. E stando alle stime degli pneumologi italiani, ogni anno 3mila persone vengono stroncate da patologie maligne correlate proprio all’amianto. «Per questo in molti si sono mossi per ottenere delle risposte» continua Matilde Spadaro. E il 5 agosto un coordinamento di cittadini e comitati presenta un esposto alla Asl e all’Arpa per verificare la non sussistenza di polveri pericolose. Ecco le prime indagini e la scoprta di tubazioni sospette fatte di cemento-amianto della lunghezza di 25 metri. Veleno puro, portato via con tutte le cautele. O quasi.

Stando a delle immagini realizzate da un’inquilina di un palazzo di fronte l’ex Velodromo, il 20 gennaio scorso si notano delle ruspe atte a scavare. Ancora polvere. Secondo la Asl anche in questo caso non c’è pericolo. Per il rappresentante territoriale per la sicurezza, invece sì: «Visto che le indagini non sono ancora chiuse, sarebbe meglio evitare interventi così invasivi. O quantomeno farli in regime di maggiore sicurezza». Vuol dire utilizzare delle pompe idrauliche puntate sulla zona, in modo da tenere bassa la polvere. Sempre lei...

«Comunque manca una settimana alla fine delle nostre indagini - rassicura il professor D’Orsi - e fino ad ora non abbiamo rilevato tracce d'amianto». Ricerche partite a settembre, un mese e mezzo dopo l’eplosione «perché l’area era sotto sequestro. E inoltre l’amianto trovato è stato già tolto». In notevole quantità: al 3 dicembre sono circa 2mila litri rilevati in sette punti. Una briciola rispetto a tutto quello che c’è ancora in giro per l’Italia: il Cnr ha calcolato che ne resistono 2,5 miliardi di metri quadri. Equivalgono a 32 tonnellate di cemento e amianto. Otto milioni di metri cubi. C’è ancora spazio, tempo e modo per preoccuparsi.
aferrucci@unita.it

"Le ronde sono impraticabili"


di ALBERTO CUSTODERO

ROMA - "Le ronde? Impraticabili". A bocciare il decreto che istituisce i volontari per la sicurezza - che nel Napoletano gruppi di genitori vorrebbero in funzione antipedofili - sono i carabinieri. Il Cocer dell'Arma, l'organismo sindacale, sostiene che "un'azione di questo tipo sia impraticabile sull'impianto sicurezza che opera nel nostro Paese".

Il "sindacato" dei carabinieri, come già hanno fatto gli organismi sindacali della Polizia, censura quanto avvenuto a Padova, "dove gli scontri fra no-global e i volontari delle ronde hanno creato preoccupazione fra i cittadini. E hanno imposto un dispendioso lavoro - distogliendole dai loro compiti di sicurezza giuornalieri - alle forze dell'ordine, intervenute per sedare i tafferugli".

I carabinieri, che da soli, secondo il Cocer, "producono il 55% dell'attività operativa rispetto a tutte le altre forze di polizia", si oppongono con fermezza all'istituzione di ronde di vigilanza composte da cittadini quando "mancano quasi 10 mila uomini alla polizia e ai carabinieri".

La sicurezza, denuncia ancora l'organismo di rappresentanza dell'Arma, non si fa con le ronde, ma si basa su due pilastri fondamentali: "L'incremento delle risorse economiche per le forze dell'ordine, che invece sono tagliate da anni. E la costruzione di nuove prigioni al fine di scongiurare il rischio di un nuovo indulto".

I militari del Cocer chiederanno nei prossimi giorni un incontro con il presidente della Repubblica e quello del Consiglio per avere "chiarimenti su queste tematiche che offuscano la serenità dei carabinieri". A Napoli, intanto, molti genitori hanno chiamato il numero verde della Protezione Civile (800343435), chiedendo ronde, ma non armate: una presenza davanti alle scuole dei loro figli. Lo ha reso noto l'assessore provinciale alla Protezione Civile, Francesco Borrelli, che oggi, proprio davanti ad alcune scuole di Napoli, organizzerà una manifestazione.

Nel Napoletano, invece, è polemica per le ronde antipedofili. A Massa Di Somma, dove l'altro ieri ci sono stati 3 arresti per lo stupro di una quattordicenne, il sindaco Antonio Zendo s'è detto contrario ai volontari "in quanto inutili: sarebbe più conveniente incrementare i fondi per la polizia municipale".

A Cicciano, invece, dove qualche anno fa fu ucciso Silvestro Delle Cave, e nei giorni scorsi violentato un bambino romeno, il sindaco Giuseppe Caccavale è "favorevole". Sulle ronde antipedofili è perplesso Alessandro Rumore, delegato Cocer carabinieri. "Il pedofilo - spiega Rumore - non si comporta come lo stupratore, agisce adescando le vittime. Per questo le ronde non servono perché contro chi adesca minori bisogna agire con indiscrezione e grande professionalità, cosa che i volontari non possono avere".

Ma al di là degli abusi sui minori, Rumore lancia l'allarme criminalità organizzata. "Nel Meridione - denuncia ancora - molti comuni sono infiltrati dalla criminalità mafiosa. Affidando a sindaci in odor di mafia i poteri di gestire le ronde, si rischia che i volontari siano gestiti da coloro che, in teoria, dovrebbero contribuire a combattere".

(2 marzo 2009)
ROBERTO ORMANNI
LA GENTE D'ITALIA
9 gennaio 2009

La “montagna” di calciopoli ha partorito il topolino: il processo Gea World, la società che gestiva gli ingaggi dei calciatori, si è concluso con la condanna, limitata ad episodi minori, soltanto di Luciano Moggi e del figlio Alessandro. Ai quali, peraltro, i giudici hanno riconosciuto le attenuanti.
Dopo circa due ore di camera di consiglio i giudici della decima sezione penale del tribunale di Roma hanno stabilito che la Gea non era un’associazione per delinquere, come contestato dai pubblici ministeri prima di Napoli e poi di Roma, e che gli altri imputati mandati a giudizio con Moggi senior e Moggi junior sono innocenti.
Assolti l'amministratore delegato della Gea World Franco Zavaglia, Davide Lippi, Francesco Ceravolo e Pasquale Gallo, per i quali il pm aveva chiesto condanne a partire da tre anni e mezzo fino a otto mesi. Condannati invece, per due episodi di violenza privata, Luciano Moggi (1 anno e 6 mesi) e il figlio Alessandro (1 anno e 2 mesi).
I reati a cui si riferiscono le due condanne riguardano le trattative tra l’ex dg della Juventus, il figlio e i calciatori Nicola Amoruso, Emanuele Blasi, Ilyas Zeytulaev e Victor Budiansky. Episodi nei quali, secondo l’accusa, erano coinvolti anche gli altri imputati che invece il tribunale ha assolto.
Il pm Luca Palamara aveva chiesto per Luciano Moggi 6 anni di reclusione.
Le condanne inflitte sono interamente coperte dall’indulto in quanto i fatti contestati sono precedenti al maggio 2006. Il tribunale ha perciò disposto la sospensione della pena. Scontato l’appello della pubblica accusa appena saranno depositate le motivazioni della sentenza.
La ricostruzione dei fatti da parte del pm era stata ben altra. Secondo la procura una fetta del mondo del calcio, in Italia, è stata per controllata, di fatto, per alcune stagioni, da un’associazione per delinquere messa in piedi dall’ex direttore generale della Juventus, Luciano Moggi.
Fondandosi su questo presupposto l’accusa aveva mandato a giudizio sei imputati e aveva chiesto la condanna più pesante per Luciano Moggi.
Il processo conclusosi con un flop è quello sulle presunte irregolarità nell’attività della Gea World Spa, la società che negli anni scorsi ha gestito le procure di numerosi calciatori di serie A, B e C.
Oltre ai sei anni per Moggi, la pubblica accusa ne aveva chiesti cinque per il figlio Alessandro. Per giunta l’ex capostazione avellinese, per il pm, non avrebbe meritato nemmeno le attenuanti. Che invece sono state concesse dal tribunale.
Condanne erano state chieste anche per gli altri quattro imputati: 3 anni e 6 mesi a Franco Zavaglia, 2 anni e 4 mesi a Francesco Ceravolo, 1 anno e 4 mesi a Davide Lippi e 8 mesi a Pasquale Gallo. Il pm, nel corso della sua requisitoria, ha ricostruito le indagini, ha evidenziato gli elementi sui quali si sono basate le imputazioni e ha puntato il dito contro i metodi illeciti utilizzati dalla società di agenti sportivi fino alla primavera del 2006 per acquisire le procure dei calciatori ai venivano promessi vantaggi di carriera se avessero revocato i mandati che li legavano ad altre agenzie per affidarsi alla Gea. Un’organizzazione, a parere dell’accusa, messa in piedi dall’ex direttore sportivo della Juventus che, per il pm, era di fatto un’associazione per delinquere. Venendo alle accuse contestate, il pm ha chiesto la condanna di Luciano Moggi (che non meriterebbe le attenuanti sia per la gravità dei fatti sia per il comportamento processuale) e di Zavaglia come “promotori e organizzatori” dell'associazione per delinquere, mentre Ceravolo sarebbe stato un semplice “partecipe”. Dall’accusa di associazione per delinquere avrebbero dovuto invece essere assolti, per il pm, soltanto Lippi jr e Gallo. Tutti invece avrebbero dovuto essere condannati per diversi episodi di concorrenza illecita con minaccia e violenza e per violenza privata consumata e tentata. A questo proposito il pm aveva sottolineato che “chi cambiava procuratore e passava alla Gea dove lavoravano Zavaglia e Alessandro Moggi aveva la possibilità di approdare in un club importante e prestigioso come la Juventus, e poteva ambire a un adeguamento o prolungamento contrattuale. Chi rifiutava rischiava di vedersi stroncare la carriera”.
“Il calciatore – aveva aggiunto Palamara - non aveva certo la pistola puntata alla tempia né subiva minacce dirette o esplicite, ma era sicuramente l'anello debole della catena. Non si può parlare di attività mafiosa – concludeva il pm – ma c'è un parallelismo di comportamento alla luce dell'intimidazione e del condizionamento che subivano gli atleti, vittime di un sistema costruito da chi controllava il meccanismo dei procuratori sportivi”. Secondo la pubblica accusa “l'inchiesta Gea è stata "uno dei tanti esempi dell'implosione del sistema calcio, giunto al collasso perché le società fanno fatica a trovare un punto di equilibrio tra ricavi e spese”.
Sono quattordici i capi di imputazione che il pm Luca Palamara ha analizzato nel corso della sua requisitoria al processo nei confronti di Luciano Moggi e altri cinque imputati tra i quali i figli di Lippi e dello stesso Moggi per l’attività della Gea World, la società che ha gestito le procure di diversi calciatori. L’esame del pm ha riguardato i rapporti tra calciatori e agenti prima che gli stessi giocatori venissero “corteggiati” dalla Gea. In particolare Palamara si è soffermato sulle “coppie” Nicola Amoruso-Antonio Caliendo, Davide Baiocco-Giovanni Allegrini, Emanuele Blasi-Stefano Antonelli, Fabio Gatti-Claudio Orlandini, Giorgio Chiellini-Paolo Bordonaro, Giovanni Tedesco-Antonino Imborgia, David Trezeguet-Antonio Caliendo e i russi Zetulaev, Budiansky e Nigmatullin con Marco Trabucchi.
Il pm aveva sottolineato che “la Gea World spa nasce nell'ottobre del 2001 come meccanismo politico-imprenditoriale che rafforza l'attività che Alessandro Moggi e Franco Zavaglia avevano svolto nel mondo del calcio come Football Management. Non e' un caso – secondo Palamara - se pochi mesi dopo la nascita della società i giocatori Amoruso, Blasi, Baiocco, Gatti, Tedesco, Trezeguet furono avvicinati e invitati a cambiare procuratore in cambio di vantaggi economici e di carriera. Non è un caso – aveva ribadito ancora il pm - se nel marzo del 2002, in una intervista a un quotidiano sportivo, Fabio Capello, che all'epoca allenava la Roma ed era amico di Baldini, lanciò il sasso nello stagno, come poi fece Canovi nel 2004. La reazione di Capello e di altri procuratori sportivi, secondo l’accusa è prova che un tipo di meccanismo di acquisizione delle procure sportive non viene più tollerato dagli addetti ai lavori che si vogliono spartire la torta”.
Palamara ha infine citato una lettera ritrovata nell’ufficio di Franco Zavaglia alla Gea. “E' una lettera - ha detto il pm - che lui indirizza ai collaboratori e in cui invita loro a non andare a sbandierare il nome di Luciano Moggi e a far presa sui giocatori illustrando loro l'organizzazione della società senza minacciare nessuno come è avvenuto in passato”.
“Le intercettazioni telefoniche – ricordava il pm - ci hanno aiutato a capire quanto Moggi fosse interessato a tutto. L'acquisto dell'allenatore De Canio da parte del Siena, la questione della procura di Blasi, l'affare Mutu, l'aiuto dato al presidente del Messina Franza, il mancato trasferimento in bianconero del portiere Viviano sono tutti esempi che provano quanto a Moggi non bastasse fare il dg bianconero”.
“Tramite il figlio e Zavaglia - sosteneva l’accusa – Moggi ha partecipato attivamente affinché i giocatori conferissero la loro procura alla Gea. Luciano Moggi, insomma, aveva alimentato un meccanismo di controllo della libertà di autodeterminazione delle procure sportive”. Un meccanismo che secondo il pm ha cancellato la libertà dei singoli. “Moggi era coinvolto direttamente in Gea – ha detto il pm – ed è stato l'ispiratore della fusione tra la Football Management e la General Athletic”. Anche Alessandro Moggi, come il padre e Zavaglia, è da considerare uno dei promotori dell'associazione per delinquere: “Con la Gea lui ha rafforzato la sua posizione e portato avanti quanto fatto anni prima con Zavaglia”.
Tutte argomentazioni cancellate in due ore di camera di consiglio. Le motivazioni della sentenza spiegheranno in quali punti le tesi dell’accusa “facevano acqua”.

Come si parla? Il cervello lo sa già


La sintassi è innata
Nel nostro cervello c'è una regione capace di utilizzare la sintassi anche in assenza di parole. La sintassi, cioè la capacità di disporre le parole secondo una schema definito e significante, è ritenuta il nucleo concettuale fondamentale del linguaggio. Tale capacità appare innata nell'uomo, mentre è assente negli altri animali anche i più vicini a noi ed è codificata in una regione specifica della nostra corteccia cerebrale sinistra: è la famosa area di Broca, necessaria per poter parlare. Questo fatto è noto dall'Ottocento e la sua scoperta è merito del dottor Paul Broca appunto, che localizzò con maestria la lesione cerebrale di un paziente che, pur avendo tutte le altre facoltà intatte, quando voleva parlare emetteva solo un monotono «Tantantan».

Funzione superiore
In anni recenti si è mostrato che tale area è coinvolta anche nella retta articolazione del linguaggio dei segni, quello usato dai sordomuti ad esempio, come pure in un particolare sistema di comunicazione, detto silbo gomero, a suon di brevi fischi, tipico dell'isola di La Gomera, una delle Canarie. L'area sovrintende quindi al controllo della corretta disposizione sintattica dei segni, al di là e al di sopra del linguaggio vero e proprio. Un gruppo di ricerca del San Raffaele di Milano ha mostrato adesso che la stessa area può controllare anche un mezzo di espressione astratto costituito di simboli visuospaziali inventati. Si tratta quindi di una vera e propria «sintassi senza parole», di una funzione superiore che si estrinseca soprattutto nel linguaggio, ma che si estende anche ad altri domini funzionali della nostra mente.

Nocciolo fondamentale
L'uomo si è sempre chiesto che cosa caratterizzi il suo linguaggio; che cosa faccia, in altre parole, del linguaggio il linguaggio. Molti linguisti, sulla scia di Noam Chomsky, hanno indicato nella sintassi il nocciolo fondamentale di questa facoltà e localizzato nell’area di Broca la regione cruciale per il suo espletamento. Nelle lingue naturali esiste un'enorme varietà di regole sintattiche, ma non vi sono rappresentate tutte quelle pensabili. Esistono infatti regole che non si trovano in nessun linguaggio naturale. Sono regole per così dire «proibite» dalla nostra facoltà di linguaggio. Un lavoro precedente del gruppo del San Raffaele che si avvale della consulenza linguistica di Andrea Moro, collaboratore di Chomsky, ha mostrato che un cervello che utilizza una regola sintattica «permessa», cioè che si può trovare in una lingua naturale, utilizza per farlo l'area di Broca, mentre quando maneggia regole sintattiche diverse, costruite artificialmente ma non presenti in nessuna lingua naturale, non la usa. Come dire che l'area di Broca può funzionare solamente seguendo certe regole, ma non certe altre. In altre parole, le regole della nostra sintassi sono scritte nel cervello, probabilmente dalla nascita. Quello che riguarda la lingua sembra adesso vero anche per altri sistemi di combinazione dei segni. In un lavoro di Marco Tettamanti e collaboratori che uscirà sulla rivista Cortex, il gruppo di ricerca che fa capo ad Andrea Moro per la parte linguistica e a Stefano Cappa per le metodiche di neurovisualizzazione delle aree cerebrali ha mostrato come tale distinzione vale anche per una composizione visuospaziale di pura invenzione.

Prerequisito essenziale
Si tratta di mettere in fila simboli visivi astratti che non hanno alcun significato, ma lo si deve fare rispettando certe regole dettate dallo sperimentatore. Ebbene, quando queste regole corrispondono a quelle che sarebbero permesse in un linguaggio naturale, nel cervello di chi lo fa si attiva l'area di Broca, mentre quando non corrispondono, questa area non si attiva e se ne attivano altre. Come dire che per il nostro cervello la sintassi viene prima del linguaggio e ne costituisce il prerequisito essenziale. Parlare vuol dire scegliere vocaboli, metterli in un ordine locale grammaticale e in un ordine globale sintattico, secondo trame coesive e ricorrenti ma non rigide.

Edoardo Boncinelli
28 febbraio 2009

Condannati al silenzio

GIUSEPPE GIULIETTI
ITALIA DEI VALORI
1 Marzo 2009

Nei giorni scorsi, riprendendo le denunce di Marco Travaglio e di Pancho Pardi, abbiamo raccontato il quasi tombale silenzio Raiset in merito alla condanna per corruzione dell’avvocato Mills. Di quella condanna non si doveva parlare perché non doveva essere pronunciato il nome del compare. In questo caso specifico non si è neppure atteso il lodo Alfano bis sulle intercettazioni per procedere al sequestro dell’articolo 21 della Costituzione. Non si tratta, purtroppo, di un caso isolato.

In queste stesse ore, sulla vicenda delle centrali nucleari, si sta ripetendo lo stesso copione. Qualsiasi punto di vista critico, divergente dal pensiero unico nuclearista, è stato cancellato. Gli scienziati, i ricercatori, i rappresentanti dei comitati che promossero il referendum sono stati condannati al silenzio o alla marginalità, fatte salve naturalmente alcune lodevoli eccezioni che ancora resistono sulle poche piazza mediatiche non ancora occupate dalle truppe berlusconiane.

La condanna al silenzio riguarda anche il passato, e coinvolge anche la vita e le opere di alcuni grandi italiani che hanno letteralmente sacrificato la loro esistenza al bene comune e alla lotta contro le mafie e i loro mandanti. Ci riferiamo, in questo caso, al giudice Borsellino e alla sua misteriosa agenda rossa, zeppa di annotazioni e mai più ritrovata. Qualche giorno fa questa vicenda è stata archiviata, nell'indifferenza quasi totale, perché anche questa è considerata una pagina da strappare dal libro della nuova vecchissima Italia di Berlusconi, Dell’Utri e Mangano.

Da Palermo, un vecchio amico giornalista che per tante ragioni preferisce non firmarsi, ci ha inviato una lettera angosciata e indignata che ci permettiamo di pubblicare e di dedicare alla memoria del giudice Borsellino e degli altri eroi che hanno perso la vita per garantire davvero a tutti noi il diritto alla legalità e alla sicurezza.

Via d'Amelio: quella sentenza coperta dal silenzio

Colpo di spugna su uno dei più grandi misteri delle stragi mafiose del '92. L'agenda rossa di Paolo Borsellino, vista in via d'Amelio, scompare per sempre per una sentenza e nella disattenzione dei media. Palermo, 19 luglio 1992. Un uomo in abiti civili si allontana, a passo svelto, dall’inferno di fiamme di via D’Amelio. Tiene stretta una borsa di pelle. E’ quella del giudice Paolo Borsellino, appena trucidato insieme agli agenti della scorta. Dentro la borsa c’è l’agenda rossa dalla quale il magistrato non si separava mai. Quelle immagini riprese dalle telecamere dei primi reporter giunti sul posto, hanno rappresentato, in questi lunghi 17 anni, la speranza di giungere a una verità superiore, di capire quali interessi esterni alla mafia abbiano scatenato, due mesi dopo l’eliminazione di Giovanni Falcone, i macellai di Cosa nostra.
Ebbene, quella verità non la conosceremo mai. Con una sentenza passata nel silenzio, praticamente ignorata da giornali e TG, con gli italiani, forse ipnotizzati dal festival di Sanremo o impegnati a sbirciare nel buco della serratura del Grande Fratello, la Corte di Cassazione ha passato il definitivo colpo di spugna sulle stragi che hanno cambiato il volto dell’Italia.
L’uomo che sottrasse dall’auto blindata di Borsellino quella borsa era il capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli, oggi colonnello. La suprema corte ha respinto il ricorso della Procura della Repubblica di Caltanissetta contro il proscioglimento dell’ufficiale. Non ci sarà un processo. Dunque, quelle immagini è come se non fossero mai esistite. E perciò l’agenda rossa sulla quale Borsellino annotava riflessioni, intuizioni, notizie, è un’invenzione.
Arcangioli si è sempre difeso sostenendo di non aver mai preso l’agenda e che la borsa fu consegnata subito dopo. Un fatto è certo però: l’agenda non è mai stata ritrovata.
Carico di rabbia e di amarezza il commento di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, un uomo coraggioso che ha speso questi 17 anni, alla ricerca della verità. “La giustizia è morta – dice – e ogni volta che viene negata si rinnova quel massacro. E ci sono giudici che in questi anni sono stati eliminati senza bisogno di tritolo, quando hanno osato avvicinarsi ai fili scoperti della corruzione”.
Paolo Borsellino era a un passo dall’aprire la porta dei “santuari” della mafia, quel terzo livello su cui si era rotto la testa prima di lui Giovanni Falcone.
Con la sentenza della Cassazione è stata messa la pietra tombale sulla stagione delle stragi. E Borsellino è sparito dall’agenda della nostra italietta.


No Nuke - Lester Brown


1 Marzo 2009

Enel e centrali nucleari in Slovacchia
Il nucleare non passerà. La linea del Piave sarà la conoscenza dei cittadini. Infatti, chi conosce il nucleare, i suoi costi, i suoi effetti, gli enormi rischi, lo evita e manda a fanculo chi lo promuove. Il blog ha intervistato alcuni dei più importanti esperti di energia del mondo sul nucleare e sulle energie alternative. Le loro testimonianze saranno raccolte in un dvd dal titolo "No Nuke" disponibile in maggio.

Perchè lo psiconuke vuole il nucleare? Perchè lo vuole "presto" la Marcegaglia degli inceneritori? E' una questione di soldi, dei nostri soldi, delle nostre tasse. L'industria del nucleare, in abbandono in tutto il mondo, ha bisogno di enormi investimenti, di aiuti permanenti da parte dello Stato. E' una grande torta che fa impallidire la tassa sulla bolletta dell'energia elettrica usata per gli inceneritori. Se il CIP6 ha succhiato miliardi dalle rinnovabili per darli agli industriali e ai petrolieri, il nucleare regalerà decine di miliardi di euro alla Confindustria e a messieur Sarkozy. L'industria nucleare francese ha bisogno di esportare le sue tecnologie per sopravvivere.

Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

Lester Brown, da "No Nuke".

"La prima cosa che guardiamo all' Earth Policy Institute dove studiamo diverse forme di energia alternativa è il calcolo economico... La gente chiede: dovremmo convertirci al nucleare, o tornare al nucleare? Credo che negli Stati Uniti nessuno comperi più un reattore nucleare da 29 anni ormai... il costo delle tariffe elettriche di una centrale nucleare dovrebbe comprendere i costi per lo smaltimento delle scorie, il costo di un'assicurazione contro incidenti nucleari, il costo di costruzione e di smantellamento dell'impianto. Negli Stati Uniti abbiamo scoperto che il costo di smantellamento di una centrale è superore al costo di costruzione. Quando consideriamo la totalità dei costi, una centrale nucleare non esce nemmeno dalla scatola di montaggio: semplicemente non è competitiva... Negli Stati Uniti abbiamo 103 centrali nucleari, tutte vecchie di almeno trent'anni. Non esiste ancora una struttura di stoccaggio dei rifiuti permanente. Ma abbiamo investito 90 miliardi di dollari nello sviluppo di una struttura sotto lo Yucca, in Nevada... E' un investimento di un miliardo di dollari a centrale, è straordinariamente costoso... Quello che cercano di fare gli operatori è scaricare i costi sui governi e quindi sulle tasse dei contribuenti. Perchè sanno che se dovessero inserire i costi nelle bollette dell'elettricità, i consumatori non lo accetterebbero..."

domenica 1 marzo 2009

La dura vita dei cantastorie



28 febbraio 2009

Se qualcuno si ricorda di Pelé, un grande calciatore brasiliano, ricorderà anche una pubblicità di non so più quale prodotto nella quale il nostro, con un gran sorriso, diceva: se faccio una cosa, mi piace farla bene.
Così, da quando ho deciso di fare il cantastorie, mi sono fatto obbligo di andare dovunque mi avessero invitato; un cantastorie che si rispetti non sceglie le piazze dove raccontare, va dove c’è gente che lo vuole sentire. E spera che non gli tirino i sassi.
Certe volte le cose si fanno interessanti.
Qualche giorno fa mi è capitato di essere invitato ad una cena dover avrei dovuto parlare ad una trentina di persone; non avevo idea di cosa avrei trovato e il viaggio era anche lungo. Ma, fedele alla consegna, ci sono andato.

Qui di seguito racconto delle domande che mi sono state rivolte. Il tratto comune di quasi tutte è stato che si trattava dei luoghi comuni propinati dalla propaganda di regime. Ma questo è abbastanza naturale: se finisci nel villaggio di una fazione ti troverai per forza con chi a quella fazione appartiene. La cosa veramente preoccupante è stata che nessuno pareva avere la minima idea di cosa significavano le argomentazioni con cui mi bersagliavano. E in effetti, altro tratto comune era che non si trattava propriamente di domande ma di, anche se garbate (alla fine nemmeno tanto), vere e proprie aggressioni. Di conseguenza nessuno era minimamente interessato alle mie risposte, ciò che gli importava era di significarmi la loro appartenenza alla fazione in cui si riconoscevano e come questa avesse sempre ragione; e volevano anche dimostrarmi la loro disapprovazione per la fazione avversa e per quello (io) che ritenevano la rappresentasse. Insomma un evento che ha avuto un significato solo per me; in effetti ho imparato moltissimo. E può darsi che anche per i lettori di questo blog il resoconto sia proficuo.

Venendo alla storia.

Una signora molto ben vestita mi ha chiesto, senza perifrasi e senza commenti, ma con un sorriso storto: “perché i giudici non applicano la legge ma la interpretano?”.

Le ho fatto osservare che, in effetti, si trattava di una doglianza piuttosto ricorrente negli ambienti della politica, e nemmeno limitata alla maggioranza. Ho aggiunto che il fatto che fosse ripetuta assai spesso non la rendeva meno sciocca. Ho poi spiegato che è vero, il compito del giudice è proprio quello di interpretare la legge e di applicarla meglio che può al caso concreto: e che, se così non facesse, la maggior parte delle leggi non troverebbero applicazione. Le ho portato ad esempio l’articolo 575 del codice penale, chiunque cagiona la morte di un uomo è punito etc; e le ho fatto osservare che, senza l’interpretazione della norma fatta dal giudice, chi uccidesse una donna non sarebbe punito perché la legge parla di uomo e non di persona o di essere umano. La signora non ha incassato bene e, con un grosso sbuffo, mi ha detto che è ovvio che quando si dice uomo si intende anche donna. E io ho sorriso e le ho fatto notare che quello che lei stava facendo in quel momento si chiamava appunto interpretazione di un concetto. Non è stata contenta.

Un’altra signora, molto più giovane e anche assai carina, mi ha contestato che i giudici abusavano delle intercettazioni telefoniche e che proprio per questo avevano disimparato ad indagare; che tornassero ai buoni vecchi metodi di indagine e scoprissero i delinquenti senza violare la privacy dei cittadini! Ho convenuto con lei sul fatto che, prima dell’invenzione della TAC e della risonanza magnetica nucleare, generazioni di bravissimi medici si sono industriate in diagnosi cliniche faticosissime; che qualche volta, con vera sapienza e buona dose di fortuna, probabilmente riuscivano anche a diagnosticare correttamente le malattie dei loro pazienti; ma che, più spesso, non ci capivano niente e finivano con l’ammazzarli. Le ho chiesto se lei avrebbe preferito, nel caso sciagurato che si fosse trovata affetta da gravi disturbi di origine e natura imprecisata, affidarsi a un bravissimo clinico del tardo 800 oppure se magari non avrebbe volentieri fatto ricorso al dottor House. Non ha rinunciato a rispondermi “non è la stessa cosa”; però poi è stata zitta.

Un signore, assai gioviale, ha premesso che lui veniva dall’America, grande Paese, dove tutto andava bene perché, là, i cittadini erano liberi di cercare la felicità: lo diceva anche la Costituzione Americana che era molto meglio della nostra perché, qui, i cittadini debbono per forza lavorare. Siccome ha percepito le mie perplessità (non avevo capito niente di quello che mi diceva), ha chiarito che l’articolo 1 della nostra Costituzione recita “L’Italia è una Repubblica (si è dimenticato di dire democratica, si vede che non gli interessava) fondata sul lavoro”; e invece quella americana dice appunto che è diritto di tutti gli uomini cercare la felicità. Ho confessato che non sapevo cosa rispondere, anche se avevo dei dubbi sul fatto che la Costituzione americana autorizzasse i cittadini a ricercare la felicità attraverso pratiche illecite. A questo punto lui mi ha detto che tanto in Italia si sa come vanno le cose, i giudici favoriscono i loro amici, è una cosa che capita continuamente. Lui, per esempio, aveva avuto la fortuna di trovarsi un giudice amico in un processo civile con un suo concorrente. E naturalmente (il naturalmente è suo) il suo amico giudice gli aveva dato ragione; lo sanno tutti che le cose vanno così. Qui non sono stato tanto bravo a mantenere la calma e, con tono teso, ho spiegato che, se questa cosa era vera, quel giudice aveva commesso sicuramente una grave scorrettezza, non astenendosi in un processo in cui era coinvolta una persona sua amica. E, se gli aveva dato ragione favorendolo perché, in realtà, lui aveva torto, aveva commesso un reato e avrebbe dovuto essere buttato fuori dalla magistratura. La cosa grave è che, non solo l’ “americano”, ma anche molti altri hanno sorriso con sufficienza.

Un altro signore mi ha detto (non mi ha chiesto se, mi ha detto) che la magistratura era politicizzata perché era divisa in correnti. Questa cosa è stata un po’ difficile da spiegare perché in effetti la storia del correntismo della magistratura è vera e fa molto male. Ho cercato di fargli capire che le correnti significano clientelismo, favoritismi nell’attribuzione di posti direttivi, strumenti per assicurare ai quadri dirigenti delle correnti stesse carriere parallele (capi di gabinetto, direttori generali, cariche in organismi internazionali etc) ma che non hanno nulla a che fare con la politica. Non esiste, gli ho detto, un collateralismo tra le correnti e i partiti, si tratta solo di centri di potere, di basse manovre clientelari, di raccomandazioni. Non l’ho convinto; ma, in questo caso, non è stata tutta colpa sua.

La serata è continuata ancora per un poco ed è finita meglio di come era cominciata. Ho trovato una coppia di giovani avvocati innamorati del loro lavoro, consapevoli della necessità di regole etiche prima ancora che giuridiche, desiderosi di confrontarsi sui problemi più gravi del processo penale (e anche di quello civile, meno male che c’era mia moglie). E lì, fuori del locale, con un freddo maledetto, ho pensato a Sodoma e Gomorra, all’Angelo del Signore e a Lot che gli chiedeva di risparmiarle se vi avesse trovato anche un solo giusto.

Sarà che siamo ancora qui tutti noi per merito di quei due giovani avvocati?

Primo: non confidarsi in pubblico


1/3/2009
LUCA RICOLFI

Dev’essere rimasta di sale Kimberley Swann, la ragazza inglese di cui parlavano ieri un po’ tutti i giornali. Assunta da pochi mesi come impiegata presso una ditta privata che si occupa di rapporti con l’Asia, ha ricevuto una lettera di licenziamento con una motivazione inconsueta: aver screditato l’azienda parlandone male su Facebook, il sito Internet di «socializzazione» più di moda del momento (175 milioni di utenti).

Facebook è un luogo in cui si scambiano ogni sorta di informazioni-emozioni-proposte fra persone conosciute e sconosciute, fra vecchi amici e amici nuovi, fra professionisti della rete e semplici navigatori. Di qui l’equivoco: presumibilmente la ragazza inglese ha usato Facebook come si usa un canale privato (posta, telefono, e-mail).

Senza rendersi conto che Facebook è un luogo pubblico, sia pur governato da particolari regole e limitazioni. Kimberley, si potrebbe dire, ha avuto l’audacia di confidarsi in pubblico, incappando così in un vero e proprio ossimoro della vita sociale. La confidenza, infatti, è per sua natura personale, privata, vincolata alla riservatezza, e quindi l’idea di confidarsi in pubblico è tanto strampalata quanto quella di parlare a un cactus (l’attività preferita di Spike, mitico fratello di Snoopy).

Non so come siano andate esattamente le cose, ma l’episodio è rivelatore. Chi incappa in un incidente del genere sembra non rendersi conto del lato oscuro della società della comunicazione. Siamo abituati a pensare che l’interconnessione universale sia un pasto gratis, una meravigliosa possibilità regalata a tutti di poter trasmettere e ricevere informazioni, conoscere persone, operare a distanza. E invece essa è anche una cosa diversa, che richiederà molto tempo ancora per essere pienamente compresa nei suoi effetti.

Del resto è sempre stato così. Le società imparano molto lentamente a fare i conti con le conseguenze delle rivoluzioni tecnologiche. Quando Gutenberg inventò la stampa, intorno al 1450, nessuno poteva prevedere che in futuro essa avrebbe alimentato l’etica protestante e reso possibili le democrazie di massa. Così, quando le tecnologie di riproduzione dei suoni e soprattutto delle immagini (fotografia e cinema) resero illimitatamente riproducibili le opere d’arte, Walter Benjamin fu tra i pochi a intravedere le profonde conseguenze che questo avrebbe avuto sulla fruizione delle opere stesse, prima fra tutte la «perdita dell’aura», ossia di quell’alone di sacralità, autorevolezza, unicità che aveva da sempre circondato i capolavori artistici (il saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica è della metà degli Anni 30).

Oggi, con il trionfo di Internet e delle telecomunicazioni, siamo ancora meno preparati a capire tutti gli effetti della rivoluzione tecnologica in atto, specialmente quelli inquietanti. L’altra faccia dell’interconnessione globale, quella che i cantori delle virtù della rete non vedono, è la distruzione della privacy. Se Walter Benjamin fosse vivo oggi, forse scriverebbe La privacy nell’epoca della sua impossibilità tecnica.

Perché la società della comunicazione distrugge la privacy? Una ragione ovvia, visibile a occhio nudo, è che tutti i nostri comportamenti sono diventati «tracciabili». Qualsiasi cosa facciamo - telefonare, usare una carta di credito, entrare in un negozio video-sorvegliato, compilare un modulo di acquisto, collegarsi a Internet, usare un personal computer - depositiamo tracce informatiche indelebili del nostro passaggio, per non parlare delle tracce biologiche che continuamente lasciamo sugli oggetti, le persone, gli ambienti, e che l’analisi del Dna rende utilizzabili a fini di identificazione. Qualsiasi cosa facciamo può essere ripresa da un telefonino, di cui manco ci accorgiamo. Qualsiasi cosa diciamo può essere catturata da un registratore, a nostra insaputa. Qualsiasi immagine o voce ci abbiano carpito, può tranquillamente finire su YouTube, o essere riprodotta, diffusa, venduta nei circuiti più impensabili.

Ma c’è una ragione più profonda che mina la privacy, e quella ragione siamo noi stessi, o meglio i nostri comportamenti quotidiani. Nel giro di pochissimi decenni la nostra privacy ha subito l’onda d’urto del nostro esibizionismo. Proprio mentre da ogni parte veniva proclamato il diritto alla riservatezza, fino al punto da considerare invasiva la pubblicazione dei voti finali sui tabelloni scolastici, l’evoluzione del costume procedeva in direzione diametralmente opposta. Il proprio privato, per quanto insignificante o addirittura riprovevole, viene continuamente e rumorosamente spiattellato all’attenzione di tutti, in treno come in aereo, al bar come al ristorante, in televisione come su Internet. Il sentimento del pudore si è ritirato come un ghiacciaio attaccato dal riscaldamento globale. Il «lei» sta soccombendo al «tu», nonostante le resistenze di alcuni (l’altro giorno alla radio ho sentito Cruciani, l’ottimo conduttore della Zanzara, costretto a chiedere a un telespettatore che gli dava del tu: scusi, lei ed io ci conosciamo?). Insomma, come in una scatola di sardine, siamo tutti vicini a tutti, continuamente invasi e sempre potenzialmente invasori. Il medesimo studente che chiede privacy quando si tratta della sua pagella, non esita a riversare su Internet le immagini a luci rosse di compagne e fidanzate. Il cittadino che non vuole essere spiato o intercettato è il primo a sognare di finire su YouTube.

È vero, con una e-mail possiamo contattare chiunque a costo zero. Ma proprio perché riceviamo decine, centinaia, migliaia di e-mail il nostro tempo è sequestrato da un lavoro opprimente di selezione, autodifesa, smistamento, che sottrae energia a occupazioni ben più degne. Lo spazio della nostra privacy si sta consumando, ma noi non siamo nella condizione di accorgercene. Non solo perché siamo inebriati dalla libertà che la rete ci promette. Ma perché confessarci, esporci, mostrarci ci piace. E quindi confondiamo spazio privato e spazio pubblico. Non ci rendiamo conto che la privacy, il diritto alla privacy, è tante cose insieme. Diritto a non rivelare tutto di noi. Diritto a non far sapere a tutti quel che facciamo sapere a pochi. Ma anche diritto a non sapere i fatti altrui. A non interagire con tutti. A non essere invasi. Insomma, diritto a una distanza che, con il passare del tempo, sta diventando il bene più raro.