martedì 29 luglio 2008

L'intervista ad Antonio Di Pietro



Dal blog di Antonio Di Pietro

La Lodo Alfano è incostituzionale, per quanto il Presidente della Repubblica si ostini a ribadire il contrario.

Il Presidente Napolitano invita al dialogo, ma non c'è nessun dialogo con un governo che non intende sedersi intorno ad un tavolo per le riforme del Paese e che ha scelto di distruggere il sistema giudiziario piuttosto che occuparsi dei veri problemi del Paese che oggi sono quasi esclusivamente in ambito economico. Un governo che troppo spesso trova sponda in un informazione a servizio della politica. L'informazione deve essere libera, il cane da guardia dei politici.

Riporto una mia intervista pubblicata su La Repubblica di oggi.

Repubblica: Lodo: per il Colle la firma è meditata. Lei sempre per il no?
Antonio Di Pietro: «È una questione di metodo e di merito. Né io né l´Idv abbiamo mai mancato di rispetto istituzionale e personale a Napolitano. Ciò premesso, faccio mie le parole di Scalfari quando dice che, in una democrazia, pure le decisioni di un capo dello Stato si possono criticare».

Repubblica: Insiste?
Antonio Di Pietro: «L´idea che le critiche sono legittime se le fanno altri, ma sono rozze, volgari e finanche un attentato se le faccio io non mi va giù. Al punto che l´Idv non merita un posto nella commissione di vigilanza Rai. Diamo fastidio a destra e a sinistra e vogliono a tutti i costi delegittimarci perché ci rifiutiamo di essere irreggimentati in uno schema politico».

Repubblica: Ma Napolitano doveva firmare o no?
Antonio Di Pietro: «Ci siamo solo permessi di dire che questa legge è incostituzionale. E immorale. Non potevamo tacere. Non è un atto di anti-democrazia. Una, dieci, cento piazza Navona, dove non ci sono state ingiurie per Napolitano o il Papa. Vogliamo essere liberi di criticare una legge inopportuna e pure il presidente se la firma. Ho diritto alla mia libertà di pensiero anche se non la penso come lui».

Repubblica: Ma il presidente ha seguito la Consulta.
Antonio Di Pietro: «Sì, ora deciderà la Corte, poi gli elettori. Il lodo resta una vera e propria porcheria per il modo e il tempo, e per il conflitto d´interessi che c´è sotto. Domani l´Idv depositerà il referendum».

Repubblica: Veltroni accoglie l´invito a evitare «il muro contro muro». E lei?
Antonio Di Pietro: «Parole scontate e ovvie. Il problema è che Berlusconi fa solo i suoi interessi. La manovra economica col voto di fiducia? E che dialogo è? Tutti decreti, Parlamento subalterno, in una visione aziendale e non democratica. Dialogo tra servo e padrone. "Si buana". Noi non ci stiamo. Ma il presidente, il garante della divisione dei poteri, non deve chiedersi se il dialogo è possibile in queste condizioni?».

Repubblica: Napolitano è contro i decreti...
Antonio Di Pietro: «Lui non deve fare il Papa urbi et orbi per la concordia. Deve richiamare chi predica il dialogo, ma non lo pratica. Ha un dovere, garantire la divisione dei poteri. Gli rilanciamo la palla. Se la situazione è questa, il capo dello Stato non può chiedere un dialogo impossibile tra i sudditi e un sovrano?».

Repubblica: Riforme: d´accordo sul «o si fanno o è il nulla»?
Antonio Di Pietro: «Io non ci sto a questo aut aut. O si fanno buone riforme o niente. Lodo Alfano, immunità, Csm, tutte riforme pessime. È la stricnina data al malato, così lo lasciamo stecchito. Più che riforme sono soluzioni finali».

Repubblica: Il richiamo a chi «scade in volgarità e ingiurie»?
Antonio Di Pietro: «Va distinto l´insulto nei fatti e quello a parole. Per me è più grave il primo, se uno fa satira è difficile sia penalmente rilevante. Altro è un ministro in carica che fa quello che ha fatto Bossi. Ma è peggio se il premier si fa una legge per non farsi processare. Questo è un insulto al Paese e alle istituzioni».

Repubblica: E Grillo che attacca ancora il Colle?
Antonio Di Pietro: «Fa satira, ma l´Italia la governa Grillo o Berlusconi? Le forze politiche non si nascondano dietro Grillo, se lui fa queste critiche vuol dire che c´è una classe politica che se le merita».

Repubblica: Allora sta con Grillo?
Antonio Di Pietro: «La sua è una parolaccia di esasperazione. È più grave quello che dice Grillo o chi ha fatto l´emendamento sulle poste lasciando migliaia di persone senza lavoro?».

Repubblica: La stampa e l´invito alla moderazione?
Antonio Di Pietro: «I processi sono spettacolari perché personaggi di primissimo piano commettono reati gravissimi che non farebbe neppure un mafioso di professione. Che la stampa ne dia conto è garanzia di democrazia».

Repubblica: La paura di una legge bavaglio sulle intercettazioni?
Antonio Di Pietro: «Non condivido il desiderio di normalizzazione. Voglio una libera stampa che faccia le pulci al potente di turno perché mi garantisce che non faccia quello che vuole».

COMMENTO
Bravo Tonino ! Sei tornato quello di "Mani Pulite" !
Non mi pento di essermi iscritto all'Italia dei Valori.


Intervista al Presidente del Senato Renato Schifani



Francesco Verderami
Il Corriere della Sera
28 luglio 2008

No all’immunità parlamentare Ora bisogna sminare il campo»
«Mancino? Impropria la sua sortita sul lodo Alfano»
ROMA- «L’appello del presidente della Repubblica non può né deve cadere nel vuoto, ed è compito della politica individuare il percorso per tornare al clima di dialogo che contrassegnò la campagna elettorale e l’avvio della legislatura». Anche il presidente del Senato si adopera per trovare quel «percorso », e sapendo che «l’ostacolo è la giustizia» indica la soluzione, invita a «escludere dal dibattito politico-parlamentare» la questione dell’immunità, si rivolge a Silvio Berlusconi e a Walter Veltroni, si dice «certo» che il premier e il leader del Pd «raccoglieranno l’invito di Giorgio Napolitano e non si faranno sfuggire l’occasione di dare al Paese le riforme ». Si muove al limite del proprio ruolo, Renato Schifani, ma lo fa «in sintonia» con il capo dello Stato «che si spende in questa fase di conflittualità estremamente preoccupante, e che fin dell’inizio della legislatura ha dato prova di non essere uno statico garante delle regole, ma un elemento propulsore perché la politica trovi appropriati toni di moderazione».


Aveva allora torto Berlusconi quando indirettamente lo criticò, contestando che le cariche istituzionali erano «occupate dalla sinistra».

«Berlusconi contestava il metodo della scelta, non le persone che rappresentavano le istituzioni. L’azione di Napolitano va condivisa. Ritrovare un clima positivo non sarà facile, dato che l’approvazione del lodo Alfano ha esasperato le posizioni. Ma i margini a mio avviso ci sono».


Veltroni è parso voler chiudere il dialogo con il premier.

«Invece nella sua lettera al Foglio individua gli spazi per il confronto, vedo la sua volontà di rivendicare quel profilo di sinistra riformatrice che sta nel Dna del Pd. Insomma, io ci credo. A maggior ragione dopo l’esito del congresso del Prc, che intende proporsi al Paese come un partito solo di lotta e con una forte accentuazione dell’identità comunista. Questo esito dovrebbe imporre al Pd di tornare alla scelta originaria di partito a vocazione maggioritaria ».


Se ritiene che Veltroni sia disponibile al confronto, allora è da Berlusconi che deve venire un gesto di disponibilità.

«Il premier è aperto al confronto. È necessario sminare il terreno del confronto sulle riforme. Inutile girarci attorno: il problema è la giustizia. E vanno tolti dal campo gli elementi che possono esasperare il clima. Mi riferisco al ripristino della vecchia immunità per senatori e deputati. Penso che l’argomento vada accantonato, altrimenti temo si allontanerebbe la possibilità di trovare una convergenza tra schieramenti, forse si comprometterebbe definitivamente il dialogo, certamente lo si inquinerebbe. E comunque il tema non è nell’agenda del presidente del Consiglio».


Sì, ma potrebbe entrare in Parlamento con un emendamento.

«Le prerogative dei parlamentari vanno rispettate. Sollecito però caldamente la maggioranza a ragionare sul peso che una simile mossa avrebbe nel confronto con l’opposizione. Resta comunque da sciogliere il nodo politica-giustizia, e cioè l’alterazione degli equilibri tra poteri: un problema che ci trasciniamo dalla fine della Prima Repubblica ».


Un problema sollevato anche da Napolitano.

«E che a mio avviso può trovare soluzione non con il ritorno all’autorizzazione a procedere ma attraverso un’altra strada: con un percorso consensuale maggioranza- opposizione per una riforma costituzionale del Csm. Se ne parlò nella Bicamerale di Massimo D’Alema, se ne parla oggi nell’attuale opposizione. Non si vuole né si deve penalizzare la magistratura, semmai bisogna depoliticizzare il Csm, diventato una sorta di parlamentino politico. Le ipotesi sono tante: l’aumento dei membri laici rispetto ai togati, la creazione di una sezione disciplinare autonoma, una durata settennale del mandato come proposto dall’ex presidente della Camera Luciano Violante... Perciò non è il caso di cercare scorciatoie per ripristinare l’equilibrio tra poteri. La via retta è riformare il Csm con il consenso dell’opposizione o di parte di essa».


Magari la «via retta» il governo avrebbe potuto prenderla prima, evitando le norme blocca-processi e il lodo Alfano.

«La polemica sul decreto sicurezza ha offuscato purtroppo l’introduzione di norme pesantissime contro la mafia, con l’inasprimento del 416 bis e dei sequestri patrimoniali. E con il lodo Alfano, la maggioranza e il governo si sono assunti la responsabilità di garantire continuità d’azione all’esecutivo, stabilendo che la discontinuità può essere legata a scelte politiche e non ad ingerenze esterne della magistratura».


Considera un’ingerenza anche quella del vice presidente del Csm, che ha esortato a rafforzare il lodo con una legge costituzionale?

«Stimo Nicola Mancino, che è stato mio presidente del Senato ed è persona moderata. Ma devo confessare che la sua sortita mi è parsa impropria. Dietro quelle parole vi era un’esplicita non condivisione del percorso ordinario della legge. Personalmente non la penso così, e spogliandomi per un istante dalla carica che ricopro faccio un ragionamento giuridico: se la Consulta a suo tempo avesse ritenuto il "lodo Schifani" carente sotto quel profilo, l’avrebbe fatto subito, senza dover entrare nel merito. Non è stato così. E i rilievi della Corte sul merito sono stati recepiti nel nuovo lodo. La pensano allo stesso modo molti giuristi. Ora però si guardi avanti, a come togliere gli ostacoli».


Sulla giustizia ce ne sono altri?

«C’è quello sulle intercettazioni. Il capo dello Stato condanna giustamente il voyeurismo mediatico. Tutti concordano ma finora non si è riusciti a superare lo stallo. Il governo ha presentato un disegno di legge in materia e ritengo si possa arrivare a un’intesa con l’opposizione. Basterebbe dividere la disciplina per la modalità della pubblicazione sulla stampa—con sanzioni severissime che però escludano la reclusione dei giornalisti — dalle norme che regolano l’uso giudiziario delle intercettazioni. Per risolvere l’emergenza mediatica credo si possa trovare un’intesa bipartisan. Le altre norme andrebbero a mio avviso inserite nella riforma giudiziaria. Così eviteremmo il cortocircuito politico. E il Parlamento, in un clima sereno, potrebbe varare il pacchetto affrontando nodi molto delicati».


Compresa l’azione penale e la separazione delle carriere?

«Tutti sappiamo che l’obbligatorietà dell’azione penale ormai è un’affermazione retorica. Penso che dovrebbe essere il Parlamento a indicare le linee prioritarie. Però con una maggioranza qualificata, non con una maggioranza semplice. Quanto alla separazione delle carriere, che grazie alla legge in vigore sta comunque cominciando a realizzarsi, sarebbe un naturale sbocco a seguito della riforma del Csm».


Non pensa che il dialogo resti impossibile se il governo continua a fare uso sistematico della decretazione d’urgenza e della fiducia in Parlamento? Anche questo dice Napolitano.

«Non è un tema nuovo. Anche il precedente governo fece lo stesso. Ma siccome questa legislatura deve essere diversa dalle altre, mi impegnerò perché si dia più spazio all’iniziativa legislativa ordinaria, anche del Parlamento. A costo di lavorare qualche giorno in più».


Un Parlamento intasato, visto che Berlusconi punta a varare insieme il federalismo fiscale e la riforma della giustizia.

«Intanto da meridionale vorrei dire che il federalismo fiscale è una sfida. Il Sud non chiede più assistenzialismo ma infrastrutture, e questo il governo lo ha recepito. Ma il Sud deve avviare anche un processo di efficienza amministrativa per stare al passo con il resto del Paese. Comunque evitiamo i luoghi comuni. Perché la mia Sicilia, se potesse contare per intero sui redditi prodotti al proprio interno, sarebbe una Regione con un bilancio in attivo».


Torniamo alla tabella di marcia del premier sulle riforme.

«Solo in un clima di dialogo è possibile procedere su temi così delicati contemporaneamente, altrimenti il percorso si farebbe più complicato. Certo, la legislatura è lunga, ma non è questo il punto. Io credo sia necessario che si rassereni il clima, e che il Parlamento diventi il luogo del confronto. Il sistema politico non ha scelte, non può fallire, sebbene non mancheranno momenti difficili ».


A cosa si riferisce?

«Non vorrei che qualche forza politica, assumendo un ruolo pseudo-antagonista, si opponesse a una riforma condivisa sulla giustizia. Nel rispetto dei diritti garantiti costituzionalmente a ogni partito, ritengo però che forze minoritarie non dovrebbero pregiudicare le finalità che stanno a cuore alla stragrande maggioranza degli italiani».


Dal modo in cui ha solidarizzato con Piero Fassino, si ha l’impressione che per lei anche il caso Telecom venga usato come strumento di disturbo al dialogo

«Ho voluto manifestare la solidarietà a Fassino, perché lo considero una persona onesta. Il mio gesto voleva poi essere un messaggio per il ritorno al rispetto della politica e degli uomini che fanno politica. Quanto al caso Telecom, spero che questi eventi siano casuali. Ci sono dei momenti in cui il sistema vive fibrillazioni esterne al confronto fisiologico tra partiti, come se qualcuno lavorasse ad avvelenare i pozzi. Ma questo quadro politico in Parlamento, la nascita del Pd e la costruzione del Pdl, siano una garanzia per il processo di riforme. Occasioni così non ne abbiamo mai vissute. Per questo le parole di Napolitano non devono cadere nel vuoto, e sono certo che Berlusconi e Veltroni raccoglieranno l’appello».
COMMENTO
Gli italiani (ma quali ?) sono avvertiti, il programma del centro-destra è tutto nelle parole di Renato Schifani, seconda carica dello Stato, che si prende la soddisfazione di bacchettare Nicola Mancino, vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura.
Ha ragione Antonio Di Pietro, il dialogo si fa in due e prima di avere perpetrato le nefandezze legislative che sappiamo.
Adesso è un po' tardi, ma al centro-destra importa poco, andranno avanti a colpi di maggioranza, che saranno opposti al balbettìo del PD


Il pasticcio di Matteo Bragantini - Lega Nord

Luca Iezzi
La Repubblica
28 luglio 2008


ROMA - Le casalinghe vittime della lotta agli extracomunitari e della paura del ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, di un assalto alla diligenza della spesa pubblica da parte degli altri ministri dalla maggioranza.
L'ennesimo pasticcio sulla Finanziaria è nato per caso, come rivela il deputato Matteo Bragantini della Lega Nord: "Erano le cinque di mattina: io avevo presentato un emendamento per limitare l'accesso agli assegni sociali degli extracomunitari, imponendo una residenza minima di 10 anni. L'onorevole Karl Zeller (Svp) aveva posto il limite di aver lavorato con un reddito pari all'importo dell'assegno sociale. Nella formulazione finale la frasi sono state unite". I due criteri si sono sommati facendo sì che per accedere allo strumento minimo di sostegno ai poveri bisogna aver lavorato e soggiornato 10 anni nel nostro paese. "Ci siamo resi conto che la nuova formulazione dell'articolo 20 - insiste Bragantini - poteva creare qualche incertezza interpretativa per questo abbiamo approvato un ordine del giorno".
Non è molto diversa la storia dell'altro emendamento controverso, quello sull'indennizzo ai precari, che l'autore, Marino Zorzato (Pdl), ha in parte disconosciuto dicendo: "Serviva solo per sistemare i contenziosi alle Poste, non doveva avere una portata così ampia". Nessuno si sente colpevole: i leghisti rivendicano il risultato di aver difeso i soldi italiani dalle richieste di extracomunitari disoccupati o dei loro familiari. Ma anche i peones più fedeli ricordano che si tratta di una manovra approvata in 8 minuti in Consiglio dei ministri, blindata da successivi maxiemendamenti, votata a colpi di fiducia, dopo un esame a tappe forzate (e notturne) in commissione.
Si fanno scudo dell'essere "legislatori a responsabilità limitata": minima capacità d'intervento, ma in compenso non devono dar conto dell'esito delle leggi che approvano.
Più grave, e politicamente rilevante, che la responsabilità non se la voglia prendere nemmeno il ministro titolare del Welfare, Maurizio Sacconi che ammette per i precari: "Una norma opinabile, per certi versi da noi subita". Promette un intervento per sistemare entrambe le questioni. La stessa promessa l'aveva dovuta fare il ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta sui fondi per il rinnovo dei contratti degli statali due settimane fa e che non era entusiasta della soluzione sui precari.
Entrambi, non hanno avuto voce in capitolo sulla formulazione iniziale degli emendamenti e hanno dovuto, non senza qualche mugugno, piegarsi al rifiuto netto del ministero dell'Economia su nuove modifiche. L'unico emendamento che passerà sarà sull'articolo 60 perché richiesto dal presidente della Repubblica. "Altrimenti è a rischio l'approvazione nei tempi previsti" dice il sottosegretario Giuseppe Vegas. In realtà, Vegas ha il mandato di scongiurate la solita ondata di microspese inevitabile ad ogni passaggio parlamentare. Anche a costo di creare degli scontenti: ministri, deputati, poveri o immigrati che siano.
COMMENTO
Dilettanti allo sbaraglio, il Governo ha annunciato una correzione dell'emendamento della Lega Nord.

I dipendenti riuniti nel "Comitato fannulloni operosi", raccolgono firme in tutta Italia



La Repubblica
28 luglio 2008
L'avvocato: prima dei dipendenti devono essere messi sotto controllo i dirigenti.
Statali: 'fannulloni' pronti al ricorso
Sul piede di guerra contro Brunetta

ROMA - Sono tantissimi i cosidetti "fannulloni" pronti a fare ricorso al Tar del Lazio contro le norme messe a punto dal governo per contrastare l'assenteismo. E intanto alcuni dipendenti pubblici si sono già organizzati nel "Comitato Fannulloni Operosi" (Co.F.O.) e stanno raccogliendo firme in tutta Italia.
Il comitato. "Non bisogna fare di tutta l'erba un fascio" spiega Pippo Saieva, membro del Co.F.O, il Comitato Fannulloni Operosi. "Il ministro dovrebbe preoccuparsi di constatare chi lavora e chi no, chi premiare e chi no. Si parla solo di doveri del dipendente senza considerare i diritti. E abbiamo pure il contratto scaduto da più di un anno" commenta Saieva. Il Comitato, composto da 110 tra dipendenti statali e dirigenti, sta raccogliendo le firme per il ricorso contro la circolare del ministro Renato Brunetta.
Il ricorso. A preparare il ricorso sarà l'avvocato Carlo Rienzi. Il legale spiega che prima dei semplici dipendenti devono essere messi sotto controllo i dirigenti e i vertici di enti e ministeri.
Nel documento che arriverà ai giudici amministrativi, si sottolinea come la circolare Brunetta presenti "forti dubbi" di legittimità costituzionale, violando la parità di trattamento, il sistema di tutela sociale e il principio di efficienza previsti dalla Costituzione. "Nessun requisito di necessità e urgenza si rileva per giustificare l'introduzione di queste indicazioni nel decreto legge" commenta Rienzi.
Infermità. Sotto la lente del Tar finirà l'articolo del dl nel quale si prevede l'esclusione di trattamenti economici aggiuntivi per infermità dipendente da causa di servizio: ciò sembra annullare, verrà sottolineato nel ricorso, "il diritto inviolabile alla salute ed i corollari diritti al ristoro economico per chi subisce una lesione alla salute invalidante per causa di servizio".
Gli statali, inoltre, potranno impugnare la norma nel punto in cui prevede che sia corrisposto il solo trattamento economico fondamentale, senza indennità o emolumenti, nei primi 10 giorni di assenza per malattia: la disposizione, secondo l'avvocato Rienzi, "trasforma la malattia, che è una causa di forza maggiore che impedisce la prestazione, in una sorta di 'colpa' del lavoratore e lo punisce privandolo di una parte della retribuzione come se la malattia fosse un escamotage per 'marinare' il lavoro".
Le madri lavoratrici. La stessa norma, spiega l'avvocato Rienzi, "punisce anche l'assenza della lavoratrice madre, alla quale le condizioni di lavoro, invece, dovrebbero consentire, in base ai principi costituzionali, l'adempimento della sua essenziale funzione familiare".
Le fasce orarie di reperibilità. Anche l'estensione delle fasce orarie di reperibilità del lavoratore malato, entro le quali vengono effettuate le visite di controllo, saranno impugnate al Tar, afferma Rienzi: "La specifica norma che lascia solo 'un'ora d'aria' all'ammalato per uscire di casa, non tiene conto delle tante malattie che impongono proprio di non restare in casa, come quelle di tipo depressivo; come non tiene conto di chi ha necessità di assistere disabili o altre situazioni particolari". Per l'avvocato, "le norme di Brunetta sembrano ignorare tutti i diritti ormai acquisiti, frutto semplicemente di un ordinamento giuridico rispettoso delle più elementari libertà".
Il part-time. Saranno esaminate anche le novità sul part-time, con le quali diventa facoltà dell'amministrazione dar seguito o meno alle richieste dei dipendenti di trasformare il rapporto di impiego dal tempo pieno a quello parziale.
L'esonero per anzianità. Tra le voci da inserire nel ricorso, sarà esaminato anche il meccanismo di esonero dal servizio negli ultimi 5 anni di anzianità: "Appare ingiusto - spiega Rienzi - che siano esclusi da questa possibilità i lavoratori della scuola e che la decisione se accogliere o meno la richiesta sia affidata alla discrezionalità del dirigente".
La manifestazione. "Brunetta sei tu il fannullone, vai a lavorare". Così protestano i sindacati del pubblico impiego (Cgil, Cisl e Uil) davanti a Palazzo Madama questa mattina contro il decreto manovra e il taglio di 200 euro alla busta paga dei lavoratori della pubblica amministrazione. "Non siamo fannulloni", ripetono i lavoratori nei megafoni.
COMMENTO
Eugenio Scalfari dalle colonne di Repubblica aveva avvertito il ministro Brunetta dei rischi cui va incontro chi si mette contro la macchina burocratica dello Stato.
Questo ne è un primo assaggio, il peggio deve ancora venire.


Tavaroli e il boss, «giallo» in carcere


Il Corriere della Sera
29 luglio 2008
Un agente consentì al capo della Security di Telecom e all'ergastolano di parlare a lungo in infermeria, nell'ordine nelle immagini


MILANO — Quando Giuliano Tavaroli era stato d'improvviso trasferito nel febbraio 2007 dal carcere di Voghera a quello di Como, il motivo era sembrato solo un banale incontro, magari inopportuno ma casuale, tra l'ex capo della Security di Telecom e un altro detenuto. Ma gli atti depositati adesso nell'inchiesta milanese rivelano ben altra gravità di quanto accaduto la sera del 15 febbraio 2007 nel carcere di Voghera. Dove in teoria Tavaroli (arrestato il 20 settembre precedente) avrebbe dovuto essere in isolamento. E dove, sempre in teoria, avrebbe dovuto essere sottoposto ad «alta sorveglianza» (tanto più dopo l'evasione dal carcere di Bergamo il 15 ottobre 2004 insieme all'altoatesino Max Leitner) l'ergastolano Emanuele Radosta, «soggetto di elevata pericolosità appartenente a Cosa Nostra nella consorteria di Villafranca Sicilia, in espiazione pena» per l'omicidio nel 1996 del commerciante di arance Calogero Tramuta e nel 1992 di Giuseppe Borsellino, imprenditore del calcestruzzo che aveva cercato da solo gli assassini del figlio Paolo ribellatosi al racket. E invece, quella sera un ispettore penitenziario aprì la cella dell'uno, aprì la cella dell'altro, li accompagnò nella stanza dell'assente dirigente sanitario, li fece parlare a lungo nella stanza chiusa a chiave, e poi li riaccompagnò in cella.

Tutto senza che ne restasse traccia sui registri ufficiali del carcere. Un «giallo » su cui ora indaga la Procura di Voghera. E sul quale Tavaroli ha dato questa spiegazione: bisogno di «socialità». La vicenda emerge solo perché una dottoressa del carcere, nel prendere servizio, avverte per caso dei rumori provenienti dalla stanza (che doveva essere vuota) del dirigente sanitario. «Insospettita dai rumori, ho riscontrato che la porta era chiusa e, tramite la finestrella plastificata ricavata sulla porta, ho notato che nell'ufficio vi erano Tavaroli, seduto alla scrivania del dottor F., il detenuto Radosta seduto sulla sedia a destra, e dietro la scrivania del dirigente sanitario l'ispettore R.». È un collega dell'ispettore R., e cioè l'assistente P., a raccontare cosa fosse accaduto: «Verso le 20.20 l'ispettore R. mi ha ordinato di aprire la cella n. 1 di Radosta, facendolo uscire dalla cella e accompagnandolo in infermeria, dove entrambi si accomodavano nell'ufficio del dirigente sanitario di fianco all'ambulatorio. Nello stesso tempo l'ispettore mi ordinava di far uscire il detenuto Tavaroli, ubicato presso il reparto sosta, cella n.1, isolato giudiziario, e di accompagnarlo in infermeria.

Dalle 20.20 alle 22 l'ispettore R., unitamente ai due detenuti, è rimasto chiuso nell'ufficio del dirigente sanitario». Poi «l'ispettore mi ordinava di riaccompagnare in cella il detenuto Tavaroli, e successivamente riaccompagnavamo Radosta nella sua cella». Quando però la direzione del carcere controlla gli appositi registri dei movimenti dei detenuti, scopre che «non risulta nessuna annotazione». Per forza. La spiegazione la offre ancora l'agente penitenziario P.: «L'ispettore R. mi ordinava di non annotare sugli appositi registri "movimenti detenuti" gli orari di uscita e entrata, nonché il luogo ove si erano recati i soggetti in parola».

La Procura di Voghera ha aperto una inchiesta, e i pm milanesi le hanno inviato la versione data da Tavaroli nell'interrogatorio del 12 aprile 2007: «Quella sera avevo crisi ansiose e depressive che riuscì a risolvere perché ebbi la possibilità di un momento di socialità con l'ispettore e anche con Radosta. In altre occasioni ho potuto parlare di sera con l'ispettore R. Non so spiegare perché i nostri spostamenti non sono stati registrati. Radosta mi prospettò solo un problema di reperimento di un appartamento per la madre che si era spostata dalla Sicilia a Vigevano e cercava un appartamento vicino al carcere di Voghera».
COMMENTO
Sapevo di questa vicenda, per avere letto qualcosa filtratato sulla stampa a suo tempo.
Temo di conoscere l'ispettore R. e proprio perchè lo conosco, anche se non ha mai lavorato alle mie dipendenze, ritengo verosimile che si sia trattato di un episodio dovuto a megolomania e smania di protagonismo, accomunata alla totale ignoranza delle dinamiche che vigono nelle carceri italiane, non esclusi i penitenziari del nord, abbagliato se non affascinato dal potere criminale che l'uno (l'ergastolano) esprimeva e l'altro (l'imputato Tavaroli) probabilmente sbandierava.
Questa volta l'ispettore R. l'ha fatta grossa e avrà sicuramente di che pentirsene, anche dal punto di vista penale.

lunedì 28 luglio 2008

L'APPRENDISTA STREGONE

UNA NOTTE SUL MONTE CALVO

BORODIN - IL PRINCIPE IGOR - Polovtsian Dances

Statali, Bonanni contesta i dati



La Repubblica
28 luglio 2008
Brunetta fa un gioco mediatico"
Il ministro: "Entro fine anno avremo cambiato i comportamenti dei fannulloni"
La replica: "Le riforme non si fanno a bastonate, basta sparare sui dipendenti pubblici"

ROMA - "Se tutto andrà bene, entro la fine dell'anno avremo cambiato i comportamenti opportunistici dei fannulloni". Con il lessico che ha scelto di usare fin dal suo insediamento al dicastero della Pubblica amministrazione e innovazione, il ministro Renato Brunetta in un'intervista a SkyTg24 esprime soddisfazione per i numeri di quello che, dal suo nome, viene sinteticamente definito "effetto Brunetta". Ovvero i numeri, contenuti in un dossier preparato dagli uffici del suo ministero, che dimostrerebbero come lo spauracchio dei controlli e delle penali sui dipendenti della p.a. da lui agitato pochi mesi fa abbia fatto effetto, con quel 18% in meno di assenze per malattia dagli uffici statali. Una soddisfazione, quella del ministro, incrinata tuttavia dalle critiche dei sindacati. "Un gioco tutto mediatico", dice il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, in un'intervista a Radio Capital. Mentre l'ex leader della Cisl, Savino Pezzotta, oggi presidente della Rosa Bianca e deputato Udc, osserva che "per risolvere i problemi non basta il decisionismo" e suggerisce a Brunetta di "proporre in tempi brevi un patto di concertazione con i rappresentati dei lavoratori per trovare soluzioni condivise" da applicare all'attuale fase di confronto sul tema della riforma della pubblica amministrazione.
Un quadro incompleto, quello dell'indagine della quale parla il ministro. Solo 27 amministrazioni - fra ministeri, enti pubblici, pochi Comuni e alcune Regioni - sono state prese in considerazione. Ciò non toglie che i risultati siano comunque significativi: nel 74% dei casi il numero delle assenze per malattia è calato rispetto a maggio-giugno del 2007. In 7 amministrazioni la flessione è andata oltre il 15%, in altre ha comunque superato il 10%.
Una flessione che tuttavia, secondo Bonanni, "non è costruita su dati, e il ministro deve spiegare qual è il criterio usato". La differenza fra pubblico e privato, continua il leader della Cisl, "è solo dell'1,3%, mentre fino a cinque, sei anni fa era del 5%". E paragona la campagna anti-fannulloni animata da Brunetta all'esperienza di Tangentopoli nella lotta alla corruzione. "E' come dire che Tangentopoli abbia sgominato la corruzione. Non è stato così, perché le riforme sono cose che si fanno in maniera ponderata, mettendo insieme le parti più moderate e disponibili, costruendo progetti. Quando si pensa di risolvere in un giorno situazioni abbandonate per decenni - continua Bonanni - è come seminare un granello in superficie: sembra che metta subito radici, ma il sole le brucia".
Insomma, incalza Bonanni, "basta con questa campagna denigratoria. Il meccanismo è chiaro:si spara sulla categoria dei dipendenti pubblici, se ne parla male tutti i giorni, e poi si taglia, tanto se i reprobi strillano non fa nulla, non importa a nessuno. Non va bene, nessuno può pensare di fare le riforme a bastonate".
Le critiche, però, non dissuadono il ministro dai suoi propositi. Brunetta fa notare che il calo rilevato dall'indagine è avvenuto "senza nuove norme, perché la mia circolare esplicativa sulle assenze per malattia è di metà luglio", e ribadisce che "molto probabilmente a settembre, quando produrrò mensilmente questo dossier, ci saranno anche i risultati con le regole cambiate, più restrittive, e ne vedremo delle belle. Molto probabilmente avremo delle ulteriori riduzioni, spero del 30-40%".

COMMENTO

Chi di speranza vive ...

Ferrero: «Più col popolo, meno in tv» - Vendola: «Io, sconfitto da comunista»




La Repubblica
27 luglio 2008
Nessun accordo tra i gruppi ma i bertinottiani escludono la scissione. Migliore: «Faremo opposizione nel partito»
CHIANCIANO (Siena) - Rifondazione cambia timoniere e linea politica. Il documento di Paolo Ferrero ha vinto il VII congresso di Rifondazione comunista. Il testo è stato votato da 342 delegati, mentre quello presentato da Gennaro Migliore e che fa riferimento alla mozione 2 di Nichi Vendola (sostanzialmente l'ala bertinottiana del partito) ha ottenuto 304 voti. I votanti sono stati 646. Si è avviata così a conclusione una giornata ricca di tensione e scontri, al termine di un congresso che ha segnato la spaccatura definitiva all'interno del Prc.

«FUORI DAL FORTINO» - «La nostra scelta non è il rifugiarsi in un fortino - ha detto Paolo Ferrero poco prima che fosse ufficializzata la sua nomina a nuovo segretario del Prc (il nuovo Comitato politico nazionale del partito lo ha eletto con 142 sì e 134 no, 4 schede bianche e un astenuto) -. Noi vogliamo ripartire dai problemi reali della società e magari con meno apparizioni in tv». Quando, nel corso dello spoglio, è stata chiara la vittoria di Ferrero, i sostenitori di Nichi Vendola hanno lasciato la sala, mentre l'altra metà del comitato ha intonato bandiera rossa alzando il pugno.

VENDOLA RINUNCIA - «Sono sconfitto ma sono sereno - aveva detto Vendola attorno all'ora di pranzo, quando già si stava delineando il nuovo scenario politico interno al partito - perché da comunista ho imparato ad essere sconfitto e a stare con gli sconfitti. Compagni della mozione 2 ci vediamo nell'area politico-culturale 'Rifondazione per la sinistra'». Il governatore della Puglia ha poi annunciato la nascita di una corrente di minoranza, smentendo qualsiasi ipotesi di scissione. Ma, ha aggiunto, «considero questo congresso come la fine della storia di Rifondazione comunista come l'ho conosciuta in 38 anni di militanza, il compimento di una sconfitta elettorale, un arretramento culturale».

«FINE DI RIFONDAZIONE» - «La seconda mozione - ha detto ancora il governatore della Puglia parlando alla platea - non abbandona Rifondazione ma è qui per continuare la battaglia perché siamo il 47,3% del partito». Vendola ha parlato di atteggiamenti di «plebeismo culturale» e sfidato i compagni del nord «a venire a vedere al sud come si combatte l'illegalità e come si sfida la mafia a viso aperto». «Un pezzo di leghismo - ha attaccato - è penetrato dentro di noi. Una parte dei compagni del Nord è convinto che nel Sud il partito sia abituato a convivere con pratiche clientelari. Vuol dire che non ne conoscono la storia». «Questo congresso - ha constatato amaramente lo sconfitto - ha scelto la strada di composizione di una maggioranza che esiste solo in alchimie ricercate pazientemente, senza respiro né prospettive che non danno futuro a Rifondazione».

«FUORI DA GESTIONE» - Dopo la votazione Vendola ha annunciato che non si candiderà più alla leadership del partito e che i componenti della sua mozione non entreranno nella segreteria. «Escludo qualsiasi livello di compromissione nella gestione politica del partito» ha annunciato il governatore pugliese, che già si prepara alla battaglia «per capovolgere una linea che non ha il fiato necessario per rifondare il partito nel campo largo delle sinistre». «È stata una battaglia importante, appassionante e durissima - ha detto poi parlando con i giornalisti - che si conclude con un esito che è un colpo per la sinistra e per Rifondazione. Non è un colpo mortale ma una battuta d'arresto. Ma noi non intendiamo abbandonare la battaglia».

SCONTRO SU TUTTO - La giornata conclusiva del congresso è stata dunque tutta all'insegna delle contestazioni, con la rottura definitiva tra i gruppi pro-Vendola e pro-Ferrero che si è consumata nella notte. Tensione alle stelle quando Giovanni Russo Spena, che sostiene la mozione di Ferrero, ha letto il documento nel quale si delinea la nuova rotta di Rifondazione. «In questo documento - ha contestato Graziella Mascia - ci sono cose molto gravi rispetto alla storia di Rifondazione. La mozione 2 presenta un altro documento e afferma che in questo congresso si è impedito di cercare una soluzione unitaria». Scontro anche sui numeri: Alfio Nicotra della mozione 1 ha annunciato che la commissione elettorale aveva trovato l'accordo sul fatto che i componenti del comitato politico fossero 280. Ma dalla sala si sono subito levati brusii e critiche e Rosa Rinaldi ha preso la parola per dire che la mozione 2, guidata da Nichi Vendola, aveva dato il via libera a un "parlamentino" di 240 membri. L'esito delle contestazioni è stata l'immediata riconvocazione della commissione elettorale. Alla fine il congresso ha approvato il comitato politico formato da 280 persone.

«NESSUNA SCISSIONE» - Fin dalla mattinata l'ex gruppo dirigente che appoggia Vendola aveva escluso l'ipotesi scissione. L'ex capogruppo alla Camera Gennaro Migliore: «Noi abbiamo fatto la storia di questo partito, non ce ne andiamo, faremo un'opposizione ampia e larga dentro il partito per portare avanti il nostro progetto di unità a sinistra». Amaro l'ex segretario Franco Giordano: «Ci abbiamo provato in tutti i modi, volevamo disperatamente recuperare l'ipotesi unitaria. Nichi ci ha provato con tutte le forze, ma c'è un documento di tutte le minoranze contro l'unica mozione che ha presentato un progetto per salvare Rifondazione». Di diverso avviso Ramon Mantovani, esponente della mozione 1: «C'è stata una riunione della commissione politica e la mozione 2 l'ha abbandonata. Li è stato elaborato un testo in cui si dice cosa deve fare Rifondazione. Sono molti i punti che ci uniscono anche con la mozione 2, se quest'ultima non avesse voluto impostare la discussione congressuale su una linea come se fosse l'unica possibile» ha detto in un'intervista a Radio Popolare. Mantovani insiste sulla necessità che per il partito vi sia «una gestione diversa rispetto a quella tenuta fino ad ora, solo a maggioranza».
27 luglio 2008

"Alberto da Giussano sono io. Barbarossa ? Lo Stato centralista"

Roberto Bianchin
La Repubblica
28 luglio 2008
La faraonica fiction diretta da Renzo Martinelli, protagonista Raz Degan Trenta milioni di euro per la produzione Rai, per le comparse 400 euro alla settimana
BUCAREST - Si riconosce pienamente, il Senatùr, in quell'antico guerriero che incede spavaldo, spadone in mano per suonarle ai barbari, nella campagna romena dove stanno girando il kolossal storico "Barbarossa". Alberto da Giussano ha i lineamenti delicati e gli occhi penetranti di Raz Degan. Ma Umberto Bossi gli ruba la parte: "Il nuovo Alberto da Giussano sono io". E il temibile imperatore Federico I di Svevia detto "Il Barbarossa", che il giovane Alberto, alla guida della Lega Lombarda, sconfisse nel 1176 nella battaglia di Legnano, oggi altri non è, secondo la personalissima interpretazione del capo della Lega, che "lo Stato dell'Italia centralista", contro il quale combattono i moderni soldati del Carroccio. Per guadagnare quella libertà "che oggi, se necessario, si conquista anche con la forza". Perché "è meglio morire che vivere come schiavi".

In partenza per la Romania, dove nei prossimi giorni verrà personalmente a vedere le scene più spettacolari della battaglia di Legnano, ricostruite con 2.500 cavalli arabi e frisoni e ventimila comparse, tra cui molti rom, nella foresta di Calugareni, Bossi ha affidato il suo pensiero sulla "modernità" della figura di Alberto da Giussano al settimanale "Tv Sorrisi e Canzoni". Per spiegare che "il Barbarossa di oggi non è una persona ma uno Stato", e che "il valore attuale di una storia come quella che racconta la fiction su Barbarossa, è quello della libertà". Ma anche per lanciare altri personaggi "lumbard" a lui molto cari, ai quali dedicare altri film.


"Bisognerebbe portare in tivù - tuona col cipiglio del condottiero - anche la storia di San Carlo Borromeo, e quella del Medeghino, il grande condottiero milanese del sedicesimo secolo, fratello di Papa Pio IV". Una figura in realtà controversa, quella del capitano Giangiacomo Medici detto "Il Medeghino": per alcuni storici era solo il capo di una banda di briganti. Ma il Senatùr sostiene che certi capitoli della storia vanno riscritti. A suo modo. Lasciate le feste di piazza, e anche il rito di settembre dell'ampolla sotto al Monviso nelle "sacre acque" del Dio Po all'amato figlio Renzo, promosso a erede sul campo di battaglia, Bossi dedicherà una parte importante del suo tempo al recupero dei miti padani. Come alle imprese di Alberto da Giussano.

Una produzione faraonica da 30 milioni di dollari, che andrà in tv ma anche al cinema, voluta da Rai Fiction e affidata alla regia di Renzo Martinelli, milanese, amico del Senatùr, che ha diretto film come "Vajont", "Porzus", "Carnera". Martinelli non ama sentir dire che il suo è un film "leghista". Dice solo che l'idea nasce dal suo amore per la storia e per i personaggi dimenticati. E che "alcuni amici milanesi", tra cui il sindaco Letizia Moratti, gli avevano chiesto di occuparsi di "storie lombarde".
Di qui il pensiero alla fiction che mancava, quella della battaglia di Legnano, dal momento che le "Cinque Giornate" erano già approdate recentemente sullo schermo. Un progetto che ha subito suscitato l'entusiasmo del Senatùr, che ama in modo particolare le scene delle battaglie a cavallo. E non sembra affatto turbato, dicono nel suo entourage, dal fatto che i milanesi che combattono aspramente contro il barbaro straniero invasore che li assedia, lanciando palle infuocate oltre le mura con le catapulte di legno, siano nel film quegli stessi zingari romeni che la Lega vede come fumo negli occhi quando sbarcano in Italia. Dettagli. L'importante è che le comparse rom costino poco, 400 euro a settimana.

COMMENTO

Mentre il Capo dello Stato invita alla moderazione, all’equilibrio, al dialogo ecc., nella politica italiano regnano incontrastate due linee di pensiero.
La prima si riassume nell’espressione ‘delirio di onnipotenza’ che si intuisce o si legge chiaramente nei gesti, nei modi e nelle parole usate dai lider del centro-destra.
La seconda invece appare come un ‘delirio di impotenza’, in un annichilimento che si rivela nella quasi totale assenza di azioni di contrasto dure all’attuale e solida maggioranza di governo.
Mentre il governo Berlusconi fa il bello e il cattivo tempo, creando una Costituzione materiale del tutto illegittima ed arrivando a condizionare anche le scelte del Capo dello Stato, PD e UDC si trastullano nel tessere tele, a fare e disfare alleanze, a tentare di riconquistare una dignità ormai persa e spera non in maniera irreversibile.
In tutto ciò l’Umbertùn se ne infischia di tutto e di tutti e arringa il suo popolo becero con l’unico linguaggio che riesce a parlare e far capire, il linguaggio grossolano e i gesti che provocano ironie all’estero e gettano disdoro su questa povera Italia, il cui popolo non ha più diritto a chiamarsi italiano, ma lombardo, veneto, piemontese, per non dire ‘padano’, un aggettivo che la lega nord ha sostantivizzato delimitando una regione geografica inesistente ed inventata di sana piana dal quel genio dell’Umbertùn, la gloriosa PADANIA (Sgarbi sostenne che si deve chiamare Padanìa, ma si sa, Vittorio Sgarbi è un originale).

NAPOLITANO: DIALOGO INDISPENSABILE

LA STAMPA
28 luglio 2008

Giorgio Napolitano ha definito «stucchevole» la disputa quotidiana che è stata registrata dai giornali su chi vuole il dialogo e chi no. Lo ha detto ai giornalisti durante la cerimonia del Ventaglio dicendo che occorre un vero ascolto reciproco fra maggioranza e opposizione, fra governo e Parlamento fino al momento delle decisioni, cercando convergenze sui temi di interesse generale e in particolare quando si parla di modificare regole istituzionali e della Costituzione. «Il luogo del confronto è soprattutto il Parlamento», ha aggiunto spiegando che lì si possono confrontare le posizioni «alla luce del sole» e si possono decidere anche l’agenda politica e le priorità.

«Liberiamoci- ha continuato il presidente della Repubblica- dalle angustie di una polemica politica che finisce, perdendo il senso della misura, per scadere nella volgarità e nell’ingiuria, per venir meno al rispetto da tutti sempre dovuto alle istituzioni e ai simboli della Repubblica».
E circa il lodo Alfano Napolitano ha puntualizzato di averne «nel modo più meditato e motivato firmato la promulgazione indipendentemente, come è mio dovere, da sollecitazioni in qualsiasi senso». Giorgio Napolitano è intervenuto sulla legge che sospende i processi delle quattro più alte cariche in occasione della cerimonia del ventaglio con la stampa parlamentare al quirinale. E ha aggiunto: «Mio solo punto di riferimento è stata nei termini che ho indicato la sentenza emanata nel 2004 dalla corte costituzionale». «Ogni altro giudizio sulla legge Alfano appartiene, legittimamente, alla politica: non può coinvolgere o chiamare in causa il presidente della repubblica». E ha concluso con il monito «Si stia attenti da parte di tutti a doverosi distinzioni di posizioni e di ruoli». Napolitano ha assicurato che in questo senso continuerà ad assolvere alle proprie responsabilità «con fermezza e serenità».

La riforma della giustizia è necessaria - ha aggiunto il capo dello Stato- «anche sotto il profilo della ridefinizione delle regole e limiti ai fini di equilibrio nei rapporti tra giustizia e politica». Napolitano ha espresso «un forte auspicio» affinchè il confronto superi le «contrapposizioni irriducibili» e renda possibili «intese concrete».

Le intercettazioni non devono essere diffuse «per soddisfare la mera curiosità voyeuristica dei cittadini». Ma unicamente per «informare su fatti oggettivamente rilevanti per la collettività». Lo ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano durante la cerimonia della consegna del Ventaglio da parte della stampa parlamentare. Napolitano ha auspicato «una corretta concezione del diritto di cronaca».

COMMENTO

Permetterà, sig. Presidente, di dissentire in qualche punto dal Suo saluto per le vacanze della politica.

Personalmente credo che questo Suo invito (“occorre un vero ascolto reciproco fra maggioranza e opposizione, fra governo e Parlamento fino al momento delle decisioni…”), come i precedenti, resterà del tutto inascoltato.

Ammetterà, sig. Presidente che, pur essendo d’accordo con Lei sul rispetto dovuto alle istituzioni dello Stato, nella specie il Presidente della Repubblica, che mai prima, che io ricordi, ciò era accaduto ciò che sta accadendo con il Suo settennato.

Forse ciò che Lei lamenta è dovuto a tante speranze riposte sulla Sua persona e figura, qualche delusione inizia a profilarsi in chi si aspettava da Lei una forte azione di contrasto del dilagante berlusconismo e degli assalti all’assetto costituzionale vigente e più di qualcuno si chiede se Lei dichiarerà formalmente di rinunciare allo scudo dell’inverecondo “Lodo Alfano”, quale atto e testimonianza del Suo dissenso di merito.

Lei se ne va in vacanza, sig. Presidente Napolitano, tante famiglie oggi in Italia non se lo possono permettere, tante altre faranno vacanze stentate.

Invece la “Casta” esibirà vacanze favolose, vedremo sui rotocalchi fotografie a milioni e fino alla nausea di questo o quell’altro ‘vacanziero’ della casta politica, ma anche di altere caste.

Vedremo vacanze milionarie, il lusso sfrenato esibito anzi ostentato.

Immagina sig. Presidente cosa pena il poveraccio, che deve accontentarsi di ‘lustrarsi’ gli occhi sapendo che a lui non accadrà mai ?

Pensieri truci saranno.

Buone vacanze sig. Presidente.

P.S.: il Lodo Alfano viola la costituzione e io cittadino comune posso e devo chiamare in causa Lei, non mi accontento delle sue parole, che suonano un po’ vuote e stucchevoli alle mie orecchie.

Lei ha avallato che quattro uomini non siano processabili per tutta la durata del loro mandato, fra questi c’è Lei.

Il cittadino comune non si accontenta di chiacchiere, vuole fatti e non ne ha finora visti, ha solo letto della marcia trionfale ed inarrestabile di Silvio Berlusconi e del berlusconismo.

Il cittadino comune, appena acculturato ed informato, che ovviamente non ha votato Berlusconi, si chiede cosa accadrà ancora e se questa povera, malata, sporca politica italiana sarà capace di evitare la deriva verso il fallimento del paese Italia e il suo inarrestabile declino verso l’ultimo posto nell’Unione Europea, se non addirittura la sua espulsione dall’Europa.

Spero che ciò sarà oggetto di Sue meditazioni e di Sue decisioni.

Non consegni alla storia un Suo settennato grigio, incolore e balbettante (Le ricordo che Lei ha detto di sentirsi come un naufrago che lancia messaggi in una bottiglia, sperando che qualcuno l’intercetti).

Non è questo ciò che ci si aspetta da Lei.

IL KIWI, FRUTTO NON TROPPO ESOTICO DALLE MOLTE VIRTU'

Non più frutto esotico nella percezione dei consumatori, il kiwi è ormai entrato a far parte a pieno diritto delle nostre abitudini alimentari. La sua storia si perde nei millenni, e attraversa Cina e Nuova Zelanda (dove iniziò ad essere coltivato con fini commerciali e assunse il nome dell’uccello nazionale, il kiwi), per giungere infine anche in Europa.

Ricco di vitamina C, addirittura più del limone, ha anche altre virtù meno note come l’alta percentuale di potassio, ferro e vitamina E. Dissetante, diuretico e depurativo, svolge anche un’azione favorevole alla difesa immunitaria.

Il trucchetto: se li comprate quando non sono ancora del tutto maturi, basterà conservarli insieme ad un paio di mele per qualche giorno e matureranno velocemente.
http://www.benessereblog.it/post/450/kiwi-frutto-non-troppo-esotico-dalle-molte-virtu


CARATTERISTICHE

Il kiwi è un frutto tropicale di medie dimensioni, di forma ovale, ricoperto da una buccia bruna dotata di una fine peluria. Ha una polpa verde intensa, bianca al centro, con numerosi semi neri.

STAGIONE

Tutto l'anno

MESE MIGLIORE

Tutto l'anno

PROPRIETÀ NUTRITIVE

Il kiwi è ricco di potassio e vitamina C, ma contiene anche calcio, fosforo e magnesio. È ricco di fibra, ha spiccata azione dissetante e rinfrescante,è diuretico e depurativo.

La resistenza della buccia e la grande quantità di clorofilla che si accumula all’interno della polpa, protegge il contenuto di vitamina C, facendone il frutto più ricco in assoluto (70% in più dell’analogo peso di arancia).

PARTE EDIBILE

87 %

CALORIE<BR>
44 Kcal per 100 g di prodotto

COME SCEGLIERE

Il kiwi deve avere la buccia tesa, senza grinze e ammaccature. Al tatto deve risultare morbido, non eccessivamente duro.

COME CONSERVARE

A temperatura ambiente, in un luogo fresco e asciutto, i kiwi si mantengono 1 settimana circa. Se sono molto acerbi, per farli maturare più velocemente, riporli vicino alle mele.

COME PULIRE

I kiwi si devono consumare sbucciati.

DOSI PER PERSONA

1

APPROFONDIMENTI<BR>
Actinidia chinensis, sua maestà il Kiwi di Andrea Mengassini


domenica 27 luglio 2008