sabato 30 agosto 2008

Vi racconto Pio La Torre



Vincenzo Consolo
L'Unità
29 agosto 2008


Ero anch’io là, quella primavera del 1982, là a Comiso, all’aeroporto, dove il Governo di Spadolini aveva deciso di far installare i missili Cruise. Ero là in uno dei giorni in cui facevano il blocco davanti al cancello centrale dell’aeroporto i pacifisti giunti d’ogni dove. Erano ragazzi accovacciati a semicerchio per terra. Volevano così impedire ai camion, alle impastatrici, agli operai di entrare nel campo. Tutti avevano maglie, giacconi variopinti sopra le teste di capelli ricciuti.

Alcuni avevano tute e casacche bianche, e sul petto e le spalle dipinte grandi croci scarlatte. Le ragazze portavano giacchette indiane con ricami e specchietti o la kufia palestinese sopra le spalle. Sul muro di mattoni sovrastato dal filo spinato e da un filare di eucalipti erano scritte di calce e appesi striscioni di tela. Dicevano «Pace», «Amsterdam contra militarisme», «Testate nucleari - Carcero speciali - È questa la guerra contro i proletari», «Vogliamo vivere, Vogliamo amare - Diciamo no alla guerra nucleare». Erano ancora tutti assonnati e di più assonnati i poliziotti e i carabinieri che chissà in quali ore notturne erano stati fatti partire dalle caserme di Ragusa o Catania. Erano giovane anch’essi e schierati davanti al cancello, a fronteggiare quegli altri accovacciati per terra. M’aggiravo sullo spiazzo di terra battuta e di stoppie, da un capo all’altro, e guardavo quei visi di giovani e volevo capire chi era dell’Isola, vedere se ne riconoscevo qualcuno. Ma nessuno; mi sembravano tutti d’un luogo di cui non avevo cognizione. Fu allora che mi sentii chiamare, richiamare. E mi corsero incontro alcuni del mio paese lì alle falde del Nébrodi, figli o nipoti di vecchi amici e compagni. Erano Aldo, Antonella, Francesco, Rino, Grazia, Saro. Mi dissero che era stato là, nei giorni passati, Pio La Torre, che li aveva spronati a resistere, a opporsi a quel progetto terribile dei missili Cruise, che avrebbero dovuto essere installati anche su rampe mobili e scorazzare per tutta la Sicilia.

Arrivano quindi le impastatrici e i camion degli operai decisi a entrare. I ragazzi fecero blocco, li fermarono. Arrivava intanto altra gente, politici, preti, un abate di Roma ch’era stato sospeso dal suo ufficio. Arrivò anche il questore, un omino atticciato in giacca e cravatta. Si mise a dire che doveva entrare nel campo, che doveva telefonare a Roma. Tutti dissero no, no! e serrarono le file davanti al cancello. E si misero a scandire slogan. «Dalla Sicilia alla Scandinavia - No ai missili e al patto di Varsavia». Il questore, a un punto, si mise a urlare, a dare ordini. Si mossero subito i militari con elmi, scudi e manganelli. Picchiarono e picchiarono sopra teste, schiene nude e braccia. Urla si sentirono, lamenti e un gran polverone si levò da terra. Sparavano lacrimogeni e nel cielo si formavano nuvole. Inseguivano e picchiavano tutti, giovani e no, deputati, medici e infermieri, giornalisti e fotografi. Stavo là impietrito a guardare. E vidi Luciana Castellina scaraventata per terra e picchiata; un giovanissimo carabiniere che s’inginocchia e piange; un poliziotto che sta per sparare, quando un altro a calci nel polso gli fa cadere l’arma di mano... Vidi che afferravano per i capelli e a calci e spintoni facevano salire sui furgoni i catturati. Mi sorpresi trasognato a urlare, a chiamare i miei giovani compaesani: «Antonella, Mino, Saro...», i quali arrivarono sanguinanti, pallidi, storditi. «Scappiamo, scappiamo!» dissero. «Hanno preso Grazia» dissero «Hanno preso Francesco»... Li lasciai raccomandando loro di tornarsene a casa, ché tanto a Roma il governo aveva deciso a tener duro su Comiso, a far rispettare a ogni costo gli impegni con gli Usa.

E invece no. Per merito di Pio La Torre e del movimento dei pacifisti, i missili Cruise vennero portati via, l’aeroporto sgomberato da quella minaccia. E l’aeroporto, già intitolato al generale di Mussolini Magliocco, venne poi intitolato, nell’aprile del 2007, a Pio La Torre, ucciso dalla mafia, venticinque anni prima. Ed ora, vergognosamente, il sindaco di An di Comiso vuole restituirlo alla memoria fascista di quel generale. Vergogna e ancora vergogna!

Pio La Torre, uno dei martiri siciliani, dei combattenti contro la mafia, l’oscuro e terribile potere politico mafioso. Nel secondo dopoguerra è il combattente martire insieme a Epifanio Li Puma, Placido Rizzotto, Salvatore Carnevale... Il nome di Placido Rizzotto richiama subito quello di Pio La Torre, perché è lui, il giovane militante comunista, che a Corleone prende il posto di dirigente della Confederterra. Erano gli anni, quelli, del movimento contadino, degli scioperi e delle occupazioni delle terre incolte per l’attuazione della Riforma Agraria, per l’assegnazione ai contadini di «fazzoletti» di terra nei feudi dei Gattopardi. Eletto nel Parlamento italiano, poi La Torre decide di tornare in Sicilia. Torna perché sente che sono tre i grandi problemi che bisogna affrontare e cercare di risolvere in Sicilia: la crisi economica, la criminalità mafiosa, la minaccia della pace nel Mediterraneo per l’installazione della base missilistica americana all’aeroporto di Comiso. Col suo ritorno in Sicilia, Pio La Torre mette in allarme molte centrali: del crimine organizzato, della destabilizzazione, della speculazione edilizia, del bellicismo. L’impegno suo nell’affrontare tutti questi problemi, e soprattutto la legge, che porta la sua firma, del sequestro dei beni dei mafiosi, fa maturare nel potere criminale la decisione di eliminarlo. La Torre viene ucciso la mattina del 30 aprile 1982 mentre è in macchina, in via Generale Turba, a Palermo, insieme al suo autista Rosario Di Salvo.


È Pio La Torre, sono tutti gli altri martiri, gli altri eroi caduti nella lotta alla mafia, sono loro l’onore di Sicilia, e di tutto questo nostro Paese. Paese oggi irriconoscibile e irriconoscente. Paese in cui l’attuale sindaco di Comiso di An Giuseppe Alfano (tanto nome!) immemore o smemorato o incosciente, vuol togliere il nome di La Torre all’aeroporto e restituirlo al generale fascista Vincenzo Magliocco. Dopo la via di Roma da intitolare a Almirante, le impronte digitali ai bambini rom, la criminalizzazione dei clandestini, dopo il lodo Alfano e tanto, tanto altro di questo onorevole Governo Berlusconi, questa è la poitica di ministri e piccoli sindaci del nostro irriconoscibile paese.

Scuola, la cura che non c’è

Luigi Berlinguer
L'Unità
29 agosto 2008


La scuola torna in prima pagina. Aumenta l’attenzione politica su un tema che sembrava tramontato? Lo spero. Non vorrei che fosse una fiammata alimentata dalla benzina della vis politica. Sono anni che la scuola divide, e questo è un male. Da che dipende? Dal fatto - credo - che il dibattito culturale sulla scuola è arretrato di decenni, parla di una scuola che non c’è più. Cambiati i numeri, la natura, la missione; e di questo non c’è traccia nei commenti dei media. È ora invece che si cambino contenuti e metodi. È decisivo ciò che si impara e come. Occorre una rivoluzione curriculare e metodologica, con alla base la sollecitazione delle curiosità, degli interessi culturali e umani. Severità e rigore vanno insieme al coinvolgimento degli alunni. Il sapere è una conquista e non un’iniezione. Esiste una «questione meridionale» della scuola italiana? Temo proprio di sì. Pochi sanno che il «Comitato per lo sviluppo della cultura scientifica» che presiedo ha promosso un’indagine sulla presenza dei laboratori scientifici nelle scuole italiane. Le risultanze sono state rivelatrici. Laboratori ce ne sono, ma sono scarsamente utilizzati.

Nel Mezzogiorno però questo difetto è di media più grave del 20% rispetto al centro-nord. Preoccupante. Osserviamo un altro indicatore: la cosiddetta dispersione scolastica di cui i giornali di ieri hanno parlato, finalmente con interesse: chi abbandona la scuola anzitempo o la conclude con molto ritardo. Ebbene, in Italia questo flagello è più grave della media europea, come si è letto. Purtroppo però, dopo gli articoli di ieri temo che torni il silenzio, perché la pubblicistica ignora il fenomeno; ai nostri soloni non importa se tanti ragazzi vengono perduti nel corso del cammino della conoscenza. Il dato più allarmante, però, è nel Sud, ove le province continentali ed isolane registrano un abbandono ed un ritardo superiore del 5-10% rispetto alla media nazionale, che - si sa - è sotto la media europea, e la stessa media europea non va bene rispetto agli obiettivi di Lisbona. Ancora una volta però in Italia è la parte più debole del Paese che paga.

Ancora: sanno i nostri lettori quale sia lo stato dell’edilizia scolastica nel Sud? Spesso è disastroso. Nel centro-nord un tale problema - più esistente soprattutto in ordine al tipo di architettura degli edifici rispetto alle nuove esigenze didattiche - non si presenta drammaticamente, perché è stato fatto abbastanza. Nel Sud invece è il contrario. Esistono numerosi edifici fatiscenti, improvvisati, inadeguati, precari, sovraffollati, privi di attrezzature (palestre, multimedialità, piscine etc.): insomma scuole vecchie, disastrate, e per questo inefficienti, incapaci di un’offerta didattica e formativa adeguate. Questa situazione ha pesato e pesa ancora per l’esistenza di doppi turni quotidiani, che sono stati un flagello della nostra scuola. Da ultimo, un altro fattore, l’handicap: nel Sud gli interventi sulle barriere architettoniche (scale, servizi igienici, porte, ascensori, trasporti) sono inferiori di almeno un 5-10% rispetto alla media nazionale. Né può trarre in inganno il dato della maturità, ove quest’anno le medie di voti elevati sono state leggermente migliori al Sud che al Nord: attenzione, è diffuso il timore che abbia giocato un brutto tiro il dato preoccupante della disparità di valutazione adottato dalle diverse commissioni esaminatrici locali. Da ultimo vorrei citare i dati Ocse-Pisa, già ricordati in molti interventi in questi giorni: l’Europa non boccia l’Italia e i suoi quindicenni, in tema di competenze scientifico-matematiche o di lettura, ma boccia il Sud e le Isole, assai indietro rispetto alla media europea (mentre il centro-nord la supera nettamente). Mi si faccia ricordare, infine, un dato universitario: nella media italiana soprattutto per il Sud i laureati triennali tendono a proseguire in numero eccessivo negli studi specialistici, in Lombardia e nel Nord invece un’indagine «Stella» ha accertato che circa l’80% lavora dopo la laurea triennale.

Esiste allora una questione meridionale nella scuola? Altroché. Forse si può parlare addirittura di un vero dramma, di un’emergenza nazionale della scuola nel Sud. Le fredde statistiche ricordate rivelano un fenomeno inedito: un abbassamento della complessiva qualità scolastica nel Sud. Nel passato, in piena «questione meridionale» generale, un liceo o una scuola elementare di Napoli aveva in genere un livello analogo alle consorelle milanesi. Oggi non è più così. Il dramma è gravissimo, bisogna fare qualcosa. La spiegazione è - come sempre - complessa. Non è individuale (di docenti o discenti) ma strutturale. Gli enti locali, nel centro-nord, hanno fatto in questi decenni cose straordinarie per la scuola. Assessori capaci, molti fondi, strutture funzionanti, trasporti, attività culturali con relative attrezzature, promozione delle reti e dei contatti scuola-territorio. Insomma una vera bonifica culturale, un ambiente stimolante. Docenti e studenti hanno tante occasioni per arricchirsi e formarsi meglio. Nel Sud tutto questo o è episodico, o non c’è. Nel centro-nord la scuola è tema che influenza le scelte dell’elettorato locale, che stimola così gli amministratori. Al Sud o è episodico o non c’è. Nel centro-nord l’impianto educativo scolastico viene stimolato anche dal problem-solving, dal rapporto baconiano del «setting something in motion», dall’apprendere attenti alla dinamica e non con una conoscenza statica; nel Sud invece...


In altre parole l’ambiente e il territorio oggi - in qualunque Paese evoluto (Scandinavia docet) - è condizione essenziale del successo della scuola. Come pure l’impianto didattico, adeguato alla grande novità di una scuola di tutti, che deve essere stimolante, coinvolgente, aperto è - ovviamente - severo e responsabilizzante. Conta cioè il contesto culturale in cui sono immersi docenti e studenti: nel Sud c’è quasi un deserto, ci sono solo eccezioni ed eroi, e quanta fatica costa lavorare in queste condizioni. Manca un tessuto e un sostegno. Quali potrebbero essere i rimedi? Certamente generali, ma il Sud è una vera emergenza nazionale. Nel Sud pesa assai di più la circostanza che la nostra scuola non stimola, non coinvolge, non favorisce la risposta agli interrogativi di senso, non viene percepita come una cosa propria. Ancor più nel Sud necessita un management strutturale, una riorganizzazione della didattica, un cambiamento epistemologico dei curriculi e dell’insegnamento; occorre motivare il bambino e il ragazzo.


Scuola e territorio, cioè. Ma in Italia appunto non esiste un solo territorio. C’è un territorio Centro-Nord e un territorio Sud. E una parte cospicua di questo territorio sfugge al controllo dello Stato, vi convivono Stato e potere criminale, violenza e pizzo sono vissuti come normalità, contribuiscono anch’essi a «educare», a «formare coscienze» distorte, «cittadini». Una bestemmia, che fa dell’Italia un Paese diverso, di difficile comparazione persino statistica in sede europea. Raccapricciante la rassegnazione con cui accettiamo questa tragedia.


Sono convinto che grave errore sarebbe non approvare il federalismo in Italia, anche per la scuola. Abbiamo bisogno di decentrare, nella scuola. Ma non è questa la vera emergenza nazionale, oggi, da gridare al mondo: è l’«originalità» tutta italiana, è il «doble poder». È questo Sud, ieri Magna Grecia, culla mediterranea, eccellenza culturale mondiale, oggi patria fra le altre di cose che tutto il mondo chiama mafie, assumendo un vocabolo meridionale italiano nel lessico internazionale. Va cambiato questo Sud, va salvata la scuola del Sud. E la scuola tutta.

Ultimissime da Berlusconia

Roberto Brunelli
L'Unità
11 agosto 2008


Ultimissime dall'allegro e colorato mondo chiamato Berlusconia, il regno assoluto che tutto può e tutto pervade: basta andare in edicola, comprare il settimanale "Chi", edito dalla Mondadori (di proprietà di Sua Maestà), insieme al quale avrete in omaggio anche "Tv Sorrisi & Canzoni" e "Panorama", ed eccovi squadernata una rappresentazione completa della galassia che ruota attorno a Re Silvio IV. Attenzione, perché è una roba per stomaci forti, ma è un viaggio necessario se volete sapere fin dove è arrivato il berlusconismo, se volete sapere di che pasta è fatto questo fenomeno mediatico, culturale e sociale prim'ancora che tecnicamente politico che sta devastando (o forse ha già devastato) l'Italia...


Giusto per non sbagliare, "Chi" parte con un mirabile servizio proprio sulla famiglia regnante, su Sua Maestà il presidente del consiglio. Titolo: «Silvio Berlusconi: nonno e marito, felice di esserlo». Una "grande esclusiva", grida sin dalla copertina il settimanale, che reca luminose fotografie realizzata nella reggia di Villa Certosa, con un Silvio tanto ritoccato da ritrovarsi una pelle più liscia di quella del sederino di suo nipotino Alessandro, che il nostro non esita a lanciare per aria (laddove il vecchio Stalin e lo zio Adolfo si limitavano ad una più discreta carezza). Sorvoliamo sulle dichiarazioni del lucente premier, tutte intese a dimostrare - a dispetto del gossip, che di norma è il fondamento di queste pagine - quanto sia solido il legame con Donna Veronica, e procediamo con una fondamentale intervista a Flavio Briatore, multimiliardario sposatosi di recente con Elisabetta Gregoraci, soubrette diventata icona universale grazie allo scandalo di Vallettopoli nonché protagonista della domenica di Canale 5 (di proprietà di Sua Maestà)... Citiamo dal testo: «Oggi Briatore è furioso, a dir poco. Ce l'ha con Renato Soru, presidente della Regione Sardegna che due anni fa ha istituito la tassa sul lusso». Oibò, il Briatore furioso che parte lancia in resta per salvare l'isola dai comunisti che fanno pagare le tasse... Ma lui ha la sua ricetta: «La gente è con Flavio Briatore perché Flavio lotta per la gente».


Andiamo avanti: dopo una visita sulla barca di Maria De Filippi (conduttrice-dea-khalì di Canale5, proprietà di Sua Maestà) e varie nudità, nobiltà e pinzillacchere ("Liscio, gasato o Elkann?"), ecco una strepitosa a intervista a Claudia Galanti. E chi è mai la formosa Claudia Galanti? Presto detto: è la nuova fidanzata di Stefano Ricucci, già "furbetto del quartierino", già marito di Anna Falchi e già passato dalle patrie galere. La procace signorina (qui ritratta in stivali alti neri su tacchi vertiginosi), volto e corpo a "Stranamore" (Rete4, di proprietà di Sua Maestà), dichiara, a proposito della villa del povero Ricucci all'Argentario: "Ci sono diciotto camere da letto, un centro benessere pazzesco, i massaggiatori e tante altre comodità. Purtroppo mancano la piscina, il campo da tennis, e, soprattutto, l'eliporto. Credo che proprio per questo motivo Stefano deciderà presto di vendere la villa". (Mannaggissima povero Ricucci, verrebbe da dire: come fa senza eliporto?)


E così, dopo un'ex Velina ora neomamma (Canale5, di proprietà di Sua Maestà), passiamo a "Tv Sorrisi & Canzoni", la cui direzione di recente è stata affidata ad Alfonso Signorini dopo che il precedente direttore, Umberto Brindani, è stato rimosso per aver esposto (su "Tv Sorrisi & Canzoni"!) un pensiero non sufficientemente berlusconico. Ordunque, si esordisce con un editoriale del medesimo Signorini, che se la prende con chi? Ma ovvio: con la Rai, principale (in teoria) concorrente delle reti di Sua Maestà. Colpevole, la tv di Stato, di spendere troppo per le Olimpiadi. La notizia - che la Rai spende troppo - lui l'ha letta sul "Il Giornale" (edito dal fratello di Sua Maestà). Dopodichè, l'ennesimo Flavio Briatore - l'uomo cui secondo la mitologia dei nostri giorni tutti noi dovremmo aspirare - che racconta i segreti del suo panfilo, il "Force Blue", un coso abnorme lungo settanta metri. Solo qualche pagina più in là il "grande sondaggio", dove si dice che il programma preferito degli italiani è "Veline" (Canale5, di proprietà di Sua Maestà), la notizia più importante è "Napoli ripulita" (ad opera del governo di Sua Maestà), mentre la categoria "il personaggio" è appaltata al calciatore Ronaldinho (del Milan, di proprietà di Sua Maestà), mentre la coppia dell'anno è ovviamente Briatore-Gregoraci (chissà, forse anche loro di proprietà di Sua Maestà).


Fermiamoci qui e passiamo a "Panorama", dalle cui colonne Giuliano Ferrara ringhia contro le istituzioni europee, che hanno accusato l'Italia di razzismo verso i Rom. Macché, maddove, ma come sono ipocriti questi della Ue. Sono solo "anime belle del politically correct". Ossia? "Il commissario Ue Hammerberg ha un'idea astratta del mondo, e ignora i problemi delle periferie". Servita l'Europa, che colpevolmente non comprendere la lungimiranza del governo di Sua Maestà, ecco un servizione su "Ripulire Napoli", il più grande successo del governo (di Sua Maestà). Sfogliata qualche altra pagina, non poteva mancare l'indimenticabile rubrica di Bruno Vespa, che a forza di vari padri pii, amorazzi mussoliniani e nobili squinternati tende sempre di più al marmoreo imperiale. Titolo: "Monumento a Brunetta" (sì, il ministro di Sua Maestà). Svolgimento: «Durante un incontro a Cortina si è scatenata una standing ovation prima ancora che cominciasse a parlare...». Trionfo, tripudio: l'immenso Brunetta è una star, il popolo lo ama, con lui saremo tutti più felici e i fannulloni la pagheranno cara.


Tirando le somme, al prezzo di una sola rivista un'intera batteria cannoneggiante che pullula assolutismo berlusconico ad ogni poro, ad ogni riga, dentro ogni fotografia. E stiamo parlando solo di una delle tanti propaggini editoriale di Re Silvio l'Intoccabile, del tutto secondaria rispetto alla potenza di fuoco televisiva e parlamentare prodotta dal mondo che gli ruota intorno. A proposito di formazione del consenso, questo in italiano si chiama «totale possesso e padronanza del mezzo», e se in contrasto vi capita d'imbattervi nel manifesto che inneggia alla Festa democratica capite perché abbiamo perso le elezioni: il titolo fa "Ciao, Bella", e si vede una ragazzina in canottiera che sembra si stia svegliando giusto adesso. Ebbene, il dubbio (atroce) è che quella bella addormentata che è la sinistra ancora non sia svegliata affatto.

Il ministro Lorello


Edemondo Berselli
L'Espresso
29 agosto 2008
Brunetta il più amato dagli italiani? No, il suo format è solo intimidatorio. Colpisce i sintomi ma non la malattia

E poi dicono che sono finite le ideologie. È come nella sintesi di Karl Barth: "Quando il cielo si spopola di Dio, la terra si popola di idoli". Finito il socialismo, almeno nella provincia italiana, sono rimasti i socialisti. Anzi, come dice uno dei divi del Pdl, il ministro Renato Brunetta: "Io sono un socialista in Forza Italia". La trovata è talentuosa, e a suo modo plausibile, dal momento che fra i berluscones c'è di tutto, dagli ex socialisti agli ex liberisti, dagli ex dc agli ex fascisti. A quanto pare, Brunetta è il ministro più popolare, grazie alla sua campagna contro i fannulloni del pubblico impiego. Ne è consapevole. Ammesso che nel frattempo non abbia smentito, Brunetta ha dichiarato al settimanale famigliare 'Gente': "Io, povero, non bello e non ricco, ho fatto il culo al mondo e sono la Lorella Cuccarini del governo Berlusconi, il più amato dagli italiani".

Ma qui cominciano i problemi. Perché il ministro 'Lorello Cuccarini' Brunetta ha creato un format infallibile, irresistibile, di eccezionale successo. Secondo il quale l'Italia si divide in due parti precise: da un lato "60 milioni di cittadini che vogliono vedere premiato il merito e puniti i furbi"; dall'altro "un milione di lavativi", "la stima che abbiamo di tutta un'area politico-culturale-amministrativa: al massimo 500 mila statali, e poi politici, sindacati".

Da questa prima osservazione (tratta da una rivelatrice intervista a Conchita Sannino de 'la Repubblica', apparsa il 21 agosto) sembrerebbe di capire che esistono fannulloni per appartenenza 'd'area', culturale e politica. Bah. Ma il cuore della strategia di Brunetta è l'invenzione di una stragrande maggioranza di italiani buoni costretta a fronteggiare un fortilizio di farabutti neghittosi, asserragliati nel privilegio del non lavoro. A parte il simbolismo della cifra tonda, 60 milioni contro 1, è ideologica, e manipolatrice, l'idea che l'inefficienza della pubblica amministrazione, la scarsa produttività degli apparati burocratici, e di conseguenza l'insoddisfazione di cittadini e imprese, dipenda dalla strenua fannullaggine di una minoranza proterva.


Il format di Brunetta è infallibile, e suscita un grande successo popolare, perché chiama al tifo i 60 milioni di gentiluomini che scelgono di stare ovviamente dalla parte del bene e della modernità, contro il milione di fautori del male e dell'arcaismo. E allora, come definire l'azione del ministro? Su una base manichea, si innesta un'iniziativa populista; si agitano fantasmi, nemici immmaginari, indicando un generico capro espiatorio. Ma questa è demagogia in quintessenza. A suo tempo il populismo socialista provocò l'irritazione di Nino Andreatta, che nella famosa "lite fra comari" con Rino Formica accusò il Psi di "nazional socialismo" (il compianto economista bolognese traduceva mentalmente dall'inglese, anteponendo in modo meccanico l'aggettivo al sostantivo e combinando così qualche pasticcio lessicale e politico: ma chi voleva intendere intendeva).

L'azione di Brunetta è intimidatoria. Colpire i sintomi di una malattia, cioè l'inefficienza, ossia bastonare le conseguenze senza toccare le cause, è un peccato intellettuale. Riformare la pubblica amministrazione è un compito essenziale, ma per uscire dal cerchio dei rimedi medievali (la gogna per i peccatori, i vagabondi, i nullafacenti), occorre una diagnosi adeguata, che valuti le differenti realtà territoriali e gli standard di rendimento, magari con qualche confronto europeo, nonché alla fine i danni provocati dalle intromissioni della politica (perché quanto a clientelismo, lottizzazioni e assunzioni di favore nemmeno i socialisti amici di Brunetta scherzavano).

E poi occorre una terapia davvero moderna e riformista, che consiste nel procedere al ripristino di una catena di comando, cioè alla responsabilizzazione di tutti gli snodi dell'apparato pubblico. Altrimenti siamo sempre alle 'gride' manzoniane, che produrranno nuovi Azzeccagarbugli, e frustrazioni supplementari nei cittadini.

Resteremo al cinque in condotta (non bastava il sette), ai grembiuli a scuola, alle critiche più o meno rimangiate ai professori "meridionali", all'idea che con un colpo di inventiva si risolve un problema storico, e che una battuta esorcizzi questioni secolari come le condizioni civili ed economiche del Mezzogiorno. Sempre a 'la Repubblica', a fronte della constatazione che in Campania i redditi calano dell'8 per cento nell'arco di nove anni, Brunetta, con un "sorriso freddo", propone la sua ricetta: "La soluzione? Deportare i napoletani. Scherzo". Già, forse stiamo scherzando. È tutto uno scherzo, cattivo, anche se finora sembra che stiamo vincendo 60 a 1.

La Cassazione dà torto ai Mastella (e tutti fingono di non accorgersene)


dal blog
Uguale per tutti


Il paradosso di questi tempi è che tutti danno addosso alla magistratura non per le cose di cui dovrebbe vergognarsi (per esempio la condanna di Luigi De Magistris e il trasferimento di Clementina Forleo), ma per ciò per cui dovrebbe ricevere medaglie al valore.
Dunque, invece di dare una promozione sul campo ai magistrati che hanno portato in carcere il Presidente della Regione Abruzzo, per avere posto così fine a quello che, a tutt’oggi e salvo quanto potrà emergere in futuro, appare un vergognoso sistema di corruzione in danno delle finanze pubbliche e della salute dei cittadini, si sostiene che quell’arresto è la prova che bisogna riformare la giustizia.Così, è accaduto solo pochi mesi fa – nel gennaio di quest’anno:
a questo link uno scritto di Felice Lima su quelle vicende – che tre quarti del Parlamento ha applaudito un Ministro della Giustizia inquisito e marito di una inquisita, che, fingendo di farlo per motivi istituzionali, faceva cadere un Governo per un calcolo politico consistente nel credere di sapere che ciò lo avrebbe messo in condizioni di ottenere un vantaggio politico alle elezioni conseguenti.
In occasione di quella vergognosa gazzarra che ha disonorato il Parlamento e chi lo occupa, si è sostenuto – con la grancassa dei giornalisti al soldo del potere – che la signora Lonardo/Mastella era vittima di una scorrettezza dei magistrati.
Ci si è detti – come per Del Turco e come sempre – sicuri (non si sa sulla base di che e contro le evidenze documentali) che si era di fronte a una persecuzione giudiziaria.
Si sono linciati sui giornali tutti i magistrati che avevano fatto semplicemente il loro dovere.
Si sono minacciate richieste milionarie di risarcimento danni.
Il Mastella si è chiesto accorato “Quando arriverà la sentenza di proscioglimento chi mi ripagherà del sogno di essere ministro della Repubblica?” (
Reuters) (come se fare il Ministro non fosse un servizio, ma, appunto, un sogno).
Come accaduto mille altre volte, anche in questo caso i fatti sono contro questa classe dirigente nemica della giustizia e amica di ogni genere di pregiudicato.
Così la Corte Suprema di Cassazione, con una sentenza depositata l’altro ieri – la n. 33843 del 2008 – ha detto che la custodia cautelare in carcere della Lonardo/Mastella era del tutto legittima e doverosa e che alla signora che tanto ci ha afflitti con le sue manfrine (invece che chiedere scusa e vergognarsi in silenzio) non risarciremo un bel nulla.
Purtroppo, piuttosto, non avremo da lei il risarcimento che ci dovrebbe.

La notizia di questa importante pronuncia della Cassazione è stata data, ovviamente, dai giornalai del potere (cioè la sostanziale totalità della stampa in giro per le edicole) a bassissima voce.Riportiamo qui sotto l’articolo con il quale La Repubblica ha dato la notizia, con poche righe ben nascoste in DODICESIMA pagina, metà delle quali (titolo compreso) dedicate alle assurde tesi dell’indagata.E pubblichiamo – a questo link – il testo integrale della sentenza della Cassazione, per chi volesse farsi un’idea adeguata di come e perché pretendere che il Direttore Generale di una ASL fatto nominare dal Partito nomini a sua volta due primari (di neurochirurgia e di cardiologia) indicati dal Partito non sia “fare politica”, ma sia “crimine” (nello specifico, concussione). E ciò senza dire di come sia ridotto un Paese nel quale i ferri in neurochirurgia e cardiologia non li diamo a chi li sa usare, ma a chi è amico dei Mastella.

Così si forma il giudizio morale

Massimo Piattelli Palmarini
27 agosto 2008
Le intuizioni etiche sono innate, i processi razionali arrivano dopo


Filosofi, psicologi e scienziati cognitivi hanno recentemente proposto varie analisi del giudizio morale. Per esempio Marc Hauser, psicologo di Harvard assai noto, ha escogitato un raffinato esperimento condotto su Internet. Un vagone ferroviario privo di freni corre a ruota libera su un binario sul quale si trovano, ignare, cinque persone. Il soggetto può, se vuole, azionare uno scambio e dirottare il vagone su un diverso binario, sul quale si trova, anche lui ignaro, un grosso ciccione. Il povero ciccione morirà, ma le altre cinque persone saranno salve. In un caso diverso, il ciccione non si trova già sul binario, ma può esservi fatto precipitare spingendolo giù da un ponte sovrastante. Lui morirà, e bloccherà il vagone, e le altre cinque persone si salveranno. Dopo aver ricevuto decine di migliaia di risposte dai quattro angoli della terra, Hauser ha concluso che le intuizioni morali sono universali e innate, indipendenti da età, sesso, credenze religiose e fattori culturali, mentre le giustificazioni per tali intuizioni variano moltissimo.


Questo contraddice l'opinione che le intuizioni morali siano il frutto delle nostre giustificazioni morali. Per esempio, è un'intuizione universale che causare attivamente la morte di una persona (spingere il ciccione sul binario), seppur per buoni motivi (salvando la vita di cinque altre persone) è moralmente più straziante che non sfruttare una situazione di pericolo nella quale una persona già si trova, indipendentemente da noi (azionare lo scambio ferroviario). Un gruppo di teppisti che ha picchiato selvaggiamente un povero fattorino è più riprovevole di un gruppo di astanti che ha assistito senza intervenire a quel pestaggio. Eppure il loro intervento, magari, avrebbe potuto impedire o mitigare il pestaggio.


Vediamo chiaramente che fattori cognitivi e fattori etici si intrecciano intimamente e vi sono, in questo settore, curiose asimmetrie. Se una persona non è stata la causa di un danno o di un misfatto, non la si può moralmente condannare, ma risulta spesso arduo decidere chi o che cosa è stata la causa. Per esempio, se un alto dirigente decide di eseguire un progetto finanziariamente per lui vantaggioso, ma che prevedibilmente inquinerà l'ambiente, verrà da noi moralmente condannato e la sua decisione verrà da noi considerata causa dell'inquinamento. Però, un simile dirigente che, invece, decide di non procedere non viene da noi lodato come meritorio protettore ecologico e la sua decisione non viene da noi considerata la causa della qualità dell'ambiente.


Quindi, i concetti di causa e di conseguenze, per quanto importanti, non bastano a spiegare la diversità di intuizioni morali in casi come questi. Intervengono anche altri fattori cognitivi, come quelli di azione e di omissione, di cosa è normale e di cosa è eccezionale. Tutti questi fattori e i loro intrecci hanno spinto filosofi, psicologi e scienziati cognitivi a vederci più chiaro. Interessanti nuovi dati e modelli matematici, ancora non pubblicati, sono stati recentemente presentati al VI Convegno internazionale di psicologia del pensiero, tenuto a Venezia, dai cognitivisti americani Steven A. Sloman, Philip Fernbach e Scott Ewing della Brown University (Providence, Rhode Island).


Sulla base di esperimenti, modelli formali e dati di imaging delle attivazioni cerebrali, essi sostengono che esistono due distinti momenti: prima noi effettuiamo rapidamente e istintivamente una valutazione (appraisal) morale della situazione, poi intervengono considerazioni soppesate, un ragionamento. E infine formuliamo il vero e proprio giudizio morale. Il conduttore di un'auto che investe un passante è più responsabile se aveva freni inefficienti e lo sapeva che non un conduttore che non ha potuto frenare perché c'era imprevedibile ghiaccio sulla strada. La connessione causale tra freni difettosi e incidente è diversa, nella nostra mente, da quella tra slittamento sul ghiaccio e incidente.


Esistono modelli matematici e programmi di calcolatore che possono ben simulare e far variare a piacere tali connessioni causali, così come la nostra mente se le rappresenta. Si chiamano reti Bayesiane, dal nome del celebre matematico e sacerdote inglese Thomas Bayes, che formulò le leggi probabilistiche delle dipendenze causali intorno al 1760. Sloman e collaboratori le hanno usate per inquadrare esattamente le relazioni psicologiche tra cause, attribuzioni di meriti e colpe e giudizi morali. Una banda di bulli attaccabrighe entra in un villaggio. Un padre mingherlino e un figlioletto attraversano la strada. Un robusto bullo, fissando con arroganza il padre negli occhi, dà un pugno in faccia al figlioletto. Poi dice al padre, con tracotanza: «E adesso, che pensi di fare?».


La nostra reazione immediata, sarà di disprezzo per il comportamento del bullo (prima fase). La seconda fase, probabilmente, sarà di condanna, revulsione morale e rabbia. Una reazione morale ed emotiva. Ma la reazione emotiva non può essere la causa del disprezzo, perché non ci sarebbe stata, se il disprezzo non fosse venuto prima. Nel loro denso e ben argomentato lavoro, Sloman, Fernbach e Ewing considerano fattori cognitivi come azione/omissione, causa diretta e causa indiretta, conseguente prevedibili e imprevedibili, equità (fairness) e iniquità (unfairness), intento e involontarietà, prossimità fisica alla vittima o contatto remoto, lungo complicate reti di connessioni e con connessioni tra queste reti e i giudizi morali.


Un inserviente ignaro lascia sbadatamente su un bancone una polverina venefica che sembra zucchero. Uno studente poi la usa come zucchero e muore. Stesso caso, ma ora chi l'ha lasciata sbadatamente è un biochimico esperto. La differenza morale salta agli occhi. Nel caso del grassone e del vagone, spingerlo noi fisicamente giù dal ponte ci appare moralmente più ripugnante che non azionare a distanza una leva che lo fa cadere sul binario. Curiosa differenza psicologica e morale, difficile da giustificare razionalmente. Cosa si può concludere? Fattori psicologici, per così dire, di pura pelle e poco razionali (spingere giù contro azionare una leva) influenzano le nostre intuizioni morali, che ci piaccia o meno. I giudizi morali sono qualcosa di più della nostra prima e immediata valutazione istintiva, ma emozioni e reazioni viscerali intervengono anche in questi. Infine, fattori cognitivi «puri», come la causalità e la similitudine tra il caso attuale e altri casi già visti, sono necessari, ma non sufficienti, a spiegare i giudizi morali.


Terminerò con un esperimento esemplare e inquietante, dovuto al premio Nobel Daniel Kahneman. In due stanze distinte a due gruppi distinti di soggetti viene chiesto di immaginarsi di esser membri di una giuria che deve decidere quale somma monetaria accordare per risarcimento a una vittima ferita in una rapina a mano armata in un supermercato. Ai soggetti nella prima stanza viene detto che la vittima «si era recata come al solito al supermercato dietro l'angolo». A quelli nella seconda stanza che «la vittima si era recata eccezionalmente in un supermercato fuori zona». Stessa ferita, stesso incidente. Ma, in media, la vittima del supermercato fuori zona riceve dai finti giurati una somma superiore a quella accordata alla vittima nel supermercato consueto. Irrazionale, eppur molto reale. Una di quelle intuizioni a fior di pelle con conseguenze morali. Difficile giustificarla, ma impossibile ignorarla.

Padre Pio, la fabbrica dei miracoli (a orologeria)


Paola Zanca
L'Unità
29 agosto 2008

La speranza di una grazia finisce alle sette di sera. Chiudono i cancelli, al santuario di San Giovanni Rotondo. Una giornata è finita, ma nella fabbrica dei miracoli costruita attorno alla figura di Padre Pio, non c’è tempo da perdere. E così, quando le luci della chiesa ancora non si sono spente e i pellegrini ancora non sono tornati a casa, dietro un muro si inizia a smontare la scenografia: i ceri – che si possono acquistare ad un distributore automatico che garantisce «lunga durata» - vengono raccolti e gettati in sacchi neri. Che fine fanno? «Li portiamo dentro», spiega un giovane addetto alle pulizie. «Dentro», si scopre poco dopo, è un magazzino fatiscente che sta a pochi metri di distanza. Più a lato, due ragazze si affannano a togliere dalle mani di una statua i rosari che i devoti hanno aggrovigliato attorno. «Ce ne hanno messo d’impegno!» sembrano inveire contro i pellegrini premurosi. Quelli che le loro speranze le hanno avvolte con dovizia, e forse preferirebbero non vedere con i loro occhi che le loro preghiere hanno le ore così contate. Ma sono le sette di sera, non c’è tempo da perdere con la devozione.

La religione che scopre il business non è certo una novità, né una prerogativa di questo paese arroccato sul Gargano. Ma a San Giovanni Rotondo l’affare ha da poco nuova linfa: è la salma del santo, riesumata il 24 aprile scorso. San Pio è lì, nella cripta in cui è custodito dal 1968, spolverato e imbellettato ad uso e consumo dei fedeli. Che, diciamolo, non hanno ritegno. Flash e luci di qualsiasi aggeggio elettronico disponibile sul mercato immortalano la salma del frate di Pietrelcina. Pochi pregano, meditano, riflettono. Quasi nessuno sta zitto, insomma, come quanto meno la pietà umana consiglierebbe di fare di fronte al corpo di un morto. Attorno è tutto un brulicare di telefonini, e chi dovrebbe sorvegliare la quiete della cripta, non fa nulla per disincentivare questa smania, questa voglia di dire «io c’ero»: «Una foto e proseguire», dicono gli addetti alla vigilanza, come se stessero regolando il traffico in strada. E i pellegrini ubbidiscono, uno scatto e via. Qualche metro più avanti c’è una teca dove i fedeli lasciano fotografie e lettere. I neo genitori buttano bavagli di bambini da benedire. Qualcuno, forse sprovvisto o semplicemente avaro, opta per un pannolone. Per fortuna, non è usato.

La riesumazione di Padre Pio è nuova linfa anche per i proprietari degli oltre 140 hotel e affittacamere che affollano San Giovanni Rotondo: un centinaio sono stati costruiti in deroga al piano urbanistico nell’anno del Giubileo, nell’illusione del miracolo perenne. In realtà, otto anni dopo, tre quarti di loro sono sul lastrico: il pienone dura tre o quattro giorni l’anno, per il resto sono pochi grandi hotel a fare cassa. Colpa delle «soprastimate attese giubilari» e del «deleterio meccanismo delle realizzazioni in deroga», si legge nel Documento per la formazione del piano urbanistico generale, che spiega come dal 1998 si sia determinato «un sostanziale triplicamento dell’offerta nel giro di cinque anni». E chi aveva investito sul turismo religioso, ora sta facendo di tutto per far accorciare i tempi per il cambio di destinazione d’uso, riconvertendola da turistica ad abitativa. Solo tra venticinque anni, infatti, le stanze d’albergo deserte potranno trasformarsi in appartamenti e negozi.

Basta che non facciano troppa concorrenza ai distributori automatici di medagliette e ceri posizionati nel santuario. A pochi metri dalla salma c’è anche la pesca – gli incassi, spiegano, serviranno a sostenere i percorsi di vocazione di nuovi frati – , c’è il bollettino postale per finanziare la costruzione di una «Casa di riposo per sacerdoti anziani di tutto il mondo» - il tariffario va dai 30 euro per un mattone, ai 650 per un tavolino per refettorio, ai 500 mila euro per la fornitura dell’infermeria. C’è anche una bacheca dove ritirare il modulo prestampato per scrivere una «Lettera a San Pio». I Frati Cappuccini invitano a buttare giù qualche riga quando «sei triste, scoraggiato, abbattuto, sfiduciato». Per trovare l’ispirazione, basterebbe una giornata in questo supermercato della fede, dove la cassa chiude alle sette di sera.

Germania, Fucking Berlin dopo un mese è già in testa alle classifiche di vendita


Danilo Taino
Il Corriere della Sera
29 agosto 2008

BERLINO - Ai bei tempi, era la «professione» per definizione. E loro erano «le professioniste». Tutti capivano. Ora, sono precarie, come buona parte dei giovani. E Berlino è una loro capitale, raccontata in un romanzo uscito da un mese e che è nelle prime posizioni delle classifiche in Germania, Fucking Berlin. Lo ha scritto Sonia Rossi, nome d’arte di una ragazza siciliana arrivata a 18 anni nella metropoli tedesca per studiare matematica e finita, per ragioni economiche, a prostituirsi part-time: di giorno all’università, di notte tra centri di massaggio e bordelli.


VIOLENZE E TENEREZZE - Quando il sindaco di Berlino diceva che la città è «povera ma sexy» intendeva altro: Sonia, però, ha coniugato i due termini. Ha iniziato posando nuda davanti alla web-cam, per un provider di contenuti erotici. Poi, il salto netto verso la prostituzione e verso la doppia vita di studentessa-prostituta, ovviamente all’insaputa dei parenti (in Italia) e degli stessi amici di Berlino. Locali come il massage-parlour Extase, un Fkk-Club (per nudisti) nel quartiere di lusso di Charlottenburg, il Club One, bordello nella zona povera di Wedding erano i suoi luoghi di lavoro. E anche trasferte regolari, a Monaco e Friburgo. Quattro anni di vita orizzontale raccontati in Fucking Berlin. Momenti tristi e difficili, violenze, ma anche tenerezze e complicità con le ragazze, colleghe, che incontrava durante le notti. E una miniera di storie.


STORIE - Per esempio, il frequentatore regolare che, colpito da infarto, la fa avvertire dalla moglie. Il cliente che entra nel bordello per una quickie (40 euro) mentre la moglie cerca parcheggio. Il giovane padre di famiglia che spinge il passeggino di giorno e la visita di notte. L’anziano che la cerca solo per toccarla. Un’autobiografia erotica, insomma, nella Berlino giovane e disinibita, dove la prostituzione (come in tutta la Germania) non è fuorilegge e le opportunità di ogni genere sono moltissime. Sonia, ormai, ha smesso il part-time da due anni, l’età del figlio avuto dal fidanzato. Le mancano un paio di esami e la tesi, poi avrà la laurea in matematica della Humboldt Universität. Soprattutto, è entrata nella classifica dei bestseller con un libro scritto direttamente in tedesco (nel 2001, quando arrivò a Berlino, non ne conosceva quasi una parola): peccato non lo possa raccontare alla mamma. Ps. Sonia Rossi assicura che, nonostante il part-time e la precarietà, in quegli anni semiclandestini ha regolarmente pagato le tasse.

Garanti a modo loro



Marco Travaglio
L'Espresso
29 agosto 2008


Il Garante della Privacy ha stabilito che periti e consulenti tecnici non possono conservare informazioni acquisite durante l'incarico. Una decisione discutibile perchè le idagini si possono riaprire

I periti dei tribunali e i consulenti tecnici dei pm non possono più tenere nei loro archivi i dati e i documenti raccolti per un'indagine dopo che questa è terminata, ma devono restituirli ai magistrati o 'cancellarli'. Rigorosamente vietato "conservare, in originale o in copia, in formato elettronico o su supporto cartaceo, informazioni personali acquisite nel corso dell'incarico".

L'ha stabilito il Garante della Privacy con la delibera n. 178, pubblicata sulla 'Gazzetta ufficiale' il 31 luglio scorso. La decisione è molto discutibile: chiusa o archiviata un'indagine, se ne può sempre aprire un'altra se emergono elementi nuovi. E spesso è molto utile che il consulente conservi i dati vecchi per riusarli e incrociarli con quelli nuovi, senza dover ripartire da zero. Ora non si potrà più farlo. Chissà perché: le banche dati dei periti non presentano alcun rischio per la privacy, visto che questi sono pubblici ufficiali tenuti alla massima riservatezza.

Ma le perplessità aumentano se si guarda al relatore della delibera destinata a svuotare le indagini cancellando la memoria storica di tanti scandali: quella del vicepresidente dell'Autorità garante, Giuseppe Chiaravalloti. Ex magistrato, ex governatore forzista della Calabria, Chiaravalloti è indagato a Catanzaro per associazione a delinquere nell'inchiesta Poseidone del pm Luigi de Magistris (anche se il nuovo pm ha chiesto la sua archiviazione) e a Salerno per corruzione giudiziaria e minacce. Ora, si dà il caso che a entrambe le indagini abbia collaborato uno dei più celebri consulenti giudiziari d'Italia: il vicequestore Gioacchino Genchi, un mago nell'incrocio dei tabulati telefonici, già preziosissimo nei processi sulle stragi mafiose del 1992-93, più volte attaccato da politici e imputati, soprattuttoda politici imputati.


Ed è piuttosto curioso che a impartire le nuove direttive ai consulenti, lui compreso, sia proprio uno dei suoi 'clienti' più illustri. Possibile che il Garante Franco Pizzetti abbia designato proprio Chiaravalloti come relatore, in barba al suo plateale conflitto d'interessi? Forse la scelta è caduta su di lui per la competenza maturata in fatto di indagini giudiziarie (a carico). O magari per le sue doti profetiche. In una telefonata intercettata due anni fa con la segretaria, Chiaravalloti così parlava di De Magistris: "Questa gliela facciamo pagare. Lo dobbiamo ammazzare. No, gli facciamo cause civili per danni e ne affidiamo la gestione alla camorra napoletana... Saprà con chi ha a che fare... C'è quella sorta di principio di Archimede: a ogni azione corrisponde una reazione... Siamo così tanti ad avere subìto l'azione che, quando esploderà, la reazione sarà adeguata!. Vedrai, passerà gli anni suoi a difendersi". Infatti De Magistris è stato trasferito dal Csm lontano da Catanzaro. I pm che l'hanno rimpiazzato hanno subito revocato ogni incarico a Genchi. In compenso l'indagato Chiaravalloti continua imperterrito a vice-garantire la nostra privacy, e soprattutto la sua. E ora dà perfino gli ordini ai consulenti dei giudici. Giustizia è fatta.

Intercettazioni, Prodi: «Nessun bavaglio ai giudici»


L'Unità
29 agosto 2008

No a una legge sulle intercettazioni che limiti i poteri di indagine attribuiti ai magistrati, «nessuna contrarietà» a che «tutte le mie telefonate siano rese pubbliche». Romano Prodi reagisce così alla pubblicazione di alcune sue intercettazioni relative all'inchiesta Siemens. «Vista la grande enfasi e, nello stesso tempo, l'inconsistenza dei fatti a me attribuiti da 'Panorama'- dice l'ex presidente del Consiglio, che - non vorrei che l'artificiale creazione di questo caso politico alimentasse il tentativo o la tentazione di dare vita, nel tempo più breve possibile ad una legge sulle intercettazioni telefoniche che possa sottrarre alla magistratura uno strumento che in molti casi si è dimostrato indispensabile per portare in luce azioni o accadimenti utili allo svolgimento delle funzioni che le sono proprie». «Da parte mia - conclude Prodi - non ho alcuna contrarietà al fatto che tutte le mie telefonate siano rese pubbliche».

La risposta arriva dopo che Silvio Berlusconi aveva espresso la sua solidarietà a Romano Prodi, dopo la notizia, pubblicata da Panorama, su intercettazioni in cui risulterebbero aiuti agli affari di due parenti dell'ex premier. «La pubblicazione di intercettazioni telefoniche riguardanti Romano Prodi, a cui va la mia assoluta solidarietà, non è che l'ennesima ripetizione di un copione già visto» ha affermato il Presidente del Consiglio in una nota, sollecitando il «Parlamento ad intervenire per evitare il perpetuarsi di tali abusi che tanto profondamente incidono sulla vita dei cittadini e sulle libertà fondamentali».

Solidarietà all'ex presidente del Consiglio arriva dal segretario del Partito democratico Walter Veltroni che attacca la presa di posizione della maggioranza: «Dal premier arriva solo una falsa solidarietà». Guarda caso, aggiunge Veltroni, «tali conversazioni, del tutto prive di rilevanza sul piano giudiziario, sono state rese note da testate appartenenti al gruppo di proprietà del presidente del Consiglio. Proprio Berlusconi - aggiunge il leader Pd - negli ultimi mesi, ha ostentato una speciale sensibilità sul tema delle intercettazioni e sulla loro pubblicazione, tanto che questa mattina ha sentito il dovere di esprimere vicinanza al suo predecessore con un comunicato diffuso da palazzo Chigi. Quale miglior occasione - conclude - per tornare a invitare il Parlamento a varare una legge che limiti i poteri di indagine dei magistrati?».

Anche per il senatore del Pd ed ex procuratore capo di Milano Gerardo D'Ambrosio: «Le intercettazioni su Prodi sono state pubblicate per indurre l'opposizione ad accettare l'inaccettabile. La limitazione del campo di applicazione delle intercettazioni - dice - farebbe rinunciare alla maggior parte delle indagini sulla corruzione».

Piero Fassino, ha espresso comprensione nel corso di una affettuosa conversazione telefonica, «per il vergognoso attacco ad opera di alcuni organi di stampa a lui e ai suoi più stretti collaboratori».

E sulle telefonate intercettate parla anche Fabio Mussi, ex ministro dell'Università e della Ricerca del governo di centrosinistra e presidente del Consiglio nazionale di Sinistra democratica. «I giornali di Berlusconi pubblicano con grande rilievo intercettazioni che riguardano Prodi. Sono testi senza dubbio giuridicamente irrilevanti, ma per ciò che riguarda me, e per amore di esattezza, voglio precisare pochi dettagli». Lo afferma Fabio Mussi, «Il professor Alessandro Ovi - spiega Mussi - dice in un'intervista che l'operazione di finanziamento speciale ad un centro di medicina rigenerativa di Bologna non fu possibile, mi sembra per difficoltà sorte al ministero dell'Università di Mussi. Confermo il suo ricordo». «La nomina di Claudio Cavazza a responsabile del settore di 'Nuove tecnologie della vita', nel quadro del programma Industria 2015 avvenne con il mio parere contrario formalmente espresso, con lettera del 5 febbraio scorso numero di protocollo 905, lettera nella quale invitavo il mio collega dello Sviluppo Economico a valutare profili di inopportunità derivanti dalla sua contestuale attività nel settore privato». «Vista infine - conclude Mussi - la pelosa solidarietà e la nuova furbastra campagna del centrodestra contro le intercettazioni, aggiungo che a mio parere le intercettazioni servono».

Le intercettazioni pubblicate da Panorama si riferiscono stralci a telefonate di Romano Prodi nel giugno del 2007, quando era presidente del Consiglio, e sono ora al vaglio della procura di Roma. I testi pubblicati dal settimanale, che ne dà notizia in una nota, riguardano tra l'altro conversazioni di Prodi con il suo consigliere Alessandro Ovi. L'ex premier replica con una dichiarazione nella quale prende atto delle anticipazioni di 'Panorama' e aggiunge: «Mi sembra evidente che vi si trattano fatti di nessuna rilevanza dal punto di vista sia giuridico sia penale». Nella nota di 'Panorama' si dice che nelle intercettazioni Prodi sollecita con Ovi «la ricerca di un socio di capitale per la società del nipote Luca», mentre si punterebbe a «sbloccare finanziamenti pubblici richiesti dal consuocero Pier Maria Fornasari o a cercare fondi per il nascente Pd».

Circostanze alle quali Prodi replica nella sua dichiarazione. «Come presidente del Consiglio - afferma - ho preso atto delle legittime richieste di una importante struttura scientifica della regione Emilia Romagna e, nel rispetto delle norme e delle leggi, ho chiesto agli organismi competenti di valutarne le istanze. Nella veste di zio, e quindi in forma assolutamente privata, ho ascoltato le richieste di un mio nipote e gli ho dato dei consigli». «Non vorrei, vista la rilevanza che sembra assumere una vicenda di così scarsa portata e vista la fonte giornalistica che propaga tali notizie - conclude l'ex premier - che questa vicenda tornasse utile a quanti invocano impensabili giri di vite sulle intercettazioni telefoniche. Per quanto mi riguarda, resto del parere di sempre sull'argomento e cioè che si pubblichino pure le intercettazioni quando vi sia una reale motivazione».

La mia storia attraverso le sentenze



Antonio Di Pietro


"Fai il tuo dovere e pagane le conseguenze", mi disse mia sorella Concettina il giorno dopo l’omicidio di Paolo Borsellino, allorché io – preoccupato per quel che stava succedendo – trasferii a lei la mia angoscia. Era il 19 luglio 1992 ed ero nel pieno dell’attività di "Mani Pulite". Poco dopo arrivò in Procura una segnalazione dei R.O.S (Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri) che segnalava – come destinatario di possibili attentati mafiosi – anche la mia persona. Giovanni Falcone era stato ammazzato il mese prima. Ora è solo un ricordo ma all’epoca c’era realmente di che preoccuparsi in quanto stavano venendo fuori collegamenti a iosa fra la "migliore imprenditoria del Nord", la più "blasonata politica romana" e "incalliti mafiosi" di Cosa Nostra.
Mi aggrappai alla saggezza di mia sorella e andai avanti.


Con l’andare del tempo e con l’avanzamento dell’inchiesta, mi resi conto, invece, che avevo poco da temere sul piano fisico in quanto l’inchiesta Mani Pulite aveva una sua specificità rispetto ai reati mafiosi: i magistrati palermitani dovevano partire necessariamente dal “fatto criminale” per risalire al “mandante” o al “movente politico”. “Mani Pulite”, invece interveniva direttamente sui politici. Nell’uno e nell’altro caso, entrambi – i politici e i mafiosi – avevano interesse a fermare le indagini e ad evitare qualsiasi travaso di investigazioni dall’uno all’altro campo, ma mentre i mafiosi usarono l’esplosivo per fermare i giudici, i politici ricorsero ad una soluzione grazie a Dio meno dolorosa: la delegittimazione e la denigrazione.


L’obiettivo mi apparve subito evidente: rendere poco credibile l’inchiesta Mani Pulite, dapprima criminalizzando l’attività giudiziaria che stavo svolgendo (con accuse ingiuste come arrestare innocenti, costringere al suicidio le persone, svolgere indagini in modo parziale al fine di favorire alcuni e danneggiare altri), poi con una vasta indagine retrospettiva sulla mia persona, alla ricerca di qualche neo (e chi non ne ha?) per farlo diventare un “bubbone immondo” da additare al pubblico disprezzo, infine costruendo a tavolino – scientemente e con dispendio di mezzi e di energie – veri e propri falsi dossier con storie inventate di sana pianta o comunque malevolmente ricostruite e raccontate in modo così suadente e sapientemente pubblicizzate da renderle apparentemente credibili.


Il 6 dicembre 1994 mi toccò togliere la toga di dosso e dedicare tutte le energie per difendere il mio onore nell’unico modo che sapevo fare: nelle aule giudiziarie, che frequentai per anni sia per dimostrare la mia correttezza professionale che la mia innocenza personale. Nel frattempo, e per dare un nuovo scopo alla mia vita, ho cominciato a fare politica, convinto come ero e come sono che i “mali della politica” potevano essere curati solo con l’impegno civile, in quanto il magistrato arriva solo quando la “frittata è fatta” e solo per scoprire il colpevole.Ho pensato – e ci credo ancora – che bisognava impegnarsi per un ricambio generazionale della classe dirigente, unico modo per ottenere un modello comportamentale diverso e più dignitoso del modo di fare politica.Per questo ho costituito l’Italia dei Valori, cercando da una parte di aprire il partito a tutti coloro che vi mostravano interesse e dall’altra di preservarlo dagli arrembaggi di ciurme e profittatori.Con sommo dispiacere dei miei detrattori, sono riuscito a costruire un partito che c’è e che – nel Paese e nel Parlamento – sta facendo il suo dovere e fa sentire la sua voce, tanto che la fiducia ed il consenso cresce giorno per giorno.


La conseguenza, sul piano personale, è purtroppo che la stagione della denigrazione e delle contumelie continua ed anzi è ripresa con maggiore veemenza e peggiore virulenza di prima.Ogni giorno mi sento piovere addosso accuse di ogni tipo. Sembra quasi che tutti i guai d’Italia siano avvenuti o avvengano per colpa mia, tanto che quasi tutti i partiti, i politici e i “commentatori professionisti” fanno a gara nel dirsi fra di loro: “sto con te a patto che non stai con Di Pietro”.


Ho deciso allora che dedicherò una parte di questo Blog per raccontare “la mia verità”. Non la verità, secondo le mie parole però, per evitare che qualcuno possa pensare che siano parole di comodo. Ma la “verità processuale”, secondo le sentenze e gli altri provvedimenti che i giudici – di volta in volta – hanno emesso in relazione ai tanti fatti ed ai tanti eventi che – nel bene e nel male – mi hanno visto protagonista. Trattasi di centinaia di atti e quindi è necessario un “racconto a puntate”. Ad intervalli regolari, perciò, pubblicherò ad uno ad uno questi provvedimenti giudiziari, con un mio personale commento e con la possibilità – da parte di chi avrà la voglia o la pazienza di leggerli – di commentarli a sua volta.


Comincerò dalla vicenda di Fabio Salamone, di cui pubblico la “Sentenza della Sezione Disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura” n. 2/98 del 16 gennaio 1998 in cui si “dichiara il dr. Fabio Salamone responsabile della incolpazione ascrittogli al capo A - vale a dire responsabile del fatto che non si fosse astenuto dallo svolgere indagini su di me- e gli infligge la sanzione disciplinare dell’ammonimento-” (così testualmente il dispositivo).


Comincio da questo provvedimento perché riguarda proprio il magistrato della Procura della Repubblica di Brescia che indagò a ripetizione su di me formulando a mio carico una miriade di accuse, poi tutte smontate dai giudici “perché il fatto non sussiste”. Certo, alla fine ho avuto giustizia ma quelle accuse furono prese e rilanciate da altri che avevano interesse a costruirmi addosso una montagna di nefandezze che non avevo commesso, con lo scopo di non rendere credibile il lavoro che avevo fatto come magistrato e quindi – per una insana proprietà transitiva – irrilevanti le porcherie che avevo scoperto nei loro confronti.


Ebbene, credo proprio che poche persone abbiano mai saputo che il Dr. Fabio Salamone doveva astenersi dall’indagare su di me in quanto io in precedenza avevo effettuato rilevante attività di indagine a carico di suo fratello Filippo Salamone, successivamente incriminato ed arrestato in altra sede per gravi delitti. Per saperne di più sulle vicende di Filippo Salamone, basta cercare in Rete (leggi "Mafia e appalti, condanna definitiva per Filippo Salamone"). Trattasi di un imprenditore siciliano che venne individuato – anche nell’ambito dell’inchiesta Mani pulite – come uno dei terminali tra le imprese mafiose del Nord e la mafia. Infatti egli è stato alla fine condannato in via definitiva a 6 anni di carcere per concorso in associazione mafiosa (insieme a Lorenzo Panzavolta della Calcestruzzi Spa, figura di spicco nell’inchiesta Mani Pulite).


In questa sede, mi interessa però far rilevare il fatto che io ho denunciato al CSM il dr. Fabio Salamone dopo – e solo dopo – che le indagini sul mio conto si erano concluse. Non volevo che si pensasse che me la prendessi con lui per non volermi sottoporre alla Giustizia né che io volessi confondere e mischiare la sua storia personale di magistrato con quella di imprenditore così così di suo fratello Filippo. Queste cose le fa chi sa di non essere innocente. Della storia che ho appena raccontato ne ho parlato una volta con un giornalista, Piero Colaprico, cosa che il dott. Fabio Salamone non ha gradito citandoci in giudizio entrambi per diffamazione.


Allego la sentenza numero 33125 del Tribunale di Roma che invece “rigetta la domanda” del dott Fabio Salamone in quanto “deve ritenersi, nel caso di specie, l’insussistenza di una responsabilità civile non ravvisandosi un contenuto diffamatorio punibile nelle affermazioni dell’intervistato”. Carta canta!

Angelino giurista per caso



Marco Travaglio
L'Ora d'aria
L'Unità
28 agosto 2008


Angelino Jolie, incredibilmente ministro della Giustizia, in un’intervista al Giornale della ditta, ha voluto dare ragione alla collega Gelmini sulle scuole del Sud, che ad avviso della ministra dell’Istruzione produrrebbero somari. Lui infatti ha studiato ad Agrigento. Come il suo spirito guida Al Tappone, egli dice di ispirarsi a Falcone: “Stavo rileggendo proprio in questi giorni l’intervista del giudice a Marcello Padovani”. Ora, Marcello Padovani non esiste, dunque è altamente improbabile che Falcone gli abbia mai rilasciato un’intervista. Esiste invece Marcelle Padovani, corrispondente del Nouvel Observateur dall’Italia. Resta da capire che cosa diavolo stia leggendo Angelino Jolie. Forse un apocrifo prestatogli da un altro Marcello: Dell’Utri, noto bibliofilo pregiudicato.

La sua riforma della Giustizia, rivela Angelino al genuflesso direttore del Giornale, si propone anzitutto “la parità di accusa e difesa di fronte a un giudice che sta sopra le parti e non ha alcun collegamento con esse”. Come se gli avvocati, pagati dai clienti per farli assolvere anche se colpevoli, fossero paragonabili ai pm, che devono cercare la verità processuale per far condannare i colpevoli e assolvere gli innocenti. Poi, aggiunge Jolie, va “riformulata l’obbligatorietà dell’azione penale” con “criteri di priorità fra i reati in base all’allarme sociale che essi creano”. Forse intende affidare i criteri di priorità alle regioni o ai comuni, visto che i reati che allarmanti in Barbagia non sono gli stessi a Corleone o in Aspromonte o nel centro di Milano. Senza contare l’assurdità di prevedere come reato comportamenti che poi si decide di non punire. “E’ vietato, ma si può”. All’italiana.

Il presunto ministro pare atterrato poche ore fa da Marte: parla di giustizia come se fosse il primo a occuparsene, come se negli ultimi 15 anni non fossero state approvate circa 150 “riforme della giustizia”. Quasi tutte votate anche da lui e dal suo partito. Le carceri scoppiano? L’indulto - dice - “non è servito a nulla”. Ma va? Infatti lui, due estati fa, lo votò. E poi lo chieda a Previti, se non è servito a nulla. Ma ecco l’idea geniale per sfollare le carceri: braccialetto elettronico ed espulsione dei detenuti immigrati. Forse non sa che il braccialetto elettronico fu sperimentato 8 anni fa da quell’altro genio del ministro Enzo Bianco, dopodichè si scoprì che i detenuti il braccialetto se lo sfilavano col taglierino e se ne andavano a zonzo senza controlli. In ogni caso, non è male l’idea di certi parlamentari che vanno alla Camera o al Senato col braccialetto al polso. Quanto alle espulsioni, forse il ministro ignora che gl’immigrati condannati sono quelli che più spesso rientrano in Italia, assistiti dalle organizzazioni criminali. Bella sicurezza.

Ma ecco un’altra idea geniale, suggerita dall’autorevole Mario Giordano:“La responsabilità civile”dei giudici, che “non c’è mai stata” perché il referendum del 1985 è stato “tradito”. Balla colossale: già oggi, per legge, il magistrato che sbaglia per dolo o colpa grave paga in proprio. Diverso il caso del magistrato che giudica sufficienti le prove per arrestare o condannare un tizio che altri giudici di grado superiore ritengono insufficienti: questo non è errore giudiziario, altrimenti non si troverebbe nessuno disposto ad arrestare o condannare. Angelino trova inaccettabile che “chi sbaglia paga in qualsiasi settore tranne che in magistratura”. Potrebbe chiedere informazioni a Metta e Squillante, arrestati dai loro colleghi per le tangenti che incassavano da Previti e Berlusconi. I magistrati, quando prendono un collega che ruba, lo arrestano. I politici, quando prendono un collega che ruba, lo coprono e lo promuovono.

Jolie è “disponibile ad ascoltare” l’idea della Lega e di Dell’Utri di eleggere i pm. Gli aspiranti pm si candidano, fanno campagna elettorale nei rispettivi partiti e vengono eletti se trovano abbastanza elettori. Magari fra i loro futuri imputati. Oppure potrebbero candidarsi a pm direttamente gli imputati: in certe regioni d’Italia, hanno ottime possibilità di farcela. Dopodichè, auguri all’imputato extracomunitario che incappa nel pm leghista con toga verde. E auguri al padano che incappa nel pm siciliano di Rifondazione comunista. Come antidoto alla presunta politicizzazione dei pm, non c’è davvero male. Angelino Jolie, in due pagine di intervista, dimentica di spiegare come intenda ridurre i tempi dei processi, che tutti gli italiani ritengono il primo e unico problema della giustizia. Ma questo è comprensibile. Per Al Tappone e gli altri politici imputati, la giustizia è ancora troppo rapida. Bisogna rallentarla un altro po’.

ORNELLA VANONI MA MI

giovedì 28 agosto 2008

BELLA CIAO

Black out sinistra



Pino Corrias
27 agosto 2008


Il Paese va in malora, Berlusconi accumula denari, potere e immunità, ma i sinistri apparati della sinistra sembrano accorgersi di nulla. Tutti occupati - come ai tempi irosi e lieti del loro ultimo governo - a azzannarsi tra loro.


Riassumendo. Il sindaco di Torino Sergio Chiamparino è in guerra con l’altra metà del partito democratico piemontese per via di un grattacielo, di una banca e per incompatibilità di carattere.
Renato Soru, governatore della Sardegna, viene trascinato in tribunale da un tale Antonello Cabras, segretario del suo stesso partito, che lo accusa di essere poco meno di un dittatore.
Massimo Cacciari, sindaco di Venezia definisce i leader democratici (quando va bene) dilettanti e inconcludenti.
Agazio Loiero, altro sinistro, nonché governatore di Calabria, è in definitiva rotta di collisione con i suoi ex compagni di partito.
L’alleato Di Pietro ha varato una sua lotta permanente a Walter Veltroni e annuncia di candidarsi da solo alle prossime elezioni per la presidenza della Regione Abruzzo decapitata dopo l’arresto di un'altra bandiera della sinistra democratica, Ottaviano Del Turco.
Veltroni ricambia Di Pietro con la medesima ostilità ogni qual volta si stanca di prendersela con il suo nemico storico Massimo D’Alema.
Il quale restituisce il disprezzo, estendendolo volentieri a Arturo Parisi, ex ministro della Difesa del governo Prodi, che a sua volta detesta sia Veltroni che lo stesso D’Alema.
Antonio Bassolino, il re dalemiano della spazzatura napoletana, governatore della Campania, anzichè dimettersi e scomparire, sconfessa Veltroni, elogia Berlusconi, e prepara la sua candidatura al parlamento europeo come buonuscita estera per il suo capolavoro (inter)nazionale. Altri litigi si segnalano in Sicilia, in Molise e perfino dove il pd non esiste quasi più, come in Lombardia.
Avanti così, bene, e che poi qualcuno spenga la luce.

la leggenda del santo bevitore

Un grande film di Ermanno Olmi

Armi al livello di quelle del Sapiens - il Neanderthal non era "inferiore"


Luigi Bignami
La Repubblica
26 agosto 2008
Le due specie vissero contemporaneamente in Europa
circa 30 mila anni fa il neanderthalensis scomparve all'improvviso: resta il mistero sulle cause

LONDRA - Non fu il divario tecnologico e d'intelligenza con l'Homo sapiens a far scomparire il Neanderthal (Homo neanderthalensis) dalla faccia della Terra. E' questo il risultato di una ricerca di un gruppo di scienziati inglesi e americani che hanno studiato gli utensili di cui erano in possesso le due specie e che ha dimostrato che essi erano efficienti, dal punto di vista delle possibilità e dell'efficienza di utilizzo, allo stesso modo.
Il nuovo studio, quindi, pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Human Evolution, smentisce categoricamente quanto, per circa 60 anni, ha sostenuto la maggior parte dei paleoantropologi e cioè che l'Homo Sapiens ebbe la meglio sul Neanderthal perché mise a punto strumenti tecnologici di qualità superiore.
La ricerca del team di ricercatori dell'Università di Exeter, dell'Università della Southern Methodist, dell'Università dello Stato del Texas e la Think Computer Corporation, è consistita nello studio al computer e nella riproduzione reale di strumenti che utilizzavano le due specie per poi metterli a confronto. Gli studiosi, in particolare, hanno ricreato gli arnesi in pietra a forma di lama, usati sia dai Neanderthal che dai sapiens, e quelli a forma di scaglia allungata, che erano utensili, sempre di pietra, più stretti e allungati rispetto ai precedenti e utilizzati solo sai sapiens. Questi ultimi vennero prodotti dai sapiens per la prima volta durante la loro colonizzazione europea, una volta lasciata l'Africa, circa 40.000 anni fa. La loro introduzione nella vita di tutti i giorni è sempre stata pensata, da parte dei paleoantropologi, come un vero e proprio salto tecnologico, frutto di una maggiore intelligenza, che avrebbe aiutato più di ogni altra cosa a sopraffare il suo cugino dell'Età della Pietra. Con tali strumenti infatti, avrebbe cacciato con maggiore facilità e avrebbe prodotto altri strumenti con maggiore facilità e qualità migliore.

Per verificare questo assunto, i ricercatori anglo-americani hanno confrontato la semplicità d'uso degli strumenti prodotti, la loro capacità di taglio, la resistenza nell'uso nel tempo e quanto duravano. Spiega Metin Eren, dell'Università di Exeter: "Lo studio ha dimostrato che tra i diversi utensili utilizzati non vi sono differenze statisticamente importanti nella loro efficienza. Anzi, in alcune situazioni l'uso degli utensili a forma di lama era superiore a quelli a forma di scaglia".
Questa scoperta riapre il dibattito sulla scomparsa del Neanderthal. Per capire il problema va detto che sempre più prove dimostrerebbero Homo sapiens e Neanderthal sono due specie ben diverse (l'ultima in ordine di tempo è la dimostrazione certa al 99 per cento che esiste una differenza nel DNA a provare che le due specie non si sono mai incrociate): sembra infatti, che il Neanderthal evolvette direttamente in Europa, mentre l'Homo sapiens arrivò dall'Africa tra 50 e 40.000 anni fa. Il primo poi, scomparve circa 28.000 anni fa, suggerendo l'ipotesi che in 10.000 anni il sapiens prese il sopravvento sul suo cugino.
Al riguardo, si è suggerita, ad esempio, una maggiore bravura del sapiens nella caccia che avrebbe via via impedito al Neanderthal di procurarsi cibo, ma ora lo studio sull'efficienza dei mezzi a disposizione fa crollare tale ipotesi, si è parlato poi di una maggiore capacità di comunicazione del Sapiens, ma anche questa ipotesi non è suffragata da prove concrete, infine si è detto che il Neanderthal soccombette per la sua minore intelligenza, ma l'ultima ricerca smentisce anche questa ipotesi.
Ma se gli utensili a scaglia non hanno apportato alcun miglioramento nella vita tecnologica dei sapiens, perché allora li hanno mantenuti? "Risponde Eren: "Essi potrebbero avere avuto un significato più profondo che non quello di essere nuovi strumenti tecnologici. Colonizzare un continente non è facile e deve essere stato ancor più difficile farlo durante un'era glaciale, come si trovò a farlo l'Homo sapiens. Forse quel nuovo mezzo tecnologico poteva avere un significato simbolico più importante del suo stesso uso, avrebbe, cioè, fatto da "collante" tra i diversi gruppi sociali che si sarebbero sentiti superiori ai loro cugini". Tutto questo non contribuisce però a far capire perché il Neanderthal si estinse.

Un fluido colora le cellule malate chirurgia oncologica più sicura



Sara Ficolcielli
La Repubblica
26 agosto 2008


I MAGHI del bisturi, quando c'è da operare un tumore, sanno bene dove mettere le mani. Ma non possono stabilire in tempo reale se hanno rimosso tutto ciò che c'era da togliere. Questo limite, spesso decisivo per la guarigione definitiva del paziente, potrà ora essere superato grazie a un innovativo sistema di monitoraggio che evidenzia le cellule tumorali con tonalità fluorescenti.

Gli ideatori del sistema sono i ricercatori del Beth Israel Deaconess Medical Center (BIDMC) and Harvard Medical School di Boston, nel Massachusetts, che hanno messo a punto il cosiddetto "Flare" (Fluorescence-Assisted Resection and Exploration). Il sistema è costituito da un liquido reagente, un dispositivo a raggi infrarossi, un monitor e un computer: "E' la prima volta che la scienza regala alla chirurgia un dispositivo del genere: sterile, di massima precisione e che funziona senza sfiorare il paziente", spiega il coordinatore del progetto e co-direttore del centro di Tecnologia e Diagnosi, John Frangioni. "Avere una visione completa del cancro ci dà una chance in più per curarlo".

Allo sviluppo di "Flare" hanno collaborato il National Cancer Institute e il National Institutes of Health e per ultimarlo ci sono voluti dieci anni. Il risultato finale è stato presentato al meeting dell'American Chemical Society (ACS).

La tecnica si serve di coloranti sensibili ai raggi infrarossi, in grado di evidenziare le strutture cellulari cancerogene una volta iniettati nel corpo del paziente. Il fluido, invisibile all'occhio umano, risponde alla luce dei raggi ed evidenzia il tumore con precisione: l'immagine fluorescente viene poi proiettata su un monitor e sovrapposta alla sagoma del paziente nel momento in cui il chirurgo esegue l'operazione. Il medico ha in questo modo la possibilità di intervenire sulla parte malata non solo asportando tutte le cellule tumorali ma evitando di recidere vasi sanguigni o altre parti del corpo. Un sistema che permetterà di evitare errori macroscopici in cui spesso incappa anche la miglior medicina.


Frangioni e colleghi hanno già sperimentato "Flare" su topi e maialini e ogni volta il chirurgo ha avuto la possibilità di osservare in tempo reale l'estensione del tumore. Le prime applicazioni sull'uomo verranno fatte a partire da un gruppo di pazienti malate di cancro al seno. Questa tecnica promette infatti ottimi risultati sia in questo campo che rispetto al tumore alla prostata e al polmone. Il passo successivo al quale gli scienziati stanno lavorando è la creazione di fluidi capaci di regire con tonalità diverse, cambiando colore a seconda dei vari tipi di tumore, o in presenza di vasi sanguigni e sistema nervoso. Un'idea semplice in grado di garantire la massima precisione. Come ricorda Frangioni, "Il futuro della tecnologia ormai sta tutto nella chimica".

Lo spettro della Guerra fredda



Lucio Caracciolo
L'Espresso
22 agosto 2008
Gli scontri tra Georgia e Ossezia del Sud hanno riportato alle cronache le vecchie tensioni tra America e Russia. Ma farlo confonde le idee

La storia non si ripete, gli stereotipi sì. Ogni volta che fra Russia e America monta la tensione, si riparla di guerra fredda. È accaduto varie volte negli ultimi anni. Mai però la crisi aveva toccato gli acuti della guerra, sia pure per interposte Georgia e Ossezia del Sud. Ecco risuonare di nuovo il riferimento al confronto bipolare che segnò gli equilibri planetari per quattro decenni, dalla fine del Secondo conflitto mondiale al crollo dell'Urss. È pertinente? Aiuta a capire? O confonde le acque? Vediamo.
Di simile al paradigma della guerra fredda c'è il rischio che due potenze termonucleari in attrito accendano la scintilla di un devastante scontro diretto. Tutto il resto, o quasi, è diverso. In primo luogo, fra russi e americani non c'è più la contrapposizione ideologico-propagandistica che rendeva apparentemente inconciliabili i due sistemi e dunque disegnava un terrificante gioco a somma zero, risoltosi poi per consunzione/suicidio dell'Unione Sovietica.
In secondo luogo, e anche per conseguenza del primo punto, fra i due paesi si sono sviluppate relazioni politico-diplomatiche relativamente normali, almeno fino alla crisi caucasica. Non si è però determinata quell'interdipendenza economico-finanziaria che rende oggi improbabile uno scontro duro, strutturale, fra americani e cinesi. Per la semplice ragione che ne scapiterebbero entrambi.
In terzo luogo, non ci sono più i due blocchi simmetricamente rivali a guida sovietica e americana. Il Patto di Varsavia è stato inghiottito nelle nebbie della storia. La Nato sopravvive, ma alla prova dei fatti, dal Kosovo all'Afghanistan fino alla guerra di Georgia, si è dimostrata scarsamente efficiente sotto il profilo militare, se non inutile. E al suo interno sono emerse mille crepe, tanto più evidenti quanto più numerosi sono i suoi membri e i suoi aspiranti soci.

Tre buone notizie? Non proprio. Infatti: primo, non è necessario coltivare filosofie opposte per combattersi. In seconda istanza, quanto meno due sistemi sono connessi tanto meno si capiscono, e soprattutto non hanno interessi comuni da difendere. Ma la notizia davvero brutta è paradossalmente l'ultima. In questo mondo molto più anarchico il conflitto può esplodere - o almeno la tensione può diventare parossistica - per iniziativa di un qualsiasi attore, anche molto secondario, che si senta supportato da Mosca o da Washington. È quanto accaduto in Georgia, con l'attacco ordinato da Saakashvili contro l'Ossezia del Sud. Entrambi si consideravano protetti dai rispettivi mentori. Gli osseti meridionali lo erano di fatto: lo si è visto dalla violenta, schiacciante reazione russa. I georgiani si sbagliavano, o erano stati indotti a sbagliarsi da qualche cattivo consigliere americano. Certo, mai durante la guerra fredda a un Saakashvili sarebbe stato concesso di attaccare il Nemico senza un ordine da Washington.

La sindrome romena che avvelena la notte



Guido Ruotolo
LA STAMPA
Meno reati gravi: ma sono tutti stranieri i carnefici di Roma

ROMA. E’ notte fonda in via Beppe Fenoglio. Uno si immagina di imbattersi nel «Partigiano Johnny» e invece sembra di incontrare il fantasma di James Dean. Arrivano sparate due auto, in via Ignazio Silone, proprio sotto il Ponte 5. Si fermano, scaldano i motori, è come se volessero sfidarsi. La loro pista è un lungo sottopasso a forma di anello, fatto di dieci ponti che uniscono altrettanti palazzoni. I motori tacciono, dalle due auto scendono i fantasmi di «Gioventù Bruciata». Tra file di lamiere parcheggiate, due ragazze portano un cane a passeggio. Come se fosse mezzogiorno e invece la luna sta quasi per andare a dormire. I militari di pattuglia lo hanno già fatto. Laurentino 38, quartiere nato a metà degli anni ‘70, in perlustrazione con due mezzi della prima sezione del Nucleo radiomobile dei carabinieri di Roma, diretta dal capitano Massimiliano Maccaroni. La radio gracchia: «Brucia un cassonetto in via delle Ciliegie».
Corviale, Tor Sapienza, Salaria, via Palmiro Togliatti, il Trullo, il Quarticciolo, La Rustica. Un tempo c’erano pezzi di questa Roma ostili e incattiviti. Proprio al Laurentino 38, gazzelle e volanti evitavano di passare per via Silone, per non diventare bersagli di ogni bendiddio che scaraventavano dai ponti. Oggi non è più così.
Roma città sicura, è vero, lo dicono le statistiche che calano (a partire dal primo semestre del 2007) furti, rapine, omicidi e violenze sessuali. Ma Roma soffre comunque. Il punto è che Ponte Galeria (dove è stata violentata e derubata la povera turista olandese) è anche in centro, o nel cuore della città eterna. E se oggi Roma è sull’orlo di una crisi di nervi è anche perché in pochi mesi ha subito un’aggressione bestiale da parte di carnefici stranieri (tutti romeni).
Giovanna Reggiani (ottobre scorso) fu violentata e uccisa all’uscita della stazione di Tor di Quinto. Luigi Moriccioli (luglio 2007) fu derubato e ucciso a bastonate a Tor di Valle. Vanessa Russo, morì (aprile scorso) infilzata da un ombrello nella stazione metrò di Termini. Ma anche con le rapine violente non si scherza. Ne hanno fatto le spese, solo per citare due personaggi famosi, il regista Giuseppe Tornatore (agosto 2007), picchiato all’Aventino. O il giornalista televisivo Lamberto Sposini (ottobre scorso), derubato al Colosseo. Tutti da romeni.
Il servizio di pattugliamento dei due mezzi del 112 inizia alle sette di sera a Corviale, un serpentone di un chilometro di cemento dove vivono quattromila persone. Verrebbe da dire che Corviale ricorda le Vele di Secondigliano. Ma è una bestemmia solo fare quest’accostamento perché Corviale è anche un sentimento di riscatto, di presenza di una Roma legale e civile. Uno slargo, parcheggio. Due scene. Passeggiano due ragazzini. Barbara ha 13 anni, terza media da frequentare. Maglietta gialla su minigonna nera, due occhialoni neri: «Corviale violenta? Molti se le inventano le storie. Io ci vivo bene. Solo una volta ho visto due che litigavano e uno imbracciava il fucile». A pochi metri una tribù di bambini di tutte le altezze, un nonno papà, due mogli e figlie: «Veniamo dalla Bosnia. I romeni fanno troppi casini. Noi nomadi no, facciamo solo elemosine o ferro». Passa uno con lo «scuterone» senza casco. Parabole. Largo Odoardo Tabacchi, una scritta («Lory per sempre»). Tre bambine in trasferta dai nonni dal Trullo e dalla Laurentina: «Da noi si sta meglio. Qui ci sono un po’ di drogati». I carabinieri del 112 controllano i box dei sotterranei di Corviale. Auto impolverate, con pezzi smontati.
Il Trullo. La piazza, un camper dei carabinieri, presidio mobile. Alle otto di sera è già deserto. La radio della gazzella: «... zingari che prelevano benzina da un distributore...». Tor Sapienza. Tutto tranquillo. Dalla centrale: «..la signora Maria S... via Ostuni, Quarticciolo... dice che è tornata dalle vacanze e ha trovato la casa occupata...».
Un viaggio nella Roma che non dorme, che si anima di fantasmi, di sesso a pagamento, di sofferenze e violenze. E’ un viaggio alla ricerca di una città che non c’è più. Quelle periferie «pericolose», come il Tufello piuttosto che San Basilio, oggi si sono «civilizzate». I figli delle tante bande della Magliana si sono trasferiti nelle nuove periferie dei Castelli Romani, dei comuni del reatino, lungo il litorale laziale. E gli spazi lasciati vuoti sono stati occupati dalle nuove leve violente, sbandate, arrivate dall’Est, soprattutto dalla Romania.
Roma Est, Colli Aniene, l’Anagnina alle spalle. I militari hanno smontato da un pezzo. Prostitute. Piazzale Pino Pascali è il ritrovo dei trans. Anche alle dieci di sera. Tor Sapienza conosce un ripopolamento straniero. Il Quarticciolo ha le stesse case popolari del Trullo. Ragazzi del muretto. Pausa. Ristorante «I due colonnelli», via Tor Sapienza. Il titolare: «Qui è tranquillo. Sotto la Roma-l’Aquila c’è di tutto. La Rustica e Casale Caletto hanno problemi».
Mezzanotte è già passata. E’ l’ora del sesso a pagamento. Via Giorgio Morandi, via Palmiro Togliatti, Tor Bellamonaca e poi via Salaria. La ragazza, bellissima, ha 25 anni: «Sono romena, non ho protettori». In via Collatina tra un gruppo di nigeriane, una coppia di cinesi alla fermata del bus. Via Tiburtina, la città alle spalle. «Alcune prostitute... hanno denunciato di essere state rapinate da un uomo alla guida di una Panda con targa tedesca...». L’allarme del 112 viene raccolto da una volante della polizia, che ferma la Panda. Guidava un italiano e a bordo aveva la refurtiva e tre coltelli. E’ la notte della retata antiprostituzione della questura di Roma. Fermate in 40, 35 romene. Roma si sveglia, il sindaco Alemanno va in ospedale a trovare i due turisti olandesi. Si commuove e chiede scusa.