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lunedì 12 dicembre 2011

Le scelte da fare e i pericoli reali



Nel decreto varato domenica scorsa dal governo, e che ora deve essere approvato in Parlamento, vi sono alcuni aspetti positivi, altri meno. Mancano misure la cui assenza ci ha sorpreso. E vi è un errore di metodo che si ritrova anche nelle raccomandazioni della Commissione europea all'Italia. Cominciamo da quest'ultimo.

La correzione dei conti pubblici è costruita prendendo, come punto di partenza, le previsioni della Commissione. Per l'Italia queste indicano, nel 2012, una caduta del reddito di mezzo punto percentuale, cioè un inizio di recessione. È proprio questo il motivo per cui il decreto di domenica scorsa si è reso necessario: se le ipotesi fossero rimaste quelle di alcuni mesi fa, prima delle manovre estive del governo Berlusconi, quando ancora si prevedeva una crescita modesta, ma positiva, questo decreto non sarebbe stato necessario. Alla luce delle nuove previsioni, la Commissione ha calcolato l'entità della manovra per non mancare l'obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013.

L'errore è proprio qui, nel ritenere che la crescita dell'economia sia indipendente dalle manovre sui conti pubblici e soprattutto dalla loro composizione (aumenti di tasse o tagli alle spese). Se, prima di domenica, la crescita per il 2012 era prevista a -0,5 per cento, ora sarà necessariamente diversa: data la composizione del decreto (quasi solo tasse) temiamo che la caduta del reddito sarà più accentuata. Di quanto? Difficile prevederlo. Venerdì il Governatore della Banca d'Italia, nella sua audizione in Parlamento, l'ha stimata in mezzo punto di crescita in meno. Ciò che accadde negli anni Novanta, quando l'aggiustamento dei conti pubblici fu simile sia per entità, sia per composizione (anche allora quasi solo tasse), suggerisce che nel prossimo anno il prodotto interno (Pil) potrebbe cadere di una cifra superiore all'1 per cento. Se ciò si verificasse, saremmo da capo: si renderebbe necessaria una nuova manovra.

Gli effetti recessivi della manovra potrebbero essere più contenuti se essa generasse un «effetto fiducia» tra gli investitori, con conseguente riduzione dei tassi di interesse. Ma affinché questo accada non è solo il saldo della manovra ciò che conta: la sua composizione è forse ancor più importante. Come scrivevamo domenica scorsa, su una cosa concordano tutti gli studi: misure costruite prevalentemente aumentando le tasse sono molto più recessive di quelle costruite riducendo le spese. Queste ultime, soprattutto se accompagnate da riforme strutturali e liberalizzazioni, hanno effetti recessivi molto contenuti, se non addirittura di segno contrario, proprio perché generano un «effetto fiducia». Ridurre le spese significa che in futuro le tasse saranno meno gravose, mentre senza tagli le imposte continueranno a inseguire la spesa, come è accaduto negli ultimi dieci anni. Dal 2001 a oggi, le spese correnti al netto degli interessi sono cresciute di 5,6 punti in percentuale del Pil, dal 37,4 al 43%, trascinandosi appresso un aumento di 2 punti della pressione fiscale.

Il presidente del Consiglio queste cose le conosce: ecco perché ci stupisce la composizione della manovra, fatta per lo più di maggiori tasse. Davvero i circa 30 miliardi di sussidi pubblici alle imprese sono intoccabili? Non si poteva agire con maggior determinazione sui costi della politica riducendo i trasferimenti a Camera e Senato, e abolendo davvero le Province? Perché il capitolo privatizzazioni non è stato neppure aperto? Il nostro primo problema non è ridurre il debito? È vero che la Borsa è depressa, ma lo sono anche i prezzi dei Btp: quando mai si ripresenterà l'occasione di ritirare a 70 centesimi titoli che a scadenza dovremmo ripagare 100? Se l'argomento è che Enel, Eni, Finmeccanica o le mille municipalizzate - Iren, Acea, Hera, A2A - sono aziende strategiche, ci spiace ma sono ambizioni che oggi non possiamo permetterci.

Quasi solo tasse quindi, ma almeno tasse migliori e questo è un primo aspetto positivo. L'assenza di un'imposta sulla prima casa era un'anomalia italiana: è stato giusto rimuoverla. Bene anche non aver toccato l'Irpef: ci siamo andati vicini, e comunque aumenterà l'addizionale Irpef imposta dalle Regioni. Ottima la deducibilità dell'Irap nel caso un'azienda assuma un giovane o una donna, un provvedimento simile alle «aliquote rosa» che avevamo proposto. (Ma perché detassare le imprese va sempre bene, mentre detassare le persone no?).

Bene anche le regole più severe per le pensioni di anzianità (ora chiamate «pensioni anticipate») e la nuova disciplina delle pensioni di vecchiaia: con il ministro Fornero si è davvero cambiato registro. Necessaria, però, una maggiore attenzione alla perequazione degli assegni più bassi. Sulle pensioni si è avviata una riforma strutturale che va completata e che, oltre a migliorare i conti, aumenterà l'offerta di lavoro.

Ora però arriva la parte più difficile. Poiché, come dicevamo all'inizio, questa manovra sarà recessiva, è urgente compensarla subito con riforme strutturali, prima che la recessione si faccia sentire in pieno: dal contratto unico nel mercato del lavoro, alla riforma della giustizia civile e delle professioni, magari applicando il «metodo greco» (abolire per legge tutte le restrizioni, lasciando alle professioni l'onere di mostrare che alcune sono essenziali e devono quindi essere reintrodotte), che il presidente del Consiglio ha spesso additato a esempio. Se non lo si fa in fretta, gli investitori penseranno che ci stiamo avvitando in una spirale recessiva e saremo fritti.

Sono riforme di cui si parla da anni: non si parte da zero, studi e proposte abbondano, si tratta solo di cominciare. Bisogna iniziare già nel tradizionale decreto di fine anno: non c'è tempo per concertare questi provvedimenti con le «parti sociali». Se questo governo si ferma, anche solo qualche settimana, anziché passare alla storia come il salvatore dell'Italia - e potrebbe davvero esserlo - sarà travolto dalla corrente dei mercati.

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi
11 dicembre 2011

venerdì 25 novembre 2011

C'è una sola via d'uscita



Ieri i titoli di Stato austriaci a dieci anni rendevano oltre 1,6 punti percentuali più degli analoghi titoli tedeschi. L'Austria ha un debito inferiore di dieci punti a quello della Germania: nessuno quindi pensa che i suoi titoli siano più a rischio di quelli tedeschi. Quel differenziale riflette il timore che l'euro si spacchi e l'incertezza su che cosa accadrebbe all'Austria: adotterebbe il Deutsche Mark o ritornerebbe allo scellino? L'euro è sull'orlo dell'abisso.

L'incertezza sul futuro della moneta unica aumenta la volatilità dei mercati europei e induce i grandi investitori americani ad abbandonare investimenti in euro, fuggendo ora anche dai titoli tedeschi. Ieri l'asta dei Bund è stata sottoscritta solo grazie alla Bundesbank che ha acquistato il 40% dei titoli offerti da Berlino. Nel prossimo anno, nei Paesi dell'euro, scadono circa 500 miliardi di obbligazioni bancarie: se le banche non riuscissero a rifinanziarsi l'euro potrebbe non sopravvivere. I mercati temono che si finisca proprio lì.

A questo punto c'è un solo modo per salvare l'euro:
un intervento forte della Bce. È una soluzione molto problematica, cui si è giunti a causa dell'irresponsabilità di governo dopo governo in parecchi Paesi europei, compreso il nostro. Ma a questo punto non vi è altra soluzione. Intervenire sui flussi, ad esempio cominciando a emettere eurobond, cioè titoli garantiti dall'Ue, anche se fosse possibile agirebbe troppo lentamente.

Bisogna intervenire sugli stock: agire sui flussi non basta più. La Bce può acquistare quantità illimitate di titoli riducendo la volatilità e riportando i rendimenti ai livelli pre-crisi. Non di tutti i Paesi, solo di quelli, come Italia e Spagna, che non sono insolventi. In realtà basterebbe che la Bce annunciasse l'intenzione di stabilizzare i rendimenti a un determinato livello: di acquisti veri e propri ne dovrebbe fare pochi.

Molti dicono che questo è il peccato originale dell'euro: non avere una banca centrale che si comporta come la Federal Reserve americana. Ma la differenza è che la Fed non compra i titoli emessi dagli Stati (dal Texas, o dalla California), solo quelli del governo federale. Non solo, ma la grande maggioranza degli Stati americani ha un vincolo di bilancio in pareggio. Titoli federali in Europa non esistono perché non esiste un ministro del Tesoro dell'Eurozona e i Paesi europei possono emettere debito a piacimento,
senza tener conto dei costi per l'Unione nel suo complesso.

L'Ue, attraverso la Commissione, ha poteri esecutivi in due sole aree: la politica della concorrenza e quella monetaria. In ogni altra area le decisioni richiedono l'accordo dei governi.
Per salvare l'euro occorre estendere i poteri esecutivi dell'Ue alla politica di bilancio, non alle singole misure o al mix fra spesa e imposte, che deve rimanere prerogativa dei parlamenti nazionali, ma ai conti pubblici aggregati: evoluzione del debito e saldi di bilancio. Certo, è una rivoluzione, e ci rendiamo conto che è necessario cambiare i trattati europei, ma a questo punto è la sola via per salvare l'euro e i 60 anni che abbiamo dedicato a costruire l'Europa.

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi
24 novembre 2011

martedì 20 settembre 2011

Purché non sia tutto inutile



Se consideriamo i conti pubblici al netto degli interessi sul debito - il miglior indicatore della politica fiscale di un Paese - nel 2012 la Francia avrà un disavanzo pari al 2,4% del Prodotto interno lordo, l'Italia un avanzo del 2%. L'avanzo italiano sarebbe addirittura superiore a quello tedesco, stimato all'1,4%. Perché allora, se i nostri conti pubblici stanno tanto meglio di quelli francesi, Moody's sta considerando di declassare l'Italia e non la Francia? E perché i mercati sono tanto preoccupati per il nostro Paese?

Una risposta è che il debito italiano è molto più elevato di quello francese: 120% del Pil, contro 85 in Francia. Ma è una risposta solo in parte convincente. Quando un Paese ha accumulato molto debito non può ridurlo in pochi anni. Nessuno chiede all'Italia di fare miracoli: l'importante è che anno dopo anno il livello del debito scenda, e che la riduzione non si interrompa.
Ciò che conta non è il debito in sé, ma il rapporto fra il debito pubblico e il Pil. Anche se il debito rimane stabile, ma l'economia non cresce, il rapporto aumenta: la crescita (al denominatore) è importante quanto i conti pubblici (al numeratore). È la nostra incapacità di crescere e di attuare politiche che favoriscano la crescita ciò che davvero preoccupa le agenzie di rating e gli investitori. La storia dà loro ragione.

Tra il 1993 e il 1998 l'Italia attuò una manovra di bilancio di dimensione analoga a quella varata in questi giorni dal governo Berlusconi: una correzione dei conti pari a circa 6 punti di Pil. Anche quella fu una manovra prevalentemente dal lato delle tasse. Che cosa accadde? Nel 1993, dopo la famosa legge finanziaria del governo Amato, le famiglie italiane ridussero i loro consumi del 3%. E non si ripresero più: negli anni successivi i consumi, che prima crescevano in linea con il resto d'Europa, crebbero della metà. Anche gli investimenti rallentarono, non solo in assoluto (dal 3% l'anno all'1,8), ma anche nel confronto europeo. Ciò che crebbe fu la spesa pubblica: era il 43,2% del Pil nel 1990, oggi è il 46,7%. La lezione è che usare solo la leva delle tasse significa farsi del male: si ammazza l'economia, non si riduce il rapporto debito-Pil e si crea lo spazio per far lievitare la spesa pubblica.
Molti oggi auspicano un'altra tassa, la patrimoniale: sarebbe, nella migliore delle ipotesi, un'imposta inutile, nella peggiore fatale. Se l'Italia riprendesse a crescere il rapporto debito-Pil comincerebbe a scendere, anche senza patrimoniale.

Questo è ciò che si chiede all'Italia, non di dimezzare il debito di colpo. Una patrimoniale che riducesse il debito anche al 100% del Pil sarebbe totalmente inutile se non cambiasse il ritmo di crescita dell'economia. Ma una patrimoniale sarebbe esiziale per la crescita perché diffonderebbe la falsa impressione che le riforme non sono poi tanto urgenti. È proprio ciò che spera chi le riforme non le vuole perché metterebbero a rischio i propri piccoli e grandi privilegi. È questo il motivo per cui anche la Confindustria sta convertendosi alla patrimoniale?

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi
19 settembre 2011