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lunedì 13 dicembre 2010

DE REBUS SICULIS CARMEN AD HONOREM AUGUSTI DI PIETRO DA EBOLI

Il grande sogno di Mariano Pastore che valorizza il nostro territorio

L’opera di Pietro da Eboli finalmente riedita

Presentazione storica di Carmelo Currò

E’stato finalmente dato alle stampe il volume De rebus Siculis carmen ad honorem Augusti: l’opera di Pietro da Eboli scritta per Enrico VI, edita in magnifica veste tipografica a cura di Mariano Pastore, con traduzione di Carlo Manzione. Si tratta della realizzazione di un grande sogno: il sogno di Mariano Pastore il quale completamente rapito dal suo grande amore per Eboli, ha voluto con tenacia l’uscita di un’Opera che non è soltanto monumento di poesia, storia e pensiero sociale di un importante periodo medievale ma che costituisce anche un contributo decisivo all’immagine della città ebolitana, di cui vengono riscoperti e valorizzati un antico personaggio che vi ebbe i natali e le passioni che nutrivano i suoi abitanti. Alla realizzazione ha contribuito il Sanatrix Nuovo Elaion di Eboli del Presidente Cosimo De Vita, ora non più solo una grande struttura volta alla cura e al recupero fisico dei suoi pazienti ma anche istituzione dedita al mecenatismo e alla riscoperta del suo territorio.

L’Opera, conservata in originale manoscritto presso la Burgerbibliothek Bern (CH) costituisce un punto di vitale importanza per le nostre conoscenze sulla cultura e la mentalità meridionale nel periodo federiciano e prefedericiano. In particolare, il poema apre letteralmente un’ampia finestra sulle convinzioni della classe dirigente filo-sveva, e sulla propaganda che il partito imperiale si sforzava di estendere fra i popoli dell’Impero. La tesi di una Monarchia universale quale centro di propulsione sociale e spirituale, astro civile e politico intorno a cui dovevano ruotare sudditi e potentati, viene ampiamente rilanciata da Pietro da Eboli che, mutando con evidente entusiasmo i suoi originali piani sull’opera poetica e didascalica che aveva in animo di comporre, finisce poi per prestarsi alle necessità di un lavoro in cui si perseguono i caratteri (allora diffusi in Europa) del poema elogiativo e propagandistico.

La lotta militare e politica dell’epoca, così come è spesso avvenuto in altri periodi storici, al tempo degli Svevi è stata combattuta utilizzando anche parole e ritmi poetici, servendosi di allegorie e di racconti, in modo tale da sostenere con toni aulici e sacrali un’opera di persuasione nei confronti dell’opinione pubblica, tendente a dimostrare l’ineluttabilità della supremazia imperiale. Una supremazia che racconta l’imperatore come l’emanazione della Divinità, e che lo raffigura (grazie alle meravigliose miniature del tempo) nelle vesti sontuose che stanno a metà strada fra abito regale e sacerdotale, a dimostrare quale sia la Volontà celeste e come l’eventuale opposizione nei confronti del sovrano costituisca un disordine spirituale oltre che civile.

Non si tratta di rispondere solo alle attese della politica imperiale: Pietro fece in modo che il suo Poema meritasse un privilegio di Federico II alla città di Eboli, un segno di grande importanza e di considerazione, in un momento storico di insicurezza politica, che vedeva puniti severamente tutti coloro che osavano frenare i progetti in movimento sulla grande scacchiera dell’impero.

L’introduzione storica di Carmelo Currò ha ribadito con grande padronanza della materia proprio un aspetto finora poco approfondito di questo periodo: la parte negativa della politica di Federico II nei confronti dell’Italia e dell’Italia meridionale in particolare. Strategia di sfruttamento e di oppressione, di spietata rappresaglia verso gli oppositori, che sfociò in una depressione economica e in un diffuso malcontento, dimenticati dalla storiografia ottocentesca e novecentesca, legate ad una visione politica filo-tedesca e quindi raffigurante “alti” esempi storici che dovevano esaltare le figure appartenenti a quella nazionalità. In questo autentico saggio storico, Carmelo Currò mette in luce anche la figura umana e culturale di Pietro da Eboli, precisando gli aspetti peculiari del Poeta, della sua vicenda personale e intellettuale. Un lavoro che procede da un’attenta analisi interna del Carme e dalla approfondita conoscenza della Storia medievale, che hanno consentito di fare piena luce su Pietro, già per troppi secoli avvolto da silenzi e supposizioni non sempre aderenti alla realtà.

Mariagrazia Managò

martedì 20 luglio 2010

ROBERTO DE ODORISIO (SEC. XIV)

Crocifissione

Incoronazione della Vergine

Roberto de Odorisio (sec. XIV), pittore allievo del romano Cavallini che esercitò nella bottega fiorentina di Giotto, dipinse una “Crocifissione”, per il complesso monastico di San Francesco in Eboli nel 1340 ca., l’opera su tavola in campo d’oro misura cm. 122 x 183, e finisce in alto a cono tronco, rappresenta come già detto la Crocifissione di N. S.. Si nota a sinistra di chi guarda il dipinto un epigrafe scritta a caratteri semigotici angioini recita: HOC OPUS PINSIT ROBERTUS DE ODORISIO DE NEAPOLIS. Sulla tavola vi sono diverse figure dipinte, le tre Marie delle quali due sorreggono la Madonna svenuta, e l’altra è genuflessa ai piedi della croce sulla quale pende Gesù; San Giovanni apostolo, e altri personaggi in mezzo a giudei e soldati a destra e a sinistra con lance e bandiera romana con le iniziali S.P.Q.R., uno dei quali vicino a San Giovanni tiene con la mano destra un paniere, e con la sinistra una canna alla cui punta vi è una spugna: sei angeli, ricurvi, fanno corona alla maniera di pipistrelli, tutti hanno una aureola in testa, ai lati di Gesù Nazareno, tre angeli raccolgono con altrettante coppe il sangue che scorre dalle ferite delle mani e del costato destro: sotto la croce vi è un frate con le mani giunte, in ginocchio (figura aggiunta posteriormente perché più piccola rispetto alle altre, lo studioso Augeluzzi ritenne che il cappuccino personaggio autorevole e parente di una famiglia facoltosa di Eboli fu il committente del quadro) che risulta impossibile darle un nome per mancanza di documenti che possono orientarci sul responsabile monastico che commissionò a Odorisio l’opera. Al di sopra della croce vi è un albero, su di esso si nota un pellicano con il petto squarciato dove fa succhiare il sangue a quattro volateli della sua specie più piccoli, attorcigliato a un tronco d’albero appena sopra la scritta INRI si nota un serpente. L’artista con il rettile ha voluto rappresentare il peccato originale e con il sangue del pellicano ha voluto raffigurare il riscatto e la redenzione degli uomini.

Questo dipinto è ritenuto la maggiore espressione artistica dell’età Angioina ed è l’unica opera che reca la firma dell’artista. Il prof. Ferdinando Bologna nella sua opera I pittori alla corte angioina 1266-1444 a pag. 264 dice: L’opera rappresenta un vero e proprio punto di convergenza della maggiore e più specifica cultura giottesca napoletana del decennio 1330-1340 In un documento della cancelleria Angioina di Roberto I d’Angiò della prima metà del sec. XIV Odorisio è citato: Familiaris et magister pictor noster, il che dimostra il grado sociale raggiunto alla corte di re Roberto. Nella sua opera “Eboli tra Cronaca e storia”il Longobardi dice che tutto il complesso dopo la soppressione napoleonica venne acquistato dal comune con la somma di seimila ducati compresa la Chiesa. La politica, gli amministratori gli ebolitani hanno ha il dovere di chiederne la restituzione a chi possiede indebitamente quest’opera, (il Museo Diocesano di Salerno) insieme all’Incoronazione del maestro di Eboli (Olio su tavola cm. 261 X 144, a. 1480).

Il lettore si domanderà perché questi capolavori devono far bella mostra al Museo Diocesano di Salerno e non nel nostro ?.

Sull’argomento porto alla Vs. attenzione un’interessante cronistoria scritta da un nostro emerito e compianto concittadino, Raffaele Romano Cesareo che pubblicò nel 1988 “Squarci sul passato lontano e recente di Eboli”.

Il Romano essendo stato un protagonista del periodo bellico, dopo la seconda guerra mondiale per aver avuto incarico commissariale e, funzioni di Podestà del territorio ebolitano dal comando alleato. Così scrive: … Eboli ancora si presenta (forse per poco )dominata da due immensi edifici medievali che stanno quasi a chiudere e a delimitare il versante nord di essa: il Castello normanno-svevo con le sue torri residue ed il convento di S. Francesco con l’annessa Chiesa…questo imponente edificio conventuale non riportò danni rilevantissimi dai bombardamenti tanto che fu possibile alloggiare in esso numerose famiglie rimaste senza tetto, dopo essersi beninteso provveduto a difendere, con l’elevazione di un muretto, il piedistallo della statua del prefetto Silvano risalente all’anno 72 d.C. dalla quale risulta che Eboli fu elevata a Municipio romano……Ma la Chiesa di San Francesco custodiva cose interessanti. Rientrò quindi nelle prime preoccupazioni della gestione commissariale la salvezza di due dipinti che miracolosamente erano rimasti indenni nonostante la caduta del tetto e delle immense travate che lo sorreggevano, causata dai bombardamenti, mentre non si potette rimuovere per la gran mole sua e della sua cornice dorata e per le conseguenti difficoltà del trasporto e del deposito, il grande quadro in tela…rappresentante, il trionfo o sposalizio della Vergine che trovavasi fissato alla parete di fondo della Chiesa alle spalle dell’altare maggiore. Tale quadro era stato già oggetto negli anni immediatamente precedenti o seguenti la prima guerra mondiale di un tentativo di furto da parte di persone che avevano diritto di frequentare a loro piacimento la Chiesa e che erano riuscite a tagliare la tela per tre lati lungo la pesantissima cornice che sarebbe poi rimasta al suo posto vuota dopo il furto: avrebbe reso possibile l’asportazione e l’impunità dei colpevoli la creazione di una impalcatura montata nello spazio intercorrente tra l’altare e la parete di fondo, la quale reggeva un organo ma precludeva la vista del quadro. Della operazione venne a conoscenza un consigliere comunale il quale riunito il consiglio fece provvedere a fermare lo scempio. Il lettore si domanderà come entrasse nell’affare l’amministrazione comunale, vi entrava benissimo, perché il convento dei frati minori di S. Francesco era diventato di proprietà comunale insieme alle pertinenze di esso compresa la Chiesa, a seguito dell’espropriazione avvenuta in danno degli ordini religiosi dell’epoca della rivoluzione del 1779 e dei napoleonidi, e tale proprietà non era stata da nessuno contestata anche perché perfezionata dalla vendita al Comune di Eboli da parte dell’abadia di Cava del 1826.

In quella occasione qualche consigliere, forse di parte clericale, dovette insinuare che gli oggetti esistenti nella Chiesa del complesso conventuale non erano passati, a suo tempo, in proprietà dell’Università di Eboli.

Per chiudere la questione si deliberò di chiedere al titolare della cattedra di Diritto Ecclesiastico parere scritto circa la proprietà dei beni mobili rimasti per destinazione nell’espropriato complesso. Ed il predetto studioso si pronunziò assicurando l’Amministrazione che gli oggetti facenti parte del patrimonio esistenti all’epoca dell’esproprio nella chiesa annessa al convento erano passati anch’essi in piena proprietà comunale.

Purtroppo il dipinto scomparve durante i lavori di restauro della Chiesa e se ne sono perdute le tracce.

Da quanto detto, consegue la certezza che erano di proprietà comunale i due dipinti fatti prelevare da chi scrive dalla sacrestia della Chiesa in perfette condizioni nonostante che questa fosse a cielo aperto e accessibile a tutti. Ma allora non vi era in Eboli persona alcuna capace di commettere furto in una Chiesa e bisognò aspettare interventi successivi perché divenissero campi di asportazioni ben riuscite sia questa Chiesa che altra. Il più importante dei due predetti quadri era un dipinto su tavola fondo oro rappresentante la Crocifissione. Era opera di Roberto Odorisio, pittore napoletano allievo di Giotto, (qui il Romano si sbaglia perché l’Odorisio fu allievo del romano Cavallini che era stato allievo di Giotto) operante nella seconda metà del 1300. …fu pittore della Corte Angioina… …L’altro quadro rappresentava la Vergine col Divino Bambino ed era indicato in antiche scritture come riproducente la Madonna di Costantinopoli. Preoccupato soltanto della perfetta conservazione delle opere, chi scrive ritenne che il posto più adatto per la custodia temporanea delle due opere fosse il convento dei frati di “S. Pietro alli Marmi”, sia perché rimasto indenne dai guasti della guerra, sia perché in quel momento il loro Padre Guardiano dava tutte le garanzie sia per una buona custodia che per una puntuale restituzione delle opere all’Amministrazione del paese, avendo egli ragioni di gratitudine verso la stessa (per aver ricevuto svariati aiuti materiali da essa). Naturalmente chi scrive provvide a farsi lasciare ricevuta in doppia copia dal responsabile del convento, delle quali una rimase ed è tuttora in suo possesso mentre l’altra rimase depositata nelle mani del tesoriere del Comune. Ignoro come, quando, e perché, successivamente alla cessazione della mia attività pubblica, i due quadri di cui sopra invece di essere restituiti al Comune di Eboli vennero trasportati al Museo di Salerno ove oggi trovansi. Ignoro altresì quale uso sia stato fatto della ricevuta in data 2/11/43 rilasciatami dal padre Benedetto da Caggiano Guardiano Cappuccino su di un foglio intestato: “Studio interprov. Generalizio Bonus Pastor PP. Cappuccini – Eboli” e che io consegnai alla persona che svolgeva funzioni di tesoriere comunale al momento di lasciare l’incarico di Commissario. Ignoro se le amministrazioni comunali, che si sono succedute dopo i fatti di cui parlo, abbiamo svolto qualche tentativo per ritornare in possesso dei due dipinti? Ne dubito. Mariano Pastore

lunedì 22 febbraio 2010

CARMELO CURRO’ PRESENTA L’OPERA DI PIETRO DA EBOLI


Affollato incontro, il 6 gennaio, nel salone delle Conferenze del centro Nuovo Elaion di Eboli, per la presentazione dell’opera di Pietro da Eboli De rebus siculis carmen - Liber ad honorem Augusti, realizzata a cura di Mariano Pastore. Appassionato studioso e divulgatore della storia cittadina, Pastore ha studiato e riprodotto in splendidi esemplari l’opera miniata del famoso Poeta medievale, scoperta manoscritta nel Settecento nella Biblioteca civica di Berna. Il lavoro è stato possibile per l’amore che nutre per la sua terra il Dott. Cosimo De Vita Presidente del Centro Nuovo Elaion novello mecenate ha finanziato completamente l’opera che verrà pubblicata al più presto possibile, e quest’anno per merito suo la giostra medioevale che da anni porta all’attenzione nazionale la sua amata Eboli sarà dedicata alla donazione del Liber ad Honorem Augusti che Pietro da Eboli fece a Enrico VI. A presenziare la manifestazione è stata la padrona di casa dott.ssa Carmen De Vita che dopo i rituali ringraziamenti alle autorità e al pubblico presente, con leggiadria ha letto un privilegio che Federico II di Svevia diede alla città di Eboli nel 1221.

A presentare l’annoso lavoro è stato Carmelo Currò il quale, per la vastità delle sue conoscenze sull’argomento e per la profondità della relazione ha ancora una volta stupito il foltissimo pubblico, tra cui si trovavano il sindaco di Eboli Martino Melchionda, l’ex-sindaco onorevole Gerardo Rosania, l’ex-ministro delle Aree urbane Carmelo Conte, il consigliere provinciale Massimo Cariello e la Giunta comunale.

Carmelo ha prima di tutto illustrato la figura umana di Piero da Eboli, facendo giustizia delle sovrastrutture che lo volevano ora chierico, ora medico, ora notaio, e individuando la sua opera entro gli schemi di una conoscenza giuridico-tecnica e di un sapere scientifico-pratico che era molto lontano da quello della Scuola medica salernitana. Non medico, dunque, dal momento che alcune parole usate dal Poeta nelle sue opere tradiscono una conoscenza non approfondita dei termini in uso dai famosi clinici salernitani; e in contrasto con loro in quanto sostenitore, nel De balneis puteolanis, della terapia con i bagni solfurei, la cui efficacia era invece negata a Salerno.

Piuttosto, uomo di cultura che, sulla scia dei grandi poemi cronacistici francesi, inglesi e meridionali, voleva raccontare le vicende del Regno di Sicilia dal tempo dei Normanni fino all’ascesa al trono degli Svevi. Probabilmente l’introduzione alla Corte degli Svevi trasformò l’indirizzo didascalico dell’Opera in poema elogiativo per la nuova Dinastia, la cui raffigurazione allegorica in figure mitologiche e nei luoghi comuni dell’esaltazione personale, lasciava immaginare un ritorno all’Età dell’Oro realizzata in pieno da Federico II.

Si trattava forse della prima opera propagandistica in favore della Dinastia. Un poema che procedeva dalla necessità di rendersi grato al sovrano il cui padre Enrico VI non era stato per niente prodigo di misericordia con la vicina Salerno, i cui abitanti si erano resi colpevoli di aver preso prigioniera l’imperatrice Costanza e di averla mandata a Palermo presso il re Tancredi che le contendeva il Regno di Sicilia. Salerno distrutta, l’arcivescovo deportato in Germania per anni, gli uomini quasi tutti uccisi, rappresentavano per molti un trauma che poteva essere superato non con inutili ribellioni ma con una adesione senza remore al sanguinoso regime svevo.

La favola dei re biondi, belli, colti e buoni, a lungo coltivata dalla letteratura e dalla storia, prende il via in Italia proprio dalla straordinaria fortuna e diffusione di quest’Opera che considera i ribelli come persone con la mente di un bambino, e che intende preservare da qualsiasi sospetto concittadini e amici dell’Autore.

Sarà una storia aurea, quella degli Svevi, ancora più amplificata all’indomani della conclusione dell’alleanza in chiave antifrancese tra Italia, Germania e Austria e che verrà rotta solo con la prima guerra mondiale; e che doveva acculturare con la consueta procedura scolastica “subliminale” le giovani generazioni, facendo credere nell’assoluta superiorità spirituale di un principe tedesco contro il campione della Chiesa che fu il nuovo sovrano Carlo d’Angiò, deposto dal Papa e proclamato re di Sicilia. Una storia ingigantita con la seconda tragica alleanza fascista conclusa con la Germania, che ancora una volta ribadiva con energia lo splendore della Dinastia sveva ed esaltava la figura e l’opera di Federico II, ponendo l’accento sulle sue doti culturali ed ignorando le sue disastrose avventure militari e le loro conseguenze sulle finanze del Regno, ridotto in uno stato di estrema miseria, sfociato per i sudditi nel lavoro festivo obbligatorio. Non è un caso, ha ribadito Carmelo Currò, che Federico II, per molti suoi contemporanei giudicato un anticristo, abbia trovato un estremo studioso ed ammiratore in Ernst Kantarowicz, e nella sua biografia pubblicata due anni prima dell’ascesa di Hitler al potere, e prima che l’Autore potesse rendersi conto personalmente (in quanto ebreo) delle conseguenze della sua stessa adesione al nazionalsocialismo.

Grande elogio per Mariano Pastore. Un uomo, ha detto Carmelo Currò, in grado di immaginare una grande realizzazione e che ha saputo sostenere il suo sogno studiando e lavorando per anni fino alla pubblicazione della prima parte dell’Opera di Pietro da Eboli che restituisce alla città la fruizione del lavoro di un suo grande figlio.


Mariagrazia Managò

venerdì 22 gennaio 2010

STORIA FRAMMENTATA, DOCUMENTATA E LEGGENDARIA DELL’ANTICA E NOBILISSIMA CITTA’ DI EBOLI.


Eboli terra antica e nobile è posta ai piedi di una montagna e si rispecchia nella sua vastissima pianura. Il suo territorio, fino al 1929, si estendeva per oltre quaranta miglia adagiandosi come l’antica Mesopotania tra due fiumi, il Sele ed il Tusciano, che lo delimitavano fino al mare Tirreno.
La città di Eboli, dal suolo fertile e dal clima dolce e temperato, in tempi remoti di volta in volta è stata chiamata Eburi, Eburum, Ebulum, Ebolus o Evoli.

“….Est prope dulce solum, nobis satis utile sempre
Ebolus, aspirans quod petit urbis honor. ….”

“….Vi è presso il dolce suolo, a noi sempre abbastanza utile,
Eboli che aspira a quello che richiede l’onore della città. ….”

Dolce suolo cosi è declamata da Pietro da Eboli nella sua opera: Liber ad Honorem Augusti…, nella Particola XV, dal v. 404 al v. 405 dedicata all’Imperatore di Germania Enrico VI di Svevia.

Antica: perché la sua origine si perde nella notte dei tempi. Ne è testimonianza il ritrovamento di resti umani in quattro fosse tutte del tipo a forno, caratteristico della cultura del Gaudo, scavate nel 1968 nella località Madonna della Catena dal prof. Bruno d’Agostino. I reperti ossei furono datati, studiati dagli archeologi prof. Gianni Bailo Modesti (“Eboli, Necropoli Eneolitica”, 1969-70), e dai proff. Cleto Corrain, Mariantonia Capitanio e Gabriella Erpamer (I resti scheletrici della necropoli Eneolitica di “Madonna della catena” Eboli, estratto dagli Atti dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti anno acc. 1972-73, Tomo CXXXI). Le sepolture contenevano frammenti di vasi, brocche, orci, punte di frecce e pugnali tutti dell’età del rame. L’analisi degli scheletri delle quattro tombe rivelò la presenza in esse di almeno centotre individui: ottantacinque in età adulta (quarantasei maschi e trentanove femmine) e diciotto in età giovanile e questo conferma che già nell’età del rame in prossimità delle tombe il sito fosse abitato da un numero ragguardevole di persone.

Nobile: lo sostiene Virgilio, difatti nell’Eneide al lib. I verso 551 dice:

“….Terra antiqua, potens armis atque ubere glebae,….”

“….Terra antica, d’armi potente e feconda di zolla,….”

Il suolo ebolitano per l’ubertosità e la ricchezza donatole da una natura benevole è stato abitato da antiche popolazioni a cominciare dai Pelasgi, dagli Osci, dai Lucani, dagli Etruschi dai Greci e dai Romani. Infatti, in località Montedoro fino al secolo scorso si potevano ammirare costruzioni poligonali regolari e massi, detti pelasgici o ciclopici, che con la loro presenza confermano l’ubicazione dell’antica Eburum, già esistente prima dell’arrivo dei Lucani alla destra del Sele.

Il nome viene modificato in Ebulum da Tolomeo come ci fa sapere Leandro Alberti nella sua descrizione: “L’Italia nei Picentini”, di Eburum ne parla Plinio nella sua monumentale opera Historia Naturale nel V. capitolo del libro II, come città abitata dal popolo degli Eburini: “Lucanorum autem Atenates, Bantini, Eburini…”. In epoca romana la stele, trovata incassata nel campanile di Santa Maria d’Intra nel XVII secolo, reca l’incisione che il popolo Eburino si governava con proprie leggi essendo Municipio Romano con a capo Tito Flavio Silvano della prestigiosa famiglia Flavia.

La scritta sulla stele venne definitivamente decifrata dal celebre storico tedesco Teodoro Mammusen che risolse il dilemma delle sillabe e delle parole che mancavano studiando la pietra sul posto.


Sulla lapide si legge:

L. D. D. D.
T. FL. T. F. FAB. SILVANO. PATR. MVN.
EBVR. II. VIR. II. QQ. QVEST. ARK. CVR.
REI. FRVMENT. HVIC. COLL. DEND
ROPHORR. OB. EXIMIAM. ERGA.
SE. BENIVOLENTIAM. ET. SPEM. PER
PETVAM. STATVAM. DIGNISSIMO.
PATRONO. POSVERVNT. CIVIS. STA
TVAE. HONORE. CONTENTVS. OB
TVLIT. COLL. SS. HS. VIII. M. N. VT. QVOTANNIS.
NATALI. EIVS. DIE. III. IDVVM. DECEMBR.
CON. FREQVENTENT. (EIVS) STATVAE. DE
DICATIONEM. CON. (II. VIR. I. D. SING.) HS. XX. N.
QQ. II. VIR. AEDILIC. S(ING. HS. XX. N.) ET. CETE.
RIS. CON. DEC. SING. HS: (XV. N. VI. VIR)IS. AVGVS
TALIB. HS. XII. N: COLL. DENDROPHORR. ET.
FAB. SING. HS. MILLE. N. ET. EPVLVM.
PLEBEIS. SING. HS. XII. N. ET. VISCERATIONEM.
DEDICATA. IV. KAL. APRIL.
….. MARC. STLACCIO. V. A.
….. STEIAN. (1)

Traduzione:
A Tito Flavio Silvano, figlio di Tito della tribù Fabia, Patrono del Municipio degli Eburini, Duunviro, e indi per la seconda volta Quinquennale Questore della pubblica Cassa, e Curatore dell’Annona. A costui il Collegio dei Dendrofori, per la grande benevolenza e perpetua speranza verso di sé, eresse una statua qual degnissimo Patrono. Egli, contento dell’onore fattogli, offrì al Collegio suddetto ottomila sesterzi. Affinché poi, ogni anno ai tre degli Idi di dicembre, giorno di sua nascita, in radunanza, si celebrasse la dedicazione della di lui statua, assegnò a ciascun Duumviro di Giustizia sesterzi venti, e altrettanti sesterzi a ciascuno dei Duumviri quinquennali con la potestà edilizia. Ed agli altri in tal guisa: assegnò a ciascuno dei Decurioni sesterzi quindici, ai Sestumviri Augustali sesterzi dodici, al Collegio dei Dendrofori e dei Fabri sesterzi mille ciascuno ed un banchetto. A ciascuno dei plebei sesterzi dodici ed una eviscerazione. Dedicata ai quattro delle Calende di Aprile, essendo Consoli Marco Stlaccio e Vezio Albino.

Ai tempi di Eburum i locali dell’Annona dove si conservava il grano erano situati nel rione Borgo, (chiamato a quei tempi borgo dei romani alle fornaci) il loro sito andava dalla chiesa dello Spirito Santo alla cappella di Santa Maria di Costantinopoli. Fino alla metà del XIX secolo si potevano ancora ammirare i locali adibiti a magazzini con le loro porte, furono demoliti nel 1870.
La statua di Tito Flavio Silvano fu eretta davanti all’edificio dei Dendrofori esattamente al posto della chiesa di Santa Maria ad Intra, infatti nel restauro della parrocchia avvenuto nel XIX secolo erano ancora visibili parti del porticato dell’entrata, mentre nel soffitto era visibile l’ossatura della volta costruita a mattoni alla maniera romana.
Non si conosce l’anno in cui la statua fu eretta, né la pietra indica una data. La stele appartiene all’epoca imperiale, perché l’uso della parola Curatore, nell’epigrafe riferita a Silvano, patrono del Municipio Eburino, si rapportava al Magistrato dei Municipi e delle Colonie che prima di tale epoca esisteva solo in Roma con titolo di Prefetto (carica creata quando il bisogno lo richiedeva); fu Cesare Augusto che istituì il Magistrato nelle Colonie e nei Municipi.
Gli studiosi hanno dato presumibilmente l’evento nel 183 d.C. sotto l’imperatore Commodo, quando Marco Stlaccio era Console. La stele era murata nel campanile della chiesa di Santa Maria ad Intra ed era di proprietà di quella parrocchia; venne acquistata dal Comune di Eboli nel 1903, per L. 450 dal Parroco Colasante con delibera comunale n. 4535 del 18 giugno 1903, venne tolta dalla base del campanile solo nell’anno 1918 e trasportata nell’ampio salone municipale dove rimase fino al termine della seconda guerra mondiale, durante la quale il Municipio subì un gravissimo bombardamento, la stele rimasta integra venne trasportata nei locali della biblioteca Augelluzzi nella scuola elementare Vincenzo Giudice deve è rimasta fino all’apertura del Museo Archeologico.(2)

Eboli è menzionata nella cronaca d’Amalfi dove sta scritto che nell’anno 339 a.C.:

“Romani dimessa Melfi ad provinciam Principatus pervenerunt usque Ebolum prope Salernum,
Et quia similiter dictus locus Ebuli non erat tutus propter continua praelia, certamina, rapinas, violentias et tirannias quas, et quae committebantur per praefatos principes barbarorum in omnibus partibus Italiae, et inquietas urgebat, et quies non erat in aliqua parte ipsius, dubitantes praedicti Romani antedictam deliberaverunt quietudinem requirere, quae tunc temporis in Italiam non reperiebatur nisi in solitudine, in heremis, in asperrimis locis, et montaneis. Quidam ex eis has desiderantes evitare rapinas, et alii huc illuc discurrentes explarantes pervenerunt usque ad montaneam Camensem ubi nunc Scala dicitur.”(un cronista Amalfitano).

“Lasciata Melfi, i romani giunsero nella provincia del Principato fino a Eboli vicino a Salerno.
E poiché tale luogo di Eboli non era sicuro a causa di continui scontri, scaramucce, rapine, violenze e tirannie le quali erano messe in atto dai principi barbari in ogni parte d’Italia, e rendevano insicuri e non c’era pace in nessun luogo, preoccupati per questo, prima di tutto i romani decisero di cercare la tranquillità che in quel tempo non era possibile trovare se non vivendo in solitudine, da eremita, in luoghi irraggiungibili e fra i monti. Alcuni tra essi desiderosi di evitare rapine, ed altri esplorando di qua e di là giunsero fino alla località montana Camense che oggi è chiamata Scala.”

I Romani dimorarono molti anni ad Eboli, oggi le sole tracce romane restano il quartiere artigianale, dove si producevano ceramiche - III e II sec. a. C. -, alle spalle della chiesetta dei SS. Cosma e Damiano; la perimetrazione di una villa con parti di pavimento maiolicato in località Paterno, nella zona Fontanelle; le terme in località Spineta, ora comune di Battipaglia, venute alla luce nel 2007 e la già menzionata stele Eburina che in un completo anonimato si trova nel Museo Archeologico senza alcuna traduzione e spiegazione, dando al visitatore l’impressione di una pietra qualsiasi, invece è prova dell’importanza avuta da Eboli tanti secoli fa. I responsabili del museo e gli amministratori comunali che si sono avvicendati non hanno mai colmato questa lacuna culturale, nonostante i suggerimenti dati.
La ragione di così scarsi reperti dell’epoca romana è dovuta alla distruzione della città al passaggio dei Visigoti di Alarico nel 410 d.C. ed alle devastazioni che recarono le incursioni saracene del IX e X sec. d.C.
Si è avuto sempre difficoltà a precisare l’epoca della fondazione di Eboli, forse legata al mito eroico greco o alle prime immigrazioni dei Pelasgi nell’Italia meridionale, però la maggioranza degli studiosi convengono nell’assegnarle quell’antichità di cui possono fregiarsi poche città lambite dal mar Tirreno, Ionio ed Adriatico.
L’antica Eboli, sostengono alcuni storici, fu fondata da Obolo capitano generale dell’armata di Teseo, re di Atene, il quale, dopo aver patito tanti travagli per l’ira degli dei, sbarcato sul suolo italico si trovò sulle sponde di un fiume dove trovò la morte per annegamento il suo compagno di nome Silaro.
Obolo, ormai stanco di peregrinare per terre e mari, accortosi della bellezza del luogo e del clima mite, edificò una città imponendole il nome di Ebalo e chiamò Silaro, l’odierno Sele, il fiume, fino allora senza nome, in onore dell’amico morto. Così ebbe origine Eboli.
Un’altra leggenda vuole che la nostra città sia stata fondata da Ebalo, figlio della ninfa Sebetide e di Telone, re di Capri, di cui parla Virgilio nel 7° canto v. 734 dell’Eneide ove dice:

Oebale, quem generasse Telon Sebethide nympha
Fertur, Teleboum Capreas cum teneret,
Iam senior;…

Ebalo, che Telone generò dalla ninfa Sebetide,
quando, dicono, Capri, regno di Teleboi, governava
ormai Vecchio;…

Anche una poesia di autore ignoto recita:

Ebalo al Rè di Capri unico figlio,
Perché l’alto valor gli scalda il petto,
In alte imprese per natura eletto,
Novi Regni acquistar prende consiglio.

Così lasciando i Monti de l’Esiglio,
Et i Regni paterni al Rè già detto,
Vien tra Campani, e sassi à se soggetto
Quanto dal Sarno al Silare m’appiglio.

Deposte l’arme al fin, con pace lieta,
Trà Silare, e Tusciano in mezzo à punto,
Trà più bei campi non pasco Dameta.

Fa del suo nome una Città ch’aggiunto
Ha per scudo gli elementi e vieta
Ai popoli vicin di star congiunto.

Altri suppongono che alla nostra città sia stato imposto il nome greco Ebolos, che vuol dire buona gleba o buon boccone, perché circondata da terreno fertilissimo. Questa ipotesi è accolta da Enrico Bacco, scrittore viaggiatore ed erudito, che nel visitarla agli inizi del XVII sec. cosi la descrive nella sua opera Il Regno di Napoli diviso in dodici Provincie pp. 65 / 73 Napoli anno1620:

“Posta ai piedi di una collina, cinta al di sopra da dilettevoli colli, e fertili monti, e da tutti i lati ornata da vaghissime colline, valli, e piani abbondantissimi di vigne, d’oliveti, di lentischi, e d’odoriferi mirti, d’alloro e di edere, rose, gelsomini, e fiori di specie diverse e di altre piante simili, che rendano mirabile di soavità, i bellissimi giardini, d’aranci, cedri, e limoni soavissimi; di fontane con chiare, dolci, e fresche acque, di fruttiferi alberi, che ne fanno sembrare una perpetua primavera; la cui vista sommamente affascina chiunque vi soggiorna. Ha un territorio vastissimo e diviso da una parte verso l’Oriente dal fiume Sele che dista dalla città appena quattro miglia, e che divide la Campania dalla Lucania, detto da Virgilio nel 3° canto della Georgica, Silare: “Est Lucos Silare…”. Nell’antichità si raccontava che i legni ed altri oggetti che cadevano nelle sue acque rimanendoci dopo un po si pietrificavano, lo testimonia Plinio nel 2° lib. p. 103 in“Historia Naturalis”…. a quattro miglia come il Sele vi è il Tusciano, Eboli appena fuori le sue mura è bagnata dalle acque di un torrente che si chiama Telegro citato nelle Georgiche nel 3° Canto ove dice: “Sicci ripa Telegri,…”. In pianura nel suo vastissimo territorio abbondano grano, oli, vini e frutti di tutte le maniere, vi si trovano ombrosi boschi, e verdeggianti pascoli con molte acque per le greggi e armenti di capre, pecore, bufale, vacche, buoi e tanti altri animali. Per patrimonio possiede dodicimila ducati di entrata l’anno; questa terra nobile si glorifica perchè ha usato fin dalla sua edificazione nell’emblema delle sue armi i quattro elementi come distintivo, il suo motto è: “Arme stupende, e da pregiar non poco, la terra, l’acqua infine, l’aria, e ‘l foco.” Marino Freccia nel Libro De Subfendis, de provincijs, e civitatibus Regni dopo aver annoverato altre città parlando della magnificenza di Eboli verso la fine soggiunse: “…hae sunt in Regno civitates, secundum usum hodiernum à dominatione Episcoporum: Sunt etiam praeclara oppia, quae pontificiam dignitatem promerentur,ut in Lucania Ebulum, e in Apulia Barolum….”.

“…d’altra parte, secondo l’uso odierno, vi sono nel regno delle città sotto il dominio dei vescovi: ci sono anche famose fortezze in cui si estende l’autorità pontificia come Eboli in Lucania e Barletta in Puglia…”

Fra Filippo Ferraro Alessandrino nel Martirologio Romano a pag. 44 dice: Ebolum oppidum Picentinorum in Principatu citeriore, Salerno Proximata apud Silarum flumen inter regionis oppia da primaria non infimum, ac urbibus multis praeferendum. E benchè a Eboli non vi è sede vescovile vi è una onorata chiesa Madre, denominata Santa Maria della Pietà, colleggiata, istituita da papa Clemente VII con due dignità, la prima di “Primicerio” la seconda di “Cantore” con dodici canonici con i loro “Armucci” di seta paonazza che di continuo officiano sia per i cittadini, e sia per i forestieri. Aveva questa mobilissima Terra sotto di se trenta casali, o paghi i quali per calamità dei tempi sono ormai tutti scomparsi, vi erano cinque Monasteri di Monache che per la stessa ragione sono ridotti ad uno sotto il nome di Sant’Antonio abate. Ha sette Chiese Parrocchiali, vi sono sette Monasteri di Frati Cappuccini, Conventuali, dove si studia Teologia, Zoccolanti, Domenicani, Celestini, Paolotti di San Francesco da Paola, e di Montevergine che per bellezza stanno alla pari con i più belli delle principali città del Regno. Vi erano due Ospedali, l’uno chiamato Santa Maria, per i poveri sia cittadini che forestieri, l’altro detto San Giacomo della famiglia Fulgioni al servizio dei pellegrini che andavano a San Jacopo di Campostela in Galizia. Vi erano due monti di Pietà uno istituito da Dionora d’Alliegro nobile Ebolitana, l’altro da Maria Saravia nobile Spagnola. Eboli ha un monastero fondato da Roberto il Guiscardo nel 1156 sotto il Regno di Re Guglielmo col titolo di San Pietro Apostolo (ora San Pietro alli Marmi) in esso vi sono le ossa di San Berniero (pellegrino Spagnolo). Fuori Eboli nella piana nei pressi del Sele vi è la Chiesa di San Vito dove si dice riposasse il suo Santo Corpo insieme a quelli della nutrice Crescenza e del tutore Modesto.
Eboli custodiva nelle sue chiese altre sante reliquie e sempre Enrico Bacco ne dà notizia nel suo libro:
“…nella Chiesa di San Francesco dei Padri Conventuali dentro una carafa di vetro vi era il grasso di San Lorenzo Martire, che per tutto l’anno si manteneva duro liquefandosi, come olio color d’oro nella sua festività annuale, vi si conservava il dito di San Lorenzo, una mascella di San Leone Papa con i suoi guanti, e un osso di San Romano. Nella Chiesa di San Eustachio (San Biagio una delle sette parrocchie ora abbinata a San Nicola di Schola Greca) vi si conservavano due spine della santissima Corona di N.S. Gesù Cristo e il dito del Santo Vescovo. Nella Chiesa con annesso monastero di San Pietro a Maiella (ora non più esistente) si venerava il corpo del Beato Fra Benedetto Giuliani appartenente all’ordine dei Celestini di nobile casato ebolitano discendente della famosa famiglia romana Julia, che per la sua fama di santità e taumaturgo nel XVI° sec. fu trasferito nel monastero del suo ordine a Napoli dove le sue spoglie andarono arse per un incendio che distrusse quasi interamente quel sacro edificio.
Ad Eboli i Greci dopo la loro presenza in tempi antichi lì si ritrova una seconda volta a ridosso del medioevo con la presenza Bizantina dovuta alla fondazione della chiesa di San Nicola detta di Schola Graecae e di un quartiere ancora oggi chiamato “Magnagrecia”

Sul bollettino dell’Istituto Nazionale d’Archeologia dell’anno 1832 i corrispondenti sigg. Matta e Romano, nostri concittadini, pubblicano le scoperte fatte nell’antico sito di Eboli, sul Montedoro, in località Santa Tecchia: “Eboli dopo la sua distruzione avvenuta per mano di Alarico re dei Visigoti gli abitanti scampati a quell’eccidio la ricostruirono mantenendole l’antico nome continuando come sempre ad essere fedelissima di Roma e tenendo sotto di se i trenta villaggi o paghi disseminati a sé intorno, parte in collina e parte sulla vasta pianura nelle vicinanze del mare. Gli abitanti di questi villaggi per evitare i frequenti saccheggi pirateschi vennero a mancare a mano a mano andando ad abitare nell’antica Eburi che era ben fortificata con mura altissime e torri che ancora si potevano immaginare dalle tracce lasciate sul suolo. Dopo aver tracciato una pianta dell’antica Eburi con grande stupore scoprimmo che il suo antico castello era fatto tutto da sodi e grossi marmi messi uno sull’altro a meraviglia senza calce, come le sue antiche mura, era di struttura ellittica e comunicava con un tunnel sotterraneo col castello d’Eboli esistente sopra S. Sofia di proprietà del principe d’Angri”.
Inoltre, narrano di aver appreso da persone anziane che “quelle salde mura rimasero fino al 1640, quando furono di là tolte per lastricare la nuova città costruita mille metri più a valle. Negli scavi del sito da loro effettuati trovarono sepolcri Romani costruiti sopra fossa Greci, e sotto un cumulo di pietre trovarono un idolo di bronzo, alto circa mezzo palmo, rappresentante Ercole imberbe, coperto della pelle di leone nel momento di brandire la clava con la mano destra.
Gli abitanti dei paghi sparsi a macchia sul territorio per sentirsi al sicuro, alcuni si ritirarono entro le mura di Eboli altri si addentrarono all’interno nel montagnoso territorio alle loro spalle fondando altri nuclei abitativi. Questi villaggi pur scomparsi da molti secoli possiamo intuirne l’antica ubicazione per le tombe venute alla luce dagli svariati sepolcri sparsi a macchia nel territorio pedemontano e della pianura sottostante. Le sepolture tovate in svariate località sparse sul vasto territorio, forse portono il nome degli antichi paghi”.
I villaggi o “Paghi” portano i seguenti nomi: Arenosola, Albascende, Battipaglia, Fontaone, Cozzolino, Paradiso, Olive delle Corte, Paterno, Borgo, San Giovanni, Abadia San Pietro, Santa Sofia, Crispi, Boscariello, Filette, Madonna del Castello, Monteaureo, Madonna del Carmine, Fanfarone, o Ferrafavone, Pezza delle Monache, Pescara, San Mattia, Santa Cecilia, Serracapilli, Le Fiocche, Licignano, Vuccariello, Costa del Campo, Coda di Volpe, Tempone e Olibano.
Un documento dell’anno 869 parla per la prima volta dell’Eboli attuale: è il Codice Cavense da cui si apprendono i nomi dei componenti di una famiglia longobarda ebolitana: “Gariperga, è moglie d’Ermenardo servo di Palazzo, è figlia di Gariperto che fu anch’egli servo di Palazzo a Eboli, Gariperga passa al servizio di Landelaica moglie del principe salernitano Guaiferio insieme a quattro figli maschi e tre femmine”.

Nel 1047 fu conte ad Eboli Lamberto, figlio di Adalberto, che sposò Urania, figlia del conte Ademario, dalla quale ebbe quattro figli: Ebulo, Pietro, Adalberto e Landoario.
Dal 1070 al 1075 fu signore di Eboli Guglielmo d’Altavilla (normanno).
Fu signora d’Eboli dal 1082 al 1090 Emma de Ala, figlia di Gioffredo de Ala, moglie di Raone Tricanotte. Alla morte del marito Emma sposò in seconde nozze Gismondo dei Mulisi, armigero di Guglielmo I d’Altavilla, figlio di Tancredi, che per la fedeltà dimostrata concesse altre terre limitrofe ad Eboli.
Nel 1100 fu feudo di Roberto, normanno, marito di Mabilia che alla morte del marito nell’anno 1119 venne chiamata signora di Eboli.
Nel 1130 fu signore di Eboli Guglielmo, gli succede il figlio Nicola.
Nell’anno 1161 ne venne in possesso Enrico di Navarra, cognato del defunto re normanno Guglielmo I d’Altavilla e fratello della regina Margherita.
Nel 1167 fu signore di Eboli Nicola de Principato.
Guglielmo I d’Altavilla fece Eboli capitale di uno stato con confini che si estendevano nel cuore della Lucania antica comprendendo le terre di San Fele, Murolucano, Satriano, Brienza e Marsiconuovo.
Il passaggio del regno dai Normanni agli Svevi procurò altri benefici alla città per merito del nostro concittadino Pietro da Eboli, poeta alla corte d’Enrico VI, a cui dedicò un poema storico in versi elegiaci nel quale narra le guerre per la conquista del regno dall’anno 1189 al 1195. Con la salita al trono di Federico II, Eboli nel 1219 diventò città imperiale entrando a far parte del demanio dell’imperatore ed ebbe come premio per la fedeltà alla casa Sveva privilegi ed onori. Da un documento datato 11 gennaio 1239 si evince che Eboli apparteneva alla Regia Curia Imperiale. Alla morte di Federico II, avvenuta nel 1250, suo figlio Manfredi diede Eboli come feudo a Giordano Lancia figlio di Galvano.
Con gli Angioini, Eboli ritornò nuovamente sotto il Regio Demanio. Re Carlo I d’Angiò la diede a suo genero Roberto, conte di Fiandra con altre terre.
Nel 1270 passò in feudo a Filippo Tuzziaco.
Eboli fu eretta contea nel 1290 ed ebbe il prestigio di essere sede del generale Parlamento del Regno presieduto da Carlo Martello che durò cinque giorni dal 10 al 15 Settembre del 1290 e terminò con la stesura dei “Capitula et Statuta super vergimine regni”.
Nel 1306 re Carlo II d’Angiò nominò conte suo figlio Pietro detto “Tempesta”. Alla morte di re Carlo divenne re suo figlio primogenito Roberto, il quale infeudò suo fratello Filippo principe di Taranto come dalle Costituzioni del Regno nel lib. III di Bartolomeo di Capua:

“…de dotariis costituendis, muliera; dotarium,in rub et dum quondam bonae memoriae Dominus Petrus, natus clarae memoriae Domini Regis Caroli II. Comes Ebuli,…”

“…in merito ai costituendi beni dotali alle spose, nel presente e in avvenire per la buona memoria del Signore Pietro, designato conte di Eboli per volontà regia di Carlo II. …”.

Nel 1315 passò al Regio dominio sotto la regina Giovanna I.
Nel 1343 fu data al conte Roberto Cabanno, gran siniscalco del regno, come attesta il Summonte nell’Istoria di Napoli al lib. III p. 425 che il conte Roberto, imputato della morte del re Andrea d’Ungheria, marito di Giovanna I, fu giustiziato per aver partecipato all’assassinio commesso nella cospirazione del 1346 ed Eboli ritornò feudo della regina fino alla sua morte.
La “Storia Universale di Gianvillani Fiorentino” nel lib. 12 cap. 5° attesta: “…Eboli ritornato alla Corona Reale, la nuova Regina Giovanna II mandò a governare Eboli Francesco Mormile Cavaliere Napoletano”.
Nel 1419 nell’opera su citata il Summonte nel lib. IV p. 582 scrive: “…Eboli fu dato col Principato di Salerno in dominio ad Antonio Colonna nipote di papa Martino V° nell’anno 1427”. Nel 1431 per la rovinosa caduta in disgrazia della potente famiglia Colonna il feudatario dovette lasciare tutti i suoi averi al Regio Demanio.
Nel 1434 fu sindaco e procuratore della terra di Eboli Antonello de Buttalaporta, sotto questa reggenza viene commissionata ai maestri di fabbrica Giovanni di Serre e Stefano Paganetta di Eboli la costruzione di sedici torri intorno alle mura.
Nel 1435 la regina Giovanna II concesse ad Eboli il privilegio di avere una propria giurisdizione emanando il seguente proclama:

“….Joanna….significamus quod nos moti justis supplicationibus effusis pro parte universitatis et hominum terrae Ebuli, fidelium nostros dilectos, statuimus, ut habeant propriam jurisdictionem.

“…Regina Giovanna…dichiariamo che, sensibile alle suppliche espresse sia da parte dell’università che delle persone della terra di Eboli, nostri diletti fedeli, deliberiamo che abbiano giurisdizione propria.

Al tempo degli Aragonesi Eboli perse i suoi privilegi, la terra d’Eboli tornò feudo e re Alfonso ne fece signore Baldassarre della Ratta, conte di Caserta.
Nel 1467 gli successe il figlio Francesco, che non avendo figli, passò il feudo alla sorella Caterina, moglie di Cesare d’Aragona, figlio naturale di Re Ferrante I; ella, rimasta vedova, sposò (1509) Cesare Acquaviva, duca d’Atri. Nel 1522 il duca d’Atri vendette il feudo a Ferrante Sanseverino, principe di Salerno e Duca di Villaformosa, che a causa della congiura ordita dai Baroni del Regno ai danni del re Ferrante I nel castello di Teggiano, perdette tutti i suoi beni e, di conseguenza, Eboli ritornò di nuovo in possesso della corona. Filippo II, divenuto re, la cedette il 17 marzo del 1556 a Rodrigo Gomez de Sylva conte di Milito, portoghese, e suo Cameriere Maggiore che con la moglie Anna Mendoza y la Cerda si fecero chiamare principe e principessa di Eboli, duca e ducessa della città spagnola di Pastrana.
Passò nelle mani del genovese Niccolò Grimaldi, detto il Monarca, per la somma di 140.000 ducati, si diceva che ne venne in possesso con gli altri feudi perché creditore di grosse somme di denaro prestato al re Filippo II di Spagna per sovvenzionare le guerre. Enrico Bacco nella sua opera stampata a Napoli nel 1570 “Il Regno di Napoli Diviso in dodici Provincie” a pag. 71 rigo17 dice:
“…onde Duca d’Eboli oggi è un suo nipote anco nominato Nicolò, signore di bellissimo aspetto, e di gran valore. In detta terra prima risedeva la Regia Audienza, e precedeva dopo Salerno à tutta la Provincia, si come fù al tempo del marchese di Pescara, che in nome della Maestà del Re Filippo II prese il possesso del Regno di Napoli, per la rifiuta dell’Imperatore Carlo V suo padre nell’anno 1554 quando le diede per moglie Maria Regina d’Inghilterra, e se le giurò fedeltà dai Sindaci delle Città, e Terre del Regno, e avendo giurato in mano del Presidente della Provincia di Principato Citra primieramente il Sindaco di Salerno, dopo il quale seguì il Sindaco d’Eboli Gio Battista Favale, fratello del più famoso Capitan Sebastiano Favale, gentiluomo di valore, che fù Capitano dei 300 soldati archibugieri della guardia di papa Paolo V Carafa, da cui esso Capitano Sebastiano era amatissimo e favorito”.

Alla morte di Nicolò Grimaldi (1591), ricordato come un tiranno, fu feudatario suo figlio Agostino al quale succedette come reggente e signora della terra di Eboli sua moglie Isabella della Tolfa, fino alla maggiore età del figlio Nicola Grimaldi, il quale nel 1606 già risulta signore di Eboli; alla sua morte il feudo venne fatto apprezzare dal tavolario de Marino e valutato in 149.000 ducati. Il feudo venne acquistato da un’altra potente famiglia genovese: i Doria di Angri, e Nicola Doria lo detenne dal 1640 al 1685, poi passò al figlio Marcantonio e fu proprietà della famiglia fino al 1820, con la signora e duchessa Donna Cecilia Colonna Doria, principessa di Stigliano.

Eboli, ha dato i natali a tanti uomini illustri: pittori, architetti, poeti, scrittori, umanisti, storici, giuristi, missionari, vescovi e abati come: Pietro da Eboli, poeta alla corte sveva. Marino da Eboli, (capitano generale di Federico II). Fra Roberto Novella, cappuccino, teologo e predicatore eccellentissimo, schiavo dei turchi a Tripoli, eroico condottiero sugli spalti di castel S. Elmo a Malta nel 1565. Fra Agostino de Cupiti, poeta, teologo e oratore. Givanni Antonio Clario, poeta e umanista del XVI sec. traduttore e correttore di testi letterari, Agostino e Prospero Carovita, giuristi, Tommaso da Eboli, abate, srittore, Orazio Mirto, vescovo, Cherubino, vescovo, Cirillo Fulgione, giurista, Bernardo Silvano, cartografo e umanista. Sebastiano Favale, capitano delle guardie del Papa Paolo V., Camillo Favale, scrittore, Fra Antonio da Eboli, beato, Benedetto Giuliani, monaco celestino beato, Antonio Romano, beato, Matteo Ripa, servo di Dio missionario in Cina e fondatore dell’Orientale di Napoli, Mattia Ripa, vescovo. Fra Gherardo degli Angioli, paolotto poeta e oratore, Lodovico Lodovici, vescovo, e generale delle truppe del cardinale Ruffo, Francesco la Francesca, procuratore generale del Regno e genero del gen. Avezzana, Guglielmo Vacca, giurista-scrittore, senatore del Regno, Genovese Antonio, architetto alla corte borbonica, Giacinto Romano, storico, prof. universitario e rettore dell’Ateneo di Pavia, Pietro Maglione, vescovo, Francescopaolo Cestaro, storico e scrittore, Enrico Perito, poeta e scrittore, Giovanni Aromatisi, gesuita, predicatore ed educatore, Felice Cuomo, poeta, Giuseppe Augelluzzi, medico Archeologo, Giovan Battista Umbriani, scrittore e abate di S. Pietro Apostolo Aprutino di Penne sec. XII., Urso Giovan Battista, gesuita, scrittore, Antonio di Porta, francescano scrittore, Pompa Raffaele, teologo, scrittore, Fra Pietro da Eboli, superiore Generale dei Celestini 1523, Francesco Malacarne, capitano Generale al servizio di Ladislavo d’Angiò.

Note:
1). Le lettere in grassetto-corsivo nelle parentesi tonde sono quelle che, mancavano nella stele perché corrose.
2). “Eboli municipio romano in una iscrizione del II secolo”. Bollettino Istituto Archeologico di Roma nr. 1, primo semestre 1836.

MARIANO PASTORE

mercoledì 13 gennaio 2010

Pietro da Eboli

a cura di Mariano Pastore

Particula XV
Comitis percussio
et Salerni exaudita peticio

Cum comes egregius, Tancredi gloria spesque,
Cesaris invicti cernere castra velit,
Se tegit electis et menia scandit in armis,
Illudensque viris, ars quibus arcus erat.
Quem quis percipiens Liceum plicat 1 auribus arcum
Lapsaque per medias arsit arundo genas.
Ut fragor antique nemus ylicis implet et auras,
Turbine que rapido vulsa vel icta ruit,
Sic a strage tua, comes, omnis murmurat etas,
Et rex ille tuus de breve fit brevior.
At miser antistes comitis succingitur ense,
Polluit oblita religione manus.
Pars rate tuta vagans lunatos explicat 2 arcus,
Per mare quos sequitur nante 3 Boemus equo.
Supplicat interea preciose nuncius urbis,
Exponens iuvenum pectora, vota senum,
Corda puellarum, mentes et gaudia matrum,
Et quicquid voti mens puerilis habet.
Sic ait archoticon: «Veniens tua nobilis uxor
Sublimis sedeat patris in urbe sui.
Hic victor fera bella geras; tua nupta Salerni 4
Gaudeat et dubiam servet in urbe fidem.
Nam si bella placent, non desunt prelia longe:
Hen Turris maior bella diurna movet;
Est prope non longe Iufonis inutile castrum,
In quo furtivi militis arma latent.
Est prope dulce solum, nobis satis utile semper,
Ebolus, aspirans, quod petit urbis honor.
Est prope Campanie castrum, specus immo latronum,
Quod gravat Eboleam sepe latenter humum».
Hec ubi legatus fert coram principe mundi,
Magnanimis princeps: «Quod petis», inquit, «erit».
Protinus almipater Capuane sedulus urbis,
Suscipit a domino talia iussa suo:
«I, bone namque pater, mentis pars maxima nostre,
Facturus semper, quod mea nupta velit».
Hec ubi legatus notat impetrata Salerni,
Sollempnem peragunt gaudia plena diem.
Exiit edictum dominam cras esse futuram,
Cuius in adventum se sibi 5 quisque parat.
Particola XV c. 16 (109)b


La ferita del conte
e la richiesta esaudita di Salerno

L’egregio conte, gloria e speranza di Tancredi,
volendo osservare l’accampamento dell’invitto Cesare,
380 si circonda di uomini scelti e sale armato le mura,
prendendosi gioco dei soldati esperti nell’arco.
Uno, scorgendolo, accosta ben teso alle orecchie il licio arco
e la freccia che ne partì gli divampò in mezzo alle guance.
Come riempie il bosco e l’aria il fragore di una vecchia elce
385 che colpita e divelta da un furioso uragano precipita a terra,
così, o conte, tutti parlano della tua ferita,
e quel tuo re da piccol che era ancor più piccol diventa.
Ma il misero antistite s’arma della spada del conte,
e dimentico di esser uomo di Chiesa le sue mani contamina.
390 Alcuni navigando su nave sicura tendono gli archi lunati,
per mare li inseguono i Boemi su cavalli che vanno tra le onde.
E intanto viene supplice un messaggero della bella città,
riferendo i sentimenti dei giovani, i desideri dei vecchi,
i cuori delle fanciulle, i pensieri e la felicità delle madri,
395 e quante speranze può nutrire la mente di un fanciullo.
Così parla il Nunzio: «Venga la tua nobile sposa,
soggiorni nella città del suo illustre genitore.
Combatti tu qui e vinci le tue dure battaglie; la tua sposa
stia serena in Salerno e rafforzi la dubbia fede della città.
400 Volendo infatti far guerre, non mancano scontri lontano da qui:
ebbene, c’è Torre Maggiore che muove quotidiane guerre;
c’è nei dintorni, non lontano, l’inutile castello di Giffoni,
dove son nascoste armi di un soldato clandestino.
Vicino c’è un dolce suolo, a noi sempre molto utile,
405 Eboli, che all’onore di città aspira.
Non distante c’è il castello di Campagna, un covo di ladroni,
che spesso nascostamente opprime la terra di Eboli».
Quando il legato riferisce ciò innanzi al signore del mondo,
il magnanimo principe risponde: «Sarà quel che tu chiedi».
410 Subito il solerte santo padre della città di Capua
riceve queste istruzioni dal suo signore:
«Vai pure, padre generoso, grandissima parte del nostro cuore,
sempre son pronto a fare quel che la mia sposa vuole».
Appena il nunzio comunica in Salerno ciò che è stato ottenuto,
415 si trascorre tra grandi manifestazioni di gioia il giorno solenne.
Un editto informa che l’indomani verrà la regina
e tutti si preparano per il suo arrivo.

1Codex: plicat in luogo di applicat. 2Codex: explicat. W: explicit. 3Codex: nante -nte- su rasura per mano dell’autore. 4Codex: Saler -ni- aggiunto da mano posteriore. 5Codex: sibi. su rasura. Anche questa correzione è da attribuire a Pietro da Eboli
.

Ferimento di Riccardo d'Acerra colpito al volto da una freccia. Ambasciatori salernitani offrono a Costanza ammalata ospitalità nella città di Salerno.
vv. 378 - 391: Il Conte Riccardo sale sulla mura ad osservare lo schieramento avversario, ma, ferito, è costretto ad abbandonare il comando delle milizie normanne, che viene assunto dall’arcivescovo di Salerno Niccolò d’Ajello, figlio del cancelliere Matteo. Il forzato ritiro del conte, cognato di Tancredi e suo importante sostegno, reca nuovi motivi di paura al re normanno il quale, secondo il poeta sempre pronto al dileggio, da piccolo che era diviene ancora più piccolo (Et rex ille tuus de breve fit brevior.) v. 387. Pietro esprime la sua decisa condanna anche nei confronti del d’Ajello che, dimentico di essere uomo di chiesa, contamina le sue mani armandosi della spada del conte. Ma, per quanto riguarda la “circostanza che Nicolò d’Ajello cingesse la spada durante l’assedio di Napoli - dice il Siragusa - non trovo altro attestato. Fondandosi su questo accenno di Pietro da Eboli, qualcuno ha affermato (…) che, ferito il Conte d’Acerra, l’arcivescovo assumesse in sua vece il comando, e il Paesano (…) discute se un ecclesiastico possa far uso delle armi; e conclude che il fatto attribuito all’arcivescovo Nicolò era lecito e legittimo” (G. B. Siragusa, cit., p. 34, n. 3). Dice, inoltre, il Paesano: “è fuor di dubbio che l’azione in sé riguardata debba aversi più commendevole delle operazioni dell’arcidiacono Aldrisio” (G. Paesano, Memorie per servire alla storia della Chiesa Salernitana, Salerno 1855, p. 244 - 245). Egli esprime giudizi poco lusinghieri nei confronti di Pietro che considera poeta “servile” e “adulatore”, e non risparmia elogi verso quanti, a sostegno di Tancredi e della monarchia normanna, combatterono contro l’imperatore svevo. Tra i personaggi che il Paesano esalta vi sono naturalmente Niccolò d’Ajello, il padre cancelliere Matteo, il re Tancredi, che fu largo di benefici verso la Chiesa salernitana, e il Conte Riccardo d’Acerra di cui apprezza “l’arte e la prudenza” nella difesa di Napoli. Non lodevole, invece, è agli occhi del Paesano l’arcidiacono di Salerno Aldrisio, della famiglia degli Alfanidi, sostenitore fedele della causa imperiale.
vv. 392 - 407: Intanto Aldrisio, che fa parte della ambasceria venuta da Salerno, supplica l’imperatore affinché consenta a Costanza di recarsi nella sua città, che è sede della celebre scuola medica, dove potrà curarsi e rinsaldare con la sua presenza la fedeltà dei Salernitani verso la causa imperiale, fedeltà che ora appare dubbia perché la città, pur essendovi qui partigiani di Enrico VI, tra i quali gli Alfanidi, si è votata a Tancredi. Aldrisio ricorda all’imperatore che non mancano nella terra salernitana comunità a lui avverse come Giffoni e Campagna, quest’ultima definita spelonca di ladri (specus latronum) a differenza di Eboli, che viene detta, con felice e affettuosa espressione, dulce solum.
Pietro, evidentemente, profitta di questa circostanza per esaltare la sua terra d’origine e per rivendicarne l’aspirazione al titolo di città (urbis honor). Ma in quella definizione di Campagna specus latronum si avverte anche un’antica avversione campanilistica tra Campagnesi ed Ebolitani, viva un tempo non troppo lontano se ancora sul finire dell’altro secolo lo storico campagnese Antonino Vincenzo Rivelli, forse non a torto per la crudezza di quella espressione, mena scandalo nei confronti del poeta ebolitano e scarica su di lui e sulla magnificata Eboli ogni sorta di contumelie (servilismo di Pietro, vanità di Eboli per la sua aspirazione al titolo di città), esaltando a sua volta lo “spirito nazionale ed indipendente”, e di lealtà verso la Casa normanna, che allora animava Campagna, insieme a Giffoni, in odio verso l’imperatore svevo.
vv. 408 - 417: Enrico VI accoglie la preghiera di Aldrisio e lascia partire Costanza alla volta di Salerno.

martedì 12 gennaio 2010

Mariano Pastore


Tav. XXVIII Carta 29 (122)a


Discorso di Corrado di Lützelhard, assediato in Capua, ai suoi soldati e ai Capuani.

Illustra i versi 773 – 816 contenuti sulla carta 28 (121)b del codice.


Divisa in tre sezioni orizzontali. La prima e la terza zona vogliono rappresentare il paesaggio di Capua ricco di vegetazione, simboleggiata nella prima da due alberi rigogliosi, ai quali pare che si avvolgono due viti cariche di grappoli d’uva; nella terza da spighe.

La sezione di mezzo, più grande delle altre, è sormontata da torri, fra le quali si legge: Capua, è suddivisa in due sezioni in senso verticale. In quella di sinistra, più spaziosa, un uomo vestito di maglia, a capo scoperto e con una spada sguainata nella destra, parla ad una schiera di guerrieri vestiti di maglie ed armati di lance, elmi e scudi. La legenda spiega: Hic Corradus marchio obesessus a Tancridinis alloquitur suos (Qui il marchese Corrado, assediato dai Tancredini, parla ai suoi); in quella di destra lo stesso Corrado, col capo coperto dall’elmo e la sinistra sull’elsa della spada inguainata, parla ai Capuani che stanno su una torre, armati di scudi, lance, maglie ed elmi di una foggia diversa da quella dei soldati di Corrado, ma uguali a quello che copre il capo di quest’ultimo. Si legge: Hic idem Corradus alloquitur Capuanos (Qui Corrado parla ai Capuani).

martedì 8 dicembre 2009

De Balneis Puteolanis di Pietro da Eboli


De Balneis Puteolanis di Pietro da Eboli. (1)

a cura di Mariano Pastore.


“Manoscritto 1474” – Biblioteca Angelica, Roma.

Racconto per parole e immagini miniate, in un codice del XII sec. dedicato al “Sol mundi” Federico II. Testimonianza dell’amore per le scienze e le bellezze che coltivava il grande imperatore svevo Federico II figlio di Enrico VI e della normanna Costanza d’Altavilla”.

Il De Balneis Puteolanis è un trattato in forma di poema composto tra il 1211 e il 1221 da Pietro da Eboli -letterato e poeta presso la corte normanna e poi passato a quella sveva- che celebra le proprietà delle acque termo-minerali della zona tra Napoli. Pozzuoli e Baia, ed è dedicato a Federico II di Svevia.
Il poema attesta l’importanza della pratica della balneoterapia nella medicina medioevale, con riferimenti alla terminologia scientifica e al costume di vita che vi gravitavano attorno.
L’uso del bagno termale risale a periodi molto antichi. I romani ne stimavano le proprietà curative e, per soddisfarne la richiesta terapeutica, avevano creato diverse strutture che, dopo un periodo di oblio, dal 1200 in poi ripresero ad essere usate con regolarità. La frequentazione delle terme in età medioevale implicava l’impiego di terapie elaborate che, allo stesso tempo, concedevano ampio spazio al rilassamento e allo svago. Nonostante in alcuni casi, come nella stazione di Pozzuoli nel XIII sec., si usasse porre dei cartelli davanti ad ogni vosca per segnalare le proprietà curative delle fonti, la maggior parte dei malati, in larga misura agiati, ricorrevano alla consulenza di un medico. Vi era persino una vasta e accreditata letteratura specializzata, manuali che descrivevano l’insieme delle sorgenti italiane, con informazioni di ogni tipo, che riprendevano precetti di antichi medici come Galeno, Avicenna e Ippocrate. Il trattamento termale, che durava generalmente tre settimane, aveva luogo principalmente in primavera o in autunno, al riparo dagli accessi del clima. Il bagno era alla base di ogni cura: nei primi giorni si cominciava con pochi minuti di immersione, per prolungare il tempo man mano che il paziente si abituava al calore delle acque, e vi si associava una serie di prescrizioni dietetiche e igieniche basate, per la maggior parte, sui principi tradizionali codificati dal Regimen Sanitatis della Scuola Medica Salernitana.
Il codice 1474 della Biblioteca Angelica di Roma è un esemplare eccellente di produzione libraria di lusso, di carattere scientifico-divulgativo; perduto l’originale di mano di Pietro da Eboli, si tratta della copia più antica a noi giunta del De balneis Puteolanis.. .
I dati paleografici (la scrittura è una gotica italiana meridionale), unita a quelli stilistici delle miniature, concorrono a far datare il volumetto alla fine degli anni cinquanta del 1200 e ad attribuirlo ad una bottega napoletana. Risale dunque all’epoca di Manfredi (1232 – 1266), figlio di Federico II e, rispetto ai 35 epigrammi della versione originale, ne riporta solo diciotto che descrivono altrettanti “bagni” termali con le virtù attribuite ad ogni tipo di acqua; ciascun componimento è accompagnato da una miniatura a piena pagina, che illustra e amplifica il contenuto del testo. Il racconto figurato introduce una propria dimensione narrativa, mediata da allusioni a miti classici o a leggende medioevali che emergono fra le righe dei componimenti e accentuata dalla mancanza di un riferimento più esplicito alle patologie e alle terapie che appaiono, brevemente, espresse in forma poetica.
Dedicato a Federico II che apprezzava molto l’idroterapia e la pratica quotidiana del bagno, nel poema di Pietro da Eboli è possibile rintracciare diverse suggestioni. Tutto il lavoro appare, innanzitutto, imbevuto di classicismo. Traspare il tentativo, da parte dell’autore, di un recupero archeologico delle antiche strutture termali, di quelle maestose rovine che la tradizione medioevale legava a miti e divinità pagane, e gli stessi epigrammi sono il frutto di conoscenza degli antichi testi medici di Galeno (II sec. d.C.) e Oribasio di Pergamo (IV sec. d.C.), oltre che delle iscrizioni latine presenti negli stabilimenti flegrei. Un riferimento adeguato per un testo dedicato a Federico II e alla sua corte che, com’è noto, diedero gran peso al ritorno alla classicità e, insieme, allo sviluppo della cultura letteraria e scientifica.
L’Imperatore, particolarmente interessato alle scienze naturali, fu promotore della pubblicazione di numerose opere di varia natura scientifica, di cui volle assai curato anche l’aspetto estetico e ornamentale. Dalla qualità delle immagini e dal registro stilistico usato, il miniatore del codice della Biblioteca Angelica sembra essere stato un artista operante nell’ambito dei soggetti sacri. E ciò si confà alle vivaci scene che illustrano un testo come il De balneis Puteolanis.., se pensiamo che la mitologia popolare medioevale associava alle località termali, fra acque sulfuree e vapori, addirittura l’immagine inquietante del Purgatorio.
Dal momento in cui apparve, il De balneis.. ebbe un grande successo editoriale: se ne conoscono almeno 20 copie eseguite fra i secoli XIII e XIV numerose edizioni a stampa quattrocentesche, oltre a volgarizzamenti in italiano e in francese.

Note:
(1) Commento Editalia, sul De Balneis.. della Biblioteca Angelica Roma.

martedì 1 dicembre 2009

Sopra l’indole della vera Poesia.



La lettera integrale che G.B. Vico mandò a Gherardo degli Angioli a Eboli nel Natale del 1725, con l’aggiunta di alcuni sonetti dello Stesso.
a cura di Mariano Pastore


Napoli, 26 decembre 1725.
Signor mio, e Padrone Osservandissimo.

Ho ricevuti alquanti Sonetti ed un Capitolo, composti da V. S. in cotesta sua patria, e vi ho scorto un molto maggior ingrandimento di stile sopra il primiero, con cui ella due mesi fa era partita da Napoli; talchè mi han dato forte motivo di osservarli con l’aspetto de’ Princìpii della Poesia da noi ultimamente scoverti col lume della Scienza Nuova d’intorno alla Natura delle Nazioni: perché le selve, ed i boschi, che non sogliono fare gentili gli animi, nè punto raffinare gl’ingegni (nè certamente vedo altra cagione), han fatto cotesto vostro, tanto sensibile, quanto repentino miglioramento. Primariamente ella è venuta a tempi troppo assottigliati da’ metodi analitici, troppo irrigiditi dalla severità de’ criteri, e sì di una filosofia che professa ammortire tutte le facultà dell’animo, che le provvengono dal corpo, e sopra tutte quella d’imaginare, che oggi si detesta, come madre di tutti gli errori umani; ed, in una parola, ella è venuta a’ tempi d’ una sapienza che assidera tutto il generoso della migliore poesia: la quale non sa spiegarsi, che per trasporti; fa sua regola il giudizio de’ sensi, ed imita, e pigne al vivo le cose, i costumi, gli affetti, con un fortemente imaginarli, e quindi vivamente sentirli. Ma a’ ragionamenti filosofici di tali materie, ella, come spesso ho avvertito, soltanto colla sua mente si affaccia, come per vederle in piazza o in teatro, non per riceverle dentro a dileguarvi la fantasia, disperdervi la memoria e rintuzzarvi lo ingegno, il quale, senza contrasto, è ‘l padre di tutte l’invenzioni: onde è quello che merita tutta la meraviglia de’ dotti; perché tutte ne’ tempi barbari nacquero le più grandi e le più utili invenzioni, come la bussola e la nave a sole vele, che entrambe han fruttato lo scuoprimento dell’Indie, e ‘l dimostrato compimento della Geografia; il lambicco, che ha cagionato colla Spargirica tanti avvanzamenti alla Medicina, la circolazione del sangue che ha fatto cambiare di sentimenti alla Fisica del corpo animato, e voltar faccia all’Anatomia; la polvere e lo schioppo che han portato una nuova Arte bellica; la stampa e la carta che han riparato alla difficoltà delle ricerche ed alle perdite de’ manoscritti; la cupola sopra quattro punti da altretanti archi sospesa, che ha fatto stupire l’Architettura degli Antichi, ed ha dato motivo a scienza nuova di Meccanica; e sullo spirare della barbarie il cannocchiale, che ha prodotto nuovi sistemi di Astronomia. Dipoi ella è venuta in età della qui tra noi rifiorente toscana Poesia: ma un tanto beneficio deve ella al tempo, da cui è stata, senza guida altrui, menata a leggere Dante, Petrarca, Guidiccioni, Casa, Bembo, Ariosto ed altri poeti eroici del cinquecento; poiché sopra tutti, non per altrui avviso fattone accorto, ma per lo vostro senso poetico, vi compiacete di Dante, contro il corso naturale de’ giovani, i quali, per lo bel sangue che ride loro nelle vene, si dilettano di fiori, d’acconcezze, d’amenità; e voi con un gusto austero, innanzi gli anni, gustate di quel divino Poeta che alle fantasie delicate di oggidì sembra incolto e ruvido anzi, che no; ed agli orecchi ammorbiditi da musiche effeminate suona una soventi fiate in soave, e bene spesso ancora dispiacente armonia. Cotesto le fu dato dal melanconico umore di che ella abbonda: onde nelle conversazioni nostre, anche amenissime, voi dal piacere degli esterni solete ritrarvi a quello del vostro senso interiore: e, quantunque dalla vostra tenera età siate versato ben dieci anni nel lume di questa grande, bella e gentil città dell’Italia, pure, perché siete nato a pensar poetico, rado e poco parlate con favella volgare, e ancora vi comparite poco addestrato alla pulitezza del nostro sermon civile. Or è ben fatto che sappiate cosa fece gran Poeta Dante, di cui voi cotanto vi dilettate per un certo natural senso, onde egli vi fa Poeta, che lavorate di getto, non per riflessione forse men propria, onde egli vi facesse un imitatore meschino. Egli nacque Dante in seno alla fiera e feroce barbarie d’Italia, la quale non fu maggiore che da quattro secoli innanzi, cioè IX, X ed XI, e nel XII, di mezzo ad essa Firenze incrudele con le fazioni dei Bianchi e Neri, che poi arsero tutta Italia, propagate in quelle de’ Guelfi e de’ Gibellini: per le quali gli uomini dovevano menar la vita nelle selve, o nelle città, come selve; nulla e poco tra loro, o non altrimenti, che per le streme necessità della vita comunicando; nel quale stato dovendosi penuriare di una somma povertà di parlari, tra per la confusione di tante lingue, quante furono le nazioni che dal settentrione eranvi scese ad inondarla, quasi ritornata in Italia quella della gran torre di Babilonia, i Latini da’ barbari, i barbari da’ Latini non intendendosi; e per la vita selvaggia e sola menata nella crudel meditazione di inestinguibili odii che si lasciarono lunga età in retaggio a’ vegnenti, dovette tra gl’Italiani ritornare la lingua muta, che noi dimostrammo, delle prime nazioni gentili, con cui i loro autori, innanzi di truovarsi le lingue articolate, dovettero spiegarsi a guisa di mutoli, per atti o corpi aventi o no naturali rapporti all’idee, che allora dovevano essere sensibilissime, delle cose, che volevan essi significare; le quali espressioni vestite appresso di parole vocali, debbono aver fatta tutta l’evidenza della favella poetica: il quale stato di cose dovette più che altrove durare in Firenze, per lo bollore turbolento di quell’acerrima nazione, come per ben dugento anni appresso, fin che fu tranquillata col Principato, durò il maroso di quella repubblica tempestosissima. Ma la Provvidenza, perché non si esterminasse affatto il genere umano, rimenandovi i tempi divini del primo mondo delle nazioni, dispose che almeno la religione con la lingua della Chiesa Latina (lo stesso per le stesse cagioni provide all’Oriente con la greca) tenesse gli uomini dell’Occidente in società: onde coloro soli che se n’intendevano, cioè i sacerdoti, erano i sapienti: di che, quanto poco avvertite, tanto gravi ripruove sono queste tre: I°. Che da questi tempi i regni cristiani, in mezzo al più cieco furore delle armi si fermarono sopra ordini di ecclesiastici; onde quanti erano vescovi, tanti erano i consiglieri de’ re; e ne restò che per tutta la Cristianità, ed in Francia più che altrove, gli ecclesiastici andarono a formare il primo ordine degli Stati. II°. Che di tempi sì miserevoli non ci sono giunte memorie che scritte in latin corrotto da uomini religiosi, o monaci o chierici. III°. Che i primi scrittori de’ novelli idiomi volgari furono i Rimatori provenzali, siciliani e fiorentini; e la loro volgare dagli Spagnuoli si dice tuttavia lingua di Romanzo, appo i quali primi Poeti furono Romanzieri, appunto come, per le stesse precorrenti cagioni, noi nella Scienza Nuova dimostrammo Omero, come egli è il primo certo autor greco che ci è pervenuto, così è senza contrasto il principe e padre di tutti i Poeti che fiorirono appresso ne’ tempi addottrinati di Grecia, che gli tengon dietro, ma per assai lungo spazio lontani. La qual origine di poesia può ogni uno che se ne diletti sentire, non che riflettere, esser vera in sè stessa; che in questa stessa copia di lingua volgare, nella quale siamo nati, egli subito che col verso o con la rima avrà messa la mente in ceppi ed in difficoltà di spiegarsi, senza intenderlo, è portato a parlar poetico, e non mai più prorompe nel meraviglioso, se non quando egli è più angustiato da sì fatta difficoltà. Per cotal povertà di volgar favella, Dante, a spiegare la sua Comedia dovette raccogliere una lingua di tutti i popoli dell’Italia, come, perché venuto in tempi somiglianti, Omero avea raccolta la sua da tutti quelli di Grecia; onde poi ogni uno ne’ di lui poemi ravvisando i suoi parlari natii, tutte le città greche contesero che Omero fosse suo cittadino. Così Dante, fornito di poetici favellari, impiegò il collerico ingegno nella sua Comedia: nel cui Inferno spiegò tutto il grande della sua fantasia, in narrando ire implacabili, delle quali una, e non più, fu quella di Achille, ed in membrando quantità di spietatissimi tormenti: come appunto, nella fierezza di Grecia barbara, Omero descrisse tante varie atroci forme di fierissime morti, avvenute nè’ combattimenti de’ Troiani co’ Greci, che rendono inimitabile la sua Iliade: ed entrambi di tanta atrocità risparsero le loro favole, che in questa nostra umanità fanno compassione, ed allora cagionavan piacere agli uditori; come oggi gli Inglesi, poco ammolliti dalla delicatezza del secolo non si dilettano di tragedie che non abbiano dell’atroce: appunto quale il primo gusto del teatro greco ancor fiero fu certamente delle nefarie cene di Tieste, e dell’empie stragi fatte da Medea di fratelli e figliuoli. Ma nel Purgatorio, dove si soffrono tormentosissime pene con inalterabile pazienza; nel Paradiso, ove si gode infinita gioia con una somma pace dell’animo, quanto in questa mansuetudine e pace di costumi umani non lo è, tanto, a’ que’ tempi impazienti di offesa o di dolore, era maravigliosissimo Dante: appunto come, per lo concorso delle stesse cagioni, l’Odissea, ove, si celebra l’eroica pazienza di Ulisse, è appresa ora minore dell’Iliade, la quale à tempi barbari di Omero, simiglianti a quelli che poi seguirono di Dante, dovette recare altissima meraviglia. Per ciò, che si è detto, ella non già mi sembra esser imitatore di Dante, perché certamente, quando ella compone, non pensa ad imitar Dante, ma con tal melanconico ingegno, tal severo costume, tal incetta di poetici favellari, è un giovinetto di natura poetica de’ tempi di Dante. Quindi nascono coteste tre vostre poetiche priorità: I°. Che cotal vostra fantasia vi porta ad entrare nelle cose stesse che volete voi dire, ed in quella le vedete si risentite e vive, che non vi permettono di riflettervi; ma vi fanno forza a sentirle, e sentirle con cotesto vostro senso di gioventù, il quale, come l’avverte Orazio nell’Arte, è di sua natura sublime: di più con senso di nulla infievolito dalle presenti filosofie, di nulla ammollito da’ piaceri effeminati, e perciò senso robusto; e, finalmente, per le ombre della vostra malinconia, come all’ombra degli oggetti sembrano maggiori del vero, con senso anche grande; il quale perciò si dea per natura portar dietro l’espressione con grandezza, veemenza, sublimità. II°. Che i vostri sono sentimenti veri poetici, perché sono spiegati per sensi, non intesi per riflessione; le quali due sorti di poeti Terenzio ci divisò nel suo Cherea, giovinetto violentissimo, il quale della schiava, di cui esso, in vedendola passare per istrada, si era ferventissimamente innamorato, dice al suo amico Antifone:

… Quid ego ejus tibi nunc facies prae dicem aut laudem, Antipho,
Cum ipsum me noris, quam elegans formarum spectator siem?

(ecco i poeti che cantano le bellezze e le virtù delle loro donne per riflessione, che sono filosofi che ragionano in versi o in rime di amore); e chiude tutte le somme e sovrane lodi della sua bella schiava con questo senso poetico in questo motto spiegato con poetica brevità: In hac commotus sum, con cui lascia da raccogliere al raziocinio che la schiava sia più bella e leggiadra di quante belle e leggiadre donne, e donne Ateniesi, abbia giammai veduto, osservato e scorto un giudice di buon gusto delle bellezze. III°. E finalmente, perché i vostri componimenti sono propri de’ subietti di cui parlate, perché non li andate a ritrovare nell’idee de’ filosofi, per cui i subitetti tali dovrebbono essere, onde le false lodi sono veri rimproveri di ciò che loro manca, ma gl’incontrate nell’idee de’ Poeti, con in quelle de’ Pittori, le quali sono le stesse, e non differiscono tra loro che per le parole e i colori: e sì elleno sono idee delle quali essi subietti partecipano qualche cosa; onde con merito li compite, contornandoli sopra esse idee: appunto come i divini pittori compiscono sopra certi loro modelli ideali gli uomini o le donne che essi in tele ritraggono; talchè i ritratti in una miglior aria rappresentino gli originali, che tu puoi dire che è quello o quella.
Per tutto ciò io me ne congratulo con esso lei, e con la nostra nazione, a cui ella farà molta gloria. Le porto mille saluti che le manda il dolcissimo ornamento degli amici P.D. Roberto Sostegni: e le bacio caramente le mani.
Affezionatissimo, ed Obbligatissimo Serv.
Gianbattista Vico

Gianbattista Vico a Gherardo degli Angioli.

Garzon sublime, e pien d’animo grande,
Che poche carte far questa età d’oro
Estimi, e come Circi altre, quai fòro
Sopra il vulgo mostrar forze ammirande!
Col tuon Giove forzò l’uom da le ghiande
Ad ammirare il suo divin lavoro;
Ché su gl’ingegni, e le vaghezze loro
Sol può, chi ‘l poter suo per tutto spande.
Il Divo Augusto perché ad onorarlo
Roma ebbe l’Ocèano, e ‘l Ciel confini,
Chiaro feo da per tutto il Padovano.
Ah!, dir non puoi: - Son pronti ad esaltarlo, -
Perché l’Autor, poiché scovrì la mano,
E’ si nascose a’ popoli vicini.

Sonetto
Quell’ardente desio, alto, immortale,
Che ti mena per dura, ed aspra via,
Spirto gentil, or con la scorta mia
Pur dee tarpar le pronte, e spedit’ale.
Altro ch’onor d’alloro, a cui non vale
Mostri incontrare, in suo cammin desia:
E armar lo dee valor, qual’Ercol pria
Per fatiche maggiori ad uom mortale.
Perciò ristringi al cor la tua virtude;
Né sperar di vedere unqua cortese,
Ch’al freddo cener tuo l’amata gloria.
E immagini d’Eroi dal Ciel riprese
Sienti, non già le nostre ime, abbattute,
Di cui t’arresterà l’egra memoria.