Visualizzazione post con etichetta ROMANO PRODI. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ROMANO PRODI. Mostra tutti i post

venerdì 12 febbraio 2010

Crisi, il governo è in ritardo


di Romano Prodi

Dalla crisi non siamo affatto usciti, anzi ci vorranno ancora molti anni prima di superarla del tutto. Non sono ottimista perché vedo fatica nelle imprese: l’utilizzazione dei macchinari è piombata fra il 60 e il 70% della capacità. È un problema serio: ci vorranno 20 punti di ripresa per ritornare allo sfruttamento pieno degli impianti. Nel frattempo, si indebolisce la struttura finanziaria delle imprese. Rischiamo che nei prossimi mesi diventi estremamente serio il problema degli insoluti.

La crisi ha accentuato la tendenza che vede la produzione industriale europea concentrarsi attorno all’area geografica che va da Amburgo a Firenze. Ciò crea forti diversità di interesse fra Paesi europei e all’interno degli stessi. Avere economie che si orientano in modo diverso rende più complicata politica Ue. Ora l’Italia prende solo le briciole: è il risultato della nostra limitata presenza a Bruxelles. La mancanza di una politica industriale italiana e la ridotta dimensione delle imprese consentono alle grandi aziende europee di fare lobby e orientare le politiche e i finanziamenti Ue quasi naturalmente verso i loro interessi.

Dobbiamo riprendere la politica industriale: non è una parola sporca. La mancanza grandi imprese è un problema serio. Eppure, nonostante questo, nella crisi abbiamo tenuto grazie alla meccanica strumentale, oltre al made in Italy. L’industria è l’unico settore che regge alla concorrenza internazionale. Grazie al fatto che operiamo in settori a tecnologia multipla e con manodopera altamente specializzata. Ciò rende l’imitazione molto più difficile: non è vero che l’Italia si regge solo sul made in Italy. E il costo della nostra manodopera specializzata è molto più basso che negli altri Paesi europei. Il problema non è il costo della manodopera ma la mancanza di politiche settoriali di sostegno alla domanda ma soprattutto alla produzione e alla ricerca. Dobbiamo costruire una politica industriale incentrata sulle nostre caratteristiche, sulle filiere nei settori molto specializzati dove siamo forti. Tuttavia, manca una strumentazione giuridica capace di rafforzare i nostri punti forza e la nostra presenza nei mercati internazionali.

Abbiamo una debolezza molto significativa nei settori fortemente innovativi. Siamo l’ottavo Paese industriale mondo, ma partecipiamo all’innovazione solo per un decimo di quanto fa ad esempio Israele. È un problema enorme: pensiamo all’innovazione dei prodotto di massa: non c’è un telefonino inventato o fabbricato in Italia. Ogni nuovo iPod è un deficit commerciale futuro.

Oggi dobbiamo puntare su scienze della vita, energia, ambiente. In questi campi possiamo fare moltissimo. Ci vuole politica industriale che scomponga i sottosettori, crei rapporti diversi con le Università. E poi ci vuole una grande logistica: oggi il sistema industriale funziona solo con una subfornitura aperta a tutto il mondo.

C’è stato un crollo dell’imprenditorialità dei servizi. Non c’è una sola catena alberghiera nazionale, una catena di pizzerie o di caffè. Sono tutte straniere.

Non ho visto politiche governative di coordinamento per l’innovazione. Non posso nemmeno criticare, perché non si può criticare il nulla. Il nostro programma di Industria 2015 aveva un orizzonte giusto, decennale, perché questi processi hanno bisogno di un obiettivo a lungo termine. Dobbiamo investire nell’aggregazione fra grandi e piccole imprese, nei centri di ricerca, rendere conveniente la trasmigrazione fra università, centri di ricerca, sviluppare tecnologie innovative.

Dobbiamo incentivare la fusione e la collaborazione fra imprese. Ma anche porre grande attenzione quando le imprese vengono acquistate dai fondi finanziari. La loro sorte è quasi sempre segnata: gli obiettivi dei fondi sono a breve, quelli delle imprese a lungo.

Dobbiamo creare imprese, non necessariamente grandi, ma in settori molto specializzati. L’unico modo di uscire stabilmente è inserirsi nell’economia mondiale con nicchie di produzione molto specializzate. Ci vuole uno sforzo molto maggiore. I tecnopoli hanno ancora dimensioni troppo limitate e i rapporti con le università sono troppo fragili. Siamo a livello elementare: c’è invece bisogno di grandi sperimentazioni. E poi abbiamo bisogno di una grande platea di nuovi consumatori: in tutte le grande crisi si è sempre dimostrato che la produzione industriale post crisi non è mai tornata livelli precedenti.

Quanto alla situazione del Meridione,il giudizio è tranchant: “Non esistono le condizioni per lo sviluppo di un’imprenditorialità diffusa a causa delle condizioni di agibilità a causa della presenza massiccia di attività criminali”.

12 febbraio 2010

martedì 15 dicembre 2009

Mai più parole come pietre


Martedì 15 Dicembre 2009
di ROMANO PRODI


LA GRAVISSIMA aggressione al presidente del Consiglio ha colpito tutto il nostro Paese, non solo la classe politica ma tutti noi. Ci ha colpito in modo profondo perché un atto di simile violenza, da qualsiasi parte esso provenga, non solo è un’inaccettabile offesa verso una persona che ricopre un’altissima responsabilità politica, ma costituisce una lacerazione della nostra vita democratica. La democrazia è stata infatti costruita per sostituire con il dialogo e con la parola il modo di vita di una società che prima era regolata solo dalla sopraffazione e dalla violenza.
Un atto di questo tipo, anche se proviene da un uomo debole, non è solo un’aggressione verso una persona ma un passo indietro per tutta la nostra comunità. In queste difficili ore che seguono questa azione sciagurata è iniziata una doverosa riflessione se questo sia un episodio isolato o se segni l’inizio della diffusa violenza politica che già in passato ha insanguinato l’Italia. Vorrei che evitassimo di dividerci anche su questa previsione perché l’uno o l’altro esito dipendono solo da noi, dalla nostra moderazione e dalla nostra capacità di regolare i nostri comportamenti e di misurare le nostre parole.
Nei sistemi democratici le parole possono davvero essere più terribili e pericolose delle armi offensive. E dietro a noi abbiamo ormai troppi anni in cui, dentro e fuori dal Parlamento, la parola ha cessato di essere strumento di convincimento per divenire un’arma di offesa. Un’arma che scava solchi fra le persone, fra i gruppi e fra i partiti, un’arma che dovremo, soprattutto nelle prossime settimane, usare con prudenza e con saggezza.
Mentre auguro al presidente del Consiglio una pronta e completa guarigione, voglio insistere perché la parola ritorni ad essere strumento di dialogo e convincimento e diventi quindi il primo baluardo della nostra democrazia. In tale modo questo triste episodio rimarrà un tragico episodio ma non sarà l’inizio di tragedie ancora più grandi per l’Italia.