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domenica 2 ottobre 2011

“Paese a rischio, nostro dovere fermare il degrado”


di Arturo Parisi*

Sì, ricordo anch’io, come Padellaro, quel pomeriggio all’inizio d’agosto, il lungo colloquio con lui e Travaglio per chiedere il sostegno del Fatto quotidiano al referendum per l’abrogazione del Porcellum che in quel momento era stato abbandonato da troppi dei suoi iniziali sostenitori.

Almeno 600 mila firme da raccogliere in 30 giorni, in luogo dei 3 mesi previsti dalla legge, da preparare per di più in una settimana invece dei 3-5 mesi di gestazione dei casi precedenti.

Ricordo anch’io tutte le incertezze sul suo esito. Ricordo il mio, prima ancora del loro scetticismo.

Ci sono tuttavia momenti della vita e passaggi della storia dove la disperazione rende tutto più semplice. Anche nella politica dove i professionisti, prima di fare un passo, vogliono sapere cosa succederà dopo e soprattutto succederà alle loro persone. Rivendicando magari la superiorità dell’etica dei risultati su quella dei principi. Anche nella politica, quando la casa brucia, può capitare di decidere che è meglio rischiare di morire buttandosi dalla finestra invece di bruciare con essa.

Ci sono momenti nei quali le cose vengono fatte semplicemente perché debbono essere fatte. Era quello appunto il momento.

Allora come ora sentivamo che la casa della nostra democrazia, il sistema di regole e istituzioni che chiamiamo Repubblica era a rischio.

Sentivamo che sul campo riarso dalla calura della disperazione andava alzandosi il maestrale. Sarebbe bastato un cerino. Basterebbe un coccio di vetro a fare da lente per i raggi del sole.

Il momento migliore per gli incendi. Di questo appunto parlammo. Su questo concordammo. Per questo ci incontrammo.

Potevamo lasciare i cittadini sempre più accalorarsi per lo spettacolo di immoralità e degrado che viene dal Palazzo, mentre infuria la tempesta economica e finanziaria, privi non solo nell’oggi, ma anche nel domani della possibilità di trasferire i loro sentimenti e le loro proposte ad un Parlamento “loro” perché le traducesse in decisioni?

Potevamo lasciare che la democrazia si riducesse a tumulto, i cittadini a folla, le istituzioni a piazza?

Perché questo era appunto quello che era successo e va purtroppo succedendo. Di fronte ad un governo commissariato dall’estero costretto a legiferare sotto dettatura da poteri e meccanismi privi di qualsiasi legittimità democratica, sta un Parlamento percepito e dileggiato come una casta separata perché appunto separato dal Popolo, attraverso la separazione degli eletti dagli elettori e la loro trasformazione in nominati.

Potevamo lasciare il Paese privo della istituzione che in ogni democrazia rappresenta il Popolo?

Potevamo lasciare i cittadini nell’ alternativa di cedere al furore distruttore dell’antipolitica, o sperare ancora nella capacità del Parlamento di autoriformarsi senza la pressione, il pungolo dell’arma estrema che la Costituzione mette nella mani dei cittadini, come appunto era stato appena sostenuto perfino dal principale partito della opposizione che con un voto al 96% aveva deciso “che non si possa sostenere contestualmente la modifica della legge in vigore da parte del Parlamento e la presentazione di un referendum in materia?”.

Da questo la decisione disperata dell’inizio di agosto. Son passati due mesi, eppure sembra un secolo. Se tutto è cambiato è proprio grazie ai 1.210.644 “basta!” che ieri 30 settembre abbiamo depositato in Cassazione, e alle decine di migliaia che la Posta e i Corrieri continuano a recapitare ad ogni consegna da ogni parte del Paese.

Ad oggi un milione e mezzo di “basta con le porcate, con il porcellum, con i porcelli”.

Un milione e mezzo di “basta” tuttavia politici, democratici, istituzionali, moderati di cittadini che in fila hanno riempito i moduli e sottoscritto educatamente la loro rabbia e la loro speranza nel rispetto delle forme della legge. Altro che antipolitica! Se questo non fosse avvenuto entro il 30 settembre del 2011 tutto sarebbe continuato come prima almeno fino alla prossima legislatura.

Se questo non fosse avvenuto nella misura che Morrone ha definito giustamente un miracolo chi avrebbe potuto mai immaginare dichiarazioni come quella di Alfano, il segretario del primo partito della maggioranza, che, con sei anni di ritardo si è affrettato a riconoscere che i cittadini erano stati derubati del loro principale diritto?

Chi avrebbe mai immaginato che Maroni, Ministro dell’Interno del secondo partito di maggioranza si sarebbe affrettato ad annunciare con sei mesi di anticipo lo svolgimento del referendum e la necessità che comunque il Parlamento già oggi lavori nel solco dei quesiti?

“Che lezione!” ha titolato giustamente Padellaro riferendosi a quella di ieri. Ben altra sarebbe tuttavia la lezione riservata domani a chi non riuscisse ad apprenderla oggi.

*Deputato Pd, tra i promotori del referendum

lunedì 25 luglio 2011

CASO TEDESCO PARISI: “LATORRE DEVE RISPONDERE”

L’ex ministro chiede chiarimenti sul salvataggio del senatore

di Arturo Parisi*

Ricostruendo le reazioni al caso Tedesco, il Fatto Quotidiano mi attribuisce nella edizione del 22 luglio l’accusa di un “patto” di Latorre col Pdl. “Mi auguro – avrei detto secondo l’ottimo Telese – che Latorre possa dare una spiegazione che dimostri che non c’è stato alcun patto”.

Solo una precisazione. Telese ha, non dico il diritto, ma il dovere di mettere la sua intelligenza e la sua malizia al servizio dei lettori cercando dietro le parole intenzioni e collegamenti. Ma non può cambiare le parole, e attribuirmi tra virgolette nel testo e nel titolo parole che non ho mai detto.

Le assicuro che se avessi avuto anche solo un dubbio di un qualche fondamento circa l’esistenza di un patto lo avrei denunciato senza giri di parole. Se non l’ho detto è quindi solo perché non lo penso. E non lo penso perché non saprei ipotizzare in che cosa potrebbe consistere questo patto.

Così come in generale non capisco cosa sia mai successo nella drammatica giornata che, grazie all’inziativa di Latorre per l’esame contemporaneo dei due casi, invece che a Papa è finita intestata a Papa-Tedesco. Non l’ho capito io, ma, come appare sempre più chiaro attraverso le dichiarazioni pubbliche che vanno moltiplicandosi, a non capirlo sono stati, assieme a me dirigenti di primissimo piano.

Leggo che Franceschini, che è pure il capo del gruppo Pd della Camera, avrebbe accusato il gruppo del Senato, e cioè il medesimo Latorre, di “aver gestito male la vicenda”. Leggo che Enrico Letta, che del Pd è pur sempre il numero due, si dichiara “sconcertato” aggiungendo “è stato un errore fare il voto in contemporanea... ci ha esposto a una figuraccia colossale”.

É esattamente quello che, come ricorda Telese, ho detto per primo, rinviando ad un sollecito chiarimento da parte dello stesso Latorre. “Son sicuro – ho detto – che Latorre chiarirà”, su questo e su tutta la dinamica compreso il “guasto tecnico” che ha costretto lui e la senatrice Mongiello, anch’essa pugliese, a dichiarare la loro scelta a favore dell’arresto di Tedesco “solo dopo che il risultato del voto era stato già proclamato”. Questo in considerazione della comprensibile attenzione riservata al suo comportamento, per l’autorevolezza del ruolo che Latorre ha nel gruppo dirigente del Pd, la sua provenienza regionale, e la sua determinante richiesta avanzata a nome del partito di accomunare nella contemporaneità dei voti.

Se, invece di fare spallucce, rifiutandosi di rispondere alle “sterili polemiche” Latorre si fosse fatto carico delle domande che continuano a circolare senza risposta, forse la cosa si sarebbe potuta chiudere subito: “sul voto”, “sull’esito del voto” e sul “suo voto”. Si sarebbe evitato almeno l’accusa “di una certa opacità nel voto dell’aula del Senato” da parte di Walter Veltroni, che come Franceschini e Letta non è certo uno degli ultimi arrivati. E, quanto alla eventuale possibilità che “il guasto tecnico” sia riconducibile a schede difettose, il sarcasmo di Sarubbi che ha dichiarato “le schede gliele aggiusto io”.

Questo, e solo questo, è quello che ho detto io. Le mancate spiegazioni e la reazioni stizzita di Latorre, oltre all’eco avuta dalla appassionata richiesta di dimissioni di Tedesco da parte di Rosy Bindi, confermano tuttavia che il “caso Tedesco” non è riducibile al “voto su Tedesco”, ma alla dinamica che è all’origine del suo ingresso in Parlamento e alla sua determinazione a non uscirne.

Tutte domande che attendono risposta, dalla indimenticabile estate di due anni fa ampiamente dedicata alla Puglia, oltre che, come sempre a Palazzo Grazioli e alla Costa Smeralda. Tutte domande sulle quali, in quanto appartenente allo stesso partito di Latorre , mi viene chiesta personalmente risposta, con insistenza e rabbia crescente.

Ecco perché non posso condividere il distacco col quale oggi il mio amico Silvio Sircana commenta sul Corriere della Sera la vicenda: “Son polemiche che non mi appassionano”. C’è infatti gente che si appassiona. Io sono uno di quelli.

* Deputato del Partito democratico

martedì 5 gennaio 2010

Pd, chi logora il potere?


di Arturo Parisi


Finita con l’Ulivo l’idea della faticosa costruzione delle stabili coalizioni di progetto, dopo un anno passato a ripetere con Veltroni “prima-il-programma-prima-il-programma” sembra che il mio partito abbia intonato la marcia “quel-che-conta-sono-le-alleanze”, un altro modo per dire che quel che conta è vincere.
Sono stato intervistato da questo giornale pochi giorni fa. E tuttavia sento la necessità di tornare almeno su un passaggio che ritengo in questi giorni cruciale. Mi riferisco alla denuncia della montante pretesa della totale autonomia della politica cioè della affermazione di un potere fine a se stesso, alla ricerca della vittoria a tutti i costi. Ora, sarà pure vero che in politica la conquista del potere è una precondizione indispensabile.
Senza un progetto chiaro e appassionante, si finisce tuttavia per tornare esattamente alla casella dalla quale pensavamo di esserci allontanati, quando Andreotti ci spiegava che “il potere logora chi non ce l’ha” dimenticando che logora invece ancora di più chi non riesce a spiegare che cosa ne farà.
E’ questo che il Pd non riesce ancora a comunicare: il progetto nuovo di un partito nuovo capace di rispondere alla profonda crisi del Paese. Un progetto che riconosca che la crisi attuale è certo nel suo esito economica, ma, nel mondo e nel nostro Paese, è soprattutto una crisi politica, una crisi delle regole legali e delle regole morali, la crisi della nostra capacità di governare le contraddizioni che la ricchezza e l’avidità hanno prodotto.
Di questo vorrei parlare con gli amici pugliesi anziché di primarie e di alleati.
Come dimenticare infatti che è dalla Puglia che sono venuti all’Italia nell’anno sciagurato che si è chiuso i segnali più allarmanti della nostra crisi: dalle malversazioni nella sanità, ai conflitti di interessi tra politica e imprenditoria, senza parlare degli squallidi scambi tra beni pubblici e prestazioni private che hanno visto coinvolti esponenti politici locali e nazionali, in Puglia e a Roma.
E’ la Puglia che in quest’anno ha fatto da sfondo all’accusa che, destra o sinistra sono in fondo uguali, e ha alimentato la tentazione di fare del federalismo fiscale uno strumento non per risolvere ma per chiudere la questione meridionale e gettare poi la chiave.
Questo per limitarci alla Puglia.
Perché se lo sguardo si volge altrove, lo spettacolo non è certo migliore. Penso solo come ultimo esempio al cosiddetto esperimento di un nuovo equilibrio in Sicilia totalmente indifferente al principio che solo il voto dei cittadini può varare o rovesciare il governo di tutti.
E’ di questo che mi piacerebbe leggere o dibattere: di come un’alleanza con un partito invece che con un altro possa rispondere a questa crisi. Non di come sommare i voti, costi quel che costi, perché tanto quello che conta è vincere. Di quale direzione scegliere, non di come scegliere chi deve guidarci delegando a lui la scelta della direzione. E invece siamo ancora a dividerci su cose che dopo vent’anni dovrebbero essere da tempo alle nostre spalle: a dividerci sulle primarie mentre ribadiamo che esse sono comunque iscritte nientedimeno che nel nostro Dna, a dividerci sulla necessità di reintrodurre una legge proporzionale mentre proclamiamo di essere comunque per una legge che metta la scelta dei governi nelle mani dei cittadini.
E’ questa la linea che ci manca.
Non ci mancano le proposte per affrontare singolarmente i problemi economici del Paese che Bersani va illustrando con efficacia in abbondanza. Quella che ci manca è una linea politica che batta la resa morale, una linea di riscatto che affronti alla radice perché riconosce la radice politica della crisi del Paese, una linea di lunga durata che chiede progetti e soggetti di lunga durata, non alleanze occasionali e variabili scelte solo per vincere. E non perché una proposta manchi, ma perché la proposta, quella che viene avanzata da dirigenti autorevolissimi come D’Alema a nome del partito, non è quella per la quale il partito è nato, né una sulla quale il partito abbia avuto la possibilità di decidere con una forza titolata a ridefinire il profilo iniziale del Pd “restituendo” come dice D’Alema al Pd il profilo che avevano i partiti prima del Pd, prima dell’Ulivo e prima del maggioritario, per consentire finalmente ai partiti, cioè ai capipartito, di governare il Paese.
E’ su questa proposta che il Pd deve ancora decidere, decidere se affidarsi a una politica orgogliosa della sua autonomia professionale che chiede alla società delega, adesione e appartenenza di parte, o promuovere una politica che si faccia strumento per raccogliere dalla società idee, passioni e partecipazione da trasformare in progetto per tutti.

mercoledì 10 dicembre 2008

Non ci sarò al caminetto del Pd

LA STAMPA
10/12/2008
ARTURO PARISI

Mentre l’eventuale lettore mattutino legge questa nota, da qualche parte della sede centrale del Pd è riunito un caminetto che dovrebbe definire la posizione del partito circa la sua collocazione politica in Europa. È una riunione alla quale son stato gentilmente invitato e tuttavia una riunione alla quale non ritengo di poter partecipare. Non certo perché condivida il giudizio di quanti considerano il tema ozioso, e in parte secondario. E neppure perché dopo la sottoscrizione di Fassino del Manifesto politico del Pse, in quanto segretario dei «dissolti» Ds, e il successivo altolà di Rutelli in quanto presidente della «dissolta» Margherita contro una «confluenza nel Pse» senta il dibattito pregiudicato da un passato che pensavo superato.

All’opposto, la mia assenza vuole sottolineare ancora un volta che un caminetto può anche essere un luogo adatto per istruire un tema di questo rilievo, ma non è un caminetto al quale può essere affidata neppure in via ipotetica nessun orientamento al riguardo. Se il Pd vuole essere all’altezza della pretesa sua radicale novità, e non invece finire per proporsi come la continuazione di un passato o la proiezione di un altrove, l’unico modo per assumere una scelta di questo rilievo è a partire da un largo confronto sulla nostra idea e solo sulla nostra idea di Europa. Se il Pd vuole scegliere il suo futuro in modo libero e spregiudicato l’unico luogo è un organo capace di assumere decisioni politiche forti perché assunte con la forza della democrazia dalla comunità dei suoi aderenti.

Purtroppo di questo organo il Pd, se non per decisione certo per responsabilità del suo segretario, non dispone più e forse non ha mai disposto. Non è certo la direzione, la mitica direzione del 19 dicembre prossimo, in vista della quale Veltroni ha lanciato la sua ennesima sfida contro i suoi anonimi oppositori. Illuminante al proposito un’intervista di quattro giorni fa di Rutelli, proprio quella nella quale rinnovava il suo altolà al Pse in nome di un «noi» che immagino riconducibile alla «dissolta» Margherita.

All’intervistatore che gli chiedeva se «alla prossima direzione ci sarebbe stata una resa dei conti» Rutelli rispondeva: «Walter Veltroni è stato scelto da due milioni e mezzo di cittadini che lo hanno votato alle primarie solo un anno fa. Le pare possibile che lo possano mettere in minoranza duecento dirigenti di partito?». Il fatto è che Rutelli ha ragione. Peccato che «i duecento dirigenti di partito» siano, appunto, la Direzione del Partito.

Ecco la prova provata delle ragioni degli Ulivisti e della sospensione della democrazia nel partito, la vera questione morale, quella del Pd, non quella berlingueriana degli ex comunisti, una questione assolutamente politica. Ne riepilogo l’origine. Prima Veltroni si fa incoronare dalle primarie, non con un voto disgiunto diretto, ma in connessione alla contemporanea elezione dei delegati di un’Assemblea Costituente. Poi scioglie di fatto l’Assemblea Costituente e la sostituisce con una Direzione da lui nominata. Considerata, come dice Rutelli, l’assenza di legittimità di questo organo, rivendica l’esclusività del suo potere di direzione. Cosa si direbbe se questo invece che in un partito fosse successo nello Stato? Ecco perché ogni sfida a contarsi nella Direzione è la sfida a una conta impossibile e quindi prova dell’assenza di democrazia nel partito. Ecco perché mai nessuna scelta forte e nessuna scelta veramente nuova potrà essere adottata dal Pd: né a riguardo della scelta europea e neppure riguardo a nessun’altra scelta cruciale. Possiamo continuare così?