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martedì 22 febbraio 2011

EMIGRAZIONE: QUANDO DISOBBEDIRE NON E’ REATO

Aldo Maturo

Essere espulsi e non lasciare l’Italia può diventare una regolare trasgressione ignorata dalla legge. Proprio nel momento in cui i Paesi della sponda sud del mediterraneo stanno esplodendo e l’Italia viene invasa da una valanga umana inarrestabile che ci coglie inevitabilmente impreparati e potrebbe avere un effetto socioeconomico devastante, trova applicazione per il nostro Paese la Direttiva 115/2008 del Parlamento d’Europa che ha stabilito nuove modalità di rimpatrio per i clandestini. La norma, già esecutiva dal 24 dicembre 2010 - termine ultimo entro il quale l’Italia e gli altri Stati europei avrebbero dovuto adeguare la normativa interna alle norme europee – prevede nuove modalità di rimpatrio con procedure eque e trasparenti adottate caso per caso tanto che il semplice fatto del soggiorno irregolare non deve essere l’unico elemento di valutazione. La nuova norma si discosta notevolmente dai provvedimenti amministrativi di espulsione che la Bossi - Fini prevede invece in maniera automatica e generalizzata.

Il più penalizzato è il comma 5 quater dell’art.14 del nostro testo sull’immigrazione ove si prevede l’arresto e il processo per direttissima con una pena fino a quattro anni di reclusione per lo straniero che permane in Italia illegalmente dopo aver ricevuto l’ordine di allontanamento del questore. Se non intervengono modifiche o interpretazioni urgenti l’art.14 di fatto è da considerare inapplicabile al clandestino che non ha ottemperato al provvedimento di espulsione. “Abolitio criminis” ha già sentenziato qualche Procura, come a dire “non è reato”.

La Direttiva europea 115 prevede forme diverse di espulsione ed essendo immediatamente esecutiva dal 24 dicembre 2010 costringe le Procure o ad ignorare gli arresti effettuati dalle forze dell’ordine o a scarcerare gli extracomunitari già in carcere perché colpiti dalle sanzioni dell’art.14 della Bossi - Fini.

Qual è il trattamento da riservare invece allo straniero secondo la direttiva europea? Diciamo che di fatto le questure si trovano a dover adottare provvedimenti che richiedono una istruzione preliminare impossibile.

A fronte di un cittadino straniero presente irregolarmente in Italia, l’espulsione non deve essere più automatica ma prevede una serie di provvedimenti preliminari, quali la “decisione di rimpatrio”, il “rimpatrio volontario”, il “provvedimento di allontanamento coercitivo” e infine, come ultima soluzione, il “trattenimento nei CIE” (Centri di Identificazione ed Espulsione).

Il Ministero degli Interni ha diramato una circolare (400/B/2010) ai questori ed ai prefetti invitandoli a prestare la massima attenzione ai provvedimenti di rimpatrio che potrebbero essere impugnati dagli interessati se difformi dalle direttive comunitarie. Prima andrà verificato se sussistono le condizioni per il rilascio di un permesso di soggiorno umanitario o ad altro titolo, se sussistono motivi che impediscono di concedere allo straniero un termine per la partenza volontaria, se sussiste pericolo di fuga in caso di concessione di rimpatrio volontario, se esiste ogni altro elemento utile ad evidenziare la presenza o meno del pericolo che si sottragga volontariamente al rimpatrio. Il trattenimento nei CIE è possibile a condizione che non possano essere applicate altre misure sufficienti e meno coercitive. Le motivazioni, conclude il Capo della Polizia, devono essere adeguate e non adottate in virtù di meccanismi automatici di rimpatrio.

Non immagino come possa essere possibile contemperare simili direttive (sia europee che del Capo della Polizia) con le ondate di stranieri che si riversano sulle coste di Lampedusa e dintorni. Intanto molte Procure, in presenza di una Bossi - Fini che prevede modalità di rimpatrio diverse da quelle previste dalla direttiva europea, stanno già disapplicando i provvedimenti di espulsione fino ad arrivare anche a scarcerare chi è stato arrestato per averli ignorati.

martedì 8 febbraio 2011

PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E PARETI DI CRISTALLO


Aldo Maturo

Dal 1° gennaio bandi di concorso, permessi di costruzione,delibere del Consiglio e della Giunta Comunale, elenco dei beneficiari di provvidenze economiche pubbliche e gli atti amministrativi che necessitano di pubblicità legale devono essere pubblicati dalle Pubbliche Amministrazioni sul proprio sito o su quello di altre amministrazioni affini o associazioni. A decorrere dalla stessa data e, nei casi di cui al comma 2, dal 1º gennaio 2013, le pubblicazioni effettuate in forma cartacea non hanno effetto di pubblicità legale.

Ce lo ricorda il Ministro Brunetta con questa sua ministeriale del 3 febbraio, corredata da una ineguagliabile firma.

domenica 16 gennaio 2011

LA SFIDA DEI PRECARI SCADE IL 22 GENNAIO

Aldo Maturo

Scade tra qualche giorno, il 22 gennaio, il termine per impugnare il proprio contratto di lavoro a tempo determinato che si succede illegittimamente da anni, come accade nel mondo della scuola con i docenti e il personale ATA o in tante aziende private (co.co.pro, call center, etc.). La direttiva europea 1999/70 aveva stabilito da oltre 10 anni che gli Stati sono tenuti ad introdurre nelle rispettive legislazioni nazionali norme idonee a prevenire e a sanzionare l’abuso nella successione di contratti di lavoro a tempo determinato.

La nuova legge 183 del 4 novembre scorso ha dato piena attuazione a tale Direttiva ma già la Magistratura si era mossa in tal senso stabilendo la illegittimità dei contratti che si succedono a tempo determinato, condannando l’Amministrazione a risarcire il danno subito dai precari cui in qualche caso ha corrisposto, se intanto non era intervenuta la prescrizione, la differenza tra quanto effettivamente percepito e quanto avrebbero dovuto percepire se fossero stati da subito assunti con contratto a tempo indeterminato (Tribunale di Alba, 8 novembre 2010,Tribunale di Roma, Sezione Lavoro, n. 17454 del 10 novembre 2010).

Qualche Tribunale (Siena) ha addirittura trasformato da tempo determinato a tempo indeterminato il contratto di un’insegnante che da sei anni veniva assunta a inizio anno e licenziata a fine anno scolastico.

Anche la Cassazione, ancor prima della citata legge 183, aveva riaffermato la regola che il contratto di lavoro subordinato di regola è stipulato a tempo indeterminato, in osservanza della direttiva europea 1999/70 (Cass. Lavoro n.6328 del 16.3.2010)

La nuova normativa si applica a tutti i casi di invalidità del licenziamento, a coloro che si trovano in uno stato di lavoro con contratto a tempo determinato, ancora in corso o già concluso e reiterato ed ai giudizi pendenti alla data di entrata in vigore della legge (24.11.2010) La fattispecie deve rientrare nell’ ampia previsione dell’art.32 della L.183/2010, cui si rinvia gli interessati.

L’istanza va presentata con raccomandata A.R. diretta al proprio datore di lavoro, anche attraverso la propria organizzazione sindacale. In questa fase non è necessario essere assistiti da un avvocato.

"L’impugnazione è inefficace se non è seguita, entro il successivo termine di duecentosettanta giorni, dal deposito del ricorso nella cancelleria del tribunale in funzione di giudice del lavoro o dalla comunicazione alla controparte della richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato, ferma restando la possibilità di produrre nuovi documenti formatisi dopo il deposito del ricorso. Qualora la conciliazione o l’arbitrato richiesti siano rifiutati o non sia raggiunto l’accordo necessario al relativo espletamento, il ricorso al giudice deve essere depositato a pena di decadenza entro sessanta giorni dal rifiuto o dal mancato accordo»

Se il giudice dà ragione al ricorrente e converte a tempo indeterminato un contratto a tempo determinato, condanna il datore di lavoro al risarcimento del danno a favore del lavoratore, stabilendo una indennità omnicomprensiva nella misura tra un minimo di 2,5 ed un massimo di 12 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto.

venerdì 17 settembre 2010

TAR : CHI PERDE PAGA

Aldo Maturo

Ministeriali, dipendenti comunali, provinciali, insegnanti, militari, forze dell’Ordine, cittadini, imprenditori: fino a ieri bastava un niente, una presunta lesione di interesse legittimo e partiva un ricorso al TAR (Tribunale Amministrativo Regionale) o al Consiglio di Stato contro la Pubblica Amministrazione, per la gioia di quegli avvocati capaci di convincere i clienti con argomenti assurdi e paradossali. Non poche volte anche qualche sindacato ha contribuito ad intasare le cancellerie dei Tar convincendo i propri iscritti a sottoscrivere ricorsi collettivi con l’illusione di promozioni o riscossione di ingenti arretrati.

Il rischio per il ricorrente si riduceva quasi sempre solo all’onorario dell’avvocato e ai diritti di segreteria perché alla fine della sentenza, anche se negativa,il giudice era solito scrivere l’ambita frase “spese compensate”, cioè niente spese processuali.

Da ieri, 16 settembre, la situazione è cambiata e con il nuovo codice amministrativo ( D.Lgs. 2.7.2010 n.104 ) sarà bene meditare prima di rivolgersi con disinvoltura al Tar e al Consiglio di Stato.

Prima di tutto i ricorsi, per il principio della territorialità, si dovranno presentare al TAR dove ha sede il luogo di lavoro del ricorrente , e questo nella maggioranza dei casi non è un male, sia per gli avvocati costretti a continui viaggi a Roma fin dalla sera prima perché le udienze venivano fissate alle 9 anche se poi spesso slittavano alle 14 e oltre, sia per i clienti che dovevano poi rimborsare quelle spese e quella trasferta.

Di particolare importanza è poi il regime delle spese processuali che, come ho già detto, fino ad ora venivano generalmente compensate ( “graziate” ) anche se si perdeva il ricorso. Con il nuovo regime la regola sarà che “le spese seguono la soccombenza”, praticamente chi perde paga (come nel processo civile). Il motivo è quello di evitare che per un qualunque problema si presenti un Ricorso amministrativo.

Anzi viene applicato anche il principio della responsabilità del ricorrente, che firmando il ricorso (l’assistenza dell’avvocato è d’obbligo) si assume tutte le responsabilità processuali a titolo personale.

Se dovesse risultare che la parte che ha “perso la causa” ha agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, il giudice, su istanza della controparte, la condanna, oltre che alle spese, al risarcimento dei danni, che liquida, anche d’ufficio, nella sentenza.

E’ una svolta per tutti quelli che hanno intasato per anni le cancellerie di ricorsi infondati, faziosi,paradossali, indifendibili ed incomprensibili che solo per essere dichiarati tali impegnavano i TAR per anni. Almeno si spera che con la nuova procedura i ricorsi si ridurranno drasticamente e i giudici amministrativi avranno più tempo per dedicarsi all’esame dei ricorsi fondati, sì che il cittadino potrà confidare di vedere accolte le sue aspettative senza logoranti anni di attesa.

mercoledì 3 marzo 2010

ELEZIONI : TI PRESENTO MIA MOGLIE

Aldo Maturo

Donne della Campania è la vostra ora. La Corte Costituzionale zitta zitta ha dato torto un’altra volta al Presidente del Consiglio e ha deciso che il 28 e 29 marzo si vota con la legge elettorale voluta dalla Regione Campania. La sentenza è la n. 4 depositata il 14 gennaio scorso con la quale sono state respinte tutte le eccezioni proposte dal Governo contro quella legge rendendo così accessibili i 60 posti del Palazzo della Regione a un sempre maggior numero di signore.

L’art.4 della legge elettorale della Campania prevede infatti che l'elettore di questa regione alle prossime elezioni, per la prima volta nella storia, possa esprimere uno o due voti di preferenza per candidati compresi nella stessa lista ma nel caso esprima due preferenze, una deve riguardare un candidato di genere maschile e l'altra un candidato di genere femminile della stessa lista, pena l'annullamento della seconda preferenza.

L’Avvocatura dello Stato, per conto del Governo, aveva fatto notare alla Corte che per l’art. 3 della Costituzione il sesso non ha alcuna rilevanza giuridica perché i cittadini sono uguali davanti alla legge senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Aveva evidenziato poi che tutti i cittadini dell'uno e dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizione di eguaglianza, indifferentemente dal sesso, tanto che la Repubblica da tempo promuove le pari opportunità tra uomini e donne. L'appartenenza all'uno o all'altro sesso, perciò, non può mai essere assunta come requisito di eleggibilità e candidabilità.

L'annullamento della seconda preferenza colpirebbe l’esercizio del diritto di voto dell’elettore che non abbia messo la crocetta su un candidato di sesso diverso dalla prima preferenza. Dove è finito, aveva aggiunto l’Avvocatura in un articolatissimo ricorso, il diritto costituzionalmente garantito di un voto personale, eguale, libero e segreto?

La Corte Costituzionale ha invece ritenuto che l’espressione della doppia preferenza è meramente facoltativa per l’elettore, il quale ben può esprimerne una sola, indirizzando la sua scelta verso un candidato dell’uno o dell’altro sesso. Ove decida di avvalersi della possibilità di esprimere una seconda preferenza, la scelta dovrà cadere su un candidato della stessa lista, ma di sesso diverso da quello del candidato oggetto della prima preferenza.

Se votasse due candidati dello stesso sesso, l’invalidità colpirebbe soltanto la seconda preferenza, ferma restando pertanto la scelta del primo nome indicato sulla scheda. La regola, secondo la Corte, non altera il risultato elettorale né il principio della libertà di voto, visto che la seconda preferenza è una facoltà aggiuntiva che l’elettore è libero di esercitare o di rifiutare. Con la prima preferenza può scegliere un candidato di sesso maschile o femminile e quindi non ci sono candidati avvantaggiati o sfavoriti perché entrambi hanno pari opportunità di essere scelti per primi.

La sentenza ha galvanizzato parecchi notabili campani e così ecco il fiorire, riportato da Repubblica, di aspiranti in rosa e di donne vissute fin’ora all’ombra del marito, pronte al riscatto: si candida la moglie di un famoso europarlamentare, la moglie del sindaco di un bel paesone vicino Napoli, la moglie di un ex assessore e consigliere di un partito di maggioranza, la figlia di un consigliere comunale di Napoli, la sorella dell’amministratore di un importante ente turismo, la moglie di un parlamentare di centro, la moglie di un deputato nonchè sindaco. Lei poverina non ha tempo per fare la campagna elettorale ma non c’è nessun problema. Si presenta col doppio cognome, il suo, poco conosciuto e quello del marito, molto più noto. Gli elettori capiranno così chi è. Voteranno il cognome di lui ed eleggeranno lei. A chi gli ha chiesto se la cosa non fosse strano il marito ha risposto più o meno: “Se c'è un lavoro da fare e uno fa il salumiere, non credo sia giusto privilegiare la salumeria degli altri”

L’elenco degli album di famiglia,in Campania, è destinato a lievitare. E l’Ansa ci fa sapere intanto che la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli ha aperto un'indagine conoscitiva su molti candidati alle prossime elezioni regionali in Campania e sui candidati al rinnovo di diverse amministrazioni locali, al fine di monitorare l'eventuale presenza nella competizione elettorale di uomini legati alla camorra.

E c’era chi pensava che dopo lo scandalo d’ ‘a munnezza si sarebbe voltata pagina.

martedì 2 marzo 2010

OPLA’, MI SON PERSO LO STRANIERO

Aldo Maturo

Sono le otto ma a casa di Gregorio c’è un silenzio assoluto. Non si sente il gustoso aroma di caffè che ogni mattina inebria l’aria nè il solito chiacchiericcio tra Deborah, la figlia più grande, e Bogena, la colf polacca. Stranamente non si sente neppure la lagna del piccolo Alberto che per non alzarsi ficca la testa sotto le coperte facendo i soliti capricci.

Ma cosa succede stamattina? Si alza di corsa anche Franca, la moglie di Gregorio:” sono le otto? Ma dove diavolo è finita Bogena?!” “ Boh, valla a svegliare, si sarà rotta la sveglia..” Tutti corrono alla conquista del bagno. La signora Franca va nella camera di Bogena ma la trova vuota, il letto intatto, le tapparelle abbassate. “Accidenti e adesso chi li accompagna i figli a scuola? Gregorio vai tu?” “Io non posso, devo andare subito in cantiere” “ Va bene, sei sempre il solito. Ma non possiamo lasciare solo il nonno. Ma si tanto Felipe ha le chiavi”.

Dopo pochi minuti la Franca è in macchina con i bambini. Il traffico è stranamente ridotto ma davanti alla scuola c’è una gran fila e tante mamme a chiacchierare. “Ma cosa succede stamattina?”. Le maestre sbarrano l’ingresso “La scuola è chiusa, il Provveditorato ha soppresso alcune sezioni per mancanza di bambini” “Si, erano per metà stranieri. Sono tutti spariti con le famiglie. Senza bambini non si raggiunge il numero minimo e le insegnanti rischiano anche il posto”.

La Franca non ha tempo per pensare. Telefona a casa per sapere se è arrivato Felipe, il filippino che accudisce il nonno.”Non è arrivato nessuno, risponde il vecchietto, e adesso chi mi accompagna alla posta a prendere la pensione?” “Ti accompagno io” risponde Franca. Chiama in ufficio per avvisare del ritardo ma il Capo è imbestialito. Mancano quasi tutte le impiegate perché le baby sitter sono sparite e loro hanno telefonato perché non sanno a chi lasciare i bambini.

Franca comincia a perdere la calma. “Porto il nonno alla posta – pensa - e poi vado a fare io la spesa”. Arriva a casa e trova il vecchio seduto sul pianerottolo. Si è vestito da solo ma è senza il calzino sinistro e la camicia ha i bottoni sbilenchi. Lo aiuta a vestire e dopo un po’ raggiunge la Posta dove trovano tanti anziani che fanno sit-in davanti agli sportelli. Saltellano urlando “Chi-non sal-ta pen-sio-nato-è”.

L’INPS ha bloccato tutte le pensioni del mese essendo venute a mancare le contribuzioni dei lavoratori immigrati, scomparsi nel nulla. Perciò niente pensioni fino a nuova disposizione.

La donna prende il nonno che saltella e lo carica di peso in macchina. Decide di andare al mercato pensando che forse Bogena non lo avrebbe fatto quella mattina. Riparte, solito traffico fino al mercatino del quartiere. Il mercato è chiuso. Per mancanza di operai stagionali, africani e albanesi, le bancarelle non hanno potuto approvvigionarsi di pomodori,carote,piselli. Le mele del trentino sono rimaste sugli alberi e nessuno ha raccolto le mele annurche napoletane o tagliato l’insalatina di Val Trebbia.

Franca decide di fare una breve corsa al vicino Supermercato. Chiuso anche lui. Non si sono presentati al lavoro i commessi senegalesi, le donne delle pulizie capoverdiane, i facchini macedoni.

Franca è distrutta, il nonnetto comincia a dare i numeri. Bisogna passare a riprendere i bambini parcheggiati dagli amichetti. Davanti al portone di casa trova il marito, sudato, la bava alla bocca. E’ tornato prima dal lavoro perché al cantiere non c’è nessuno.

Gli edili marocchini e iugoslavi non si sono presentati al lavoro. Due contabili pakistani assenti, il cantiere senza guardiania perché il ragazzo rumeno in divisa non ha fatto sapere niente.

La moglie gli chiede perché è tutto sudato. “Perché sono rimasto senza benzina e in tutta la zona i distributori sono tutti chiusi perché i benzinai extracomunitari non si sono presentati al lavoro. Ho fatto dieci chilometri a piedi”

In quel momento esce dalla guardiola la portiera, in lacrime. Il marito, un bravissimo signore peruviano con cui è sposata da 12 anni, è sparito anche lui.

Gregorio decide di risollevare il morale della moglie. “Basta, andiamo a mangiare qualcosa alla pizzeria da Righetto”. Pochi minuti e sono al locale ma Righetto è solo. Il pizzaiolo e il cameriere, entrambi egiziani, si sono volatilizzati e il forno è rimasto spento.

Non si arrende. Qualche passo in più fino alla vicina trattoria, ma non lavora perché non ha camerieri. Il ristorante cinese,dall’altra parte della strada, non ha nemmeno aperto.

Poco male per il ristorante ma si viene a sapere che 15.000 cinesi sono spariti anche a Prato lasciando più di duemila telai fermi, proprio loro che lavoravano giorno e notte, 24 ore su 24, tutti i giorni per fare maglie, borse,cinte,pellami e fornire migliaia di grossisti e ditte in tutta Italia. Spariti i cinesi nel Pratese, molte scuole sono rimaste chiuse, i bar sono senza clienti, i negozi di alimentari non sanno a chi vendere quintali e quintali di riso.

A Mazara del Vallo i pescherecci non sono usciti per mancanza di tunisini, che rappresentano la maggioranza degli uomini di equipaggio.

Nel Modenese le fabbriche di mattonelle sono ferme perché gli operai africani non si sono presentati al lavoro, a Mondragone niente mozzarella perché i ghanesi hanno disertato le fattorie, a Villa Literno, abbandonata da 10.000 stagionali, i pomodori sammarzano marciscono a terra.

Perfino l'Osservatore Romano è uscito con un titolo a nove colonne: 200 chiese chiuse per mancanza di preti stranieri. In un paesino del piacentino il sindaco leghista ha rischiato di essere linciato perché gli abitanti hanno pensato che avesse mandato via lui gli stranieri.

Gregorio e Franca tornano a casa distrutti. La famiglia si mette attorno al tavolo per la cena ma l’aria è elettrizzata. Il telegiornale manda in onda le dichiarazioni catastrofiche del Ministro delle Finanze, il Pil è ai minimi storici, l’Italia è in crisi.

Gregorio dopo cena decide di andare al bar a bere qualcosa per dimenticare quella terribile giornata. Torna a notte fonda, la camicia strappata e un occhio pesto. Al buio ha scambiato la bella farmacista di zona, una vistosa mora di origini romagnole, per un viado brasiliano.

(Liberamente estratto da un articolo di Massimo Ghirelli, Diario n.43, 1999. Lo offro all’attenzione dei lettori in occasione del 1° marzo, Prima giornata europea dello sciopero degli stranieri)

mercoledì 24 febbraio 2010

RIFIUTI, OCCHIO AL GPS

Aldo Maturo

Si chiama SISTRI l’ultima arma contro i padroni dei rifiuti. Il Governo ci prova e affida al Comando Carabinieri per la Tutela dell’Ambiente questa patata bollente, il controllo dei rifiuti tossici. Peccato che i carabinieri siano abituati a far rispettare la legge e arrestare chi non lo fa. In questo caso si dovranno limitare a scrivere perché la legge che devono far rispettare non prevede sanzioni.

SISTRI è un acronimo che sta per “Sistema Informatico di controllo della Tracciabilità dei Rifiuti”, oggetto del decreto ministeriale 17 dicembre 2009 pubblicato sulla gazzetta ufficiale del 13 gennaio di quest’anno.

A cosa serve il SISTRI? A sostituire gradualmente tutti i vari registri cartacei di carico e scarico con procedimenti informatizzati, consentendo la tracciabilità dell’intera (?!?) filiera dei rifiuti tossici a garanzia del controllo e della trasparenza.

Su tutti gli automezzi che trasportano questi carichi verrà installato un dispositivo elettronico per monitorare il percorso effettuato dai camion, praticamente un sistema satellitare I dispositivi, che potranno essere installati solo da officine autorizzate, resteranno di proprietà del Sistri e verranno affidati alle aziende proprietarie dei camion in comodato d’uso.

Il decreto identifica tutta una serie di soggetti destinatari del Sistri,suddividendoli tra quelli obbligati a iscriversi e quelli che hanno facoltà di farlo.

Tra i primi (obbligo di iscriversi) ci sono principalmente le imprese e gli enti produttori iniziali di rifiuti pericolosi, i Comuni, gli Enti e le Imprese che gestiscono i rifiuti urbani nel territorio della Regione Campania
e le imprese e gli enti che effettuano operazioni di recupero e smaltimento di rifiuti.

Possono invece facoltativamente iscriversi al Sistri le imprese, gli enti produttori iniziali di rifiuti non pericolosi e gli imprenditori agricoli,tutti identificati da una serie di normative che gli interessati potranno trovare nel decreto sopracitato.

Una tempistica diversa e graduale è prevista per quanto riguarda l'entrata in funzione e l'operatività del sistema, in funzione delle diverse tipologie di aziende, tempi che, ad esempio, sono di 180 giorni (decorrenti dal 14.1.2010) per i Comuni, gli Enti e le Imprese che gestiscono i rifiuti urbani della Regione Campania e per le aziende appartenenti al gruppo delle iscrizioni obbligatorie.

Per questa tipologia di Comuni ed aziende l’iscrizione va fatta entro 45 giorni dal 14 gennaio scorso, con scadenza quindi prevista per domenica 28 febbraio. Le modalità di iscrizione si trovano nel sito www.sistri.it o telefonando al numero verde 800 00 38 36 il cui call center sarà attivo nei giorni feriali, compreso il sabato, dalle 06.00 alle 22.00, sino alla scadenza del termine.

Le imprese e gli enti iscritti saranno dotati, come già detto, di dispositivi tecnologici ed in particolare di una chiavetta token USB, necessaria per ciascuna unità locale e per ciascun mezzo in dotazione all'azienda dedicato al trasporto di rifiuti speciali, di una black box (una scatola nera), per monitorare il percorso degli automezzi e di apparecchiature di sorveglianza per monitorare l’ingresso e l’uscita degli automezzi dagli impianti di discarica.

Se le apparecchiature dovessero rompersi il Sistri interverrà entro 24 ore, ove il guasto riguarderà il programma di gestione (il software) ed entro 72 ore se a rompersi sarà la chiavetta o la black box (hardware). Se il guasto risulterà essere stato procurato volontariamente, le spese saranno a carico dell’utente. E’ da prevedere che eventuali malintenzionati in 72 ore potrebbero scaricare tonnellate di rifiuti senza essere monitorati.

A carico dell’azienda saranno anche i costi per il funzionamento del sistema con contributi annui proporzionali alla quantità di rifiuti trattati e per ciascun autoveicolo utilizzato.

Ma se lo spirito della norma è quello di consentire tramite tali dispositivi di seguire in ogni momento il viaggio dei camion nessuno ci potrà dire che cosa succede una volta che il camion è entrato nei punti di raccolta di smaltimento e/o recupero dei rifiuti.

Analogamente i camion che trasportano rifiuti tossici abusivamente non credo che si iscriveranno al Sistri per far sapere allo Stato dove vanno.

La norma non specifica poi se la nuova tecnologia sostituisce in pieno tutti gli attuali registri – ma pare di si - né si ritrova alcun cenno su eventuali sanzioni per chi non dovesse ottemperare, vanificandone di fatto lo spirito e il contenuto.

C’è un po’ di confusione, in verità, a livello operativo tanto che non si esclude la possibilità di una proroga dei termini previsti, per rendere più organico, operativo ed efficace il decreto.

venerdì 6 novembre 2009

QUEL CRISTO MUTO E SILENZIOSO


Aldo Maturo

Credo che il modo migliore per rendere omaggio al crocifisso sia quella di richiamare l’attenzione sullo splendido articolo che Natalia Ginzburg pubblicò sull’Unità il 22 marzo 1988 a proposito di un’insegnante di Cuneo che aveva tolto il crocifisso dall’aula. La Ginzburg non era cattolica ma credo che nessun cattolico avrebbe scritto qualcosa di più bello, vero e condivisibile sul problema del crocifisso, quel piccolo segno muto e silenzioso che da oltre duemila anni “fa parte della storia del mondo”.
Natalia Levi, parlamentare del PCI nel 1983, era nata a Palermo il 14 luglio 1916 da famiglia ebraica. Aveva trascorso l’infanzia a Torino e aveva visti i fratelli imprigionati e processati per antifascismo. Nel 1938 aveva sposato Leone Ginzburg, docente universitario di letteratura russa. Dal '40 al '43 era vissuta in Abruzzo dove il marito, dirigente della cospirazione antifascista clandestina, era stato mandato al confino.
Dopo la morte del marito — ucciso nel carcere di Regina Coeli dai fascisti nel febbraio del '44, pochi mesi prima dell'arrivo degli alleati a Roma — era ritornata a Torino dove si era risposata e dove aveva avuto inizio il suo splendido periodo letterario. E’ morta a Roma nel 1991.
“Dicono che il crocifisso deve essere tolto dalle aule della scuola. Il nostro è uno stato laico che non ha diritto di imporre che nelle aule ci sia il crocifisso.
Però a me dispiace che il crocefisso scompaia per sempre da tutte le classi. Mi sembra una perdita. Tutte o quasi tutte le persone che conosco dicono che va tolto. Altre dicono che è una cosa di nessuna importanza.
I problemi sono tanti e drammatici, nella scuola e altrove, e questo è un problema da nulla.
E’ vero. Pure, a me dispiace che il crocefisso scompaia.
Se fossi un insegnante, vorrei che nella mia classe non venisse toccato. Ogni imposizione delle autorità è orrenda, per quanto riguarda il crocefisso sulle pareti. Non può essere obbligatorio appenderlo.
Però secondo me non può nemmeno essere obbligatorio toglierlo. Un insegnante deve poterlo appendere, se lo vuole, e toglierlo se non vuole.
Dovrebbe essere una libera scelta. Sarebbe giusto anche consigliarsi con i bambini. Se uno solo dei bambini lo volesse, dargli ascolto e ubbidire. A un bambino che desidera un crocefisso appeso al muro, nella sua classe, bisogna ubbidire.
Il crocifisso in classe non può essere altro che l'espressione di un desiderio. I desideri, quando sono innocenti, vanno rispettati.
L'ora di religione è una prepotenza politica. E' una lezione. Vi si spendono delle parole. La scuola è di tutti, cattolici e non cattolici. Perchè vi si deve insegnare la religione cattolica?
Ma il crocifisso non insegna nulla. Tace. L'ora di religione genera una discriminazione fra cattolici e non cattolici, fra quelli che restano nella classe in quell'ora e quelli che si alzano e se ne vanno.
Ma il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. E' l'immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l'idea dell'uguaglianza fra gli uomini fino allora assente.
La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? Sono quasi duemila anni che diciamo "prima di Cristo" e "dopo Cristo". O vogliamo forse smettere di dire così?
Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. E' muto e silenzioso. C'è stato sempre. Per i cattolici, è un simbolo religioso. Per altri, può essere niente, una parte dei muro. E infine per qualcuno, per una minoranza minima, o magari per un solo bambino, può essere qualcosa dì particolare, che suscita pensieri contrastanti. I diritti delle minoranze vanno rispettati.

Dicono che da un crocifisso appeso al muro, in classe, possono sentirsi offesi gli scolari ebrei. Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato, e non è forse morto nel martirio, come è accaduto a milioni di ebrei nei lager?

Il crocifisso è il segno del dolore umano. La corona di spine, i chiodi, evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino.

Il crocifisso fa parte della storia del mondo.

Per i cattolici, Gesù Cristo è il figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l'immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e dei prossimo. Chi è ateo, cancella l'idea di Dio ma conserva l'idea dei prossimo. Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c'è immagine.

E' vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti. Come mai li rappresenta tutti? Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei e neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà fra gli uomini.

E di esser venduti, traditi e martoriati e ammazzati per la propria fede, nella vita può succedere a tutti. A me sembra un bene che i ragazzi, i bambini, lo sappiano fin dai banchi della scuola.

Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto o accade di portare sulle spalle il peso di una grande sventura. A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l'idea della croce nel nostro pensiero. Tutti, cattolici e laici portiamo o porteremo il peso, di una sventura, versando sangue e lacrime e cercando di non crollare. Questo dice il crocifisso. Lo dice a tutti, mica solo ai cattolici.

Alcune parole di Cristo, le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente. Ha detto "ama il prossimo come te stesso". Erano parole già scritte nell'Antico Testamento, ma sono divenute il fondamento della rivoluzione cristiana. Sono la chiave di tutto.

Sono il contrario di tutte le guerre. Il contrario degli aerei che gettano le bombe sulla gente indifesa. Il contrario degli stupri e dell'indifferenza che tanto spesso circonda le donne violentate nelle strade.

Si parla tanto di pace, ma che cosa dire, a proposito della pace, oltre a queste semplici parole? Sono l'esatto contrario del modo in cui oggi siamo e viviamo. Ci pensiamo sempre, trovando esattamente difficile amare noi stessi e amare il prossimo più difficile ancora, o anzi forse completamente impossibile, e tuttavia sentendo che là è la chiave di tutto.

Il crocifisso queste parole non le evoca, perché siamo abituati a veder quel piccolo segno appeso, e tante volte ci sembra non altro che una parte dei muro. Ma se ci viene di pensare che a dirle è stato Cristo, ci dispiace troppo che debba sparire dal muro quel piccolo segno.

Cristo ha detto anche: "Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia perchè saranno saziati". Quando e dove saranno saziati? In cielo, dicono i credenti. Gli altri invece non sanno né quando né dove, ma queste parole fanno, chissà perché, sentire la fame e la sete di giustizia più severe, più ardenti e più forti.

Cristo ha scacciato i mercanti dal Tempio. Se fosse qui oggi non farebbe che scacciare mercanti. Per i veri cattolici, deve essere arduo e doloroso muoversi nel cattolicesimo quale è oggi, muoversi in questa poltiglia schiumosa che è diventato il cattolicesimo, dove politica e religione sono sinistramente mischiate. Deve essere arduo e doloroso, per loro, districare da questa poltiglia l'integrità e la sincerità della propria fede. lo credo che i laici dovrebbero pensare più spesso ai veri cattolici. Semplicemente per ricordarsi che esistono, e studiarsi di riconoscerli, nella schiumosa poltiglia che è oggi il mondo cattolico e che essi giustamente odiano.

Il crocifisso fa parte della storia del mondo. I modi di guardarlo e non guardarlo sono, come abbiamo detto, molti. Oltre ai credenti e non credenti, ai cattolici falsi e veri, esistono anche quelli che credono qualche volta sì e qualche volta no. Essi sanno bene una cosa sola, che il credere, e il non credere vanno e vengono come le onde dei mare. Hanno le idee, in genere, piuttosto confuse e incerte. Soffrono di cose di cui nessuno soffre.

Amano magari il crocifisso e non sanno perché. Amano vederlo sulla parete. Certe volte non credono a nulla.

E' tolleranza consentire a ognuno di costruire intorno a un crocifisso i più incerti e contrastanti pensieri”

giovedì 20 agosto 2009

IL CASO SULEJMANOVIC

Aldo Maturo
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CARCERE FINO ALL’ULTIMO CENTIMETRO


La Corte europea dei diritti dell'uomo – creata a Strasburgo nel 1959 tra gli Stati membri del Consiglio d’Europa - riunita in Camera di Consiglio ha emesso il 16 luglio 2009 la sentenza nella causa intentata dal 36enne Izet Sulejmanovic, cittadino della Bosnia Erzegovina, contro l’Italia.
Con 5 voti favorevoli su 7 il nostro Paese è stato condannato ad un risarcimento pari a 1000 euro per danni morali subiti dal Sulejmanovic durante il periodo di carcerazione trascorso nel carcere di Roma Rebibbia tra il 2002 e il 2003, carcerazione avvenuta in violazione della Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali che all’art.3 stabilisce:
“Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”
La sentenza rappresenta un precedente gravissimo per l’Italia con conseguenze imprevedibili per la casse dello Stato se l’esempio venisse seguito dagli oltre 63.000 detenuti ammassati nelle celle dei nostri penitenziari.

Sulejmanovic, già condannato tra il 1992 e il 1998 a due anni, cinque mesi e cinque giorni di reclusione per evasione, rapina aggravata, furto e falsificazione di documenti,il 30 novembre 2002 si era presentato alla Questura di Roma per ottenere un permesso di soggiorno ma era stato arrestato e condotto a Rebibbia per espiare una pena residua di 9 mesi e 5 giorni.

Dal giorno dell’arresto e fino al 15 aprile 2003, aveva sostenuto poi il detenuto nella sue denunzia alla Corte, era passato in diverse celle aventi una grandezza di mq 16,20, condivise con altri cinque compagni per cui a ciascuno di essi rimaneva uno spazio di soli 2,70 mq. Dal 15 aprile al 20 ottobre era stato con quattro persone disponendo in tal caso di mq 3,40. Nella denunzia aveva scritto che era stato in cella ogni giorno per più di 18 ore, da dove era uscito solo per fruire di poco più di quattro ore e mezzo di “aria”, regime vissuto fino alla scarcerazione, avvenuta il 20 ottobre 2003.

Già qualche mese prima, però, il 4 luglio 2003, i suoi avvocati avevano denunziato la violazione dell’art.3 alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, lamentando le condizioni di detenzione, in particolare lo stato di sovraffollamento (1560 detenuti invece che 1188) e il tempo ritenuto inadeguato trascorso fuori della cella.

Il Governo italiano, a richiesta della Corte e con nota datata 4.7.2008, aveva trasmesso la documentazione relativa alla carcerazione del Sulejmanovic, allegando gli ordini di servizio della Direzione di Rebibbia circa l’organizzazione delle sezioni detentive dove era stato ristretto il ricorrente ed un prospetto cronologico delle celle dove era stato con indicazione del numero degli occupanti.
La Corte, dopo aver analizzato la normativa penitenziaria italiana e internazionale, si era pronunziata in maniera positiva circa la ricevibilità del Ricorso, valutando le contrapposte tesi del detenuto e della difesa formulate dal Governo italiano.
In ogni caso, anche sulla base dei documenti dell’Italia, era risultato che il detenuto per più di due mesi e mezzo aveva condiviso una cella con altri disponendo per sé di soli mq.2,70 - cosa che era stata fonte di disturbo e di disagio quotidiano - ben al di sotto della superficie minima prevista dal CPT (Comitato per la Prevenzione della Tortura).

Tale fatto poteva configurare gli estremi del trattamento disumano e degradante in violazione dell’art.3 della Convenzione.
Per quanto attiene invece al periodo trascorso fuori della cella, la Corte aveva accertato – attraverso la documentazione esibita dall’Italia - che il detenuto poteva trascorrere 8 ore e 50’ fuori della stessa, calcolando le ore del cortile di passeggio, quelle della sala ping pong e del tempo trascorso per consumare il pasto nella cella di altri detenuti.

Valutate le contrapposte posizioni in fatto e in diritto, si era passati ad esaminare la richiesta risarcimento per danni fisici e psichici che il Sulejmanovic aveva quantificato in 15.000 euro, somma considerata esorbitante dal governo italiano che aveva messo in evidenza come il detenuto avesse beneficiato di una legge proprio finalizzata ad attenuare il problema del sovraffollamento e che già lo stesso riconoscimento della avvenuta violazione avrebbe potuto costituire una soddisfazione equa. In via subordinata si dichiarava disposto a riconoscere un risarcimento non superiore a 3.000 euro.

La Corte, visto l’art.41 della Convenzione secondo cui in caso di accertata violazione va riconosciuta alla parte lesa un risarcimento equo, il 16.7.2009 ha stabilito - con il voto contrario e motivato del giudice Vladimiro Zagrebelsky, rappresentante per l’Italia, cui si è associato un altro giudice - che il Sulejmanovic ha subito un torto morale certo, riconoscendogli un risarcimento per danni, ritenuto equo per una somma pari a 1.000 euro.

Di particolare interesse la approfondita dissertazione tecnico giuridica del Dr. Zagrebelsky. Ha ricordato, tra l’altro, che quando il Comitato per la Prevenzione della Tortura prevede per una cella una grandezza “auspicabile” – e non “minima” – di mq.7, si riferisce alle celle dei Comandi di polizia e non alle celle di reclusione dei penitenziari, dove soggiornano normalmente più persone, escludendosi qualunque automatismo nel rapporto tra cella e detenuti ristretti.

Ha ricordato poi alla Corte – richiamando la pregressa giurisprudenza di quello stesso organo - che nei casi in cui essa si è pronunciata sulla violazione dell’art.3, il numero eccessivo di detenuti rispetto alla dimensione della cella non è stato mai un criterio esclusivo. Nei casi precedenti, infatti, si sono presi in considerazione altri fattori, quale un accesso insufficiente del detenuto all’aria e alla luce naturale, un’igiene carente, un calore eccessivo associato alla mancanza di ventilazione, il rischio di diffusione di malattie, la mancanza di acqua potabile o corrente, la condivisione dei letti tra i detenuti, una limitazione del periodo d’aria, il fatto che i servizi sanitari fossero in cella e visibili, la mancanza di cure adeguate a detenuti affetti da patologie. In altri casi si era decretata la mancata violazione dell’art.3 quando lo spazio personale era compreso tra 2,70 e 3,20 mq.

Nel caso di Sulejmanovic nessuno di questi elementi era stato denunziato, se non la mancanza di spazio.

Il Giudice ha analizzato poi approfonditamente altri elementi per motivare il suo dissenso, con valutazioni che non è possibile riportare compiutamente non essendo questa la sede più opportuna.

Certo è che non vanno sottovalutate le conseguenze della sentenza in Italia e negli altri Paesi europei dove il problema del sovraffollamento è altrettanto drammatico. Va di certo condivisa la conclusione dello stesso Zagrebelsky quando dice che questo affare avrebbe dovuto trovare una conclusione differente e che il problema che pone va ben al di là del singolo caso di specie.<

lunedì 3 agosto 2009

COLF E BADANTI ESCONO DALL’OMBRA


Aldo Maturo


Il decreto anticrisi è legge e con esso la possibilità di regolarizzare colf e badanti. Il problema interessa tantissime persone e sottoponiamo alla loro attenzione i punti centrali di questa parte del provvedimento:
I soggetti interessati alla procedura sono:
a) il datore di lavoro, che può essere italiano, comunitario (appartenente a uno dei paesi della comunità europea) o extracomunitario ma in possesso di carta di soggiorno. Deve essere il datore di lavoro ad attivare tutto l’iter per la regolarizzazione;
b)il lavoratore - colf o badante - che al 30 giugno 2009 era già occupato presso di lui da almeno 3 mesi, praticamente con un rapporto di lavoro – anche in nero - iniziato almeno dal 1 aprile 2009 e naturalmente in corso alla data di presentazione della domanda.Può essere regolarizzata la posizione delle badanti impiegate in attività di assistenza del datore di lavoro o di un componente della sua famiglia,anche se con lui non convivente, in quanto affetto da patologie o handicap che ne limitano l’autosufficienza. La regolarizzazione può essere fatta per un massimo di due badanti per ogni portatore di handicap.
Per le colf (collaboratrice occupata nel lavoro domestico) la posizione è un po’ diversa. La domanda di regolarizzazione va fatta dal datore di lavoro, per una sola colf. La domanda – diversamente che per le badanti - non può essere presentata da persona diversa dal datore di lavoro dove la colf espleta la sua attività.
Esempio: la signora “Cecioni” può presentare domanda di regolarizzazione per la badante della madre anche se la madre vive in un’altra città. Non può presentare, invece, domanda di regolarizzazione della colf in servizio presso la madre.
La domanda andrà presentata dal 1 al 30 settembre 2009 e sarà inviata all’INPS se il lavoratore è italiano o comunitario. Sarà trasmessa invece, con procedura informatica, allo Sportello Unico dell’Immigrazione, se riguarda lavoratore extracomunitario. Per ogni lavoratore il datore di lavoro pagherà un contributo di 500 euro.
Per regolarizzare la colf il datore di lavoro deve avere un reddito, certificato dalla dichiarazione dei redditi, di almeno 20.000 euro se da solo e di 25.000 euro se la famiglia è composta da più persone conviventi e percettori di reddito.
Per regolarizzare la badante non è necessario alcun reddito ma si dovrà produrre un certificato della struttura sanitaria pubblica o del medico convenzionato con il Servizio Sanitario Nazionale attestante la limitazione dell'autosufficienza del soggetto per il quale viene richiesta l'assistenza al momento in cui è sorto il rapporto di lavoro.
Presentata la domanda di regolarizzazione, restano sospesi i procedimenti penali ed amministrativi aperti nei confronti del datore di lavoro e del lavoratore per violazione alle norme sull’immigrazione o sul lavoro. Se la pratica va a buon fine, questi illeciti saranno “condonati”.
Il lavoratore in attesa di regolarizzazione non può essere espulso se non per motivi di pericolosità. Se un lavoratore extracomunitario è stato espulso, ma l’espulsione non è stata eseguita, ne può essere richiesta la regolarizzazione (in presenza delle altre condizioni) purché l’espulsione non sia stata disposta per motivi di sicurezza, ordine pubblico o terrorismo.
Non può essere richiesta la regolarizzazione di un lavoratore straniero condannato per uno dei reati previsti dagli articoli 380 e 381 del codice di procedura penale.Se la domanda risulta ammissibile, il datore di lavoro e il lavoratore saranno convocati per la stipula del contratto di soggiorno.
Il datore di lavoro o il lavoratore che rilascia false attestazioni corredate da documenti contraffatti o alterati o utilizza tali documenti per chiedere la regolarizzazione è punito con la reclusione da uno a sei anni.

sabato 18 luglio 2009

I FURBI DELLA 104

ALDO MATURO


“… stanare i farabutti e gli approfittatori”. Questo il nuovo motto di Brunetta, già fustigatore dei fannulloni di Stato, che – con il braccio “armato” dell’INPS - ha lanciato la nuova campagna contro gli statali che fruiscono della legge 104, quella che dal 1992 detta i principi in materia di diritti, integrazione sociale e assistenza della persona.
La nuova sfida è partita forse dalla constatazione che nel 2007 i giorni di permesso fruiti da questi dipendenti-familiari sono stati 4.313.388, pari al 6% di tutte le assenze nel pubblico impiego e, benché i disabili siano ben presenti al nord come al sud, nel meridione la fruizione dei permessi è stata doppia rispetto alle altre zone d’Italia.
Materia del contendere è l’art.33 della legge 104/1992 nella parte in cui prevede che, oltre ai genitori, anche i parenti ed affini entro il terzo grado, conviventi, hanno diritto a tre giorni di permesso mensile fruibili anche in maniera continuativa a condizione che la persona con handicap in situazione di gravità non sia ricoverata a tempo pieno. Altro importante beneficio era che il familiare lavoratore, con rapporto di lavoro pubblico o privato, che assisteva con continuità un parente o un affine entro il terzo grado handicappato, aveva diritto a scegliere, ove possibile, la sede di lavoro più vicina al proprio domicilio e non poteva essere trasferito senza il suo consenso ad altra sede.
Da anni l’interpretazione di tali norme ha riempito gli scaffali delle segreterie dei Tar in un infinito contenzioso tra i dipendenti e la Pubblica Amministrazione.
Bisogna riconoscere che sono stati rispolverati nonni, zii e congiunti ignorati da anni, si sono modificate fittiziamente residenze anagrafiche per istruire pratiche finalizzate soprattutto ad ottenere trasferimenti di sede o per restare comodamente nella propria sede di servizio anche quando all’avanzamento di grado e/o carriera era correlato per tutti gli altri colleghi il trasferimento di sede.
Brunetta ha saputo, ha sondato ed è partito contro i furbi della legge 104.
Il disegno di legge 1167 prevede che il beneficio dei tre giorni di permesso mensile compete qualora i genitori o il coniuge della persona con handicap in situazione di gravità abbiano compiuto i sessantacinque anni di età oppure siano anche essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti o mancanti. Il predetto diritto non può essere riconosciuto a più di un lavoratore dipendente per l’assistenza alla stessa persona con handicap in situazione di gravità.
Per i trasferimenti di sede, invece, il genitore o il familiare lavoratore, con rapporto di lavoro pubblico o privato, che assista con continuità un parente o un affine entro il terzo grado handicappato ha diritto a scegliere, ove possibile, la sede di lavoro più vicina al domicilio della persona da assistere (prima era al domicilio del dipendente) e non può essere trasferito senza il suo consenso ad altra sede.
Ferma restando la verifica dei presupposti per l’accertamento della responsabilità disciplinare, il lavoratore decade dai diritti qualora il datore di lavoro, avvalendosi dei competenti organi della pubblica amministrazione, accerti l’insussistenza o il venir meno delle condizioni richieste per la legittima fruizione dei medesimi diritti.
Ma Brunetta sa che alla base di queste richieste ci deve essere il riconoscimento, per il familiare infermo, dello status di handicap in forma di particolare gravità.
Ed allora è andato alla fonte e, probabilmente senza nutrire una eccessiva fiducia per i medici delle Commissioni ASL, ha inserito nel decreto legge 26.6.2009 l’art.20, chiamandolo appunto, senza tanti scrupoli, “Contrasto alle frodi in materia di invalidità civile”. Con esso ha stabilito che:
1) A decorrere dall’1.1.2010, le commissioni di accertamento presso le Asl saranno integrate da un medico dell’INPS quale componente effettivo;
2) L’accertamento definitivo dell’invalidità civile e dell’handicap sarà effettuato dall’INPS. Il decreto non ne parla ma è’ da ritenere che dopo la visita alla ASL bisognerà essere risottoposti ad una nuova visita davanti ad una Commissione Medica INPS;
3) Spetterà alla commissione Inps il compito di accertare la permanenza dei requisiti sanitari nei confronti dei soggetti riconosciuti invalidi civili e portatori di handicap; in caso di comprovata insussistenza dei prescritti requisiti sanitari, verranno revocati i correlati benefici;
4)Dall’1.1.2010, le domande per il riconoscimento dell’invalidità civile (sordità, cecità, handicap e disabilità) non si presenteranno più alle Asl ma all’Inps che le trasmetterà per via telematica alle Asl. All’istanza sarà allegata la certificazione medica completa attestante l’invalidità, le cui tabelle percentuali saranno comunque riviste (e certamente ridotte).
Ultimo passaggio interessante è che anche nei procedimenti giurisdizionali civili relativi a prestazioni sanitarie previdenziali, nel caso il giudice nomini un consulente tecnico d’ufficio, all’indagine dovrà assistere un medico legale dell’INPS, su richiesta, a pena di nullità, del consulente nominato dal giudice. Il medico INPS potrà assistere alle udienze, compiere indagini, chiedere chiarimenti alle parti, assumere informazioni da terzi.
Questi medici dell’INPS di certo saranno molto rigorosi visto che se il Ministero dell’Economia e delle Finanze da solo, o in solido con l’INPS, viene condannato, è l’INPS che dovrà pagare le spese legali, di consulenza tecnica o del beneficio assistenziale (Art.20/ 5 D.L.26.6.2009).
E visto che era in vena di potenziamento dei poteri dell’INPS, il nostro Ministro ha previsto, con l’art.19 dello stesso decreto, che al fine di assicurare un quadro completo delle assenze per malattia nei settori pubblico e privato, nonché un efficace sistema di controllo delle stesse in tutti i casi di assenza per malattia, la certificazione medica sarà inviata per via telematica, direttamente dal medico o dalla struttura sanitaria che la rilascia, all’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale e dal predetto Istituto sarà immediatamente inoltrata, con le medesime modalità, all’amministrazione o al datore di lavoro privato interessati (chissà quanto tempo aspetterà il capo ufficio prima di sapere perché il Sig.Fantozzi non è presente in ufficio….)
Ritornando alla 104, certo è che l’INPS dovrà di certo rivedere alcune sue posizioni. Con la circolare n.90 del 23.5.2007, destinata a rappresentare una svolta storica nella gestione della materia, aveva impartito alle sedi periferiche il seguente indirizzo :

“….. Per la concessione dei benefici in parola non ha rilevanza il fatto che nell’ambito del nucleo familiare della persona da assistere si trovino conviventi familiari idonei a fornire l’aiuto necessario, né è indispensabile che l’assistenza sia quotidiana se sussistano i caratteri della sistematicità e dell’adeguatezza rispetto alle concrete esigenze del caso. I benefici (…) debbono essere riconosciuti anche a quei lavoratori che, pur risiedendo o lavorando in luoghi anche distanti dalla persona disabile, offrono al medesimo disabile un’assistenza sistematica ed adeguata” . Addirittura il requisito dell’esclusività dell’assistenza - diceva l’INPS - è compatibile anche ove sia presente e concomitante il ricorso alle strutture pubbliche e addirittura al ricorso di assistenza con personale “badante”, mentre resta escluso solo in caso di ricovero a tempo pieno per le intere 24 ore.

Solo qualche anno prima la stessa INPS, con circolare 128 del 2003, aveva preso atto che sono da riconoscere come validi i motivi di indisponibilità all’assistenza a carico di quei parenti che hanno in famiglia più di tre minorenni o un bambino di età inferiore a 6 anni.

Anche la magistratura dovrà rivedere posizioni spesso consolidate. Il Tribunale di Roma, con sentenza sez.IV Lavoro del 6.4.2004,ad esempio, aveva ammesso che:” in base alla normativa in materia è condizione necessaria e sufficiente per aver diritto al beneficio che il lavoratore richiedente sia di fatto l'unico ad assistere il parente o affine, essendo del tutto irrilevanti i motivi (fisici, lavorativi o in ipotesi anche solo egoistici), per cui altri non lo sostituiscano o lo coadiuvino”.

Il Tar di Napoli, sez.VII, 10.5.2007 aveva ritenuto che “ la finalità della norma non è infatti volta solo al riavvicinamento del soggetto al nucleo familiare, ma è diretta ad evitare che il portatore di handicap si trovi senza assistenza a causa della lontananza della sede di servizio della persona che se ne occupa in modo continuativo” ed aveva aggiunto : “ il legame che la norma intende tutelare…. è diretto in modo specifico verso quel soggetto su cui ricadono il maggior sforzo e la maggiore responsabilità nell’assistenza al portatore di handicap tanto da potersi qualificare, solo per tale persona, come continua ed esclusiva, circostanza che richiede, al riguardo, una esplicita dichiarazione e documentazione da parte di chi aspiri al beneficio”.

Ora si cambia. Tutto azzerato, tutto da rivedere. Brunetta ordina, l’INPS esegue, i furbi tremano.

venerdì 3 luglio 2009

COME UN UOMO SULLA TERRA


(Segnalazione di Aldo Maturo)

Dopo centinaia di proiezioni in tutta Italia, dopo riconoscimenti e premi di prestigio nazionale e internazionale (SalinaDocFest, David di Donatello, Arcipelago Film Festival, per il Cinema Italiano, BellariaFilmFestival e molti altri), finalmente in onda sulla RAI.


COME UN UOMO SULLA TERRA
di
Andrea Segre, Dagmawi Yimer e Riccardo Biadene

prodotto da Asinitas Onlus e ZaLab (52’ – 2008)

9 LUGLIO 2009

ore 23.40 – RAI 3


Per la prima volta in un film, la voce diretta dei migranti africani sulle brutali modalità con cui la Libia controlla i flussi migratori, su richiesta e grazie ai finanziamenti di Italia ed Europa.
Dal 2003 Italia ed Europa chiedono alla Libia di fermare i migranti africani. Da maggio di quest’anno la marina italiana respinge i migranti in Libia. Ma cosa fa realmente la polizia libica? Cosa subiscono migliaia di uomini e donne africane? E perchè tutti fingono di non saperlo?

“Come un uomo sulla terra” è un viaggio di dolore e dignità, attraverso il quale Dagmawi Yimer riesce a dare voce alla memoria quasi impossibile di sofferenze umane, rispetto alle quali l’Italia e l’Europa hanno responsabilità che non possono rimanere ancora a lungo nascoste.

(Gabriele del Grande, dal sito
http://comeunuomosullaterra.blogspot.com):
“Storie di rifugiati che, dopo il deserto e il mare, hanno smesso di nascondersi, e sono usciti allo scoperto, per camminare a testa alta, come un uomo sulla terra. Storie di rifugiati che accusano senza mezzi termini la polizia libica di violenze e torture nei campi di detenzione finanziati dall’Italia. Storie che ribaltano i ruoli. E fanno delle migliaia di “clandestini” che sbarcano sulle nostre coste, altrettanti testimoni di un durissimo atto d’accusa. Troppo spesso infatti il dolore viene rimosso subito dopo l’arrivo a Lampedusa, viene vissuto come un dramma privato, coperto dall’onta. E invece non può non essere un dramma collettivo. Per il numero di persone coinvolte (oltre 50.000 deportati l’anno) e per le chiare responsabilità dell’Italia. Se queste storie passeranno sotto silenzio, sarà come far morire due volte le vittime dell’emigrazione africana. I loro corpi giacciono a migliaia sulle piste del Sahara e nei fondali del Mediterraneo. E chiedono giustizia.”

venerdì 5 giugno 2009

CASTE ED EUROCASTE


Aldo Maturo


In occasione dell’ impegno elettorale che ci chiama alle urne il 6 e 7 giugno, ho voluto fare un po’ di conti in tasca ai nostri onorevoli rappresentanti a Roma e in Europa. I dati sono tratti - per i primi - da una fonte ufficiale, i siti istituzionali della Camera e del Senato dove è riportato senza segreti il trattamento economico dei nostri parlamentari. Nulla di nuovo ma di certo un utile richiamo alla nostra mente. Di fronte alla crisi delle famiglie loro non hanno da lamentarsi, benché alla loro busta paga sia stata applicato dal 2006 un taglio del 10%, che comunque li lascia agganciati per legge agli stipendi del Presidente di sezione della Corte di cassazione.


DEPUTATI

Stipendio netto euro 5.486,58 circa, mensile
Rimborso spese di soggiorno a Roma : euro 4.003,11 mensili
Rimborso spese per contatti con gli elettori : euro 4.190,00 mensili
Rimborso telefono : euro 3.098,74 annue
Rimborso viaggio da casa ad aeroporto o stazione : euro mensili 1.107,90 fino a 100 Km ed euro mensili 1.331,70 oltre 100 km.
Totale mensile : euro 13.937,91 netti
Va aggiunta:
- La tessera per viaggiare gratis su treni,navi,aerei,autostrade;
- Assegno di fine mandato, pari all’80% dello stipendio mensile lordo
(=euro 9.362,91) per ogni anno di mandato a frazione superiore a 6 mesi;
- Assegno vitalizio, pari ad una indennità dal 25 all’80% a decorrere dal 65° o 60° anno, a seconda dell’anzianità parlamentare.


SENATORI

Stipendio netto euro 5.613,59 mensili
Rimborso spese di soggiorno a Roma : euro 4.003,11 mensili
Rimborso spese per svolgimento del mandato: euro 1.636,43 mensili direttamente al senatore
Rimborso spese per svolgimento del mandato : euro 3.040,93,00 mensili tramite gruppo parlamentare

Rimborso telefono : euro 4.150,00 annue
Rimborso viaggio da casa ad aeroporto o stazione : euro mensili 1.281,61 fino a 100 Km ed euro mensili 1540,52 oltre 100 km.
Per i senatori residenti a Roma ed eletti in collegi del Lazio, il rimborso è di euro 640 mensili.

Totale mensile medio : euro 12.879,83 circa, netti
Va aggiunta:
- La tessera per viaggiare gratis su treni,navi,aerei,autostrade;
- Assegno di solidarietà per fine mandato, pari all’80% dello stipendio mensile lordo
per ogni anno di mandato a frazione superiore a 6 mesi;
- Assegno vitalizio, pari ad una indennità dal 25 all’80% a decorrere dal 65° o 60° anno, a seconda dell’anzianità parlamentare.

EUROPARLAMENTARI

Senz’altro migliore è il trattamento dei nostri onorevoli europarlamentari che, oltre ad una media molto alta di assenze si distinguono anche (Fonte : Il Salvagente, giugno 2009) per un trattamento economico il più alto d’Europa:
euro 11.703 Indennità mensile
euro 4.200 mensili per rimborso spese generali per ufficio, telefonino, computer, francobolli.
euro 287 al giorno per vitto e alloggio (c’è il registro presenze)
euro 4.000 annue per indennità di viaggio se si è relatori a conferenze o riunioni
euro 17.540 al mese per collaboratori ed assistenti.

Un discorso a parte, perché più “sfortunati”, gli europarlamentari che entrano da questa legislatura, quelli che eleggiamo il 6 e 7 giugno 2009. Fruiranno del nuovo stipendio del Parlamento europeo, inferiore di circa il 40% rispetto a quello italiano, stipendio che sarà di euro 7.665 lordi mensili pari ad un netto di circa 5.000 euro.
Un atto di giustizia per colmare il divario oggi esistente fra gli italiani e gli europarlamentari di altri Paesi, come gli ungheresi con i loro 760 euro mensili, i lettoni, con 1.000 euro o i polacchi con 615 euro.