FABRIZIO RAVELLI
"NELL'ITALIA liberata prima ci disarmarono, parlo di noi
partigiani, e poi ci chiesero di tenere in qualche modo in piedi la baracca
dello Stato. A me, che avevo comandato una divisione di Giustizia e Libertà,
offrirono, a scelta, un posto da vicequestore o da sindaco. Dissi che preferivo
un posto da giornalista a GL, l'edizione torinese di Italia Libera, il
quotidiano del Partito d'Azione a Torino". Nel fiume sterminato della vita
professionale di Giorgio Bocca è
raro trovare lezioni di uno che si impanca a maestro di giornalismo. C'è questo
momento fondamentale: il partigiano Bocca che, deposte a forza le armi, decide
che per "tenere in piedi la baracca" c'era di meglio che buttarsi in
politica. C'era da raccontare un Paese, da viaggiare e riferire, da incontrare
gente e interrogarsi.
E' quello che ha fatto per tutta la sua seconda vita, mai dimenticando quella
prima da partigiano che l'aveva formato per sempre. La sua unica, sbrigativa
lezione, risale sempre a quegli anni: "Il mestiere del giornalista è molte
cose che si imparano: scrivere chiaro e in fretta, avere capacità di sintesi,
non perdersi nei dubbi e nelle esitazioni, ma anche essere colto, aperto al mondo
e alle sue lezioni, capace di emozioni, di solidarietà umana": E ai
giovani che gli chiedevano quale fosse il segreto (e si chiamavano Egisto Corradi, Bernardo Valli, Angelo Del
Boca, Alberto Cavallari, Gigi Ghirotti), Bocca riservava una piccola
rivelazione: "Non preoccupatevi, se un segreto c'è, è quello che
avete già in testa, il segreto di chi ha orecchio per i suoni del creato, di
chi ha occhio per la caccia, dello schermidore che sa parare e tirare".
Da GL a un giornale vero, la Gazzetta
del Popolo, nei tumultuosi anni del primo dopoguerra, e sono gli anni in
cui Bocca scopre la cronaca barricadiera, le corse avventurose sui luoghi dei
delitti, "la politica è spesso un alibi per continuare a uccidere. E noi
che raccontiamo sui giornali ciò che accade viviamo ubriachi di gioventù fra i
delitti e le macerie dei bombardamenti, nelle tane urbane lasciate libere dagli
sconfitti". La saponificatrice di Correggio. Gli scioperi contadini e le
lotte operaie. I tardivi ritorni alle armi di piccoli gruppi partigiani, come
quello "di un certo Tek Tek che si trincerò in un castello del
Monferrato", e la visita di Bocca finì a tavola con una bagna caoda. Le
vendette del "triangolo rosso". La strage di Villarbasse. L'alluvione
del Polesine, via di corsa nella notte alla notizia che il Po ha rotto gli
argini a Occhiobello, "la mia auto è una Topolino rossa, cinquecento di
cilindrata, due posti, ma va sul ghiaccio e nel fango e non si rompe mai".
E poi in barca sulle acque che sommergono i paesi, "navighiamo a
raccoglier naufraghi mezzi morti e mezzi vivi e ad ascoltare le loro
storie".
Nel '54 il salto a Milano, all'Europeo di Rizzoli, "l'Europeo, scuola di
giornalismo. A scuola dalla Camilla Cederna, che era una gran signora milanese,
una donna elegante e curiosa, di una curiosità inesauribile, che la manteneva
indenne dal tempo, senza una ruga, senza un'ombra di stanchezza, testimone
attenta con il gusto di raccontare". E Oriana Fallaci: "Ero
nell'atrio della Rizzoli in piazza Carlo Erba, e dall'alto mi arriva la voce dell'Oriana
che grida all'impaginatore: Riva, ma che fai? A quel bischero del Bocca un
titolo a tutta pagina e all'Oriana due colonne?". I viaggi per il mondo in
compagnia del fotografo Moroldo, "che non era solo un bravo fotografo, era
anche la mia guardia del corpo: più alto degli altissimi watussi, nerboruto e
scattante. A cercare la Begum moglie dell'Aga Khan, a intervistare il Negus re
dell'Etiopia, in Israele per le Guerra dei sei giorni.
Poi per Bocca venne la stagione del Giorno, chiamato dal direttore Italo
Pietra, ex-partigiano come lui: "Avevo quarant'anni, conoscevo il
mestiere, Pietra mi aveva assunto, doveva aiutarmi, capii che era arrivato il
momento di impormi e nel giornale delle notizie brevi chiesi pagine intere,
come il primo servizio su Vigevano, la città dei calzolai". L'incipit di
quel servizio è rimasto memorabile nel giornalismo italiano: "Fare soldi,
per fare soldi, per fare soldi: se esistono altre prospettive non le ho viste.
Di abitanti cinquantasettemila, di operai venticinquemila, di milionari a
battaglioni affiancati, di librerie neanche una". Sono gli anni in cui,
sul Giorno che rappresentava il nuovo, le inchieste di Bocca raccontano
l'Italia del boom economico. Cronache magistrali, che hanno fatto scuola per
efficacia, personalità, curiosità. Più preziose di un libro di Storia.
"Allora, quando giravo l'Italia per le mie inchieste, mi ero quasi
convinto di essere uno che incuteva paura ai potenti, che poteva dirgli in
faccia quel che pensava di loro. La megalomania dei giornalisti è quasi
sopportabile nella sua ingenuità. La verità è che ero il giornalista di Enrico
Mattei, del potentissimo Eni con cui i 'padroni del vapore dovevano fare i
conti".
Così Bocca racconta i capitalisti alla Pesenti, ma anche i nuovi ricchi come
gli ex-mezzadri di Carpi diventati industriali della maglia, e poi la Lombardia
dei treni operai, il processo Eichmann in Israele, il '68 francese, la strage
di Piazza Fontana, le Olimpiadi di Monaco. "Nel '64 ero a Tokyo per
seguire le Olimpiadi e il Giorno, con la disinvoltura geografica tipica dei
giornalisti, mi fece sapere 'Visto che sei lì, fai un salto a Saigon'.
Tornerà poi altre quattro volte a raccontare la guerra del Vietnam.
Nel '76 Giorgio Bocca è fra quelli che si imbarcano nella nuova avventura di
Repubblica, accettando la scommessa di Eugenio
Scalfari e Carlo Caracciolo, quella di un quotidiano nazionale che vada a
sfidare il radicamento di concorrenti storici, il Corriere della Sera, la Stampa,
il Messaggero. Bocca racconta gli
anni di piombo del terrorismo: "Era molto difficile fare il giornalista
nei giorni del terrore. Il nemico che poteva ucciderti o gambizzarti poteva
essere il signore della porta accanto, o un amico di tuo figlio. Un giorno vado
a un'assemblea studentesca, si avvicina un giovane e mi chiede: 'Tu sei Giorgio
Bocca, il giornalista?'. Sì, rispondo. 'Spiegami una cosa: perché nei tuoi
articoli dici che non sai chi sono e dove vivono i brigatisti rossi? Vedi, in
quest'aula ce ne sono almeno cinque, tre regolari e due ausiliari, non ancora
clandestini, vivono a casa loro e collaborano quando occorrono'".
Racconta i terroristi, andandoci a parlare, ma anche il generale Dalla Chiesa
che dà loro la caccia. Nell'agosto del 1982 va a trovare a Palermo il generale,
nominato prefetto antimafia: ne esce un'intervista memorabile, amarissima,
rivelatrice dell'isolamento che avrebbe portato al suo assassinio soltanto un
mese dopo. E ancora Bocca torna a raccontare l'Italia che cambia, la rivincita
delle campagne piemontesi ed emiliane in chiave industriale. Il sindacalismo,
l'ascesa di Bettino Craxi, il successo di Silvio Berlusconi con la nuova tv
commerciale. Il leghismo e Umberto Bossi. Il sacrificio consapevole di Falcone
e Borsellino.
E lungo tutta la carriera, i libri: dalla bellissima autobiografia Il
Provinciale, al racconto della guerra partigiana, la storia della guerra
fascista, la biografia di Togliatti, e i molti altri. E sempre volentieri Bocca
è tornato sui luoghi della sua formazione, le montagne amate e vissute, di
quando da "viaggiatore spaesato" (è il titolo di uno dei suoi libri
più belli) riandava a rifugiarsi nella casa valdostana. Cercando il senso dello
spaesamento nel silenzio della neve, scrutando aquile e gatti, alberi e prati.
Nell'ultima pagina di "E' la stampa, bellezza! La mia avventura del
giornalismo" consegnava brusco una piccola lezione: "Ecco, la
chiarezza come dote regina del giornalismo. Spesso cambiata per faciloneria o
irresponsabilità, ma da cercare sempre, in modo che alla fine del viaggio uno
possa dire: non ho camminato alla cieca, non ho capito tutto, ma i nostri
grandi vizi e le nostre umane virtù li ho riconosciuti".
(25 dicembre 2011)