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giovedì 5 gennaio 2012

Monti vola a Bruxelles Lunedì Fornero vedrà Cisl e Uil




Il governo stringe i tempi. Oggi Mario Monti, ha lasciato a sorpresa Palazzo Chigi: destinazione Bruxelles.  Non è ancora chiaro se il capo del governo avrà incontri con i vertici delle istituzioni comunitarie ma ci sono contatti in corso di definizione. Nel frattempo si procede a tappe forzate anche sulla riforma del lavoro. Con l'esecutivo che conferma la volontà di incontrare separatamente Cgil, Cisl e Uil. Una scelta che non piace alla Cgil e che invece Cisl e Uil hanno accolto senza eccessive remore. E così il calendario è già pronto: lunedì il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, incontrerà i leader di Cisl e Uil. Raffaele Bonanni sarà ricevuto alle 14,30 in via Veneto. A seguire Fornero vedrà Luigi Angeletti che, dalle pagine del Corsera, tira una stoccata alla Camusso: "Scambiava la forma per la sostanza. Ci ha indebolito, ha distorto l'obiettivo".

Ieri la tensione tra Cgil e governo sembra essere calata. Grazie ad un incontro "informale"  tra la Fornero e
Susanna Camusso. "Si è trattato di un confronto usuale e informale per definire l'agenda" ha precisato il titolare del Welfare. Mentre la Camusso ha confermato la disponibilità del suo sindacato alla trattativa, a condizione che il governo non riproponga l'abolizione dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori.

Monti, intanto, sta intanto mettendo a punto il calendario dei suoi impegni internazionali. Prima tappa domani a Parigi per incontrare il presidente Nicolas Sarkozy, mentre l'11 gennaio sarà poi a Berlino dove incontrerà il cancelliere Angela Merkel. Nell'ultima settimana di gennaio il premier si recherà a Londra per incontrare il premier britannico David Cameron. Una serie di faccia a faccia necessari per preparare la riunione del consiglio europeo convocata per il 30 gennaio.
 
(05 gennaio 2012)

lunedì 2 gennaio 2012

Monti accelera sulla riforme Contatti coi partiti sulle liberalizzazioni




E' stata una giornata di lavoro a palazzo Chigi, per Mario Monti. E di telefonate per i primi contatti del 2012 con i partiti. Per lo scambio di auguri, ma anche per fare un punto sull'agenda di governo. Per ora non è previsto alcun incontro formale con i leader delle forze politiche, ma il premier ha già chiarito un aspetto: la sua intenzione di rilanciare il processo di liberalizzazioni avviato in parte a dicembre con il decreto 'salva-Italia'. Il governo vuole "allargare la platea delle categorie interessate", per dare un segnale di equità. Monti non vuole  "forzare la mano" su un argomento così delicato, di sicuro ritiene che le barriere alla libera concorrenza siano uno degli ostacoli fondamentali per la ripresa economica del paese.

Sindacati. Dopo i colloqui di ieri , non ci sono stati nuovi contatti con i sindacati. Nel governo c'è la consapevolezza che la riforma richiederà mesi. Ma Monti non vuole perder tempo: a gennaio ha in agenda una serie di incontri a livello internazionale e vuole presentarsi almeno con una bozza del suo programma. In particolare, il professore punta sull'eurogruppo del 23 gennaio, dove si presenterà nelle vesti di ministro dell'economia. In queste ore si studia un contratto "prevalente" con un lungo periodo di prova che sostituisca le oltre 40 forme contrattuali esistenti : dovrebbero resistere solo l'apprendistato e il contratto stagionale, mentre dovrebbero andare verso l'eliminazione i contratti a progetto e gli altri rapporti di collaborazione che mascherano un lavoro di tipo subordinato. I rapporti con le forze sociali saranno affidati comunque al ministro del Lavoro, Elsa Fornero. Ma a livello individuale. Senza alcun tavolo collettivo di concertazione. Il pressinge del sindacato sul governo, intanto, continua: "Con il governo serve un confronto ampio, su fisco crescita e lavoro", avverte la Cgil. E Bonanni, segretario generale della Cisl: "Serve un salto di qualità, un patto trasparente con il governo. Senza concertazione il Paese andrebbe allo sbando".

Partiti. Dal fronte del Pdl, è arrivato un avvertimento a non perdere troppo tempo con la concertazione:
Fabrizio Cicchitto, capogruppo a Montecitorio, ha definito "ragionevole" il confronto fra il governo e le parti sociali, ma ha avvertito: "In sede di decisione politica, il governo deve fare le sue scelte di intesa coi partiti che lo sostengono in Parlamento". Carta bianca sembra arrivare al governo da Casini e dall'intera area del Terzo Polo. Benedetto Della Vedova, di Futuro e Libertà: "Il dovere del governo non è quello di concertare coi sindacati e di negoziare coi partiti. E' quello di fare riforme, a partire da quelle relative al mercato del lavoro e alla liberalizzazioni, che incentivino l'investimento e l'attività economica". Più complessa la situazione nel Partito democratico: l'ala in cui militano l'ex ministro, Cesare Damiano e il responsabile economico, Stefano Fassina sembra pronta a porre più di un paletto sulla riforma del mercato del lavoro.

Gli incontri internazionali. Il premier vuole accelerare sulle riforme anche per portare risultati concreti negli appuntamenti internazionali di gennaio. Un mese ricco di incontri. Il 6 gennaio vedrà Sarkozy a Parigi, poi ci sarà il viaggio a Londra - il 18, per incontrare Cameron - e a Tripoli il 21. Il 23 è in agenda l'Eurogruppo, già prima potrebbe essere convocato un consiglio dei ministri. Il 30, a Bruxelles, il vertice Ue straordinario dedicato allo sviluppo. A fine mese potrebbe esserci anche il viaggio a Washington, alla Casa Bianca.

Legge elettorale. Sul futuro dei rapporti politici avrà sicuramente un peso la sentenza della Consulta sulla legge elettorale. E si è saputo che la Corte prenderà una decisione l'11 gennaio. E' stata convocata infatti per quel giorno la camera di consiglio con all'ordine del giorno i due quesiti per l'abrogazione del 'porcellum', la legge Calderoli che nel 2005 ha modificato le norme per l'elezione di Camera e Senato, introducendo tra l'altro le liste bloccate e il premio di maggioranza. In mattinata, a porte chiuse, i giudici costituzionali ascolteranno gli avvocati del Comitato promotore; la decisione potrebbe arrivare già nel pomeriggio.

(02 gennaio 2012)

L'obiettivo di un contratto unico contro la giungla dei lavori flessibili




di ROBERTO MANIA

REGOLE uniche per le pensioni, regole uniche anche nel mercato del lavoro. È l'obiettivo che si è dato il governo Monti. Dopo quindici anni di flessibilità spinta che ha portato a oltre quaranta tipologie contrattuali (dal lavoro in affitto fino al job on call, una vera giungla contrattuale) e che ci lascia, però, un tasso di occupazione giovanile tra i più bassi d'Europa (circa il 47 per cento contro una media Ue che viaggia intorno al 60 per cento), si è deciso di voltare pagina.

Non un ritorno al passato, ormai improponibile nella competizione globale, ma il tentativo di chiudere la lunga stagione del dualismo nel mercato del lavoro: da una parte i protetti dalle leggi e dai contratti, dall'altra i precari quasi senza leggi e diritti contrattuali.

Si prova a chiudere, pure, la presunta contrapposizione tra padri e figli. In fondo l'estensione nella forma pro rata del metodo contributivo per il calcolo della pensione rappresenta il fulcro di un nuovo patto generazionale nell'epoca dei lavori e non più del lavoro standard a tempo indeterminato.

A regime la riforma Fornero permetterà di risparmiare 20 miliardi di euro. Risorse decisive per ridisegnare gli attuali ammortizzatori sociali, nati davvero in un'altra epoca del lavoro.

Le proposte progressiste
Nuovi ammortizzatori sociali, dunque, e nuove regole (omogenee) nel mercato del lavoro, due facce della stessa medaglia. Per ridurre - come ha già detto il premier Mario Monti - l'area della precarietà. Terreno che in questi anni ha continuato a presidiare, nonostante le tante contraddizioni, la sinistra politica.

Le soluzioni in campo , infatti, quelle con cui il governo non potrà non fare i conti, sono nate a sinistra e presentate in Parlamento dalla sinistra. C'è la proposta del senatore giuslavorista Pietro Ichino che ha l'ambizione di riscrivere il diritto del lavoro; c'è il
"contratto unico" a protezione crescente, nato nelle aule universitarie (i veri ispiratori sono gli economisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi) e "adottato" dal senatore Paolo Nerozzi (ex dirigente della Cgil); e c'è anche il "contratto unico di inserimento formativo" firmato da un'ottantina di parlamentari democratici (tra i quali l'ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano), una "terza via" partita in sordina rispetto alle altre due ma, alla vigilia del confronto tra governo e parti sociali, con qualche chance in più di arrivare al traguardo.

Perché il "contratto prevalente", così come per ora hanno cominciato a chiamarlo i tecnici del ministero del Lavoro somiglia molto al modello del contratto di inserimento, concepito per tagliare via la stragrande maggioranza dei contratti di lavoro precari.

Le differenze, il nodo dell'art.18
Ci sono differenze non di poco conto tra i tre modelli a confronto, culture diverse e anche costi diversi a carico delle imprese. Ichino propone che le nuove assunzioni siano tutte a tempo indeterminato. Ma che sia anche possibile il licenziamento individuale per motivi economici, tecnici o organizzativi. Senza più il reintegro nel posto del lavoro, nel caso di licenziamento senza giusta causa (come prevede l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori), bensì con un'indennità economica di tre anni a carico in buona parte dell'impresa (da qui la sostanziale malcelata ostilità della Confindustria) pari al 90 per cento dell'ultima retribuzione per il primo anno, e poi all'80 e al 70 per cento.

L'idea è quella di rendere il datore di lavoro direttamente responsabile nel progetto di ricollocazione del lavoratore licenziato. Nulla di simile c'è nella proposta Boeri e nel disegno di legge di gran parte del Pd. Entrambi puntano a una graduale stabilizzazione del rapporto di lavoro. Fino a tre anni di prova (l'ingresso nel lavoro), poi il contratto a tempo indeterminato.

Nessun intento di modificare o attenuare lo spettro d'azione dell'articolo 18, mentre c'è l'idea (ne aveva accennato, seppur a titolo personale, la Fornero) di un salario minimo. Un tragitto che sembra aver ispirato le parole di Monti nella conferenza stampa di fine anno sul contrasto alla precarietà, ma anche la formula del "contratto prevalente" che si sta studiando al ministro del Lavoro.

LA SCHEDA  Contratti: le tre proposte sul tavolo 

 
(02 gennaio 2012)

Sindacati, allarme conflitto sociale Monti: "Intesa, ma tempi stretti"




C'è un "rischio reale" di tensioni sociali crescenti nei prossimi mesi e va contrastato con un piano per il lavoro, la vera emergenza. Lo sostiene il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, sebbene il premier Mario Monti sia fiducioso che non ci saranno "grosse" tensioni sociali. "Nei prossimi mesi - sottolinea la Camusso - la recessione avrà un impatto duro sull'occupazione e sui redditi. Il rischio che cresca il conflitto sociale man mano che cresce la disuguaglianza è reale". Alla sua preoccupazione si uniscono anche gli altri leader sindacali, Bonanni e Angeletti. E in serata Palazzo Chigi ha reso noto che il premier Monti ha telefonato a tutti i leader sindacali affermando la volontà del governo di "trovare un'intesa sui temi del mercato del lavoro" pur nell'esigenza "di operare con la sollecitudine imposta dalla situazione".

Le telefonate di Monti.  Agli auguri per il nuovo anno, nelle telefonate che oggi il presidente del Consiglio ha fatto a Susanna Camusso, segretario generale Cgil, a Raffaele Bonanni, segretario generale Cisl, a Luigi Angeletti, segretario generale Uil e a Giovanni Centrella, segretario generale Ugl si sono unite rassicurazioni sulla volontà di concertazione da parte dell'esecutivo. Monti, dice la nota di Palazzo Chigi, "ha espresso la volontà del governo di ricercare la massima intesa con le parti sociali sui temi del mercato del lavoro e dell'occupazione, pur nell'esigenza di operare con la sollecitudine imposta dalla situazione".

L'appello di Camusso. "E' meglio che il governo abbia più coraggio di quanto ne ha avuto finora e apra un confronto esplicito e costruttivo con le parti sociali sui temi della crescita e dell'occupazione", ha detto Susanna Camusso. "Noi vogliamo confrontarci sulla crescita del Paese, e per noi crescita vuol dire creare nuove occasioni di lavoro per giovani e donne e lavori meno instabili e precari per tutti". "Per questo - dice ancora  la Camusso - proponiamo un nuovo 'piano del lavoro'. Crediamo sia indispensabile ridurre il numero e la tipologia dei contratti instabili e atipici, moltiplicata in maniera irresponsabile dal governo Berlusconi".

Serve la concertazione. Secondo il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, l'inasprirsi del conflitto sociale nei prossimi mesi di recessione dipenderà soltanto dal governo. Lo afferma sottolineando che la Cisl chiede una concertazione vera su tutti i temi economici e sociali. La necessaria rapidità delle decisioni non può divenire un alibi per evitare il confronto con il sindacato. Non accetteremo - aggiunge - pacchetti pre-confezionati o ispirati da altri". "Finora - ha proseguito - il governo ha voluto fare da solo e infatti la reazione del sindacato è stata la diretta conseguenza di questa scelta. Verificheremo nei prossimi giorni se ci sarà un cambiamento nella linea del governo e se alle parole del presidente monti corrisponderanno i fatti".

Pace sociale a rischio. Molto simili anche le valutazioni del segretario della Uil Luigi Angeletti. Il governo, ha avvertito, deve cambiare rotta o c'è il rischio di nuove tensioni sociali nei prossimi mesi di recessione. "Non è nostra intenzione - sottolinea - fare del conflitto sociale la nostra regola, ma è chiaro che il governo si illude se pensa che possiamo sopportare un 2012 carico di disoccupati. La combinazione - afferma - di pensioni più basse, redditi reali decrescenti e minore occupazione non è un buon viatico per la pace sociale". E poi lancia l'allarme: "L'aumento della disoccupazione non è certo un antidoto alla pace sociale, anzi è benzina sul fuoco". Per questo, spiega sempre Angeletti, nel confronto che si aprirà con l'esecutivo "andremo a chiedere una declinazione di questa politica per la crescita. Secondo noi si deve basare soprattutto su una riduzione delle tasse sul lavoro, perché gli effetti benefici sulla crescita sono indiscutibili. Il problema principale che abbiamo è l'occupazione". Per rilanciare l'economia, secondo Angeletti, è necessario "modificare le norme sugli investimenti, perché finché le norme non cambiano gli investimenti resteranno solo ipotesi: gli ostacoli sono enormi. Solo un'autentica semplificazione, un'eliminazione radicale di molte norme può rendere credibile il fatto che si faranno sul serio gli investimenti".

Bagnasco: "Creare coesione contro la tensione". Sul tema interviene anche l'arcivescovo di Genova e presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco. Per "evitare il pericolo di tensioni sociali", dice il cardinale, è necessario "essere più positivi" e "creare coesione". "Credo che se ci mettiamo insieme nello sforzo e nella fatica di costruire dei ponti nuovi, di cambiare mentalità e creare più coesione sia nel lavoro sia nella società, a tutti i livelli le tensioni non si coaguleranno".
Bagnasco ha anche ribadito un concetto espresso ieri nel Te Deum: "A forza di seminare vento si raccoglie tempesta, la tempesta della sfiducia, del tutti contro tutti, dell'avvilimento, della litigiosità esasperata e inconcludente, della rabbia sorda ma che potrebbe scoppiare".

Riformare gli ammortizzatori sociali. Altro intervento evocato da Susanna Camusso è la necessità di "riformare gli ammortizzatori sociali per tutelare maggiormente chi perde il lavoro, senza rinunciare agli interventi urgenti che si proporranno nei prossimi mesi. Fare queste due operazioni a parità di spesa 2011 ci sembra molto difficile". "Senza dimenticare - aggiunge il segretario della Cgil - che per noi il capitolo sulle pensioni non è chiuso: ci sono delle ingiustizie e delle discriminazioni che gridano vendetta e vanno risolte. Penso soprattutto a coloro che hanno perso e perderanno il lavoro e a chi stava maturando il diritto di andare in pensione che si vede di colpo allungato il lavoro di 5 anni. Questo non è giusto - conclude - e non è accettabile".

Aumentare i salari. Un ulteriore  possibile ricetta per la crescita arriva poi da Bonanni. Nel confronto con l'esecutivo, ricorda, la Cisl avanzerà le sue proposte. "Noi pensiamo - dice - che il problema sia quello di alzare di più i salari dei lavoratori flessibili, estendere gli ammortizzatori sociali a chi oggi ne è escluso, rendere obbligatoria la previdenza integrativa e agevolare fiscalmente le assunzioni dei precari, delle donne e degli ultracinquantenni. Se non avremo una buona economia - afferma - non avremo più occupazione.

Il bluff del contratto unico. Al centro dell'intervista dei tre leader sindacali anche il tema della riforma del mercato del lavoro. Il suggerimento di Susanna Camusso è quello di introdurre una "forma di assunzione prevalente" per favorire l'occupazione di giovani, donne e cinquantenni. Non il contratto unico più volte evocato in questi giorni, quindi, ma "piuttosto una forma prevalente di assunzione (in qualche modo incentivata) che sia di inserimento e formazione insieme, sia per giovani e donne sia per cinquantenni che hanno perso il lavoro e faticano a reinserirsi. La formazione sul lavoro - sottolinea - è più utile e costa meno della formazione nei centri di formazione".

Messaggi ingannevoli. "Alcune proposte di contratto unico - avverte ancora la leader della Cgil - hanno solo il nome: sono un messaggio pubblicitario ingannevole. Infatti tutto resta com'è ora e si aggiunge un'ulteriore tipologia. Non crediamo sia questa la strada giusta". Al contrario, aggiunge, "crediamo che sia indispensabile ridurre il numero e la tipologia dei contratti instabili e atipici, moltiplicata in maniera irresponsabile dal governo Berlusconi". Sul tema del contratto unico Bonanni dal canto suo ricorda che anche la Cisl è cauta.  "Le riforme del lavoro in italia - afferma - sono state sempre il frutto di accordi tra governo e parti sociali. Il meglio della tradizione giuslavoristica italiana è sempre scaturita dalle intese sul lavoro sperimentate dalle parti sociali. Dobbiamo continuare su questa strada virtuosa e concertativa - aggiunge - senza fughe in avanti".

L'apertura della Uil. Più possibilista invece Angeletti. La proposta di un contratto unico per la riforma del mercato del lavoro, dice, ha aspetti positivi, ma serve il confronto tra le parti sociali perché le novità "calate dall'alto" non funzionano. "Non ci sottraiamo a nessuna discussione - promette il segretario generale della Uil - e il contratto unico ha degli elementi positivi. Ma il vero problema è che sul mercato del lavoro chi deve stabilire le regole sono coloro che poi le applicheranno: queste cose calate dall'alto fanno poca strada".

Muro sull'articolo 18. Quanto all'articolo 18, per la Camusso resta in ogni caso intoccabile. "Non c'entra niente - afferma il segretario generale - con i problemi della crescita e della riforma del mercato del lavoro. Lo dicono molti economisti, giuristi e molte imprese, non solo i sindacati. Quindi per noi è fuori discussione". "L'idea poi - insiste - che togliendo una salvaguardia a chi ce l'ha aumenti il grado di tutela per tutti è ridicola e penosa insieme. Sarebbe come dire che abbassare i salari dei livelli professionali più alti faccia crescere l'eguaglianza di reddito fra i lavoratori. Quello sull'articolo 18 - conclude - è un accanimento ideologico sollevato da persone che spesso non sanno di cosa parlano e di quanto poco ricorso se ne faccia nella realtà".

Nessuna possibilità di confronto sui licenziamenti facili neppure per Bonanni. "Non c'è alcun legame - sostiene - tra il precariato e l'articolo 18, che tutela solo una parte del mondo del lavoro. È solo una questione di bandiera che ogni tanto viene alimentata anche dalla stampa per ragioni ideologiche. L'articolo 18 - aggiunge - è uno specchietto per le allodole, un falso problema".

(01 gennaio 2012)

Caccia, portaerei e organici record ora la parola d'ordine è 'tagliare'




di GIAMPAOLO CADALANU

LA MIGLIOR DIFESA è l'attacco: doveva esserne convinto il ministro Giampaolo Di Paola, quando ha debuttato davanti al Parlamento annunciando da subito che anche le Forze armate erano pronte a fare voto di austerità. Ma il problema, naturalmente, è "come" imporre risparmi e rinunce, a fronte di impegni internazionali e persino interni sempre più estesi.

La strada suggerita dal ministro, in realtà accolta senza entusiasmi in Commissione, è ridurre gli organici, visto che gli stipendi valgono il 62 per cento del bilancio della Difesa, equivalente a 23 miliardi di euro più 1,4 miliardi per le missioni all'estero. Oggi i militari sono circa 180 mila, meno di quelli previsti dall'attuale modello di Difesa, per Di Paola l'ideale sarebbe molto meno, 130-140 mila, se non addirittura 90 mila. Non possiamo licenziare, si è rammaricato il ministro, e dicono che abbia scherzato: "Ci vorrebbe una guerra, o un terremoto".

Lo scontro sul cacciabombardiere
Sulla struttura delle Forze armate del futuro si confrontano in Parlamento due ipotesi principali. La prima è quella suggerita dal ministro: tagli robusti sul personale, attraverso il blocco del turn-over, e investimenti sulla tecnologia. È una strada che piace alle industrie, alla Marina e all'Aeronautica.

C'è spazio pure per il controverso Joint Strike Fighter, o F-35, il cacciabombardiere più costoso della storia. Fra ritardi, errori e rinvii, lo sfortunato progetto della Lockheed ha subito tanti ritocchi nel preventivo che oggi ogni esemplare dovrebbe costare 200 milioni di euro. L'Italia ne voleva 131, il programma prevede una spesa di almeno 15 miliardi in dodici anni, ma gli aumenti saranno inevitabili, vista la necessità di modifiche al progetto originale: solo il mese scorso la commissione del Pentagono che sta esaminando i prototipi dell'F-35 ha chiesto 725 correzioni, dal casco del pilota al sistema di aggancio in atterraggio, che ha fallito tutti i test sul campo.

Insomma, se l'ordine resterà questo, l'F-35 costerà quanto una manovra finanziaria. E' talmente caro che tutti i paesi interessati ci stanno ripensando, persino Israele e il Regno Unito hanno dovuto tagliarne i programmi e il Pentagono ha ridimensionato le richieste.

In America il dibattito è aperto, i pregi e soprattutto i difetti del cacciabombardiere sono resi pubblici spietatamente: per John McCain, eroe del Vietnam ed ex candidato repubblicano alla presidenza, il progetto F-35 è "un disastro", mentre il Washington Post lo ha definito nei giorni scorsi "un preoccupante esempio delle spese del Pentagono".

In Italia la prima a contestare la scelta è stata "Famiglia Cristiana", poi è partita una campagna massiccia, ma senza grandi risultati. Per Gian Piero Scanu, capogruppo Pd alla commissione Difesa del Senato, "è scandaloso che si sottraggano risorse così ingenti per strumenti di guerra, agli antipodi con le necessità dell'Italia". Ma Di Paola si è limitato ad annunciare che "dovrà rivedere" la lista della spesa.

La beffa della manutenzione
Anche gli esperti sono molto critici: l'F-35 è un aereo progettato per le esigenze della Guerra fredda, quasi inutile in teatri come l'Afghanistan e inferiore, secondo molti generali, al J-20 Stealth di produzione cinese. In più, del fiume di denaro necessario, in Italia resteranno solo poche gocce. Anzi, gli operai destinati a montare le ali nello stabilimento di Cameri saranno solo 600, meno dei mille impegnati oggi nella lavorazione del vecchio Eurofighter.

Ed è difficile non considerare una beffa che persino una parte della manutenzione sarà fatta all'estero: gli alleati concedono al nostro paese di usare la tecnologia antiradar Stealth, ma non si fidano tanto da rivelarne i dettagli e permetterne quindi aggiornamento e riparazioni.

La portaerei da un miliardo e mezzo
Di cancellare del tutto il programma, Di Paola non ne vuol sentire: è stato lui stesso a firmare i primi protocolli d'intesa, nel 2002, come capo di Stato maggiore. Ma soprattutto la versione B a decollo corto dell'F-35 è destinata alla Cavour, portaerei da un miliardo e mezzo di euro, fiore all'occhiello della sua amatissima Marina.

La nave è un gioiello progettato in tempi meno austeri e fortemente voluto dall'ammiraglio: se non potrà schierare sul ponte gli Jsf, rischia di svelarsi come un monumento allo spreco. Resta da vedere, dicono molti parlamentari, se non sia uno spreco comunque, visto che la politica estera italiana non sembra prevedere tentazioni imperiali. "Costruirla è stata un'assurdità, visto che c'era già la Garibaldi", dice l'esperto Massimo Paolicelli, "tanto più che le spese non finiscono mai: la nave costa duecentomila euro al giorno in navigazione, centomila quando resta in porto".

Le fregate di lusso
Ma la Cavour non basta all'arma prediletta dell'ammiraglio Di Paola, che ha ordinato dieci fregate della classe "Fremm", per 6 miliardi di euro. Anche qui gli esperti sollevano perplessità: non solo dieci navi sono tante, ma per qualche misterioso motivo costano alla Marina molto di più di quanto le paghi la Marine nationale francese.

I blindati e le basi
La seconda ipotesi prevede il mantenimento di un numero robusto di militari, con investimenti adatti per il profilo internazionale dell'Italia. In questa direzione va la spesa di 600 milioni, già autorizzata in Commissione, per blindati Lince, mezzi logistici protetti, sensori e protezioni passive per le basi avanzate. È un ordine che "vale" tre F-35, ma darà lavoro a duemila persone per tre anni.

Quest'ultimo scenario, gradito all'Esercito e all'industria italiana, appare più ragionevole e adatto ai tempi, ma richiede un cambio di rotta. E la capacità di convincimento messa in campo da chi ha interesse nei progetti più costosi sembra realmente immensa.
 
(02 gennaio 2012)

sabato 31 dicembre 2011

Berlusconi smentisce l'ingerenza tedesca "Mie dimissioni solo per senso dello Stato"




Sulla stampa internazionale impazza il toto-ricostruzioni  sulle drammatiche giornate che hanno preceduto la fine del governo di centrodestra, ma Silvio Berlusconi ribadisce che "ho lasciato senza mai essere sfiduciato in parlamento: l'ho fatto per evitare che la speculazione finanziaria si accanisse contro l'Italia e contro il risparmio delle famiglie. L'ho fatto per senso di responsabilità, per senso dello Stato. E' stato un sacrificio ma sapevo bene che la causa della crisi non era il nostro governo. La causa era ed è ancora l'euro".

Nessuna ingerenza dunque da parte della cancelliera tedesca Angela Merkel, come riferito dal Wall Street Journal, ma una scelta autonoma per il bene del Paese che secondo l'ex premier è servita solo in parte. "Nonostante la manovra del governo dei professori lo spread rimane a livelli elevati e la crisi economica continua a mordere", ha aggiunto il Cavaliere intervenendo all'edizione mattutina del Tg5.  "Risulta sempre più evidente la vergogna di chi ha indicato il mio governo come l'unica causa di questa situazione", ha detto ancora Berlusconi. Il suo governo, ha insistito, "ha fatto una manovra per tenere sotto controllo i conti pubblici e ha avviato riforme strutturali importanti".

Sul suo futuro ruolo in politica l'ex premier ha ribadito: "Sono lieto di deludere chi mi aveva archiviato: non lascerò la politica ma resterò in campo per dare sostegno alla nuova generazione di dirigenti politici e per portare il Pdl alla vittoria alle prossime elezioni".  "Anche questa volta - ha proseguito quindi riferendosi all'Italia - ce la faremo, siamo un grande Paese e un grande popolo". Il problema, semmai, ha aggiunto è europeo in quanto l'Europa è "divisa e incapace di
decidere" e  "i mercati lo hanno capito".
 
(31 dicembre 2011)

mercoledì 28 dicembre 2011

Pdl, malumori in crescita verso Monti Casini avverte: "Politica surreale"




Conclusa la fase uno, quella della dura manovra economica realizzata attraverso il decreto "salva-Italia" , Mario Monti va ripetendo che è ora il momento di passare alla fase due , quella segnata dal rilancio della crescita, dalle liberalizzazioni abortite e di una più forte spinta nella lotta al malcostume della corruzione e della evasione fiscale. Il presidente del Consiglio rientrerà a Roma già oggi per preparare il prossimo Consiglio dei ministri, convocato molto probabilmente per domani. Il ministro per la Pubblica Amministrazione e la Semplificazione, Filippo Patroni Griffi, ha istituito intanto una commissione di studio sulla trasparenza e la prevenzione della corruzione nella pubblica amministrazione. Un comitato composto da cinque esperti che avrà il compito di elaborare, in tempi brevi, proposte in tema di trasparenza e prevenzione della corruzione nella Pubblica amministrazione.

Una parte dello schieramento che sostiene il Professore teme però che tra le forze politiche presenti in Parlamento si vada facendo più forte la tentazione di archiviare il prima possibile l'esperienza del governo tecnico. E' il caso di Perferdinando Casini che ha affidato oggi al suo profilo Facebook un duro commento. "E' surreale – scrive il leader dell’UdC -confronti del governo Monti. Leggendo i giornali sembra che molti, scampato il pericolo, siano pronti a riprendere le vecchie abitudini. Ma il pericolo è più che mai davanti a noi e, se non cancelliamo le vecchie abitudini, potrebbe travolgerci".

Le insofferenze maggiori, dopo l'affondo di Silvio Berlusconi , sembrano covare in particolare nel Pdl. "Quello che sta succedendo oggi sugli spread non mi stupisce. Lo dico da mesi. Il problema di Monti è in parte lo stesso di Tremonti: ai professori, ai burocrati dell'economia ed agli intellettuali puri che danno consigli sui quotidiani sfugge la realtà del Paese. Danno e fanno ricette teoriche concordandole con altri burocrati europei senza tenere conto delle diversità sostanziali dell'Italia", lamenta ad esempio l'ex sottosegretario
Guido Crosetto. "Le medicine e le cure - continua - non sono uguali per tutti i pazienti. Un rigore tedesco o svizzero applicato all'Italia rischia di diventare mortale. Ci vuole un rigore italiano, ci vogliono interventi e riforme costruite su misura, non interventi ideologici". Nel mirino di Crosetto soprattutto l'annunciato giro di vite in materia di evasione fiscale. "Il contraccolpo dell'intervento sui contanti e delle regole fiscali asfissianti - afferma - rischia di essere molto più negativo che positivo. Serve più intelligenza concreta e serve colpire l'evasione a monte, non a valle, perché così si bloccano i consumi e si perde anche la possibilità di far pagare qualcosa attraverso l'Iva".

Del partito degli scontenti fa parte anche il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri. "In materia di liberalizzazioni - avverte - il Pdl è pronto a fare la sua parte, ma si tratta di affrontare i problemi veri, non di perseguitare alcune categorie". "Non siamo disponibili a colpi di mano unilaterali che accentuerebbero le tensioni sociali e non faciliterebbero la vita del governo", aggiunge Gasparri denunciando poi "l'iperattivismo" di alcuni esponenti dell'esecutivo che "potrebbe causare tensioni con conseguenze dannose e sconsigliabili".

Un rischio indebolimento per il governo Monti arriva poi anche dalle tensioni interne al Terzo Polo. L'Udc siciliano ha ritirato infatti oggi il suo assessore dalla giunta presieduta da Raffaele Lombardo , chiudendo così la collaborazione con il leader dell'Mpa che resta però teoricamente alleato a livello nazionale.

Frecciate contro Palazzo Chigi continuano ad arrivare intanto anche dall'estrema sinistra. "Il Pd ha dimostrato una grande generosità sostenendo il governo Monti nonostante i sondaggi riconoscessero la vittoria alla coalizione del  patto di Vasto", dice
Nichi Vendola, leader di Sel intervistato in diretta dal Tgcom24. "In ogni caso -  aggiunge - noi non romperemo con Bersani per questo atto di generosità, perché la cosa più importante è mantenere la prospettiva. Noi non siamo il governo Monti e vogliamo chiudere la stagione del berlusconismo con una svolta a sinistra. Monti faccia la sua opera nel tempo più breve possibile e poi la parola passi alla democrazia".

(27 dicembre 2011)

domenica 25 dicembre 2011

Bocca, il cronista dell'Italia liberata dalla Resistenza al nuovo millennio




FABRIZIO RAVELLI

"NELL'ITALIA liberata prima ci disarmarono, parlo di noi partigiani, e poi ci chiesero di tenere in qualche modo in piedi la baracca dello Stato. A me, che avevo comandato una divisione di Giustizia e Libertà, offrirono, a scelta, un posto da vicequestore o da sindaco. Dissi che preferivo un posto da giornalista a GL, l'edizione torinese di Italia Libera, il quotidiano del Partito d'Azione a Torino". Nel fiume sterminato della vita professionale di Giorgio Bocca è raro trovare lezioni di uno che si impanca a maestro di giornalismo. C'è questo momento fondamentale: il partigiano Bocca che, deposte a forza le armi, decide che per "tenere in piedi la baracca" c'era di meglio che buttarsi in politica. C'era da raccontare un Paese, da viaggiare e riferire, da incontrare gente e interrogarsi.

E' quello che ha fatto per tutta la sua seconda vita, mai dimenticando quella prima da partigiano che l'aveva formato per sempre. La sua unica, sbrigativa lezione, risale sempre a quegli anni: "Il mestiere del giornalista è molte cose che si imparano: scrivere chiaro e in fretta, avere capacità di sintesi, non perdersi nei dubbi e nelle esitazioni, ma anche essere colto, aperto al mondo e alle sue lezioni, capace di emozioni, di solidarietà umana": E ai giovani che gli chiedevano quale fosse il segreto (e si chiamavano Egisto Corradi, Bernardo Valli, Angelo Del Boca, Alberto Cavallari, Gigi Ghirotti), Bocca riservava una piccola rivelazione: "Non preoccupatevi, se un segreto c'è, è quello che avete già in testa, il segreto di chi ha orecchio per i suoni del creato, di chi ha occhio per la caccia, dello schermidore che sa parare e tirare".

Da GL a un giornale vero, la Gazzetta del Popolo, nei tumultuosi anni del primo dopoguerra, e sono gli anni in cui Bocca scopre la cronaca barricadiera, le corse avventurose sui luoghi dei delitti, "la politica è spesso un alibi per continuare a uccidere. E noi che raccontiamo sui giornali ciò che accade viviamo ubriachi di gioventù fra i delitti e le macerie dei bombardamenti, nelle tane urbane lasciate libere dagli sconfitti". La saponificatrice di Correggio. Gli scioperi contadini e le lotte operaie. I tardivi ritorni alle armi di piccoli gruppi partigiani, come quello "di un certo Tek Tek che si trincerò in un castello del Monferrato", e la visita di Bocca finì a tavola con una bagna caoda. Le vendette del "triangolo rosso". La strage di Villarbasse. L'alluvione del Polesine, via di corsa nella notte alla notizia che il Po ha rotto gli argini a Occhiobello, "la mia auto è una Topolino rossa, cinquecento di cilindrata, due posti, ma va sul ghiaccio e nel fango e non si rompe mai". E poi in barca sulle acque che sommergono i paesi, "navighiamo a raccoglier naufraghi mezzi morti e mezzi vivi e ad ascoltare le loro storie".

Nel '54 il salto a Milano, all'Europeo di Rizzoli, "l'Europeo, scuola di giornalismo. A scuola dalla Camilla Cederna, che era una gran signora milanese, una donna elegante e curiosa, di una curiosità inesauribile, che la manteneva indenne dal tempo, senza una ruga, senza un'ombra di stanchezza, testimone attenta con il gusto di raccontare". E Oriana Fallaci: "Ero nell'atrio della Rizzoli in piazza Carlo Erba, e dall'alto mi arriva la voce dell'Oriana che grida all'impaginatore: Riva, ma che fai? A quel bischero del Bocca un titolo a tutta pagina e all'Oriana due colonne?". I viaggi per il mondo in compagnia del fotografo Moroldo, "che non era solo un bravo fotografo, era anche la mia guardia del corpo: più alto degli altissimi watussi, nerboruto e scattante. A cercare la Begum moglie dell'Aga Khan, a intervistare il Negus re dell'Etiopia, in Israele per le Guerra dei sei giorni.

Poi per Bocca venne la stagione del Giorno, chiamato dal direttore Italo Pietra, ex-partigiano come lui: "Avevo quarant'anni, conoscevo il mestiere, Pietra mi aveva assunto, doveva aiutarmi, capii che era arrivato il momento di impormi e nel giornale delle notizie brevi chiesi pagine intere, come il primo servizio su Vigevano, la città dei calzolai". L'incipit di quel servizio è rimasto memorabile nel giornalismo italiano: "Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi: se esistono altre prospettive non le ho viste. Di abitanti cinquantasettemila, di operai venticinquemila, di milionari a battaglioni affiancati, di librerie neanche una". Sono gli anni in cui, sul Giorno che rappresentava il nuovo, le inchieste di Bocca raccontano l'Italia del boom economico. Cronache magistrali, che hanno fatto scuola per efficacia, personalità, curiosità. Più preziose di un libro di Storia. "Allora, quando giravo l'Italia per le mie inchieste, mi ero quasi convinto di essere uno che incuteva paura ai potenti, che poteva dirgli in faccia quel che pensava di loro. La megalomania dei giornalisti è quasi sopportabile nella sua ingenuità. La verità è che ero il giornalista di Enrico Mattei, del potentissimo Eni con cui i 'padroni del vapore dovevano fare i conti".

Così Bocca racconta i capitalisti alla Pesenti, ma anche i nuovi ricchi come gli ex-mezzadri di Carpi diventati industriali della maglia, e poi la Lombardia dei treni operai, il processo Eichmann in Israele, il '68 francese, la strage di Piazza Fontana, le Olimpiadi di Monaco. "Nel '64 ero a Tokyo per seguire le Olimpiadi e il Giorno, con la disinvoltura geografica tipica dei giornalisti, mi fece sapere 'Visto che sei lì, fai un salto a Saigon'.  Tornerà poi altre quattro volte a raccontare la guerra del Vietnam.

Nel '76 Giorgio Bocca è fra quelli che si imbarcano nella nuova avventura di Repubblica, accettando la scommessa di Eugenio Scalfari e Carlo Caracciolo, quella di un quotidiano nazionale che vada a sfidare il radicamento di concorrenti storici, il Corriere della Sera, la Stampa, il Messaggero. Bocca racconta gli anni di piombo del terrorismo: "Era molto difficile fare il giornalista nei giorni del terrore. Il nemico che poteva ucciderti o gambizzarti poteva essere il signore della porta accanto, o un amico di tuo figlio. Un giorno vado a un'assemblea studentesca, si avvicina un giovane e mi chiede: 'Tu sei Giorgio Bocca, il giornalista?'. Sì, rispondo. 'Spiegami una cosa: perché nei tuoi articoli dici che non sai chi sono e dove vivono i brigatisti rossi? Vedi, in quest'aula ce ne sono almeno cinque, tre regolari e due ausiliari, non ancora clandestini, vivono a casa loro e collaborano quando occorrono'".

Racconta i terroristi, andandoci a parlare, ma anche il generale Dalla Chiesa che dà loro la caccia. Nell'agosto del 1982 va a trovare a Palermo il generale, nominato prefetto antimafia: ne esce un'intervista memorabile, amarissima, rivelatrice dell'isolamento che avrebbe portato al suo assassinio soltanto un mese dopo. E ancora Bocca torna a raccontare l'Italia che cambia, la rivincita delle campagne piemontesi ed emiliane in chiave industriale. Il sindacalismo, l'ascesa di Bettino Craxi, il successo di Silvio Berlusconi con la nuova tv commerciale. Il leghismo e Umberto Bossi. Il sacrificio consapevole di Falcone e Borsellino.

E lungo tutta la carriera, i libri: dalla bellissima autobiografia Il Provinciale, al racconto della guerra partigiana, la storia della guerra fascista, la biografia di Togliatti, e i molti altri. E sempre volentieri Bocca è tornato sui luoghi della sua formazione, le montagne amate e vissute, di quando da "viaggiatore spaesato" (è il titolo di uno dei suoi libri più belli) riandava a rifugiarsi nella casa valdostana. Cercando il senso dello spaesamento nel silenzio della neve, scrutando aquile e gatti, alberi e prati. Nell'ultima pagina di "E' la stampa, bellezza! La mia avventura del giornalismo" consegnava brusco una piccola lezione: "Ecco, la chiarezza come dote regina del giornalismo. Spesso cambiata per faciloneria o irresponsabilità, ma da cercare sempre, in modo che alla fine del viaggio uno possa dire: non ho camminato alla cieca, non ho capito tutto, ma i nostri grandi vizi e le nostre umane virtù li ho riconosciuti".

(25 dicembre 2011)

giovedì 22 dicembre 2011

Berlusconi avverte Monti "Ci consulti, o non ci stiamo"




Nuovo 'avvertimento' dell'ex premier a Mario Monti. "Deve consultare il Pdl, perché siamo la maggior forza che lo sostiene. E se si va avanti con questa imposizione fiscale, le elezioni diventano possibili". E ancora: "Con la manovra è andata così, l'abbiamo approvata per questioni di urgenza, ma a Monti l'ho detto: è stata la prima e l'ultima volta".

La giornata del Cavaliere inizia con un incontro con il Professore a Palazzo Chigi. Una lunga colazione di lavoro, a cui ha partecipato anche
Gianni Letta, i cui particolari sono stati raccontati dallo stesso Berlusconi nel corso dell'incontro per i saluti natalizi con gli eurodeputati del Pdl e poi la cena con i senatori del partito.

Quasi un ultimatum: "Ci deve essere una consultazione preventiva con il Pdl, prima dei provvedimenti, altrimenti non ci staremo. La manovra per questioni di urgenza l'abbiamo approvata ma a Monti ho detto che è la prima e l'ultima volta. Siamo sempre il sostegno più importante di questa maggioranza e il governo dovrà relazionarsi con noi prima di portare qualsiasi provvedimento in Parlamento".

Eccola quindi l'idea di una cabina di regia, "una consultazione permanente con i capigruppo e i segretari", per garantire "un ampio coinvolgimento dei partiti". Un'ipotesi a cui però il segretario del Pd
Pier Luigi Bersani, che ha incontrato il premier nel pomeriggio, avrebbe detto no. "Il regista ce l'abbiamo già, lasciamo stare la cabina...".

Nell'incontro, 
Berlusconi avrebbe anche chiesto al Professore garanzie sulle frequenze tv, ottenendo rassicurazioni sul fatto che il governo si prenderà tutto il tempo disponibile per approfondire la materia e che non agirà contro gli interessi di qualcuno ma solo a favore dei cittadini. E i due avrebbero parlato anche di riforma del mercato del lavoro e delle istituzioni.

Silvio Berlusconi, sempre nei due incontri con i membri del Pdl, è poi tornato a chiedere compattezza nel partito. "Sulla manovra c'è stato qualche deputato che si è distinto proprio perché siamo un partito liberale, ma la stampa di sinistra ne ha approfittato per dire che siamo divisi". Un'eventualità che non deve più accadere.

Quindi un riferimento alla possibilità di elezioni anticipate "se questo governo continua con questa imposizione fiscale e se la posizione della sinistra e i sindacati continua sulla linea della rigidità". E in questo caso, "si potranno verificare alcune condizioni": la prima sarebbe un accordo con l'Udc, "con cui vinceremo sicuramente"; l'altra è "se i sondaggi ci dicessero che possiamo vincere anche da soli". Ma per ora le elezioni rimangono un'ipotesi lontana anche se, come ribadisce l'ex premier più volte, "siamo noi gli arbitri di questa situazione".

L'incontro Monti-Bersani. Quello con Monti è stato "uno scambio molto utile", ha riferito Bersani, aggiungendo che "abbiamo portato le nostre idee. Il Pd intende confrontarsi con lealtà, ma intende rendere chiari quelle che sono le sue idee, con lealtà e trasparenza".

Infine, il segretario del Pd riferisce di aver affrontato il tema del lavoro  con il premier, ma ponendo paletti ben precisi sui licenziamenti: "Qualcuno in giro pensa che licenziando si crei più lavoro, questa è un'assurdità e non credo sia assolutamente nelle intenzioni del governo" e di aver consigliato a Monti "di affrontare il tema della riforma del mercato del lavoro in un meccanismo di dialogo sociale".
 
(21 dicembre 2011)

La manovra passa al Senato con 257 sì Monti: "Già iniziata la fase 2 del governo"




Il decreto "Salva Italia" è legge. L'Aula del Senato ha approvato la manovra economica, dopo che sul dl il governo aveva posto la fiducia. I voti favorevoli sono stati 257, quelli contrari 41, nessun astenuto. Il decreto è stato approvato senza modifiche rispetto a quello varato dalla Camera.

A favore hanno votato Pdl, Pd, Terzo polo, Coesione nazionale e Mpa. Contrari Idv, Lega nord, Svp e Uv. Lo scorso 17 novembre l'esecutivo del professor Monti alla sua prima fiducia, ottenne 281 sì e 25 no. A favore votarono tutti i gruppi parlamentari tranne quello della Lega nord, composto appunto da 25 senatori.

Monti, "Lieto che sia legge". Poco prima della fine delle operazioni di voto al Senato sulla manovra economica è risuonato per la chiama anche il nome del presidente del Consiglio Mario Monti. Il quale, come il senatore a vita, ha pronunciato il suo "sì" sotto i banchi della presidenza del Senato, alla manovra su cui il governo aveva posto la fiducia. "Mi pare di capire che il decreto legge è definitivamente approvato. Ne sono lieto", ha detto il premier, subito dopo il via libera del Senato alla manovra. E in merito all'attività futura del governo, Monti ha detto: "La fase due è già cominciata, era dentro la fase uno. Adesso verrà sviluppata a grande velocità". 
Intanto, il presidente del Senato Renato Schifani ha annunciato che il premier sarà in Senato a gennaio per un question time. 

24 voti in meno. Il Governo Monti ha ottenuto al Senato 24 voti di fiducia in meno rispetto al 17 novembre scorso. I senatori dell'Idv sono 12, quelli di Svp e Union Valdotaine 4. I senatori assenti sono stati 23 contro i 15 della votazione di novembre. Il coordinatore regionale del Pdl lombardo Mario Mantovani non ha votato nè il 17 novembre nè oggi.

Finocchiaro: "Italia torna in Europa". "Questa è una manovra che consente Di far andare l'Italia a testa alta in Europa, perchè dimostra quanto interesse, rigore e lealtà l'Italia stia mettendo per raggiungere obiettivi indispensabili per aiutare se stessa e l'Europa a superare la crisi". Lo afferma Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato conversando con i giornalisti a palazzo Madama.
"Monti ha detto che in questa manovra è stato riequilibrato il carico ed è vero", prosegue Finocchiaro, "Peraltro io rivendico anche che l'operazione di riequilibrio, che ha portato all'introduzione di varie forme di tassazione delle rendite e dei patrimoni, è stata fatta anche grazie all'incalzare del Partito Democratico, con proposte avanzate già durante il governo Berlusconi e ovviamente mai ascoltate".
"C'è davanti a noi - sottolinea la presidente dei senatori del Pd - un grande cammino ancora da fare su due questioni cruciali, che sono quelle sulle quali abbiamo insistito nel confronto sulla manovra: il lavoro e la crescita. Su queste due questioni anche il presidente Monti si è impegnato e penso che avremo un confronto preliminare e poi un esame dei testi, che ci terrà occupati nei prossimi mesi. Si tratta di due questioni fondamentali per l'Italia, perchè il nostro paese si rimetta in piedi, attraversi la crisi e approdi a una situazione di serenità, sviluppo e tranquillità sociale".

Gasparri: "Pdl coeso". Dopo il voto di fiducia, la prima voce del Popolo della libertà è quella di Maurizio Gasparri: "Sono grato ai senatori del Pdl che pressochè all'unanimità hanno partecipato alla votazione esprimendo il loro sì alla fiducia sulla manovra economica. Ciò è avvenuto nonostante, come ho sottolineato anche nel mio intervento, il provvedimento, accanto a misure che per molti aspetti condividiamo, sia caratterizzato da scelte che noi avremmo fatto in modo diverso", dice il senatore
"L'importante è aver dimostrato ancora una volta", ha aggiunto Gasparri "l'alto grado di coesione Pdl al Senato, un punto di forza per l'azione di rafforzamento del nostro partito non solo in Parlamento ma su tutto il territorio nazionale".

Calderoli: "Orgogliosi della censura".  Roberto Calderoli, coordinatore delle segreterie della Lega, affida il suo commento sulla giornata a una nota: "Noi senatori leghisti siamo orgogliosi della censura che ci è stata comminata, perché continuiamo a ritenere illegittimo questo governo e illegittima la maggioranza che lo sostiene e a considerare il tutto come un colpo di stato". "Tra l'altro", prosegue Calderoli, "faccio notare che avevamo annunciato l'intenzione di ritirare quasi tutti i nostri emendamenti tranne dieci, ritiro che avrebbe favorito un'accelerazione dei lavori, invece con la solita arroganza hanno voluto chiedere la fiducia, non per velocizzare i lavori, quanto per coprire i sempre più palesi dissidi di una maggioranza che ormai scricchiola sempre di più".

(22 dicembre 2011) 

sabato 17 dicembre 2011

Monti teme le elezioni anticipate "Se continua così si va a sbattere"




di ALBERTO D'ARGENIO e GOFFREDO DE MARCHIS
"UN GRANDE partito è sempre in campagna elettorale", dice Silvio Berlusconi a un gruppo di deputati. E con gli ospiti di Palazzo Grazioli fissa già la data: "A maggio si vota". Pier Luigi Bersani mette di nuovo le mani avanti e indica l'obiettivo: "Questo non è il governo del Pd, il nostro vero orizzonte sono le elezioni".

Riappare il fantasma del voto anticipato. "C'è bisogno di un coordinamento politico, è fondamentale che Pd, Pdl e Terzo polo dimostrino di essere una vera maggioranza - dice allarmato il vicesegretario democratico
Enrico Letta, tifoso di Monti - altrimenti il governo va a sbattere a gennaio". Discorso che Mario Monti traduce così con i suoi collaboratori: "Dai leader mi aspetto condivisione o perlomeno non belligeranza". Perché anche a Palazzo Chigi si ragiona su una possibile caduta. "Temo un incidente di percorso già nelle prossime settimane", si è lasciato sfuggire il premier dando anche lui corpo agli spettri.

Dopo la settimana più difficile per il suo governo, quella della manovra che attraversa il campo minato della Camera, Monti non perde fiducia. Ma nei colloqui riservati analizza: "
I partiti non colgono a pieno il rischio di una continua iniezione di elementi di instabilità". È questo il punto, insiste sul fatto che "in questo momento la cura migliore per l'Italia è il consenso interno". 
Già, perché sono i fatti a dimostrarlo: a Palazzo Chigi si guardano i grafici dello spread, si nota come il differenziale si gonfia "quando traspare una minore coesione tra forze politiche e scende nei momenti di unità". È successo con Berlusconi, si sta ripetendo in piccolo con Monti. Un concetto che il premier spiega ad Angelino Alfano in un faccia a faccia improvvisato sulla porta dell'emiciclo della Camera: il professore è amareggiato per il Berlusconi che va dicendo che il governo può cadere in qualsiasi momento. "Non potete continuare con questo atteggiamento - dice freddamente al delfino - non serve a niente e fa danni. I mercati annusano le fragilità interne e attaccano". Alfano annuisce, ma Monti sa che il suo governo è nelle mani dei partiti. Anche per questo in serata dopo il suo intervento in aula Monti scrive un bigliettino che fa recapitare a Berlusconi, seduto tra i banchi del Pdl: incidente chiuso, collaboriamo. Basterà? "Non c'è piano B - si sfoga in serata un ministro di primo piano - non possiamo fare rimpasti o ribaltoni, quando ci tolgono la fiducia ce ne andiamo". Ecco perché Monti sprona i suoi: "Dobbiamo usare a pieno il tempo che abbiamo senza farci condizionare dai calcoli dei politici". Sullo sfondo la gravità della situazione, con i partiti che sembrano non averne coscienza: parlano di crisi internazionale ma quando si va al dunque "tutto ritorna domestico".

Il coordinamento politico auspicato da Letta viene ostacolato da Bersani e Berlusconi. Certificherebbe l'esistenza di un'alleanza politica che sostiene il governo. L'unica per il governo è procedere di emergenza in emergenza: superato lo scoglio della manovra, c'è l'incubo delle scadenze sui mercati. "
Tra febbraio, marzo e aprile vanno all'asta 140 miliardi di titoli di Stato. Nessuno può essere così irresponsabile da metterle a rischio", insiste l'ultrà di Monti Enrico Letta. Ma può un esecutivo cavalcare l'onda dell'emergenza e basta? Così il governo Monti non regge. Eppure Berlusconi parla come se le elezioni fossero dietro l'angolo: "Non escludo nulla. Leggo i sondaggi, vedo che Pd e Pdl hanno perso un punto, ma la Lega ne ha guadagnati solo due". Solo il Terzo Polo sembra la sentinella fedele dell'esecutivo. Il Pd per esempio non ha digerito le parole di Catricalà a Repubblica sulle lobby parlamentari che frenano le liberalizzazioni. Ha sparato nel mucchio, si lamentano i democratici. "Il governo non deve più usare il noi e voi quando si rivolge alla politica", si ribella in aula Dario Franceschini. "Sento qualcuno parlare di voto a maggio - confida Beppe Fioroni - con il ministro Passera nel ruolo che fu di Prodi". Di questo si parla mentre in aula votano la fiducia. Si parla di sfiducia.
(17 dicembre 2011)

Berlusconi: "Monti disperato, forse non dura" E attacca su pensioni e capitali scudati




"Monti è disperato, con il suo decreto sta facendo marcia indietro su tutto". Non usa mezze parole Silvio Berlusconi, durante la presentazione dell'ultimo libro di Bruno Vespa. L'ex premier attacca la manovra del suo successore, in particolare su pensioni e capitali scudati, e ne approfitta per tornare su un suo vecchio cavallo di battaglia: il cambiamento dell'assetto istituzionale dello Stato. "Nessuno nella situazione italiana può pensare di fare le cose nel modo giusto, a meno che gli italiani non consegnino a una parte politica la possibilità di cambiare la Costituzione, per avere la possibilità di governare un Paese che è assolutamente ingovernabile". E addirittura dà ragione a Mussolini: "Sto leggendo i suoi diari e mi ritrovo in molte situazioni. Si lamentava della mancanza di poteri visto che non riusciva nemmeno a raccomandare una persona". E definisce il fascismo "una democrazia minore".

"Non è detto che Monti duri". Per quanto riguarda la manovra, ci sono due misure, in particolare, nel mirino dell'ex premier. "Non si possono cambiare le pensioni, se si toccano i diritti acquisiti, o fare la patrimoniale continuativa per i capitali rientrati con lo scudo fiscale. Non ne facciamo una battaglia perchè gli evasori non sono simpatici, ma uno stato non può e non deve fare queste cose". E aggiunge: "Pacta sunt servanda".

Il Cavaliere non mette in discussione la fiducia: "Il Pdl voterà la manovra di Monti perchè in un'emergenza si tratta di scegliere il male minore". E spiega: "Se votassimo no, creeremmo un danno al Paese molto superiore all'approvazione di questo decreto". Poi l'avvertimento: "
Nessuna certezza sulla durata del governo Monti, non è detto che questo governo abbia di fronte a sè tutto il tempo della legislatura, che è un breve periodo ma in un momento come questo qualsiasi giorno può portare a cambiamenti importanti. Noi siamo pronti a votare". E al suo elettorato promette: "Nel decreto ci sono molte disposizioni che potremo sicuramente cambiare in futuro quando gli italiani ridessero a noi il governo del paese". E alla domanda: "Non crede di dover chiedere scusa agli italiani per aver sottovalutato la crisi?", la risposta è: "No, assolutamente. Il mio torto grande è di non essere riuscito a convincere gli italiani a darmi il 51% dei voti"  

Frequenze tv. 
Il Cavaliere ostenta indifferenza  per l'assegnazione delle frequenze del digitale, in programma con il contestatissimo metodo del 'beauty contest'  che di fatto favorisce Rai e Mediaset. E lancia un messaggio a chi invece invoca una vera gara, per far entrare diversi miliardi nelle casse pubbliche. "L'argomento delle frequenze tv mi lascia indifferente - dice - non me ne sono per niente interessato. Ma ho una consapevolezza, quella che con il numero incredibile di frequenze oggi disponibili ci sarà pochissima gara per occuparle, sarà difficile che qualcuno pensi di fare un'offerta. Non credo che Mediaset ne farà". 

Il Carroccio. Poi il Cavaliere se la prende con l'ex alleato, Umberto Bossi che continua a rifiutare ogni offerta di incontro: "L'alleanza con la Lega non è persa - dice - perchè se vanno da soli alle prossime amministrative perdono, e fanno perdere tutto il Nord anche a noi". E al Senatur che oggi ha detto "Se incontro Berlusconi scoppio a ridere", risponde: "Lo faccio ridere Bossi? Lui a me fa piangere". Nonostante le frecciate al veleno, il Cavaliere ufficialmente conferma l'alleanza con Bossi per le prossime elezioni politiche, per le quali torna a puntare su Alfano: "Ogni giorno che passa conquista sempre più consensi. Io penso e spero che Alfano possa essere il prossimo candidato premier".

"Bravo Cameron". Poi, la frase choc sull'Europa. Berlusconi dà ragione al premier britannico Cameron, che è rimasto fuori dalla nuova unione fiscale decisa nell'ultimo Consiglio europeo. "Credo che lui abbia fatto bene. Avrei posto il veto circa questa volontà di una politica recessiva in Europa". Frasi che tradiscono, forse, i difficili rapporti di Berlusconi con il duo Merkel-Sarkozy.

 
(15 dicembre 2011)

Frequenze tv, sì del governo all'asta Berlusconi: "Un'imboscata"




Il governo ha accolto nell'aula della Camera due ordini del giorno analoghi, di Idv, Lega ed esponenti del Pd, che lo impegna ad annullare l'assegnazione gratuita delle frequenze Tv e a indire una successiva asta "a titolo oneroso". Il documento, essendo stato accolto, non è stato posto ai voti. Lo ha comunicato il ministro per i rapporti con il Parlamento, Piero Giarda, che ha corretto una sua precedente indicazione in cui ne chiedeva l'accantonamento.

Il "beauty contest", cioé l'assegnazione a titolo gratuito delle frequenze tv liberate dal digitale terrestre era stato deciso dal governo Berlusconi e contestato dalle opposizioni in quanto assegnava agli operatori telefonici, senza alcun onere,  i canali analogici liberati. Il beauty contest era stato all'epoca votato anche dalla Lega che oggi, invece, ha presentato un Odg di segno totalmente contrario.

L'ordine del giorno della Lega, di cui il primo firmatario è Roberto Maroni, partendo dal mancato introito del "beauty contest", sottolinea come al contrario "la recente gara 4G per il mercato delle tlc ha generato un incasso superiore alle più rosee aspettative, garantendo una entrata di circa 4 miliardi". La Lega sottolinea inoltre 
"l'imprescindibile necessità" di puntare sulla banda larga, per la quale una gara potrebbe "generare nuovo gettito".

Di qui l'impegno al governo ad "annullare il bando di gara per l'assegnazione di diritto d'uso di frequenze in banda televisiva e il conseguente disciplinare di gara, che finirebbe per implementare a titolo gratuito la già rilevante detenzione di frequenze di soggetti già operanti" (Rai e Mediaset), e ad annullare conseguentemente il beauty contest. Il documento della Lega dà indicazioni tecniche per come impostare la nuova gara per l'assegnazione delle frequenze che, in ogni caso, dovranno essere "oggetto di asta a titolo oneroso".

All'assegnazione a titolo gratuito si era detta non disponibile anche Sky, ritenendo che la lunghezza dei tempi di assegnazione e la farraginosità delle procedure, non avrebbe permesso una pianificazione dei costi e dei possibili ritorni in termini economici dell'operazione. "Il governo ha accettato gli ordini del giorno per rivedere la gara sulle frequenze tv. Lo avevamo chiesto, è successo. E' un fatto positivo, molto", commenta
Walter Veltroni.

"Quello di oggi è un importante risultato raggiunto. Esprimiamo soddisfazione per l'accoglimento dell'odg a firma Di Pietro, per il quale Italia dei Valori si è battuta in Parlamento con determinazione". Così
Massimo Donadi, capogruppo di Idv alla Camera, ha commentato in Aula la decisione del governo. "Viste le esperienze in materia di ordini del giorno accolti e mai attuati, vigileremo in Parlamento affinché il governo mantenga fede agli impegni assunti, auspicando che l'esecutivo, trattandosi di adempimenti amministrativi, provveda tempestivamente ad annullare il beauty contest e organizzare una gara", ha concluso Donadi.

Ma le reazioni più attese erano quelle dell'"indiretto" interessato, l'ex premier e patron di Mediaset,
Silvio Berlusconi. Nessuna dichiarazione ufficiale, ma secondo alcuni esponenti di primo piano del Pdl, Berlusconi avrebbe parlato di vera e propria "imboscata". Il Cavaliere, riferiscono alcuni deputati che erano vicini all'ex premier in Aula, ha letto con attenzione i testi degli Odg e in particolare è rimasto colpito da uno dei due documenti, quello della Lega, a prima firma di Roberto Maroni. La doccia fredda è arrivata quando il governo, che inizialmente aveva chiesto il ritiro degli odg sulle frequenze, ha dato invece il suo via libera.
(16 dicembre 2011)

venerdì 16 dicembre 2011

Via libera al pacchetto carceri Severino apre all'amnistia



Il Consiglio dei Ministri ha appena approvato i provvedimenti per l'emergenza carceri, insieme ad alcune misure per velocizzare la giustizia civile, messe a punto dal ministro della Giustizia, Paola Severino. Il 'pacchetto' prevede diverse misure normative per affrontare l'emergenza dei penitenziari con ampliamento della possibilità di detenzione domiciliare. Approvate anche le misure per il processo penale e per quello civile, che erano all'ordine del giorno. "Quelli che abbiamo approvato sono provvedimenti di emergenza, misure doverose, necessarie e urgentissime, ma la soluzione definitiva non può venire da queste norme, che sono un tampone, bensì da una riforma del sistema carcerario" spiega il Guardasigilli. Che pronuncia parole destinate a far rumore: "'Io non ho mai escluso che l'amnistia e l'indulto siano dei mezzi che contribuiscono ad alleviare l'emergenza carceri, ma ho sempre detto che non sono dei provvedimenti di matrice governativa: se questa indicazione verrà dal Parlamento io non la contrasterò".

Tra i primi effetti del pacchetto, l'uscita progressiva dal carcere di circa tremilatrecento detenuti, per effetto del decreto che alzerà fino a 18 mesi la pena residua che si può scontare ai domiciliari. Inoltre sancisce l'uscita dal circuito carcerario per gli
arrestati in flagranza di reato, e in generale di quanti alimentano il fenomeno delle cosiddette 'porte girevoli', entrando in carcere per la sola immatricolazione per poi essere scarcerati o inviati ai domiciliari. In questo caso il beneficio sarebbe di circa 21mila detenuti 'di passaggio' in meno ogni anno negli istituti detentivi italiani.  Assegnati, inoltre, 57 milioni per l'edilizia carceraria.

I numeri. Il Governo stima che con il decreto legge in vigore potranno esserci fra i 15 ed i 20mila detenuti in meno. Attualmente ci sono nelle carceri italiane circa 67mila detenuti per circa 45mila posti. "Non possiamo quantificare con esattezza - dice Severino - quanti detenuti usciranno. La norma che riguarda le 'porte girevoli' per coloro che vengono arrestati per soli tre giorni riguarda 15-18mila detenuti. La norma che consente di scontare gli ultimi 18 mesi di pena agli arresti domiciliari riguarda 3mila persone".

Basta "porte girevoli". 
"Nel giro di 48 ore una persona saprà se dovrà andare in carcere, agli arresti domiciliari o in libertà" dice il ministro della giustizia che si riferisce al "fenomeno delle porte girevoli: vi sono circa 21 mila detenuti che entrano ed escono dal carcere nel giro di 3 giorni. Abbiamo pensato ad una soluzione nella quale il soggetto arrestato, limitandoci a
reati di offensività limitata e contenuta e quindi non di allarme sociale, vengano portati direttamente ai luoghi di custodia e nel giro di 48 ore dal giudice che convaliderà l'arresto". Poi, spiega, ci sarà la libertà, gli arresti domiciliari o il carcere senza però passare per quella "ritualità faticosa e umiliante del passaggio in carcere. E' una difesa sociale e dei diritti di chi viene arrestato". Oggi, ricorda, "il periodo è più o meno il doppio, ora il periodo è abbreviato e non v'è passaggio in carcere". Per Severino "entrare e uscire dal carcere in tre giorni vuol dire creare problemi umanitari, sociali e di sovraffollamento".

Più domiciliari.
 Per i reati con una pena massima fino a 4 anni sarà possibile a discrezione del giudice applicare la condanna alla "reclusione detentiva ai domiciliari" spiega Paola Severino. "Si passa dal sistema cautelare preventivo - spiega il ministro - al sistema penale vero e proprio, prevedendo accanto alla sanzione della reclusione la reclusione domiciliare, con la prescrizione di particolari modalita' di controllo: non dei mezzi elettronici, che non ritengo opportuno attivare perchè devono ancora essere sperimentati e dimostrare di avere costi inferiori alla detenzione carceraria". Stando alle previsioni con l'estensione dei domiciliari a chi ha davanti a sè ancora diciotto mesi di detenzione si risparmieranno 375 mila euro al giorno.

"C'è stata collegialità". 
Il criterio della assoluta collegialita' è stato pienamente mantenuto anche in questa importantissima occasione - ha detto il ministro della Giustizia, Paola Severino - E' stato approvato un pacchetto di riforme alcune per l'emergenza carceri", altre riguardano "diritto ed economia" ed "efficienza della giustizia". Rappresentano "le linee portanti che avevo avuto modo di illustrare nelle commissioni di Camera e Senato e che    costituiscono il contenuto di tre gruppi di provvedimenti". "Il sovraffollamento delle carceri è il primo dei miei pensieri ed è per questo che ho scelto lo strumento del decreto legge - continua il ministro della Giustizia - E' tempo di mettere mano ad una seria riforma del sistema penitenziario ma sarei una sognatrice se pensassi di poterlo fare con le forze che mi accompagnano e con i tempi brevi di questo governo".

Controllo sui fondi. 
"Sarà mia cura -afferma il Guardasigilli - garantire che questo denaro venga speso nel migliore dei modi. Dobbiamo completare delle opere a buon punto di realizzazione, vi sono carceri costruiti a tre quarti, padiglioni che dovrebbero consentire un ampliamento il cui completamento dovrebbe esse4e realizzabile con questo stanziamento. Sono pronta a dare conto di ogni euro che verrà speso, deve essere speso per soluzione problema edilizia carceraria, nei limiti di quello che si può fare con questi mezzi".

Circoscrizioni giudiziarie. 
"Una giustizia del giudice di pace che funziona meglio è una giustizia più vicina al cittadino e che ha una estrema importanza" continua Severino che ha dato il via libera alla "revisione delle circoscrizioni in attuazione della delega già conferita, iniziando dai giudici di pace, per non avere sprechi"

Le polemiche. "Non è concepibile un provvedimento in materia di custodia cautelare così come ipotizzato dal Governo Monti, significherebbe abbassare la guardia nei confronti del crimine ed uno schiaffo all'impegno delle forze dell'Ordine che già adesso è oltre il limite" afferma in una nota
Filippo Ascierto, parlamentare del Pdl. ma dal partito di Berlusconi si alzano altre voci critiche: "Dal governo provvedimenti inaccettabili" dicono i parlamentari del Pdl Alfredo Mantovano e Guido Crosetto. Per il leghista Sergio Divina il ddl è "un indulto mascherato". Disco verde dal Pd: "Apprezziamo innanzitutto l'approccio innovativo imperniato prevalentemente su un uso più esteso delle misure alternative alla detenzione, sull'indirizzo di depenalizzare quei reati che non rappresentano grave allarme sociale e sul principio di maggiore garanzia e legalità nell'uso della custodia cautelare".
(16 dicembre 2011)