Visualizzazione post con etichetta MARCO DAMILANO. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta MARCO DAMILANO. Mostra tutti i post

sabato 20 novembre 2010

La strana fiaba della Dama e il Cav.


di Marco Damilano

La ministra Mara Carfagna, monumento vivente del berlusconismo, si ritrova protagonista della crisi. Ma la favola volge al termine.E se davvero la Carfagna molla Silvio lo può fare anche l'Italia

(20 novembre 2010)

Succede così sul palcoscenico, nella vita e nella politica: Isso ama Issa, tra di loro si insinua il cattivo, 'O Malamente, e finisce a coltellate. Riassunto degli atti precedenti: Isso (Silvio) conosce Essa (Mara) un giorno a Palazzo, lei accompagnata dal papà suona al piano "Era de maggio", Isso si commuove e la fa principessa: prima deputata, poi addirittura ministro del suo reame. «Guardatela, se non fossi già sposato me la sposerei», si lascia andare sfidando le ire dell'allora moglie. Essa è bellissima ma anche sgobbona, studia studia, si cala bene nella parte, ci prende gusto. E a un certo punto non ci sta più fare la casalinga delle pari opportunità. Era solo un volto, comincia a parlare, a dire la sua. E qui, un giorno, la incontra 'O Malamente (Italo)...

Finirà così anche nel teatrone di Montecitorio. A schifio. La ministra Mara Carfagna è il monumento vivente del berlusconismo, la dimostrazione che si può prendere una mediocre soubrette e trasformarla in una dignitosa donna di Stato. «Il compimento della rivoluzione antropologica del potere in epoca berlusconiana», ha scritto Filippo Ceccarelli quando è stata nominata ministro nel 2008, «il prevalere della fiaba meravigliosa sulla cruda e monotona realtà, la supremazia delle identità mutevoli sulle rigide appartenenze di un tempo...». Ecco, appunto, di mutazione in mutazione, Mara si ritrova da protagonista nel cuore della crisi politica.

In mezzo alla compravendita di deputati, al calcio mercato delle carriere, la bella favola berlusconiana lascia il posto alla truce sceneggiata napoletana. Sospetti, tradimenti, vergogna. Il bell'ambientino che si è creato dalle parti di Arcore e di Palazzo Grazioli, dove tutti sono contro tutti e tutti attaccano il vicino per non essere stato abbastanza caloroso nella difesa del Capo. La Carfagna è la più esposta e la più invidiata, soprattutto dalle altre donne (forse perché è anche la più aggraziata?), ed è finita in mezzo al fuoco della maldicenza. E le foto della Mussolini nell'aula della Camera a lei che parla con Bocchino, e le allusioni alla sua amicizia con il numero due di Futuro e Libertà (che in queste ore altrimenti cupe per i finiani, raccontano, sta facendo i salti di gioia), e lei che prende le distanze dal Cavaliere dopo le sue parole sui gay, e le cattiverie sul suo conto fatte circolare dalle nuove cortigiane, quelle che non si perdono una festa e insufflano il Cavaliere: vedi, ti tradisce per i finiani?

E si possono già indovinare i prossimi atti: lacrime, strepiti («è un caso da psichiatria», ha già commentato la Mussolini), accuse («ma come? mi devi tutto! senza di me non saresti nulla! Core n'grato») richieste di perdono e magari la riappacificazione finale, con Malamente steso per terra e Isso che recupera Essa. Oppure no, il finale può cambiare: e Issa scoprirà che era Isso a rovinarle la vita e scapperà via da lui. Ed è un meraviglioso contrappasso che a dire che la favola è finita sia proprio Mara, l'ex principessa del berlusconismo. In fondo, se davvero la Carfagna molla Silvio lo può fare anche l'Italia.

domenica 11 luglio 2010

Il Cavaliere furioso


di Marco Damilano>BR>(07 luglio 2010)

Lo scontro con Fini. Il gelo con Napolitano sulla legge bavaglio. Il rischio di perdere lo scudo giudiziario. Per Berlusconi si prepara un'estate molto calda. E dagli sviluppi ancor più imprevedibili

Se sei inattivo mostra movimento, se sei attivo mostrati immobile. Chi è prudente ed aspetta con pazienza chi non lo è, sarà vittorioso... L'ha scritto Sun Tsu nella sua Arte della guerra 2.500 anni fa, ma racconta alla perfezione lo stato delle cose tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, tra l'Invincibile Armada di Arcore che non c'è più e la flotta finiana che combatte la guerriglia dentro e fuori le aule parlamentari.

Nel bel mezzo della settimana annunciata come decisiva, cominciata con le dimissioni di Aldo Brancher da ministro davanti a una corte di giustizia, il presidente della Camera si fa vedere per qualche minuto a Montecitorio, abbronzato e tranquillo, deciso a non spostarsi di un millimetro dalla sua posizione di dissidente interno nel Pdl, intenzionato a restare e continuare ogni giorno nell'opera di Signornò. Immobile come un monaco tibetano.

Al contrario dell'antagonista, il Cavaliere-premier, che si agita come un dannato e minaccia di utilizzare contro l'odiato rivale interno le armi non convenzionali. Da Palazzo Grazioli arriva l'eco di macchinazioni clamorose. Per esempio, costringere Fini ad abbandonare il seggio più alto di Montecitorio ("È quella posizione che gli consente questa spavalderia", impreca Berlusconi), con una raccolta di firme tra i deputati della maggioranza per sfiduciare il presidente della Camera: istituto non previsto dalla Costituzione e mai neppure lontamente immaginato quando a presiedere nella prima Repubblica erano personaggi come Sandro Pertini o Giorgio Napolitano, campioni di correttezza istituzionale, di certo non capipartito né tantomeno capicorrente. Sconsigliato: la petizione anti-Fini potrebbe fallire l'obiettivo, con troppi deputati costretti a mettere il loro nome in calce a una mossa che segnerebbe la fine traumatica della legislatura.

Piano di riserva: costringere i membri del governo rimasti fedeli a Fini (il ministro Andrea Ronchi, i sottosegretari Adolfo Urso, Pasquale Viespoli, Andrea Augello) a firmare una lettera di dimissioni. Impossibile farlo, però, senza un casus belli, una dissociazione aperta della corrente finiana da un provvedimento del governo. E finora gli uomini dell'ex leader di An, al dunque, hanno sempre ostentato lealtà.

E infine la bomba da fine del mondo, quella che da giorni invocano le tifoserie accaldate sulle prime pagine di "Giornale" e "Libero", il colpo di teatro. Se non si può espellere Fini dal Pdl, si può fare di più: chiudere il Pdl e riaprirlo senza il co-fondatore tra i piedi. E pazienza se lo statuto prevede che l'attuale simbolo non potrà essere utilizzato da nessuno. "E che ce ne facciamo? Quante volte abbiamo già cambiato: Forza Italia, Polo della libertà, Casa della libertà... L'importante è che sulla scheda sia sempre ben visibile il nome del nostro unico, vero simbolo: Berlusconi", si esalta l'ultrà Giorgio Stracquadanio, direttore del sito "Il Predellino", tutto un programma.

Già: per i pasdaran del partito interamente berlusconizzato il Pdl è solo l'ennesima reincarnazione di Forza Silvio, network per palati sottili che campeggia sulla home page del sito ufficiale del partitone azzurro, tanto per far capire chi comanda. E se così non è, tanto vale scioglierlo. Anche perché, intanto, il Popolo della libertà ha già pensato di andare in ordine sparso spontaneamente, senza aspettare disposizioni dall'alto.

Nella settimana della resa dei conti il partito di maggioranza relativa si presenta diviso in mille fazioni perfino su un disegno di legge in apparenza a bassa tensione, quello che crea un fondo di 12 milioni di euro per le comunità giovanili, presentato un anno fa a Palazzo Chigi da Berlusconi e fortemente voluto dal ministro Giorgia Meloni. Da qualche settimana i finiani lo hanno messo nel mirino: "Serve a finanziare la corrente degli ex An nel Pdl rimasta con Silvio", sussurrano. Quando arriva in aula comincia il tiro al bersaglio. Condotto, a sorpresa, da Alessandra Mussolini, dalla giovane deputata Nunzia De Girolamo e dal vecchio liberale Antonio Martino che sbotta: "Qui stiamo mettendo le mani nel barile del porco salato".

Nelle stesse ore al Senato si consuma lo stop and go sulla manovra Tremonti per cui un altro ministro, il fantasioso Renato Brunetta, ha coniato un'altra definizione: "C'è dentro di tutto. Sembra il manuale delle Giovani Marmotte".

Tra maiali e marmotte, pittoresca zoologia piediellina, tra ministri dimissionari e il proliferare delle correnti, il Pdl affonda in un marasma che qualcuno comincia a paragonare alla famigerata Unione di Romano Prodi. "Con la differenza che il governo del Professore poteva contare su un solo voto di scarto e aveva di fronte a sé un'opposizione agguerrita, quello di Berlusconi con cento parlamentari di scarto e il Pd ridotto male è un capolavoro di autolesionismo politico", sospira un notabile azzurro, allibito dell'inerzia del Cavaliere.

La certificazione dell'impotenza, la fotografia di quanto già avvenuto nella direzione del Pdl tre mesi fa: Berlusconi non può cacciare via Fini, Fini non ci pensa nemmeno a togliere il disturbo. Al Cavaliere potrebbe restare la soddisfazione di provare a licenziare la finiana Giulia Bongiorno dalla presidenza della commissione Giustizia che andrà rinnovata nelle prossime settimane. Ma è una piccola cosa rispetto all'unica strategia possibile rimasta al premier: tirare a campare. Lasciar passare il tempo e arrivare senza danni eccessivi all'appuntamento del 2013, l'elezione del presidente della Repubblica.

Altro che grande riforma. Altro che rivoluzione liberale.

In questa legislatura resta un unico punto all'ordine del giorno. Coronare il sogno del Cavaliere di salire al Quirinale. E di arrivarci candido, immacolato, senza l'ombra di uno scandalo o peggio di una condanna. Per questo, per esempio, Berlusconi non ha detto una parola di solidarietà con l'amico di sempre Marcello Dell'Utri ri-condannato per mafia: certi sodali è meglio far finta di non averli mai conosciuti, se vuoi fare il padre della patria. Per questo, l'ossessione di Berlusconi è sempre la stessa: chiudere i conti da regolare con la giustizia, il processo Mills, ora congelato, i processi Mediaset e Mediatrade. Negli ultimi giorni, il Cavaliere si è disamorato della legge sulle intercettazioni. Così com'è serve a poco ed è costata una quasi rottura istituzionale con Giorgio Napolitano, la rivolta della magistratura e della quasi totalità della stampa, i rapporti interni al partito devastati dai sospetti, l'umiliazione del gruppo Pdl del Senato costretto a votare con la fiducia un testo che non vedrà mai la luce e, come se non bastasse, il commissariamento di fatto del ministro Angelino Alfano: un bel bilancio per il consigliere numero uno del premier, l'avvocato Niccolò Ghedini, non c'è che dire. Ma niente paura, il prolifico Ghedini ha già convinto il Capo che ora bisogna passare a una nuova, trionfale campagna parlamentare e puntare tutto sulla rapida approvazione del lodo Alfano, lo scudo che salva il premier dai processi, inserito nella Costituzione. Rapida si fa per dire: serve una doppia lettura di Camera e Senato a distanza di almeno tre mesi più un referendum finale confermativo in cui gli italiani saranno chiamati a dire sì o no alla legge che mette nella Costituzione il principio che il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio (più i ministri, coperti anche per i "fatti antecedenti all'assunzione della funzione", nell'ultima versione) non possono essere sottoposti a processo durante il loro mandato. Calendario alla mano, se tutto va bene il referendum potrà tenersi nell'ottobre 2011, ultima data utile al Cavaliere per evitare il tribunale di Milano: nello stesso periodo, infatti, scadrà la legge sul legittimo impedimento (quella che l'ex ministro Brancher ha provato a usare per evitare il processo Antonveneta), una legge a termine che dura diciotto mesi, un ponte che permette al Cavaliere di passare indenne il tempo di approvazione del lodo Alfano costituzionalizzato.

Sembra un meccanismo perfetto, ma non è così. Basta saltare un piccolo intoppo, un emendamento imprevisto e oplà, si dovrebbe ricominciare tutto da capo: nuova doppia lettura Camera-Senato, una spola infernale da cui Silvio rischia di non uscire più. Non almeno nella data buona, ottobre 2011, quando ormai l'elezione del nuovo presidente della Repubblica si avvicinerà. "Il Pdl al Senato sta procedendo a tappe forzate", spiega il senatore del Pd Stefano Ceccanti: "Il testo del lodo che uscirà di qui non dovrà mai essere modificato nelle successive letture parlamentari". Un'impresa mica da poco. Per riuscirci Berlusconi è disposto ad accettare di buon grado le proposte di modifica sulle intercettazioni che arrivano dal Quirinale: l'importante è che la prima carica dello Stato sia d'accordo con lui sull'urgenza di approvare il lodo Alfano. Il lasciapassare di Silvio verso il Colle più alto, verso la storia, rispetto al quale si può chiudere un occhio sul fatto che per raggiungere lo scopo il Pdl alla fine potrebbe non esistere più. Con la speranza che Fini non si metta a sparare anche sul lodo. Un pia illusione: dai finiani già arrivano i primi attacchi sull'estensione del lodo ai ministri. E sullo scudo salva-premier potrebbe ripetersi il film già visto sulle intercettazioni: distinguo, trappole parlamentari. Un Vietnam per il Cavaliere che si pensava imbattibile e che si ritrova impotente. Ma se così fosse, il destino della legislatura è segnato. Se dovesse tramontare la possibilità di farsi votare il lodo dal Parlamento nei tempi previsti, a Berlusconi non resterebbe che la carta delle elezioni anticipate nella primavera 2011. L'ennesimo referendum sulla sua persona, il plebiscito che spazzerà via gli avversari e lo condurrà al Quirinale a furor di popolo. Un azzardo spericolato, con l'incognita di un Fini che si mette in proprio, magari in un terzo polo con Casini e Montezemolo che i sondaggi accreditano fino al 22 per cento. Il presidente della Camera lo sa, rilegge l'ultima massima di Sun Tsu:"Il più grande condottiero è colui che vince senza combattere". E aspetta.

martedì 22 giugno 2010

Dieci anni, mille bugie


(20 giugno 2010)

di Marco Damilano e Denise Pardo

Ricordate 'Una storia italiana', il bel libretto che Berlusconi ci spedì a casa tre elezioni fa? Siamo andati a vedere che cosa c'era scritto. E a rileggerlo adesso non si sa se ridere o piangere

Ponti, strade, porti e faraonici tunnel verso l'Europa. Uno Stato leggero, iper tecnologico, digitale. Un Parlamento finalmente snello. Una giustizia rapida con le norme riscritte da capo. E poi il Piano per il Sud, e soprattutto, la realizzazione dello slogan della vittoria, il lasciapassare per la Storia, la Rivoluzione Liberale. Via le tasse e, signore e signori, un Codice Fiscale Unico al posto di 3 mila leggi. Dopo Giustiniano e Napoleone, il Codex Berlusconi, uomo sobrio, cortese, animo bucolico e agreste. Italia 2010, il paese che non c'è. Il paese dei sogni? No, il paese di Silvio. Quello che aveva garantito nel 2001 con il libro spedito alla vigilia della campagna elettorale nelle case degli italiani per presentare lo Stato che avrebbe costruito in dieci anni, a immagine e somiglianza della sua vita e della sua vis.

Ben più che un programma, un album di famiglia, una tavola delle leggi, la proiezione di quello che sarebbe diventata l'Italia sotto la sua guida. Il titolo, indimenticabile, "Una Storia Italiana".

Dieci anni dopo, il Decennio si rivela per quello che è, una storia all'italiana: biografie candeggiate, promesse mirabolanti, progetti grandiosi. Tutto ancora da fare. "Prima della fine della legislatura arriveremo a un codice unico di norme fiscali", annuncia con l'aria di chi ne ha inventata una clamorosa il 9 giugno alla Confartigianato. Platea di personcine davvero educate o un bel po' smemorate. Infatti, la stessa scena si era ripetuta nello stesso posto due anni prima, e forse due anni prima ancora. Di certo era una delle cinque grandi missioni per cambiare il Paese. "Ecco l'Italia nuova, il progetto della Casa delle libertà, l'Italia del 2010", annunciava il cahier berlusconiano nella primavera 2001, quando Obama era solo un avvocato di Chicago, un caffè costava 800 lire e le Twin Towers erano ancora al loro posto. Invece del mondo nuovo, resta un diluvio di leggi ad personam, nessuna grande opera, solo se si escludono lifting e trapianti di capelli. Per tutti gli altri gli anni sono passati (invano), lui si comporta come se fosse sempre ai blocchi di partenza, come se fosse l'Anno Zero di Silvio.

Nel 2000 aveva decretato: via l'Irap, "che io chiamo imposta rapina". Al massimo due aliquote, una al 23 e una al 33, poi esenzione totale per famiglie con redditi bassi. Fatto e stampato. Ma qualcosa deve essere andato storto. Perché due mesi fa, il Presidente Annunciatore ha preso un altro impegno solenne: "La prima cosa che faremo sarà pensare alle famiglie numerose". E la seconda? Indovinate: via l'imposta rapina. Peccato che, ha fatto sapere Giulio Tremonti, costi almeno 40 miliardi di euro e serva a finanziare la sanità. Un dettaglio per il Cavaliere: quando andrà al governo, allora sì che vi farà vedere come si fa. Nell'attesa, le due aliquote sono rimaste nel libro dei sogni: "Le faremo entro la fine della legislatura", ha ribadito il 27 marzo, "come da me immaginato nel '94". Appunto, l'immaginazione al potere.

"Meno tasse uguale più investimenti uguale meno disoccupazione uguale più ricchezza", calcolava a inizio decennio. Al termine del decennio l'equazione è esattamente invertita: più disoccupazione, meno investimenti e la pressione fiscale in aumento: nel 2009 è salita al 43,2, tre punti sopra la media europea, "caso unico tra le grandi economie", sottolinea perfino il compassato Istat. Beh, almeno un record è stato raggiunto.

Grandi opere nel 2000? Grandi opere nel 2010. Le stesse. Per forza, non sono state mai fatte. Eh sì che non si è mica stati con le mani in mano. Prendiamo la grande opera per eccellenza, il Ponte sullo Stretto di Messina: "I lavori sono già partiti con puntualità", ha dichiarato orgoglioso il ministro Altero Matteoli, otto anni dopo il primo decreto. Peccato che non sia vero, il cantiere non è stato ancora aperto, si comincia solo a lavorare, forse, sulla linea ferroviaria di Cannitello. A furia di annunci, il ponte è diventato la cattedrale al governo del non fare. Come la Salerno-Reggio Calabria: il Dpef 2002 del governo Berlusconi giurava che l'ampliamento sarebbe terminato nel 2006, in tempo per le elezioni. Ora si punta al 2013: altro anno elettorale. Il Mose di Venezia: prima pietra nel 2003, ora a fatica a metà strada avendo già consumato quasi tutto lo stanziamento: 3,2 miliardi di euro già spesi su 4,2. La sola infrastruttura portata a termine è l'ampliamento by Anemone del patrimonio immobiliare dell'ex ministro Pietro Lunardi, l'uomo dei tunnel. Un professionista delle ristrutturazioni: le sue.

In sala d'attesa anche il Meridione. "Attuazione del Piano per il Sud, chiave di volta dello sviluppo nazionale", proclamava Silvio nel programmone. Per nove anni non se n'è saputo più nulla. Si è via via trasformato in una svaporata Banca per il Mezzogiorno e in una cabina di regia per i fondi europei. Poi, nell'estate 2009, la bomba: "Il piano è pronto". Decennale, ancora una volta: da qui al 2020, il rinascimento meridionale è assicurato. A dare il definitivo annuncio, il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola: "Il Piano Berlusconi sarà pronto entro poche settimane", avvisa a metà 2009. "Entro la fine dell'anno", corregge a settembre. "Entro l'estate", ritorna sul luogo del delitto il 28 aprile. Le ultime parole: due giorni dopo si è dimesso da ministro.

Italia 2010: nessuna "rivoluzione copernicana" all'orizzonte. Non si può dire lo stesso di Silvio 2010. O dieci anni fa non l'hanno raccontata tutta. Oppure quest'uomo è cambiato. Nel 2001 vagheggiava sui libri de chevet come "il Disprezzo del mondo" di Erasmo da Rotterdam, "Lo spaccio della bestia trionfante" di Giordano Bruno e i Mistici (sì, i mistici!) medievali: proprio il genere di testi da palinsesto del Biscione. La settimana scorsa a Parigi, ha rivelato la nuova fonte di ispirazione: "La sera leggo i "Diari di Mussolini"". Questa volta, il testo lo sta assorbendo bene. Dieci anni fa, indicava il trio di intellettuali di riferimento: Giuliano Ferrara, Paolo Guzzanti e Ferdinando Adornato (neanche una riga invece su Bossi, Fini e Casini). Oggi l'Elefantino si annoia. Adornato è finito nell'Udc, disperso, in quel mondo che definiva di "uomini cinici senza qualità". Guzzanti è un fiume in piena contro "il priapismo e cesarismo di Brianza".

Al loro posto il professore di chiara fama Gaetano Quagliariello, il martire occidentale Renato Farina e, in primis, l'estensore materiale della Storia italiana: da coordinatore redazionale a ministro della Cultura, la corroborante parabola di Sandro Bondi. Ecco uno che in questi dieci anni ha svoltato, dopo aver cantato il culto per la famiglia e la dedizione del Cavaliere verso i suoi cari, Veronica, figli di primo e di secondo letto:" Adora fare il marito e il papà, autentici momenti di felicità" strappati "al lavoro alla scrivania fino alle due e mezzo". Eh, lavoro. Scrivania. Il paese non è cambiato, ma le notti del condottiero di Arcore si sono vivacizzate: spettacolini, farfalline, abitini, letterine, meteorine. E lettoni, però. Dalla foto di gruppo esce Veronica, passa Noemi, entra Patrizia D'Addario, spuntano nel Pdl fisioterapiste, infermiere, igieniste dentali, e ora, in via del divorzio numero due, chi lo tiene? In Abruzzo, educato: "Posso palpare la signora?". Il 2 giugno, a fianco di Giorgio Napolitano, manca poco che fischi come un marinaio che non tocca terra da mesi e che salti la barriera vip in preda a un virile e molto gesticolante entusiasmo al passaggio di una avvenente crocerossina. A Sofia: "Da quando sono scapolo ho la fila dietro la porta". Chissà i prossimi dieci anni, una storia italiana cosa riserva.

Manca all'appello qualcosa? Lo Stato on line, ancora in stand by. La scuola delle tre I, Inglese, Internet, Impresa, difficile da attuare con 25 mila docenti, post cura Gelmini, senza cattedra da settembre. Sbandierava risorse per le forze dell'ordine, "da dotare di mezzi e tecnologie", nel 2001, ma sulla Finanziaria 2009 perfino il ministro Roberto Maroni si schierò con i poliziotti senza stipendi e benzina. E la Grande Riforma istituzionale: "Attribuzione ai cittadini del diritto di scegliere i governanti!", promise Silvio dieci anni fa, e invece è arrivato il Porcellum e quel poco che si poteva scegliere, con le liste bloccate è bello che andato. E "il dimezzamento del numero dei parlamentari". Mai avviato, peggio che posare la prima pietra a Messina.

Il meglio di sé il Cavaliere in questi dieci anni l'ha dato su giustizia e informazione. Nuovo codice penale, nuovo codice civile, riforma della giustizia, sbandierava al punto di partenza. E qualche giorno fa, il ministro Angelino Alfano non si è fatto cogliere impreparato: "La riforma della Giustizia? A settembre si fa, sono pronto". E ci mancherebbe, dopo solo dieci anni che ne parlano. Molto più rapidi i berluscones si sono rivelati nella giustizia creativa quando in ballo c'è il corpo del capo, anzi del reato: 39 leggi ad personam che spaziano dal legittimo impedimento alle Cirami-Cirielli-Schifani-Alfano, dalla Gasparri all'ultimo ddl sulle intercettazioni. Il ddl sulla corruzione? Insabbiato: eppure era l'unico che serviva davvero, visto il prosperare del ramo corruttori & concussori, certifica la Corte dei conti: corruzione più 229 per cento, concussione più 153 nell'ultimo anno. Finalmente, un settore del fare.

Libertà di opinione e di espressione, predicava allora. Nell'Italia 2010, l'obiettivo si è trasformato nel bavaglio all'informazione, e nella minaccia di non firmare, lui proprietario di Mediaset diventato con l'interim dello Sviluppo economico, anche ministro della televisione, il contratto di servizio con la Rai troppo faziosa ("Era una battuta", si sono affrettati a comunicare da Palazzo Chigi). Nonostante lo sbarco a viale Mazzini, di uomini di totale fiducia, dal dg Mauro Masi a quello del Tg1 Augusto Minzolini. "La libertà è come una corda tesa che non si spezza d'un colpo, ma si allenta, si infeltrisce, diventa infine libertà condizionata, libertà che non c'è più". E su questo, ce la mette tutta per non deludere. "Il nostro è un partito dei valori e dei programmi", sosteneva, "il contrario dei vecchi partiti che considerano il programma carta straccia". Lui no, se ne guarda bene. Non mettendolo mai in pratica, torna sempre utile. E sempre come nuovo.

venerdì 11 giugno 2010

Bavaglio, il sì del Senato


di Marco Damilano

Il via libera di Palazzo Madama al ddl sulle intercettazioni. Un passaggio scontato dopo la decisione del governo di mettere la fiducia per far approvare il contestatissimo provvedimento. Il Pd non ha votato. L'IdV invoca un referendum. Ecco la cronaca di una giornata all'insegna della malvagità del banale

E va bene, c'è il voto di fiducia sulle intercettazioni a rovinare la giornata, ma il frate domenicano con i rollerblade che supera allegramente autobus e motorini nella bolgia del traffico di piazza Venezia è lì a ricordare che settant'anni fa in quel luogo un capo del governo isolato e con manie di grandezza condusse l'Italia nel conflitto mondiale e al più grave disastro della sua storia. Mentre oggi, a vedere scomodate parole come libertà e dittatura con Maurizio Gasparri viene, ammettiamolo, una certa tristezza. Perché più che di una catastrofe epocale si parla dell'impunità di politici al lumicino. Più che la banalità del male è la malvagità del banale.

La seduta di palazzo Madama sulla legge bavaglio comincia come da copione: con un velo, appunto. Con una folla di giornalisti, fotografi e cameramen buttati fuori dalla tribuna stampa. E' il regolamento, certo: quando si sospende la seduta non si possono riprendere i lavori dell'aula. Però il sipario chiuso impedisce di assistere a una scena di un certo spessore: i senatori di Italia dei Valori che occupano i banchi del governo portati via di peso dai commessi di palazzo Madama.

Quando i giornalisti finalmente possono rientrare, al posto di Pardi, Bellisario e Pedica ci sono Bondi e il ministro Angelino Alfano che sfodera orgogliosamente il suo I-Pad: il ddl che sta per essere approvato trascina ancora di più il sistema giudiziario verso il Settecento, faldoni, riunioni collegiali, uffici distrettuali che devono approvare o vietare, ma il ministro tecno-vanitoso si bea del suo ultimo acquisto. Primo intervento Riccardo Villari, quello che per tre mesi ha presieduto la commissione di vigilanza Rai da solo.

Legge fogli a caratteri cubitali, c'è la diretta tv, vuole fare bella figura, esprime concetti quali "Chi vive nel Mezzogiorno conosce bene la piaga della criminalità organizzata, e sa che va superata", bontà sua. Il presidente del Senato Schifani gli spegne l'audio: "Ho esigenze imperative di diretta televisiva", più impellenti dei 75 giorni oltre i quali l'audio sarà staccato ai magistrati, evidentemente. Interviene il senatore Luigi Li Gotti (Idv). "Colleghi del Pdl, perché odiate la libertà? Oggi la grandissima maggioranza dei farabutti, dei corrotti e dei dei malfattori sta cantando: Meno male che Silvio c'è".

Replica Federico Bricolo della Lega, che sembra sempre appena uscito dal set di "Schindler's list", con la divisa delle SS ancora addosso. Cita Montanelli (aiuto!), ripete che "i cittadini sono stufi di perdere tempo. Con il governo Prodi i mafiosi stavano meglio di ora!" Bagarre, la siculo-leghista Angela Maraventano sbraita come una padana. Alfano confabula con la bionda senatrice Ada Spadoni, messa in piega e qualche quintale di brillanti addosso. Le fa vedere il suo I-Pad. Tocca ad Anna Finocchiaro. Appassionata al punto da impappinarsi, lei che è famosa per la calma gelida. "Questa legge non tutela la privacy, tutela i criminali. Vi riempite la bocca di popolo, ma volete un popolo sordo, cieco e manipolabile". Attacca Fini: "Chi oggi si accontenta non può fare finta di nulla".

Annuncia che il Pd non parteciperà al voto. E invita i senatori ad abbandonare l'aula. La seguono, in fila indiana. Chi spedito, chi riluttante. Gli ultimi a lasciare sono Follini e Marini, i più critici. "Abbiamo scoperto il '68 con mezzo secolo di ritardo…", si lamenta l'ex segretario dell'Udc. L'ultimo a uscire è il barbuto Roberto Di Giovam Paolo, cattolico democratico: "Non si lascia mai l'aula ai fascisti. Quando l'abbiamo fatto l'Aventino è andata male". E infatti, nei posti lasciati dai democratici, si accomodano la leghista Maraventano e Domenico Gramazio, "er Pinguino". Conclude Emma Bonino, resta in aula e vota no, e Gasparri, solo in mezzo ai seggi deserti, che legge l'articolo 15 della Costituzione, quello sulla segretezza della corrispondenza. E conclude gridando: "Siamo nel solco della Costituzione!". Un urlo surreale, in questa giornata. Alle due è tutto finito, le intercettazioni tornano alla Camera.

La voce dei finiani non si è udita, ma la fiducia del centrodestra che strozza i tempi del dibattito e fa cadere gli emendamenti serviva per l'appunto a far parlare il Pdl con una voce sola. Come spiega all'uscita la coscienza critica Giuseppe Pisanu: "Ho votato la fiducia", notifica con l'entusiasmo di un coscritto in partenza per il fronte. Sfilano via i rappresentanti del popolo, in mezzo ai cimeli degli eroi risorgimentali in mostra a palazzo Madama. La maschera mortuaria di Cavour, la spada di Carlo Pisacane. E i cifrari segreti con cui Giuseppe Mazzini comunicava ai suoi fratelli congiurati. Non voleva farsi intercettare dalla polizia austriaca, ma questa è decisamente un'altra storia rispetto a Verdini e Dell'Utri, già, Quagliariello che è uno storico magari troverà modo di scrivere un appunto per Gasparri.

Ultima notazione: nel Pdl non c'era il senatore Nicola Di Girolamo. E dire che se la legge fosse stata già in vigore oggi sarebbe tra i banchi del Senato e non in cella. Che uomo sfortunato.

(10 giugno 2010)

domenica 18 aprile 2010

Lo strappo dell'uomo in grigio


di Marco Damilano

Fini rischia il tutto per tutto con l'ultimatum lanciato a Berlusconi. E dopo anni passati nei ranghi, si candida a nuovo leader del Paese

Gianfranco Fini è un passo dallo strappo finale: l'uscita dal Pdl e la costituzione di gruppi parlamentari autonomi alla Camera e al Senato. Servono almeno venti deputati e dieci senatori. I deputati ribelli lasciano Montecitorio dopo la riunione con il presidente della Camera e annunciano battaglia.

«Berlusconi pretende di fare la Terza Repubblica mentre canta una canzone francese con il figlio di Bossi, la Trota. Noi con questa gente non ci stiamo!», sbotta Italo Bocchino, e pazienza se ci sono stati per sedici anni. «Quanti siamo? Molti di più di quanto immaginate», minaccia.

Sono le ore della conta. Viespoli c'è, anzi, no. Barbareschi ci sta. Il ministro Meloni non si sa. Ronchi tentenna. Granata, invece, è un uomo felice. «Il Pdl non esiste», grida a tarda sera un altro deputato finiano, il siciliano Carmelo Briguglio. Una liberazione. Il 25 aprile di Fini, con dieci giorni di anticipo.

La miccia sono state le dichiarazioni di Bossi di mercoledì sera: la richiesta del potere nelle banche e l'annuncio che la Lega si sente in corsa per Palazzo Chigi nel 2013 hanno spinto il presidente della Camera a rompere gli indugi. Ora o mai più: invecchiare da notabile impagliato come un gufo su una parete di Montecitorio, mentre Berlusconi e Lega si spartiscono il paese, fare la fine della sinistra democristiana, sempre sul punto di uscire dalla Dc e sempre rimasta dentro, fino al crollo del partito. Oppure rischiare il tutto per tutto, agire subito anche a costo di finire nel bel mezzo di una disputa sulle poltrone, chi comanda nel Pdl. Ma sarebbe una lettura riduttiva.

Nel comunicato con cui il presidente della Camera ha dato l'ultimatum a Berlusconi si parla di «un partito nazionale, attento alla coesione sociale dell'intero Paese, capace di dare risposte ai bisogni economici del mondo del lavoro e delle famiglie, garante della legalità e dei diritti civili, motore di riforme istituzionali equilibrate e condivise». Insomma, tutto quello che l'attuale Pdl berlusconiano non è.

Anni fa il filosofo Remo Bodei in "Il noi diviso" definì «passioni grigie», per distinguerle dalle passioni rosse, bianche, nere che hanno caratterizzato le grandi culture politiche, le virtù del partito d'Azione o degli eroi borghesi, inevitabilmente minoritarie: «scarsamente diffuse in Italia, respingono il fanatismo e l'estremismo, prediligono l'efficienza e la normalità. Pongono in primo piano i diritti e i doveri, la ragionevolezza, l'onestà, la serietà. Si presentano grigie e impiegatizie, modeste e di routine soltanto a coloro che considerano la democrazia un regime orientato dai gusti volgari e dalle opinioni superficiali delle folle o retto da potenti lobbies che manipolano spregiudicatamente il consenso».

Per decenni Gianfranco Fini è stato considerato un politico incolore, il leader Facis, il politico dal pensiero Lebole. Ora per salvare il suo futuro politico si trova a sfidare la montante marea berlusconian-leghista. Un fronte fragilissimo che può essere spazzato via dalla minaccia di elezioni anticipate, fatta recapitare dal presidente del Senato Renato Schifani. Ma adesso Fini è al bivio della sua carriera politica. Tornare nei ranghi come un capocorrente sconfitto o portare la scommessa fino alle estreme conseguenze. Rimanere un uomo in grigio. O restituire un leader all'Italia delle passioni grigie. Incredibile che a candidarsi a farlo sia l'ex segretario del Msi.

(16 aprile 2010)

sabato 10 aprile 2010

Chi può battere Silvio


di Marco Damilano

Dopo la sconfitta alle regionali, nel centrosinistra si apre la caccia al leader per la sfida elettorale del 2013. Un sondaggio esclusivo tra gli elettori su sette possibili candidati

La Grande Partita è cominciata un istante dopo la chiusura delle urne, appena acquisito l'ultimo risultato delle elezioni regionali. Ognuno si organizza come può e come sa. Con le armi convenzionali, mettendo in campo la forza di un partito tradizionale. Con gli strumenti offerti dai tempi nuovi: fondazioni, associazioni, think tank trasversali, comitati elettorali mascherati da fabbriche. Molto Internet: blog, circoli su Facebook, appelli su YouTube. E la cara, vecchia politica delle alleanze: annusare i potenziali sostenitori senza darlo troppo a vedere. La posta in gioco è semplice: chi guiderà il centrosinistra nella sfida contro Silvio Berlusconi nel 2013, quando il Cavaliere si candiderà a palazzo Chigi per la sesta volta consecutiva dal 1994, sempre che non riesca a trasformare l'Italia in una Repubblica presidenziale e provi a fare rotta sul Quirinale a furor di popolo?

RISULTATI DEL SONDAGGIO: Chi può sfidare Berlusconi?

Dovrebbe essere una questione da abc della politica: prepararsi per tempo, costruire una candidatura vincente con il giusto tempo a disposizione, come succede in tutte le democrazie occidentali. In Francia il nuovo inquilino dell'Eliseo sarà scelto nel 2012, ma le manovre nella gauche per indicare il candidato da contrapporre a Nicolas Sarkozy sono già in pieno svolgimento, come se si votasse domani. In Inghilterra il 6 maggio il povero David Cameron finalmente potrà affrontare il Labour Party nelle elezioni legislative dopo essersi allenato per cinque, interminabili anni: è stato nominato candidato dei conservatori a Downing Street nel 2005, quando era una giovane promessa, nell'attesa ha fatto i capelli bianchi. In Italia le liturgie sono più complesse e meno trasparenti. E per capire la strategia dei Presidenziabili, i potenziali candidati, bisogna imbarcarsi in giri tortuosi.

L'unico che prende di petto la questione è il leader di Italia dei Valori Antonio Di Pietro: "Alle elezioni regionali siamo arrivati all'ultimo giorno utile. In molti casi i candidati del centrosinistra erano improvvisati e il risultato si è visto: il partito più forte è diventato quello dell'astensione e della protesta. Non possiamo ripetere l'errore: io, Bersani, Vendola e gli altri leader della coalizione dobbiamo trovare un nome entro quest'anno, proporlo al Paese e farlo crescere. Se non si semina per tempo non si raccoglie". Nel Pd condivide l'urgenza il vice-segretario Enrico Letta, a lungo indicato tra i papabili: "Una cosa è chiara: nel 2013 il nostro avversario sarà ancora una volta Berlusconi. Le formule del passato non bastano più, dobbiamo ripensare le nostre alleanze e ritrovare lo spirito che portò il centrosinistra al governo guidato da uomini come Romano Prodi e Carlo Azeglio Ciampi". Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, fino alle regionali il numero uno nella lista dei possibili candidati premier, dopo il voto non certo esaltante per il suo partito si è fatto prudente: "Per il futuro non posso escludere nulla". Schermaglie che nascondono l'incertezza. E che la confusione nel campo del centrosinistra sia grande lo dimostra anche il sondaggio "L'espresso-Swg" pubblicato in queste pagine.

Alla domanda su quale nome potrebbe battere Berlusconi, il 18 per cento indica il presidente della Fiat Luca Cordero di Montezemolo, considerato il più attrezzato a intercettare una parte dell'elettorato che oggi si riconosce nel centrodestra, il preferito nelle fasce di età più anziane, over 65. Solo l'11 per cento vede come sfidante Bersani, tallonato dal rieletto presidente della Puglia Nichi Vendola: se votassero solo gli elettori del centrosinistra, come potrebbe accadere se il candidato premier fosse scelto con le primarie, la partita sarebbe tra loro due. Segue a poca distanza un nome a sorpresa, il governatore della Banca d'Italia Mario Draghi. E poi il comico Beppe Grillo, che nelle regioni dove si è presentato con il suo Movimento a cinque stelle è stata la vera rivelazione delle regionali, la pasionaria del Pd Rosy Bindi, in pole position tra le donne del centrosinistra e lo scrittore di "Gomorra" Roberto Saviano, i cui appelli per la legalità fanno sempre il pieno di sostenitori. Una classifica che dimostra soprattutto il senso di spaesamento che abita tra gli elettori. Il dato più interessante da registrare, infatti, è che per un terzo del campione, il 33 per cento, nessuno di questi nomi è quello giusto: bisogna cercare ancora. Il leader, insomma, non si vede, non c'è.

Eppure alcuni dei candidati in pectore sono già da tempo in movimento. Il più imperscrutabile è il numero uno della lista, Cordero di Montezemolo. Il suo impegno diretto in politica è sempre stato escluso, ma intanto da sei mesi l'ex presidente di Confindustria gira l'Italia per le iniziative della sua associazione Italia Futura. Convegno d'esordio a Roma, nella cornice di palazzo Colonna, sulla mobilità sociale, parola d'ordine promettente: "L'Italia è un paese bloccato, muoviamoci!". Seconda uscita a Napoli, su scuola e istruzione. Prossima tappa a Bologna, a metà mese, per parlare di sanità. Temi scelti con cura, quasi un programma di governo, che mister Ferrari giura di voler affidare al dibattito pubblico, senza doppi fini: "È possibile parlare di politica senza passare per golpisti?". In mezzo qualche intervista televisiva, rimbrotti ai partiti con strizzate d'occhio all'antipolitica: "L'impopolarità della classe politica sta aumentando, non dobbiamo restare passivi spettatori di quello che sta accadendo: grandi promesse, grandi proclami e poi l'incapacità di fare le riforme. La società civile non può rimanere indifferente", ha tuonato il 19 novembre all'Università Cattolica a Roma. Appelli culminati alla vigilia del voto regionale con gli articoli firmati da Andrea Romano e Carlo Calenda sul sito di Italia Futura, un invito esplicito all'astensione: "Se la politica si trasforma in un cine-panettone, meglio smettere di comprare il biglietto". L'interesse di Montezemolo per la politica non è una novità: se ne parla almeno dal 2007, da quando l'allora presidente di Confindustria nella relazione di fine mandato sparò a zero sulla "casta" dei politici di professione e sul governo Prodi. E il Professore cominciò a sfotterlo: negli incontri a palazzo Chigi lo chiamava "signor Primo ministro". Meno chiaro il progetto: l'idea di proporsi come federatore di un nuovo partito di centro che dovrebbe partire dall'Udc di Pier Ferdinando Casini, passare per Francesco Rutelli e arrivare dalle parti di Gianfranco Fini, è sempre stata più un'ipotesi giornalistica che una realtà ed esce ancora più indebolita dal risultato delle regionali. Ma anche l'ambizione di diventare il perno di un vagheggiato dopo-Berlusconi, deve fare i conti con un problema non trascurabile: il Cavaliere è ancora qui, vivo e vegeto, più forte di prima.

In queste condizioni il Montezemolo tour sembra destinato a durare ancora per un po'. Anche se tra i sostenitori della necessità di trovare un nome esterno ai partiti per la futura candidatura a premier c'è un insospettabile come Di Pietro: "Serve una figura di alto profilo, non possiamo essere né io né Bersani. Una personalità che ridia al paese pacificazione, serenità, fiducia. Che sappia parlare di occupazione, lavoro, sicurezza, ambiente e abbia la professionalità per gestire situazioni e emergenze senza diventare un fantoccio nelle mani dei partiti. Una storia non ideologica". Un identikit che calza perfettamente addosso a Mario Draghi, se non fosse che il governatore di Banca d'Italia non ha nessuna intenzione di farsi coinvolgere nelle beghe politiche, impegnato com'è in una partita molto più delicata e strategica, la difficile corsa per la presidenza della Banca centrale europea dove il sostegno del governo italiano è essenziale. E dunque il candidato fantasma agitato dal leader di Italia dei Valori serve a ottenere un risultato di breve periodo: sbarrare la strada ai nomi che si stanno facendo avanti nel centrosinistra. Il governatore della Puglia Vendola, per esempio, nasconde a stento la sua voglia di gareggiare dopo la doppia vittoria, contro Massimo D'Alema e lo stato maggiore del Pd alle primarie e contro il Pdl. Non a caso il più rapido a sondare il potenziale avversario è stato proprio il Cavaliere. Il premier è stato il primo a farsi vivo con il governatore con l'orecchino dopo la rielezione. Il cellulare di Vendola ha squillato di buon mattino. "Nichi, come stai? Complimenti, hai fatto una campagna elettorale eccezionale. E poi, hai visto, non ci siamo mai attaccati sul piano personale... ".

Tra i due la simpatia risale a qualche anno fa, cementata da un intermediario, il fondatore del San Raffaele don Luigi Verzè, amico di entrambi. E Berlusconi riconosce a Vendola alcuni ingredienti che gli sono familiari: il fiuto per il pubblico, le doti di combattente, una biografia anomala. Il fattore leader che Vendola intende mettere a frutto nelle prossime settimane. In Puglia ha sepolto le strutture di partito con l'invenzione della Fabbrica, che da semplice comitato elettorale si sta trasformando in qualcosa di più ambizioso: un modello da esportare in tutta Italia. Una rete di fabbriche di Nichi, da costituire in ogni regione, circoli destinati a trasformarsi al momento opportuno nel motore della candidatura di Vendola alle primarie del centrosinistra. Per ripetere l'operazione già riuscita in Puglia. Spaccare il Pd e trascinare una parte dei suoi quadri a sostenere l'uomo della sinistra radicale che ormai acchiappa consensi anche tra i moderati e perfino tra i dalemiani di strettissima osservanza: "Sono sempre stato dalla sua parte", fa sapere in ogni dove il senatore del Pd Nicola La Torre.

Resta l'incognita Pd. Il convitato di pietra: nessun aspirante candidato alla sfida contro Berlusconi può rinunciare al sostegno del partito più grande, ma lo schema secondo cui spetta al segretario dei Democratici l'indicazione del leader della coalizione è uscito seriamente ammaccato dal voto regionale. Anche perché il partito solido invocato da Bersani in molte zone non si è visto. Nelle due regioni chiave, il Piemonte e il Lazio, l'analisi del voto del Pd è poco confortante. Nella regione espugnata da Roberto Cota gli assessori della giunta Bresso sono stati quasi tutti trombati in modo inglorioso: l'uomo chiave, il potente vice-presidente e assessore al Bilancio Paolo Peveraro ha raggranellato a Torino appena 2300 preferenze, una miseria. A Bussoleno, il comune simbolo del movimento No Tav, il Pd si è fermato al 14 per cento. La metà della lista Grillo che in Val di Susa ha conquistato il 28 e che nel capoluogo ha preso più voti dell'Udc: una beffa, se si pensa agli infiniti tavoli di trattativa di Bersani con i centristi. Nel Lazio, al contrario, sono rientrati in consiglio regionale gli assessori della giunta Marrazzo al gran completo: quindici eletti, tutti uomini, roba da rimpiangere le liste bloccate, che almeno costringono a nominare qualche giovane donna.

Alcuni di loro hanno avuto la bella idea di affiggere un manifesto per ringraziare gli elettori, come se il disastro romano del Pd non li riguardasse: centomila voti in meno nella Capitale rispetto alle europee di un anno fa, addirittura trecentomila in meno rispetto al 2008, consensi dimezzati. Un partito da rifare. In mano ai potentati locali nelle regioni centro-meridionali, senza radici nella società dove ha pure ben governato (vedi Piemonte), in calo nelle tradizionali roccaforti, con l'eccezione della Toscana del signor Enrico Rossi, il trionfo della normalità. E dilaniato dalla ripresa delle ostilità a Roma: i veltroniani in guerra con il segretario, D'Alema insoddisfatto, i quarantenni che scalpitano. Un film già visto, quello che portò in pochi mesi alle dimissioni di Veltroni. Per sfuggire allo stesso destino Bersani ha una sola carta a disposizione: fare il leader, trovare un progetto e magari anche la figura di un candidato premier su cui portare tutto il partito. Ma il nome ancora non c'è, è tutto da inventare. E intanto il presidenzialismo targato Berlusconi-Bossi corre più veloce della maledetta Tav.

(07 aprile 2010)

sabato 3 aprile 2010

Padroni d'Italia




di Marco Damilano


Bossi incassa un grande successo elettorale. E può dettare l'agenda al governo. E Berlusconi è pronto a concedere un federalismo hard per ottenere il via libera al presidenzialismo


E ora la "famiglia trasversale" Pdl-Lega, per parafrasare la beffarda espressione usata da Umberto Bossi sul palco romano di San Giovanni abbracciando il suo partner Silvio Berlusconi, si prepara a celebrare degnamente nel 2011 i 150 anni dell'unità italiana. Con una rivoluzione istituzionale: federalismo hard, come desidera la Lega, non più quello dai tempi biblici dei regolamenti attuativi e delle bicameraline, ai limiti della secessione. E l'elezione diretta del capo dello Stato, il presidenzialismo senza contrappesi, per portare il Cavaliere al Quirinale ben prima della scadenza naturale del mandato di Giorgio Napolitano. La Terza Repubblica, da fondare sulle macerie del vecchio sistema politico. A furor di popolo, con tanto di firme nei gazebo e referendum per l'approvazione finale.


Fantapolitica pensare che tutto questo sia conseguenza di un semplice voto regionale? No, perché le elezioni del 28 e 29 marzo erano state interpretate dal Cavaliere come una scelta di campo, un'ordalia, un giudizio di Dio da chiedere al popolo sovrano. E ora il popolo ha parlato, consegnando alla Lega una vittoria senza precedenti che la consolida come il partito egemone del Nord Italia, il nuovo potere che promette di durare come e più della Dc nelle stesse zone che furono cassaforte di consensi per la Balena bianca. E concedendo al premier il via libera, i pieni poteri per realizzare il suo progetto di riforma costituzionale. Guai a chi si mette in mezzo: istituzioni di garanzia, controllori, stampa, magistratura. «L'opposizione moderata", come la chiamano i portavoce berlusconiani, il Pd e l'Udc, se vuole aggiungersi sarà benvenuta, altrimenti il Pdl e la Lega faranno da soli, poche storie.


Ci sono tre anni di tempo da qui alla fine della legislatura, senza altre consultazioni nazionali a intralciare i piani del Cavaliere: ora o mai più. E già che ci siamo, mentre si riscrive la Costituzione, nell'Agenda Berlusconi trovano posto i tanti conti lasciati in sospeso in attesa del voto regionale. La riforma della giustizia, con i pm da portare sotto il controllo dell'esecutivo. La legge sulle intercettazioni, con il divieto di pubblicazione delle telefonate che incastrano i colletti bianchi, magari anche quelli che erano di casa a Palazzo Chigi. Poi, dato che l'appetito vien mangiando, i pavidi vertici di viale Mazzini potrebbero finalmente prendere coraggio e provare a cacciare Michele Santoro dalla Rai, come reclama da tempo il loro editore di riferimento: è stato così sereno questo mese senza talk show, e così fruttuoso.


E ci sono altre cambiali da pagare. La legge sul testamento biologico, che sta molto a cuore alla Chiesa, è bloccata alla Camera dalla scorsa estate: bisognerà accelerarne l'approvazione, è il minimo che si possa fare per ringraziare la gerarchia ecclesiastica che la settimana prima del voto è scesa in campo per bloccare Emma Bonino nel Lazio. Un altolà che ha consolidato la scelta di una parte dell'elettorato cattolico vicino al centrosinistra di restare a casa la domenica degli ulivi e delle elezioni. E guai a chi proverà a mettersi in mezzo, a «remare contro", come ha scandito gelido Berlusconi la notte del voto. Pensa a Gianfranco Fini, naturalmente. L'unica voce del centrodestra che ha provato a bloccare la fusione con la Lega: "Il Pdl non può diventare la fotocopia del Carroccio", quante volte l'ha ripetuto il presidente della Camera? Il problema è che l'ex leader di An alla fine si è ritrovato senza modello originale. Quello che aveva immaginato con la candidatura di Renata Polverini nel Lazio in alleanza con l'Udc di Pier Ferdinando Casini si è dissolto il giorno che la lista del Pdl è stata esclusa a Roma e la sua pupilla è stata costretta a legarsi mani e piedi al Santo di Arcore, per chiedergli il miracolo. La grazia è arrivata: bastava stare in piazza del Popolo all'una di notte, al momento della vittoria, per capire chi ha vinto nel Lazio. Tassisti, centri sociali di destra, signore platinate, ultrà della curva, elettorato di An, il sindaco di Roma Gianni Alemanno uniti in un solo coro: "Silvio Silvio". Con un notabile locale che sintetizzava al telefono: "E ora Fini se ne deve anna' a affan...".


E ora il presidente della Camera si butterà sul presidenzialismo: da fare con i pesi e i contrappesi necessari, ma in fondo l'idea gli appartiene da sempre, per tradizione e cultura politica. E potrebbe rappresentare lo sbocco futuro della sua carriera. Mettersi di traverso, al contrario, sarebbe una mossa ad alto rischio: con Alemanno che si candida già a rappresentare nel Pdl la destra sociale rimasta orfana di leader. Eppure, a guardarlo da vicino, il risultato del Pdl è stato tutt'altro che trionfale nelle regioni del Nord: a dieci punti di distanza dalla Lega in Veneto (dove incassa anche la sconfitta di Brunetta), incalzato in Lombardia, costretto a cedere il Piemonte al leghista Roberto Cota. Con Bossi che commenta saracastico:"Ho chiamato Silvio per complimentarmi per la buona tenuta del Pdl rispetto allo tsunami Lega". In più, il Senatur prenota per sé la poltrona di sindaco di Milano: l'ingresso nel salotto buono, dell'alta finanza e dell'Expo 2015. Ma Berlusconi non ha nessuna passione per i risultati del Pdl. Non ragiona come un segretario di partito: quella è roba da Verdini e Bondi, l'intendenza.


A lui interessa il risultato finale: l'avrebbe ottenuto, forse, perfino nella Puglia di Nichi Vendola se il ras locale Raffaele Fitto non si fosse impuntato nel veto contro Adriana Poli Bortone. L'unica macchia, lavata con le dimissioni del ministro, in un risultato clamoroso in Campania e Calabria che conferma la supremazia dell'armata del Cavaliere al Sud. E per il premier il rapporto con la Lega è la stella polare. Provò a schiacciare il Senatur nel '94, quando Bossi fece cadere il suo primo governo e Berlusconi cercò di sfilargli le truppe. In quel momento nessuno avrebbe scommesso una lira sulla tenuta del Carroccio: la Lega sembrava una meteora, un movimento di protesta, un termometro buono a indicare la febbre del Nord, destinato a essere cannibalizzato da Forza Italia. Invece è rimasto in piedi. Il Cavaliere ha ritentato l'operazione nel 2004, quando dopo il malore di Bossi la Lega si ritrovò all'improvviso senza capo. Anche in quel caso, la classe dirigente padana, Roberto Maroni, Roberto Calderoli, Roberto Castelli e soprattutto l'emergente Giancarlo Giorgetti, fece quadrato per salvare l'autonomia della Lega.


Ora le parti si sono invertite: il potere della Lega promette di durare decenni, come i democristiani in Veneto o i comunisti e i loro eredi in Emilia. Mentre il Pdl senza Berlusconi è poca cosa: il trio Bondi-Verdini-La Russa, una federazione di potentati in rissa permanente, più il taciturno Tremonti. Insieme, però, rappresentano il bulldozer che intende spianare ciò che resta delle istituzioni della prima Repubblica, il delicato sistema stabilito nella Costituzione del '48. Una Carta che a Berlusconi e Bossi non è mai piaciuta. Secessione e presidenzialismo, le due cose si tengono. Per la Lega significa alludere all'ora X della disgregazione nazionale mentre si consolida la gestione dell'amministrazione, come faceva il Pci negli anni Cinquanta. Per Berlusconi vuol dire indicare la soluzione al problema che lui stesso ha provocato: presentarsi come l'unico garante dell'unità nazionale, il solo che può trattenere le genti del Nord, con un forte potere centrale, l'elezione diretta, un signore eletto dal popolo. Dell'Italia. E della Padania. Ora o mai più.



(31 marzo 2010)

venerdì 15 gennaio 2010

La triplice santa alleanza

di Marco Damilano


Regionali. Giustizia. Nuove regole. È asse tra Fini, Casini e D'Alema. Per fermare il Cavaliere


Invocano in pubblico lo Spirito Santo, che venga ad assisterli, «perché il suo popolo non perisca nel male», come recita l'antico canto liturgico. Lo chiama in soccorso Gianfranco Fini, durante un eccitante convegno sulla legislazione, che il presidente della Camera utilizza per lanciare il primo siluretto del nuovo anno all'indirizzo di Silvio Berlusconi: «È una mitologia pensare che si possa governare facendo affidamento solo sul voto popolare e scavalcando il Parlamento». Parole non casuali, nelle ore in cui l'avvocato del premier Niccolò Ghedini cucina il nuovo marchingegno salva-Berlusconi: un decreto, subito ritirato, che sospendeva i processi del Cavaliere per tre mesi, giusto il tempo della campagna elettorale. Accanto a Fini il predecessore Pier Ferdinando Casini annuisce vistosamente. E quando Fini nomina lo Spirito, Casini si unisce: «Abbiamo bisogno di essere illuminati ».

La terza persona della Trinità non c'è, è rappresentata nella sala della Lupa da Luciano Violante. Ma gli altri due lo tengono ben presente: l'ex premier, aspirante presidente del Comitato parlamentare sui servizi segreti, Massimo D'Alema. Perché tocca a loro, alle tre volpi ingrigite della Seconda Repubblica, provare a modificare nelle prossime settimane lo schema della politica italiana. Marciare divisi, almeno nella maggior parte dei casi, per colpire uniti. Con l'ambizione comune di scompaginare gli attuali schieramenti, regolare i conti interni, ridisegnare le regole del gioco. Fino a costituire un partito, trasversale. Un Tripartito. Il Tripartito Fini-Casini-D'Alema è già entrato in azione, almeno a dare retta alle voci che accompagnano il convulso rebus delle candidature alle elezioni regionali. «Se Emma Bonino nel Lazio dovesse per
dere c'è una parte del Pd che già si prepara tra pochi mesi ad entrare in giunta con Renata Polverini», ha confidato ad alcuni amici un importante dirigente del Pd romano. Nella vertiginosa eventualità che pochi mesi dopo il voto si possa verificare una spaccatura tra l'ala berlusconiana del Pdl e gli uomini di Fini più vicini alla segretaria dell'Ugl candidata alla presidenza del Lazio, sostenuta dall'Udc di Casini. Roba da fantapolitica. Se non fosse che l'incredibile scenario ha appena preso corpo in Sicilia. Qui il governatore Raffaele Lombardo, eletto 20 mesi fa con il 65 per cento dei voti con una coalizione di centrodestra, ha ribaltato la sua maggioranza, ha scaricato mezzo Pdl e ha messo su una nuova giunta con l'appoggio esterno di una parte del Pd. A benedire l'operazione, la settimana scorsa, è volato il presidente della Camera in persona, ospite di Lombardo a Palermo per una festosa colazione a base di tè e biscotti: «Un laboratorio importante, per fare finalmente le riforme che la Sicilia attende da anni», ha approvato Fini.
D'Alema con Lombardo aveva già parlato, assicurando il suo occhio di riguardo per la manovra. E infatti il capogruppo del Pd all'Assemblea regionale siciliana Antonello Cracolici, dalemiano di stretta osservanza, è il sostenitore più sfegatato del ribaltone. E pazienza se il partito si è diviso in quattro. L'Udc di Casini non c'è, per ora è stato escluso dall'accordo. Ma il purgatorio centrista, si può scommettere, non durerà a lungo. Perché intanto Pier ha portato a casa un risultato di bandiera: in Sicilia i due schieramenti storici non ci sono più. Estinti. Polverizzati. Al loro posto, la nuova politica. Quella che si vorrebbe costruire nel resto d'Italia. L'era dei partiti Avatar. Con una faccia da mostrare agli elettori. E i leader che manovrano indisturbati le loro creature virtuali nella sala di comando, al riparo da primarie, elezioni dirette, suggestioni obamiane e altre americanate. Laboratorio della nuova stagione è il Lazio, dove Fini e Casini si sono alleati sotto le bandiere della Polverini e D'Alema sostiene la Bonino. «Sparge sale sulle ferite», spiega un deputato del Pd: «Azzera il gruppo dirigente romano, ancora di fedeltà veltroniana. E si intesta la paternità della candidatura radicale: se la Bonino vince Massimo dirà che è stata un'idea sua, se perde riscuoterà la gratitudine di Fini e Casini che l'hanno presa come una desistenza mascherata: un nome di prestigio ma non imbattibile a Roma, dove il voto dei preti conta qualcosa».

E dire che il capogruppo del Pd in Campidoglio, Umberto Marroni, ultra-dalemiano, non voleva sentirne parlare: «Candidare la Bonino nel Lazio? Sarebbe come mettere un dito nell'occhio al Vaticano ». Fedele alla linea togliattiana dell'incontro con i cattolici: non informato del contrordine compagni, evidentemente. Più complicato per gli scienziati delle nuove alleanze far reagire le alchimie della politica in Puglia. Qui l'asse si sposta: D'Alema e Casini da una parte, Fini dall'altra. Massimo e Pier da mesi sognano di costruire la nuova Santa Alleanza. «La sinistra blairiana e il centro riformista», sintetizza Angelo Sanza, plenipotenziario dell'Udc nel Tavoliere. C'era un piccolo ostacolo da rimuovere, l'attuale governatore Nichi Vendola. Inviso a entrambi: Casini, si racconta, per l'ostilità di Nichi il rosso alla privatizzazione dell'Acquedotto pugliese che fa gola al gruppo Caltagirone, D'Alema per la rapidità con cui Vendola ha licenziato dalla sua giunta gli assessori (dalemiani) lambiti dalle inchieste sulla sanità. Tra i due il più duro con Vendola, a sorpresa, è il suo ex compagno di partito D'Alema, mentre Casini forse avrebbe potuto appoggiarlo, come in Piemonte con Mercedes Bresso. E invece D'Alema è riuscito a trascinare tutto il Pd nazionale nella contesa sul suo territorio: in altre regioni in bilico, il Lazio, la Campania, la Calabria, attendono la fine della guerra pugliese. Clan e tribù, una situazione balcanica in cui ora l'ex premier confessa di non capirci più tanto neppure lui: come se il maresciallo Tito assistesse da vivo alla frantumazione della Jugoslavia. E il rivale Vendola ironizza ferocemente sulle sue qualità di stratega: «D'Alema è partito con il realismo. Poi è passato all'iper- realismo. Ed è arrivato al surrealismo».

Il terzo uomo, il presidente della Camera, si è tirato fuori dalla bagarre delle regionali, chiusa per lui con piena soddisfazione: Renata Polverini candidata nel Lazio (con il sì di Casini), Giuseppe Scopelliti in Calabria, e lo spettacolo di un Pdl a corto di personalità quando deve cercarle tra gli ex Forza Italia. «In una regione simbolo come la Campania non si è trovato un nome più forte del socialista Stefano Caldoro», fa notare l'intellettuale di Farefuturo Alessandro Campi. Ma per la terza carica dello Stato il problema resta il rapporto con Berlusconi. Sulla questione giustizia, scelta dal Cavaliere - come poteva essere altrimenti?- come terreno per riportare il partito sotto la sua leadership. In quarantott'ore la recita del dialogo, messa in scena per tutte le vacanze di Natale, si è rivelata per quello che era: una presa in giro. Al suo posto, la solita girandola di provvedimenti ad personam: il processo breve al Senato, peggiorato dall'emendamento dell'ex An Giuseppe Valentino, che estende la tagliola dei tempi dalle persone fisiche a quelle giuridiche, società del premier comprese.

E poi l'ipotesi di un decreto per sospendere i processi per tre mesi, escogitato da Ghedini, che aveva riportato alle stelle la tensione tra Palazzo Chigi e il Quirinale. Risultato: commissioni e aule parlamentari intasate da leggi sempre più macchinose, costrette a discutere di un solo tema, la giustizia. L'unico che stia davvero a cuore a Berlusconi. Un'ossessione. Una bulimia. Come dimostra il simpatico dono distribuito dal premier ai presenti durante il vertice a Palazzo Grazioli di ripresa delle attività: al posto di banali orologi, un fascicoletto con il sunto di un capitolo dell'ultimo libro di Bruno Vespa, quello dedicato al processo Mills, con l'autodifesa di Berlusconi, la stessa che difficilmente potrà essere ascoltata in tribunale. Un bignamino da imparare a memoria e ripetere in tutte le sedi. Non facile per Fini fare da argine al Cavaliere scatenato. Sul decreto Ghedini il presidente della Camera ha posto un'unica condizione per farlo passare, in sintonia con le preoccupazioni di Giorgio Napolitano: «Il presidente firmerà il decreto, io ti darò copertura politica. Ma tu devi far ritirare il processo breve al Senato che sta provocando la reazione di tutto il mondo giudiziario. Non puoi volere tutto», ha spiegato Fini a Berlusconi. Niente da fare: il premier non si fida, i sondaggi gli hanno restituito forza, vuole chiudere la partita con tutti i mezzi a disposizione. Un inasprimento che rende ancora più urgente per Fini l'esigenza di trovare nuovi alleati, uscire dal recinto del Pdl, sempre più soffocante. La settimana prossima il presidente della Camera riceverà a Montecitorio il cardinale Camillo Ruini, unico cervello politico della Chiesa in servizio. Un incontro che segna la fine di mesi di freddezza tra Fini e i vertici ecclesiastici, dopo le polemiche sul testamento biologico, molto gradito da Casini.

E con D'Alema continua il lavoro delle fondazioni Farefuturo e Italianieuropei. «Il presidente della Camera è il motore delle riforme, il catalizzatore del dialogo», spiega il leader dell'Udc. Sulla legge elettorale tedesca, che piace a Casini e a D'Alema, Fini in passato si è dimostrato poco entusiasta. Ma potrebbe cambiare idea: un pragmatico come lui non si impunta su un modello istituzionale. Ed è in ottima compagnia. Fini, Casini e D'Alema sono tre professionisti di partito che marciano in parallelo da più di trent'anni, da quando Massimo dirigeva la Fgci, Gianfranco il Fronte della Gioventù e Pier il movimento giovanile della Dc. Ora sono alla svolta di una lunga carriera. Costruire l'asse portante di un nuovo sistema o rassegnarsi a un futuro di notabilato. Possono diventare il triangolo magico della Terza Repubblica, se mai nascerà. O finire per rappresentare il volto di una politica senza più baricentro.

(14 gennaio 2010)