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sabato 13 novembre 2010

Così è crollato il muro dell'omertà ora lo Stato ammette un cedimento


di ATTILIO BOLZONI

È LA prima volta che un uomo di governo dell'epoca confessa un cedimento, un gesto di resa verso la mafia siciliana. È la prima volta, dopo una sconcertante omertà di Stato, che qualcuno ammette di avere cercato una tregua con Cosa Nostra. In tempi di guerra volevano fare la pace con i boss "per evitare altre stragi". La deposizione in Commissione Antimafia dell'ex ministro della Giustizia Giovanni Conso apre un varco intorno a quella trattativa cominciata con l'uccisione di Falcone e mai finita.

C'era nel 1992 fra gli attentati di Capaci e di via D'Amelio con la stesura del famoso papello custodito da Vito Ciancimino, c'era fra la misteriosa cattura di
Totò Riina e le bombe di Firenze, c'era ancora nella seconda metà degli Anni Novanta quando Bernardo Provenzano girava indisturbato per Palermo e quando i capi più rappresentativi dell'organizzazione lanciavano l'offerta di una dissociazione di massa. E, assumendo anno dopo anno forme diverse, quella trattativa si è trascinata fino a questi ultimi mesi con le enigmatiche mosse dei fratelli Graviano di Brancaccio, ergastolani che hanno fatto intendere di voler negoziare lanciando messaggi "a chi non ha mantenuto gli impegni". Destinatario finale: Silvio Berlusconi.

Per seguire i fili di questa trama oggi però è decisivo ripartire dal clamoroso annuncio dell'ex Guardasigilli sul mancato rinnovo del carcere duro - il 41 bis - per 140 detenuti dell'Ucciardone, una svolta per una ricostruzione più convincente dei fatti e per le eventuali conseguenze nelle inchieste giudiziarie di Palermo e di Caltanissetta e di Firenze.

Se da una parte l'ex ministro giura di avere agito in solitudine, dall'altra svela un dettaglio che in quel 1993 nessuno sapeva al di fuori dei boss o di coloro che con i boss trattavano: e cioè
la presenza sulla scena di Provenzano, diventato il mafioso che reggeva le sorti di Cosa Nostra. Come faceva il ministro Conso a conoscere il "peso" di quel latitante se anche gli addetti ai lavori più qualificati, gli investigatori di prima linea, sospettavano addirittura che Provenzano fosse morto? All'inizio di quel 1993 fu nientemeno che Balduccio Di Maggio, quello che si prese il "merito" di aver fatto arrestare Totò Riina, a rivelare che "probabilmente" Bernardo Provenzano era passato a miglior vita. Ufficialmente era un fantasma per tutti. Tranne per chi gli stava vicino.

Ma quella è solo una delle incoerenze che affiorano nella deposizione del Guardasigilli. Giovanni Conso non è stato l'unico a indietreggiare, a ritirarsi nel 1993 davanti alle bombe di Cosa Nostra. Il disvelamento di un documento rimasto fino ad ora sepolto smentisce - sbugiarda - tutti coloro che hanno sempre garantito di "essere all'oscuro" di qualsiasi patto. Sono carte ufficiali che come dinamite potrebbero far crollare muri di segretezza.

Nel marzo del 1993 - otto mesi prima della revoca del 41 bis decisa da Conso - il direttore generale del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria
Nicolò Amato aveva inviato al ministero della Giustizia (che era sempre Conso) una relazione nella quale sosteneva "l'opportunità di rinunciare a questi decreti emergenziali". Il documento scopre anche che altri uomini delle istituzioni erano coinvolti in quel "dibattito" sul 41 bis - di sicuro il capo della polizia Vincenzo Parisi e il ministro degli Interni Nicola Mancino - che secondo Amato avrebbero manifestato "riserve sull'eccessiva durezza di siffatto regime penitenziario" ed esercitato anche "pressanti insistenze" per cancellare il carcere duro. Perché nessuno ha mai voluto parlare di quei misteri? Perché tanti ostinati silenzi?

Un ultimo particolare, non sfuggito ai procuratori di Palermo, riguarda
la singolare posizione di Nicolò Amato. Direttore delle carceri fino al 1993, poi difensore di alcuni boss dell'ala "moderata" di Cosa Nostra come Giuseppe Madonia di Caltanissetta, poi ancora (e a sorpresa) avvocato di Vito Ciancimino. Proprio lui, quello del papello, il primo protagonista degli accordi fra Stato e mafia.

(13 novembre 2010)

giovedì 28 ottobre 2010

Patti oscuri, ricatti e depistaggi così lo Stato fu tradito dai suoi servitori


di ATTILIO BOLZONI

C'è chi ha trattato e c'è chi ha partecipato. Nelle stragi, due sono stati i livelli di commistione fra la mafia e gli apparati di sicurezza. Non è stata solo Cosa Nostra ad uccidere Falcone e a far saltare in aria Borsellino, non è stato solo Totò Riina il macellaio dell'estate siciliana del 1992.

Tutto quello che era rimasto sotto traccia per tanto tempo adesso risale dalle viscere fangose della nostra Italia che ogni primavera e ogni estate celebra solennemente i suoi "eroi", i due magistrati che un pezzo di Stato voleva morti. Dall'Addaura a via Mariano D'Amelio, passando per Capaci e per un intrico dopo l'altro, quei misteri di Palermo che hanno segnato un quarto di secolo di strategia della tensione. Bombe. Bombe nella frontiera più lontana e inafferrabile, la Sicilia. Tutto quello che era rimasto nell'oscurità ora viene fuori. Patti. Ricatti. Scambi. Protezioni. E poi, poi i morti più eccellenti, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. È stato l'atto finale.

Paolo Emanuele Borsellino, procuratore aggiunto della Repubblica di Palermo, è stato assassinato cinquantasei giorni dopo il direttore generale degli Affari penali della Giustizia Giovanni Falcone. Neanche due mesi, 23 maggio e 19 luglio. Neanche due mesi erano trascorsi dal "botto" sull'autostrada, neanche due mesi e la Cosa Nostra di Corleone - secondo quanto è stato raccontato e spacciato per anni - ha deciso praticamente di "suicidarsi" con un altro clamoroso attacco allo Stato. "La verità è che Totò Riina è stato giocato, è stato messo nel sacco da qualcuno", ci hanno confessato alcuni investigatori qualche mese fa mentre indagavano sui primi coinvolgimenti dei servizi nelle stragi siciliane. Qualcuno che ha spinto i boss corleonesi - la mafia più violenta che si fosse mai vista - a dichiarare guerra aperta allo Stato. Come è andata a finire, lo abbiamo capito poi: Totò Riina e i suoi usati alla bisogna e poi scaricati, mandati avanti con il tritolo e poi seppelliti per sempre nei bracci del 41 bis.

La vicenda che sfiora o si abbatte su Lorenzo Narracci è soltanto una, è solo uno dei tanti "episodi" che hanno marchiato la spaventosa escalation della strategia della tensione siciliana. Iniziata con i delitti politici nei primi Anni Ottanta - Mattarella, La Torre, Reina, Dalla Chiesa, Costa, Terranova, Chinnici, per citarne solo alcuni - e messa in scena in tutta la sua perfezione nel giugno del 1989 sugli scogli dell'Addaura. Fu allora, ma lo abbiamo scoperto solo oggi, che cominciarono a intravedersi sui luoghi delle stragi quelle "presenze estranee" a Cosa Nostra. All'Addaura i boss portarono l'esplosivo accompagnati da altri personaggi, "uomini dei servizi". Chi scoprì la trappola di Stato fu ucciso. Due poliziotti: Nino Agostino ed Emanuele Piazza. "Emanuele mi disse che in quell'attentato c'entrava la polizia", ha rivelato a Repubblica appena qualche giorno fa Gianmarco Piazza, il fratello di Emanuele. Per vent'anni non aveva parlato perché aveva paura, perché avrebbe dovuto confidarsi proprio con quegli investigatori che - secondo il fratello - erano coinvolti nell'attentato a Falcone.

Un'altra storia sembra Capaci, ma è sempre la stessa storia. Con le impronte dei funzionari del servizio segreto civile sparse sul luogo della strage (appunti dei cellulari di Narraci), con i depistaggi a seguire, con gli identikit dei sicari che non si trovano più, con le carte dell'inchiesta sepolte sotto lo sterco dei topi e corrose dall'umidità. Un'altra storia sembra via Mariano D'Amelio, ma è sempre la stessa storia. Con una squadretta di agenti appostata su Castel Utvegio, proprio sopra la strada della morte. Con i tabulati di Gaetano Scotto - il boss dell'Arenella che teneva i rapporti fra le "famiglie" e gli 007 - scomparsi dal fascicolo processuale. Con le agende sparite, per esempio quella rossa che Paolo Borsellino portava sempre con sé e che mai più si è ritrovata. In ogni strage siciliana hanno lasciato il loro odore quelli là, hanno lasciato il tanfo i "soggetti esterni", gli spioni.
Che cosa si scoprirà ancora è difficile intuirlo. Ma se è vero che Totò Riina è stato il mafioso che ha scatenato la guerra allo Stato italiano alla fine del secolo scorso, è ormai abbastanza certo che non ha fatto tutto da solo. Molto probabilmente il boss di Corleone non parlerà mai. E se ne andrà nella tomba da sconfitto. Consapevole di avere fatto la fine del sorcio: utilizzato fino a quando serviva, latitante fino a quando faceva comodo, potente fino a quando qualcuno lo convinse - prendendolo in giro- che avrebbe risolto tutti i suoi problemi mettendo quelle bombe.

(28 ottobre 2010)

mercoledì 14 luglio 2010

Il Crimine, i mastri, le 'ndrine ecco la Cupola modello Cosa nostra


Svelati tutti i segreti. Dalla struttura verticale alla gestione degli affiliati. Non è più la setta oscura che aveva salvato il sistema criminale dopo le stragi del '92. La scoperta in Calabria ricorda molto ciò che Buscetta fece scoprire a Falcone

di ATTILIO BOLZONI

Che cosa è il Crimine? È la Cupola calabrese. E di chi è il Crimine? "Non è di nessuno, è di tutti", sentenzia Domenico Oppedisano, appena nominato capo dei capi nel santuario della Santissima Madonna di Polsi sull'Aspromonte. Tutti che sono dappertutto. A Reggio, a Duisburg, in Australia, a Milano. Sono quasi mille solo a Rosarno. Ma una, una sola è la 'Ndrangheta. E il suo potere è nascosto nelle fiumare di Calabria.

Quella che ci avevano descritto come una mafia "orizzontale", una mafia fatta solo di legami di sangue e di comparati, un insieme di cosche slegate fra loro, è in realtà un'associazione segreta e unica che ha un vertice come Cosa Nostra ed è distribuita rigidamente sul territorio, è strutturata su più livelli e ha le sue gerarchie. Il Capo Crimine è il capo di tutti. Al suo fianco ha il Mastro di Giornata che è il suo portavoce e smista tutti i suoi ordini, poi ci sono i colonnelli: il Mastro Generale, il Capo Società, il Contabile. Il governo della 'Ndrangheta è il Crimine - che chiamano anche Provincia - e rappresenta i tre mandamenti dove la mafia calabrese è padrona: la città di Reggio, la costa tirrenica, il versante jonico. Il Crimine comanda ovunque, ovunque nel mondo ci sia un "locale" o una "'ndrina". Per entrare nell'organizzazione è necessaria un'età minima: 14 anni.
Quello che hanno scoperto in questi mesi giù in Calabria carabinieri e poliziotti e procuratori, ricorda molto ciò che Tommaso Buscetta ventisei anni fa fece scoprire al giudice Falcone su Cosa Nostra: organigrammi, cariche, gradi, collegi direttivi, confini territoriali, rituali, codici, punizioni. Oggi la 'Ndrangheta - dopo almeno mezzo secolo di assoluta impunità e con i verdetti della Corte di Cassazione che sino all'anno 2000 l'avevano raffigurata solo come una "confederazione di cosche" - non è più un segreto profondo, non è più quella setta oscura e impenetrabile che aveva salvato il sistema criminale italiano dopo le stragi siciliane del 1992.

È nuda agli occhi del mondo, scoperta per la prima volta dagli stessi racconti dei protagonisti. Intercettati e filmati mentre eleggevano i loro "dirigenti" in Lombardia e a Polsi, il santuario dove ogni primo settembre, nella solenne festa della Santissima Madonna della Montagna, la 'Ndrangheta si conta e sceglie il suo re.

Che è re di tutti e non soltanto dei boss calabresi. Anche di quelli che vorrebbero fare da soli come quel Carmelo Novella che nella primavera del 2008 aveva in mente un progetto "indipendentista", voleva fare la sua 'Ndrangheta a Milano, la 'Ndrangheta della Lombardia staccata dal resto dell'organizzazione, autonoma in qualche modo dal Crimine e dai suoi comandamenti. Un illuso, un pazzo. Così commenta quell'idea strampalata e suicida di Novella, il capo calabrese della Società di Singen che è uno dei "locali" che hanno colonizzato la Germania: "Adesso se lo vuole fare lo fa, però ci devono essere pure quelli del Crimine presenti, gli ho detto io.. perché lui dipende di là, come dipendiamo tutti, senza ordini di quelli di li sotto non possono fare niente nessuno". E un altro capo della compagnia, il 12 luglio del 2008, dice ai suoi a proposito del "secessionista" Carmelo Novella: "Lui è finito ormai...è finito, la Provincia lo ha licenziato". Neanche un mese dopo Carmelo Novella è stato in effetti "licenziato" per sempre: è stato ucciso.

Tutti devono obbedire. Sul corso Garibaldi di Reggio o quando trattano a Cartagena un carico di cocaina con i colombiani. Il comando strategico resta sempre là, fra le fiumare che attraversano San Luca e Platì, fra gli ulivi della piana di Gioia Tauro, nelle piazze di Archi che guardano di fronte l'Etna e la Sicilia. Il Capo Crimine ha potere di vita e di morte. Ed è idolatrato dal suo popolo. Alla base della 'Ndrangheta ci sono le "'ndrine", è questo il primo nucleo dell'organizzazione, di solito formato da membri della stessa famiglia o allargata con matrimoni combinati. Ogni "'ndrina" ha il suo territorio di influenza e risponde al "locale", che è la più importante struttura organizzativa dell'associazione. Il "locale", che non sempre coincide con una zona geografica (nello stesso paese possono esistere più "locali"), ha almeno 49 affiliati e un responsabile che è il "capo locale", un contabile che gestisce le finanze - in gergo si dice la bacinella o la valigetta - e un crimine che è l'operativo, quello che sovrintende alle illecite attività. Tutti e tre, capo locale e contabile e crimine, formano una terna chiamata Copiata. Il "locale" però non è un'unica stanza, ma è a doppia compartimentazione: la Società Minore e la Società Maggiore.

Nella Minore ci sono i gradi più bassi, nella Maggiore - che a volte viene indicata anche come Società Santa - accedono solo 7 affiliati di rango. I "gradi" degli uomini della 'Ndrangheta sono tanti. Nel loro linguaggio il grado è la "dote" o il "fiore". Al livello più basso c'è il giovane d'onore, che non è però un vero e proprio affiliato ma il rampollo di qualche capo che entra nella 'Ndrangheta per diritto di sangue. Poi c'è il picciotto d'onore, la manovalanza, la fanteria della 'Ndrangheta. Poi c'è il camorrista, che ha funzioni più delicate. E poi lo sgarrista o il camorrista di sgarro, che è il grado più alto della Società Minore. Al primo gradino della Società Maggiore c'è il Santista e dopo di lui il Vangelo che ha giurato fedeltà alla 'Ndrangheta con una mano sul Vangelo. E ancora il Quartino, il Trequartino e il Padrino chiamato anche Quintino. Se ci vogliono almeno 14 anni per far parte della 'Ndrangheta, i privilegiati non mancano neanche in questo mondo: i figli dei capi vi entrano per diritto ereditario. E, fin da bambini, di loro si dice che sono "mezzo dentro e mezzo fuori". L'affiliazione dura tutta la vita. Come per Cosa Nostra, dalla 'Ndrangheta si esce solo da morti. Anche la mafia calabrese ha un suo Tribunale. E deve giudicare le "colpe" degli affiliati.

C'è quella più lieve che è la "trascuranza", che si può risolvere con un processo che finisce bene. E poi ci sono le colpe più gravi, gli "sbagli". Di diversa entità: la "tragedia", quando un affiliato semina falsità dentro l'organizzazione per trarne profitti personali; la "macchia d'onore", quando un affiliato o un suo parente ha un comportamento tale da essere giudicato indegno per restare nella 'Ndrangheta; l'"infamità", quando l'affiliato tradisce. La condanna per uno "sbaglio" è sempre la morte.

E le donne? Le donne d'onore non esistono nella 'Ndrangheta ma ci sono le "sorelle d'omertà", che di solito vengono usate per l'assistenza ai latitanti. E chi combatte la 'Ndrangheta, come è chiamato dai boss calabresi? Chi non fa parte dell'organizzazione viene definito "contrasto". Ma quelli a metà strada, quelli che un giorno potrebbero tradire - i funzionari infedeli, le talpe, i favoreggiatori - quelli sono tutti "contrasti onorati". La 'Ndrangheta ne ha tanti al suo soldo. Nel suo regno e nelle "colonie" di cinque continenti.

(14 luglio 2010)

martedì 13 luglio 2010

Il commercialista che aggiornava i capi cosca sulle indagini


I boss sapevano tutto. Molto anche delle ultime inchieste, quella di Milano e quella di Reggio Calabria. Confidava Giuseppe Pelle a Giovanni Ficara: "Microspie, filmati, un bordello.. sanno tutti i cazzi nostri"

di ATTILIO BOLZONI

C'ERANO tante spie che informavano passo dopo passo i boss della 'Ndrangheta sulle indagini che carabinieri e polizia facevano su di loro. Una "talpa" era Giovanni Zumbo, un commercialista di Reggio Calabria che in passato aveva fatto l'amministratore giudiziario di beni confiscati alle mafie. Era lui che avvertiva i capi cosca delle microspie e delle telecamere che avevano piazzato, della piega che prendevano le indagini, di ogni mossa degli investigatori calabresi e milanesi. Il commercialista passava le soffiate a Giovanni Ficara, Ficara le passava a Giuseppe Pelle, poi notizie riservatissime arrivavano alle orecchie dei grandi capi.

Ma Giovanni Zumbo non era l'unica spia. Lui stesso si fa scappare una frase - intercettata - dove ammette di "fare parte di un sistema che è molto, molto più vasto di quello che..". C'erano anche carabinieri che una volta lavoravano ai Ros e poi sono transitati al servizio segreto che informavano gli 'ndranghetisti. In particolare un uomo "sui 35 o 37 anni", un uomo degli apparati che "aveva due o tre persone che sono nei Ros e pure nei servizi".
I boss sapevano tutto. Sapevano molto anche delle ultime inchieste, quella di Milano e quella di Reggio Calabria. Confidava Giuseppe Pelle a Giovanni Ficara: "Microspie, filmati, un bordello.. sanno tutti i cazzi nostri".

(13 luglio 2010)

venerdì 4 giugno 2010

L'Aquila, in una perizia l'atto d'accusa. "Inspiegabile la scelta di non dare l'allarme"


Quante furono le scosse prima della grande tragedia? E cosa raccontavano agli esperti quei violenti movimenti della terra? Tutto? Niente? Si poteva prevedere il crollo dell'Aquila? Si sarebbero potute salvare delle vite? C'è uno studio che dà risposte a ciascuna di queste domande, una relazione che i procuratori hanno "acquisito agli atti" - insieme ai report della Protezione civile, ai pareri di sismologi, alle analisi dei geologi - come fonte di prova per la loro indagine. Il mistero dei terremoti ha sempre spaventato e affascinato, questa volta però quelle quattrocento scosse che avevano annunciato l'Abruzzo raso al suolo si sono trasformate nel "corpo del reato" dell'ultima inchiesta su 308 morti.

Dopo i disperati telegrammi del sindaco Cialente alla Presidenza del Consiglio, dopo le proteste dei sopravvissuti, dopo gli sbeffeggiati allarmi di Giampaolo Giuliani, qualcuno ha ricostruito tutta la vicenda e ha concluso: "Resta inspiegabile il fatto che i responsabili della Protezione Civile, oltre a scegliere l'opzione allerta-no (scelta legittima se pur criticabile dal punto di vista metodologico), abbiano potuto assumersi la responsabilità di scoraggiare le iniziative di prevenzione che molti cittadini suggerivano o autonomamente assumevano". L'indagine giudiziaria è partita da uno studio che ha per titolo "Prevedere i terremoti: la lezione dell'Abruzzo", è firmato da Giuseppe Grandori e da Elisa Guagenti - il primo professore emerito e la seconda ex professore ordinario del Politecnico di Milano - e che ha affrontato il prima e il dopo del sisma all'Aquila. Relazione tecnica ma neanche tanto. Comincia così: "È opinione largamente condivisa che non esistano attualmente teorie e modelli matematici che consentano di affrontare utilmente il problema della previsione a breve termine dei terremoti... Su questa tema, il messaggio passato attraverso l'informazione dopo il terremoto del 6 aprile è stato: la previsione dei terremoti non è possibile".

I due professori del Politecnico esaminano la scelta che avrebbero dovuto prendere i capi della Protezione civile - allerta sì, allerta no - ragionando sui costi, sui disagi, sulle conseguenze dei falsi allarmi e poi indicano cosa non è stato fatto da chi aveva il dovere di fare: 1) non hanno tenuto conto che "la regione dell'Aquilano risulta, fra le 20 regioni considerate, quella con la maggiore probabilità di un forte evento nel ventennio 1995/2015"; 2) la "presenza di danneggiamenti alle ricostruzioni provocata dalle scosse di scarsa magnitudo dei giorni precedenti induceva a ritenere particolarmente pericoloso un eventuale forte terremoto"; 3) "A favore dell'allerta vi era, un importante elemento indipendente: il costo sociale di un eventuale allerta falso era prossimo allo zero".

I due studiosi sostengono in pratica che la Protezione civile avrebbe dovuto individuare dei luoghi di raccolta, organizzare l'evacuazione dagli ospedali, provvedere all'abbandono delle case danneggiate, ordinare l'arrivo di mezzi di trasporto. Insomma, la protezione avrebbe dovuto proteggere. Ma non l'ha fatto. Nello studio si fa riferimento all'"annuncio cautelativo" del terremoto del 23 gennaio 1985 in Garfagnana, "zona che era stata allertata a seguito di una scossa di magnitudo 4,2". Agli atti dell'inchiesta è finito anche il libro "L'Aquila non è Kabul", scritto da Giuseppe Caporale, la cronaca di una tragedia annunciata dove si racconta che Giuliani è stata la prima vittima del terremoto. Insultato e denunciato per "procurato allarme". Una campagna denigratoria, partita quando lui ha cominciato a lanciare i suoi Sos. Telefonata intercettata dai carabinieri del Ros, quelli che già indagavano sui grandi affari della "cricca". Sera del 12 marzo 2009, il funzionario Fabrizio Curcio chiama Guido Bertolaso: "Volevo solo avvertirla che... c'è di nuovo quello scemo che ha iniziato a dire che stanotte ci sarà il terremoto devastante". Guido Bertolaso: "Ma chi è questo?". L'altro: "Questo è Giuliani che ogni tanto se ne esce con queste dichiarazioni". Bertolaso: "Ma che stai dicendo? Succede una cosa del genere, uno lo denuncia per procurato allarme e viene... viene massacrato". E così è andata.

(04 giugno 2010)

giovedì 27 maggio 2010

"E' lui il signor Franco" lo 007 delle bombe


di ATTILIO BOLZONI e FRANCESCO VIVIANO

L'UOMO dei grandi misteri siciliani ha un volto. L'agente dei servizi che per 30 anni è stato l'ufficiale di collegamento fra la mafia e pezzi dello Stato è stato identificato. Chi investiga sulle stragi, finalmente ha scoperto chi è il fantomatico "signor Franco" di cui tanto ha parlato il figlio dell'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino. Il suo nome, secondo indiscrezioni, è finito nel registro degli indagati fra la procura di Caltanissetta e - notizia dell'ultima ora - quella di Firenze che ha le inchieste sulle bombe in continente del 1993. Riconosciuto in una fotografia, il "signor Franco", che Massimo Ciancimino qualche volta ha sentito chiamare da suo padre anche "Carlo", è entrato in tutte le indagini che partono da Capaci e finiscono ai morti dei Georgofili. È un agente di alto grado della nostra intelligence. Il "signor Franco" è ancora in servizio.

Tutto è avvenuto nelle ultime quarantotto ore. Con Massimo Ciancimino riascoltato d'urgenza dai procuratori di Caltanissetta e Firenze insieme, ieri l'altro, davanti a una foto. Un'immagine su una rivista ha incastrato lo 007 che gli investigatori braccavano da almeno due anni. La rivista è un numero di Parioli Pocket del 2006, magazine romano a distribuzione gratuita, che ha dedicato una pagina alla presentazione in Vaticano di una nuova automobile. Cerimonia di gala, tante autorità, qualche vip. Alle spalle di Gianni Letta e di Bruno Vespa (che naturalmente erano lì solo per l'evento e naturalmente nulla avevano a che fare con l'uomo ripreso sullo sfondo) c'era lui: il famigerato "signor Franco". Massimo Ciancimino l'ha riconosciuto. Ha detto che era proprio quello l'agente che fin, dai primi Anni Settanta, ha accompagnato don Vito nei tortuosi percorsi dove la mafia si incontra sempre con lo Stato. Guardie e ladri sono stati compari. L'ex sindaco mafioso di Palermo e il "signor Franco" hanno cospirato insieme praticamente dal primo delitto eccellente della Sicilia - maggio 1971, uccisione del procuratore capo della repubblica Pietro Scaglione - alle stragi di Capaci e di via D'Amelio.

L'identificazione dello spione ha dato un'accelerazione alle indagini sulla trattativa, sul fallito attentato all'Addaura, sulle uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Una trama unica, dove certi personaggi si manifestano prima e dopo le stragi. In alcuni casi, testimoni riferiscono che quelle "presenze estranee" a Cosa Nostra erano anche sui luoghi dei massacri.

Il "signor Franco" è quello che ha avuto in mano il papello - le richieste di Totò Riina per fermare le stragi nel 1992 - diciassette anni prima dei magistrati. "Era il mese di giugno del 1992", ha dichiarato a verbale Massimo Ciancimino. Il figlio di don Vito era andato in una mattina di quell'inizio estate al bar Caflish di Mondello a ritirarlo, gliel'aveva consegnato Antonino Cinà, un boss vicinissimo a Totò Riina. Era dentro una busta che Massimo ha portato a suo padre. Un paio di giorni dopo ha rivisto il papello sulla scrivania del padre, a casa sua. E con don Vito c'era anche il "signor Franco", uno che si scambiava informazioni e favori con l'ex sindaco, uno che gli faceva avere passaporti falsi, uno che ha protetto gli affari di Cosa nostra in nome di un antico patto. Il "signor Franco" sapeva tutto dei Corleonesi che mettevano bombe e li aveva lì, sempre sotto osservazione.

È lo stesso agente che qualche giorno prima dell'arresto di Bernardo Provenzano, avvenuto l'11 aprile del 2006, aveva spedito suoi emissari da Massimo Ciancimino (che poi l'ha raccontato ai procuratori di Palermo) per avvertirlo di "allontanarsi dalla Sicilia" perché con la cattura del boss di Corleone il figlio di don Vito non avrebbe più goduto di protezioni. È stato sempre il "signor Franco", qualche mese fa, a far visita a Massimo Ciancimino nella sua casa di Bologna per dirgli: "Chi te lo fa fare di parlare con i magistrati...". Era sempre il "signor Franco" a incontrare don Vito quando era agli arresti domiciliari nella sua abitazione romana dietro Piazza di Spagna, un mafioso mai controllato e un agente dei servizi con licenza di spadroneggiare fra Roma e la Sicilia.

L'uomo dei grandi misteri siciliani era circondato da luogotenenti e portaordini, tutti in contatto con don Vito e - attraverso don Vito - con l'"ingegnere Lo Verde", alias Bernardo Provenzano. Una banda. Con l'agente con la faccia da "mostro" che era sempre dove c'era una strage E con "il capitano", che con l'auto blu accompagnava sempre il "signor Franco" dappertutto. Anche dai figli di don Vito. Per rassicurarli, quando il padre era finito in carcere arrestato su mandato di cattura del giudice Falcone: "Dite a papà di stare tranquillo e di non lasciarsi andare perché ci siamo noi". Il "signor Franco" aveva paura che don Vito potesse parlare. Così lo ha fatto incontrare in galera - quando era in isolamento totale - con altri personaggi. Il "signor Franco" poteva fare tutto. Dentro e fuori dalle mura dei penitenziari.

Nei prossimi giorni probabilmente i procuratori siciliani - e quelli di Firenze - ascolteranno l'agente e cominceranno a capire a quale struttura appartiene, per chi lavora o ha lavorato, quali sono stati i suoi contatti in Sicilia nel tempo, quali i suoi uomini di fiducia. Se le indagini riusciranno a scoprire tutti i legami dello 007, dentro e fuori Cosa nostra, forse sapremo qualcosa di più sulle stragi del 1992 in Sicilia e su quelle del 1993 in Italia. Forse sapremo qualcosa di più su chi voleva morti Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

(27 maggio 2010)

sabato 10 aprile 2010

Calabria, senza boss si fallisce, niente credito alle società confiscate


ATTILIO BOLZONI

Se uno si chiama Piromalli o Molè, Pesce o Bellocco, tutte le cassaforti si aprono e il credito è garantito. Se però è lo Stato a chiedere un prestito, le banche scappano e soldi non ce ne sono mai. Così falliscono, in Calabria, le società confiscate ai boss.

E' la legge della 'ndrangheta. E' la sua influenza anche quando i capi delle famiglie finiscono in carcere e i loro beni sotto sequestro. Sul mercato, la 'ndrangheta vince sempre. Gli istituti di credito che davano fiducia ai boss voltano le spalle allo Stato, le compagnie assicuratrici ritirano le garanzie, i fornitori pretendono all'improvviso pagamenti immediati. Un'impresa tolta ai clan non ha quasi mai futuro, è inevitabilmente destinata al tracollo: alla rovina. Piccola o grande, con cinque o con cento dipendenti, è sempre sull'orlo del crac perché nessuno la vuole aiutare. "L'intero sistema delle relazioni economiche, banche in testa, di fronte a un provvedimento della magistratura, si pone in atteggiamenti di totale chiusura invece di sentirsi maggiormente tutelato", denuncia Domenico Larizza, un amministratore di beni mafiosi di Reggio Calabria che è testimone della bancarotta di ogni azienda che dalle mani dei capibastone passa sotto la gestione dello Stato. Una vergogna che ha sollevato qualche giorno fa con una lunga lettera a Il Quotidiano, uno sfogo per denunciare la posizione degli istituti di credito di fronte a bar e supermercati, imprese edili e attività commerciali che cambiano padrone.

E' paradossale ma è ciò che avviene, ogni giorno, in Calabria. Operatori economici e finanziari che fanno sempre buoni affari con le società di mafia e, un attimo dopo il sequestro o la confisca, si dileguano. Alimentando le solite voci, i soliti luoghi comuni sulla potenza dei boss. "E' scandaloso, così il messaggio che arriva all'uomo della strada è sempre lo stesso: la 'ndrangheta dà lavoro e lo Stato la disoccupazione, la 'ndrangheta garantisce il benessere e lo Stato la miseria", dice Larizza che in questi giorni combatte la battaglia per cercare di salvare un'azienda di 70 dipendenti con 20 milioni di fatturato l'anno. E' la Nifral srl sequestrata a Pasquale Inzitari, ex consigliere provinciale dell'Udc condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. Racconta Larizza: "Sono anche il custode giudiziario di un'attività in franchising a Rosarno che apparteneva a un boss. Dopo il sequestro la società ha ritirato subito il contratto e, quando l'attività era finalmente amministrata dallo Stato, la società ha preteso di togliere perfino le proprie insegne". E' un supermercato di Rosarno, affiliato allo Sviluppo Discount spa ed era gestito da Alfredo Romeo del clan Bellocco.

Ma è con le banche che soprattutto devono fare i conti gli amministratori giudiziari: "Ci troviamo di fronte a un boicottaggio generale, anche se giuridicamente legittimo, che di fatto ci impedisce ogni concreta possibilità di gestione con il rischio di condurre l'impresa sempre verso la chiusura".

In Italia le aziende confiscate ai boss delle mafie sono 1185. Il 38 per cento sono in Sicilia, il 19 per cento in Campania e il 14 per cento in Lombardia. In Calabria sono 95. La denuncia di Domenico Larizza era stata anticipata alla fine dell'anno scorso da Antonio Maruccia, il commissario straordinario del governo per la gestione dei beni sottratti alle mafie. Scriveva: "I creditori, e in particolare gli istituti bancari, a seguito del provvedimento di sequestro, tendono a perdere fiducia nelle potenzialità di durata e di competitività economica delle stesse aziende e riducono gli apporti finanziari e il credito erogabile". Sono le banche che fermano la rinascita delle attività fuoriuscite dal circuito mafioso.

In attesa che la neo Agenzia nazionale per la destinazione dei beni confiscati (la sede centrale è stata inaugurata proprio a Reggio Calabria il 21 marzo dal ministro degli Interni Maroni) si metta in moto, che cosa si può fare per evitare il fallimento di aziende che non fanno più odore di 'nadrangheta? Risponde il procuratore capo della repubblica di Reggio Giuseppe Pignatone: "Ci vuole un'assunzione di responsabilità delle banche a livello centrale. Quello che succede non è accettabile, i vari istituti devono controllare cosa accade". E il procuratore lancia una proposta: "Se da un lato alcune imprese di mafia si sono rivelate solo lavanderie per riciclare denaro sporco, molte altre aziende potrebbero superare i loro problemi se grandi operatori economici, le coop ma anche le catene di supermercati, con aiuti del governo - per esempio incentivi fiscali - decidessero di gestire direttamente quelle aziende".

Un primo passo. Ma l'ostacolo vero, a detta di tutti, restano le banche. L'ultima parola a Luigi Ciotti di Libera, che conosce tutti i meccanismi infernali del percorso che segue ogni bene confiscato: "Il vero problema è che una grandissima quantità di quei beni, fra il 30 il 35 per cento, non sono utilizzati perché sono sotto ipoteca delle banche. Sono le ipoteche bancarie che, in tutta Italia, stanno bloccando l'uso dei beni confiscati. La nuova Agenzia deve trovare, soprattutto, una soluzione a questo problema". E si chiede don Luigi: "Ma chi li ha concessi i mutui o i prestiti a quei signori e ai loro prestanome? Non sono state quelle stesse banche che adesso hanno ipotecato tutto?".

(10 aprile 2010)

venerdì 22 gennaio 2010

La 'ndrangheta avvisa lo Stato e ora si teme l'effetto Palermo


ATTILIO BOLZONI


La prima mafia d'Italia non vuole perdere le sue proprietà: la città di Reggio, la piana di Gioia Tauro, la Locride, Rosarno, Palmi, tutta la Calabria. La prima mafia d'Italia vuole ricordare chi è che comanda ancora in queste terre. E lo manda a dire con un'auto abbandonata, un'auto piena di armi sulla strada dove stava passando il corteo presidenziale. È un segnale, un altro messaggio che annuncia la sfida, la guerra. Qualcuno, quaggiù, ha ormai paura che i boss vogliano fare della Calabria una Sicilia degli Anni Ottanta. Un inferno.

Quell'auto, con i suoi fucili a canne mozze e i suoi ordigni grezzi, è stata messa lì apposta per farla ritrovare. Un atto "dimostrativo". Forse un ultimo tentativo di trattativa con quello Stato che, all'improvviso, si è rivisto a Reggio dopo quaranta o cinquant'anni. Tira un'aria infame qui in Calabria. Basta mettere in fila gli appuntamenti della settimana per spiegare cosa sta accadendo in questa regione, che la 'Ndrangheta considerava il regno suo e dove lo Stato era sempre sceso a patti. Lunedì sono sbarcati il ministro degli Interni Maroni e il capo della polizia Manganelli. Martedì è arrivato il ministro della Giustizia Alfano. Ieri la visita del Presidente Napolitano. Oggi una commissione del Consiglio superiore della Magistratura sarà in ricognizione nel distretto di Corte d'Appello. Troppo. È il "caso Calabria" che è diventato un affaire nazionale per la prima volta.

Troppo per le 143 famiglie abituate a spadroneggiare dal Pollino fino allo Stretto, troppo per quella mafia politica che succhia fondi comunitari, troppo anche per quei galantuomini dei Cordì o dei Morabito o dei Molè. Fino all'altro ieri vivevano come califfi, ogni tanto un carico di stupefacenti perduto (spesso con accordo sbirresco) e poi l'impunità totale e perenne. Processi aggiustati, testimoni muti, magistrati timorosi o imbeccati. Mai un'inchiesta sulle contiguità, sui colletti bianchi o grigi, sul vero potere di Reggio.

La prima mafia d'Italia vuole continuare a esistere indisturbata come ha sempre fatto. La 'Ndrangheta non vuole farsi processare. Ecco perché quell'auto è stata abbandonata lì, sulla strada per l'aeroporto. Venti giorni fa, l'altra bomba. L'esplosivo alla procura generale di Reggio. Un altro ordigno rudimentale, un altro messaggio. E prima ancora - a dicembre - i due boss di Taurianova che si erano procurati le pistole in carcere e volevano fuggire dal furgone blindato che li stava trasportando da Palmi. E prima ancora - a novembre - il lanciamissili sequestrato a Taurianova. E le "sparatine" di ogni giorno, i cantieri saltati in aria di notte. E le "cimici" piazzate nelle stanze dei magistrati. Segnali di una guerra che sta per cominciare.

Sembra di essere tornati nella Palermo di tanti anni fa in questa Reggio che freme e teme, assuefatta a tutto fino a qualche anno fa e prigioniera delle sue signorie, oggi soffre la "presenza" di qualcuno che vuole cambiare le regole del gioco. Il ministero degli Interni ha inviato i suoi uomini migliori, la Finanza e l'Arma dei carabinieri hanno spedito in Calabria ufficiali di primissimo ordine, al Palazzo di Giustizia c'è stata una piccola grande rivoluzione. A metà, però. In procura sono arrivati dalla Sicilia il capo Giuseppe Pignatone e i suoi vice Michele Prestipino e Ottavio Sferlazza, una mezza dozzina di giovanissimi sostituti fuori dalla palude reggina completano la squadra. C'è anche un nuovo procuratore generale, Salvatore Di Landro. La bomba di Capodanno gliel'hanno piazzata neanche trenta giorni dopo il suo insediamento.

L'altra metà del Palazzo è quella di prima, soprattutto la magistratura giudicante. E in questi mesi, lì si decideranno i destini di centinaia di capimafiosi arrestati negli ultimi anni. È lì che finiranno prima o poi anche le oltre 600 richieste di custodia cautelare che "pendevano" fino al novembre scorso sulle scrivanie dei giudici per le indagini preliminari, un ufficio ingolfato. Altre 350 ne stanno per arrivare. È in questa città dove la mafia si era impossessata di tutto che i boss avvertono come una minaccia il "nuovo corso". La più potente organizzazione criminale d'Europa, la più tribale e insieme moderna - una "mafia liquida" l'ha definita l'ex presidente della commissione parlamentare antimafia Francesco Forgione paragonandola ad Al Qaeda per "l'analoga struttura tentacolare priva di una direzione strategica ma caratterizzata da una sorta di intelligenza organica" - sta studiando le mosse per rispondere all'attacco. Il primo dopo decenni. E lancia i suoi avvisi. Parla con le bombe che (per ora) non esplodono. Parla con le armi che (per ora) non sparano. Parla con un'auto abbandonata il giorno della visita del capo dello Stato.

(22 gennaio 2010)

sabato 12 dicembre 2009

Giuseppe Graviano, silenzio che parla."Quando starò bene risponderò"


di ATTILIO BOLZONI


Chi parla tace. E chi tace parla. Sono le voci che vengono da Brancaccio. È la trama dei "Graviano & Graviano", il fratello buono e il fratello cattivo, il molle e il duro, la coppia più mafiosa di Palermo che gioca l'ultima spericolata mano intorno al senatore Marcello Dell'Utri. Dicono e non dicono, conoscono e non conoscono, ricordano e non ricordano. A volte alludono, a volte minacciano. Più con il silenzio che con le parole.

È la più sofisticata rappresentazione mafiosa andata in scena negli ultimi anni, un gioco di specchi, la dissociazione morbida di Filippo e il castigo del 41 bis che sopporta Giuseppe
, il primo che parla del suo "percorso di legalità" e smentisce di avere mai incontrato il senatore, l'altro che fa l'irriducibile ma intanto fa capire che prima o poi se la potrebbe "cantare". Una mossa e l'altra mossa, l'incastro con "il fraterno amico" Gaspare Spatuzza "che ha fatto le sue scelte", un labirinto siciliano, una tela di ragno.

Forse c'è da ripassare qualcosa nel racconto fatto fino ad ora sui fratelli Graviano di via Conte Federico, la strada della morte, un budello di poche decine di metri dove - fra la primavera del 1981 e l'autunno del 1983 - in cento ne morirono "sparati". Forse c'è da vederli ancora più da vicino questi due fratelli che avevano scelto Milano per la loro latitanza, lontani da Palermo, lontanissimi da Brancaccio e dal loro esercito di sicari che li adoravano come degli dei e Giuseppe lo chiamavano Madre Natura.

Il buono e il cattivo, Filippo e Giuseppe. La mente finanziaria e la mente stragista. Quello che "è cambiato" e quell'altro che non cambierà mai. Fratelli. Fratelli di sangue e fratelli nella guerra che hanno combattuto sino alla fine al fianco di Totò Riina senza avere mai avuto uno solo dubbio (li avevano perfino quei macellai dei Ganci della Noce e Totò Cancemi di Porta Nuova, i più fedeli ai Corleonesi) o un solo rimorso.

Cominciamo dal primo, da quello che "da circa dieci anni ho messo al primo posto nella mia scala di valori il rispetto delle regole e delle istituzioni". Gli piace definirsi un danneggiato collaterale, uno che ha pagato il conto per colpa dell'altro, suo fratello. Ricostruisce in poche parole la sua storia con la giustizia: "Mi hanno arrestato nel gennaio del 1994, avrei dovuto scontare soltanto una pena di quattro mesi ma, tre giorni prima della mia scarcerazione, mi sono arrivati addosso tutti gli ordini di cattura". Tutte le stragi. Capaci. Via D'Amelio. Quelle di Firenze e di Roma e di Milano. Lui, che i pentiti l'hanno lasciato sempre quasi ai margini. Lui, che aveva solo l'ossessione degli affari.

Lui, che voleva fare solo soldi. Filippo data ancora con più precisione i giorni della sua trasformazione umana, "fra il 2002 e il 2003 quando ho inviato una lettera al procuratore Sergio Lari, perché sentivo il dovere civico di mettermi a disposizione". Parla ancora di regole e di legalità, però avverte: "Non ho mai cercato scorciatoie per ottenere chissà cosa dai magistrati". Dice che non si è voluto mai pentire. Probabilmente Filippo Graviano non si pentirà mai. Non vuole farlo e non ha interesse a farlo. Aspetta. Spera in un futuro migliore. Spera in Gaspare Spatuzza che non l'ha trascinato nelle stragi, spera in altri come Spatuzza che magari arriveranno ancora. Spera nella revisione del processo per l'uccisione di Paolo Borsellino. E, a cascata, in tutti gli altri processi. Vede una luce il danneggiato collaterale, non ha bisogno di accusare nessuno Filippo Graviano. E smentisce tutto ciò che può smentire: "Non conosco Marcello Dell'Utri. Non ho avuto contatti né diretti né indiretti con Marcello Dell'Utri". Dice ancora: "Per le mie scelte decido io: non decide né Spatuzza né mio fratello Giuseppe". Filippo Graviano oggi è un mafioso che si ritrova in una posizione di privilegio. Filippo Graviano è in attesa degli eventi, pronto a sfruttare tutto quello che "giudiziariamente" gli può venire incontro.

E' il fratello cattivo che è alle corde, seppellito da ergastoli dai quali difficilmente si potrà mai liberare. Giuseppe Graviano non parla "perché il mio stato di salute non mi consente di rispondere all'interrogatorio". Però fa sapere: "Quando potrò informerò la Corte". E' il messaggio. E' il silenzio che diffonde la minaccia e la paura. Come quell'altro messaggio che aveva voluto lanciare ai magistrati di Firenze, che lo interrogavano sulle stragi: "Io sono disposto a parlare... io sono disposto a fare confronti... se noi dobbiamo scoprire la verità io posso dare una mano d'aiuto. Io dico che uscirà fuori la verità delle cose. Trovate i veri colpevoli. Si parla sempre di colletti bianchi, colletti grigi, colletti... e sono sempre innocenti questi... ve la faccio dire io da chi sa la verità".

Giuseppe Graviano, dal carcere di Opera in videoconferenza, "si avvale della facoltà di non rispondere". Ma si racconta in tre pagine che consegna alla corte, via fax. Chiede che "il suo memoriale" venga letto in aula, il presidente del Tribunale nega l'autorizzazione. Sono tre pagine sul carcere duro, solo sul carcere duro: "... In anni 16 di detenzione ho espiato più di 10 anni di isolamento e la legge dà come tetto massimo anni 3... ancora continuo a rimanere con videosorveglianza anche di notte in camera e nel bagno... non mi consegnano nemmeno il vestiario per venire in questo processo... mio figlio di anni 12 chiede perché non ci possiamo scambiare baci e carezze... c'è un accanimento ingiustificato". Poi ricorda i disturbi alla tiroide, i mal di testa, le malattie delle pelle.

L'annuncio alla fine: "Quando il mio stato di salute me lo permetterà, sarà mio dovere rispondere a tutte le domande che mi verranno poste". E' il suo proclama contro il 41 bis. E' la sua deposizione. Quella che non ha voluto fare a voce. Giuseppe Graviano ha detto di più, molto di più di suo fratello Filippo. Sono voci che vengono da Brancaccio, Palermo.

(12 dicembre 2009)

sabato 5 dicembre 2009

Quel duello a distanza tra Spatuzza e Dell'Utri


di ATTILIO BOLZONI


È lì, a un passo. Non lo può vedere ma sente il suo odore, sente il suo risentimento. E gli fa paura quel siciliano che è nascosto dietro il paravento bianco e parla con una voce noiosa, piatta e sempre uguale anche quando racconta di bombe e ricorda di morti.

Tre metri, sono solo tre i metri che questa mattina dividono Brancaccio e Milano, il sangue e i soldi, Gaspare Spatuzza e Marcello Dell'Utri. È una sfinge il senatore della Repubblica, seduto nella panca più vicina al sicario che lo sta trascinando e sta trascinando Silvio Berlusconi nella sarabanda delle stragi, quelle di Palermo e le altre. Forse ha i brividi sotto l'impeccabile vestito grigio. Forse sta sudando, sta tremando, quando lui entra e ancora non ha cominciato a parlare.

"Non è un pentito dell'antimafia ma è un pentito della mafia", dice l'imputato eccellente. "La mafia ha interesse a buttare giù un governo che lotta la mafia come prima non ha mai fatto nessuno", dice l'imputato eccellente. "Mi sento a teatro", dice l'imputato eccellente.

E chissà se è davvero un "teatro", quest'aula bunker di Torino dove oggi va in scena la più inaspettata rappresentazione di una Sicilia fangosa e misteriosa. La mafia contro la presunta mafia e la presunta mafia contro la mafia. E' tutta celata in quest'incontro ravvicinato fra l'uomo d'onore di Brancaccio e l'imputato eccellente emigrato trenta e passa anni fa a Milano - e nell'eccezionalità delle reciproche accuse - la vicenda del patto fra la Cosa Nostra siciliana e il nuovo partito che stava per nascere. Poi sono venute le stragi.

Eccolo Gaspare Spatuzza, l'assassino, 'l'imbianchino che accusa Berlusconi', lo strangolatore, il sicario, il redento che legge Teologia della rivelazione" di Renè Latourelle e che due anni fa inviò gli auguri di Pasqua a Benedetto XVI. Il Papa gli rispose. Eccolo che per qualche secondo compare infagottato dentro un giaccone blu, con la faccia coperta da un cappellaccio e il corpo riparato dagli agenti penitenziari del Gom, il gruppo speciale. Eccolo là dietro il paravento bianco, pronto a sparare - questa volta non con le sue vecchie pistole - ma con le parole.

Lo fa subito, appena si siede. La prima domanda del procuratore generale: lei, ha fatto parte dell'associazione denominata Cosa Nostra? Risponde: "Sì, ho fatto parte dagli Anni Ottanta al 2000 di un'associazione terroristico-mafiosa denominata Cosa Nostra". Con quell'aggettivo - terroristico - fa già intravedere la piega che avrebbe preso poi il suo racconto.

Silenzio in aula, sta parlando "l'imbianchino che accusa Berlusconi". Sta spiegando che dopo Giovanni Falcone e dopo Paolo Borsellino "ci eravamo spinti un po' in là, in qualche cosa che non ci apparteneva". Parla del "patrimonio artistico" che bisognava colpire in quel lontano 1993. Parla dell'attentato a Maurizio Costanzo. Parla delle bombe di Firenze, di Milano e di Roma. Si sta avvicinando lentamente a quei due nomi che ha già fatto ai procuratori. Silenzio in aula, come ai tempi del maxi processo di Palermo quando nell'arena scendeva per la prima volta Buscetta e dentro le gabbie gli uomini d'onore trattenevano il respiro e con le mani si aggrappavano alle sbarre.

Un residence sul mare di Campofelice di Roccella, il primo incontro con Madre Natura, il suo capo, il suo padrone Giuseppe Graviano. E poi il secondo incontro, a Roma. Sempre con Giuseppe Graviano, fra i tavolini di un bar elegante - il Doney di via Veneto - proprio accanto all'ambasciata degli Stati Uniti d'America. Ricorda: "Giuseppe Graviano mi disse che avevamo ottenuto tutto quello e questo grazie alla serietà di quelle persone che avevano portato avanti questa storia, che non erano come quei quattro "crasti" dei socialisti che avevano preso i voti dell'88 e dell'89 e poi ci avevano fatto la guerra".

Si ferma Gaspare Spatuzza, prima di fare i nomi, quei due nomi. Tutti nell'aula bunker fissano il paravento bianco. Sono le dodici e trentacinque. L'imputato eccellente porta leggermente il capo in avanti, un movimento istintivo, quasi impercettibile. Gaspare Spatuzza lo sta dicendo, ora "Mi vengono fatti i nomi di due soggetti: di Berlusconi.. Io chiesi se era quello del Canale 5 e Giuseppe Graviano mi disse: sì. E poi mi disse che c'era di mezzo pure un altro, un nostro paesano... Dell'Utri. Grazie alla serietà di queste persone ci eravamo messi il Paese nelle mani".

Il rimorso o la vendetta, la verità di Gaspare Spatuzza nel "teatro" di Torino dove la rappresentazione di quella Sicilia indicibile non è ancora alla fine. Comincia a parlare dei fratelli Graviano, Giuseppe e Filippo. Amore, amore puro per loro. Anche oggi che li cita e li usa, che li accusa. L'imputato eccellente finge sicurezza, equilibrio, controllo: "Sono tranquillo ma assisto ad uno spettacolo incredibile, allucinante. Gli incontri con i Graviano non esistono, non ci sono mai stati. E non ho mai saputo addirittura chi sono. Di fronte a queste accuse una persona normale o impazzisce o si spara, ma io, io lavoro tanto su di me per restare sempre sereno. Sono sicuro che finirà tutto nel nulla perché non c'è nulla".

Gaspare Spatuzza, nato l'8 aprile del 1964 nel cortile Castellaro - dove una volta c'erano gli orti di terra buona di Brancaccio - è ancora là davanti ai giudici e con le spalle all'imputato eccellente. S'intravedono le sue scarpe, i piedi fermi, piantati sul pavimento. La sua voce ritorna. Fa ancora e sempre paura. La domanda del procuratore generale: perché ha aspettato tanto prima di fare i nomi di Silvio Berlusconi e di Marcello Dell'Utri?

Pesca nella sua memoria. Il primo colloquio con il procuratore nazionale Pietro Grasso, il lungo travaglio, la conversione religiosa, la voglia di tornare indietro e alla fine la decisione: "I miei timori erano tanti nel momento in cui iniziano i primi incontri con i magistrati, nel momento... mi trovo come primo ministro il signor Silvio Berlusconi e come ministro della Giustizia un soggetto che curava i circoli di Forza Italia in Sicilia... io vedevo in questo ministro un vice del primo ministro e un vice del signor Marcello Dell'Utri".

Solo un siciliano può capire cosa voglia dire un siciliano come Gaspare Spatuzza - un mafioso - quando dice "signor Berlusconi" o "signor Dell'Utri". Quando dà del "signore" a qualcuno. Al contrario di tutti gli altri luoghi del mondo dove quella parola è così nobile, nella Sicilia mafiosa c'è sempre del disprezzo quando la si pronuncia. Si vuole offendere, è un insulto mascherato ma è un insulto. È quello che fa Gaspare Spatuzza nel suo debutto pubblico, nella sua prima udienza da pentito. Dove confessa "sei o sette stragi e una quarantina di omicidi". Dove - nessuno glielo chiede - ma lui lo dice lo stesso: "La mia missione è quella di restituire la verità alla storia e non mi fermerò davanti a niente". Così parla il mafioso venuto da Brancaccio.

(5 dicembre 2009)

sabato 24 ottobre 2009

Mafia, la verità del pentito Spatuzza."Il boss mi disse: il Paese è in mano nostra"

Il boss Giuseppe Graviano
di ATTILIO BOLZONI


C'è un mafioso che parla dell'ultimo atto della "trattativa". E di un altro attentato, di altri cadaveri, di altre protezioni politiche, dell'altro accordo che i boss cercavano con "con il nuovo partito". Così la racconta un pentito, quello che ha fatto riaprire tutte le indagini sulle stragi.
La testimonianza di Gaspare Spatuzza, uomo d'onore della "famiglia" di Brancaccio: "Giuseppe Graviano mi disse che la persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c'era di mezzo un nostro compaesano, Dell'Utri... mi disse anche che ci eravamo messi il Paese nelle mani".
Era lui, Spatuzza, che avrebbe dovuto uccidere cento carabinieri allo stadio Olimpico di Roma all'inizio del 1994. Dopo Falcone e Borsellino nell'estate del 1992, dopo le bombe di Firenze e Milano e Roma nel 1993, i mafiosi avevano bisogno di "fare morti fuori dalla Sicilia per avere poi benefici per i carcerati e anche altri". L'ultimo massacro prima del patto finale.
Un verbale di 75 pagine riapre uno scenario che sembrava sepolto per sempre e fa scivolare ancora una volta - era già accaduto dopo il 1994 alle procure di Caltanissetta e di Firenze, procedimenti archiviati negli anni successivi - i nomi di Silvio Berlusconi e di Marcello Dell'Utri "nell'ambito delle stragi". Era la deposizione che mancava ai procuratori di Palermo nella loro investigazione sulla "trattativa" per legare ogni passaggio fra la prima e la seconda repubblica, fra Capaci e la nascita di Forza Italia, fra i primi contatti avuti dagli ufficiali dei Ros dei carabinieri con Vito Ciancimino nel giugno del 1992 alla mediazione "del compaesano Dell'Utri" del gennaio 1994. Una trama - secondo i magistrati - che troverebbe appunto "conferme" nelle rivelazioni di Gaspare Spatuzza, mafioso testimone delle manovre e dei giochi cominciati con l'uccisione di Giovanni Falcone. Dice Spatuzza nel suo verbale del 6 ottobre scorso al procuratore aggiunto Antonio Ingroia e ai sostituti Nino Di Matteo e Lia Sava: "Incontrai Giuseppe Graviano all'interno del bar Doney in via Veneto, a Roma. Graviano era molto felice, come se avesse vinto al Superenalotto, una Lotteria. E mi spiega che si era chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo. Quindi mi spiega che grazie a queste persone di fiducia che avevano portato a buon fine questa situazione... e che non erano come 'quei quattro crasti dei socialisti'.. ".
Il mafioso, che data questo suo incontro con Graviano a metà del gennaio 1994, ricorda dei socialisti - "crasti", cioè cornuti - che avevano promesso la "giustizia giusta" nell'87 e che erano stati votati da Cosa Nostra. Poi parla ancora del patto riferito da Giuseppe Graviano: "... Tutto questo grazie a Berlusconi, la persona che aveva portato avanti questa cosa diciamo, mi fa (Graviano, ndr) il nome di Berlusconi, io all'epoca non conoscevo Berlusconi, quindi gli dissi se era quello del Canale 5 e mi disse che era quello del Canale 5.. ".
Il racconto del mafioso fa un passo indietro. E riporta tutti i dubbi degli uomini d'onore su quello che era accaduto nell'estate del 1992 in Sicilia e, soprattutto, i dubbi sulla strategia stragista che i Corleonesi non volevano fermare: "Noi ci stavamo portando avanti un po' di morti che non c'entravano niente con la nostra storia... per me Capaci... è stata una tragedia che entra nell'ottica di Cosa Nostra, però quando già andiamo su, su Costanzo (il fallito attentato al giornalista, ndr), su Firenze... su.. ci sono morti che a noi non ci appartengono, perché noi abbiamo commesso delitti atroci, però terrorismo, sti cosi di terrorismo non ne abbiamo mai fatti". E' a quel punto che Gaspare Spatuzza manifesta altre perplessità a Graviano sulla strage che proprio lui - il mafioso di Brancaccio - sta preparando allo stadio Olimpico. Gli risponde il suo capo: "Con altri morti, chi si deve muovere si dà una mossa... significa che c'è una cosa in piedi, che c'è qualcosa che si sta trattando". Gaspare Spatuzza è insieme a Cosimo Lo Nigro, un altro boss. E Graviano chiede a tutti e due "se capiscono qualcosa di politica". E poi dice "che lui è abbastanza bravo, quindi è lui che sta trattando".
Nelle ultime pagine del verbale Gaspare Spatuzza ricostruisce il suo pentimento, il primo colloquio con il procuratore antimafia Pietro Grasso: "Sulla questione di via D'Amelio... siccome si erano chiusi tutti i processi, quindi sapevo a cosa andavo incontro, però mi dicevo: ho prove schiaccianti, perché se c'erano solo le mie parole sarei stato un pazzo a muovermi in questa storia, siccome avevo delle cose, riscontri oggettivi, quindi andavo sicuro. ". E' nell'aprile del 2008 che ha iniziato a parlare: "Il soggetto che io dovevo indicare aveva vinto le elezioni perché noi parliamo, aprile... Io arrivo fine, 17 aprile e quindi il soggetto che io dovevo accusare me lo trovo come capo del Governo... Al di là di questo, il ministro della Giustizia, quel ragazzino così possiamo dire... la figura di Dell'Utri... ". Il verbale di Gaspare Spatuzza nelle pagine seguenti alla numero 61 è fitto di omissis.

(24 ottobre 2009)

sabato 17 ottobre 2009

Terremoto per il papello-i capi del Ros sotto accusa



di ATTILIO BOLZONI e FRANCESCO VIVIANO


Con il "papello" nelle mani dei procuratori siciliani le indagini sulle stragi e sulla "trattativa" si stringono sui reparti speciali dei carabinieri. Su tutta la "catena di comando" dei Ros. Colonnelli, generali, maggiori, capitani. Sono sott'accusa, sono sospettati. Per la mancata perquisizione del covo di Totò Riina nel 1993. Per la mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995. Per i patti e i ricatti fatti fra il massacro di Capaci e quello di Via D'Amelio nel 1992. Per le rivelazioni della vedova di Paolo Borsellino nell'agosto del 2009: "Mio marito mi ha detto che il generale Subranni era punciutu". Letteralmente significa affiliato a Cosa Nostra, probabilmente il procuratore ucciso voleva indicare una certa spregiudicatezza investigativa che prevedeva sempre negoziazioni con i boss.

La deposizione di Agnese Borsellino è stata secretata ma da ieri si rincorrono voci su nuovi "avvisati" alla procura di Caltanissetta, in particolare voci sul generale Subranni. Qualcuno parla di un "atto dovuto" dopo le dichiarazioni della vedova Borsellino, qualcun altro - anche se la notizia è ufficialmente smentita - racconta che l'alto ufficiale sarebbe stato già indagato per favoreggiamento.

Il generale Antonino Subranni, diciassette anni fa era il comandante dei Ros ed era il diretto superiore del colonnello Mario Mori, l'ufficiale - poi diventato capo dei servizi segreti nel penultimo governo Berlusconi - che oggi è a processo a Palermo (con il colonnello Mauro Obinu) per avere favorito Provenzano in una latitanza lunga quarantatré anni. Nello stesso procedimento è ancora sub iudice anche Subranni, già indagato per favoreggiamento aggravato. Per lui il sostituto procuratore Nino Di Matteo ha chiesto l'archiviazione, il fascicolo è ancora sulla scrivania del giudice per le indagini preliminari.

Sono i Ros più di ogni altro soggetto istituzionale o apparato poliziesco i protagonisti di quella stagione fra stragi e mercanteggiamenti, colloqui riservati, contrattazioni. È il capitano Giuseppe De Donno - ma lui nega e annuncia querela - che viene citato dall'ex ministro della Giustizia Claudio Martelli come l'ufficiale che avvicina il direttore degli Affari penali Liliana Ferraro per dirle che "Ciancimino sta collaborando". È sempre De Donno con il colonnello Mori che incontrano più volte don Vito per trattare con Totò Riina e, secondo Massimo Ciancimino, visionano il "papello". È sempre Mori, secondo l'ex presidente della commissione parlamentare Luciano Violante, che vuole perfezionare un patto "politico" con Ciancimino. È sempre il generale Subranni, secondo ancora Massimo Ciancimino, "che in un primo momento era il referente capo" di De Donno e di Mori. Un elenco interminabile di incontri e di abboccamenti, tutti finalizzati alla "trattativa" con i Corleonesi alla vigilia dell'uccisione di Borsellino.

Le domanda, diciassette anni dopo, sono poche e precise. I Ros hanno agito autonomamente? Hanno trattato per loro conto con Totò Riina? Hanno ricevuto un mandato politico o si sono abbandonati a scorribande sbirresche? "Mio padre mi ha detto che quegli ufficiali erano accreditati da Mancino e Rognoni", dichiara a verbale Massimo Ciancimino. Nicola Mancino, che al tempo era ministro degli Interni, da mesi smentisce ogni trattativa. Virginio Rognoni, che al tempo era ministro della Difesa, dice che non "ha mai saputo nulla". L'inchiesta di Palermo riparte da questi passaggi, da questi sospetti. Chi ha "autorizzato" la trattativa con il capo dei capi di Cosa Nostra?

E riparte proprio nel giorno della discovery del "papello" di Totò Riina, le 12 richieste che il boss ha presentato allo Stato per fermare le stragi. La copia del documento è in una cassaforte della procura palermitana, all'inizio della prossima settimana da una cassetta di sicurezza custodita in una banca del Liechtenstein arriverà in Sicilia probabilmente anche il "papello" originale.

Solo allora i magistrati ordineranno una perizia grafica per vedere chi ha materialmente scritto quelle richieste dettate da Totò Riina. I primi sospetti si stanno allungando su uno dei figli del boss di Corleone. E sul fidato Antonino Cinà, il mafioso più vicino a Riina in quell'estate del 1992. La prossima settimana forse arriveranno a Palermo anche le registrazioni - altra promessa di Massimo Ciancimino - dei colloqui avvenuti fra don Vito e il colonnello Mori e il capitano De Donno durante la "trattativa". Ha spiegato il figlio dell'ex sindaco: "Mio padre non si fidava di quei due e così ha registrato tutto".

Il contenuto del "papello" già noto ieri l'altro nel dettaglio oggi è un "atto pubblico". I 12 punti sono elencati, uno dopo l'altro: dalla revisione del maxi processo fino alla defiscalizzazione della benzina "come Aosta". In più c'è anche quel foglio anticipato da L'espresso e scritto da Vito Ciancimino.

Appunti e riflessioni per il suo libro. I nomi di Mancino e Rognoni, una riga sulla "riforma della giustizia all'americana sistema elettivo con persone superiori ai 50 anni indipendentemente dal titolo di studio Es. Leonardo Sciascia". Un'altra riga sull'abolizione del monopolio Tabacchi e un riferimento a "Sud partito". La Lega del Sud. Il sogno indipendentista dei mafiosi che non muore mai.

(17 ottobre 2009)