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lunedì 7 novembre 2011

Sindaco Vincenzi, lei è inadeguata


di FRANCESCO MERLO

SE IL SINDACO di Genova Marta Vincenzi avesse ordinato la chiusura delle scuole non ci sarebbero stati quattro morti. Sarebbero salve sia le mamme sia le bambine. Perché dunque la signora non si calma e non riconosce l'errore invece di sostenere che l'allarme della Protezione Civile non doveva essere preso sul serio?

La Vincenzi addirittura dice che dar seguito a quell'allerta sarebbe stato (l'ignobile parola è sua) "terrorismo". Fare il proprio dovere è terrorismo? Invitare i propri cittadini a "stare a casa perché diluvia" significa spargere il terrore? Tanto più che dopo il nubifragio, davanti ai morti, la Vincenzi ha parlato invece di "tsunami".
Prima ha sottovalutato per incompetenza e poi ha sopravvalutato per discolparsi. Prima ha negato il pericolo per non correre il rischio - ovvio ad ogni allarme - del troppo rumore per nulla. Poi lo ha ingigantito sino all'enormità dello tsunami per non correre il rischio - niente affatto ovvio - di pagare per quelle vite annegate, di vedersi accollata la responsabilità politica e morale della tragedia. È una meteorologa a corrente alternata, anzi é una meteoropatica: "sente" il tempo secondo i propri umori, lo piega ai propri interessi.

Il punto è che la Vincenzi sia prima sia dopo, soprattutto dopo, si è dimostrata
drammaticamente inadeguata. E nel dopo il giudizio diventa sempre definitivo. Giuliani divenne un grande sindaco tra le macerie delle due torri, nell'emozione, nel panico e nel sangue freddo. Perciò la Vincenzi dovrebbe essere rimossa non dall'acqua che porta via tutto, anche gli innocenti, ma dai leader del suo partito, non dal dolore furioso della piazza ma dal senso di responsabilità della politica. E invece la difendono e le permettono di dare la colpa alle vittime, di straparlare - non è un tragico scherzo - di "danno autoprodotto".

Il sindaco farfuglia così: "Tante persone si sono messe in pericolo da sole". Leggiamola insieme questa frase: la Vincenzi vuole dire convintamente che quelle madri e le loro bambine si sono suicidate? E piange la Vincenzi mentre esprime queste enormità, mentre commette questo vilipendio di cadavere. Dice in sostanza che se lo sono andato a cercare, ed è la stessa tesi di chi pensa che le belle donne attirano gli stupratori, che i rapinati non devono portare l'orologio al polso e il portafoglio in tasca... che la colpa è sempre delle vittime.
E il pianto irrita ancora di più perché ribadisce l'inadeguatezza del sindaco. Piange infatti su se stessa. E vengono in mente le immagini di Benahzir Bhutto e di Sonia Ghandi che, durante i consueti infiniti diluvi d'Asia, stavano in mezzo al fango, con le gambe nell'acqua. Di asciutto avevano solo gli occhi.

Sempre le tragedie mettono a nudo gli uomini nella la loro grandezza e nella loro piccolezza. Purtroppo a Genova l'acqua si è portata via anche il soprannome di "SuperMarta". Continua infatti la Vincenzi sostenendo che le persone "non hanno capito che nei massimi sistemi, nei meccanismi che regolano il mondo è cambiato qualcosa". E ci risiamo con le parole grosse che rimpiccioliscono le responsabilità. "E che cavolo può fare un sindaco?". E "non dovevano andare a prendere i bimbi a scuola proprio a quell'ora". E "se avessimo chiuse le scuole avrebbero accompagnato i bimbi dai nonni che sono stonati e li avrebbero trascinati in posti pericolosi".

Come si vede l'autodifesa è cosi pasticciata e strampalata da risultare autolesionista. Lasciamo perdere l'idea dei nonni rimbambiti. Ma se davvero la gente deve farsi esperta di "massimi sistemi" e deve auto-amministrarsi che ci sta a fare la Vincenzi, a che serve un'etero-amministrazione se è necessaria l'auto-amministrazione?

La signora Vincenzi sragiona, ed è anche male consigliata. Ci vorrebbe un atto di intelligenza politica e di forza morale. Lo dovrebbe fare la sinistra istituzionale e non la gente arrabbiata che ha il diritto di sfogarsi anche con un po' di ingenerosità.
La verità è che Marta Vincenzi vale Gianni Alemanno che aveva definito "terremoto" una mattinata di pioggia su Roma (un morto). Ma lo tsunami è peggio del terremoto. Fa infatti duecentomila morti, inabissa i continenti, è un'onda planetaria che mentre devasta la costa asiatica fa sentire la sua eco in America. A Genova non c'è stato lo tsunami e come fummo provocatoriamente tentati di scrivere che la "calamità naturale" di Roma è Alemanno così siamo tentati di scrivere che la calamità naturale di Genova è ora la Vincenzi.

Le reazioni scomposte alle critiche sono infatti indegne di un'amministrazione civile. A meno di non credere che amministrare significhi tagliare nastri e inaugurare parcheggi. È vero che quella di Roma è stata una pioggia molto intensa che è durata mezza giornata mentre quello di Genova è un nubifragio che è durato 48 ore, ma non si scappa mai davanti ai rimproveri della città ferita, nessun sindaco può reagire con la stizza e con gli sbotti, con il "non abbiamo colpa" urlato fuggendo dalla folla e non c'è la pioggia di sinistra e la pioggia di destra quando viene meno il senso di responsabilità che non è la bottega elettorale.

È difficile per tutti affrontare il nervosismo della folla, l'esasperazione di un città colpita mortalmente. Ma i sindaci devono mettere nel conto anche le rabbie di strada.
A Napoli abbiamo visto una folla di disoccupati prendere d'assalto l'auto del sindaco De Magistris che pure era stato portato sugli altari del populismo e forse della demagogia. Ebbene, il sindaco si è preso gli sputi e le urla e ha pure tentato di parlare con quegli agitati. Evidentemente sa che la sua città ha diritto al disagio e al malcontento. E un sindaco deve sempre dimostrare con-partecipazione, anzi con-passione nel prendere su di sé il dolore degli altri.

Ecco: la sola solidarietà che la Vincenzi può ancora offrire alla sofferenza dei genovesi, è una drammatica ammissione di colpa politica, non per i torrenti che esondano e per l'acqua che cade dal cielo, ma per non aver saputo liberarsi della demagogia, per essere stata inadeguata, per non aver tirato fuori una naturale passione da sindaco, una autentica con-passione per la sua Genova.

(07 novembre 2011)

martedì 28 dicembre 2010

La lezione antisemita del militante nero


FRANCESCO MERLO

SPARAVA e uccideva perché "meglio delinquente che borghese" e ora, raccomandato dell'Atac, la municipalizzata dei trasporti di Roma, Francesco Bianco si sfoga su Facebook come sui muri delle latrine contro gli ebrei e contro gli studenti che andrebbero ammazzati a "colpi di mortaio", oppure "ricoperti di pece bollente". Assunto per misericordia militante dal sindaco Alemanno, il terrorista dei Nar Francesco Bianco, che una volta assaltava armerie, si è ora acquattato nell'impiego piccolo piccolo dell'Atac e invita i ragazzi a cercarsi anche loro una raccomandazione come ha fatto lui. E qui non si capisce più se l'irrisione è ancora rivolta agli odiati studenti o, piuttosto, all'odiato se stesso: "Annate a lavorà e se non ce riuscite fateve raccomandà".

Insomma, assunto come caso pietoso, raccattato dalla prigione per solidarietà criminale, il terrorista dei Nar continua a fare terrorismo ma con altri mezzi, molto più scalcagnati e molto più miserabili, un terrorismo disperato che somiglia al mugugno, al broncio, al livore di chi voleva indossare la sahariana o il kepì o la mimetica ed è invece ridotto a inveire nelle retrovie informatiche indossando la grisaglia dell'impiegato. Anche il vecchio antisemitismo ha il sapore depresso della frustrazione. E' infatti con un gioco di parole che Bianco se la prende con Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica. E però Bianco non osa attaccare Pacifici a viso aperto, non ce la fa ad insultarlo per via diretta. Dunque la chiacchierata con gli amici e le amiche di Facebook sfuma nelle allusioni e nei rimandi. Questi furboni sfruttano - pensate l'originalità! - l'ambiguità del cognome Pacifici: "me sembrano pacifici... lasciali passa'", "giusto pacifici... praticamente giudei".

Come si vede, è lo stesso Bianco di sempre, quello che faceva l'autista del commando che uccise Roberto Scialabba. E' ancora il camerata di guerra che per ora può solo concedersi un terrorismo sfigato, un antisemitismo mimetizzato nella vetrina di quegli stessi giovani che odia perché non capisce, e dove si esibisce pensando che nessuno gli chiederà il conto. E' la via più comoda e anche la più vile, proprio come erano vili gli agguati di trent'anni fa, le spedizioni punitive, le bombe, i coltelli, le uccisioni e le violenze dei terroristi, ovviamente non solo neri ma anche rossi. La protervia e l'irresponsabilità sono le stesse di allora anche se adesso stanno accucciate nello stipendio comunale, nella prebenda dell'Atac dove Bianco è stato assunto per chiamata diretta da un sindaco che evidentemente ha un debito con quel codice, forse un complesso di colpa, certamente una comunanza, una mutualità antica e irrisolta. Entrambi hanno cambiato vita. Ma quanto sono cambiati, visto che l'uno si specchia nell'altro?

Di sicuro sistemare Bianco all'Atac è stato soccorso militante ed è linguaggio di setta, rivela un'appartenenza del quale Alemanno non sa liberarsi, come una malattia che ristagna senza evolversi. L'album di famiglia eversivo e violento produce ancora vibrazioni d'amore e d'orgoglio. Ma l'Atac non è una corsia d'ospedale ideologico né un centro di assistenza per psicopatici politici e Alemanno non è Freud né Jung. Il sindaco deve amministrare la città e i suoi difficili trasporti e non le anime perse della politica. Anche se davvero Bianco e gli altri estremisti neri fossero cambiati, cosa c'entrerebbero con l'Atac? E però, grazie a Facebook, ora sappiamo che Bianco non è cambiato, a conferma che l'Atac non guarisce le turbe psico politiche. E' una struttura filotranviaria che mai e poi mai può risolvere i problemi dei disturbati. La solidarietà criminale delle istituzioni rischia invece di legittimare la parte più facinorosa della protesta studentesca che è un mondo confuso con il quale tutti, a partire dal presidente Napolitano, vogliono interloquire.

Per evitare vecchi riflessi condizionati fascismo-antifascismo sarebbe bene chiarire ai ragazzi che protestano che questa pattuglia di estremisti raccomandati di Alemanno non c'entra con il fascismo che fu la tragedia di un'altra generazione. Qui c'è invece il passato eversivo e violento degli anni settanta che manda vampate al sindaco di Roma. E' infatti Alemanno che Bianco svela ancor più di se stesso. Ed è con Alemanno, oltre che con se stesso, che sotto sotto Bianco ce l'ha. Bianco è l'anima del branco che si sente minacciata dalla nuova identità istituzionale. Bianco è la prova che Alemanno non sa muoversi in modo discreto e composto. Mescola infatti il familismo con l'esercizio del potere simil democristiano e intanto coltiva un languore nostalgico che lo rende goffo come primo cittadino di Roma, senza un rigoroso stile di governo, scarsamente credibile, incapace di diventare adulto nella democrazia, che richiede educazione, morale e quel vero coraggio che è rinunziare a se stessi per diventare se stessi.

(28 dicembre 2010)

sabato 23 ottobre 2010

L'impunito omeopatico


di FRANCESCO MERLO

Anziché una squadra di incorruttibili, armati di codice e protetti da una intelligenza anche militare, Silvio Berlusconi ha mandato a Napoli Guido Bertolaso, l'impunito.

Propone, dunque, un trattamento omeopatico: cura la malattia con la malattia stessa. L'emergenza spazzatura - è la sola certezza che tutti, a sinistra come a destra, ormai abbiamo - nasce infatti da una grande corruzione, non solo economica e morale, ma anche politica e intellettuale. È insomma uno scandalo nazionale, una malattia della democrazia italiana, che ha coinvolto anche il centrosinistra, ed è giusto ricordare che fummo noi a chiedere, per primi e con forza, le dimissioni dell'allora governatore della Campania, Antonio Bassolino. Ma solo Berlusconi poteva arrivare alla sfrontatezza di contrastare la corruzione con un presunto corrotto. Tanto più che Bertolaso è indagato per la più odiosa delle corruzioni: la sciacallaggine che specula sulla sofferenza e sulle disgrazie, trasforma i disastri in affari, ingrassa nella monnezza.

Ma fosse pure innocente, come noi ancora ci auguriamo, questo sottosegretario, che agli italiani aveva promesso di dimettersi entro l'anno, non ha più nessuna credibilità. La sua immagine è irrimediabilmente sporcata, anche fisicamente. E in lui c'è pure qualcosa di comico, di quella comicità grottesca che a volte accompagna le cose terribili. Una volta quando lo vedevano con quei suoi giubbottini, con gli scarponcini, i pulloverini, i cappellini
da baseball, i caschetti di plastica dura, gli italiani pensavano agli abiti da lavoro, alla muta dell'operaio di Jünger, alla divisa del milite della fatica. Ma, dopo che lo hanno scoperto al centro di una cricca di arrembanti, vedono nei suoi abiti la tenuta da fuga, l'abbigliamento pratico di chi è pronto a scappare non perché inseguito dalla lava, da una frana o dagli energumeni della spazzatura, ma dalla finanza e dai carabinieri.

Come si vede, anche nelle situazioni da pianto si può trovare qualcosa da ridere. Non si è mai visto infatti in nessun paese del mondo un ministro della Sanità che va in giro con il camice bianco e i sabot, o della Funzione Pubblica in mezze maniche ed elastico al braccio, o della Pubblica Istruzione vestito da studente. Solo il ministro della Difesa La Russa, imitando Bertolaso, è arrivato a indossare la tuta mimetica e l'elmetto da carrista per farsi ammirare nella sua Paternò.

E anche quel corpo magro e scattante di Bertolaso non fa più pensare alla ginnastica da lavoro, ma alle massaggiatrici del Salaria Sport Village e agli ozi della casa a sbafo di via Giulia. Cosa penseranno vedendolo arrivare a Napoli, non solo le persone per bene che, con ragione, protestano, ma i plebei rivoltosi che bruciano la spazzatura e ora si armano pure di molotov? Probabilmente cercheranno i suoi cari attorno a lui, la sua famiglia allargata, il cognato, la moglie, i parenti che ha favorito e gli imprenditori della cricca pronti a sguazzare nella sofferenza. Insomma Bertolaso a Napoli è una provocazione, anche perché questi sono i luoghi del mondo dove si cerca sempre, e si trova anche quando non c'è, il rapporto stretto tra i profeti apocalittici e l'apocalisse, tra gli annunciatori della disgrazia e la disgrazia, tra gli imprenditori della monnezza e la monnezza. Ma ci spingiamo ancora più in là: a Napoli sono sempre speculari gli affaristi della disgrazia e gli energumeni della disgrazia.

Solo in tempi meno drammatici la capitale della cultura apotropaica avrebbe reagito all'arrivo di Bertolaso con lo sberleffo e con lo scongiuro, rumoreggiando e toccandosi. Ma qui c'è la prima prova generale di una orribile sommossa plebea. E si sa che, vili e ottusi, gli ossessi e gli invasati mai attaccano la miseria dentro la quale sono finiti, ma sempre colpiscono le persone migliori, scelgono gli obiettivi più innocenti e indifesi e, come insegna la storia partenopea, trovano sempre una Eleonora Pimentel Fonseca con cui prendersela. Mai contro quelli che, dall'altra parte, hanno affinità con loro, la stessa affinità che avevano i monatti con la peste.

Dunque Berlusconi ha mandato a Napoli il presunto capo dei monatti. Ha negato l'emergenza per la quale il Capo dello Stato prova invece "pena e allarme", ha promesso di spazzare la Campania "in dieci giorni", e "non è eversione", e "i disordini sono solo un fenomeno locale". Forse perché la sola emergenza nazionale che conosce e combatte con tutte le sue forze si chiama Santoro, Berlusconi non ha ascoltato neppure Umberto Bossi che, sia pure senza alcuna grazia e parlando con lo stomaco, ha avvertito la gravità del pericolo e l'irresponsabilità del governo: "Bisogna intervenire, non possiamo aspettare che ci scappi il morto".

Ovviamente neppure Bossi capisce che, anche senza morto, in una delle nostre più grandi regioni e in una delle più belle città del mondo la spazzatura sta seppellendo la democrazia. E che non si può parlare di lotta alla camorra, di rinascita, di sogno meridionale e di impegno contro la criminalità organizzata mandando a Napoli lo sfacciato Bertolaso.

Mai come nella conferenza stampa di ieri si era vista così forte e chiara la somiglianza tra Berlusconi e Bertolaso. Abbiamo assistito ad un tristissimo siparietto nel quale trionfava non solo l'impunità ma anche la "combriccolaggine", l'appartenenza alla stessa antropologia. È infatti Berlusconi che in Italia ha buttato il Codice nella spazzatura e ora dalla spazzatura riemerge Bertolaso che della spazzatura è il codice.

(23 ottobre 2010)

lunedì 30 agosto 2010

Gheddafi, un circo che ci umilia


di FRANCESCO MERLO

ANCHE ieri c'era il picchetto in alta uniforme ai piedi della scaletta dalla quale sono scese due amazzoni nerborute e in mezzo a loro, come nell'avanspettacolo, l'omino tozzo e inadeguato, la caricatura del feroce Saladino. Scortato appunto da massaie rurali nel ruolo di mammifere in assetto di guerra. E va bene che alla fine ci si abitua a tutto, anche alla pagliacciata islamico-beduina che Gheddafi mette in scena ogni volta che viene a Roma, ma ancora ci umilia e davvero ci fa soffrire vedere quel reparto d'onore e sentire quelle fanfare patriottiche e osservare il nostro povero ministro degli Esteri ridotto al ruolo del servo di scena che si aggira tra le quinte, pronto ad aggiustare i pennacchi ai cavalli berberi o a slacciare un bottone alle pettorute o a dare l'ultimo tocco di brillantina al primo attore.

È vero che ormai Roma, specie quella sonnolente di fine estate, accoglie Gheddafi come uno spettacolo del Sistina, con i trecento puledri che sembrano selezionati da Garinei e Giovannini, la tenda, la grottesca auto bianca, le divise che ricordano i vigili urbani azzimati a festa, e tutta la solita paccottiglia sempre uguale e sempre più noiosa ma, proprio perché ripetuta e consacrata, sempre più umiliante per il Paese, per i nostri carabinieri, per le istituzioni e per le grandi aziende, private e pubbliche, che pur legittimamente vogliono fare i loro affari con la Libia.

Ness
un'altra diplomazia occidentale tollera e incoraggia gli eccessi pittoreschi di un dittatorello e degrada la propria capitale a circo. Ci dispiace - e lo diciamo sinceramente - anche per il presidente del Consiglio, la cui maschera italiana si sovrappone ormai a quella libica, indistinguibili nel pittoresco, nell'eccesso, nella vanità, nel vagheggiare l'epica dell'immortalità, nel farsi soggiogare dalle donne che pensano di dominare.

Di nuovo ieri Gheddafi si è esibito davanti a 500 ragazze, reclutate da un'agenzia di hostess, che hanno ascoltato i suoi gorgoglii gutturali tradotti da un interprete, le solite banalità sulla teologia e sulla libertà delle donne in Libia, il Corano regalato proprio come Berlusconi regala "L'amore vince sempre sull'odio", quel libro agiografico e sepolcrale edito da Mondadori. È fuffa senza interesse anche per gli islamici ma è roba confezionata per andare in onda nella televisione di Tripoli. Il capotribù vuol far credere alla sua gente di avere sedotto, nientemeno, le donne italiane e di averle folgorate recitando il messaggio del profeta. Addirittura, con la regia dell'amico Berlusconi, tre di queste donne ieri si sono subito convertite, a gloria della mascolinità petrolchimica libica: "Italiane, convertitevi. Venite a Tripoli e sposate i miei uomini".
E di nuovo ci mortifica tutta questa organizzazione, il cerimoniale approntato dalla nostra diplomazia, con Gheddafi serio ed assorto che suggella la fulminea conversione di tre italiane libere e belle: un gesto di compunzione, gli occhi chiusi per un attimo, il capo piegato come un officiante sul calice. "L'Islam deve diventare la religione di tutta l'Europa" ha osato dire nella capitale del cattolicesimo, mentre l'Europa (con l'America) si mobilita per salvare la vita di una donna che rischia la lapidazione per avere fatto un figlio fuori dal matrimonio. Certo, l'Islam non è tutto fanatismo ma nello sguardo di Gheddafi c'è condensata la sua lunga vita di dittatore, di stratega del terrorismo, di tiranno che dal 1° settembre del 1969 opprime il suo popolo.

Ebbene, è a lui che oggi Berlusconi di nuovo bacerà la mano, come ha già fatto a Tripoli. Berlusconi, lasciandosi andare con i suoi amici fidati, ha più volte detto di invidiare Muammar perché comanda e non ha lacci, non combatte con il giornalismo del proprio paese, non ha bisogno di fare leggi ad personam ma gli basta un solo editto tribale, non ha né Fini né Napolitano, non ha neppure bisogno di pagare le donne... È vero che gli esperti di Orientalistica sostengono che la tribù in Libia è matriarcale e che dunque la moglie di Gheddafi sarebbe la generalessa del colonnello, ma questo Berlusconi non lo sa, la sua Orientalistica è ferma a quella dell'avanspettacolo, al revival di Petrolini: "Vieni con Abdul che ti faccio vedere il tukul".

E infatti ogni volta che Berlusconi va a Tripoli Gheddafi fa di tutto per stupirlo con gli effetti speciali del potere assoluto, gli fa indossare la galabìa e lo fa assistere alle parate militari delle amazzoni, organizza il caravanserraglio di Mercedes piene di farina, orzo e datteri da distribuire agli affamati recitando il ruolo del salvatore, proprio come Berlusconi all'Aquila... E ha pure imposto nei passaporti libici la foto di Berlusconi. Se lo porta nel deserto di notte per mostrargli la magia del freddo glaciale, tutti e due ad aspettare l'alba e il sole che torni ad arroventare la tenda. E ogni volta alla tv libica il viso di Berlusconi diventa in dissolvenza il viso di Gheddafi, e va in onda Berlusconi contrito nel museo degli orrori commessi dagli italiani, e c'è sempre il solito Frattini accovacciato fuori dalla tenda ad aspettare, aspettare, aspettare. E poi il tramonto, la luna...

Gheddafi a Roma fa quello che vuole non soltanto in cambio delle galere e dei campi di concentramento dove la polizia libica trattiene gli africani che vorrebbero fuggire verso l'Italia, e non solo perché i due fanno affari privati, come da tempo sospetta la stampa internazionale, e ora anche italiana. Il punto è che Berlusconi gli mette a disposizione tutto quello di cui ha bisogno l'eccentricità beduina perché con Gheddafi ha un patto antropologico. È una somiglianza tra capi che la storia conosce già, sono identità che finiscono con il confondersi: Trujllo e Franco, Pinochet e Videla, Ceausescu ed Enver Hoxha, Pol Pot e Kim il Sung... Non è l'ideologia a renderli somiglianti ma l'idea del potere, quello stesso che oggi lega Berlusconi e Gheddafi, Berlusconi e Chavez, Berlusconi e Putin. Ecco cosa offende e degrada l'Italia: l'Asse internazionale della Satrapia.

(30 agosto 2010)

giovedì 29 luglio 2010

Il codice della superbia


di FRANCESCO MERLO

Reagiva come se fosse stata la collega dell'Unità e non la Banca d'Italia a promuovere quel commissariamento del suo Istituto di credito che è stato firmato dal ministro Tremonti. Rivolgeva a un altro collega le insolenze che avrebbe voluto rivolgere ai magistrati che lo hanno interrogato per nove ore.

Era come se sui suoi presunti illeciti stesse indagando Rainews 24 e non tre Procure della Repubblica. Ebbene, anche se fosse innocente, Denis Verdini non è degno di ricoprire una carica pubblica. Mai infatti si era vista una conferenza stampa più losca di quella messa in scena ieri. Neppure un imam di una repubblica islamica insulta, minaccia irride e offende i giornalisti come ha fatto lui. Nemmeno Berlusconi, che pure è uno specialista di guerre all'informazione, era arrivato a tanto. Il comportamento sguaiato e violento di Verdini ricorda quello dei boss che in aula sputano per terra quando hanno sotto gli occhi gli infami cronisti. Insomma il focoso Denis non si comporta da maledetto toscano ma da guappo napoletano: non indignazione ma coda di paglia.

Ecco il punto: Verdini fa esattamente quello che ti aspetti da un colpevole. Ha preso soldi da Flavio Carboni che rimane un bancarottiere, un faccendiere piduista anche se in passato è stato socio dell'editore Caracciolo che gli offrì una quota della "Nuova Sardegna". Anche questo continuo richiamo al rapporto tra Carboni e Caracciolo è un argomento peloso usato come scudo, il tentativo di legittimare un'associazione a delinquere con la proprietà transitiva, come se i meriti e la pulizia del nome Caracciolo arrivassero addosso a Verdini, lo ripulissero, garantissero per lui e rendessero vincente la sua difesa dinanzi al mondo prima ancora che ai giudici che non lo infilzano all'amicizia ma alle intercettazioni, ai conti bancari, alle tangenti, alla prove fattuali. Verdini partecipava a incontri "coperti" con Dell'Utri e Lombardi, si esprimeva in un codice che sta a metà tra i servizi segreti e i servizi igienici, esercitava pressioni per influenzare le istituzioni inquinandole, partecipava alla congiura delle calunnie contro il candidato del suo stesso partito alle elezioni della Campania.

Eppure ieri in conferenza stampa affibbiava scappellotti a tutti, giocava di rimessa, rilanciava come al poker, si affidava alla possibilità di mettere sotto scacco psicologico l'informazione che per lui è un avversario da gioco d'azzardo: "L'eolico non è la mia materia"; "lei non sa neppure cos'è un conto corrente in banca"; "la sua domanda è morbosa"; "il solo interesse che danneggio è il mio, come mi dice anche mia moglie"; "non esiste una P3 ma esistono le 3P, cioè le 3 Procure". Come si vede è un'inquietudine che va oltre le ragioni dell'autodifesa, è un girovagare, un avventurarsi nel gioco fatuo delle battute incontenibili e al tempo stesso evanescenti, una sorta di lanterna magica, la gaiezza tristanzuola del disperato.

E dispiace e sorprende che Giuliano Ferrara si sia avventato contro la giornalista dell'Unità Claudia Fusani, che non è certo potente come il suo coeditore Verdini, con argomenti oscuri e allusivi che nulla hanno a che fare con la ragnatela della P3 e che sicuramente non gli fanno onore. Non bastava il fiancheggiamento di Stracquadanio, quell'altro onorevole compare che è intervenuto dicendole con garbo di "non dire cazzate"?
Tutti sanno che le conferenze stampa non sono processi penali, ma occasioni di polemiche e di chiarimenti. Nei momenti infuocati esprimono più umori che ragionamenti, più approssimazione che precisione. In genere i leader in difficoltà traggono spunto dalla malizia dei cronisti per parlare al paese, sanno già quello che devono dire, afferrano le domande per sputare il rospo che hanno in gola. Non hanno davanti qualche giornalista più o meno bravo, più o meno acuto, ma la grande platea dell'opinione pubblica, intere pagine di giornali, gli sguardi che captano per strada, il giudizio collettivo che li opprime.

Invece Verdini pareva in gabbia. Troppo scomposto per essere credibile e troppo maleducato per essere rispettato. E dunque anche agli occhi più garantisti appariva come il presunto innocente più sospetto della politica italiana. Non si limitava ad attaccare politicamente Fini e Bocchino e tutti quelli che hanno chiesto le sue dimissioni accusandoli di avere tradito un collega parlamentare, di non difendere uno di loro, di averlo abbandonato alla barbarie giudiziaria, vale a dire alla legge e al rispetto delle regole. Si comportava come al cinema si comportano lo spaccone, lo sbruffone, il faccendiere che appunto sposta soldi, aggiusta un sentimento, ricicla un falso, bluffa al poker e invece di rispondere ti rimprovera di non conoscere la differenza tra la s pura e la s impura, tra il versare e il girare un assegno, roba più da azzeccagarbugli della ragionieria che da banchiere sia pure brechtiano. Al sud esistono intere dinastie di giocatori d'azzardo che diventano imprenditori, banchieri del ficodindia che scrivono anche libri, costruiscono imperi e dinastie sul bluff. È questa l'antropologia del Verdini che abbiamo visto ieri. Le regole esistono per essere sovvertite, trasgredite e beffate.

E in questo codice malandrino anche la maleducazione, la superbia, l'arroganza e gli insulti non sono cadute di stile ma schizzi di umore nero, malattie dell'orgoglio ferito, rivendicazioni di impunità di casta. Sono la bile che si traveste di allegria, proprio quella che Ungaretti chiamava "l'allegria dei naufraghi".

(29 luglio 2010)

lunedì 12 luglio 2010

Il ritorno del Pentapartito


di FRANCESCO MERLO

MANZONI racconta che in una cena venne deciso il rapimento di Lucia. E non fu politica ma cosca. Allo stesso modo quello in casa Vespa non fa pensare ad un incontro di antico stampo democristiano, ma ad un summit. E solo in superficie il "sistema Berlusconi" ricorda i riti bizantini del pentapartito che tentava di governare l'ingovernabilità con le cene e i convegni più o meno segreti, appunto.

C'era saggezza in quel tempo senza tempo. E nei patti delle frittelle, delle crostate e nelle staffette, persino negli scambi inconfessabili, nel doppio gioco, nel dire per non dire, e in tutte le antiche forme del potere che si prolungava oltre gli orari e oltre i luoghi istituzionali, insomma nella potenza dell'impotenza c'erano le radici lontane del sissizio greco, dello stare assieme aristocratico e della tavola rotonda. Il banchetto era la risorsa dell'antropologia italiana.

Certo, è sorprendente che la politica sia ritornata ai nidi di vespa, con le offerte sottobanco (oggi a Casini, ieri al Pci,) con i ricatti, gli ultimatum e i penultimatum (ieri di Craxi e oggi di Maroni), con i salotti di regime (ieri nella casa-divano Angiolillo e oggi nella casa-covo Vespa), con il crescente ma irrisolvibile disagio morale (ieri del Pri e oggi di Fini). E però la differenza è enorme è non solo perché non erano mai stati segnalati ospiti stranieri come il segretario di Stato vaticano né altissime figure di garanzia come il governatore della Banca d'Italia, ma soprattutto perché è cambiata Una volta l'inconcludenza italiana era il frutto della incompatibilità di interessi sociali contrapposti: i ceti popolari e la razza padrona, la rendita e il profitto, lo Stato e le professioni liberali... E dunque si cercava di servire sulla tavola paraistituzionale dell'Angiolillo di turno le spezie senza odore, il sale scipito, il pomodoro bianco, insomma il salotto era l'impossibile ricomposizione dell'Italia anarchica, il disarmo delle sue ideologie perennemente contrapposte con sullo sfondo la politica dei blocchi, la cortina di ferro e la guerra fredda.

Alla fine i governi non governavano e sempre decidevano di non decidere perché erano assediati dalla lotta di classe e dalla divisione dei mondi. Oggi sono assediati dal diritto penale e a loro volta lo stanno contro assediando anche con il ricorso alle vecchie strategie conviviali. Il pentapartito non aveva una morale, ma almeno cinque: "I sei partiti del pentapartito..." fu l'incipit memorabile dell'articolo di fondo di un grande giornale. Adesso sono due i partiti del pentapartito: Pdl e Lega. Ma hanno un solo vuoto morale.

Ed è vero che Fini somiglia a un La Malfa di destra. Quello era il paladino del rigore in una corte di mollezze: sognava di accumulare ed era costretto a dissipare. Questo Fini sogna il classico ordine della destra ottocentesca ma è costretto al disordine, è il paladino della legge ma deve legittimare il delitto. Crede che la libertà di stampa non sia mai abbastanza e sta in un governo che la vuole imbavagliare.

Persino la Chiesa, come ha detto recentemente il Papa, è piena di pericoli, e deve fare i conti più con se stessa che con i nemici esterni. È insomma un nido di vespa: dalla pedofilia alle case di Propaganda Fide, dalle complicità nel caso Boffo alla devozione della cricca di Stato e ai drammatici sospetti sul cardinale della più generosa, popolare e appassionata diocesi italiana, dove ci vuol poco a descrivere i fedeli come tarantolati e l'annuale miracolo del sangue che si scioglie come una superstizione medievale... Ebbene, con la Chiesa venata dai sospetti, il cardinale Bertone, come fosse un Verdini o un Bonaiuti, un Dell'Utri un Ghedini o un Blancher, partecipa al conclave degli inguaiati in casa Vespa, incredibile giornalista sensale, "Bel Ami" del Popolo della libertà. Negli anni del pentapartito i giornalisti potevano essere di parte ma non si ricordano mezzanie. Craxi e De Mita non trattavano in casa Zavoli. La Malfa e Berlinguer non fecero accordi alla tavola di Andrea Barbato.

Al vertice del nuovo pentapartito c'è ovviamente Berlusconi che sembra la Dc ma non ne ha la serietà né la ricchezza e la grandezza politiche. Il suo obbligato ritorno alla tecnica del pentapartito cerca solo di neutralizzare l'illegittimità dei comportamenti. Ecco perché questo neo pentapartito non è il pentapartito ma è un "un pendaglio" di partiti. Non un neo, ma un tumore della politica italiana.

(11 luglio 2010)

lunedì 28 giugno 2010

Il ministro impresentabile


di FRANCESCO MERLO

L'ULTIMA mutazione genetica del berlusconismo: il Bertoldo di Stato, lo stralunato compare, il finto tonto perfetto, il furbissimo sciocco che si nasconde dietro una disperante inadeguatezza e una imbranataggine comica, insomma il falso scemo che ci prende per scemi veri.

Ieri, per esempio, proprio quando era stato smascherato come simulatore dal capo dello Stato, si è meravigliato perché i cronisti insistevano a ficcare il naso nelle sue vicende, e ha detto al Tg3 che non è educato disturbare un brav'uomo la domenica, che forse è il giorno riservato alla contabilità delle mazzette e non certo alle domande dei giornalisti.

E ha aggiunto di non capire, il povero Brancher, perché non sfruculiano Lippi, che se le merita davvero, invece di importunare il povero neoministro di non si sa che cosa. Con un'aria da furfante gentiluomo che non sente rimorsi né prova vergogna ha sostenuto che gli italiani sfogano su di lui la rabbia per l'eliminazione dai Mondiali, che è una genialità da imbonitore, la "mossa" dello scugnizzo di Belluno.

Insomma, ascoltato in tv, Aldo Brancher non è più solo il presunto collettore della banda Bassotti, il sensale di Berlusconi e della Lega, ricompensato e soccorso con un ministero, ma è la perfezione del nuovo commis dello Stato italiano, quello che fa finta di non capire e di non sapere: "Che male c'è?". Come Scajola, che non si è accorto che gli compravano la casa; come Lunardi che spaccia per innocente favore l'impudicizia dell'affarismo; come Bertolaso che non si spiega mai e si indigna sempre. Come loro, anche Brancher non si è reso conto che l'hanno fatto ministro proprio quando il processo per appropriazione indebita è arrivato a dibattimento e quindi vicino alla sentenza. Se ne sono accorti tutti tranne lui.

Ma Brancher è il più bravo, sfoggia un'ingenuità da campagnolo, da Mister Bean della politica, da Chance il giardiniere, e ogni volta che parla regala suggestioni nuove, disorienta, spiazza come fosse un Dostoevskij della sceneggiata celtica: "Per idiota mi prendono tutti, non so perché...".

È ormai noto, fin nei dettagli, l'imbarazzante intreccio a proposito delle sue competenze ministeriali, le famose deleghe annunziate e ancora non assegnate, con il federalismo che è stato derubricato a decentramento, il tentativo di raggiro istituzionale e il trucco da magliaro ai danni del Capo dello Stato. Ebbene, ieri in tv Brancher invece che parare i colpi ha cercato di sferrarne, in nome di una onorabilità offesa: "È una vergogna", "sono sorpreso da tanta cattiveria", "le mie deleghe sono quelle scritte, andate a leggerle". Dove? "Sulla Gazzetta Ufficiale", è stata la sua sfrontata bugia.

Brancher sa che nessuno legge la Gazzetta Ufficiale, l'ha evocata per intimidire e per legittimarsi. Ma il punto è che la Gazzetta Ufficiale non ha ancora comunicato la sua nomina e quindi nemmeno le sue deleghe.

Una volta i ministri venivano scelti per competenza o per appartenenza politica, mai per ricompensare un silenzio complice e per sfuggire alla giustizia. Ma Brancher, che non vuole dimettersi, non è un cialtrone, non è pittoresco e si capisce benissimo che la combriccola che lo vuole ministro a tutti i costi ha più ragioni di temerlo che di premiarlo. Con le tasche piene di segreti si è umiliato sino a diventare il Bertoldo di Stato e ha conquistato sul campo i suoi gradi di ministro. All'Impresentabilità.

(28 giugno 2010)

lunedì 14 giugno 2010

Il cortile leghista


di FRANCESCO MERLO

LA COLPA è del portavoce, come nella più trita tradizione del peggiore politichese. Ma un leghista vigliacco che nasconde il proprio estremismo, uno Zaia pudico che si vergogna del proprio ciarpame anti-italiano, un capo lumbard che si impicca al proprio opportunismo è un inedito. È un salto nell'evoluzione della specie padana. Insomma eravamo abituati al leghista "ce l'ho duro" e qui scopriamo invece che Zaia ha duro solo il portavoce.

L'episodio, comunque sia andata, è un piccolo concentrato di miserie, ma è ricco di significati. Il governatore del Veneto Luca Zaia è andato a inaugurare una scuola elementare nella provincia di Treviso. Ebbene, i garzoni che gli stanno intorno hanno subito ordinato, ovviamente a suo nome e per suo incarico, di sostituire l'inno di Mameli con il "Va' pensiero". Ed è inutile ricordare che nessuno in Italia predica retoriche sacralità musicali e che in tutto il mondo gli inni sono solo le spezie dell'identità nazionale, tanto più per gli italiani di oggi che non sono certo malati di patriottismo e di fanfare. E d'altra parte "Va' pensiero" non è "Faccetta nera" e dunque eseguirlo o ascoltarlo non è un'offesa per nessuno dei nostri simboli nazionali, ma è anzi un godimento dello spirito.

E va bene che Zaia è il più elegante dei leghisti, non ha l'aria zotica e selvaggia che, in misure e con "stili" diversi, caratterizza Bossi, Maroni, Calderoli e Borghezio. Persino nel parlare Zaia è più sobrio, non impreca e non sbuffa, non gli si ricordano inviti a gettare la bandiera nel gabinetto né insulti grevi alle istituzioni di Roma ladrona. Delle due anime della Lega sino a ieri pensavamo che Zaia interpretasse più quella amministrativa che quella secessionista. Però nessuno Zaia, nessun leghista, neppure in versione "moderata", riuscirà a rendere anti-italiano il coro del Nabucco che fu la colonna sonora del Risorgimento. E non ha nemmeno senso confrontare le note e le parole di un inno nazionale con un qualsiasi capolavoro della lirica. L'idea che il coro del Nabucco sia diventato padano e l'inno di Mameli sia oggi degradato a romano è una volgarità da smascherare perché è sciocco prendere un grande classico della immensa tradizione italiana e contrapporlo a delle facili note che non rappresentano l'eccellenza della nostra musica, ma la nostra identità nazionale.

D'altra parte, chi dirige una scuola, un'orchestra o solo un coro ricordi che, invece di polemizzare a cose finite, si può anche disobbedire a un governatore (meglio ancora, al suo portavoce) e suonare le note previste dal programma e dal galateo istituzionale. Senza iattanza, senza volontà di sfida. Se infatti il presidente della Regione Veneto, nelle sue funzioni di governo, ordina di non suonare l'inno nazionale compie un gesto eversivo in evidente spregio del suo ruolo, si abbandona ad uno sfogo da osteria, commette un'irriverenza grave innanzitutto verso se stesso, e persino si macchia di una cattiva azione contro il proprio paese.

Il primo ad accorgersene è stato infatti lo stesso Zaia che, criticato da La Russa e dai ministri della sua stessa maggioranza, si è pentito, ha negato, si è imbrogliato e ha infine lasciato la responsabilità dell'episodio sulle spalle del portavoce, anche se tutti sanno che la funzione del portavoce è quella di non avere voce, di non parlare mai per sé, di indossare gli abiti di Zaia per far credere al mondo di essere Zaia. Insomma nessuno pensa davvero che un portavoce possa staccarsi dalla voce che lo sostanzia. E da sempre in Italia quella del portavoce intemperante è solo una povera furbata, una piccola viltà da politico ventriloquo. E tuttavia l'inno non cantato per ordine di Zaia rivela anche che proprio quell'oltraggiata marcetta di Mameli, che sino a qualche anno fa nessuno di noi ascoltava con passione, è cresciuta così tanto nel sentimento nazionale che adesso davvero funziona come segno di forza della patria. Al punto che si nega all'inno chi vuol negarsi all'Italia.

Bisogna dare atto all'ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che con Mameli si imbarcò nella più ambiziosa e faticosa delle sue imprese presidenziali, di avere "lanciato" l'inno proprio contro la fermentazione del localismo tellurico dei vari Zaia, per sedare le rivolte del cortile leghista, per fare attecchire l'amore di patria nel paese dell'assenza di patria. Ebbene, la doppia cafonaggine di Zaia è la prova che Ciampi ce l'ha fatta. L'inno è diventato un inno. Altrimenti Zaia non ne avrebbe chiesto la sostituzione e soprattutto non si sarebbe vergognato di averla chiesta. Altro che "Va' pensiero"! Quello di Zaia non è un pensiero che va, ma un pensiero che scappa, un cattivo pensiero che si nasconde.

(14 giugno 2010)

venerdì 12 marzo 2010

Il libretto bianco di Silvio Ceausescu


di FRANCESCO MERLO

CERTO, alla prima occhiata anche io, come tutti, ho pensato al catechismo populista dei sudamericani, alla Bulgaria, al kitsch di Ceausescu che giocava al golf o indossava gli sci, al libro verde di Gheddafi, alla parodia italiana di Stalin «piccolo padre dei popoli», a quei mondi che sono destinati o al dominio dei generali o a quello degli imbonitori, o la tromba o il trombone.

Ma poi, quando ho cominciato a leggere e, sbalordito, mi sono inoltrato in questa melassa di pittura, in questo abuso di sentimento rancido, insozzato e soffocato in una pozzanghera di falsa caramella, ebbene è a Sanremo che ho pensato, a una certa idea dell'Italia credulona e caprona.

E più leggevo e più mi sembrava di sentire Berlusconi cantare: "da un male deve nascere un bene grande, grande grande". In un paese dove la corruzione di Stato è l'esibizione corale, la violenza di un'orchestra forte, Berlusconi gorgheggia: "siamo l'Italia che sa amare", "siamo tosti, orgogliosi e concreti", "se non sai amare non puoi costruire niente di buono, per te e per gli altri", "anche lo Stato è tornato a fare lo Stato", "non sarò più un leone in gabbia". E più andavo avanti nella lettura e più pensavo a quanto è diventato inutile contrapporre alle voci di petto e di stomaco dell'Italia di Tartaglia e di Berlusconi la voce di testa, misurata e guidata, il timbro cupo, velato e grave del Diritto, della politica, della normalità perduta.

Insomma Berlusconi apre il suo libro più agiografico e più sepolcrale con motivetti e ritornelli che contrappone ai toni acuti e alle distorsioni, alla malattia del povero ma violento Tartaglia che quest'opera ha appunto ispirato, ed è infatti a lui che è indirettamente dedicata: "Il dolore, non solo fisico, è stato grande. Il rischio che ho corso anche... E come segno di riconoscenza, ho deciso di raccogliere una selezione dei tanti messaggi di incoraggiamento che mi sono giunti. Tutte queste manifestazioni di simpatia (dal greco 'syn pàthos', saper patire assieme) mi hanno risarcito di tutte le calunnie, le offese, le false accuse".

Da un lato dunque c'è il tanfo del berlusconismo al tramonto e dall'altro l'atto inconsulto di piazza Duomo, a Milano. Insieme Tartaglia e Berlusconi, la musa e il suo poeta, compongono un'Italia al ribasso, un'Italia che ricorre al ventre e alle parti basse appunto, dove i due se la cavano benissimo, l'uno predisponendo l'altro in un rapporto inscindibile tra il lanciatore di statuetta e l'uomo che vuole diventare statuetta.

E' tutto qui il libro. Tra i "grazie", i "ti vogliamo bene", "non mollare", "sei il nostro nonno", "anche mio figlio di tre anni ha pianto per te", che sono le solite banalità del 'popolo dei fax', quel pezzo di mondo che spesso è disturbato, tanto a destra come a sinistra, c'è il tentativo patetico di fare del colpo di statuetta la festa di consacrazione letteraria a uomo del destino, lo svelamento finale perché il mito del leader si nutre di attentati al tempo stesso riusciti e mancati, ha bisogno di ordigni inesplosi, di un corpo contundente che si intrufola nello sventolio dei tricolori, di una ferita che si rimargina in mezzo allo sbigottimento attivo della folla.

La sola, vera differenza fra Tartaglia e Berlusconi è che il primo non ce l'ha fatta a saltare dentro la storia mentre l'altro comincia ad uscirne con questa crepuscolare brodaglia, edita nientemeno dalla Mondadori, che non merita di essere recensita né tanto meno sbranata, non riesce ad essere offensiva, non funziona neppure come provocazione e non avrà reazioni indignate perché con convince e non vince. Sa appunto di fondo di caffé, di barile raschiato, e non soltanto perché il leader non fa più sorridere neppure gli uomini che gli stanno vicini e molto più sfacciatamente del passato lo servono nelle istituzioni, nell'informazione e alla Rai: sono ancelle innamorate in pubblico che, però, in privato si abbandonano al dileggio e alla congiura (ed è una storia che in Italia si ripete sempre perché come diceva Valery: "quando qualcuno ti lecca le scarpe, mettigli il piede addosso prima che cominci a morderti") .

La verità è che solo al gesto inconsulto di Tartaglia il libro fa malinconicamente pensare senza più la forza spiazzante delle altre invenzioni di Berlusconi, dalla nave elettorale alla bandana, dal lifting come evoluzione finale del trasformismo alla barzelletta strumento di governo, e poi il contratto con gli italiani, lo slogan "meno tasse per tutti"... Anche la foto di copertina che ovviamente lo ringiovanisce non rimanda più alla cura di sé e al trucco seduttivo ma propone lucentezze oleose ed emana un forte odore di Prep, cattiva colonia e pensiero stantio, sembra il cartellone di una barberia meridionale, di quelle che stavano sotto l'invitante scritta "taglio italiano". Anche il ricorso alla foto-patacca è insomma così smodato da rivelare Berlusconi nella sua verità più crudele.

Alla fine ci rimane solo l'amarezza per la scelta della Mondadori. Il libro, infatti, non è pubblicato dal "Partito delle Libertà" ma dalla casa editrice che, con l'Einaudi, fu la più autorevole, la più amata, la più coraggiosa e la più geniale, un tempio e un'istituzione paragonabili, che so?, alla Gallimard francese, alla Collins e alla Phaidon inglesi, alla Random House americana, alla Suhrkamp Verlage tedesca. E bisogna dirlo forte che questo libro nella parte centrale diventa, in carta patinata, un volantino elettorale, pura propaganda che sarebbe anche legittima, certamente più della stanca agiografia senile, se non portasse appunto il marchio Mondadori.

Ebbene, da questo punto di vista il volume è peggio di una statuetta sul viso della Mondadori. E' un attentato riuscito alla nostra memoria, una bestemmia contro la fonte battesimale di chiunque in Italia abbia creduto di potere capire il mondo attraverso i libri. In un Paese meno corrotto e più civile sarebbe uno scandalo. Perché nessun voto in più o, chissà, magari - involontariamente - in meno a Berlusconi, vale la reputazione (perduta) della Mondadori.

(12 marzo 2010)

giovedì 21 gennaio 2010

Il sindaco fantuttone


di FRANCESCO MERLO


Nessuno, neppure un fantuttone, può dividersi a metà specie se una metà è destinata a governare Venezia, che è una città del mondo, una specie di città Stato, come Parigi, Milano, Amburgo, Istanbul, New York. Città che richiederebbero, se mai, tre sindaci a tempo pieno e non un sindaco part time E invece Renato Brunetta è il candidato sindaco della Pdl e ha già annunziato che resterà ministro per la Pubblica amministrazione e l´Innovazione, terrà il doppio incarico. Dunque nei giorni pari Brunetta realizzerà la riforma dello Stato, «la più grande riforma mai progettata per l´Italia» (sono parole sue), e nei giorni dispari si occuperà dell´inquinatissima Marghera e delle raffinerie senza futuro industriale, del waterfront di Mestre, del porto turistico e della destinazione dei terreni, che erano agricoli, acquistati dall´amministrazione Cacciari nella zona di Tessera, del progetto di trasformare in appartamenti alcuni alberghi storici del Lido... E ovviamente asciugherà Piazza San Marco, sistemerà il turismo, le Biennali, il festival del cinema, il Mose, l´università, il Casinò.

Ma fermiamoci un attimo. Su Brunetta si può usare l´ironia, ma su Venezia no. E dunque, per una volta, abbiamo deciso di affrontare seriamente il ministro più rumoroso d´Italia e di invitarlo a non offendere la città straordinaria della quale legittimamente sogna di fare il sindaco, una delle città più amate del mondo. Non è più questione di prendere in giro la sua vanità, i suoi eccessi, i suoi insulti, l´idea che ha di se stesso come economista da Nobel, la voglia di mortificare tutti i mondi dove secondo lui ancora si annida la sinistra: gli statali, i professori, i magistrati, i giornalisti, i disabili, i donatori di sangue, i registi, gli attori, gli studenti, i poliziotti pancioni... Fingiamo che Brunetta sia un uomo politico animato da buone e sane intenzioni verso la città dove è nato, ammettiamo che davvero voglia il bene della sua difficilissima e bellissima Venezia. Ecco: Brunetta fa bene a concorrere ad una carica di forte responsabilità che da sola gli riempirebbe le giornate, ma deve dimettersi da ministro se non vuole diventare uno di quegli assenteisti che combatte. Gli assenteisti, citiamo testualmente Brunetta «in Italia sono quelli che fanno due lavori», quelli che fanno male due lavori, non potendone o non volendone fare uno bene.

Anche l´economista Francesco Giavazzi, in un editoriale del Corriere della sera di lunedì scorso, con passione e competenza veneziane, gli ha spiegato, e senza la nostra ironia, che l´amministrazione di «una città bizantina e complicata come Venezia» non è compatibile «con le sue responsabilità di ministro», e insomma Venezia non può avere «un sindaco a mezzo servizio».

A meno che Brunetta non abbia scoperto che il suo ministero è inutile, e che erano fuochi fatui e botti paesani tutte quelle dichiarazioni con la baionetta inastata contro i collassatori dello Stato e i fannulloni, contro i terroristi molli del doppio lavoro che rubano lo stipendio e in realtà si occupano d´altro... Brunetta ne converrà: quando farà il ministro sarà un sindaco fannullone, e quando farà il sindaco sarà un ministro fannullone.
Pure il conflitto di interessi dovrebbe spaventare Brunetta perché governo ed enti locali hanno spesso esigenze contrapposte o difformi e il governo stanzia (o non stanzia) finanziamenti che i sindaci contestano, e non c´è città d´Italia che non abbia una questione aperta con il governo. E basterà qui ricordare che la riforma federalista, che è stata già approvata, trasferisce la proprietà dei beni culturali (cioè l´intera Venezia) dallo Stato alla Città. Come si vede stavolta non è solo questione di fannulloni e fantuttoni. È in gioco l´amministrazione di uno dei pezzi di territorio più importanti d´Italia. A Brunetta piace fare come Figaro, e pensare che tutti lo vogliono e tutti lo cercano. Ma qui finisce che non lo trovano.

(21 gennaio 2010)

martedì 10 novembre 2009

Il cattolico feroce


di FRANCESCO MERLO


Suscita rabbia e pena, una pena grande, il sottosegretario Carlo Giovanardi, cattolico imbruttito dal rancore, che ieri mattina ha pronunziato alla radio parole feroci contro Stefano Cucchi. Secondo Giovanardi, Stefano se l'è cercata quella fine perché "era uno spacciatore abituale", "un anoressico che era stato pure in una comunità", "ed era persino sieropositivo". Giovanardi dice che i tossicodipendenti sono tutti uguali: "diventano larve", "diventano zombie". E conclude: "È la droga che l'ha ridotto così".

Giovanardi, al quale è stata affidata dal governo "la lotta alle tossicodipendenze" e la "tutela della famiglia", ovviamente sa bene che tanti italiani - ormai i primi in Europa secondo le statistiche - fanno uso di droga. E sa che tra loro ci sono molti imprenditori, molti politici, e anche alcuni illustri compagni di partito di Giovanardi. E, ancora, sa che molte persone "per bene", danarose e ben difese dagli avvocati e dai giornali, hanno cercato e cercano nei cocktail di droghe di vario genere, non solo cocaina ed eroina ma anche oppio, anfetamine, crack, ecstasy..., una risposta alla propria pazzia personale, al proprio smarrimento individuale. E alcuni, benché trovati in antri sordidi, sono stati protetti dal pudore collettivo, e la loro sofferenza è stata trattata con tutti quei riguardi che sono stati negati a Stefano Cucchi. Come se per loro la droga fosse la parte nascosta della gioia, la faccia triste della fortuna mentre per Stefano Cucchi era il delitto, era il crimine. A quelli malinconia e solidarietà, a Stefano botte e disprezzo.

Ci sono, tra i drogati d'Italia, "i viziati e i capricciosi", e ci sono ovviamente i disadattati come era Stefano, "ragazzi che non ce la fanno" e che per questo meritano più aiuto degli altri, più assistenza, più amore dicono i cattolici che non "spacciano", come fa abitualmente Giovanardi, demagogia politica. E non ammiccano e non occhieggiano come lui alla violenza contro "gli scarti della società", alla voglia matta di sterminare i poveracci; non scambiano l'umanità dolente, della quale siamo tutti impastati e che fa male solo a se stessa, con l'arroganza dei banditi e dei malfattori, dei mafiosi e dei teppisti veri che insanguinano l'Italia. Ecco: con le sue orribili parole di ieri mattina Giovanardi si fa complice, politico e morale, di chi ha negato a Stefano un avvocato, un medico misericordioso, un poliziotto vero e che adesso vorrebbe pure evitare il processo a chi lo ha massacrato, a chi ha violato il suo diritto alla vita.

Anche Cucchi avrebbe meritato di incontrare, il giorno del suo arresto, un vero poliziotto piuttosto che la sua caricatura, uno dei tanti poliziotti italiani che provano compassione per i ragazzi dotati di una luce particolare, per questi adolescenti del disastro, uno dei tantissimi nostri poliziotti che si lasciano guidare dalla comprensione intuitiva, e certo lo avrebbe arrestato, perché così voleva la legge, ma molto civilmente avrebbe subito pensato a come risarcirlo, a come garantirgli una difesa legale e un conforto civile, a come evitargli di finire nella trappola di disumanità dalla quale non è più uscito. Perché la verità, caro Giovanardi, è che gli zombie e le larve non sono i drogati, ma i poliziotti che non l'hanno protetto, i medici che non l'hanno curato, e ora i politici come lei che sputano sulla sua memoria. I veri poliziotti sono pagati sì per arrestare anche quelli come Stefano, ma hanno imparato che ci vuole pazienza e comprensione nell'esercizio di un mestiere duro e al tempo stesso delicato. È da zombie non vedere nei poveracci come Cucchi la terribile versione moderna dei "ladri di biciclette". Davvero essere di destra significa non capire l'infinito di umiliazione che schiaccia un giovane drogato arrestato e maltrattato? Lei, onorevole (si fa per dire) Giovanardi, non usa categorie politiche, ma "sniffa" astio. Come lei erano gli "sciacalli" che in passato venivano passati alla forca per essersi avventati sulle rovine dei terremoti, dei cataclismi sociali o naturali.

Giovanardi infatti, che è un governante impotente dinanzi al flagello della droga ed è frustrato perché non governa la crescita esponenziale di questa emergenza sociale, adesso si rifà con la memoria di Cucchi e si "strafà" di ideologia politica, fa il duro a spese della vittima, commette vilipendio di cadavere.
Certo: bisogna arrestare, controllare, ritirare patenti, impedire per prevenire e prevenire per impedire. Alla demagogia di Giovanardi noi non contrapponiamo la demagogia sociologica che nega i delitti, quando ci sono. Ma cosa c'entrano le botte e la violazione dei diritti? E davvero le oltranze giovanili si reprimono negando all'arrestato un avvocato e le cure mediche? E forse per essere rigorosi bisogna profanare i morti e dare alimento all'intolleranza dei giovani, svegliare la loro parte più selvaggia?

Ma questo non è lo stesso Giovanardi che straparlava dell'aborto e del peccato di omosessualità? Non è quello che difendeva la vita dell'embrione? È proprio diverso il Dio di Giovanardi dal Cristo addolorato di cui si professa devoto. Con la mano sul mento, il gomito sul ginocchio e due occhi rassegnati, il Cristo degli italiani è ben più turbato dai Giovanardi che dai Cucchi.


(10 novembre 2009)

mercoledì 8 luglio 2009

Quell'orrore da osteria


di FRANCESCO MERLO


La sola cosa che fa ridere anche i napoletani sono le dimissioni-patacca di questo Matteo Salvini che, invece di pigliarsi a schiaffi davanti allo specchio, lascia il Parlamento italiano con l'aria di chi ha fatto la grande rinunzia, di chi subisce - lui - un oltraggio.

In realtà la norma gli vieta il cumulo e lo obbliga a scegliere: o inquina Montecitorio o inquina Strasburgo. È vero che sbevezzando e sputacchiando, cantando e straparlando, sarebbe pronto a deputarsi in almeno cinque parlamenti. Ma il povero Salvini deve scegliere. Ecco perché al termine del suo can can birraiolo contro i napoletani fa la 'mossa napoletana delle dimissioni-farsa', e dunque agli sberleffi aggiunge la pernacchia che è codice delle stalle napoletane, è fonema dei quartieri spagnoli. Insomma, la pernacchia finale delle dimissioni da imbonitore di piazza svela in Salvini l'aspirazione a farsi terrone, a farsi napoletano. Ma Napoli, si sa, è la grande cultura europea più la pernacchia. Salvini invece è solo la pernacchia. È l'infelicità di essere pataccaro senza essere terrone: marginale ma non napoletano. Per il resto il cliccatissimo video che Repubblica.it ha messo in rete ieri mattina con gli insulti ai napoletani "colerosi e sporchi come cani" è il documento di un'ossessione, con la birra che rimanda più ad atmosfere di dissoluzione antropologica che al putsch fallito della birreria di Monaco. Si tratti di complotti da ubriachi o di frattaglie d'umanità, le feste lugubri e sguaiate sono l'espressione di quell'ideologia alcolizzata che è sempre stato il razzismo. E il video è una pena perché conferma iconicamente che c'è una sacca di marciume in Italia e che c'è un nesso tra gli ultimi giri di vita razzista della legislazione maroniana e questi cori.

Sempre i cori politici esprimono lo spirito di "combriccola", il rumore che sovrasta l'intelligenza, la viltà individuale, il sostenersi reciprocamente nel buio di un'ideologia, un barcollare da ubriachi che sembri un temibile passo cadenzato. Ebbene il mondo visto da questi coristi è il mondo delle ronde contro le povere nigeriane (facessero gli sbruffoni a Scampia o nelle banlieue di Parigi!), delle impronte ai bimbi rom, dei vagoni della metropolitana riservati agli italiani... E però è un sollievo sapere Salvini in Europa, lontano da Roma. Certo per i mastri birrai italiani sarà una perdita. Ma noi, inguaribili idealisti terroni, speriamo che il Parlamento europeo guardi l'orrore estetico e ideologico di questo video. Ci illudiamo che, inorriditi, gli eurodeputati, sfortunati colleghi di questo Salvini, trovino la maniera di rimandarlo nelle bettole da cui proviene. Un grande parlamento internazionale, di una civiltà imperiale che si vuole candidare a prendere il posto dell'America nel pianeta non può ospitare, senza farsene complice e senza ammalarsene, un ceffo come questo. Salvini infatti non è un cialtrone, non è pittoresco, non è un settentrionalista, ma è un razzista da osteria che è il razzismo più gaglioffo, quello che non ha bisogno di 'studì genetici, di teorie moebiusiane, e neppure delle dotte corbellerie del professor Miglio sul popolo lombardo. Fosse fatto davvero così il popolo lombardo, bisognerebbe subito resecarlo come una cisti, e non solo dall'Italia, ma anche dall'Estonia, dalla Bosnia, dalla Macedonia, da Montenegro, dall'Impadania, vale a dire la Nonpadania del mondo.

(8 luglio 2009)

mercoledì 3 giugno 2009

L'abuso di Stato


di FRANCESCO MERLO


QUESTA volta è solo cafonaggine perché non ci può essere una giustificazione politica. Se è stata una concessione a Bossi, è stato comunque un gratuito sberleffo all'Italia istituzionale, fuori dai partiti e dalla politica, l'Italia vera. Si può infatti irridere all'avversario politico o magari anche all'alleato, ma Berlusconi durante la parata ha fatto le boccacce alla Repubblica che è la forma del paese, forma nel senso di Gestalt, dell'anima: la forma-sostanza di tutto.
Davvero non c'entrano il torcicollo e la stanchezza.
Guardate le foto (nessuno stavolta le sequestrerà), guardate la mimica facciale, guardatelo mentre parodizza il saluto militare, con le labbra a pernacchia, il finto sorriso di dileggio. Sembra davvero il clown descritto dal Times.

La sola spiegazione, prima di addentrarci nella psicanalisi o nella geriatria, è che davvero abbia voluto strizzare l'occhio a Bossi che era assente perché lui, che è ministro delle Riforme, non vuole la res pubblica ma la res privata: ognuno con il suo territorio e uno sberleffo al due giugno che significa il referendum e i morti ammazzati, la guerra ma anche la rinascita di un paese che si riscatta da un passato bellicista. Il due giugno sono anche le forze armate che si posizionano nel cuore degli italiani dopo viltà e disfatte. Questa volta dunque non c'è più nulla di simpatico, la canzonatura è odiosa persino più dell'abuso che Berlusconi fa degli aerei di Stato. E bisogna dirglielo chiaramente, all'uomo che vuole piacere a tutti i costi: anche abusare degli aerei di Stato è odioso. Legalizzare un abuso infatti non cancella l'abuso ma anzi lo raddoppia.

E non perché Berlusconi ci fa viaggiare i suoi artisti e le sue star, la delicata voce bianca di Napoli e le bambole di Ibsen che nella politica estera italiana sono, con le battutine, con le pacche sulle spalle, con le barzellette e da ieri anche con le smorfie di scherno, ormai più
importanti degli ambasciatori, delle strategie di investimento economico, del governo dei mercati, della flotta area e marittima, del controllo delle acque e dei cieli. Insomma, abbiamo ormai tutti capito che, nella modernissima rivoluzione berlusconiana, Mariano Apicella è il Bismarck del Kaiser.

Ma vogliamo dire che, nonostante questo prestigioso kaiseraggiamento, che ovviamente merita il dovuto rispetto istituzionale, malgrado insomma il suo alto e certificato rango, neppure Sua Eccellenza Apicella dovrebbe abusare dell'aereo di Stato. Sì, sappiamo tutto dell'ormai famosa "Direttiva del 25 luglio 2008 regolarmente registrata alla Corte dei conti" che autorizza a salire sugli aerei militari "personale estraneo alla delegazione" ma accreditato su indicazione e firma di Gianni Letta. Ma il punto è che un abuso che viene legalizzato non solo diventa un privilegio, intollerabile come tutti i privilegi, ma è ripugnante proprio perché il delitto è stato trasformato in diritto.

E sarebbe stato così anche se per, assurdo, Riccardo Muti, che non gode dell'alta onorificenza di Velina, nel luglio del 2007, anziché viaggiare su un volo di linea, fosse stato anche lui imballato, come una cassetta di spigole del generale Speciale, su un aereo di Stato e depositato al Quirinale per dirigere il requiem di Verdi per la pace, trasmesso in diretta nel martoriato Libano dove erano e sono impegnati i nostri soldati. Eppure di sicuro quel concerto poteva essere classificato tra le relazioni di politica internazionale.

Poiché ormai anche noi abbiamo imparato a conoscerlo, sappiamo che Berlusconi ci farebbe a questo punto notare che quella sua sensuale ballerina di flamenco, fotografata mentre scendeva dall'aereo presidenziale, pur non avendo certo i titoli di Muti, ha comunque almeno una laurea, come del resto le belle candidate Lara Comi, Barbara Matera e Licia Ronzulli. Insomma, che c'è di male nell'affidare la politica (estera) agli artisti qualificati? Al Quirinale la bacchetta di Muti, e a Villa Certosa il topolanek.
Certo, a Muti nessun agente dei servizi segreti in tuta mimetica fece provare il piacere della minicar, come accade alle ragazze di Villa Certosa. Sul Corriere di ieri Fiorenza Sarzanini ci ha raccontato che gli agenti in servizio durante queste feste politiche hanno anche le armi. Kalashnikov? Chissà che brividi! Tanto più che la legge che ha introdotto il nuovo galateo istituzionale, bene illustrato dalle foto sotto sequestro, non obbliga le ragazze a portare gli slip.

Berlusconi può davvero spacciare per politica estera queste sue fughe nella prepotenza di Stato e per rispetto istituzionale l'irresponsabilità di irridere al due giugno. E può darsi che sia vero che Berlusconi esprime l'anima di un Paese che non riesce a prendere sul serio neppure la sua tragica storia, e che le feste di Villa Certosa siano la versione berlusconiana degli antichi protocolli d'intesa e dei balli a corte. Ma non esistono leggi che possono cambiare la natura delle cose. Se per esempio a Berlusconi - nell'ambito di questa sua ruffiana politica estera - venisse in mente di invitare a Villa Certosa l'intero circo Togni, nessuna nuova disciplina d'urgenza firmata da Gianni Letta, renderebbe elastico l'acciaio permettendo ai servizi segreti e all'aeronautica militare di trasportare e ospitare a bordo gli elefanti e le giraffe. Ecco: l'acciaio rimane acciaio e l'abuso rimane abuso. Anzi, legalizzare l'abuso non solo non lo cancella ma, come dicevamo, lo raddoppia e lo rende odioso. E ci pare un codice, questo della prepotenza odiosamente visibile, che dovrebbe almeno impensierire un uomo come Berlusconi che punta tutto sull'amabilità, è un po' come se a Roma il sindaco consentisse il posteggio in doppia fila, ma solo alla sua auto e a quella dei suoi amici: una pernacchia istituzionale. Come quella che il nostro presidente del Consiglio ha fatto ieri alla cerimonia nella quale la Repubblica ferma il tempo.

Tutte le istituzioni, al fianco del capo dello Stato, sono i custodi e i sacerdoti della sola forma che le legittima: il due giugno è la festa del presidente del Consiglio. Com'è possibile che Berlusconi abbia canzonato se stesso? Berlusconi fa una pernacchia agli italiani ogni volta che legalmente abusa dell'aereo di Stato. Ieri l'ha fatta anche a se stesso.

(3 giugno 2009)