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mercoledì 9 novembre 2011

Berlusconi e Vaticano, senza parole


MARCO POLITI

Alla crisi del berlusconismo il Vaticano arriva smarrito e disorientato. E muto. Anno dopo anno i vertici vaticani hanno sostenuto il Cavaliere nonostante la sua indecenza e la sua incapacità e soltanto il 22 settembre scorso, recandosi in Germania, papa Ratzinger ha segnalato al presidente Napolitano l’esigenza di un “sempre più intenso rinnovamento etico” per il bene dell’Italia. Poi Oltretevere non ha più disturbato il premier, lasciando che la situazione degenerasse. Le notizie della Minetti e altre pupe vestite da suore, pubblicate dal Fatto, stanno lì a testimoniare a chi il Vaticano stagione dopo stagione, a forza di contestualizzare, ha rinnovato la fiducia. Si è dovuto aspettare il 26 settembre perché il cardinale Bagnasco denunciasse a nome dell’episcopato l’ “aria ammorbata” dal regime berlusconiano e chiedesse discontinuità. Subito dopo, però, il segretario della Cei monsignor Crociata si è affrettato a comunicare che la Chiesa non fa i governi “e non li manda a casa”. Ennesimo aiutino mediatico alla tattica dilazionatrice di Berlusconi, disastrosa per il Paese.

E COSÌ ANCORA per settimane, mentre l’Italia rotolava verso la rovina, le gerarchie ecclesiastiche – a differenza della Confindustria che finalmente aveva imboccato la strada della pressione crescente per voltare pagina – hanno scelto di stare zitte invece di chiarire ulteriormente che il bene comune dell’Italia richiedeva l’allontanamento urgente di Berlusconi. Nemmeno la constatazione che tre quarti degli italiani bocciano B. (come da sondaggio di Famiglia Cristiana) ha spinto i vescovi a farsi sentire. Paradossalmente è stato il Financial Times a lanciare l’esclamazione, che avrebbe potuto venire dai pulpiti: “In nome di Dio, dell’Italia e dell’Europa, Berlusconi vattene!”. In realtà, esaurita la stagione di Ruini che non a caso ha premuto finché ha potuto per far tornare Casini ad allearsi con Berlusconi, la Chiesa italiana non ha più una linea strategica su come affrontare la perigliosa e complicata transizione a quella che sarà la Terza Repubblica. Non ha una sua visione dell’Italia post-berlusconiana, ma non ha nemmeno il coraggio di affidare decisamente il timone ai cattolici impegnati in politica. A Todi il cardinale Bagnasco, pressato dal Vaticano, dagli atei devoti e dai conservatori ecclesiali, ha dovuto risfoderare la dottrina dei principi non negoziabili, Un diktat inadatto per qualsiasi moderno governo europeo, di destra o di sinistra. In queste settimane cruciali si è liquefatta anche l’ambizione della carovana di Todi di rappresentare quel “soggetto culturale e sociale” cattolico in grado di “interloquire con la politica”. È nel vivo della battaglia che si affermano i protagonisti. A cose fatte sono bravi tutti a chiedere rappresentanza. Nella crisi attuale un singolo democristiano come Pisanu ha rappresentato di più e meglio la tradizione del cattolicesimo politico moroteo di quanto non siano riusciti a fare i grandi oratori di Todi. Naturalmente la rete, messa in piedi con il convegno umbro, continuerà ad agire, ma per l’oggi – nelle ore drammatiche che l’Italia sta vivendo – si registra nuovamente la generale afasia dell’associazionismo cattolico. Unica eccezione le Acli, che dopo aver chiesto il mese scorso le dimissioni di Berlusconi sono tornate a ribadire fermamente la necessità del suo allontanamento. E la Cisl, che ha insistito sull’esigenza di un governo di larghe intese.

LA GERARCHIA ecclesiastica, nella tempesta in corso, è rimasta come acquattata sotto la bufera. Non si esprime. Sul piano sociale ha dalla sua una posizione più volte rimarcata di attenzione ai problemi del precariato giovanile e di denuncia dell’intollerabile evasione fiscale. Nonché l’aiuto economico prestato in questi anni da organizzazioni ecclesiali a tante famiglie in difficoltà. Questione del lavoro e tutela della famiglia sono temi sistematicamente toccati. L’immagine di Bagnasco con l’ombrello tra i disastrati di Genova mostra una Chiesa vicina alle angosce della gente. Ma sul piano politico la gerarchia ecclesiastica naviga a vista. Avrebbe visto di buon occhio un governo post-berlusconiano basato sull’alleanza Pdl-Lega-Udc. Ma anche in Vaticano hanno capito che è un’utopia. Adesso la Cei e i vertici vaticani sembrano affidarsi – loro malgrado – alla strategia di Casini per la creazione di un governo d’emergenza trasversale che vada dal Pdl ai Democratici. Più di ogni cosa il Vaticano teme nuove elezioni, che sancirebbero lo sfaldamento del partito berlusconiano, il ridimensionamento della Lega (con la sua ambigua difesa dei principi non negoziabili ratzingeriani) e l’emergere di un forte blocco di centrosinistra. Ancora una volta la stella polare sembra essere la tutela delle posizioni di privilegio economico-istituzionale conquistate. E soprattutto Oltretevere hanno il terrore di una maggioranza che sblocchi in Parlamento quelle leggi sulle coppie di fatto e il testamento biologico, che Berlusconi e i suoi alleati hanno sempre affossato.

da Il Fatto Quotidiano dell’8 novembre 2011

domenica 28 agosto 2011

Avvenire contro radicali e massoni


MARCO POLITI

Finalmente risplende la verità. Ici. 8 per mille, esenzioni lecite o illecite? La spiegazione è semplice. Contro la Chiesa è in atto un complotto, anzi l’aggressione di un serpente a due teste. L’una è radicale, l’altra è massonica. Così tutto è chiaro e i fedeli cattolici, fra i quali pure abbondano interrogativi in proposito, stiano tranquilli. I nemici della Chiesa cercano un “bersaglio da additare all’odio popolare”.

Esplosa la discussione sull’evasione fiscale degli enti ecclesiastici e i sovvenzionamenti statali alla Chiesa, l’Avvenire perde le staffe. Un fondo del direttore attacca radicali e giornalisti, colpevoli di “spacciare leggende nere e cifrati anatemi contro la Chiesa” e denuncia un fantomatico “ordine di attacco… dev’essere detto che la salvezza dell’Italia in crisi sta nel colpire la Chiesa”. Una pagina interna evoca il “mobbing mediatico”.
Questi nemici aizzati dai radicali sono spietati. Vogliono (secondo l’editoriale di Avvenire) fulminare di tasse “mense dei poveri, case di accoglienza, oratori, ostelli, scuole, musei”.

L’arcidiavolo è il segretario radicale Staderini, la metà della “campagna anti-Chiesa”. Ma è troppo poco. C’è un’altra metà occulta. Voilà. Gustavo Raffi, Gran Maestro del Goi, la “più antica e numerosa comunione della massoneria italiana”.
Dan Brown si dia da fare. È già pronta la trama di un film. Staderini suggerisce all’Avvenire come altri demoni complottatori: “Gatto Silvestro, Gargamella, Lupo Ezechiele e la Regina di Biancaneve”.

Per restare con i piedi per terra conviene ricordare pacatamente all’Avvenire che sul Fatto Quotidiano è stata posta sin dall’inizio una domanda fondamentale, che circola nelle teste di tanti cittadini credenti e diversamente credenti. La Chiesa è disponibile o no – di fronte al rischio di crack dell’Italia – a rinunciare volontariamente a una parte delle sovvenzioni statali derivanti dall’8 per mille, visto che tagli pesanti sono imposti a settori vitali come sanità, istruzione, enti locali? È una domanda non acrimoniosa, che nulla disconosce dell’impegno della Chiesa per i più deboli.

Il fondo di Avvenire non dà risposta. È un mutismo ostinato. Silenzio continua a esserci sulla stortura del doppio conteggio dell’8 per mille, che utilizza anche le “quote” del sessanta per cento di contribuenti che non vogliono dare soldi alle confessioni religiose o a iniziative umanitarie dello Stato, lasciando al bilancio statale la loro quota di Irpef. Silenzio sulla possibilità, prevista dalla legge istitutiva, di ricalcolare insieme (Stato e Chiesa) il gettito per l’istituzione ecclesiastica. Silenzio sull’obbligo imposto a Stato ed enti locali di pagare due volte la missione dei sacerdoti: una volta con l’8 per mille e un’altra volta ancora con convenzioni per stipendiare il clero in ospedali, case di cura e carceri. Silenzio sull’urgenza di eliminare le zone grigie di elusione fiscale per attività commerciali. Silenzio sulla necessità che le diocesi presentino un bilancio pubblico dei propri beni mobili e immobili come avviene in altri paesi europei.

Il vicepresidente del Senato Emma Bonino dichiara che gli atti della commissione parlamentare, incaricata di supervisionare la revisione triennale del gettito dell’8 per mille, sono coperti dal segreto. Mente il vicepresidente del Senato? E se non mente, Avvenire concorda sull’urgenza di rendere pubblici i dati?

È facile agitare il vessillo della demonizzazione, più difficile – in Italia almeno – discutere di soldi e di tasse oggettivamente, senza le categorie di amico o nemico. La posizione dei diavoli radicali è che l’Ici si debba pagare per ogni attività commerciale. Escluse quelle di culto e cura delle anime, formazione del clero, scopi missionari, catechesi, educazione cristiana, assistenza, beneficenza, educazione. Si fatica a vedere in questa formulazione un odio per la Chiesa. Sul giornale dei vescovi un onesto parroco romano scrive di pagare le tasse su un appartamento donato alla parrocchia. Basterebbe un cenno dei vescovi per aprire un’indagine in ogni diocesi.

L’Avvenire di ieri ci regala però una perla, da non perdere. L’Opera romana pellegrinaggi – ci informa – “ha sede in Vaticano” e “paga le tasse dovute alla sua attività in territorio italiano”. Delizie del linguaggio monsignorile. L’Opera romana pellegrinaggi è un efficiente e imponente operatore di turismo religioso. Il suo bilancio è sconosciuto. I suoi introiti ancora di più. Ora è ribadito che ha sede in un paradiso fiscale non previsto dal concordato. È “romana” in tutto per tutto, ma basta un saltino e sparisce oltreconfine. “È bella la domenica”, dicono a Genova.

Il Fatto Quotidiano, 28 agosto 2011

sabato 5 settembre 2009

I vescovi fanno muro ma si sentono senza guida


di MARCO POLITI


Il giorno dopo la decapitazione dell'Avvenire tra i vescovi e nel mondo variegato delle parrocchie è l'ora del dolore, della rabbia, dello smarrimento. Nelle stanze vaticane la parola d'ordine è "lasciar decantare". Nella sede della Cei si invoca il silenzio in attesa che il presidente Bagnasco tiri le fila nel suo discorso al Consiglio permanente dei vescovi, che si aprirà il 21 settembre. Al vertice dell'episcopato si è indignati per la "disgustosa aggressione" a Boffo, ma al tempo stesso i prelati sussurrano: "Dobbiamo metabolizzare".

"Ci è venuto addosso un carro armato", confessa un vescovo di provincia. Ferita, l'istituzione si ricompatta. "Non ci lasceremo intimidire", è la reazione corale di Ruiniani e bertoniani, fautori e critici di Bagnasco si stringono intorno a Santa Madre Chiesa sgomenti per la violenza dell'attacco. È qualcosa che Berlusconi non riuscirà mai a percepire, ma che resterà come cicatrice ulcerosa. Un presule, che mai ha pencolato verso il centro-sinistra, dichiara amareggiato: "È stata un'aggressione fuori da ogni logica. Faccio fatica a capire". Poi, però, soggiunge: "Ora navighiamo a vista".

Perché il vero nodo si è rivelata la mancanza di un polso fermo e di una strategia lungimirante in tutta la vicenda
. Difficile dire quanto del malumore esistente fra i vescovi emergerà al Consiglio permanente della Cei, ma in privato parecchi vescovi sono irritati per la confusione che regna ai livelli supremi della gerarchia. "Peggio di così la storia non si poteva gestire", commenta tagliente un presule: "Con anticipo bisognava chiedere delucidazioni sull'affaire e dare indicazioni".

Non è possibile, infatti, che prima si facciano scendere in campo - seppure a singhiozzo - i massimi calibri, da Bagnasco a Bertone e incluso il Papa, per sostenere Boffo e poi, al culmine dell'offensiva di Feltri, lasciare che si dimetta. Afferma sconsolato un monsignore: "O ai vertici sanno cose che noi vescovi in provincia ignoriamo oppure si dà l'impressione di fragilità su tutti i fronti". Al dunque è mancato in campo ecclesiastico un timoniere che guidasse con sicurezza la barca nella tempesta.

Sembra impensabile che quando già l'attacco anti-Boffo era partito e l'incontro fra Bertone e Berlusconi era stato annullato, il direttore dell'Osservatore Romano abbia potuto definire "eccellenti" i rapporti con il governo. Voci critiche sulla mancanza di una reale leadership - come già avvenuto in altre crisi durante questo pontificato - si sentono dentro e fuori delle mura vaticane. "Nell'ultima fase di Wojtyla - spiega un'eminenza - c'era un quadrumvirato composto dal segretario di Stato Sodano, dal segretario papale Dziwisz, dal cardinale Re e dal presidente della Cei Ruini e tutti sapevano come regolarsi e a chi fare riferimento. Ma oggi?".

Il cardinale Bertone - che pure lo vorrebbe - non tiene in pugno l'episcopato italiano come Ruini e la macchina curiale resta in fondo distante da chi, come l'attuale Segretario di Stato, non viene dai ranghi della diplomazia vaticana. "Il clima di incertezza si percepisce a pelle - dichiarano nei corridoi vaticani - perché Benedetto XVI fa il Maestro, ma poi la catena di comando interna come funziona?".

Ci sono vescovi ben addentro ai meccanismi della Cei che non esitano a parlare di un clima di "sgretolamento" e di assenza di prospettiva e di guida, che si respira ai livelli alti dove si dovrebbero tracciare le strategie della Chiesa cattolica italiana in rapporto ad una situazione sociale complessa e un quadro politico pesante. In questa atmosfera di caos calmo si sono cristallizzate due posizioni. La Segreteria di Stato, che pure amerebbe vedere crescere un Nuovo Centro sulla scena politica italiana, resta convinta di dovere pragmaticamente ottenere da Berlusconi due risultati: una legge sul testamento biologico che non conceda la piena autodeterminazione al paziente e il finanziamento alle scuole private. "Dobbiamo trattare con i governi che abbiamo di fronte, sempre", riassume asciutto un monsignore. E nell'appartamento papale continua a regnare la fiducia in Gianni Letta, che vedrà il pontefice domenica a Viterbo.

Sull'altro versante sta l'atteggiamento dell'episcopato, che rifiuta la pretesa della Segreteria di Stato di guidare gli affari italiani. "Siamo noi vescovi, successori degli apostoli, ad avere il diritto di giudicare la situazione italiana e gli atti del governo", protesta un veterano delle assemblee Cei.

Ma i presuli più disincantati ammettono le divisioni interne: "C'è chi considera Berlusconi un baluardo contro il comunismo, chi vede il centro-destra garante dei principi non negoziabili, chi invece denuncia la deriva diseducativa e anticristiana del modello Berlusconi, chi guarda al centro-sinistra e chi si dispera per il vuoto dell'opposizione". Alla fine, nonostante il colpo subito, incombe sempre come tentazione il pragmatismo del giorno per giorno.

(5 settembre 2009)

mercoledì 2 settembre 2009

La Chiesa fa quadrato


di MARCO POLITI


INTERVIENE il Papa, telefonando di persona, per esprimere il suo appoggio totale al presidente della Cei cardinale Bagnasco ed è un intervento con cui il pontefice massimo manda un segnale di "serrate le file" a tutta la Chiesa cattolica italiana. Dopo il messaggio "rasserenante" di Benedetto XVI al direttore dell'Avvenire.

Dopo la denuncia dello stesso Bagnasco nei confronti dell'attacco "disgustoso" di Feltri, dopo la solidarietà espressa dal Segretario di Stato Bertone allo stesso Boffo, l'intervento fuori dall'ordinario del pontefice indica alla gerarchia ecclesiastica una linea univoca di determinazione nei confronti della maldestra campagna d'autunno del Giornale berlusconiano.

Se il Cavaliere aveva sperato di seminare la divisione nel campo della Chiesa cattolica, intimidendo le voci di denuncia e facendo balenare al Vaticano una specie di do ut des ("Voi tacitate le critiche al governo perché io vi appoggio su testamento biologico, pillola abortiva, scuola e questioni etiche"), la mossa di Benedetto XVI è un segnale di sbarramento nei confronti di qualsiasi tentazione del genere possa albergare nell'animo del premier.

E' un caso - per motivi tipografici - ma è una coincidenza significativa il fatto che nello stesso giorno anche il settimanale Famiglia Cristiana, così sensibile alle esigenze del cattolicesimo sociale al punto da rischiare qualche volta la collisione con le gerarchie più attente agli interessi politici, esprima solidarietà sul caso Avvenire, denunciando a sua volta il "grave e disgustoso attacco subito per avere osato criticare le scelte del Governo".

L'intervento diretto di Benedetto XVI, così inusuale, esprime anche una preoccupazione per una situazione di scollamento, che si stava producendo all'interno della Chiesa. Vale la pena di soppesare ad una ad una le parole riportate dal comunicato della Conferenza episcopale. Il Papa non ha soltanto espresso "stima, gratitudine e apprezzamento" per Bagnasco e il lavoro della Cei, ma ha anche "chiesto notizie e valutazioni sulla situazione attuale".

Così facendo ribadisce il ruolo di Bagnasco come suo interlocutore diretto per quanto riguarda l'orientamento, gli interrogativi, le richieste dei vescovi italiani, che in larga misura soffrono da mesi in modo sotterraneo un grande disagio per i comportamenti di Berlusconi. Non è un mistero che una parte dell'episcopato viva malissimo la prospettiva di appoggiare o appoggiarsi al centrodestra in presenza di una "filosofia di fondo cinicamente anticristiana" (sono le parole di un vescovo) come quella del modello di vita e società propugnato dal premier.

C'erano stati nei giorni scorsi episodi, che avevano causato sconcerto all'interno degli ambienti ecclesiali italiani.

L'intervista del Segretario di Stato, Bertone, all'Osservatore Romano era parsa distanziarsi da certe critiche antigovernative di esponenti ecclesiastici dentro e fuori del Vaticano. Le dichiarazioni critiche del direttore dell'Osservatore, Vian, nei confronti di recenti prese di posizioni dell'Avvenire avevano disorientato l'opinione pubblica cattolica.

Ne risultava l'immagine di una Chiesa, cui nel momento cruciale mancasse un preciso baricentro. Ecco perché Benedetto XVI - dopo che già il portavoce vaticano Lombardi aveva respinto i tentativi di contrapporre Segreteria di Stato e Conferenza episcopale - ha sentito l'urgenza di dire lui una parola definitiva, rafforzando il ruolo del cardinale Bagnasco. Certamente permangono all'interno della gerarchia ecclesiastica valutazioni profondamente differenti sul modo di rapportarsi nei confronti del governo Berlusconi, pesantemente condizionato dalla xenofobia e dall'egoismo regionale della Lega. Ed è un fatto che per l'episodio di Terni la posizione del direttore dell'Avvenire rischia di indebolirsi sempre più. Ma la Chiesa ha i suoi tempi per dipanare i nodi.

Di sicuro il Cavaliere deve toccare con mano in queste ore che la rozza manovra di provare a spaccare il mondo ecclesiastico presentando parroci cattivi, vescovi fuorviati e un Avvenire avverso al governo da un lato e dall'altro una Santa Sede con la quale vi sarebbe un sereno dialogo quotidiano, non è passata. In forte difficoltà in Italia e all'estero, Berlusconi deve sapere che il suo futuro è appeso al filo del placet vaticano.

(2 settembre 2009)

sabato 25 luglio 2009

Caso escort, l'Avvenire non ci sta. "Desolante. E il consenso non assolve"


di MARCO POLITI


CITTÀ DEL VATICANO - L'Avvenire piccona Berlusconi per lo scandalo delle escort, lo accusa di "non avere fatto chiarezza" e lo prende di petto sul punto su cui è più sensibile: la convinzione di avere l'appoggio degli italiani. "La vicenda - scrive il direttore Dino Boffo - non solo non ci convince ma, per quanto ci è dato di capire, continua a piacere poco o punto a larga parte del Paese reale".

Pur con qualche fastidio e dubbio per certi particolari delle rivelazioni, è un affondo duro quello pubblicato sul giornale dei vescovi, che attacca la mania del premier di sbandierare sondaggi. "Non ci piace - sottolinea Boffo nella rubrica delle lettere al direttore - che determinati comportamenti siano messi a confronto" con il consenso inafferrabile dei sondaggi "quasi che da questi possa venire l'avallo a scelte poco consone".

Gli editoriali critici finora apparsi sull'Avvenire non sono mai stati firmati dal direttore e questo è un segno della reticenza della gerarchia ecclesiastica a schierarsi frontalmente contro il premier. Ma ogni prudenza ha un limite. Cresce tra i vescovi il disgusto per la sfrontatezza dell'esibizionismo berlusconiano. E monta tra i fedeli l'insofferenza sia per lo scandalo politico-morale sia per i silenzi della gerarchia.

E allora acquista un peso notevole la decisione dell'Avvenire di pubblicare tre interventi di lettori esplicitamente critici. "Ho ascoltato con le mie orecchie dal sito dell'Espresso - scrive Fiorella Pasotti - la voce del nostro premier Berlusconi che parlava con la signora D'Addario (nota prostituta a pagamento) invitandola ad aspettarlo nel grande letto di Putin. Mi piacerebbe molto che il suo giornale parlasse più chiaramente delle spudoratezze di questo nostro primo ministro, che appare tutt'altro che timorato di Dio". La lettrice Maria Teresa Nizzoli accusa Berlusconi di avere negato "comportamenti improponibili per un uomo con due mogli, cinque figli, responsabilità pubbliche enormi e un'età ragguardevole". Conclusione della Nizzoli: "Il mondo cattolico dovrebbe essere un po' più rigoroso circa i comportamenti degli uomini pubblici". Conclusione della Pasotti: "Non nascondo la profonda amarezza di tutta la mia famiglia per il fatto che la Chiesa non bacchetti abbastanza questo personaggio licenzioso". Il terzo lettore Luigi Ristagno esige chiarezza dai magistrati e che "Berlusconi ci aiuti con parole chiare e senza battute a capire come stanno le cose".

La replica dell'Avvenire è uno schiaffo alla strategia del premier. Boffo, pur distanziandosi da ciò che chiama "strumentalità mediatica" delle accuse, bolla la situazione come "desolazione", non accetta le battutine berlusconiane tipo "non sono un santo" e parla di un "desiderio irrinunciabile che i nostri politici siano sempre all'altezza del loro ruolo": il che non significa moralismo. Ma soprattutto l'Avvenire fa appello a una presa di posizione bipartisan (che rappresenta un'insidia diretta alla strategia di compattamento della maggioranza tentata dal premier). "C'è davvero per la classe politica - si chiede il giornale dei vescovi - ancor prima della decenza, un a priori etico che va salvaguardato sempre e in ogni caso?".

La domanda è pesante e diretta. Se questa consapevolezza - è la conclusione - non emergerà dal dibattito, il Paese "attonito" si sentirà "raggirato". Un segnale preciso della gerarchia: si sta raggiungendo il livello di guardia.

(25 luglio 2009)