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lunedì 7 dicembre 2009

In Sicilia Lombardo con le spalle al muro


di SEBASTIANO MESSINA


Ma allora, governatore, lei ha chiuso o no col centro - destra? È pronto, come chiede il Partito democratico, a dichiarare definitivamente finita l'alleanza con Berlusconi?

Raffaele Lombardo alza gli occhi al cielo, si aggiusta gli occhialini e poi, sospirando, risponde: "Ho detto che la maggioranza si è dissolta. Non basta? Posso dire che è esplosa. O che è implosa. Ma non ho altro da aggiungere". Sulla carta, Lombardo dovrebbe essere in un vicolo cieco: il governatore eletto con un trionfale 65 per cento, il presidente di Regione con il gradimento più alto d'Italia (68,3 per cento) dopo un anno di governo si ritrova senza una maggioranza, battuto in aula con i voti del centro-destra e circondato da nemici irriducibili che si sono stancati di portare la maschera di alleati, dal potente senatore del Pdl Pino Firrarello - che ormai lo chiama "un corruttore politico" - a Totò Cuffaro, col quale un tempo si scambiavano il gallo più bello e il maiale più grasso.

Un altro si arrenderebbe. Lombardo, invece, annuncia un programma di riforme: "Una decina di punti, dalla semplificazione burocratica all'emergenza rifiuti. Mercoledì lo presenterò in aula, vedremo chi ci starà". La verità è che lui ha una carta a sorpresa: i voti dell'opposizione. Solo il Pd può tirarlo fuori dal vicolo cieco in cui s'è cacciato. Lo farà davvero? Sì, il Pd è pronto "a dare il suo contributo". Ponendo, si capisce, alcune condizioni. "Se Lombardo dichiara definitivamente chiusa la fallimentare esperienza del centro-destra, dopo la verifica di merito del programma e della discontinuità con i metodi clientelari del passato, noi ci assumeremo le nostre responsabilità" spiega Giuseppe Lupo, neosegretario regionale del partito.

Qualcosa dev'essere successo, se uno come Lupo - che due mesi fa rivendicava con intransigente durezza il "ruolo alternativo" del Pd rispetto a Lombardo - oggi è diventato possibilista sulla collaborazione con l'ex irriducibile avversario. Cos'è successo, esattamente? Inutile chiederlo alla sfinge Lombardo, che somiglia sempre di più a un personaggio pirandelliano: ma mentre il Gengè di "Uno, nessuno e centomila" diventa pazzo per riacciuffare le immagini che gli altri hanno di lui, Lombardo fa impazzire gli altri mostrando a ciascuno un'immagine diversa, e dunque - dopo essere stato democristiano con Cuffaro - è berlusconiano con Berlusconi, autonomista con Micciché e riformatore con Bersani.

Una mezza verità ce la consegna Giuseppe Castiglione, coordinatore del Pdl siciliano: "Micciché e Lombardo tendono la mano all'opposizione e poi mi accusano di voler consegnare la Sicilia al Pd. Volevano che rompessimo noi, ma non siamo caduti nel tranello". L'altra mezza verità è quella di Gianfranco Micciché, l'eterno ribelle che però non ha mai disobbedito al Cavaliere. "Berlusconi mi ha detto: bisogna evitare che Lombardo vada a sinistra. Io però non avrei vergogna ad accettare un governo di minoranza composto da Mpa e Pdl Sicilia, con l'appoggio esterno del Pd: un esecutivo più tecnico che politico". Ma siccome due mezze verità non fanno mai una verità intera, bisogna raccontare anche ciò che non si vede a occhio nudo, ovvero quella irresistibile forza magnetica che attrae il Pd verso la calamita Lombardo.

Una spinta potentissima che nasce da un calcolo matematico, arrivato fin sulla scrivania di Pierluigi Bersani. Grazie alla legge elettorale siciliana, hanno spiegato al segretario, con il 18 per cento dei voti il Pd ha avuto il 32 per cento dei seggi. La prossima volta dovrà dividere quei seggi con Cuffaro e con Di Pietro. Bene che vada, ne avrà la metà: ergo, le elezioni sarebbero una tragedia per il Pd. Aggiunge il capogruppo Antonello Cracolici, sponsor numero uno della collaborazione con Lombardo: "È un compromesso, certo. Ma l'alternativa qual è? Le elezioni. Alle quali, per sperare di vincere, saremmo costretti ad allearci con Cuffaro o con Lombardo. E allora tanto vale sperimentare prima, se l'alleanza funziona. Sì, lo so, ci sono dei rischi. Ma diciamo la verità: cosa abbiamo più da perdere, noi?"

A Palermo, città dove le voci si spargono come l'olio bollente sul marmo, si mormora di un patto segreto dalla sera del 9 novembre, quando il governatore fu avvistato al ristorante "La Scuderia" a mangiare gamberoni e cernia con Massimo D'Alema, esattamente 48 ore prima della sconfitta in aula che avrebbe aperto la crisi. Da allora nel Pd sono cominciate le riunioni. Nel gruppo parlamentare. Nella segreteria regionale. E anche a Roma. Quando Bersani ha saputo che 22 dei 29 deputati regionali non avevano nessuna intenzione di rischiare di non essere rieletti, prima ha convocato i membri siciliani della Direzione, poi ha spedito a Palermo il capo della sua segreteria politica, Filippo Penati. Con un mandato preciso: tenere unito il partito, e portare a casa la fine del centro-destra in Sicilia. Un'impresa che potrebbe risultare più difficile di quanto non sembri.

"Lombardo - avverte Enzo Bianco - è un bravissimo giocatore di poker: fa sapere di aver chiuso col centro-sinistra e aspetta che il centro-destra creda al suo bluff e accetti le sue condizioni. Ma fare un governo con un alleato di Berlusconi e con un suo sottosegretario sarebbe per noi un'ipotesi inaccettabile". E Rita Borsellino non vuol neanche sentir parlare di patti col diavolo. "Se devo dire la mia, dico no. Come si può pensare di stare in un papocchio come quello che si profila? Sarebbe un'incoerenza imperdonabile. Io non ho ancora preso la tessera del Partito democratico proprio perché volevo stare a vedere. Se ora si facesse un governo con Lombardo, prendere quella tessera per me diventerebbe molto, molto più difficile".

(7 dicembre 2009)

mercoledì 25 novembre 2009

SINGOLARE MASCHILE


SEBASTIANO MESSINA


È cominciato ieri al Senato il cammino parlamentare del disegno di legge sul processo breve. Con il trasparente scopo di essere coerente con il titolo del ddl, anche l’ter del provvedimento sarà breve, anzi brevissimo.
Se le cose andranno come devono andare, il presidente del consiglio troverà sotto l’albero di Natale la legge che lo salverà dalla spietata persecuzione dei giudici italiani, noti in tutto il mondo per la loro ferocia.
Lascia perplessi, però, il titolo che i legislatori del centro destra hanno voluto dare al loro provvedimento:”Misure per la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi”.
È apprezzabile che invece del plurale “cittadini” sia stato scelto, onestamente, il singolare. Eppure resta un mistero perché non abbiano messo, di quel cittadino, anche il nome e il cognome.

lunedì 29 giugno 2009

IL RECORD DI AUGUSTO


SEBASTIANO MESSINA
29 giugno 2009

Dopo i record di Valentino Rossi e Federica Pellegrini, un'altra impresa porta l'Italia in cima al mondo.
Da ieri il TG1 è infatti entrato nel Guinness dei primati: è riuscito per 11 giorni a mandare in nonda servizi sullo scandalo di Bari senza mai dare una notizia (una escort che rivela di aver passato la notte con il premier a palazzo Grazioli).
Un'impresa tutta italiana, come si dice.
Alcuni-i maligni, gli invidiosi, i cacadubbi-avevano insinuato il sospetto che si trattasse di pura casualità, di semplice sciatteria, ma il TG di Minzolini ha dimostrato di essere capacissimo di sintetizzare una notizia (anche falsa), usando meno di quindici parole per accostare la parola "escort" ai nomi di D'Alema e di Cesa.
Nessuna ombra, dunque, oscurerà questo record mondiale, il cui merito va tutto al generale Augusto (e al soldato Pino).

lunedì 22 giugno 2009

Silenzi, omissioni, mezze notizie


di SEBASTIANO MESSINA


È davvero possibile insabbiare uno scandalo che domina le prime pagine dei quotidiani nazionali, è al centro di un'inchiesta giudiziaria ed è finito immediatamente nei titoli della stampa internazionale? Sì, è possibile. In questa Italia dove il presidente del Consiglio ha anche l'ultima parola sulle nomine dei direttori di cinque dei sei maggiori telegiornali, ormai non c'è più bisogno di contestare i fatti, i sospetti e le accuse: basta nasconderli, e oplà, la notizia non c'è più.

Quei quindici milioni di italiani che ogni sera si affidano ai telegiornali per sapere quello che è successo in Italia e nel mondo, quell'80 per cento di telespettatori che non leggono i giornali - dunque non leggeranno neanche questo articolo - e hanno la tv come unica fonte d'informazione, non hanno la più pallida idea di quello che è successo la settimana scorsa.

Già, cos'è successo? Proviamo a mettere in ordine i fatti, e confrontiamoli con quello che il Tg1 e il Tg5 hanno riferito ai loro fiduciosi telespettatori.
Mercoledì 17. Il "Corriere della Sera" pubblica in prima pagina un'intervista a una signora di Bari, Patrizia D'Addario, che racconta di essere stata pagata 2000 euro per partecipare a due feste a Palazzo Grazioli (residenza romana di Silvio Berlusconi), e dichiara di avere le prove di aver passato una notte in compagnia del presidente del Consiglio. E poiché chi l'ha pagata è un imprenditore della sanità, oggetto a Bari di un'inchiesta per presunte tangenti, il magistrato ipotizza un reato preciso: "induzione alla prostituzione". Su Berlusconi, dunque, aleggia il bruciante sospetto di essersi intrattenuto con una donna pagata per fare sesso con lui.

All'ora di pranzo, accendiamo il televisore. Il Tg5 delle 13, riferendo di "presunte irregolarità negli appalti della sanità privata", dà la notizia con queste parole: "Uno degli imprenditori si vantava di essere stato invitato a partecipare con delle ragazze a feste a Palazzo Grazioli". E vabbè, pensa il telespettatore, che male c'è a vantarsene? Dopodiché il cronista riferisce di "indagini per induzione alla prostituzione", ma evita accuratamente di dire chi avrebbe indotto chi, e soprattutto con chi la donna sarebbe stata indotta a prostituirsi. Mezz'ora dopo, il Tg1 entra in argomento con le parole di Berlusconi, che un conduttore compunto scandisce con tono severo: "Ancora una volta si riempiono i giornali di spazzatura e di falsità". E mentre uno si domanda di cosa stia parlando, il conduttore precisa: "Si parla di feste con la partecipazione di alcune ragazze". Tutto qui? Sì, tutto qui.

Il telespettatore non capisce come mai Berlusconi sia così infuriato
, ma aspetta l'ora di cena per saperne di più. Attesa vana, perché i due telegiornali ripetono le formule criptiche dell'ora di pranzo: "Si parla di feste...". Il Tg1, preoccupato di aver detto già troppo, aggiunge premuroso: "Tutto da verificare: potrebbe trattarsi di millanterie o altro". Dopodiché entrambi i tg rivelano che la faccenda ha un risvolto politico. Che non riguarda però il premier, ma D'Alema: colpevole di aver ipotizzato "una scossa" capace di destabilizzare il governo. Invece di spiegarci il nuovo "caso Berlusconi", dunque, entrambi apparecchiano un inesistente "caso D'Alema" sul quale concentrano la dose quotidiana di dichiarazioni in politichese stretto.

Giovedì 18 i magistrati di Bari interrogano cinque ragazze, i giornali inglesi titolano sulle "donne pagate alle feste di Berlusconi", ma il Tg1 delle 20 riesce a confondere ancora di più le idee al suo pubblico, spiegando che si indaga "sul presunto ingaggio di ragazze per avvicinare i potenti". Quali ragazze, e soprattutto quali potenti, non si sa. Il Tg5 della sera, invece, fa finalmente il nome di Patrizia D'Addario, e anche quello dell'imprenditore coinvolto, Gianpaolo Tarantini, spiegando che quest'ultimo potrebbe aver "tentato di ingraziarsi persone influenti". Il telespettatore immagina che queste "persone influenti" siano gli stessi "potenti" evocati dal Tg1, ma non gli viene dato neanche un indizio per capire chi siano.

Venerdì 19 Gianpaolo Tarantini - l'imprenditore indagato per "induzione alla prostituzione" - dà all'Ansa la sua versione dei fatti, l'opposizione chiede al premier di riferire in Parlamento e il quotidiano dei vescovi, "Avvenire", lo invita apertamente a discolparsi: "Occorre un chiarimento con l'opinione pubblica". Le notizie non mancano, ma il Tg1 di Minzolini comincia con un Berlusconi furioso: "Le trame giudiziarie e gli attacchi mediatici non mi butteranno giù!". Il nostro telespettatore è sempre più curioso di capire cosa diavolo stia succedendo, ma deve accontentarsi di quello che gli passa il convento di Mimun, ovvero il Tg5 delle 20: "Il premier ha commentato così le voci che per vari rivoli sono emerse in questi giorni". Quali voci? E dove sono emerse? Certo non al Tg5 (e neppure al Tg1).

Sabato 20 una delle ragazze coinvolte, Barbara Montereale, racconta a "Repubblica" cosa accadeva nelle feste di Palazzo Grazioli ("Tutte lo chiamavano papi"), mentre si apprende che dalle registrazioni consegnate da Patrizia D'Addario ai magistrati si sentirebbe la voce di Berlusconi che dice: "Vai ad aspettarmi nel letto grande". Con questi tasselli il puzzle è quasi completo, e infatti l'indomani i giornali stranieri racconteranno la storia con dovizia di particolari. Per il Tg1 e il Tg5, invece, il caso è chiuso. Non un titolo, non un servizio, non una parola. Una pietra tombale ha seppellito l'inchiesta di Bari, i sospetti dei magistrati, l'imbarazzo del premier e le domande dell'opposizione.

Cosa sia successo nelle misteriosissime feste di Palazzo Grazioli, il telespettatore italiano non è riuscito a saperlo. E forse non lo saprà mai, se aspetterà che glielo rivelino i tg di Berlusconia.

(22 giugno 2009)

venerdì 19 giugno 2009

LA VAGONATA




Ignorando la saggezza di un antico detto delle sue parti, “pezo el tacon del buso”(la pezza è peggio del buco, n.d.r.), l’avvocato Ghedini ha voluto scusarsi di avere definito Berlusconi l’”utilizzatore finale” di una donna.
La premessa era perfetta: “Me ne dispiaccio e me ne scuso”.
Poi, purtroppo per lui, Ghedini ha voluto spiegare perché il suo cliente è palesemente innocente (come sempre, del resto).
Lui non può avere pagato una donna, ha dichiarato al “Corriere”, perché di donne “potrebbe averne grandi quantitativi, gratis”. Spalancando inconsapevolmente la porta, con questa chiarissima spiegazione, all’inevitabile domanda: come possiamo misurarli questi “grandi quantitativi” del prodotta “donna” (ottenibili peraltro “gratis”)? Saranno cento tonnellate, venti ettari o dieci containers? Uno stormo, un branco o una mandria? Una carrettata, una camionata o una vagonata?

lunedì 15 giugno 2009

Ministri a Pontida.


di SEBASTIANO MESSINA


Scorrevo distrattamente le notizie d’agenzia, ieri pomeriggio, quando ho letto che un ministro teme seriamente “la fine della democrazia”, evento che potrebbe verificarsi già domenica prossima: se passasse il referendum.
Per un attimo mi sono preoccupato, cominciando a chiedermi in quale paese sarei potuto emigrare per sfuggire alla dittatura.
Poi ho visto il nome del ministro: era il leghista Calderoli, quello che definì “una porcata” la sua legge elettorale (per l’appunto oggetto del referendum).
Allora ho posato l’atlante.
Subito dopo ho saputo che un altro leghista Maroni – nientemeno che ministro dell’Interno – vuole far mettere “cartelli chiari” di sua invenzione nei seggi elettorali (magari attaccati dalle ronde padane, e magari con lo storico motto che lui ha lanciato ieri a Pontida: “Chi l’ha duro la vince”).
A quel punto ho tirato un sospiro di sollievo definitivo.
Una democrazia che può permettersi di avere due tipi così come ministri – e sopravvive senza troppi problemi – è tecnicamente inaffondabile.

sabato 30 maggio 2009

L'ira di Cuffaro su Lombardo. "Vuole tutto, paralizzerà la Regione"

LA REPUBBLICA
di SEBASTIANO MESSINA


PALERMO - Se lo ricorda il gallo che le regalò Lombardo, senatore?
Totò Cuffaro
sorride, al ricordo del dono di quello che allora era il suo miglior amico, oltre che il suo alleato più fedele. "Certo che me lo ricordo" sussurra. Lui gli aveva regalato un maialino, e l'altro aveva ricambiato con il più bello dei suoi galli. Altri tempi. Oggi il suo ex amico Raffaele ha annunciato la sua nuova giunta: la prima - da 24 anni a questa parte - in cui Totò non entra o non designa almeno un assessore. Da questo momento è fuori dalla Regione, danaroso epicentro del potere in un'isola sempre più povera. E' l'ultimo atto, mormorano a Palermo, della "decuffarizzazione" della Sicilia.

Eppure lui è di ottimo umore. Ha passato momenti peggiori: l'avviso di garanzia per concorso esterno in associazione mafiosa, per esempio. O la condanna che lo costrinse a dimettersi da presidente della Regione. Siamo nel suo studio, al secondo piano di un elegante condominio, davanti a una scrivania circondata da crocifissi e madonnine. "Quella è la Madonna di Tindari, quella è l'Immacolata Concezione, quella è la Madonna di Fatima, quella viene dal Brasile, quella dalla Spagna. Me ne hanno regalate quattrocento, tra crocifissi e madonnine, quando è successo il mio fatto". Parla della condanna e delle dimissioni? "No, parlo dell'avviso di garanzia". Ah, ecco.
Quando ancora Lombardo avvertiva: "Rinnegare Cuffaro è da vermi", e Totò diceva di Raffaele: "Il nostro legame è indissolubile".

Oggi invece il suo successore a Palazzo d'Orleans sta mettendo alla porta uno dopo l'altro tutti gli uomini del suo ex amico e alleato. Ma lui non ci sta, a passare per il vecchio che viene cacciato dal nuovo. "Lombardo sta smantellando se stesso. E' stato il mio segretario regionale, nell'Udc. E' stato il mio amico più caro, in politica, fin da quando frequentavamo insieme la segreteria di Calogero Mannino. Non c'è una sola nomina, non c'è una sola decisione politica, che io non abbia concordato preventivamente con lui. Prima ci mettevamo d'accordo noi due, poi convincevamo gli altri partiti ad accettarle". Io e Lombardo, spiega Cuffaro, eravamo una cosa sola. "Sa una cosa? Io ho litigato una sola volta nella mia vita con Casini. Per nominare assessore un uomo di Lombardo, Pistorio. E sa quale assessorato gli diedi? L'assessorato alla Sanità. Infatti se lei va a vedere, buona parte dei direttori generali delle Asl siciliane sono uomini di Lombardo. Suo cognato, per dire, è direttore generale a Enna. A Catania, a Messina, a Caltagirone, a Palermo, a Caltanissetta, lei trova tutti uomini dell'Mpa di Lombardo. Perciò quando sento dire che vuole smantellare la Sanità, io dico: si smantella da solo".

Vuol dirmi, senatore, che lei non piazzò i suoi nomi nelle Asl? "Per carità, c'è pure qualche amico mio. Si capisce. Ma sono sempre di meno. Uno è morto, un altro si è dimesso".
Però il "cuffarismo" era un sistema di potere sotto gli occhi di tutti, non se l'è inventato Lombardo. "Parla dei direttori generali degli assessorati? Anche lì, ripeto, ogni nome lo scegliemmo insieme, io e Raffaele. Oggi vedo che quei nomi sono stati sostituiti, in buona parte, con quelli di dirigenti dell'Mpa. E questo lo chiama "decuffarizzare"? Vogliamo parlare di quello che è successo all'assessorato alla Sanità?". Parliamone: dicono che lei non abbia preso bene il taglio dei fondi per le case di cure e i laboratori d'analisi, che lo scontro con Lombardo sia cominciato proprio da lì. "Macché. La rottura è avvenuta quando lui, eletto presidente, ha cominciato a prendere le distanze da me. Umanamente. Quando non ha smentito la notizia, falsa, che io ero rimasto quattro ore nella sua anticamera. Quando ha lasciato fuori dalla sua giunta l'unico nome che gli avevo dato io, il capogruppo dell'Udc. Voleva accreditare l'idea che io fossi il vecchio e lui il nuovo. Dopodiché lui ha sbagliato tutto. Ha voluto governare senza coinvolgere gli altri partiti. Ha rinnegato quello che c'era scritto nel programma".

E ha impugnato la bandiera dell'autonomismo, sfidando persino Berlusconi. Cuffaro alza gli occhi al cielo. "Se essere autonomisti significa fare quello che si vuole senza dar conto a nessuno, Lombardo è certamente un autonomista. Ma non tiriamo in ballo la difesa dell'autonomia siciliana perché è solo una burla indecente. Lui sta solo utilizzando il suo ruolo istituzionale per portare voti al suo partito. Punto. Non si fa un governo senza maggioranza". Il sottosegretario Micciché ha scommesso una cena per tutti i 90 membri dell'Assemblea regionale che la mozione di sfiducia contro Lombardo non avrà più di dieci voti. "E probabilmente non ha torto. Ma certo l'Assemblea non approverà le leggi proposte da questo governo. Dunque andremo alla paralisi. Se davvero Lombardo vuol bene alla Sicilia, si dimetta e ci faccia tornare alle urne". Magari qualcuno dei vostri potrebbe appoggiarlo. "Il primo che lo fa è espulso dal partito".
Il cameriere porta via il caffè, il telefonino di Cuffaro riprende a squillare, deve andare a un incontro elettorale. Ma il gallo, gli domando, che fine ha fatto il gallo di Lombardo? "Una brutta fine, purtroppo. Ha cominciato a beccare e a uccidere le galline. Ci abbiamo fatto il brodo. Raffaele si è mangiato il maiale che gli avevo regalato io, io mi sono mangiato il gallo che mi aveva regalato lui. Direi che siamo pari".

(30 maggio 2009)

martedì 24 marzo 2009

I CONTI DI SILVIO


SEBASTIANO MESSINA
BONSAI
24 marzo 2009

Quanto è costata a Silvio Berlusconi la campagna elettorale 2008 ?

Quanto ha speso il politico più ricco del mondo, l’uomo che l’anno prima aveva dichiarato un reddito di 380mila euro al giorno, per fare il capolista in 27 circoscrizioni, riempire l’Italia di maxiposter 6 x 3 ("Rialzati Italia" !), tenere comizi in ogni regione, stampare volantini, depliant, adesivi e gadget assortiti con la scritta "Berlusconi presidente" e ottenere 13 milioni 628 mila voti ?

Da ieri lo sappiamo, grazie alla sua dichiarazione ufficiale.

Ha speso esattamente 19 euro e 2 centesimi: la cifra che guadagnava in 4 secondi e mezzo (il tempo che state impiegando a chiedervi se avete letto bene).

Che serva da monito a chi dice che i 40 euro della social card sono una miseria: bastano per vincere due elezioni politiche (e avanzano un euro e 96 centesimi).

venerdì 20 febbraio 2009

Dopo la disfatta Soru sceglie ancora l'isola. "Internet non basta, apriamo le case del popolo"


SEBASTIANO MESSINA

CAGLIARI - E adesso, dottore, cosa farà? La domanda affiora con timidezza sarda, alla fine del pranzo. E viene accolta da uno di quei lunghi silenzi ai quali Renato Soru ha abituato i giovanissimi coordinatori della sua campagna elettorale. Poi l'ex governatore li guarda a uno a uno negli occhi - Marco Argiolu, Elisabetta Dettori, Matteo Massa, più Egildo Tagliareni e Francesco Agus che si facevano tre volte al giorno il giro della città per attaccare i manifesti "Meglio Soru" che gli avversari strappavano dopo un'ora - e risponde, calmo. Io, dice, resterò qui con voi. Non lascio la politica. E non prenderò un aereo per Roma, non ho mai pensato di prenderlo.

Dopo un giorno di solitudine assoluta, nel quale il grande sconfitto delle elezioni sarde ha elaborato il lutto della disfatta più amara dei suoi 51 anni, Soru ha riaperto le porte di casa sua - la magnifica villa di piazza Bonaria, sulla collina che domina il mare - ai ventenni che in questi due mesi hanno dato l'anima per lui. Da due giorni non legge i quotidiani e non guarda la tv. Non ha visto nemmeno l'addio di Veltroni in tv. No, non l'ho sentito, confida. Sulle dimissioni, un solo commento, lapidario: se ha deciso così vuol dire che ha avuto le sue buone ragioni.

Il pranzo con il suo staff di ventenni è il modo che ha scelto per uscire dal silenzio. Loro cercano di tirarlo su con qualche buona notizia: "Lo sa quante email di solidarietà sono arrivate sul sito? Dodicimila". "E lo sa che su Facebook c'è già un gruppo che chiede le dimissioni di Cappellacci? Sono già più di cinquemila, in un solo giorno". Ancora non si è insediato, sorride Soru, e già qualcuno ne chiede le dimissioni. Gli piace, quell'entusiasmo, ma non si illude: ci vuole ben altro che una petizione su internet per buttare giù un presidente di regione. Ci vorrà un lavoro duro e tanta pazienza. Ma loro, quei sardi che hanno creduto nella sua battaglia, sappiano che lui resterà in prima linea. Mi impegnerò, promette, mi impegnerò con tutto me stesso per non disperdere le energie di tutti i sardi che vogliono cambiare quest'isola. Darò una mano a far nascere il Partito democratico in Sardegna. E poi, magari, cercherò di trovare un po' di tempo per il mio precedente lavoro, per la mia Tiscali.

Già, un oppositore non ha conflitto di interessi. E' l'unico vantaggio di una sconfitta che ancora gli brucia come una ferita aperta. Una ferita, dice qualcuno, provocata anche dal fuoco amico, da quei "castosauri" che si sono vendicati al momento del voto del repulisti voluto da Soru. Ma di questo lui non vuole parlare, ora. Voglio guardare al futuro, spiega, non mi aiuta pensare a queste cose. Certo, ammette, noi abbiamo promosso il rinnovamento mentre il centro-destra ha promosso i portatori di preferenze: e alla fine le preferenze hanno avuto il loro peso.

Tutta colpa delle preferenze, dunque? No, non solo delle preferenze. La cosa che più gli pesa, la sorpresa più amara di questo risultato che lo ha scioccato come una pallonata in faccia, è stata la risposta che è arrivata da quei sardi per i quali lui aveva lavorato di più. Gli viene in mente il quartiere di Sant'Elia - la Scampia di Cagliari, per capirci - dove lui andò per la prima volta da solo e senza scorta, a parlare in una piazza piena di siringhe. E quando tornò alla Regione, varò un grande progetto di risanamento, lo affidò a un famoso architetto olandese - Rem Koolhas - e lo finanziò con 30 milioni di euro. Poi, quando il Comune, per ripicca, glielo bloccò, fece bonificare il quartiere dalle zone franche degli spacciatori e fece costruire un parco giochi dove prima c'erano macchine arrugginite e cumuli di immondizie. Risultato: domenica scorsa, a Sant'Elia, il centro-destra ha preso più voti di cinque anni fa. Grazie anche, obietta Elisabetta, ai buoni spesa da 20 euro e alle bollette che i loro candidati pagavano in cambio di voti.

Va bene, risponde l'ex governatore, ci sarà pure questo clientelismo cialtrone, ma allora a cosa serve governare bene, a cosa serve cambiare le cose se poi gli elettori ti ripagano così? Un altro esempio: la Maddalena. Noi abbiamo tolto i sommergibili americani, abbiamo reso la città meno inquinata, più bella, più sicura. E alla fine loro per chi hanno votato? Per Berlusconi. E che dire di Capoterra, dove ci fu l'alluvione del 22 ottobre? Dopo tre settimane chi aveva avuto danni ha ricevuto il risarcimento: soldi veri, un bonifico in banca, non s'era mai vista tanta velocità. Anche qui, trionfo del centro-destra. Valli a capire, certi sardi. Lui che è un imprenditore abituato a rapportare costi e benefici, proprio non manda giù il voltafaccia di chi ha avuto di più, in questi quattro anni e mezzo di riforme controcorrente.

Veltroni ha ragione, dice ai suoi, oggi Berlusconi ha conquistato l'egemonia culturale in questo Paese. E come possiamo batterlo, domandano loro? Con altre televisioni? Con internet? No, risponde lui, su internet abbiamo già vinto, anzi stravinto. Ma c'è tanta gente che non ha il computer, e che non lo avrà mai. E allora? Allora bisogna lavorare in profondità. Sulla cultura degli ignoranti. Sulle coscienze dei qualunquisti. Solo così possiamo battere l'incultura del nichilismo che ha svuotato le coscienze.

D'accordo, obietta Marco, ma come? Ed è qui che "mister Tiscali" spiazza tutti: dobbiamo aprire dappertutto sezioni di partito, e magari riaprire le case del popolo. Dobbiamo parlarci, con queste persone. Ascoltarli. E convincerli. Ci vorrà del tempo, ma possiamo farcela, assicura dando un bacio in fronte a sua figlia Alice, seduta alla sua sinistra. "Perché oggi, certo, Berlusconi è il padrone del gioco. Ma dipende da noi, quanto a lungo lo resterà".

(19 febbraio 2009)

domenica 21 dicembre 2008

"Nessuna alternativa a Walter? Se serve non mi tiro indietro"

LA REPUBBLICA
di SEBASTIANO MESSINA

ROMA - Onorevole Bersani, Veltroni ha messo il Pd davanti a un bivio: innovare o fallire. Ma cosa significa la parola "innovazione", per lei?
"E' una parola su cui son d'accordo, e che ho chiesto di qualificare. Per non renderla generica. Se parliamo di innovazione programmatica, Veltroni ha elencato alcuni punti, che io condivido e che è giusto proporre al Paese. Ma se parliamo di innovazione del profilo, della logica, della struttura di un partito, allora è meglio che ci chiariamo meglio le idee".

Le sembra un appello ambiguo?
"Io credo che il partito sia uno strumento, che deve funzionare per poter cambiare il Paese. Perché questo strumento funzioni, deve avere i piedi nella società, ma non deve esserne lo specchio. La società è piena di cose ottime, di energie vitali, ma è piena anche di diffettucci. Il partito deve saper spostare energie e chiamare tutti a una riscossa civica".

Il Partito democratico è stato un po' zoppicante, su questo fronte?
"Secondo me all'inizio di questa nostra vicenda c'è stata questa utopia di una presa diretta tra il partito e la società, di un meccanismo automatico che può portarci dei guai. Prendiamo le primarie...".

Non le piacciono le primarie? Non crede che sia giusto che siano gli elettori del Pd a scegliere chi dovrà essere il candidato sindaco, o presidente della Regione?
"Sia ben chiaro, io sono favorevole alle primarie. Però dico: cos'è un partito?".

Già, cos'è un partito? Le è stato rimproverato di voler tornare al modello del Pci.
"No, io non voglio rifare il Pci. Voglio fare l'Avis".

E cioè?
"Una associazione di volontari della politica. Lì la sovranità è degli aderenti. I quali nei momenti decisivi la devolvono, per meccanismi statutari o per scelta, ai cittadini. Il collettivo di associati chiamato partito decide di fare le primarie per qualsiasi candidatura? Di fare l'elezione diretta per qualsiasi carica interna? Bene, ma lo decide lui. Non è possibile che in tutti i comuni d'Italia debbano esserci automaticamente le primarie, senza che il Pd faccia una valutazione collettiva. Altrimenti alla fine il partito diventa solo un regolamento. E diventa permeabile a qualsiasi cosa".

Massimo D'Alema ha parlato, nel suo intervento in Direzione, di un partito frutto di un "amalgama mal riuscito". Condivide?
"Un momento. D'Alema ha fatto un discorso più complesso. Ha detto: qualcuno sostiene che noi saremmo un partito a canne d'organo, un partito di correnti, ma non è così perché siamo in una fase precedente, quella in cui prevalgono semmai degli elementi di anarchia e di frantumazione. Altro che correnti. In questo momento noi non abbiamo nemmeno gli aderenti. Stiamo raccogliendoli adesso. E avremo il primo congresso nell'autunno prossimo. Sarà quello il momento in cui si confronteranno le diverse piattaforme politiche. Lì si creerà il pluralismo. Per adesso non è possibile parlare di correnti".

Che lei, mi pare di capire, non demonizza.
"Quando matureranno le condizioni, noi avremo certamente delle aggregazioni interne, che io vorrei che fossero anche statutariamente mobili e transitorie. Ma in un grande partito, come avviene ovunque, immagino che poi le varie sensibilità si organizzino in piattaforme, in proposte da mettere a confronto. Il nostro non sarà mai un partito con un padrone, dobbiamo tutti abituarci alla discussione".

E' vero che la leadership del Partito democratico avrebbe bisogno, come ha detto D'Alema, di più autorità e di più autorevolezza?
"Messa così, non sono d'accordo. Per me il leader è il vertice di un collettivo, un leader dei leader espressi dal basso. Nelle condizioni attuali, l'autorevolezza non è che te la puoi fabbricare. Oggi abbiamo un leader che ha un'investitura enorme ma non ha con sé un collettivo strutturato. Quindi rischia la solitudine, ma non perché si chiama Veltroni. Si chiamasse Bersani, o D'Alema, sarebbe la stessa cosa".

Teme il virus del cesarismo?
"Noi non possiamo mutuare dei meccanismi di autorità alla Berlusconi, alla Di Pietro, alla Bossi. Quelli sono partiti che emanano da persone. Noi no. Noi abbiamo chiesto il massimo della partecipazione per la scelta del segretario. Non è che il giorno dopo l'esercizio democratico può trasformarsi in autorità. O in autoritarismo".

Lei però ha condiviso la proposta di dare al segretario pieni poteri quando c'è da affrontare situazioni di emergenza locali che investano l'immagine del partito.
"Non solo l'ho condivisa ma mi sono battuto per farla passare. Però ho detto anche: attenzione, non c'è solo il problema di cacciare i disonesti, c'è anche il problema di difendere gli onesti. Perché se noi disamoriamo gli onesti, su quelle sedie potranno finirci solo i disonesti".

Dopo il crollo in Abruzzo, una sconfitta alle europee sarebbe un colpo durissimo per il Pd. E' davvero concreto il rischio di una disgregazione, di uno scioglimento?
"No. La nostra avventura di oggi è nel solco, almeno ai miei occhi, di 150 anni di storia di civismo, di riformismo, di battaglie democratiche. E questa vicenda ne ha viste tante. Se noi ci rendiamo conto di questo, relativizziamo anche la fase che stiamo attraversando. Non può esistere un futuro di questo Paese senza un grande partito riformista. Questo è sicuro. Io spero che le europee vadano bene. Ma, comunque vadano, non sono assolutamente in grado di provocare la fine del progetto del Pd".

Dunque una sconfitta non metterebbe a rischio la leadership di Veltroni?
"No, questo no. Io aspetto il nostro primo congresso per avere quel confronto di piattaforme politiche e culturali che aiutano a creare il profilo del partito. Nella situazione in cui saremo, certo".

Dice Massimo Cacciari: non c'è nessuna alternativa a Veltroni.
"Ma nessuno la sta cercando".

Però arriverà il momento del congresso, dice lei. E lì è possibile che l'alternativa a Veltroni si chiami Bersani?
"In tutta sincerità, questo problema io non me lo pongo. Vediamo come andrà il confronto sul profilo politico del Pd. Io so di avere delle idee, in proposito. E sono pronto a sostenerle, in un partito che possa condividerle".

Si sta candidando a fare il segretario?
"Chi conosce la mia mini-biografia sa che io non mi sono mai candidato a niente. Tutto quello che ho fatto è stato perché si pensava che potessi essere utile. Detto questo, non mi sono mai sottratto quando era necessario. C'è chi ama gli sport individuali e chi preferisce gli sport di squadra. A me è sempre piaciuto lo sport di squadra, sennò non mi diverto. Poi in uno sport di squadra uno può giocare in qualsiasi ruolo. Può fare il capitano ma può anche stare in panchina senza piangere".

E da qui al congresso che succede nel Pd?
"Guardi, io ho una grande, grandissima preoccupazione. La crisi sarà acuta e non sarà breve. Da qui all'estate noi ci troveremo in una situazione assolutamente inedita, sul piano produttivo e su quello sociale. Qualcosa che non abbiamo mai visto, almeno quelli della mia generazione. Noi rischiamo che la fascia più colpita, giovani precari, lavoratori e piccoli imprenditori, vengano abbandonati o alla compassione della destra o a qualche rigurgito rabbioso di tipo populista. Io sento acutamente che c'è bisogno di noi. Per questo dobbiamo rimetterci in piedi ed essere forti. Un partito come il nostro, deve esserci".

Cosa vuol dire, "esserci"? Non c'è, oggi, il Pd?
"Voglio dire che non basta che Bersani abbia la piattaforma giusta, se poi non abbiamo qualcuno che attacchi un volantino nella bacheca della fabbrica in crisi. Se agli occhi di un giovane precario, che ha perso anche quei 500 euro al mese che aveva, apparisse che a Roma siamo tutti d'accordo e diciamo che tutto va bene, ma dove va questo giovane? Ci vuole qualcuno che gli sia di riferimento e che gli dica: guarda, cerchiamo di combattere perché così non va. La mia preoccupazione più grossa oggi è questa: essere lì, accanto a quel precario che resta disoccupato".

(21 dicembre 2008)

giovedì 20 novembre 2008

Condominio, carissimo nemico. Cronaca di una battaglia quotidiana

LA REPUBBLICA
di SEBASTIANO MESSINA

QUEL TAC-TAC degli zoccoli alle cinque del mattino. Quel parcheggio usurpato nel cortile. Quel cane che non smette di abbaiare. Quell'odore di broccoli che invade le scale. Quel maleducato che lascia aperto il portone. Quel principiante che strimpella "Per Elisa" all'infinito. Quei bambini che schiamazzano. Quelle cicche che piovono sul prato.

Altro che casa, dolce casa: da quando l'italiano è diventato un condomino, la sua vita quotidiana è tormentata, oppressa e inacidita dalle battaglie rancorose e sorde che si nascondono sotto l'ipocrisia del buongiorno-e-buonasera davanti all'ascensore, da quelle beghe tra vicini di casa che cominciano con una telefonata all'amministratore, esplodono nell'assemblea del palazzo e finiscono con gli insulti in tribunale, sul più affollato terreno di scontro di questo terzo millennio: la trincea del condominio.

Sei italiani su cento sono in causa col vicino. Due milioni di processi, la metà esatta di tutto il contenzioso che invade le affollate aule dei giudici di pace. Tre miliardi di euro spesi ogni anno per le liti condominiali, che qualche volta trascendono e finiscono in tragedia: il 3,5 per cento dei delitti, rivela un rapporto Eures, matura nei rapporti di vicinato.

Chiunque si sia trovato a vivere in un appartamento anche solo per una stagione sa bene che una scala può diventare un campo minato, un pianerottolo può trasformarsi nel ring dei dispetti quotidiani, un androne può mutarsi nel teatro di un dramma. Micro-conflittualità di caseggiato, la chiamano i sociologi. E sbagliano, perché non è micro per niente.

Non solo perché c'è chi arriva a uccidere, per un cane che abbaia o per un rumore di tacchi - quelli che dopo il delitto i carabinieri catalogano immancabilmente come "futili motivi" - ma perché il rancoroso litigio tra condomini è all'origine di una valanga di cause civili e di processi penali.

Ma qual è la scintilla che accende lo scontro? Nella classifica dei litigi - compilata dai 13 mila amministratori di condominio dell'Anammi - al primo posto ci sono i rumori che rubano il sonno: mobili spostati alle due di notte, subwoofer che fanno tremare i muri, cagnette che latrano e lavatrici che centrifugano. A Roma, per esempio, un condomino ha denunciato il vicino per rumori molesti perché "tirava ripetutamente lo sciacquone nelle ore notturne, nonostante fosse stato debitamente avvertito che il rumore dello scarico svegliava la famiglia del piano sottostante".

Poi vengono le contese sull'uso degli spazi comuni, che ormai rappresentano per il genere umano quello che per i gatti sono le zuffe per il dominio del territorio. Che diritto ha l'inquilino del terzo piano di parcheggiare il suo furgone al centro del cortile? Perché la signora dell'attico ha piazzato una scala a chiocciola per arrivare al terrazzo condominiale? Come si è permesso il ragioniere del pianterreno di piantare un albero nel giardino comune?

Al terzo posto, i rumori nelle aree condominiali: bimbi che tirano il pallone contro la saracinesca, meccanici che sgasano motori rombanti, portieri che tagliano l'erba alle sei del mattino, magazzinieri che scaricano le bombole del gas. Qualche anno fa il nuovo proprietario di un appartamento all'ultimo piano scoprì che gli altri condomini avevano piazzato le loro autoclavi proprio sopra la sua camera da letto, e dunque il suo sonno era fatto di brevi pause tra il botto di una pompa e quello di un'altra. Andò dall'amministratore, andò dai vigili, andò dal pretore, andò persino in tv (alla trasmissione "Mi manda Lubrano"), ma sempre con lo stesso risultato: zero.
L'acqua che piove dal balcone del piano di sopra è al quarto posto: una volta quello che nei regolamenti condominiali è chiamato "stillicidio" prendeva la forma dei panni che gocciolavano o del filo d'acqua che scendeva giù dai vasi appena innaffiati.

Oggi, purtroppo, l'avvento degli irrigatori automatici ha aperto un nuovo fronte: c'è chi è convinto di avere un diritto naturale a lasciarli aperti a manetta per tutta la notte, e non prende neanche in considerazione le proteste della signora del piano di sotto che si ritrova il balcone allagato e il muschio sulle pareti.

Al quinto posto, il braccio di ferro sugli animali domestici. Il pastore tedesco che lascia le sue impronte sull'ascensore, il randagio che fa la pipì sulle macchine posteggiate, il dobermann che scende sempre le scale senza museruola, la gattina adottata dal condominio che fa paura alla signora del quarto piano, per non parlare del rottweiler del colonnello che ha sbranato il chiuhaua della professoressa. L'anno scorso, un ingegnere portò al magistrato le foto della sua auto, il cui parafango era stato addentato - e deformato - dai denti di un pitbull (nulla potè però la giustizia, perché l'animale si era nel frattempo dato alla latitanza).

Tutto questo senza entrare nel contenzioso che tocca il portafogli: il distacco dalla caldaia condominiale, l'errore nella tabella millesimale, l'annullamento dell'assemblea che deliberò il rinnovo della facciata, la contestazione delle quote per l'acqua e via impugnando. Si arriva, dicevamo, a due milioni di cause.

Questo fiume livido e aspro di dispetti e di ritorsioni sfocia nelle aule di tribunale occupando la metà dei giudizi civili e un bel numero di processi penali. A Roma c'è un'intera sezione del Tribunale (la quinta) che si occupa solo di contenzioso condominiale. È al terzo piano del palazzo di viale Giulio Cesare, una lunghissima serie di stanze disadorne nelle quali un magistrato dà retta, di solito, a cinque o sei avvocati contemporaneamente, sommerso da una montagna di citazioni, notifiche, memorie e comparse che dopo tre anni di udienze costeranno ai litiganti in media dai due ai tremila euro ciascuno.

Ma il grosso delle contese approda sulle scrivanie dei giudici di pace. Quelli civili affrontano le questioni che si risolvono col denaro, in maggioranza tra condomini e amministratori. Quelli penali devono invece dipanare le matasse più complicate, uno spinoso groviglio di antichi torti e di quotidiane vendette che invoca giustizia per ingiurie, molestie, danneggiamenti e disturbo della quiete.

Ma ci riescono davvero, poi? "Noi dobbiamo emettere una sentenza - ammette Osvaldo Jacobelli, giudice di pace della sezione penale - ma è molto difficile che la giustizia riesca a risolvere il problema pratico che assilla il querelante, dal ticchettio dei tacchi allo sciacquone notturno". Certo, se sono volati gli insulti le cose cambiano.

"Intanto però ci vogliono dei testimoni - spiega Francesco Malpica, anche lui giudice di pace - altrimenti è la tua parola contro la mia. E poi i rapporti sociali si sono così imbarbariti che le parolacce sono diventate un fatto ordinario, al punto che la stessa Cassazione ha stabilito che non offendono più il decoro e l'onore del destinatario. La verità è che nelle cause di condominio affiorano tutte le frustrazioni dell'essere umano: ci vorrebbe uno psicologo, accanto al giudice". Conferma Roberta Odoardi, direttore generale dell'Anammi: "Una volta i vicini erano degli amici. Oggi sono degli sconosciuti, verso i quali prevale spesso l'intolleranza. Prima si citofonava, adesso si va direttamente dall'avvocato".

I magistrati, comunque, vedono solo la cima di un albero assai più grande di quanto non dicano le statistiche del ministero. Secondo l'Anaci (un'altra associazione di amministratori immobiliari) il 73 per cento dei contrasti si risolve infatti bonariamente prima di finire sulla carta bollata, durante le assemblee condominiali. Dunque, quei due milioni di cause sono solo un quarto delle liti. E di questo 27 per cento, quelle che arrivano alla sentenza sono appena due su cinque, perché le altre tre si chiudono dopo le prime udienze con un accordo tra gli avvocati.

I quali si dividono in due categorie: quelli che gettano benzina sull'ira infuocata del cliente, pensando alla parcella che gli spediranno, e quelli che onestamente gli dicono la verità, avvertendolo che sarà molto, molto difficile ottenere un risultato concreto. "A chi si lamenta del cane del vicino, io dico che in 32 anni di carriera non ho mai letto una sentenza di sfratto per un cane" racconta l'avvocato Stefano Giove. "Certo, a volte la causa è inevitabile - prosegue - Ma chi la avvia deve sapere che i nostri giudici non sono come quelli americani, che possono ingiungere al condannato una concretissima soluzione. In Italia si intrecciano norme lacunose, limiti procedurali e giudizi lunghissimi, fino a otto anni, durante i quali le liti con l'altro condomino si fanno spesso ancora più aspre".

Sulla trincea del condominio, dunque, lo Stato non riesce nemmeno a decretare chi vince e chi perde. Servirebbero un codice speciale, processi lampo e nuovi poteri per i giudici. Ma né l'uno né l'altro sono all'ordine del giorno di questo Parlamento, indizio non minore di quanto poco sappiano i nostri legislatori delle angosce quotidiane degli italiani. Per i quali, una volta varcato il cancello condominiale, vale ancora una sola regola: la legge del più forte.

(20 novembre 2008)