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giovedì 15 luglio 2010

L'uomo che ama la donna e impara l'amore. Storia di un amore in scadenza nella Torino contemporanea

Roberto ama Sara. La ama la notte, la ama col sole, la ama lungo il fiume, dentro una macchina, sotto e sopra le lenzuola. Dopo avere interrotto una storia d'amore e di convivenza, a un passo dal matrimonio e dalla paternità, Roberto ha voglia di ricominciare e di sgombrare il cassetto del passato. Sara invece resiste al suo amore esagerato fino a trasformare un telefono spento in un silenzio assordante. Roberto indaga e scopre il tradimento. Sara ha fatto l'amore con l'uomo sbagliato, coniugato e amato più di lui. Disperato, Roberto la respinge e la pretende, la disprezza apertamente e la ama ostinatamente. Tra notti insonni, appostamenti notturni e passeggiate appannate, l'uomo che ama esaurisce gli eccessi e impara l'amore.

Di che cosa parla Maria Sole Tognazzi quando parla d'amore? Parla di uno sguardo (maschile) attraversato dalla forza desiderante dei corpi e dal potere di attrazione della carne. Parla di un cinema del separarsi e del soffrirsi addosso per un amore che non ha più tempo, un amore in scadenza. Attraversando Torino, i suoi marciapiedi e i suoi portici, L'uomo che ama racconta la fatica di una storia che finisce, la pena del distacco e l'inevitabile autocombustione di un sentimento. La regista procede nel pedinamento psicologico del suo personaggio, il Roberto ossessionato (e ossessionante) di Pierfrancesco Favino votato all'eccesso dal cromosoma melodrammatico. Resta incollata a lui, senza perderlo mai di vista, seguendolo anche negli interstizi insignificanti e vuoti della sua giornata (fare la doccia, preparare il caffé, camminare per strada, guardare attraverso una finestra), dove si manifesta l'intensità dell'amore e dove poi si manifesterà la sua fine. La messa in scena della passione tra Sara e Roberto, che ha cessato di amare un'altra donna e di svegliarsi all' "alba" con lei, prepara la propria scomparsa e mima la propria rottura dentro un cinema di soli corpi, cuori e lacrime. Nel duetto Roberto parte svantaggiato perché, folgorato da Sara al primo incontro, sembra esserne la vittima predestinata. Ma vittima è pure l'Alba senza sorpresa della Bellucci. Perché l'uomo che ama oscilla disperato tra il rimpianto di chi ha cessato di amare e la paura di un amore appena arrivato e svanito in un fragoroso silenzio.

L'amour fou di Favino diventa ridicola ostinazione per una relazione totale e perfetta soltanto nella sua testa. Lo sfondo dell' Uomo che ama è il normale ritratto di una realtà urbana in cui irrompe l'amore eccessivo del protagonista. Lungo il Po scorre un film declinato al maschile e riuscito soltanto a metà perché cerca di riassorbire il dolore piuttosto che capirlo, perché promette qualcosa di profondo nella scrittura e non lo mantiene nel visibile, perché si perde in spiegazioni continue e in storie e strade parallele, che conducono al lago o all'ospedale, perché cerca un equilibrio quasi impossibile tra il sorriso e il dramma, perché crea più attesa di quanto sia in grado di sopportare. Nondimeno, negli occhi di Favino, resta il calore di ciò che è insondabile. Quell'abbandonarsi, senza difese, al mistero del cuore.

lunedì 4 gennaio 2010

I DUELLANTI





'I duellanti' fu presentato al festival di Cannes nel 1977 e, oltre a ricevere il premio come miglior opera prima per il regista Ridley Scott, ebbe il consenso del prestigioso presidente della giuria del festival di quell'anno: nientemeno che Roberto Rossellini. Tratto da un romanzo breve di Joseph Conrad, 'Il duello', il film vede protagonisti due ufficiali napoleonici che, nell'arco di quindici anni, si scontrano a duello ogni volta che si incontrano. In verità uno solo dei due, il folle Feraud, a seguito di un presunto torto subito, chiede soddisfazione all'ignaro e sconcertato D'Hubert: i duelli si susseguono nel film come nel romanzo, in ogni parte d'Europa, seguendo gli spostamenti della guarnigione napoleonica, e suscitando lo sconcerto, e, sotto certi aspetti, anche il malsano divertimento negli altri ufficiali francesi. Conclusione del film amara, ma in perfetta sintonia con la fine del dominio francese in Europa.
Perfetta rappresentazione di un perenne conflitto tra due uomini, il film trae forza da questo tema attuale ieri, oggi e sempre: ma 'I duellanti' non è solo questo, è anche una profonda riflessione sul tema della doppia personalità, sull'assurdo richiamo all'odio che una persona esercita su un'altra senza un'apparente motivo. Il fascino del romanzo di Conrad viene tradotto con intelligenza sullo schermo da Ridley Scott: la difficoltà maggiore per il regista consisteva proprio nel rischio di tradire lo spirito misterioso del testo e di banalizzare la lucida follia di uno dei protagonisti che sono le note principali di questa come di gran parte delle opere del grande scrittore polacco.
E fu così che Ridley Scott, regista inglese specializzato in spot pubblicitari, esordì nel mondo del cinema; sarebbe scontato dire che esordio migliore non poteva esserci, perché 'I duellanti' è un film molto bello, ben fotografato, uno di quei film in cui più che la storia, apparentemente banale e monocorde, conta, come avrebbe detto Hitchcock, il modo di raccontarla. In questo Ridley Scott è bravissimo. La sua filmografia si sarebbe arricchita nel corso degli anni di tanti film di successo, alcuni diventati addirittura dei cult movie ('Alien', 'Blade runner', 'Thelma & Louise'), altri un po' sopravvalutati ('Il gladiatore' su tutti), almeno uno sottovalutato ('Legend').
Con questo film conoscemmo meglio due attori che per ragioni diverse fanno parte di quella ristretta cerchia dei cosiddetti antidivi: di Keith Carradine, lo sventurato e umanissimo D'Hubert, ricordavamo la performance di attore e cantante in 'Nasville', di Harvey Keitel, lo sfrontato, folle e tuttavia patetico Feraud, avremmo visto decine di film negli anni a venire (citiamo solo 'Lezioni di piano' e 'Smoke'), ma già ne 'I duellanti', nel 1977, intravedemmo le doti di un grandissimo attore.


COMMENTO (NON MIO)

Il film è, innanzitutto, una minuziosa e dettagliata ricostruzione storica: ogni divisa è stata infatti perfettamente riprodotta come del resto gli accampamenti, le città e le abitazioni in cui si muovono i due protagonisti. Ed è proprio sull'impatto visivo che gioca gran parte di questo lungometraggio: le scene sono stupende, sia quelle in ambiente ristretto che quelle in cui l'occhio umano può spaziare in immense distese, e il frequente ricorso al controluce accentua la loro drammaticità. Una sorta di luce soffusa, tenue, quasi una nebbia avvolge poi i personaggi e i luoghi creando una sorta di sensazione irreale che sottolinea l'intensità emotiva dei due contendenti e, soprattutto in alcuni casi il loro distacco più totale dal resto del mondo che li circonda.

Il cast è perfetto e Keith Carradine (D'Hubert) mette in luce al meglio tutte le sfaccettature del proprio personaggio: il soldato, l'amante, il civile e la preda che nel finale diventerà predatore.

Ancora più straordinaria è la recitazione di Keitel (a mio avviso una delle sue interpretazioni più riuscite). Nonostante il suo ruolo sia quello del "cattivo" di turno, la sua recitazione e il suo carattere intraprendente e testardo portano lo spettatore ad impersonarsi più in lui che nell'avversario.

Il film non è però solo la rappresentazione di un'epica avventura, di un infinito inseguimento ma una gigantesca metafora storica: le vicende e la sfacciataggine del tenente Feraud richiamano chiaramente quelle di Napoleone e dei suoi eserciti, alla continua rincorsa ora di un avversario da sfidare per il proprio onore, ora di nuovi stati da conquistare per ampliare sempre di più il proprio impero. Interminabile corsa che si conclude per entrambi con la sconfitta: non con la morte ma con punizioni forse ancora più pesanti per due personaggi talmente orgogliosi; per il primo il permesso di vivere (umiliazione massima per il battuto in un duello a morte per cui viene addirittura provata pietà) e per il secondo l'esilio. E ad esprimere la desolazione di questo momento, una delle scene più intense di tutta la pellicola, quella finale.

sabato 2 gennaio 2010

SANGUE PAZZO

Marco Tullio Giordana
interpreti:
Monica Bellucci
Luca Zingaretti
Alessio Boni
Mattia Sbragia
Cineboom.it
Antinoo

Sono i giorni a ridosso della Liberazione di Milano. Case distrutte, vicoli spenti, tutto è desolazione e remota ricostruzione. Una città in piedi, nonostante tutto. Come la voglia di giocare di due sudici bambini che, lungo una strada devastata dalla guerriglia, si rincorrono su una sola bicicletta. Arrotolando la pellicola di un nastro impolverato. È questo l’incipit del film che racconta la storia di Osvaldo Valenti (Luca Zingaretti) e Luisa Ferida (Monica Bellucci) due celebri attori, realmente esistiti, del periodo fascista. Un lungo rincorrersi di flashback, rimandi e divenire, come i fotogrammi di una pellicola che si avvolgono su se stessi, appunto.
Osvaldo è istrionico, salace, irriverente. Non teme e rispetta nessuno, in virtù della libertà di espressione e di pensiero che il suo status di attore deve garantirgli. Può sempre dire di essere un altro, in quel momento, a differenza di quelli che definisce gli “audieri”: coloro che non possono far altro che ascoltare e, in linea di massima, obbedire. Non risparmia quasi a nessuno il suddetto ruolo: registi in cerca di finanziamenti, attricette in cerca di carriera, riverentissimi camerieri e receptionist, ministri e autorità. Tutto, per Osvaldo, è palcoscenico dove esibire le sue capacità. E da cui rinfrancarsi con le droghe.
Luisa, invece, a differenza delle tante colleghe, non accetta compromessi: li gode, per scelta, con chi decide lei. Al di sopra della morale comune, delle convenzioni che vorrebbero le aspiranti starlette tutte moi
ne e promesse di orgasmo, ma soprattutto dall’”essere la donna di”. È lei che stabilisce cosa dire, come non abbassare gli occhi e chi far entrare nel suo letto. Affrontato ed acceso Osvaldo, si imbatte in Golfiero (Alessio Boni), regista ostile all’ideologia fascista che al tempo va imponendosi, che l’ha notata nelle sue numerose comparsate e vuol farne la sua attrice. Luisa si stupisce, apprezza e ricambia per come è abituata: ottenendo un gentile rifiuto che la lascia indignata. E pronta a consolarsi con l’irruente Osvaldo.

Nasce così la fama di Luisa Ferida, trasformatasi per l’occasione in una diva raffinata, di classe e che sa esattamente come comportarsi in ogni situazione. Anche le più imbarazzanti: che il popolino vorrebbe facessero arrossire ogni donna. Tranne lei, che in un mondo di uomini sa come sfruttarne le debolezze, senza mai esserne dominata. Tranne due: la potenza sessuale e carismatica di Osvaldo; l’estro creativo, l’onestà intellettuale e il distacco di fondo, mascherato da gentilezza, di Golfiero.
È tra queste due passioni che si dipanerà la sua vicenda, assieme alla quella d’Italia. Nazione che prima decide di entrare nel Secondo Conflitto Mondiale solo per saltare sul carro del vincitore e, mentre il presunto tale andrà a schiantarsi contro un muro, detto anche di Berlino, scoprirà quanto la politica di Mussolini sia da rinnegare, catalogandola tra i lati più bui della propria Storia. Così non faranno Osvaldo, Luisa e Golfiero, fedeli gli uni agli altri nella misura in cui possono esserlo due uomini così diversi innamorati della stessa donna. Che a sua volta, amandoli così tanto in modo diverso, non può ottenerne che uno alla volta. Nella stessa vita. Questa è, in grandissime linee, la trama di Sangue pazzo, l’intensa opera presentata a Cannes fuori concorso da Marco Tullio Giordana. Grandissime linee perché rappresentata non è solo la vicenda, in parte storica in parte romanzata, dei due attori, ma anche il pensiero, il costume, la morale e la coscienza di quegli anni. Un film importante e necessario, specie in questo tempo di dittatura velata, causata anche da chi, in sala, si permette di sussurrare a metà tempo “ma perché fare un film del genere proprio non lo capisco”. La risposta è la sempre invocata e, allo stesso modo, mancante memoria storica italiana. Anche per quanto riguarda la cinefilia.

Il pubblico italiano non è avvezzo, né meritevole. Mi verrebbe da dire, alle vicende piccole e grandi di casa nostra. Però si entusiasma per ciò che fa girare la distribuzione a stelle e strisce, quando un qualsiasi peto di sceneggiatura made in USA, sganciato e quindi ambientato ai tempi dei gangster o del Vietnam o della Guerra Fredda, crea il suo personaggio preferito. Magari da declinare in un'intera trilogia, telefilm, fumetto, gadget per il cellulare: non necessariamente in quest’ordine. Mentre non riesce ad immedesimarsi nei
panorami italiani, che siano Venezia, Roma o Milano; nelle immagini di repertorio dell’Istituto Luce, confrontando mentalmente l’attuale quiete movimentata di Piazza Venezia alla totale mancanza di senso dell’euforia della folla nei confronti di un nano, specie rispetto ai propri deliri di onnipotenza, che da quei balconi si affacciava; negli arredi che magari ha visto nelle stanze della nonna, in quegli abiti contegnosi che non dovevano esibire ma velare, nei caloriferi che annerivano le pareti e nello spirito, tutto italiano, di un attore che non vorrebbe essere l’America ma averne i mezzi, e che ribadisce ogni giorno la sua indipendenza. Anche di degradarsi, ed esibire con orgoglio il documento di identità che lo dice “cocainomane”. Perché lui può tutto, lui è il grande Osvaldo Valenti: e in virtù di questo può anche vestire i panni del tenente nella X Flottiglia MAS, mentre deride Mussolini definendolo un guappo, ed essere accusato di essere un sanguinario sadico dai partigiani.
Luca Zingaretti
si confronta con un ruolo difficilissimo, riuscendo a consegnarci un personaggio disincantato e cinico, innamorato della vita, della Sacra Arte che lo accende e di ogni vizio che preferisce, anche quello di prendere in giro ferocemente qualsiasi servo di potere, qualunque sia il suo colore d’appartenenza. Che, al tempo stesso, non rischia di fagocitare l’intera Storia che gli ruota intorno, e sovrastare i personaggi, tutti ugualmente importanti, per cui ama, soffre, urla, finge, rischia, sceglie. Monica Bellucci in autentico stato di grazia, come non si vedeva dai tempi della scena finale di Malèna di Giuseppe Tornatore, nonostante i limiti della voce e della dizione, a cui si è aggiunta un'improbabile cadenza francofona, riempie la scena in maniera sontuosa, e le sue espressività recitative crescono di pari passo con la maturità emotiva che il suo personaggio acquisisce: attraverso esperienze sentimentali, interiori e causate dalla guerra. Quasi ogni sguardo altèro e gesto delle mani è da applauso, e almeno 2 scene da sottolineare: il bacio che finalmente svela il vero rapporto tra lei e Gualtiero, simile nell’economia della narrazione alla morte di Melania in Via col Vento, e la masturbazione come requie per sedare il proprio uomo scosso dai fremiti dell’astinenza, a cui segue lo scambio tra la donna esausta di passioni e la ragazzina che deve ancora affacciarsi alla vita, e che fa loro da guardia.


Chi ha accusato il film di essere revisionista non è solo ridicolo: è revisionista. Come nel caso de La Caduta di Oliver Hirschbiegel, è più semplice dividere tutto in Bene e Male. Mentre vale sempre la pena, se l’obiettivo è comprendere non giustificare, indagare le ragioni che hanno portato a certe azioni e preparato determinati schieramenti. In una delle scene meno realistiche (non s’è poi capito perché Rambo può sterminare un intero esercito con un dito in culo, il capitano Steve Hiller può dare il benvenuto ad un alieno immenso con un sonoro pugno sul muso e un gladiatore può sfidare e battere l’imperatore Commodo nell’arena senza scatenare una sonora risata di almeno due lustri), ma ugualmente potenti ed intense del film, Osvaldo, inventa una falsa trama per Sangue Pazzo, l’iperrealistico film che sta girando. E con la divisa da tenente seduce le scolarette, terrorizza un inerme Gualtiero e racconta di come due uomini amino la stessa donna e non rappresentino uno il Bene e l’altro il Male. Sarebbe troppo semplice. E anche lei, la donna, è Bene e Male insieme. Del resto, lo stesso Pertini, che esultò alla finale dei Mondiali del 1982 intenerendoci tutti, è lo stesso che, storicamente, fu pesantemente coinvolto nella condanna a morte di due probabili innocenti. Colpevoli di aver goduto di (tanta) fama e (poca) fortuna in un ventennio così osteggiato. Del resto, ci sono epoche in cui siamo tutti comparse.

martedì 7 aprile 2009

Monroe, Weil, Gurdjieff in scena tre icone del '900


di RODOLFO DI GIAMMARCO

PIU' di cinquecento ospiti provenienti da tutto il mondo - registi, attori, produttori, responsabili di istituzioni e di festival, critici, studiosi universitari - hanno presenziato a Wroclaw, in Polonia, nell'ambito della XIII edizione del Premio Europa per il Teatro (il corrispettivo europeo degli Oscar, in materia di eventi della scena) alla prima mondiale di "Persona", trittico del regista polacco Krystian Lupa dedicato a Marilyn Monroe, Simone Weil e Georges Ivanovic Gurdjieff, tre icone della cultura moderna del '900.

All'autore e allestitore di questa ricerca su personalità artistiche che hanno scatenato mitologie forti e influenti, al regista Krystian Lupa nato nella Slesia nel 1943, a quest'uomo di teatro emerso in patria e in tutte le capitale europee per spettacoli fondati tra l'altro sulla scrittura di Bernhard, di Rilke, di Musil, di Broch e di Dostoevskij ("I fratelli Karamazov"), oltre che per il suo recente "Factory 2" su Andy Warhol, è stato quest'anno attribuito il riconoscimento ufficiale del Premio Europa, mentre i Premi Nuove Reltà Teatrali sono andati al belga Guy Cassiers, al nostro Pippo Delbono, allo spagnolo-argentino Rodrigo Garcìa, all'ungherese Arpád Schilling e al francese François Tanguy legato al Théâtre du Radeau. La sede ospitante attuale di Wroclaw è stata individuata dal Premio Europa per il significato delle celebrazioni in corso del 2009 dichiarato dall'Unesco "Anno Grotowski".

Fa clamore, uno spettacolo contemporaneo con matrice culturale dell'Est europeo basato su Marilyn Monroe, oltre che sulla scrittrice-filosofa Simone Weil (1909-1943) e sul maestro di danze, mistico e letterato armeno Gurdjieff (1872-1949). "Andy Warhol sosteneva che il soggetto dei suoi film era la personalità umana, e non la storia o la vita di qualcuno. Con tutti i suoi lati inesprimibili. Quindi, se effettui lo studio di un essere umano sulla scena, è bene che tu ti rivolga direttamente a lui, senza parlare di lui - afferma Lupa - e allora qui mi sono servito di situazioni in cui si manifestano il carattere e il sogno di ciascuna delle tre figure, con tutti i possibili connotati intimi. Ben consapevole che la personalità è anche autosuggestione e autoinganno, come il mito che poi su quel tale soggetto esplode nell'intera società. E nel caso di "Persona" tutte e tre le figure considerate hanno in comune una cosa: desiderano oltrepassare i confini. È difficile paragonarli fra loro, lo ammetto, ma ognuno a modo suo condivide una visione di trasgressione".

A proposito di Marilyn Monroe, l'autore-regista Lupa è disposto a fare considerazioni senza veli. "Una volta Marilyn disse 'se dovessi essere un simbolo, vorrei essere un simbolo sessuale o nient'altro'. E allora nella mia performance è considerata come tale. Nel mondo del bigottismo americano lei scoppiò come una bomba affascinante, come un caos sessuale. E rappresentando qualcosa di estremo, dovette pagare con la morte. Al di là del fatto che fu una Stradivari del sesso, anelava a una perfezione, e sia Strasberg che Miller ne vollero anche fare un'opera d'arte. Questa divenne però per lei un'ossessione, che nello spettacolo io cerco d'analizzare. Siamo vicini alla tragedia. E la tragedia di oggi fa pensare ai lavori brutali di Sarah Kane. Ma noi procediamo senza tecnica e senza metodo, che significherebbero assuefazione. Gli attori che io dirigo devono anche improvvisare, e a seconda della loro età devono aver superato le due crisi più importanti, quella dei 21-22 anni del romanticismo, e quella dei 45 anni quando non si accetta ciò che si è fatto".

(6 aprile 2009)

giovedì 22 gennaio 2009

Eastwood, il giustiziere pentito

IL CORRIERE DELLA SERA

PARK CITY (Utah) — «Vedo troppi soldati o poliziotti estremi al cinema, super-armati nelle lotte tra minoranze. Il mio Gran Torino, senza pallottole per alcuni, è un film sulle guerre tra le minoranze del nostro tempo». Clint Eastwood è soddisfatto del suo primo posto al box office ed è in attesa delle nomination agli Oscar. Infiamma con l'ultimo film da lui diretto e interpretato anche gli animi del Sundance. Perché nel Festival di Redford si vedono molte pellicole sugli immigrati e altrettanti sui poliziotti e giustizieri. Tutti sembrano attingere in qualche modo ai suoi lontani ritratti. E in Gran Torino tornano i temi da Eastwood come autore: il razzismo, la religione, i pregiudizi, le sfide al politicamente corretto, i rapporti genitori/ figli.

Il suo anziano immigrato polacco Walt Kowalski è un meccanico in pensione con più di cinquant'anni di lavoro alla Ford (ed è innamorato della sua auto, la «Gran Torino ») e ha una medaglia nel cassetto come reduce dalla Guerra in Corea. Nel quartiere dove vive detesta gli asiatici. Ma il complesso, malinconico personaggio, nell'ultimo capitolo della sua vita rappresenta la redenzione del ruolo di Ispettore Callaghan. Ossia di quell'ispettore Callaghan che, armato come un giustiziere per molti «fascista» negli anni Settanta, rese Clint una superstar quando ancora la sua carriera di grande regista non era iniziata.

Questa «redenzione» politicamente corretta di Walt Kowalski ha sfidato quanti vorrebbero tanti giustizieri contro le gang Usa e rimpiangono Callaghan. Ha soddisfatto altri e, però, ha deluso coloro che da Clint aspettano, come fece per l'eutanasia in Million Dollar Baby,
prese di posizione non concilianti. I critici dei massimi giornali (dal New York Times al Los Angeles Times) hanno valutato il film tra i migliori dell'anno. Tuttavia non mancano polemiche. Alcuni critici, soprattutto i più giovani del web, ma anche il San Francisco Chronicle e il New York Post (che comunque hanno dato tre stelle al film) non hanno apprezzato il ritratto da gangster di una parte della comunità asiatica degli Hmong: proteste con decine di lettere a quotidiani e blog sul web da parte delle minoranze razziali, specie di quella degli Hmong, arrivati come emigrati o rifugiati dal Laos, dal Vietnam, dalla Thailandia e da altre località asiatiche. Ma fanno discutere soprattutto i toni «folcloristici e inadatti» del personaggio interpretato da Eastwood e il suo percorso di ripudio del razzismo. Una banda di asiatici, aiutata da un vicino di casa, tenta di rubare la «Gran Torino» al meccanico solitario (vedovo, con cane e un barbiere come unici amici, pieno di pregiudizi). Lui inizia a frequentare la famiglia del ragazzo, e qui comincia la svolta «buonista».

Controverso anche il tema della religione, per come vengono descritti gli eventi religiosi della comunità e perché Walt, vedovo, non accetta di soddisfare l'ultimo desiderio della moglie, ossia confessarsi, malgrado le sollecitazioni del giovane sacerdote della diocesi del quartiere di Detroit. Walt all'inizio lo dileggia: «Sei un invadente seminarista disposto al dialogo con tutti, stranieri compresi». Eppure, alla fine, Walt si confessa prima di attuare una sorta di suicidio-omicidio, senza pallottole. E' la sequenza è chiave della sua redenzione e gli permetterà di salvare chi ha imparato a conoscere con umiltà.

Senza rispondere ad alcune critiche, con l'abituale ironia Clint suggerisce di ascoltare la canzone «Gran Torino» da lui composta, e in cui si raccontano le perdite, i sogni e la nuova e faticosa verità di un uomo qualsiasi. «Ho voluto nel cast veri membri della comunità Hmong e ho imparato molte cose con questo film, il mio più piccolo, importante, personale. Vedo troppi poliziotti estremi sugli schermi e ho ricordato, girando la sequenza in cui la sorellina del mio vicino di casa Thao viene sequestrata da una banda, una battuta del mio Callaghan: "Quando un maschio adulto aggredisce una donna per violentarla, io l'ammazzo. Chiaro?". Non è tempo di ammazzare però, è tempo di pene appropriate, sistemi educativi e coraggio nella comprensione degli altri».

Giovanna Grassi
18 gennaio 2009

giovedì 8 gennaio 2009

Muccino: "Il mio film? Incompreso

LA REPUBBLICA
di CLAUDIA MORGOGLIONE

ROMA - "Ambizioso", "pericoloso", "cupo", "estremo", "provocatorio", "scolvolgente". E perfino "rivoluzionario", almeno per il sistema hollywoodiano che l'ha partorito. Non lesina aggettivi, Gabriele Muccino, nel descrivere Sette anime, il melò made in Usa che lo ha riunito con l'amico Will Smith dopo il successo di La ricerca della felicità. Solo che stavolta il loro film - la storia di un uomo deciso a salvare un gruppo di persone estranee, all'interno di un folle proposito suicida - oltreoceano non ha funzionato: la critica, soprattutto, ci si è scagliata contro, accusandolo di ogni sorta di nefandezze.

Stroncature a cui Muccino - oggi a Roma con Smith e con la bellissima protagonista femminile, Rosario Dawson, 24 ore prima dell'uscita nelle sale italiane - replica con decisione: "Cominciamo col dire che al pubblico il film è piaciuto, probabilmente arriverà a 80 milioni di dollari, il che per un'opera così difficile è notevole. Ma è vero, la critica Usa lo ha ucciso, lo ha letteralmente massacrato. Con attacchi talmente viscerali e violenti che, per la prima volta nella mia carriera, leggendo quelle recensioni non ho imparato nulla. Anzi, non ho capito proprio di che parlavano. Ma gli attacchi più feroci erano per Will: lo hanno paragonato a Tom Cruise, hanno messo in mezzo Scientology (a cui anche Smith è considerato vicino, ndr). In America, come qui, verso chi ha successo si scatena il gioco al massacro. Hanno perfino definito Sette anime manipolatorio: ma tutte le pellicole di successo, da Titanic al Sesto senso, sono in qualche modo manipolatorie... In realtà, si tratta semplicemente di una vicenda simbolica, sul potere salvifico dell'amore".

Una cosa, comunque, Muccino la ammette: questa storia così cupa, così dura, non è proprio la più adatta ad attrarre il pubblico, vista la crisi internazionale. "E' vero, la situazione attuale rende più difficile accettarla. Magari, se fosse uscita cinque anni fa, sarebbe stata accolta meglio".

In effetti, è difficile dargli torto. Perché Sette anime è un film davvero deprimente, sul piano psicologico. Deciso a toccare le corde più profonde, e più oscure, dell'animo umano. E poi, a renderlo un po' ostico, c'è il fatto che per circa tre quarti di film non capiamo bene quale scopo il protagonista Ben (Will Smith) stia perseguendo: si spaccia per agente del fisco, e con questo pretesto si avvicina ad alcune persone - a lui estranee - in gravi difficoltà. Le cose si complicano quando si innamora di una di loro, Emily (Rosario Dawson), malata di cuore: un sentimento che lo porta a interrogarsi su se portare a termine il complicatissimo piano che ha elaborato...

Un film che è passato all'onore delle cronache anche per essere il primo in cui Smith (a parte una sequenza in Alì, accanto alla moglie Jada Pinkett Smith) ha interpretato una scena passionale, d'amore. "Era nervosissimo - racconta, sorridendo, la Dawson - si è fatto piccolo piccolo... ha chiesto perfino aiuto a Tom Cruise, che era sul set perché suo figlio Connor (adottato da lui e Nicole Kidman, ndr) ha una parte, come si fa. Ma lui non capiva il problema, dato che le gira sempre...". Quanto a Will, si difende così dall'accusa di essere eccessivamente pudico:
"E' difficile stare nudo come un verme, in una stanza piena di persone! Il problema è che non volevo mancare di rispetto a Rosario: in realtà a letto sono fantastico".

Quanto al coinvolgimento nel film, Smith racconta: "Per la prima volta in vita mia, leggendo una sceneggiatura, ho pianto. Mi sono immediatamente connesso col dolore del mio personaggio. E' un tipo di storia che dopo averla vista stai lì a rimuginare, difficile da digerire, che ti costringe a fare un lavoro intellettuale e spirituale". Poi liquida in poche parole le stroncature dei critici: "E' difficile capire perché questo gruppuscolo di persone abbia reagito così. A me interessa l'intero pubblico, che ha risposto bene a un film non facile, con una sensibilità non standard rispetto a quella americana media".

Sulla possibilità di un terzo film con Muccino, invece, Smith glissa: "Sarebbe ingiusto volermelo tenere tutto per me". Anche perché il regista sembra avere altri progetti: "Sto provando a scrivere la sceneggiatura del sequel dell'Ultimo bacio - spiega - il cast ha dato la sua disponibilità, se tutto va bene cominciamo a girare a giugno. Sette anime è stata la mia esperienza più faticosa, ho bisogno di qualcosa di più tranquillo! Sempre che uno dei miei progetti americani non abbia il sopravvento: ho scritto una sceneggiatura che si chiama What I know about love, storia di collasso e rinascita familiare, e aspetto di trovare gli attori giusti. E poi c'è un thriller scritto da altri che mi intriga... vedremo".

(8 gennaio 2009)

«Per far sesso con me Willy Smith ha chiesto aiuto a Tom Cruise»

IL CORRIERE DELLA SERA

ROMA - «Per fare sesso con me in 'Sette anime', Will Smith ha chiesto aiuto al suo amico Tom Cruise». Lo rivela l'attrice Rosario Dawson durante un incontro con la stampa a Roma, dove giovedì si terrà all'Auditorium della Conciliazione l'anteprima del film di Gabriele Muccino «Sette anime» che uscirà venerdì in 600 copie, in cui recita accanto a Will Smith e Woody Harrelson.

LA PRIMA VOLTA - Per la sua 'prima volta' sullo schermo (in realtà c'è stato già un episodio in «Alì», ma allora la partner cinematografica era la moglie), Will Smith ha chiesto aiuto al suo amico fraterno Tom Cruise, sul set per assistere al debutto del figlio Connor
Muccino, Rosario e Will Smith (Ansa)
(adottato da lui e da Nicole Kidman). «Era nervosissimo e mi chiedeva sempre: come lo facciamo? Come ti tocco? - racconta ancora la Dawson -. Poi ha chiesto un consiglio a Tom Cruise che era lì per vedere il figlio. Credo che la risposta sia stata piuttosto deludente: gli ha detto che non vedeva quale fosse il problema visto che lui lo faceva sempre. In realtà è stato difficile anche perchè Will voleva trasmettere un messaggio d'amore e temeva che si risolvesse tutto in una scena di sesso». Il nervosismo di Smith, che per la Dawson è legato al fatto di apparire nudo per la prima volta di fronte a tante persone estranee, viene invece giustificato dallo stesso attore come «rispetto». «Avevo il timore di mancarle di rispetto, di toccarla in maniera sbagliata».

08 gennaio 2009

mercoledì 24 dicembre 2008

Caterina sul lettino di Tinto

LA STAMPA
24/12/2008
GIANCARLO DOTTO

Di afrodisiaco c'è soprattutto l'odore della mortadella. Per risalire lungo le scale al set basta seguire le briciole, gli avanzi della merenda mattutina, le lattine di coca, i pacchetti di Camel, il brusìo della pausa, tecnici, operatori e macchinisti, Maurizio, Sandro, Francesco, l'incenso sparso per simulare l'effetto flou e la nuvola del sigaro, dentro la quale c'è lui, Tinto Brass, la voluttà fatta uomo, il colonnello Kurtz del culo di donna come capolinea del piacere e della disfatta esistenziale. Con l'inevitabile cravatta fucsia al collo, Tinto sembra l'insegna di uno sexy shop vivente, meno credibile del solito per via delle buste di cellophane che la padrona della villa lo costringe a portare ai piedi per non macchiare la moquette. Tinto si avventa ora su un iperbolico trancio di pizza da cui la mortadella deborda come una tetta selvaggia. Tinto non le dà scampo. Addenta. Strappa. Inghiotte. Ha fretta di ricominciare. «Silenzio... motore... azione... vai Caterina!». E Caterina va. Obbedisce. Un Pierrot con la lacrima, il trucco colante e i capezzoli turgidi al punto e al momento giusto. Finge di tracannare una bottiglia di Sambuca o forse la tracanna davvero. Si sfila la sottana di chiffon, le «parigine», gli stivali e si sdraia nuda, bocconi sul grande letto bianco pieno di cuscini su cui campeggia un totem immancabilmente fallico. Imita nella posa la «Venere» di Velázquez appesa alla parete. Le natiche «sontuose» e «guttusiane» da copione sono quelle di Caterina Varzi, la psicoanalista junghiana al suo debutto assoluto da attrice erotica. L'ultimo scalpo di Tinto Brass.

L'invenzione più audace. Siamo in una villa di Bassano Romano, campagna a nord di Roma, location di «Hotel Courbet», il primo di una serie di corti e di coiti destinati a Sky, dal titolo «Il favoloso mondo di Tinto Brass», sopra uno smisurato fondoschiena di donna su cui è tatuato l'intero pianeta. «L'ho pensato come un mini melò, ispirato a una citazione di Picasso: “L'arte non è casta, se è casta non è arte”. Lo definirei un colto più che un corto». Citazioni letterarie e pittoriche, «La chambre Bleu» da Georges Simenon, le tele di Velázquez e di Courbet. Una storia di fantasmi molto carnali nello stile brassiano, dove l'evocazione è una scorciatoia per la masturbazione, la memoria un motore per la foia. Caterina è una donna non più giovanissima che ripensa nostalgica a un amore passato, visitata, mentre illanguidisce nel ricordo, da un attempato e un po’ imbranato Arsenio Lupin d’altri tempi, sospeso tra la sua missione di ladro e quel culo maestoso offerto in primo piano. Alberto Pedrolini da Parma è il ladro dandy. Ex vitellone anni '70, pokerista di professione, l'occhio spermatico degli attori di Brass, un passato nei set porno con Sylvester Stallone, «che allora non aveva una lira e girava con l'infradito». Aspettando il suo turno, Alberto improvvisa per le maestranze una lezione pratica sul punto G delle donne. Estrae nervosamente ogni due minuti dal taschino un foglio dove sta scritta la battuta, l'unica, che sta cercando da ore di mandare a memoria: «La bellezza tenta il ladro più dell'oro, da Shakespeare». La ripete a voce alta, come uno scolaretto. «Se sbaglio, stavolta il Maestro mi sbrana, mi butta giù dalla finestra». Ma il Maestro oggi è rilassato. Non sbrana, non bestemmia, non spegne il sigaro sulle scenografie, non licenzia in tronco nessuno. Merito di Caterina. Che va, funziona, generosa e sciolta. «Stop, brava Caterina!», è la patente del Maestro, prima della pausa pranzo. Generosa e tossicchiante Caterina. Inconvenienti del nudo. Sono lì dalle sei del mattino. Da ex pittore, Brass è un perfezionista maniaco dell'immagine. La scena del nudo ripetuta quindici volte, incluso il controcampo. Un regista vecchio stampo che mostra alle attrici come si fa. Si butta Tinto, rotola lascivo sul letto, morde, bacia, tocca, si tocca.

Un po' legnosa solo il primo giorno
, Caterina da Soverato, lo stesso paesone calabro della Gregoraci, Brass invece che Briatore, un passato da avvocato, da otto anni psicoanalista nel segno di Jung, lo studio a Trastevere. «Ci ho messo un po' a capire i tempi del set, ma spogliarmi non mi ha dato il minimo imbarazzo. Fin da piccola mi hanno spiegato in famiglia che il nudo non è pornografia. Mio padre faceva il modello per un noto pittore palermitano». Caterina si è consegnata docile al Maestro. Una sola concessione: il saggio del suo amato analista Aldo Carotenuto, «Attraversare la vita», sul comodino del boudoir. «Tinto non crede a niente, meno che mai alla psicoanalisi, ma ha capito che avere quel libro lì, a portata di mano, mi dava sicurezza... Sono stata quattro anni in analisi da Carotenuto, mi ha insegnato tutto... Fosse in vita, avrebbe approvato la mia scelta. Un giorno mi disse: “Prima o poi ti scoprirà un grande regista...”». Profetico. Scelta non facile. Vogliamo parlare del trauma di una paziente che scopre al cinema la sua psicoanalista, autrice su «Tuttoscienze» di recensioni non banali su testi di Jaspers, in libera esibizione delle parti intime? «Tranne uno, ho solo pazienti donne. Ho voluto condividere con loro la mia decisione e hanno mostrato di capirla, perfino di apprezzarla. La vedono come una scelta di coraggio e di libertà. Anche il mio compagno non si è opposto. Diverso il caso dei colleghi, che mi hanno fatto sapere la loro disapprovazione, di persona e nei blog». Retropensieri, mentre si mostra come mamma l'ha fatta a un esercito di potenziali guardoni, del tipo: «Sto forse facendo una irreversibile cazzata?». «Più del presente mi preoccupa cosa potrebbe capitarmi dopo. Perderò la privacy a cui tengo tanto? E poi, lo trovo ingiusto, ma in Italia le attrici di Brass sono associate al porno. In ogni caso, non intendo abbandonare le mie pazienti».

Tinto ascolta e annuisce con l'aria, a 75 anni definitiva, dell'animale epicureo. Considera «Hotel Courbet» propedeutico di «Ziva», il film che girerà nel 2009, copione già scritto, finanziamenti acquisiti, da trovare solo la location, un faro tra Croazia e Salento, di cui Caterina sarà l'oscena guardiana, tra mariti e amanti che scompaiono e affiorano dalle acque. «Lei cercava di trovare in me l'anima che non c'è, io ho trovato in lei, sotto i panni della strizzacervelli, il corpo e la sensualità che c'erano, eccome... Il suo, mi ricorda il culo largo a paniere della Sandrelli, tipico delle donne italiane. Ma sia chiaro, il bel culo lo fa il regista. Prendi la Claudia Koll. Un bruttissimo culo che, solo grazie a me, diventava sublime. Un posteriore con un'ombra di malinconia, in cui era tutto scritto il destino mistico... Tra Caterina e me è scattato un transfert generoso... C'è un segreto, in proposito, ma non posso dirti tutto... Te lo dico. L'ho convinta a girare la scena d'amore nella chambre Bleue con il fratello Vincenzo di due anni più giovane di lei. E' stato semplice, l'ho convocato sul set per un provino. Non ho fatto in tempo a dirgli spogliati che si era già tolto i pantaloni...». Insomma, un talento di famiglia. Dolce, frutta, caffè. Tinto smania. Si riparte. Ci sono da sistemare specchi, cuscini e tende. Brass è ossessionato dalla simmetria. Al comando della sua macchina da presa ha l'imponenza di un Horatio Nelson. I tecnici, gli stessi di sempre, lo adorano. «Perché lui ha una marcia in più di chiunque, solo i francesi lo hanno capito», giura Andrea Doria, lo stratega delle luci e delle ombre. Fondamentali i suoi interventi per coprire i buchi della cellulite, le smagliature, la pelle floscia, i seni cadenti. Fioccano gli aneddoti. Di quando la Koll, per girare la scena col prete, iniziò a bere Campari dalla mattina e si presentò sbronza al ciak. Si discute della scena del giorno dopo. Coitum e post coitum. Il problema è la goccia di sperma che dovrà solcare il seno dell'attrice. «Mandiamo in bagno uno», suggerisce spiccio un operatore. «Glicerina più farina», risolve scientifica Emanuela, la segretaria di edizione, l'unica donna del set, a parte Claudia.

venerdì 19 dicembre 2008

Come dio comanda

IL CORRIERE DELLA SERA

Il tema delle «colpe» dei padri e dei «rimpianti» dei figli è presente da sempre nell’opera di Gabriele Salvatores, a volte solo in negativo (come nella trilogia generazionale degli inizi) a volte come una delle possibili sottotrame (come in Sud). Da un po’ di film a questa parte, invece, quel tema ha preso sempre più spazio, fino a diventare una delle linee di forza dell’ispirazione: importante in Amnèsia e Quo vadis baby?, centrale in Io non ho paura, totalizzante in Come dio comanda, in uscita oggi.

Ispirato a un romanzo fluviale di Niccolò Ammaniti, il film ne espunge molti personaggi e avvenimenti per concentrarsi sul tormentato rapporto di Rino Zena (Filippo Timi) col figlio vero Cristiano (Alvaro Caleca, al suo esordio) e quello «adottivo » Quattro Formaggi (Elio Germano). Il primo è un adolescente cupo e ombroso, succube verso il genitore di cui ha assorbito il vitalismo apocalittico e oltranzista; il secondo è un ex compagno di lavoro di Rino, menomato da un incidente sul lavoro che l’ha fatto regredire a uno stato para-infantile. Il terzetto vive in un paese montano senza nome del Nord-Est italiano, ognuno rabbiosamente alle prese con i problemi quotidiani: Rino alla ricerca di un lavoro che non trova e che vede sparire ogni giorno di più per la concorrenza di «negri e slavi»; Cristiano nel tentativo di mascherare la sua vera anima e le sue vere idee di fronte a insegnanti e compagni da cui si sente distantissimo; e Quattro Formaggi all’inseguimento di un suo mondo di fantasie e desideri che carica di troppe aspettative.

Salvatores, che ha scritto la sceneggiatura con Niccolò Ammaniti e Antonio Manzini, salta di getto qualsiasi tipo di mediazione sia sociologica che psicologica. Non sappiamo niente del passato di Rino e Cristiano né della «fine» della madre, così come Quattro Formaggi ci viene presentato senza altri legami familiari che non quelli dei due Zena. E fin dall’episodio del Suv e della motoretta che ne impedisce il parcheggio, i rapporti sociali tra le persone sembrano essere costruiti solo sulla sopraffazione e la violenza. Un mondo senza anima e un’umanità senza passato, dove (un po’ troppo simbolicamente) chi è strambo raccoglie oggetti nelle discariche e chi teorizza il razzismo e dipinge gigantesche svastiche sui muri di casa non può che divertirsi a sparare tra le cave di ghiaia.

C’è come un sovraccarico di disvalori, un incupimento eccessivo del quadro che può trovare una giustificazione in certi fatti di cronaca ma che nella logica del racconto cinematografico finisce per sembrare eccessivo, fin troppo sgradevole, volutamente esasperato, così da togliere (e non si capisce perché) ogni possibilità di immedesimazione con qualcuno dei protagonisti. In questo modo, l’inevitabile dramma che scoppia in una notte troppo piena di metafore (lampi, pioggia, fango, sentieri solitari) rischia di non appassionare e di essere vista come l’epilogo «inevitabile» di fronte ai comportamenti di tre emarginati «destinati» alla tragedia.

Nel film ogni personaggio si comporta come da manuale: Quattro Formaggi confonde tragicamente una ragazza (Angelica Leo) con l’oggetto delle sue fantasie erotiche, Rino mescola ancora una volta rabbia e paternalismo (vuole aiutare l’amico ma finisce per restare, involontariamente, coinvolto) e il piccolo Cristiano si sforza come sempre di conciliare senso del dovere e senso di obbedienza, bisogno d’affetto e paura reverenziale.


Germano interpreta un giovane che dopo un incidente sul lavoro regredisce a uno stato para-infantile
Ma al di là dell’indubitabile abilità tecnica che permette a Salvatores (e al direttore della fotografia Italo Petriccione e al montatore Massimo Fiocchi) di costruire una scena lunga quasi mezz’ora tra il buio delle notte e il fango di un temporale senza che lo spettatore ne provi stanchezza, tutto sembra troppo «significativo » (e un po’ prevedibile) per emozionare davvero. Proprio come la parentesi «erotica» (l’avventura notturna del padre con una occasionale conquista) o quella «sociologica » (il rabbioso discorso del padre al funerale della figlia), troppo programmaticamente cariche di significato perché lo spettatore in qualche modo non se le aspetti e non le metabolizzi velocemente. E questo nonostante l’impegno di tutto il cast, convincente soprattutto quando non sottolinea eccessivamente la solitudine e il dolore che affligge ogni personaggio.

Così la scelta di adeguare completamente stile e narrazione a un codice realistico (senza per esempio gli squarci favolistico-ecologici che spezzavano la tensione di Io non ho paura) finisce per schiacciare tutto — la storia di un delitto di provincia, il ritratto di tre personaggi senza speranza, il quadro di una società egoistica e violenta—sotto una cappa di disperazione e di sociologia dove tutto sembra preda di un «male» metafisico e indistinguibile, troppo apocalittico quando accenna a un mondo ostile e vendicativo o superficialmente assolutorio quando invece si chiude solo sul rapporto tra padre e figlio.


Paolo Mereghetti
12 dicembre 2008

martedì 16 dicembre 2008

Diritti "La verità su Marzabotto dopo il disastro di Spike"

LA STAMPA
16/12/2008
FULVIA CAPRARA
INVIATA A BERLINO


Prima di prendere l’aereo per tornare in Italia, Giorgio Diritti, bolognese, classe 1959, ha trovato il tempo per visitare il quartiere ebraico di Berlino, tra la Nuova Sinagoga e gli edifici dell’Hackesche Hofe, restaurati dopo la fine della guerra. Ha appena finito di girare L’uomo che verrà, dedicato all’eccidio nazista di Marzabotto, avvenuto tra il 29 settembre e il 5 ottobre del ‘44 e ha appena ricevuto, nello storico cinema Babylon, l’ennesimo premio per Il vento fa il suo giro. Il film-fenomeno girato in lingua occitana in Val Maira è stato il più votato dal pubblico tedesco che ha seguito la rassegna di cinema italiano organizzata dall’associazione «Made in Italy». Insomma, un sacco di coincidenze che fanno pensare: «Le occasioni di conoscenza tra popoli diversi sono sempre importanti, perché dalla conoscenza nasce la possibilità della convivenza pacifica».

Una possibilità cancellata dalla brutalità dei conflitti. Quelli di ieri, quelli di oggi: «Pur essendo nato a Bologna - spiega l’autore - non sapevo molto sulla strage di Marzabotto, poi ho letto Le querce di Monte Sole e ho scoperto che quel poco che sapevo era diverso dalla realtà. Di quell’episodio si è sempre detto che era un crimine legato alla lotta partigiana e invece si è trattato di uno sterminio di civili compiuto delle SS. Ottocento vittime, di cui 250 tra zero e 8 anni». Ben oltre il dovere della memoria, c’è una considerazione cui Diritti tiene molto: «Quella storia parla di una cosa che accade tuttora, e cioè di quando un’ideologia fa sì che la vita degli uomini perda valore». La Resistenza, dice ancora Diritti, «non era solo fucili e guerriglia tra i monti, c’erano anche un sacco di persone che hanno reagito all’ideologia della morte. Persone come noi, che volevano vivere, metter su famiglia, e invece sono state condannate a sparire. Ricordiamoci che tutto questo è ancora possibile, il terrorismo ce lo dice tutti i giorni».

Al centro del film, girato in dialetto bolognese antico, c’è lo sguardo di una bambina di 9 anni e il respiro della sua famiglia, il padre burbero (Claudio Casadio), la moglie smarrita (Maya Sansa), una sorella «frizzante, vogliosa di sfuggire dalla realtà che la circonda» (Alba Rohrwhacher), vari fratelli: «La vicenda si svolge nell’arco di 9 mesi, da quando la guerra appare ancora lontana e relativa al momento delle scelte necessarie e inevitabili». Il cast è frutto di un lavoro accurato: «Abbiamo fatto provini a 1.800 persone, sul territorio, ci volevano le facce giuste per raccontare il mondo contadino e i bambini magri che oggi non ci sono più». Ci voleva, soprattutto, la capacità di entrare in sintonia con certe atmosfere: «Spike Lee è un regista bravissimo - osserva Diritti -, ma l’unico obiettivo del suo film Miracolo a Sant’Anna era raccontare il sacrificio dei soldati neri durante l’ultima guerra. Per lui tutto il resto era puro contorno, perciò non si è preoccupato di dire stupidaggini sulla realtà italiana. Forse non bisogna girare film su cose che non si conoscono».

L’uscita dell’Uomo che verrà (il film è al montaggio, potrebbe essere pronto sia per il Festival di Cannes che per quello di Venezia) provocherà discussioni e polemiche. Anche perché Diritti non è un tipo da giri di parole: «L’unico sostegno ricevuto in area bolognese è arrivato dalla Cassa di Risparmio, nessun altro ente ci ha aiutato. Lo ha fatto invece la Film Commission della Toscana, e infatti abbiamo girato lì, due valli oltre quella dove avvennero i fatti. Nel complesso la pellicola ha avuto più attenzione dall’area della sinistra cattolica che non dalla sinistra vera e propria. D’altra parte, le medaglie sono sempre state date ai partigiani e non ai superstiti di intere famiglie sterminate». Così un film sulla strage di Marzabotto diventa un film contemporaneo. Non solo una parola contro il dilagare di un «revisionismo laido», ma soprattutto una riflessione sui valori: «Sulla scena di quell’eccidio si sono fronteggiate due culture opposte, con valori opposti, i morti avevano ben saldo quello del rispetto della famiglia. Oggi c’è il malcostume di dire che siamo tutti uguali, che in fondo tutti più o meno rubano... Ci siamo abituati alla negatività. L’ho fatto anche per questo, per non abituarci a sentir dire nel tg che un missile intelligente si è sbagliato e ha colpito un asilo».

martedì 25 novembre 2008

De Palma e la realtà fittizia della «strana» guerra in Iraq

IL CORRIERE DELLA SERA

Presentato alla Mostra di Venenzia del 2007 dove fu premiato con il Leone d'argento per la miglior regia, Redacted di Brian De Palma non è mai arrivato sugli schermi cinematografici italiani. Il cambio di proprietà della Eagle, che l'aveva opzionato, ha cancellato dal suo listino il film, poi programmato sui canali a pagamento di Sky. Adesso, grazie alla Medusa, arriva in dvd e speriamo che la popolarità del supporto gli offra tutta quella diffusione che merita.


Lo spunto del film arriva direttamente da un fatto di cronaca avvenuto durante la guerra in Iraq: nel marzo del 2006, un gruppo di soldati americani organizzò una specie di «spedizione punitiva» in una casa di Mahmoudiya, a sud di Bagdad, che si concluse con lo stupro e la morte di una quindicenne e della sua famiglia. Per raccontarlo, De Palma non si affida a una ricostruzione il più possibile oggettiva di quei fatti (come aveva fatto per il Vietnam con Vittime di guerra), ma sceglie di usare solo «immagini di immagini», mescolando le riprese amatoriali di un soldato, il reportage di una fantomatica troupe televisiva francese, i comunicati video con cui i terroristi documentano e rivendicano le loro azioni, le videoconferenze via internet dei soldati con i loro parenti a casa, le «confessioni» e gli «appelli» affidati a YouTube, i nastri registrati degli interrogatori: tutto dichiaratamente finto, cioè rifatto in digitale da De Palma, ma tutto tragicamente verosimile. In questo modo il film smonta il valore documentario delle immagini sempre più «redacted» (cioè pronte per la diffusione perché «passate al vaglio di un redattore». Cioè censurate), svelando come da una parte e dall'altra del fronte si costruisca una realtà fittizia, a uso e consumo della propaganda.


Così come suggerisce che quelle stesse immagini — comprese le fotografie che chiudono il film con le note della Tosca, anche loro «rifatte» da De Palma — non servono solo a mostrare ma a innescare e amplificare i comportamenti delle persone. Le reclute che si mettono in mostra per il video del commilitone, così come i terroristi che si esaltano nei filmati che mostrano le loro azioni dimostrative, creano un controcircuito dove non solo la guerra genera immagini ma le stesse immagini generano nuova guerra.


Tra gli extra dell'edizione Medusa va segnalato almeno il documento, lungo più di un'ora, in cui una serie di iracheni rifugiatisi in Giordani (dove il film di De Palma è stato girato) raccontano le violenze e le ingiurie subite dalla guerra. Poco interessante invece il «dietro le quinte».


Paolo Mereghetti

24 novembre 2008

Passione Kidman

IL CORRIERE DELLA SERA

LOS ANGELES — « Australia per me è stato un viaggio appassionante nel Paese dove sono cresciuta. Considero il film di Baz Luhrmann un racconto sulla famiglia e contro la guerra, oltre che una storia d'amore, nella cornice di un paesaggio che si trasforma continuamente e mi ha arricchita come donna e come madre. Ho saputo di essere incinta durante la lavorazione e ho messo ogni mia emozione nel rapporto con il bambino aborigeno, che diventa per me un figlio», esordisce Nicole Kidman. Potenza dei veicoli pubblicitari: con la foto della figlia di quattro mesi è andata persino nel salotto tv di Oprah Winfrey, che si sperticava — di fronte alle legioni della platea femminile in lodi su Australia — «perché non si fanno più film come questo» (mai che dica: «È un film noioso e troppo lungo», tutto è per lei «fantastico »).


Comunque sia, Nicole ha ragione: Australia parla più dei bambini aborigeni (che venivano strappati alle famiglie e mandati in collegi cattolici con l'intento di allontanarli dalla loro etnia e trasformarli in australiani/ inglesi colonizzati) che di una passione d'amore tra la sua Lady inglese e il cow boy Drover, che l'accompagna nel viaggio verso il ranch di Faraway Downs. Dice Hugh Jackman/Drover, che ha sostituito Russell Crowe dopo il suo no: «La storia australiana è il traliccio- cornice della vicenda, comprese le sequenze di quando i giapponesi nella Seconda guerra mondiale bombardarono, dopo Pearl Harbor, anche la cittadina di Darwin. Per tutti noi australiani, l'intero film è stato un atto d'amore».


Nel più atteso e strombazzato mélo d'amore, sugli schermi Usa dalla prossima settimana (in Italia a gennaio, con il cast in tour pronto a ripetere all'infinito le stesse cose che va dicendo a Los Angeles e a New York), tutto è casto per conquistare le famiglie e coprire il costo di 150 milioni di dollari. Ressa da stadio, dunque, negli studios Fox, a Century City, per la proiezione e per il ricevimento organizzato anche con l'ente turistico dell'Australia (co-produttore), che spera in un massiccio turismo. Si sa che il film è atteso dalle signore, pronte a ritrovare un nuovo Via col vento e l'attrazione fatale del filibustiere Rhett per Rossella.


Il film dura due ore e mezzo circa, Hugh/Drover ostenta il villoso torace rovesciandosi, come in una pubblicità da Marlboro Man, barili d'acqua per lavarsi sotto l'occhio della schizzinosa Lady Sarah. Giunta in quella contrada di polvere e sudore con toni anche comici, la Kidman fa il verso alle dive divine Carole Lombard e Katharine Hepburn nella prima parte brillante e poi dolente. Racconta Nicole: «Poi scoprirò che mio marito è stato ucciso dai cattivi, e come in un western (lo vedrà morto su un tavolo della fattoria, ndr) devo salvare le mandrie. Sono cresciuta con una tenace madre femminista, sono fiera del coraggio da vera ranchera che metto in atto nella storia. Le scene più belle per me sono quelle di quando aiuto il bestiame ad attraversare fiumi e deserti ».


La storia ha richiesto quattro sceneggiatori incluso Baz, che dice: «È un gossip di Internet il cambio del finale. È vero soltanto che avevo girato finali diversi, poi ho scelto il più appropriato. Mi ero prefisso di realizzare uno spettacolo capace di unire Via col vento a Lawrence d'Arabia e a Out of Africa e anche Da qui all'eternità, uno dei miei film preferiti come Il Mago di Oz ». Infatti, quest'ultimo film ritorna anche con spezzoni originali per la gioia dei cinefili sospettosi dei kolossal, a differenza dell'industria, ma Variety, con giochi di equilibrismo, definisce la pellicola «una Rolls- Royce su strade country dove però si sta scomodi nell'abitacolo». The Hollywood Reporter afferma che interpreti e scenari sono così belli da supplire a tutto. E il protagonista vero Nullah, l'undicenne aborigeno Brandon Walters, racconta che mai aveva recitato. Dopo la morte della madre, vive ogni dolore, ma c'è una nuova famiglia pronta ad adottarlo e il pubblico si scioglie in applausi.


Giovanna Grassi

24 novembre 2008

sabato 22 novembre 2008

La breve ma intensa carriera dell'irresistibile signora Gable

IL CORRIERE DELLA SERA

La più scatenata interprete di commedie delle storia del cinema? Per Vieri Razzini e Cesare Petrillo (i fondatori della Teodora) non ci sono dubbi: è Carole Lombard a cui dedicano un prezioso cofanetto con cinque film, fino a oggi mai pubblicati in italiano (uno, Swing High, Swing Low, addirittura nemmeno distribuito nei cinema).

Morta a 33 anni nel 1942, per un incidente aereo, l'allora signora Gable (erano sposati da tre anni) aveva già interpretato una serie di capolavori sufficienti a farla entrare nella storia del cinema, l'ultimo dei quali — Vogliamo vivere di Ernst Lubitsch — uscì dopo la sua morte. Bellissima, e di una bellezza modernissima, dotata di una vivacità incontenibile che l'aveva fatta diventare una delle protagoniste indiscusse della mondanità hollywoodiana, la Lombard era arrivata al cinema attraverso una lunga gavetta, che l'aveva vista recitare anche nelle comiche mute di Mack Sennett. Questa scuola aveva senza dubbio affinato le sue tecniche comiche e il suo perfetto timing cinematografico ma aveva finito per svantaggiarla di fronte a colleghe magari meno belle e meno brave di lei ma che potevano vantare una più «nobile» gavetta teatrale. Che agli inizi del sonoro sembrava un requisito fondamentale per sfondare a Hollywood.

Ci volle un «esilio» alla Columbia — lei che aveva già firmato un contratto di sette anni con la più «nobile» Paramount — per aprirle definitivamente la strada del successo, grazie al ruolo di Lilly Garland in Ventesimo secolo di Howard Hawks (che speriamo di poter vedere presto in dvd, magari Teodora). Da allora nessuno osò mettere più in discussione la sua bravura e la Lombard divenne la regina indiscussa della Screwball comedy.

Nel cofanetto Teodora ci sono almeno tre film indimenticabili. Si comincia con I milioni della manicure (1935) diretto da Mitchell Leisen, dove l'attrice è una manicure decisa a trovarsi un marito molto ricco. Si prosegue con L'impareggiabile Godfrey (1936), dove la Lombard recita accanto all'ex marito William Powell (e a una folgorante Gail Patrick) in uno dei più deliziosi ritratti del contrasto tra ricchezza e povertà mai girato a Hollywood. Chiude il terzetto Nulla sul serio (1937, a colori) di William Wellman, dove veste i panni di una truffatrice che inganna mezza New York con la sua inesistente malattia. Insieme c'è anche Nessun uomo le appartiene (1932) di Wesley Ruggles dove recita accanto al suo futuro marito Clark Gable e l'inedito in Italia Swing High, Swing Low (1937), sempre di Leisen. Moltissimi gli extra, tra cui i filmini girati in famiglia da Gable e la Lombard e due comiche mute prodotto da Mack Sennett con l'attrice tra le protagoniste.

Paolo Mereghetti
17 novembre 2008

Galantuomini

IL CORRIERE DELLA SERA

Dichiarazione d’amore per una terra irrimediabilmente cambiata agli occhi del suo abitante/innamorato, Galantuomini racconta la deriva mafiosa in cui, una quindicina d’anni fa, precipita il Salento sotto i colpi della Sacra Corona Unita proprio come si racconta la perdita d’innocenza di un uomo. Usando il secondo per spiegare la prima e viceversa. L’uomo è Ignazio un magistrato che negli anni Novanta torna a esercitare a Lecce dopo anni di professione al Nord. Nel Salento era cresciuto da bambino, legato per giochi e passione infantile con la popolana Lucia Quando Ignazio torna, scopre che la bellezza dei luoghi è rimasta praticamente identica ma che le persone sono profondamente cambiate: scoprirà nel modo più tragico, di fronte a una morte per overdose, che Fabio non può fare a meno dell’eroina; intuirà che Infantinonon è più solo il ragazzo spavaldo della sua gioventù ma un piccolo boss con traffici poco chiari (almeno ai suoi occhi); e soprattutto che Lucia ha perso l’innocenza dei suoi anni verdi, anche se certamente non ha perso il fascino che sa esercitare su di lui.

Winspeare però, che firma la sceneggiatura con Alessandro Valenti e Andrea Piva, per buona parte del film evita con cura di raccontare i suoi personaggi attraverso la lente dei sentimenti o delle passioni, piuttosto chiede allo spettatore di scoprire (intuire) come persone e terra sono cambiati, mostrando le diverse strade che hanno percorso: quella tragica e tragicamente irresponsabile del drogato Fabio (commovente nella scena-sogno del suo ultimo viaggio dalla vita alla morte); quella aggressiva e proterva di Infantino che nelle scelte malavitose sembra trovare l’ambiente perfetto per il suo carattere violento e survoltato; quella regolare e ordinata del magistrato, convinto di poter controllare i propri sentimenti così come gli atti delle inchieste che gli sottopongono; e quella nascosta e taciturna di Lucia, che cresce nell’organizzazione malavitosa capeggiata da Carmine Za’ (Giorgio Colangeli) come controvoglia, quasi si trattasse di dover affrontare l’ennesimo problema quotidiano, che solo casualmente riguarda il contrabbando di armi e la guerra tra bande e non piuttosto il bilancio famigliare o l’educazione del figlio...

Con loro e dietro di loro cambia anche il territorio salentino, che in quegli anni (l’ultimo decennio del secolo scorso), si trasformava da terra di «passaggio» per i trafficanti di armi e droga, che partivano dal Montenegro per arrivare in Calabria, in terra di conquista e di scontro per la neonata Sacra Corona Unita. Trascinando inevitabilmente tutti lungo una discesa di sangue e di violenza che non si fermerà più.

Ecco, Winspeare lascia parlare i fatti. O meglio: filma i fatti per far capire allo spettatore l’impossibilità di ritrovare nel cuore dei suoi protagonisti quell’innocenza e quella dolcezza che gli anni della gioventù avevano fatto supporre.

Dal punto di vista della messa in scena è una scelta coraggiosa e non scontata, che chiede allo spettatore di riflettere sul legame strettissimo che si innesca tra gli atti degli uomini e i condizionamenti materiali, tra sogni e bisogni.

Con un rischio nascosto: che abituato a una narrazione più superficiale e prevedibile, lo spettatore si faccia «fuorviare» dal racconto delle geste malavitose e confonda il film per l’ennesimo mafia-movie, dove l’azione la fa da padrone e i sentimenti ne sono l’inevitabile corollario.

Invece la trovata di utilizzare un regolamento di conti tra bande e soprattutto la scoperta da parte di Lucia della paura e della perdita di protezione (è l’unica, fortunosa superstite di uno scontro armato tra fazioni nemiche) per far riaffiorare in lei il bisogno di un sentimento di protezione se non proprio di affetto, è una scelta perfettamente coerente con l’ambizione di raccontare un melodramma moderno, dove amore, cronaca nera e trasformazioni antropologiche si legassero indissolubilmente una con l’altra.

Un melodramma che riunirà nella passione dei corpi chi si era inseguito fin dalla gioventù,ma che naturalmente non potrà evolvere come prevedono le regole del genere, regole che Winspeare ha infranto dall’inizio del film e che non può certo rispettare alla fine.

Paolo Mereghetti

21 novembre 2008


lunedì 10 novembre 2008

Oscar europei, Sorrentino e Garrone fanno il pieno di candidature

LA REPUBBLICA
di CLAUDIA MORGOGLIONE

Un tris d'assi che ha già sbancato l'ultimo Festival di Cannes, aggiudicandosi i tre riconoscimenti principali: il primo è un film bellissimo e francese, La Classe di Laurent Cantet, vincitore di Palma d'oro; le altre due sono le opere made in Italy forse più avvincenti di inizio millennio, Il divo di Paolo Sorrentino (Premio della Giuria, sempre sulla Croisette) e Gomorra di Matteo Garrone (Gran premio della Giuria). E adesso la competizione di altissimo livello tra questo magnifico terzetto si ripropone agli European Awards, gli Oscar del Vecchio continente che verranno assegnati a Copenaghen il prossimo 6 dicembre. E di cui oggi sono state rese note le nomination.

Tutte e tre i titoli, infatti, sono candidati a miglior pellicola dell'anno. Insieme a Happy go lucky del britannico Mike Leigh, allo spagnolo The Orphanage di Juan Antonio Bayona (a breve nei nostri cinema), e al cartoon israeliano-franco-tedesco Waltz with Bashir, diretto da Ari Folman.

Questo sul piano delle nomination per il miglior film. Ma Sorrentino e Garrone ottengono anche altre candidature: complessivamente, cinque a testa. Il numero più alto di quest'anno. A conferma del grande profilo autoriale delle loro opere (Gomorra, ricordiamolo, rappresenta l'Italia anche nella corsa agli Oscar). E, per una coincidenza interessante, entrambi sono in corsa nelle medesime categorie: miglior pellicola, migliore regia, migliore sceneggiatura, migliore fotografia e miglior attore. Lo stesso in tutti e due i film: Toni Servillo. La Classe, invece, è in lizza solo per pellicola e regia.

Tornando a Servillo, il nostro grande interprete, reduce da un anno ricco di soddisfazioni, dovrà vedersela, in questa corsa al premio europeo, con il James McAvoy di Espiazione, con Micheal Fassbender di Hunger, con Thure Lindhardt e Mads Mikkelsen di Flame & Citron, con Jurgen Vogel di Die Welle e con Elmar Wepper di Cherry Blossoms.

Tra le attrici, invece, in pole position Arta Dobroshi, bravissima protagonista del Silenzio di Lorna dei fratelli Dardenne; ma ci sono anche Kristin Scott Thomas per I've loved you so long, Ursula Werner per Cloud 9, Belen Rueda per The Orphanage, Sally Hawkins per Happy-go-lucky, Hiam Abbass per Lemon Tree.

Ma c'è anche un'altra candidatura italiana: quella del compositore Dario Marianelli. Che del resto, per la colonna sonora di Espiazione, ha già ottenuto l'Oscar.

(8 novembre 2008)

giovedì 6 novembre 2008

Di Caprio festeggia Obama. "Più orgoglioso del mio paese"


LA REPUBBLICA
di CLAUDIA MORGOGLIONE

ROMA - Ha votato prima di lasciare Los Angeles, è sbarcato ieri qui in Italia, è reduce da una notte trascorsa davanti alla tv, nella camera di un lussuoso hotel della capitale. E così oggi pomeriggio, al suo incontro coi cronisti italiani, Leonardo Di Caprio si presenta con lo sguardo magari un po' spento per il poco sonno, ma decisamente felice: "Scusatemi, sono stanchissimo - dichiara, con un gran sorriso - non ho dormito quasi per nulla. Ma ora, con l'elezione di Obama, sono molto più orgoglioso di essere americano. Tutto il mondo stava aspettando questo cambiamento: è una cosa fantastica. Mi sembra di essermi tolto un peso dalle spalle...".

Sostenitore della prima ora del presidente eletto, insieme a una folta pattuglia di superstar hollywoodiane (vedi George Clooney), l'attore - da sempre impegnato soprattutto sul fronte ambientalista - si dice fiducioso anche sul fronte della salvaguardia del Pianeta: "In generale, in questo campo, l'agenda dei democratici è migliore di quella dei repibblicani - spiega - e poi rispetto all'amministrazione Bush, che è stata la peggiore di sempre, qualsiasi cambiamento è comunque per il meglio. Io ho seguito molto da vicino la piattaforma di Obama sull'ambiente, come avevo già fatto con Al Gore e John Kerry, e nutro grandi aspettative per il futuro. Anche perché gli Stati Uniti devono dare il buon esempio al resto del mondo".

Accompagnato dal regista Ridley Scott, dalla mamma e da un piccolo seguito di amici e collaboratori, il divo è oggi a Roma per presentare il thriller politico Nessuna verità, di cui è protagonista: pellicola decisamente attuale tratta dal libro del reporter del Washington Post David Ignatius, e che affronta il tema della lotta al terrorismo e dei suoi metodi spesso discutibili. Nella finzione cinematografica, Di Caprio è un agente segreto che viene inviato in missione in Medio Oriente, a caccia di un pericoloso terrorista; ma sul campo la sua azione si scontra con le direttive del veterano Cia (Russell Crowe) che segue la vicenda dagli States. Con una strategia che spesso lui non condivide...

"Ciò che mi piace di questo personaggio - spiega Di Caprio - è il patriottismo, l'amore che nutre per il suo Paese. La sua voglia di portare libertà in Medio Oriente, anche se poi tutti i suoi sforzi vengono in qualche modo minati" dal comportamento dei superiori. E cioè dalla tipica realpolitik di Washington: e chissà se Obama in qualche modo potrò cambiare anche questi metodi...

Vedremo. Intanto, c'è da registrare il fatto che Di Caprio continua a dedicarsi a un cinema che coniuga spettacolarità e impegno: "Scelgo le pellicole sulla base della bontà delle sceneggiature - rivela - se poi affrontano temi di grande attualità, politici, come in questo caso, tanto meglio. Devo devo dire che negli ultimi anni sono stato spesso fortunato: ho realizzato ad esempio film come Blood Diamond che agli studios non piacciono molto". Ecco invece i suoi impegni attuali e futuri: "Ho appena prodotto e montato un documentario lungo, disponibile in dvd - racconta - in cui faccio parlare di ambiente i maggiori esperti mondiali. Poi sto preparando uno show in cui affronto il tema delle città sostenibili. E sul grande schermo mi vedrete, oltre che in Nessuna verità (nelle sale italiane dal 21 novembre, ndr) in Revolutionary Road di Sam Mendes e in Shutter Island di Martin Scorsese".

Seduto accanto a Di Caprio, il britannico Ridley Scott accetta di commentare anche lui il voto americano. Dice di "essere stato sempre sicuro" della vittoria del candidato democratico. Ma rende anche l'onore delle armi a John McCain: "E' ammirevole che, alla sua età, abbia affrontato una sfida simile".

(5 novembre 2008)

giovedì 9 ottobre 2008

Oliver Stone e la parabola Bush.


SILVIA BRIZIO
LA REPUBBLICA
"E' come un clown, bullo e pazzo"

LOS ANGELES - Oliver Stone è visibilmente stanco, ma per chi lo conosce da tempo è anche stranamente calmo, quasi rassegnato agli attacchi che indubbiamente riceverà venerdì 17 ottobre quando il suo nuovo film, W., che abbraccia trent'anni di vita di Gorge W. Bush, uscirà sugli schermi americani (in Italia il film non ha ancora un distributore). Non sarebbe la prima volta che i media, soprattutto americani, gli vanno contro. Ha girato il film con una velocità insolita per lui: 46 giorni di riprese, meno di tre mesi di montaggio, con un budget relativamente basso (e investimenti da Hong Kong, Francia, Germania e Australia dopo che i maggiori studi di Hollywod lo avevano rifiutato), per uscire in tempo prima delle elezioni presidenziali di novembre nella speranza di avere un impatto sui votanti. E la giuria non ha ancora espresso il suo verdetto se il film aiuterà davvero la causa di Obama e il partito democratico.

Nel film Josh Brolin (No Country for Old Men) interpreta il ruolo di Geroge W. Bush, Elizabeth Banks (Spider-Man 3) quello della First Lady Laura, e Thandie Newton (Crash) è Condoleeza Rice. Richard Dreyfuss è il vicepresidente Dick Cheney, Jeffrey Wright è Colin Powell, Scott Glenn l'ex ministro della Difesa Donald Rumsfeld, James Cromwell è Bush Senior ed Ellen Burstyn la madre di W., nonché ex First Lady, Barbara Bush.

Il film segue l'emancipazione di W. da scavezzacollo e pecora nera della famiglia a politico di grandi ambizioni anche se di dubbia preparazione, roso dallo sforzo di uscire dall'ombra del padre e trovare la sua propria voce. Dopo la sua conversione religiosa a Born Again Christian, la nomina a governatore del Texas e alla presidenza, il film di Stone si conclude nel 2003, dopo l'attacco terroristico alle Twin Towers, l'inizio della guerra in Afghanistan e l'invasione dell'Iraq, finendo prima della seconda vittoria del 42esimo Presidente degli Stati Uniti. Non affronta le basi economiche della famiglia Bush e i loro rapporti con il petrolio ma, dice Oliver Stone a Los Angeles dopo la prima proiezione del film alla stampa, "era importante fare ora questo film".

Perché?
"Perché è urgente, nell'ultimo anno Bush ha cambiato l'America, ha cambiato il mondo, non ho mai sentito tanta urgenza nella mia vita. L'ho sentita per la guerra del Vietnam, ma ero giovane e un po' incosciente; il Watergate è stato importante ma questa è roba seria. Stiamo combattendo tre guerre in questo paese, Afghanistan, Iraq e la guerra al terrore che alcuni chiamano la guerra eterna. Abbiamo la guerra alle droghe, alla povertà e ora al terrore, e vivere una guerra eterna è impegnativo per qualunque paese. La politica di Bush è stata consolidata, chiunque vinca la prossima elezione dovrà confrontarsi con quella e con l'economia che ne consegue. Il film dà un senso su come siamo arrivati a questo".

Ci spieghi...
"Il piano per il nuovo secolo americano che Cheney e Rumsfeld ci mettono davanti agli occhi, questa loro idea di voler creare un impero e dominare il mondo intero senza permettere rivalità economiche sul petrolio nel mondo. E' roba seria. Potenzialmente ci lascia in guerra con il mondo. E' pauroso quanto i neoconservatori, nel prendere il potere nel 2000, abbiano cambiato il mondo. Il meltdown finanziario cui stiamo assistendo in questi giorni ha a che fare organicamente con la politica di aggressività dell'amministrazione Bush".

Bush ha visto il film? Teme le sue reazioni?
"Non era mia intenzione far del male a quest'uomo, il mio lavoro è capire, non dare battaglia. La Casa Bianca si è già espressa negativamente ma nessuno ha ammesso di aver visto il film e non credo lo vedranno. Io incoraggerei Bush a vederlo, secondo me Josh Brolin lo ha interpretato in modo da renderlo più carismatico e affascinante di quanto non sia, gli ha fatto un complimento...".

Il film attribuisce gran parte dei problemi di Gorge Bush al suo rapporto con il padre.
"Sono realtà ben documentate. Bush senior in tutta la sua vita ha mostrato una diffidenza nei confronti del figlio maggiore, non sapeva nemmeno guardarlo negli occhi, e nel film ci giochiamo sopra. Il padre favorisce il secondo, Jeb, e Gorge jr. sente che non lo rispetta. E' una posizione drammatica, e il figlio la esprime nel suo desiderio di essere più forte del padre".

Vede Bush come una figura tragica?
"Niente affatto, perché dice le stesse cose che ha sempre detto, si è sempre sentito in diritto di avere poteri straordinari e esigere tutto quello che gli pare. Nixon era una figura tragica, come Macbeth aveva dubbi, paranoie. Bush è come John Wayne, un eroe da western, un pazzo che vuole bombardare tutto, come il Dottor Stranamore. E alla gente piace vedere John Wayne sullo schermo. E' un po' un clown, un bullo, con un ego enorme, un dominatore, uno che controlla una stanza. Uno che cerca sempre di personalizzare i suoi rapporti con il resto del mondo, che è molto infantile. Ha perso il contatto con il nostro tempo".

Come ha diretto Josh Brolin nel film?
"Josh ha affrontato il ruolo come un attore di teatro, ha letto il copione molte volte, ha fatto molte prove, ci ha fatto ridere con le sue improvvisazioni, ma doveva stare attento a non esagerare. Perché Bush è uno molto viscerale. Per esempio nel film Josh mangia sempre perché Bush è così, deve avere sempre un sandwich a una certa ora, gli piace il "Bologna" (un tipo di mortadella, ndr), gli piace cibo americano, non è uscito molto dal paese. Nella scena del barbecue, quando incontra per la prima volta la sua futura moglie Laura, non fa che mangiare, fa parte del personaggio.Vive nel momento, non pensa molto, nel suo ranch, da quanto abbiamo saputo, passa le ore a tagliare arbusti in modo ossessivo".

Lei sostiene Obama, come pensa andrà a finire questa elezione?
"Le dico una cosa, da cittadino: chiunque vinca sarà sotto l'impatto orribile di otto anni di Bush. Penso che Sarah Palin sia una giocatrice minore e spero rimanga tale e non attragga troppa attenzione perché distrae dalle cose serie".

sabato 13 settembre 2008

"Il papà di Giovanna" e "Machan" - Da Venezia il doppio volto dell'Italia


Claudia Moromoglione
La Repubblica
12 settembre 2008

IL DOPPIO volto del cinema italiano: sbarcano nelle sale, questo week end, due film decisamente diversi, ma entrambi apprezzati dal pubblico della Mostra del cinema di Venezia. Il primo - Il papà di Giovanna, fresco di Coppa Volpi per l'interpretazione di Silvio Orlando - rappresenta una visione più "isituzionale" (non a caso in Laguna era in concorso), e porta la firma di un veterano come Pupi Avati; il secondo, Machan di Uberto Pasolini, proveniente dalle Giornate degli autori, è un tentativo meno ufficiale, meno ambizioso, ma molto, molto efficace.

Sono questi i due campioni made in Italy che sfidano, questo fine settimana, un blockbuster come Hancock, con Will Smith protagonista; il dramma Le tre scimmie di Nuri Bilge Ceylan; e il cartoon Piccolo grande eroe, che porta la firma del compianto Christopher Reeve.

Ambientato nella Bologna fascista, Il papà di Giovanna ha per protagonista uno straordinario Silvio Orlando, insegnante di disegno con moglie bella e rancorosa (Francesca Neri) e figlia un po' strana (Alba Rorhwacher). Quando una compagna di liceo della ragazza viene trovata morta a scuola, in un lago di sangue, i sospetti finiscono per concentrarsi proprio su Giovanna: e a nulla serviranno i tentativi dell'amorosissimo padre, e nemmeno del vicino di casa poliziotto (Ezio Greggio), l'assassina finisce in manicomio criminale. Proprio mentre la guerra, e poi la Resistenza, cambiano completamente il paesaggio in cui si muovono i protagonisti...


Forte della bravura dei suoi interpreti (anche Greggio se la cava bene), per nulla nostalgico ma sicuramente un po' bonario verso il Ventennio, il film è una sorta di inno all'amore di un padre verso la propria figlia. Apprezzato dalla critica, al suo passaggio a Venezia, si sottopone adesso alla prova delle sale.

Atmosfere decisamente diverse - e per una buona fetta di pubblico anche una boccata di aria fresca - in Machan, esordio alla regia del produttore Uberto Pasolini (l'artefice di Full Monty, tanto per capirci). Che racconta quello che è forse il tema dei temi della nostra contemporaneità - l'immigrazione - da un'ottica che più originale, e meno banale, non si può. La storia infatti è quella di alcuni giovani dello Sri Lanka, che vivono nella bidonville di Colombo e che sognano, come ovvio, di uscire dalla loro disperazione, e dunque di emigrare. E l'escamotage arriva sotto forma di una improbabilissima nazionale di pallamano, che potrebbe partecipare a un torneo che si svolge in Baviera.

Un film che ha convinto ed emozionato il popolo della Mostra di Venezia, tradizionalmente severo con le opere made in Italy. Ma che quest'anno ha premiato - in termini di entusiasmo, code chilometriche per asssistere alla proiezioni, giudizi positivi post-visione - proprio le pellicole al di fuori della selezione ufficiale. Come Machan, appunto.